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Lo dice anche la Corte d’Appello: Regione Lombardia discrimina gli stranieri

La Corte d’Appello di Milano (presidente  Pizzi, estensore  Giobellina) con una sentenza depositata il 9 marzo scorso ha respinto il ricorso con il quale la Regione aveva cercato di capovolgere la precedente decisione del Tribunale in materia di accesso degli stranieri alle case popolari. Il Tribunale aveva anche sollevato la questione di costituzionalità del requisito di cinque anni di residenza o lavoro nella Regione, rispetto al quale la Corte Costituzionale, con sentenza n. 44/2020 aveva dichiarato la incostituzionalità della norma che dunque oggi non è più in vigore.

Nella causa le associazioni che avevano promosso l’azione giudiziaria (assistite dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri) avevano contestato in primo luogo il requisito di 5 anni di residenza nella Regione previsto peraltro anche dalla stessa legge regionale che regola la materia: il giudice aveva pertanto dovuto investire della questione la Corte Costituzionale che con sentenza n. 44 del marzo scorso aveva dichiarato incostituzionale il requisito.

La causa era quindi ripresa davanti al Tribunale che aveva esaminato anche l’altra questione dei documenti aggiuntivi richiesti agli stranieri (cioè la medesima questione che già aveva visto la condanna del Comune  di Sesto San Giovanni). Anche questa previsione è stata ritenuta illegittima e discriminatoria dal Tribunale, perché la documentazione da presentare per dimostrare l’assenza di proprietà all’estero (basata sull’Isee) deve essere la medesima sia per italiani che per gli stranieri, restando poi l’obbligo di verifica in capo alla autorità fiscali.

Siamo di fronte (come già avvenuto nel caso di Lodi) ad una clamorosa ingiustizia che aveva visto escludere dalle graduatorie di tutta la Lombardia numerosi cittadini stranieri in condizioni di bisogno ai quali veniva richiesto di produrre documenti spesso impossibili da reperire. Tutti i Comuni lombardi devono modificare i bandi tenendo conto della decisione del Tribunale di Milano e della modifica del Regolamento Regionale.

Il Tribunale aveva poi anche ordinato di modificare il Regolamento regionale, ammettendo alle graduatorie i cittadini extra Ue sulla base della medesima documentazione richiesta ai cittadini italiani (cioè l’Isee)  senza richiedere ulteriori documenti, spesso impossibili da reperire, che dimostrassero l’assenza di proprietà nel Paese di origine. Infine, per quanto riguarda i titolari di protezione (non solo i rifugiati, ma anche i titolari di protezione speciale) il Tribunale aveva ordinato di cancellare la disposizione che imponeva come requisito l’assenza di una casa nel paese di origine; ciò sulla base della considerazione che il rifugiato, se anche fosse titolare di una casa, non potrebbe certo utilizzarla rientrando in Patria.

La Regione aveva adottato su questi punti  delibere provvisorie in attesa della decisione dell’appello preannunciando di voler ricercare “altre soluzioni non discriminatorie” diverse da quelle indicate dal giudice.

Ora è arrivata la sentenza di appello che respinge tutte le tesi della Regione e conferma la decisione di primo grado.

A questo punto la Regione dovrà abbandonare ogni soluzione provvisoria e mettere mano al Regolamento, modificando definitivamente le norme secondo le indicazioni del Giudice.

Buon martedì.

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È il giorno della memoria per le vittime delle mafie. Ma ricordare non basta

Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in Italia viene celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Oggi è il 21 marzo. Una giornata nata dalle lacrime di Carmela Montinaro, madre di Antonio Montinaro, uomo di scorta di Giovanni Falcone che perse la vita nell’attentato di Capaci. Durante una commemorazione tenuta dal fondatore di Libera la madre di Antonino Montinaro sentì ricordare il figlio da don Ciotti e si strinse la suo braccio per lenire il dolore del figlio dimenticato. La giornata nasce lì, per ricordare le vittime di mafia in Italia, spesso all’ombra delle vittime più “famose”.

Ogni anno, il 21 marzo, in Italia viene celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Oggi alle 8.30, con ritrovo a Milano dei partecipanti nella zona Bastioni/Porta Venezia la manifestazione si concluderà in piazza Duomo a Milano, con la lettura dei nomi delle vittime delle mafie dal palco. Lo slogan di questa Giornata, scrive Libera, “vuole portarci a riflettere su ciò che ciascuno di noi può fare per l’affermazione dei diritti e della giustizia sociale. La parola “possibile” deriva da “potere” e indica ciò che si può realizzare, ciò che può accadere. In un momento storico in cui le difficoltà sono numerose, con la crisi ambientale, sociale ed economica aggravata dalla pandemia e la vulnerabilità politica internazionale provocata dalla guerra, abbiamo il dovere di indicarci insieme la strada, di dirci dove può e deve portarci il nostro impegno comune.

Oggi ci troviamo su un sentiero oscuro, dove talvolta non ci sono neanche le stelle a farci da guida. Ma se diventiamo tutti consapevoli di questo sentiero e del perché sia divenuto oscuro, possiamo attraversarlo e superarlo, per raggiungere l’alba del cambiamento necessario”. Secondo Libera questo è un tempo di “attraversamento” difficile, in cui ci pare che le vecchie “mappe” non servano più a ritrovare la strada. È un tempo complesso che ci chiede di metterci in gioco anche componendo nuovi orizzonti, ponendo in dialogo competenze diverse e saperi transdisciplinari, per generare un pensiero meticcio.

Sappiamo – dice Libera – che “è possibile” superare questa fase se a metterci in gioco siamo tutti, insieme: solo con il noi si può arrivare ad affermare la pace, la giustizia, la verità, i diritti, l’accoglienza e la libertà. Però dovremmo avere il coraggio di riconoscere – senza che si offenda qualcuno – che l’argomento mafia si è annacquato e che la memoria no, non basta.

Non basta perché in questo Paese mentre si ricordano Falcone e Borsellino si fa finta di non sapere che in Italia si stanno celebrando processi fondamentali per rileggere la storia del Paese in questi ultimi 30 anni. Si finge di non sapere che alcuni processi si ostinino a raccontare l’attività di servizi deviati dello Stato in combutta con Cosa nostra nell’epoca stragista (uno dei testimoni fondamentali come Armando Palmeri è morto qualche giorno fa per quello che sembrerebbe un tempestivo infarto), si finge di non accorgersi del processo Rinascita Scott in cui sono coinvolti colletti bianchissimi della Calabria già borghese, con Nicola Gratteri isolato e delegittimato come furono Falcone e Borsellino. Facciamo finta di non sapere che la memoria andrebbe praticata come un muscolo – tenuto lungo, allenato – per onorare i morti custodendo i vivi.

Perché l’antimafia in questo Paese è diventata una cerimonia celebrata spesso da sacerdoti poco credibili (nonostante i cognomi) che interessa a sempre meno gente. Anche su questo bisognerebbe avere il coraggio di riflettere. C’è un mondo sommerso che non ha smesso di lottare, senza avere il tempo di commemorare. Che forse è stato lasciato solo.

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Il magico tempismo della morte del pentito Palmeri

Armando Palmeri era un collaboratore di giustizia (volgarmente lo direbbero “pentito”) che da qualche tempo era uscito dal programma di protezione ma viveva nascosto in una casa in contrada Bosco alla Falconeria, tra Alcamo e Partinico, in provincia di Palermo. Ad Alcamo Palmeri, che aveva 62 anni, era stato il braccio destro dello storico boss Vincenzo Milazzo.

Tra la miriade di dichiarazioni che ha lasciato agli atti ci sono informazioni sull’influenza dei servizi segreti sulle stragi a partire dal 1992. Raccontò che il boss Milazzo dopo le sue partecipazioni alle riunioni per organizzare la strategia stagista che ha messo in ginocchio l’Italia commentava dicendo “sostanzialmente che questi erano matti, che erano loro la vera mafia. Mi disse che volevano che ci adoperassimo per la destabilizzazione dello Stato. Io credo che quella era una cosa molto riservata. Ricordo che Milazzo tremava. C’era un periodo di tensione molto forte. Lui mise in atto la ‘strategia del Ni’. Da un lato si mostrava restio e contrario, dall’altro aveva comunque paura di poter essere eliminato se avesse detto no. Quindi preferì un’azione mista”.

Il “ni” di Milazzo gli costò la vita (nel commando che lo uccise c’era anche Matteo Messina Denaro) il 14 luglio 1992, 5 giorni prima dell’omicidio di Paolo Borsellino. Il 15 luglio Cosa nostra uccise anche la compagna di Milazzo, la ventenne Antonella Bonomo, incinta, per la sua sgradita abitudine di “parlare troppo” e per una sua parentela – riscontrata dalla Procura di Caltanissetta – con un uomo del Sisde.

Palmeri raccontò particolari anche su Antonino Gioè, un uomo di mafia molto vicino a ambienti politici di destra che fu probabilmente suicidato nel 1993 nella sua cella del carcere di Rebibbia, impiccato con i lacci delle sue scarpe. Palmeri raccontò di Gioè ospite della trasmissione Report: “A volte lo accompagnai ad incontri particolari con uomini delle istituzioni – ha detto Palmeri intervistato da Paolo Mondani – Se parlammo di Capaci? Mi disse ufficiosamente che a ‘Giovannieddu (Brusca, ndr) ci paria che era iddu a farlo esplodere’. Mi diceva che il dispositivo per lanciare l’impulso era un giocattolo e che era in sinergia con altra gente. Cosa mi sta dicendo? Era un’operazione militare perfetta”.

Oggi avrebbe dovuto testimoniare in un confronto con Baldassare Lauria, un ex medico che Palmeri indicava – accuse tutte da dimostrare – come cerniera tra i servizi segreti e Cosa nostra all’epoca delle bombe del 1992. L’ex pentito aveva paura, si sentiva in pericolo e per questo aveva chiesto al pm Pasquale Pacifico di poter intervenire in videoconferenza. Permesso non accordato. Baldassare Lauria, l’uomo accusato da Palmeri, è un 87enne che fu medico molto stimato nel trapanese nonché senatore di Forza Italia nel 1996 poi passato all’Udeur di Clemente Mastella: risulta indagato a Caltanissetta per frode in processo penale aggravato dall’aver favorito Cosa nostra e dall’aver commesso il fatto in un procedimento per strage.

Armando Palmeri però è morto. L’hanno trovato nella sua abitazione. Forse un infarto, dicono. Ora si indaga. Tra le altre cose, aveva raccontato che nella primavera del ’92, ad Alcamo, si tennero tre incontri tra uomini dei Servizi segreti e il suo capomafia. Oggetto dell’incontro: le stragi da consumare in Italia nel 1993. “Volevano mettere in atto una strategia di destabilizzazione dello Stato con bombe e attentati”, ha detto davanti alla corte d’Assise di Reggio Calabria il 14 giugno del 2018. Una morte accidentale con un tempismo perfetto.

Buon lunedì.

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Le minacce a Crosetto e la Wagner dietro ai migranti erano bufale

Com’era prevedibile ora non se ne parla più. E pensare che un quotidiano ha avuto il coraggio di tenere la notizia per due giorni in prima pagina e qualcuno dei politici “competenti” si è stracciato le viti per esprimere “vicinanza” e per spargere “solidarietà” ai piedi del ministro all Difesa Guido Crosetto. Nel frattempo il ministro – questo gli va riconosciuto – continuava a minimizzare la bufala della Wagner che avrebbe incaricato il suo gruppo albanese ed estone (meno di 10 persone) per assassinare Crosetto.

Usare una tragedia umanitaria per aggiustare le piccole questioni personali è uno dei gesti più esecrabili che si possano immaginare

È passato qualche giorno e sappiamo che non esiste nessun informativa all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna e all’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Crosetto aveva detto di non sentirsi “minacciato, e sono certo che non ci siano taglie o altro su di me. Se ci fossero stati rischi o minacce di tale gravità, ne sarei stato certamente informato, e non è mai accaduto”. Quelli intanto continuavano furiosi a scrivere editoriali e comunicati stampa sua una bugia. Complimenti competenti!

La Wagner responsabile dell’incremento degli sbarchi in Italia La traiettoria dell’ipocrisia e della propaganda (in questo caso assolutoria per nascondere la strage di Steccato di Cutro) è molto simile. Decine di esperti hanno confermato che fosse una panzana. Del resto molte delle onde migratorie partono da territorio in cui la Wagner non ha nessun tipo di influenza. Anche in questo caso né Aise né Aisi hanno rapporti che evidenzino alcunché. Il povero ministro Tajani ha lottato per giorni sui canali televisivi senza uno straccio di carta, nulla. Tant’è che fonti vicine al governo confermano che il ministro agli Esteri si sia lamentato direttamente con Giorgia Meloni.

Un risultato comunque l’hanno raggiunto, anche se con metodi infimi. Per giorni l’attenzione è stata spostata su argomenti inesistenti mentre un bel pezzo di Paese aspettava risposte per la sequela di errori e di ingiustificabili dichiarazioni da parte del governo. La distrazione, tra l’altro, è stata prodotta sulla pelle degli ucraini, miscelando la bile prodotta dalla guerra per proteggere il governo. Usare una tragedia umanitaria (com’è anche la guerra in Ucraina) per aggiustare le piccole questioni personali è uno dei gesti più esecrabili che si possano immaginare.

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Matteo Messina Denaro aveva l’amante: non c’è più la mafia di una volta pure nelle corna

Matteo Messina Denaro e l’amante: lo definiscono “galante” per timore reverenziale verso quello che comunque è l’ultimo padrino di Cosa Nostra ma dalle carte delle indagini della Procura di Palermo sorge il dubbio che Matteo Messina Denaro non abbia rispettato in tutto e per tutto il decalogo del buon mafioso che nel secondo comandamento recita “non si guardano mogli di amici nostri”.

Matteo Messina Denaro e l’amante: tradimenti e gelosia

Tra i documenti e le conversazioni ritrovate dopo il suo arresto spunta la coppia Emanuele Bonafede e Lorena Lanceri vicinissima al boss, tanto da ospitarlo abitualmente a pranzo e a cena nella loro abitazione di Campobello di Mazara. Bonafede (della stessa famiglia che ha prestato l’identità falsa al boss) si era presentato con la moglie ai carabinieri poco dopo l’arresto dicendo di conoscerlo con un falso nome (“Francesco Salsi“) e di avere fatto amicizia ignorando la sua vera identità. Tutto falso. La moglie Lorena (chiamata “Diletta” nei
pizzino) si occupava di smistare la posta del boss. E non solo: è sua la lettera innamorata ritrovata a casa della sorella di Messina Denaro in cui Lanceri diceva a Messina Denaro che “qualsiasi donna nell’averti accanto si senta speciale” definendolo “un regalo in grande stile”. Solo riverenza Non si direbbe vista la gelosia di un’altra Bonafede, Laura, anche lei sposata, che confessa la propria gelosia per l’auto parcheggiata vicino a casa di Lorena Lanceri (“non sapere se eravate soli, se ti saresti fermato ancora a lungo, se … se … se … potrei
dire mille se”). Insomma, anche in fatto di corna la mafia non è più come una volta.

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Ponte sullo Stretto, la propaganda da Istituto Luce di Salvini

L’aspetto più incredibile è che venga preso sul serio. È vero che la stampa ha l’obbligo (e la missione) di seguire la politica e quindi un decreto uscito dal Consiglio dei ministri bisogna pur fingere di prenderlo sul serio, ma che il Ponte sullo Stretto di Messina «salvo intese» possa diventare un «annuncio storico» sulle pagine dei giornali è roba da Istituto Luce.

Il decreto per un’urgenza che è urgente dal 1971

Matteo Salvini, il ministro alle Infrastrutture, festeggia con un video. C’era da aspettarselo: Salvini da sempre crede che la politica si declini annunciando una decisione convinto che tutto il resto (effetti, funzionamento, conseguenza) siano solo fastidiosi effetti collaterali che guastano la sua propaganda. Qualcuno (troppo pochi) fa notare che l’utilizzo del decreto sia ingiustificato per un’urgenza che è urgente dal 1971 e sottolinea quel «salvo intese» che qualcuno (le malelingue dicono sia Giorgia Meloni in persona) ha voluto aggiungere come bromuro.

LEGGI ANCHE: Salvini se la prende con una fiction per il crollo del Ponte sullo Stretto

Nel 2013 la società è stata messa in liquidazione

Il tema del Ponte sullo Stretto (qui lo mettiamo maiuscolo solo per onorarne la memoria) poggia sulle friabili fondamenta di un’idea che ha circa un secolo e un progetto che supera i 50 anni. La legge 1158 del 1971 (Salvini nascerà due anni dopo) prevedeva la costituzione di una società che avrebbe dovuto progettare e costruire e gestire il ponte. Nel 2013 l’hanno messa in liquidazione. Ma poiché in questa stiracchiata rincorsa all’annuncio anche le liquidazioni risultano lunghissime, la Stretto di Messina Spa sta ancora là, pronta a riaprire di corsa gli scatoloni.

L’ultima stima dei costi è salita a 7 miliardi di euro

Si riparte dal progetto del Cipe del 2003 (stima dei costi nel 2006: quasi 4 miliardi di euro) aggiornato dal governo Berlusconi nel 2008. Nel 2009 i costi sono di 6,3 miliardi e nel 2011 il progetto definitivo viene approvato da un altro governo Berlusconi. Arriva Mario Monti e decide che non se ne fa nulla. Intanto 300 milioni di euro si sono spesi per gli annunci e per i contenziosi. Una campagna elettorale semi-permanente costosissima. L’ultima stima dei costi è salita a 7 miliardi di euro (appare sul sito di Webuild di Pietro Salini) ma sono in molti a pensare che il preventivo finale sarà più sostanzioso.

Ponte sullo Stretto di Messina, storia e problemi. di un progetto destinato per sempre a rimanere una chimera.
Rendering ponte sullo Stretto di Messina.

Secondo il ministro non esiste alcun rischio sismico…

Il ministro Salvini, sempre prodigo di promesse e rassicurazione, dice alla stampa che non esiste nessun rischio sismico e che coinvolgerà «le migliori università». A proposito di università e di rischio sismico, nell’ambito del progetto “Analisi multidisciplinare della deformazione intorno a strutture tettoniche attive” dell’Università di Catania, uno studio italo-tedesco scrive che «le esplorazioni geofisiche sottomarine con una risoluzione senza precedenti forniscono nuovi vincoli sull’architettura strutturale e la sismotettonica dello Stretto di Messina, la regione sismicamente più pericolosa d’Italia». Niente di nuovo rispetto ai pareri di rinomati studiosi in tutti questi anni. Ma approfondire, si sa, è spesso nemico del poter annunciare. L’economista Marco Ponti sul quotidiano Domani ad agosto del 2022 scriveva di come l’opera avrebbe più costi che benefici.

La mancanza di vergogna di chi ancora esulta o ci crede

Ma quindi che festeggia Salvini? Il decreto assegna al ministero dell’Economia e delle Finanze il ruolo di azionista di maggioranza della società Stretto di Messina SPA, con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a cui sono attribuite funzioni di controllo, di vigilanza tecnica e operativa. Il testo del decreto inutile cercarlo, da Palazzo Chigi fanno sapere che «sono necessari approfondimenti tecnici». Approfondimenti necessari, badate bene, solo per scrivere il decreto. Sempre a proposito di fattibilità reale e di esultanza sconsiderata. Qualcuno ha notato anche come non ci sia stata nessuna conferenza stampa. Nonostante questo governo (come tutti i governi) ami parlarsi addosso a cospetto dei giornalisti, la «giornata storica» è rimasta striminzita in un comunicato stampa ed è esondata solo nei festaioli profili social del ministro Salvini. Accanto a lui, dai suoi colleghi di governo, nemmeno un refolo di vento. Ma quest’ultimo balletto intorno al fantasma del Ponte sullo Stretto (che per l’ennesima volta riapre solo gli uffici del vecchio carrozzone statale che gli sta intorno) non ha nulla di nuovo. La vera novità è la mancanza di vergogna di chi, un secolo dopo, lo usa ancora come propaganda e di chi, un secolo dopo, ha lo stomaco per aprirci il proprio giornale.

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Putin criminale di guerra. Ecco su cosa si basa il mandato d’arresto della Cpi

Mandato d’arresto per crimini di guerra. Il presidente russo Vladimir Putin è il destinatario della richiesta della Corte penale internazionale dell’Aja insieme a Maria Lvova-Belova, commissaria di Mosca per i diritti dei bambini. Putin sarebbe responsabile “di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle zone occupate dell’Ucraina alla Russia”.

La Corte penale internazionale accusa Vladimir Putin di aver deportato deportato illegalmente bambini dall’Ucraina

Il procuratore della Cpi Karim Khan aveva aperto un’indagine su possibili crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio in Ucraina, circa un anno fa. Negli ultimi 12 mesi ha effettuato tre viaggi in Ucraina e ha visitato siti di presunti crimini di guerra. “I giudici hanno esaminato i documenti e le prove raccolte dal procuratore e hanno stabilito che c’erano accuse credibili contro queste due persone.

Secondo il governo di Kiev sarebbero 16mila i bambini “deportati” dall’est del Paese

La Cpi sta facendo la sua parte di lavoro, i giudici hanno emesso i mandati d’arresto. La loro esecuzione dipende dalla collaborazione internazionale” ha dichiarato in un video il presidente della Cpi, giudice polacco Piotr Hofmanski annunciando la decisione odierna della II Camera preliminare. Secondo il governo di Kiev sarebbero 16mila i bambini “deportati” dall’est del Paese, prelevati in particolare dagli orfanotrofi ucraini.

Un rapporto di Yale School of Public Health parlava di almeno 6mila bambini confinati nei campi di rieducazione in Russia. Nonostante ufficialmente fossero le famiglie ucraine a dare il proprio consenso nel report si leggeva che la decisione spesso veniva presa per effetto delle minacce russe. Molti dei bambini non sono mai tornati nelle famiglie di origine. “I minori sono esposti a rieducazione culturale, patriottica e militare”, si leggeva nel report.

Lvova-Belova aveva affermato che 350 bambini erano stati adottati da famiglie russe e che più di 1.000 erano in attesa di adozione

Lvova-Belova aveva affermato che 350 bambini erano stati adottati da famiglie russe e che più di 1.000 erano in attesa di adozione. Nel maggio dell’anno scorso Putin aveva firmato un contestato decreto per snellire le procedure di adozione e per fare ottenere velocemente la cittadinanza russa ai minori, attirandosi le contestazioni di molte associazioni internazionali.

Un report di Human Rights Watch ha denunciato che la guerra in Ucraina ha avuto conseguenze devastanti per i bambini

Pochi giorni fa Human Rights Watch aveva pubblicato un rapporto di 55 pagine denunciando che “la guerra in Ucraina ha avuto conseguenze traumatiche e devastanti per i bambini ospitati negli istituti di accoglienza, inclusi quelli trasferiti in modo coatto in Russia e separati dalle loro famiglie“. Erano più di 100mila i minori negli orfanotrofi ucraini. Quasi la metà di loro con disabilità.

“I bambini ucraini che sono ospitati in istituti dell’era sovietica ora affrontano rischi estremi a causa della guerra” aveva affermato Bill Van Esveld, direttore per i diritti dei bambini di Human Rights Watch. “È necessario uno sforzo internazionale concertato per identificare e restituire i bambini che sono stati deportati in Russia, e l’Ucraina e i suoi alleati dovrebbero garantire che tutti i bambini che sono stati o rimangono negli istituti siano identificati e venga fornito loro sostegno per vivere con le loro famiglie e nelle comunità”.

L’altro ieri il Rapporto della Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta sull’Ucraina pubblicato da UN Human Rights Council ha documentato uccisioni volontarie, reclusioni illegali, tortura, stupri e trasferimenti illegali di detenuti nelle aree passate sotto il controllo delle autorità russe.

Medvedev: “Inutile spiegare come useremo questo documento”

“Non c’è bisogno di spiegare dove dovrebbe essere usato il documento dell’Aja” ha scritto su Twitter il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev. Di sicuro il mandato d’arresto limita i movimenti di Putin e apre nuovi scenari.

Leggi anche: Mandato d’arresto Putin, Kiev dall’inizio dell’invasione russa ha registrato e denunciato più di 16mila casi di deportazione forzata di bambini

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La Meloni mena duro sui poveri. Al comizio offerto dalla Cgil

Il “centralismo democratico” della Cgil funziona. Il segretario del sindacato, Maurizio Landini, aveva raccomandato una contestazione “composta” alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per rispettare la scelta di invitarla al congresso nazionale e i 24 delegati in disaccordo con la scelta del loro segretario hanno abbandonato la sala intonando “Bella ciao”. Lei, Giorgia Meloni, questa volta si è presentata preparata (sarà forse la mano del suo nuovo consigliere Mario Sechi) e risponde ai fischi elargendo il solito vittimismo travestito da simpatia: “Mi sento fischiata da quando ho 16 anni”, ha detto. “Potrei dire che sono Cavaliere al merito su questo”.

Contestazioni soft per l’intervento della Meloni al Congresso della Cgil di Rimini. Il premier si è preso la scena senza alcun contraddittorio

In sala si notano i peluche colorati che silenziosamente rimandano alla strage di Cutro. Sui cartelli dei contestatori all’esterno dice alla platea: “Ringrazio anche chi mi contesta, in alcuni casi con slogan efficaci: ‘pensati sgradita’. Anche se non sapevo che Chiara Ferragni fosse una metalmeccanica”. La sfida al sindacato è tutta su salario minimo e reddito di cittadinanza, gli stessi punti su cui si erano confrontati i leader dell’opposizione il giorno precedente.

“Vogliamo retribuzioni adeguate – ha spiegato Meloni – ma voglio ribadire che per raggiungere questo obiettivo il salario minimo legale non è la strada più efficace perché la fissazione per legge di questo non sarà una tutela aggiuntiva, rispetto a quella della contrattazione collettiva, ma potrebbe diventare sostitutiva, facendo un favore alle grandi concentrazioni economiche. La soluzione, a mio avviso, invece è stendere contratti collettivi a vari settori e intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro”.

Dal no al Salario minimo all’abolizione del Reddito di cittadinanza, la Meloni ha intortato il sindacato con i soliti slogan da talk show

Per la premier il reddito di cittadinanza “ha fallito gli obiettivi per cui era nato perché a monte c’è un errore: mettere nello stesso calderone chi poteva lavorare e chi non poteva lavorare, mettendo insieme politiche sociali e politiche attive del lavoro”. Noi, ha detto Meloni, “vogliamo tutelare chi non è in grado di lavorare, chi ha perso il lavoro, gli invalidi ecc. ma per chi può lavorare la soluzione è creare posti di lavoro, inserire queste persone in corsi di formazione anche retribuiti”.

Perché, ha sottolineato, “la povertà non si abolisce per decreto”. Poi un passaggio sui salari che “sono bloccati da 30 anni dato scioccante perché l’Italia ha salari più bassi di prima del ‘90 quando non c’erano ancora i telefonini. In Germania e Francia sono saliti anche del 30%. Significa che le soluzioni individuate sinora non sono andate bene e che bisogna immaginare una strada nuova che è quella di puntare tutto sulla crescita economica”. E ancora: “Nella sua relazione Landini ci chiede ‘cosa vi hanno fatto i poveri?’. Non ci hanno fatto niente…

È per questo che non vogliamo mantenerli in una condizione di povertà come ha fatto il reddito di cittadinanza. L’unico modo per uscire da quella condizione è il lavoro”. Cosa debbano fare i poveri mentre il lavoro non c’è Meloni si è scordata di raccontarlo. Meloni accenna poi alla crisi di natalità in Italia (tema storicamente caro alla destra) parlando di “glaciazione demografica” e furbescamente condanna l’assalto “degli esponenti di estrema destra alla Cgil” pareggiandolo con le azioni “dei movimenti anarchici che si rifanno alle Br”.

Parte un timido applauso che si spegne immediatamente con lo strumentale paragone successivo. L’unico ad applaudirla sui social, manco a dirlo, è Carlo Calenda. E qualcuno della Cgil mugugna che “a Meloni è stato offerto un palco, un comizio di mezz’ora contro le misure di sostegno ai poveri leccando le “aziende che creano ricchezza”.

Leggi anche: No al salario minimo, la Meloni sul palco della Cgil tira dritto: per il premier chi lavora e non ce la fa a campare può pure rimanere così

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Al Congresso della Cgil si rivede l’intesa giallorossa

Al congresso della Cgil si ritrovano i partiti di opposizione. Prove tecniche di avvicinamento tra il Partito democratico di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Sinistra Italiana con Nicola Fratoianni. Calenda invece è il solito Calenda.

Prove tecniche di avvicinamento tra il Pd, M5S e Sinistra Italiana. I partiti di opposizione si ritrovano al congresso della Cgil

Al tavolo coordinato dalla giornalista Lucia Annunziata si prova a trovare una sintesi sui temi. Il primo punto è il salario minimo, che già la segretaria del Pd Schlein aveva scelto come tema per affrontare in Aula la presidente Giorgia Meloni e che ieri è stato caldeggiato anche dal segretario della Cgil Maurizio Landini.

“Dal nostro punto di vista – ha detto il leader del sindacato – in un momento in cui sta cambiando tutto, con una crisi di rappresentanza tra i cittadini e la politica, la domanda di fondo è: vogliamo tornare a dare voce e rappresentanza al mondo del lavoro e quali riforme strutturali si vogliono fare per andare in questa direzione?”.

“I salari sono poveri, c’è un livello di precarietà senza precedenti, un sistema fiscale che non regge. Sull’insieme di queste cose l’opposizione cosa vuol fare, è in grado di misurarsi in questa direzione e quale rapporto vuole avere con le organizzazioni sindacali?”, chiede provocatoriamente Landini. Risponde affermativamente Conte ribadendo che “occorre una soglia di salario minimo legale, 21 paesi in Europa hanno dimostrato che una soglia non toglie nulla alla forza della contrattazione collettiva” e chiedendo un “welfare aziendale più ricco” e iniziative per “contrastare la precarietà e per ridurre il tempo di lavoro”.

Il discorso sembra piacere a Schlein che propone come esempio Yolanda Diaz in Spagna “facendo una lunga discussione per limitare i contratti a termine, perché il 62% dei lavoratori più giovani conosce solo questi contratti. La Spagna dimostra che è una discussione che si può fare con le organizzazioni datoriali e sindacali e trovare una via che possa spezzare la precarietà” e dicendosi aperta a modificare la propria proposta pur di trovare un accordo con i 5 Stelle.

Conte, che ha incontrato la Diaz vicepresidente e Ministro del Lavoro del Governo spagnolo, la madre della riforma del lavoro contro il precariato, si dice “molto interessato”. A vederli e sentirli il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle sembrano essere tornati a parlarsi e ascoltarsi. Tant’è che Fratoianni, di Alleanza Verdi Sinistra, prova a suggellare il momento: “Dobbiamo fare un grande patto qui davanti – ha detto Fratoianni – di fronte al Paese e non solo davanti ai sindacati. Oggi finalmente guadagniamo una grande convergenza: salario minimo, sanità, scuola, e io aggiungo lotta alla delega fiscale, riduzione dell’orario del lavoro, redistribuzione. Una patrimoniale sulle enormi ricchezze non è una cosa da estremisti. È estremista il lavoro povero. Dobbiamo essere in grado di dire che quello che costruiremo insieme da domani in Parlamento e nel Paese, lo diciamo oggi, ma ce ne ricorderemo anche quando torneremo al governo”.

Lucia Annunziata prova a dare un nome. “Coordinamento anti-Papeete“, dice, senza provocare grandi entusiasmi. Perché è vero che Fratoianni, Conte e Schlein ieri hanno assunto l’impegno di organizzare finalmente contro questa destra ma nessuno ha voglia per ora di fissare alleanze in una foto.Anche perché tra gli invitati spicca il solito Calenda che apre il suo intervento chiarendo: “Potrei governare con le persone che sono qui? No, perché non condivido con loro la politica estera: per me l’Ucraina va sostenuta e la Russia sconfitta militarmente”.

La distanza non è solo sull’Ucraina. Calenda elogia il Jobs Act, che a quella tavola rotonda non piace a nessuno, e ci tiene a ribadire il suo no a una patrimoniale. Il suo intervento raccoglie qualche timido applauso – pochi – e Conte lo stuzzica: “A me non preoccupa che Carlo prenda voti alla destra, mi preoccupa quando insieme al suo amico Renzi vota con la destra”.

Calenda rimedia fischi

La sala esplode in un applauso e il leader del cosiddetto Terzo polo si esibisce nell’arte che gli riesce meglio: offendere i suoi potenziali elettori. “No, no, scusate a me va bene tutto, – sbotta Calenda – voi potete applaudire. Però uno di voi mi dice quando ho votato con la destra Sulla guerra Eh ma allora ho votato anche col Pd. E allora, invece di fare i pecoroni, ragionate prima di applaudire. Noi con la destra non abbiamo mai votato”. Si prende, ovviamente, altri fischi.

Uno schema di opposizione chiaro si delinea, ne fanno parte quelli seduti a quel tavolo e Calenda se n’è chiamato fuori. Sulle eventuali alleanze di governo Conte è cauto: “Sono discorsi astratti governerebbe con questo o quello, partiamo da questi 4 grandi patti” su lavoro sanità scuola e disuguaglianze e “cerchiamo di costruire contenuti che ci possano dare un orizzonte di marcia comune e poi di lì si vedrà se c’è un perimetro”. “Ho amato questo confronto, diamoci un appuntamento, chiudiamoci in una stanza per trovare qualcosa da fare insieme e per essere più efficaci come opposizione”, dice Schlein. “Siamo già in ritardo”, aggiunge Fratoianni. Forse all’orizzonte si muove qualcosa.

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Migranti, la “denuncia” di Giulio Cavalli. “Prima del mare, i migranti li abbiamo inghiottiti noi”

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In un certo senso, il suo è un debutto. Giulio Cavalli arriva a Palermo e con “A casa loro”, monologo sulle migrazioni scritto a quattro mani con il giornalista Nello Scavo, e per la prima volta si esibisce di fronte ad una platea composta in larga parte dai protagonisti dell’opera. In arido gergo burocratico li chiamano “minori non accompagnati”, ma sono i circa duecento ragazzi migranti che negli ultimi due anni hanno seguito il percorso di Harraga2, il progetto del Ciai, in collaborazione con Cledu, Send, Cesie e Comune di Palermo, che con loro ha costruito un percorso di formazione e inserimento nel mondo del lavoro. “È una bella responsabilità – dice Cavalli poche ore prima dello spettacolo in programma stasera al Biondo –  ed anche una sorta di verifica di quello che diciamo e come lo diciamo”. Attore impegnato, drammaturgo, scrittore, giornalista, più volte minacciato dai clan e per questo in passato obbligato ad accettare la scorta, torna al teatro. “In un momento in cui tutti siamo invasi da informazioni sempre più mediate, anche solo dagli strumenti che usiamo, è il ritorno a una presenza fisica che permette a chi ascolta che può verificare anche l’onestà intellettuale di chi è sul palco”. E quello delle migrazioni è tema caro, “profondamente umano oltre che tecnico, ancor prima che politico”.

Questo spettacolo ha uno scopo, un obiettivo?

“Riportare la discussione nell’alveo dell’emergenza umanitaria e non della gestione di flussi, parlare di persone. E in questo senso il teatro può essere il mezzo più adeguato”.

“A casa loro” non è stato scritto di recente, ma rimane di straordinaria attualità

“La prima versione è stata scritta quando c’era ancora Gino Strada. Di recente, Nello Scavo e io lo abbiamo rimaneggiato e aggiornato, ma la storia rimane la stessa. È cambiata la narrazione che viene costruita sopra, ma si continua a morire e anche gli appelli, che arrivino da Papa o dall’Onu, rimangono in un circuito endogamico, per cui li legge e li ascolta chi è interessato al tema. I morti li cominciamo a notare solo quando sporcano il tappeto dei salotti, allora andiamo nei salotti”

La strage di Cutro pensi abbia modificato la percezione in Italia?

“In parte sì. Dal mio angolo di osservazione vedo persone xenofobe che sono in difficoltà. Per la prima volta mi capita di vedere persone che sentono la necessità di scrollarsi di dosso una tragedia, quindi vuol dire che la tragedia è particolarmente appuntita. Certo, dover fare dei progressi sociali sulla pelle della gente è di un cinismo devastante”

Un italiano che va all’estero è “un cervello in fuga”, chi viene qui spesso un invasore. Perché?

“Primo, perché gli italiani hanno la fortuna di arrivare in Paesi più civili. In generale, c’è chi non capisce che queste persone non possono salire su un aereo perché non hanno un passaporto che glielo permetta”.

Come si è arrivati a questo?

“Prima di essere inghiottiti dal mare, i migranti li abbiamo inghiottiti noi. Oggettivizzandoli, anzi numerizzandoli, nel senso che per noi le migrazioni sono sempre state numeri. Flussi, numeri, grafici, abbiamo tolto le facce, i nomi. Ed è successo anche  con l’aiuto di utili idioti nel mondo del giornalismo che hanno trattato questo tema come se fosse una questione di statistiche e non di persone”.

Proviamo a fare un esempio

“Basta pensare alla differenza nell’accoglienza tra gli ucraini e quelli che vengono identificati come “i negri”. Per sentirci assolti nel respingerli, dobbiamo convincerci che siano altro da noi. E quelli hanno un particolare che li renda altro da noi”.

La politica che ruolo ha avuto in questo?

“Ieri, dopo il naufragio davanti alla Libia di persone che per giorni avevano chiesto aiuto, la destra e anche pezzi del centrosinistra si sono interrogati per tutto il giorno sui metri in cui sono morte delle persone, per decidere se sia responsabilità nostra. Se ci pensi questo è espressione pura del federalismo, che poi è diventato sovranismo. E questo è il grande danno del nostro Paese, culturale e sociale: averci convinto di avere il diritto di occuparci delle cose più vicine a noi. La  frase “io penso prima ai miei figli, ai miei amici, ai miei parenti” è totalmente sdoganata. Ed è incostituzionale”.

In nome della sicurezza, sono stati approvati decreti in materia di migrazioni, mentre i magistrati lanciano l’allarme sullo smantellamento della normativa antimafia. È un paradosso?

“Quando un sistema criminale diventa sistema di potere scompare dal radar delle emergenze. E in questo Cosa Nostra, ndrangheta, camorra ci sono riuscite benissimo. Nel momento in cui loro non sono più riconosciuti come emergenza, è inevitabile che ritorni l’impunità sotto le mentite spoglie del garantismo”.

E ai migranti identificati come minaccia come si arriva?

“È la percezioni criminale avvantaggiata dall’aspetto tattile. Siccome di mafiosi non hai più la sensazione di incontrarne uno per strada, anche se magari lo hai votato, e invece i migranti li incroci per strada, è rassicurante soprattutto per quelle persone che non hanno voglia di studiare, di informarsi avere la sensazione di poter riconoscere il pericolo. La riconoscibilità del pericolo fa sentire in grado di proteggersi, tant’è che molti votano non persone in grado di affrontare gli eventuali pericoli, ma coloro che ne danno un’identificazione semplice”.