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Graviano ritira in ballo Berlusconi

Sembra che se ne siano accorti davvero in pochi delle dichiarazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, condannato all’ergastolo con Rocco Santo Filippone nel processo “Ndrangheta stragista” che ha riscritto il periodo delle stragi mafiose in Italia.

Il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, torna a parlare dei rapporti con Berlusconi. “Con l’imprenditore del Nord contatti solo per i soldi”

Anche la Corte d’Assise d’Appello ha confermato che gli imputati sono i mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 sull’autostrada all’altezza dello svincolo di Scilla in provincia di Reggio Calabria ma soprattutto ha confermato il disegno di una “strategia stragista” che ha insanguinato il Paese nella prima metà degli anni novanta e che era stata messa in atto da Cosa nostra e ’Ndrangheta in una sorta di guerra contro lo Stato con l’aiuto di pezzi dello Stato.

In quel processo Graviano ha reso dichiarazioni spontanee in cui negava di conoscere Marcello Dell’Utri (fondatore di Forza Italia, braccio destro di Silvio Berlusconi e ritenuto in via definitiva l’anello di congiunzione tra il leader di Forza Italia e Cosa nostra). Ma in quello stesso processo Graviano ha ripetutamente tirato in ballo Berlusconi (pur non facendone il nome) chiarendo che la sua famiglia aveva rapporti economici con l’imprenditore e ha dichiarato di avere incontrato più volte l’ex Cavaliere perfino durante la sua latitanza.

“Riguardo all’imprenditore del Nord – dice Graviano – ho sempre riferito che i miei contatti erano solamente per i soldi che aveva consegnato mio nonno. E ho dato tutte le date. E questo è stato riscontrato. Pochi giorni fa tutti abbiamo appreso quello che dicono i mezzi di informazione, la Procura di Firenze ha riscontrato quello che ho detto io”. Sembra che se ne siano accorti in pochi che Graviano ha riferito di alcuni “imprenditori di Milano” che non volevano “fermare le stragi”.

Sembra che la politica (e pure certa antimafia) si ostinino a non accorgersi che l’ex presidente del Consiglio, assieme a Dell’Utri, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, sia anche indagato dalla Procura di Firenze con l’accusa di essere tra i possibili mandanti occulti delle stragi del ‘93. Un’accusa che gli è già stata rivolta due volte sia dalle toghe toscane che da quelle di Caltanissetta. Un’accusa che magicamente è sparita dai pensosi editoriali dell’antimafia liquida che ogni tanto si sparge su pensosi editoriali e in compite celebrazioni.

Ma Graviano ha detto anche altro nelle sue dichiarazioni spontanee rese durante il processo d’appello: “Non distruggete i dischetti con le intercettazioni” in quanto “potrebbero servire in qualche prossimo grado”, ha detto il boss in Aula. Si riferisce alle trentadue conversazioni, registrate durante le ore di socialità nel carcere marchigiano tra il marzo 2016 e l’aprile del 2017 che adesso sono finite agli atti del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Graviano intercettato disse: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”, riferendosi alle stragi.

E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”. E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. Il boss di Brancaccio, si sa, è un personaggio scivoloso. Ma oggi più del tritolo funziona la minaccia di alludere a una certa verità. Cosa potrebbe volere Graviano? La risposta è semplice: l’abolizione (per sé e per i suoi compari) del 41 bis. E questa è un’informazione utilissima per leggere il futuro, più del passato.

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Appalti, mafie e amici degli amici già si sfregano le mani

Non c’è bisogno di essere esperti di appalti né di mafie per comprendere quanto il codice degli appalti pensato dal Governo Meloni possa essere un enorme regalo alle mafie. “Sotto i 150mila euro si dà mano libera, si dice non consultate il mercato, scegliete l’impresa che volete, il che vuol dire che si prenderà l’impresa più vicina, quella che conosco, non quella che si comporta meglio”, spiega il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia.

Con il nuovo Codice degli appalti, gli affidamenti sotto i 150mila euro spalancano le porte ai clan

Non proprio uno qualsiasi. “Sotto i 150.000 euro – spiega Busia – va benissimo il cugino o anche chi mi ha votato e questo è un problema, soprattutto nei piccoli centri: è come permettere di guidare in città senza patente dove c’è il limite dei 50 km”, aveva avvertito Busia. Nessuno l’ha ascoltato. Decidere di mettere in secondo piano la trasparenza, la controllabilità e la concorrenza significa concimare il terreno perfetto perché “gli amici” diventino privilegiati nella scelta.

Le “amicizie” che influiscono sugli appalti – soprattutto in quelli che si riescono a spezzettare per farsi notare meno – sono da sempre le organizzazioni criminali, con la ‘Ndrangheta in testa come testimoniano decine di processi celebrati e in corso nel nostro Paese. Anche per questo i costruttori avevano lanciato l’allarme. La presidente dell’Ance Federica Brancaccio (nella foto) spiega che il nuovo Codice “sta optando per rendere stabili le procedure emergenziali introdotte con il decreto Semplificazione” e “consentirà ad un’ampia quota di appalti di non essere più sottoposti alle regole di piena pubblicità e concorrenza”.

La burocrazia “negativa che frena la dobbiamo eliminare, siamo tutti d’accordo, ma non possiamo eliminare la burocrazia che fa controlli per far bene, che fa controlli per rispettare i diritti, che fa controlli perché i soldi vanno spesi bene, per garantire tutti coloro che lavorano nei cantieri e perché si usino materiali corretti. Si spendono meglio i soldi, non si violano i diritti, le opere durano di più e si rispetta la concorrenza”, spiega Busia di Anac. Bisogna avere il coraggio di scriverlo. Il nuovo Codice sugli appalti è esattamente ciò che le mafie desiderano da tempo. Prima avevano bisogno di un’emergenza per infilarsi, ora lo possono fare nei termini di legge.

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Le mafie ringraziano. C’è da stupirsi?

Io non so se ci si renda conto di cosa contiene il nuovo Codice appalti che Salvini si è subito intestato. Non so cosa altro serva oltre alle parole gravissime di chi lavora nel settore di quegli appalti. “Sotto i 150.000 euro va benissimo il cugino o anche chi mi ha votato e questo è un problema, soprattutto nei piccoli centri”, ha detto ieri il presidente Giuseppe Busia di Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, riferendosi agli affidamenti senza gara che, allargati a dismisura durante la pandemia, ora diventano strutturali.

Non so cosa altro serva oltre ai numeri (i numeri non sono opinioni) che ci dicono che il 98% degli appalti pubblici verrà sottratto ai controlli, al mercato, alla libera concorrenza. Non so cosa altro serva per capire che proprio mentre stanno arrivando ingenti somme dall’Europa (se arrivano, se Meloni e compagnia non continueranno a fare troppo casino anche con il PNRR) si decide di lasciare mano libera ai profittatori che potranno agevolmente infilarsi.

Non so cosa altro serva per indignarsi oltre a Matteo Salvini che esulta per essere riuscito a includere negli appalti che verranno anche imprenditori indagati, imputati, a processo o condannati con patteggiamento (anche definitivo) per bancarotte, reati tributari, societari e urbanistici, corruzioni, traffici di influenze, turbative d’asta o frodi in pubbliche forniture. Dice Salvini che escluderli sarebbe da “sistema sovietico”. Li sentite i bicchieri tintinnare mentre questi brindano?

Non so cosa serva oltre alle parole dei sindacati. “Se non arriveranno risposte – ha spiegato a Repubblica Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil, la categoria degli edili – dal primo luglio, quando il nuovo Codice degli appalti entrerà in vigore, siamo pronti ad avviare una stagione di vertenze sindacali e legali a partire dalle responsabilità delle stazioni appaltanti: Comuni, Regioni, Anas, Ferrovie. Qui siamo passati dal fare presto e bene, a spendere a prescindere e non per forza bene”. Per Pierpaolo Bombardieri, leader della Uil, così ci saranno “gare al massimo ribasso e si rischia di indebolire tutto ciò che si è provato a costruire per la sicurezza sul lavoro e per l’applicazione dei contratti, soprattutto nell’edilizia. La logica della semplificazione che si scarica sempre sui lavoratori non è più accettabile”.

Oppure si potrebbe ascoltare Vincenzo Musacchio. Musacchio non è uno qualunque: criminologo forense, giurista e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore indipendente e membro dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Musacchio è stato chiamato nel 2022 dal Presidente della Commissione Bilancio del Parlamento europeo come consulente per occuparsi del controllo sullo stanziamento dei fondi europei (tra cui il Pnrr) elaborando proposte d’interventi per evitare le infiltrazioni mafiose proprio su questi aiuti. Musacchio dice: “Nel nuovo testo del Codice degli appalti il Consiglio dei ministri ha previsto un aumento del tetto sotto il quale è possibile affidare direttamente i lavori. Il nuovo tetto sarà di 500mila euro. Lo avevano chiesto i Comuni italiani e lo aveva fortemente sconsigliato l’Anac. A oggi la soglia è fissata a 40mila euro per l’acquisto di beni e servizi e a 150mila per l’affidamento dei lavori. Non condividevo la scelta del Governo Conte allora, non condivido oggi, a maggior ragione, quella del Governo Meloni”.

“Le nuove mafie – spiega Musacchio – puntano da qualche tempo sugli appalti pubblici. I Comuni sono la parte più vulnerabile e quella più facile da infiltrare. Sfrondare il codice degli appalti in questo modo significa imbandire la tavola dove siederanno i mafiosi per lucrare e lo faranno persino legalmente. L’ultima relazione semestrale presentata dalla DIA al Parlamento ha illustrato come le organizzazioni criminali guardino agli appalti pubblici come una risorsa economica per incrementare i loro guadagni. Ben vengano le semplificazioni per aiutare amministrazioni pubbliche e imprese private, ma ben altro significa affidare direttamente, senza gara, i lavori fino a 500mila euro. In questo modo il sistema non solo non funzionerà meglio, ma si farà un regalo alle mafie favorendo anche la corruzione. Aggiungendo a ciò i subappalti liberi, il disastro sarà totale”.

Buon giovedì.

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Ucraini ridotti alla fame. Ma continuiamo a ingozzarli di bombe

La narrazione della “guerra che è bella anche se fa male” li dipinge come eroi al fronte che hanno bisogno solo di una cosa: armi. Gli ucraini, come tutte le vittime delle guerre che avvengono sulle loro teste, devono affrontare la ferocia disumana di Putin che vorrebbe strappargli le loro terre e la cupidigia dei signori delle armi che si fregano le mani. Ma come stanno gli ucraini? Due famiglie su cinque in Ucraina hanno estremo bisogno di mezzi di sostentamento e di beni di prima necessità e il Paese, un anno dopo l’intensificarsi del conflitto, sta affrontando tassi di sfollamento, inflazione e disoccupazione senza precedenti.

Due famiglie su cinque in Ucraina hanno estremo bisogno di mezzi di sostentamento e di beni di prima necessità

Secondo l’ultimo Rapporto sui bisogni multisettoriali dell’Ucraina dell’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari comunitari, più del 40% delle famiglie ha dichiarato di avere difficoltà a soddisfare le esigenze quotidiane di cibo, acqua e beni di prima necessità, nelle aree più colpite dai combattimenti, nell’Est e nel Sud del Paese, il numero sale al 60%. La Banca Nazionale Ucraina il mese scorso ha stimato un tasso di inflazione del 25%, con il costo dei prodotti che è cresciuto della metà nelle regioni orientali.

A settembre, un consumatore su cinque in Ucraina ha dichiarato di non potersi permettere l’acquisto dei prodotti disponibili nei negozi. 5,3 milioni di persone si trovano ancora lontano da casa e per le famiglie sfollate la necessità di assistenza finanziaria cresce di giorno in giorno.

Una persona su quattro è attualmente disoccupata perché molti faticano a trovare un lavoro stabile nel loro luogo di residenza temporaneo. Alcuni di loro scelgono di tornare nelle città d’origine devastate dalla guerra lavorare. Save the Children racconta il caso della famiglia di Anton, 12 anni: lo scorso marzo, con i suoi genitori ha lasciato Kharkiv per spostarsi nell’Ucraina occidentale, a causa dei continui bombardamenti.

Qualche mese dopo, il padre di Anton è stato costretto a tornare. “Mio marito è stato richiamato al lavoro” racconta Olha, madre di Anton. “I miei figli sono preoccupati, chiedono continuamente quando papà tornerà a vivere con noi e quando saremo di nuovo tutti insieme. Non passa giorno che non ci pensino”. Sono molte le Ong che da più di un anno provano a portare ristoro. Tra i bambini che riescono a sopravvivere, alcuni non hanno conosciuto altro che violenze o campi profughi. Queste bambine e questi bambini hanno bisogno di essere protetti dalle ferite fisiche ed emotive che inevitabilmente riportano. Questi bambini avrebbero bisogno di essere raccontati. Questi bambini non possono mangiare munizioni.

Nonostante i buoni propositi di chi augura sforzi diplomatici per risolvere il conflitto la questione umanitaria in Ucraina scompare perché inevitabilmente non fa il gioco di chi chiede sempre più guerra, ancora guerra. Nel corso del primo anno di guerra, Solo Save the Children ha distribuito aiuti essenziali come cibo, acqua, denaro, vestiti invernali e spazi sicuri a più di 800mila persone, di cui la metà sono bambini, e fornito sostegno economico a più di 100mila famiglie, per un totale di oltre 29 milioni di dollari. Una cifra irrisoria rispetto a quella per le armi.

I bambini non causano le guerre, ma sono le vittime più vulnerabili. Tra quelli che riescono a sopravvivere, alcuni non hanno conosciuto altro che violenze o campi profughi. Come stanno gli ucraini è scomparso dal dibattito pubblico. A leggerla da qui sembra una guerra solo di soldati. Diceva Gino Strada: “Nella macchina della guerra, c’è posto anche per il mondo umanitario. Anzi, un posto importante, una specie di nuovo reparto Cosmesi della guerra. Far vedere quanti aiuti arrivano con la guerra, quante belle cose si possono fare per questa povera gente. Per i sopravvissuti, naturalmente”. Ora siamo arrivati a ritenere un vezzo anche quello. Anche gli affamati rovinano la narrazione.

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Schlein incassa i capigruppo. Ma la fronda interna al Pd si rafforza

Il diavolo sta nei dettagli e i dettagli della giornata di ieri mentre i parlamentari del Pd eleggevano i capigruppo proposti dalla segretaria Elly Schlein che tutti si aspettavano (Chiara Braga alla Camera e Francesco Boccia al Senato) parlano chiaro.

La segretaria del Pd Elly Schlein ora punta ad allineare la rotta politica a quella parlamentare

La giornata inizia con la segretaria Schlein in riunione con i senatori dem. Schlein ringrazia la capogruppo uscente Simona Malpezzi per aver guidato “un gruppo che è stato reattivo sui temi importanti anche in questi mesi, dopo la sconfitta elettorale, in cui la destra ci ha impegnato a opporci con responsabilità e determinazione alle sue scelte sbagliate”, spiega. La sottolineatura alla sconfitta elettorale è il diavolo.

Viene eletto Francesco Boccia (proposto dalla segretaria “per la sua solidità, capacità politica ed esperienza”) ma quello che c’è da sapere è tutto nelle dichiarazioni della ex Malpezzi, termometro ideale per tastare il polso dei bonacciniani: “Dico con franchezza e nella trasparenza che comprendo la necessità della segretaria di fare delle scelte ma avrei preferito che la discussione avvenisse prima tra di noi che sui giornali. È fondamentale garantire autonomia e libero spazio di discussione all’interno del gruppo”, dice Malpezzi ai cronisti sottolineando la necessità di “tutelare gli spazi di autonomia dei gruppi”.

“Autonomia dei gruppi”, per chi legge il politichese significa solo una cosa: la minoranza del partito farà pesare i suoi voti, eccome, se ci sarà da far ballare la segretaria. Come se non bastasse Malpezzi manda un messaggio alla sua leader: “La segretaria Schlein – dice – ci ha chiesto la fiducia necessaria per lavorare tutti insieme: condivido e aggiungo che questa fiducia deve essere reciproca perché non ci conosciamo ancora e dobbiamo darci il tempo. Serve la volontà di conoscersi e riconoscersi nelle differenze che sono la nostra ricchezza”.

Ovvero: non pensi Schlein di poter fare il bello e il cattivo tempo forte del gradimento popolare perché i voti dei cacicchi interni hanno affossato leader ben più strutturati di lei. Boccia viene eletto per acclamazione. “Non si è voluto andare al voto, chissà perché”, bofonchia un senatore di Base riformista, “e per acclamazione da sempre tutti battono le mani”.

Passa poco tempo e il rito si ripete alla Camera. Schlein ringrazia la capogruppo Serracchiani (anche lei sostenitrice di Bonaccini) “per dedizione e spirito di servizio alla comunità democratica. Ha retto, – dice Schlein – insieme a Malpezzi e Letta, un peso enorme dopo la sconfitta elettorale e lo ha fatto nel migliore dei modi presiedendo ottimamente il gruppo alla Camera dei deputati”. Anche qui la sconfitta elettorale evocata dalla segretaria non passa inosservata. Serracchiani ringrazia e saluta, non prima di ricordare che “l’autonomia dei gruppi va tutelata e salvaguardata sempre anche perché rende più forte il partito”.

Il copione si ripete anche per la proclamazione della nuova capogruppo Chiara Braga: acclamazione. Vera o presunta che sia l’importante è che venga rappresentata così. “Il nuovo che avanza è Chiara Braga, amica di Michela De Biase a sua volta moglie dell’ex ministro della Cultura Dario Franceschini”, bisbiglia un deputato che pure qualche minuto prima ha “acclamato”.

L’aria per ora è questa: una malriuscita recitazione di unità di intenti che frana apnea si porge l’orecchio alle voci interne. Lei, la segretaria Schlein, non vede l’ora di sistemare gli assetti di partito (si parla degli esteri ceduti a Base riformista in segreteria) e “cominciare a fare politica”. Il punto è sempre se glielo permetteranno.

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Disuguali perfino nelle guerre

La risposta della comunità internazionale «all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia» e alla crisi umanitaria che questa ha provocato è stata «robusta e apprezzabile» ma ha anche svelato un sistema di “doppi standard”. Dal Myanmar all’Etiopia, diverse sono state le situazioni di conflitto che hanno avuto infatti una risposta “vergognosa” da parte del sistema internazionale. È la fotografia scattata dal Rapporto 2022-2023. La situazione dei diritti umani nel mondo, presentato in queste ore da Amnesty International e pubblicato in Italia da Infinito Edizioni.

In una nota, l’organizzazione premette che l’offensiva russa in Ucraina «ha provocato non solo sfollamenti di massa, crimini di guerra e insicurezza alimentare ed energetica a livello globale, ma ha anche sollevato il tremendo spettro di una guerra nucleare». La risposta alla guerra, prosegue Amnesty, «è stata rapida: gli Stati occidentali hanno imposto sanzioni economiche a Mosca e inviato assistenza militare a Kyiv, la Corte penale internazionale ha avviato un’indagine sui crimini di guerra in Ucraina e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato l’invasione russa come atto di aggressione». Tuttavia, denuncia il rapporto dell’ong, «questo robusto e apprezzabile approccio è risultato in profondo contrasto con precedenti risposte a massicce violazioni dei diritti umani commesse dalla Russia e da altri stati e con la vergognosa risposta in atto a conflitti come quelli in Etiopia e Myanmar».

L’anno scorso il Paese africano è stato teatro, per il secondo anno di fila, di un conflitto nel nord poi terminato con un accordo per la cessazione delle ostilità raggiunto dalle parti belligeranti lo scorso novembre. In circa due anni di guerra sarebbero morte circa 600mila persone stando alle stime del capo mediatore dell’Unione Africana nel conflitto, l’ex presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo. Anche in Myanmar nel 2022 è proseguita la crisi cominciata con un colpo di Stato che si è verificato nel febbraio 2021. Nel Paese va avanti da mesi anche un conflitto fra le forze armate e le milizie di base nei vari Stati etnici del Paese.

Se il sistema messo in moto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina «avesse funzionato per chiamare la Russia a rendere conto dei crimini commessi in Cecenia e in Siria, allora come oggi migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate, in Ucraina e altrove. Invece, abbiamo altra sofferenza e altre devastazioni», ha affermato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. «Se la guerra di aggressione russa ha dimostrato qualcosa per il futuro del mondo, è l’importanza di un ordine internazionale basato su regole efficaci e applicate in modo coerente. Tutti gli Stati devono raddoppiare gli sforzi nella direzione di un nuovo ordine basato sulle regole a beneficio di tutte le persone, ovunque».

Le reazioni della comunità internazionali davanti a violazioni e abusi sono emerse in modo evidente anche nella Cisgiordania occupata, secondo quanto riporta Amnesty. Per i palestinesi che vivono in questa regione «il 2022 è stato uno degli anni più mortali da quando, nel 2006, le Nazioni Unite hanno iniziato a registrare i numeri delle vittime: lo scorso anno sono stati 151 i palestinesi uccisi, tra i quali decine di minorenni, dalle forze israeliane. Queste hanno anche continuato a espellere i palestinesi dalle loro case. Il governo israeliano ha in programma una grande espansione degli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Invece di chiedere la fine del sistema israeliano di apartheid-  si denuncia -, molti Stati occidentali hanno scelto di attaccare i promotori di tale richiesta». Doppi standard anche nella gestione dei flussi migratori, come si osserva negli Stati Uniti e in Unione europea.

«Gli Usa – afferma Amnesty – hanno condannato ad alta voce le violazioni dei diritti umani russe in Ucraina e hanno accolto decine di migliaia di ucraine e ucraini in fuga dalla guerra; ma le loro politiche e prassi razziste contro i neri hanno causato l’espulsione, tra il settembre 2021 e il maggio 2022, di oltre 25mila persone fuggite da Haiti, sottoponendo molte di esse a torture e ad altri maltrattamenti. Gli Stati dell’Unione europea – continua la ong – hanno aperto le frontiere alle persone in fuga dall’Ucraina dimostrando di essere, in quanto uno dei raggruppamenti più ricchi al mondo, più che in grado di ricevere grandi numeri di persone in cerca di salvezza e di dar loro l’accesso alla salute, all’educazione e all’alloggio. Al contrario, molti di quegli Stati hanno chiuso le porte a chi fuggiva dalla guerra e dalla repressione in Siria, Afghanistan e Libia».

«Le risposte all’invasione russa dell’Ucraina ci hanno detto qualcosa su ciò che si può fare quando c’è la volontà politica di farlo: condanna globale, indagini sui crimini, frontiere aperte ai rifugiati. Quelle risposte devono essere un manuale su come affrontare tutte le massicce violazioni dei diritti umani», ha sottolineato Callamard nella nota. Stando a quanto emerge dal rapporto di Amnesty, «i doppi standard dell’Occidente hanno poi rafforzato Stati come la Cina e consentito a Egitto e Arabia Saudita di evadere, ignorare o respingere le critiche sulla loro situazione dei diritti umani. Nonostante le massicce violazioni dei diritti umani, equivalenti a crimini contro l’umanità, nei confronti degli uiguri e di altre minoranze musulmane – spiega l’organizzazione -, Pechino è riuscita a eludere le condanne, a livello internazionale, da parte dell’Assemblea generale, del Consiglio di sicurezza e del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite».

«Gli Stati applicano le norme sui diritti umani caso per caso, mostrando in modo sbalorditivo la loro clamorosa ipocrisia e i doppi standard. Non possono criticare le violazioni dei diritti umani in un luogo e, un minuto dopo, perdonare situazioni analoghe in un altro solo perché sono in ballo i loro interessi. Tutto questo è incomprensibile e minaccia l’intera struttura dei diritti umani universali», ha aggiunto Callamard. «C’è anche bisogno che gli Stati che finora hanno esitato assumano una chiara posizione contro le violazioni dei diritti umani ovunque si verificano. Servono meno ipocrisia, meno cinismo, più coerenza, più azione basata sull’ambizione e sui principi da parte di tutti gli Stati per promuovere e proteggere tutti i diritti», ha concluso la massima dirigente di Amnesty.

Non serve aggiungere altro, vero? Buon mercoledì.

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Povertà, il 13% degli italiani è sul lastrico

Chissà quando si troveranno le parole giuste per uscire dalla bolla dei dibattiti televisivi o dal poco senso di realtà delle dichiarazioni politiche. A quel punto potremmo discutere di un Paese in cui l’aumento dei costi in questo ultimo anno per l’impennata dei prezzi di prodotti e servizi – complice la coda della pandemia, la guerra, il cambiamento climatico e la crisi energetica – sta mettendo a dura prova gli italiani.

Impietoso studio di Nomisma sulla povertà nel Paese. In 43 casi su cento si arriva a stento a fine mese

Potremmo sapere che il 13% delle famiglie considera il proprio reddito insufficiente per far fronte alle necessità primarie, ovvero il cibo e la casa (mutuo, affitto e bollette). A questo gruppo di famiglie, che potremmo definire ‘compromesse’, si aggiunge un altro contingente numeroso (il 43% delle famiglie intervistate) che valuta la propria condizione reddituale appena sufficiente a far fronte a tali spese, in una sorta di equilibrio precario che potrebbe essere messo a rischio da un evento imprevisto anche di modesta portata.

Sono i risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio Sguardi Famigliari di Nomisma. Negli ultimi mesi, evidenzia lo studio, il principale motivo di percezione dell’inadeguatezza delle risorse economiche a disposizione delle famiglie è rappresentato dall’elevato costo della vita: il 78% delle famiglie si dichiara insoddisfatto della propria condizione reddituale, molto più delle difficoltà lavorative (10%).

Secondo Nomisma, un’eventuale spesa imprevista, anche di piccola entità, potrebbe quindi diventare un serio problema da affrontare per il 22% delle famiglie totali, percentuale che sale al 30% tra le persone sole non anziane, al 31% per i genitori soli con figli, e al 41% per le famiglie in affitto. Più nel dettaglio dello studio, l’impennata dell’inflazione e l’aumento dei prezzi hanno depresso fortemente il potere di acquisto delle famiglie: più della metà degli intervistati ha visto crescere le bollette energetiche di oltre il 50% rispetto ai livelli di un anno fa, con il 16% che dichiara di aver avuto molte difficoltà nel pagare le utenze: di questi il 4% ha accumulato ritardi nei pagamenti.

Per far fronte ai rincari energetici le famiglie hanno dovuto innanzitutto comprimere le spese ritenute ‘’superflue’’, vale a dire quelle per il tempo libero, per le attività culturali e per quelle sportive. Il 39% delle famiglie che si è dichiarata in difficoltà nel pagare le bollette ha dovuto ridurre anche spese basilari come quelle sanitarie, il 31% ha tagliato le spese in istruzione mentre il 27% ha manifestato difficoltà nel pagare il mutuo o l’affitto della propria abitazione.

Volgendo lo sguardo ai prossimi mesi, il numero di famiglie che teme di poter incontrare forti difficoltà nel pagare le utenze sale al 24%, un campanello di allarme che non deve rimanere inascoltato. Vi sono molti gradi di vulnerabilità, indica quindi Nomisma, e alcune condizioni che determinano delle difficoltà oggettive per le famiglie: la presenza di una sola fonte di reddito è certamente una di queste, considerando che se nel complesso del campione la percentuale di famiglie che reputa il proprio reddito non completamente adeguato o insufficiente a far fronte alle necessità primarie è pari al 57%, tra le persone giovani che vivono da sole questa percentuale sale al 69%, mentre tra i genitori soli con figli arriva addirittura al 78%. Chissà che ne pensano questi di un governo che finora si è occupato di farina di grilli, di affondare i disperati in mare, dei figli delle famiglie omogenitoriali e di rave party come emergenze nazionali.

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Abolizione del reato di tortura. “La destra paladina dell’impunità”

La folle proposta, manco a dirlo, è arrivata da Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: abolire il reato di tortura introdotto con molta fatica nell’ordinamento italiano nel 2017, approvato sul sangue sparso durante il G8 di Genova nel 2001 e sulla sanzione all’Italia comminata nel 2015 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la mancanza di adeguate ed efficaci misure di prevenzione e repressione delle condotte di tortura, contrarie all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

FdI vuole abolire il reato di tortura introdotto con molta fatica nell’ordinamento italiano nel 2017

Già nel 2018 Meloni – a quel tempo arrembante oppositrice prodiga di facili promesse – spiegava che il reato di tortura “impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. Meloni dava per scontato evidentemente che la violenza fosse parte integrante degli strumenti delle nostre forze dell’ordine. Una concezione piuttosto sudamericana dell’ordine pubblico, indubbiamente. Tant’è che nel 2018 Giorgia Meloni cancellò il tweet della sua strampalata idea. Poi sono passati 5 anni, Meloni è diventata capa del governo e quella follia s’è fatta proposta di legge.

Esultano, manco a dirlo, le forze dell’ordine: “L’abrogazione del reato di tortura è un modo per tutelare tutte quelle Forze di polizia che operano senza tutele giuridiche e regole d’ingaggio, esposte quotidianamente a denunce e processi strumentali”, spiega Unarma, associazione sindacale a difesa del personale dell’Arma dei carabinieri. Sulla stessa linea alcuni sindacati di Polizia. Amnesty International, per bocca del portavoce italiano Riccardo Noury, lancia l’allarme: “Ci sono voluti 28 anni (1989-2017) per introdurre nel codice penale il reato di tortura. Negli ultimi sei anni ci sono stati processi e condanne, sono in corso molte indagini. L’intento di chi vuole abolirlo è quello di rendere di nuovo impunito un crimine gravissimo”.

Opposizioni e Ong contro la proposta di FdI. Amnesty: così si cancellano 28 anni di battaglie

Di “proposta che rasenta i limiti dell’oscenità” parla Ivan Scalfarotto, senatore di Azione-Italia Viva, che spiega come “il rispetto del principio dell’habeas corpus è garantito ed è parte integrante della costituzione e quindi della democrazia. Il vero problema non è allora il reato stesso ma il fatto che una parte delle forze di maggioranza non è a suo agio con questa idea: questo sì che è il vero problema”, conclude Scalfarotto.

Nei giorni scorsi la senatrice M5S Anna Bilotti, componente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, aveva già ricordato “ai sovranisti dell’impunità” che “il reato di tortura in Italia è stato introdotto osservando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione Onu del 1984 ratificata dall’Italia nel 1988, la quale prevede l’obbligo per gli Stati di legiferare affinché qualsiasi atto di tortura sia contemplato come reato”.

“È agghiacciante la proposta di FdI di cancellare il reato di tortura. Meloni dica qualcosa: il suo governo e la sua forza politica – ha scritto su Twitter la presidente dei senatori del Pd, Simona Malpezzi – vogliono attaccare una norma in difesa dei diritti umani?”. Intanto, appena due giorni fa a Biella sono stati sospesi dal servizio 23 agenti di polizia penitenziaria in esecuzione di un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari per il reato di tortura commesso all’interno del carcere nei confronti di tre detenuti. Di decisione di “stampo fascista” ha parlato ieri la senatrice di AVS Ilaria Cucchi: “Pensate oggi alle vittime di quei terribili fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere, quel processo non potrebbe svolgersi, per la felicità dei picchiatori”.

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Signori, ecco cos’è “a casa loro”. Lo scrive l’Onu

L’Onu esprime «profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Libia», e spiega che «vi sono motivi per ritenere che sia stata commessa un’ampia gamma di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalle forze di sicurezza dello Stato e da gruppi di milizie armate». Così parla il rapporto pubblicato ieri dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, una inchiesta che delinea «un ampio sforzo delle autorità per reprimere il dissenso della società civile» e che ha documentato «numerosi casi di detenzione arbitraria, omicidio, stupro, riduzione in schiavitù, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate, e ha affermato che quasi tutti i sopravvissuti intervistati si sono astenuti dallo sporgere denuncia ufficiale. Paura di rappresaglie, arresti, estorsioni e sfiducia nel sistema giudiziario».

Secondo l’Onu i migranti, in particolare, sono stati presi di mira e ci sono prove schiaccianti che siano stati sistematicamente torturati. Il rapporto afferma che vi sono ragionevoli motivi per ritenere che la schiavitù sessuale, un crimine contro l’umanità, sia stata commessa contro i migranti. «C’è un urgente bisogno di responsabilità per porre fine a questa pervasiva impunità», ha affermato Mohamed Auajjar, presidente della missione Onu per la Libia. «Chiediamo alle autorità libiche di sviluppare senza indugio un piano d’azione per i diritti umani e una tabella di marcia completa incentrata sulle vittime sulla giustizia di transizione e di ritenere responsabili tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani». Il governo libico è obbligato a indagare sulle accuse di violazioni dei diritti umani e crimini nelle aree sotto il suo controllo in conformità con gli standard internazionali. Ma «le pratiche e i modelli di gravi violazioni continuano senza sosta, e ci sono poche prove che siano stati compiuti passi significativi per invertire questa preoccupante traiettoria e portare ricorso alle vittime», afferma il rapporto.

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito la missione nel giugno 2020 per indagare sulle violazioni e gli abusi dei diritti umani da parte di tutte le parti dall’inizio del 2016, al fine di prevenire un ulteriore deterioramento della situazione dei diritti umani e garantire la responsabilità. Da allora, la Independent fact-finding mission on Libya (Ffm) ha intrapreso 13 missioni, condotto più di 400 interviste e raccolto più di 2.800 informazioni, comprese immagini fotografiche e audiovisive. Secondo il rapporto finale la situazione dei diritti umani in Libia, lungi dal migliorare, «si sta deteriorando, stanno emergendo autorità statali parallele e le riforme legislative, esecutive e del settore della sicurezza necessarie per sostenere lo stato di diritto e unificare il Paese sono lungi dall’essere realizzate». In questo contesto polarizzante, «i gruppi armati che sono stati implicati in accuse di tortura, detenzione arbitraria, tratta e violenza sessuale rimangono irresponsabili».

Le indagini hanno rilevato che le autorità libiche stanno riducendo i diritti di riunione, associazione, espressione e credo per garantire l’obbedienza e punire le critiche contro le autorità e la loro leadership. «Gli attacchi contro, tra l’altro, difensori dei diritti umani, attiviste per i diritti delle donne, giornalisti e associazioni della società civile hanno creato un’atmosfera di paura che ha spinto le persone all’autocensura, alla clandestinità o all’esilio in un momento in cui è necessario creare un’atmosfera che sia favorevole a elezioni libere ed eque affinché i libici esercitino il loro diritto all’autodeterminazione e scelgano un governo rappresentativo per governare il Paese», afferma il rapporto.

Il rapporto spiega che la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il traffico di migranti vulnerabili hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali e hanno incentivato la continuazione delle violazioni. Ci sono ragionevoli motivi per ritenere che i migranti siano stati ridotti in schiavitù in centri di detenzione ufficiali così come in “prigioni segrete” e che lo stupro sia stato commesso come crimine contro l’umanità. Nel contesto della detenzione, le autorità statali e le entità affiliate – tra cui l’Apparato di deterrenza della Libia per la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo (Dacot), le Forze armate arabe libiche (Laaf), l’Agenzia per la sicurezza interna (Isa) e l’Apparato di supporto alla stabilità (Ssa) e la loro leadership – sono stati ripetutamente trovati coinvolti in violazioni e abusi.

I detenuti sono stati regolarmente sottoposti a tortura, isolamento, detenzione in isolamento e negato un adeguato accesso ad acqua, cibo, servizi igienici, luce, esercizio fisico, cure mediche, consulenza legale e comunicazione con i familiari. La missione ha invitato il Consiglio per i diritti umani a istituire un meccanismo di indagine internazionale indipendente dotato di risorse sufficienti e ha esortato l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) a istituire un meccanismo distinto e autonomo con un mandato permanente per monitorare e riferire in merito gravi violazioni dei diritti umani «al fine di sostenere gli sforzi di riconciliazione libici e assistere le autorità libiche nel raggiungimento della giustizia e della responsabilità di transizione».

E la cosiddetta Guardia costiera libica «Il sostegno fornito dall’Ue alla Guardia costiera libica in termini di allontanamenti, respingimenti e intercettazioni ha portato a violazioni di alcuni diritti umani», ha dichiarato uno degli investigatori incaricati dal Consiglio per i diritti umani sotto l’egida dell’Onu, Chaloka Beyani. «Non si possono respingere le persone in aree non sicure, e le acque libiche non sono sicure per l’imbarco dei migranti», ha proseguito, precisando che l’Ue e i suoi Stati membri non sono stati ritenuti responsabili di crimini, ma «il sostegno fornito ha aiutato e favorito la commissione dei crimini» stessi.

Vergognatevi.

Buon martedì.

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Pd, Schlein non molla sui capigruppo

Assicurano tutti che entro la fine della settimana sarà tutto risolto, capigruppo e segreteria, ma l’organizzazione della macchina del Partito democratico guidato dalla neo segretaria Elly Schlein è ben lungi dal trovare una quadratura. “È la segretaria che ha il vento in poppa, è lei a dover decidere”, spiega un pezzo pregiato della mozione Bonaccini. Schlein ha deciso. Ieri ha spiegato a tutti che il partito avrà bisogno di essere nelle piazze a riconquistare elettori ma dovrà essere conseguente nelle azioni politiche in Parlamento. Per questo Schlein ritiene indispensabile alla Camera e al Senato avere due persone a cui affidarsi mentre lei proverà a riconnettere il partito con la presenza anche fisica nei luoghi caldi del Paese.

Ieri la leader del Partito democratica Schlein ha incontrato deputati e senatori. Oggi nuovo vertice per blindare i nomi dei capigruppo

Su Francesco Boccia capogruppo al Senato e Chiara Braga capogruppo alla Camera non si tratta. Saranno loro a essere eletti dai gruppi parlamentari nei prossimi giorni nonostante i mal di pancia di Base riformista la corrente che fa riferimento all’ex ministro Lorenzo Guerini e al senatore Alessandro Alfieri e che più di tutti ha sostenuto Stefano Bonaccini. Lo scontro però rischia di essere solo rimandato. “La segretaria continua a parlare di unità di partito ma bisognerà vedere se vuole davvero cedere i ruoli”, dicono da Base riformista. Tradotto: non basterà qualche posto in segreteria per fingere unità.

Anche ieri nella trattativa tra le due parti (gestita da Boccia per Schlein e da Davide Baruffi per Bonaccini) si è chiarito che l’accordo sui capigruppo è “condizionato” dalle mosse successive. “Elly non è espressione di un pacchetto di mischia”, riflette un senatore del Pd che i meccanismi interni del partito li conosce molto bene. “Renzi era espressione di un pacchetto mentre Schlein nonostante usi sempre il plurale ha intorno pochissime persone che toccano palla. Ci sono Alivernini (il portavoce) e Righi (lo storico “braccio operativo” di Schelin) ma se si va in un cerchio più esterno gli altri sono solo supporter”. Lo sondo politico del Pd che verrà sta tutto qui.

Schlein è approdata al Partito democratico con una rete “leggera” che in tempi brevissimi dovrà strutturarsi

Al di là delle polemiche strumentali Schlein è approdata al Partito democratico con una rete “leggera” che deve strutturarsi in tempi brevissimi e che deve inevitabilmente essere allargate anche alle altre anime del partito. Anche perché, come osserva qualcuno, già intorno a Schlein stanno Franceschini, Zingaretti, Orlando e Letta, ovvero il gotha del Nazareno degli ultimi cinque anni, seppur con nomi più masticabili (non hai Franceschini ma Braga, D’Elia per Zingaretti, Misiani per Orlando). “Ma quanto sono davvero dentro le decisioni di Elly?”, si chiede qualcuno. Ieri la segretaria nel suo incontro con i parlamentari dem ha rinviato la trattativa sui nomi.

“Ritenevo utile un primo momento di confronto sulla nuova fase e sulle priorità dell’attività politica e parlamentare. Domani, invece, affronteremo la questione degli assetti”, ha detto ai suoi colleghi, rivendicando la crescita del partito nei sondaggi e “una fase positiva testimoniata dalle 16mila tessere che sono arrivate in pochissimo tempo”. Ha ringraziato i capigruppo uscenti Debora Serracchiani e Simona Malpezzi oltre all’ex segretario Enrico Letta. I lettiani intanto hanno ufficializzato la costruzione di una nuova corrente “neo ulivista” guidata da Marco Meloni. “E voglio sperare per loro che abbiano messo in piedi tutto questo almeno per trattare qualche posto in segreteria, almeno per questo”, riflette un sostenitore di Bonaccini. Sembra una battuta cattiva e invece è il vero nodo di sempre del Partito democratico.

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