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“E voi del governo, conoscete i rischi legati alle traversate?”

«Conoscete i rischi delle traversate?». È questa la domanda che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha posto ai familiari e ai superstiti della strage di Cutro. L’innegabile capacità del suo governo di trattare sempre come estranei le persone che provengono da altri Paesi e la capacità di rivittimizzare le vittime è una ferocia inaudita a cui non possiamo essere indifferenti.

Avrebbe potuto chiedere della loro disperazione che li spinge a rischiare la vita in mare, avrebbe potuto informarsi sull’indicibile violenza che accompagna le loro traversate, avrebbe potuto partecipare silenziosamente al loro dolore e invece li ha caricati su un aereo, li ha impacchettati nel suo ufficio a Roma, ha sbrigato questa fastidiosa pratica di fingersi compassionevole e infine ha delegittimato il loro diritto di cercare salvezza.

Prima il Cdm a Cutro. Ma non per onorare le bare delle vittime o per abbracciare chi ha perso tutto o chi ha visto morire i propri figli in mare, affogati, tra le onde. No, a Cutro per blindare un paesino, chiudersi in municipio e fare una conferenza stampa imbarazzante tra un messaggino e l’altro sullo smartphone. E poi, via, con gli aerei di Stato a festeggiare con Salvini al karaoke. Poi a Roma, come in un racconto surreale in cui è tutto al contrario, i familiari delle vittime. Persone che hanno visto morire figli, amici, mogli, mariti davanti ai loro occhi. Persone che sono fuggite dalla violenza talebana. Che hanno visto parenti e familiari uccisi e/o perseguitati. E che avevano un’unica strada: scappare per non morire. E che fa Giorgia Meloni? Che fa di fronte a quel dolore indicibile? Al ricordo di quelle piccole bare bianche dove neonati e bambini hanno perso la vita Chiede alle loro madri, ai loro padri sopravvissuti – sottolinea il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi – “quanto fossero consapevoli dei rischi legati alle traversate del Mediterraneo”. Una barbarie, umana e politica. “E che ci fa vergognare non dell’Italia, ma di questo governo disumano”, ha scritto Marco Furfaro, deputato del Pd, in un post su Facebook.

“Ma davvero Meloni ha chiesto ai superstiti e ai familiari delle vittime della strage di Cutro se erano consapevoli dei rischi legati alle traversate? Davvero è arrivata a fare una domanda del genere a chi scappa da fame, guerre, persecuzioni, siccità e dai lager libici che il governo italiano finanzia Non ci sono parole per commentare, solo tanto imbarazzo e sdegno”. Ha detto il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra.

“Cara Giorgia Meloni, li conoscono bene i rischi i migranti. Ma se decidono di partire lo stesso è perché sono così disperati da essere pronti a tutto pur di fuggire da guerre, povertà, regimi. Bisogna salvare chi rischia la vita in mare e fermare chi lucra sulla disperazione”. Ha scritto su Twitter Mara Carfagna, presidente di Azione.

La vera domanda sarebbe da fare a Giorgia Meloni: “presidente, conosce i rischi legati alle traversate? Risponda in fretta. Così capiamo se siamo di fronte a un’abissale ignoranza o chi abbiamo davanti.

Buon venerdì.

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Cinque mesi di disastri a catena. Ma Piantedosi non molla la poltrona

Ma che altro deve accadere perché il ministro Matteo Piantedosi si faccia da parte? Che altro deve sbagliare a dire, organizzare male, interpretare peggio per meritarsi il buon retiro che in Italia spetta a qualsiasi politico che proviene dalla pubblica amministrazione e si dimostra del tutto incapace di operare su un piano politico?

Dalla Caporetto sui migranti all’assedio di Napoli. Non si capisce che altro deve succedere per spingere Piantedosi a dimettersi

L’ultimo in ordine di tempo è il saccheggio di Napoli a opera di alcuni criminali travestiti da tifosi che tutti si aspettavano e di cui tutti sapevano. Come giustamente domanda la capogruppo al Senato del M5S Barbara Floridia “durante la giornata di ieri che tipo di strategia è stata adottata da parte di chi è preposto alla sicurezza e perché è miseramente fallita regalando all’Italia e al mondo scene da far west che con tutto hanno a che fare fuorché con lo sport?”. Eppure Piantedosi almeno in questo dovrebbe essere nel suo, essendo stato Prefetto. Niente da fare.

Come dice il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Peppe De Cristofaro a Napoli abbiamo assistito a “una vera e propria débâcle che sta tutta sulle spalle del titolare del Viminale”. E pensare che era proprio il suo compagno di governo Salvini a twittare furiosamente chiedendo le dimissioni dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano quando fu Roma a essere messa sotto scacco dai tifosi (quelli erano turchi) nel 2015: “In un Paese normale i responsabili si dimetterebbero!”.

Ma, grazie anche a Salvini, non siamo un Paese normale. Gli errori di Piantedosi sono così tanti e così in poco tempo che fanno spavento. Si parte a novembre con la genialità del decreto contro i rave party con il governo che si è appena insediato. Una priorità, quella dei rave, che il ministro Piantedosi ha sentita urgentissima per il bene della nazione. In un’intervista al Corriere Piantedosi spiegò che l’obiettivo era di “allineare” l’Italia “alla legislazione degli altri Paesi europei”.

Falso: nessuno degli altri quattro grandi Paesi europei (Francia, Regno Unito, Germania e Spagna) prevede pene così dure come quelle introdotte dal governo Meloni. Sempre a novembre il ministro Piantedosi spiegava in un’intervista che “le navi Ong devono portare i migranti nel loro Stato di bandiera”, una panzana giuridica che ha molto credito in certa destra. Altra figura barbina. Falso: in realtà, altre norme sul soccorso marittimo, come la Convenzione di Amburgo del 1979, prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” disponibile, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani sia per prossimità geografica alla località di salvataggio.

Si arriva al febbraio nero per il Prefetto al Viminale. Prima c’è la strage di Cutro con Piantedosi che afferma che “nessuno aveva ravvisato un pericolo”. Però, chissà perché, sono uscite due motovedette della Guardia di Finanza poi rientrato per le impossibili condizioni del mare. Mare impossibile da navigare, altro che “nessun pericolo”. Poi ha accusato i genitori dei migranti di mettere i propri figli su una barca pur di salvargli la vita. “Io non l’avrei fatto con i miei figli” dice Piantedosi.

Gli va bene che i suoi figli sono maggiorenni perché non rischiare la vita pur di sperare in una salvezza sarebbe materia da assistenti sociali. Per mettere una pezza ha detto ai migranti di non partire che sarebbe andato a prenderli. A Salvini tremano ancora le vene e i polsi a ripensarci. Poi ha spedito i camion per spostare le bare delle vittime meritandosi le maledizioni dei familiari. Poi le bugie e le omissioni in Parlamento e quella conferenza stampa imbarazzante. Ieri la débâcle dell’ordine pubblico a Napoli che conferma il sospetto: forte con i deboli, debolissimo con i forti. Che altro deve combinare per dimettersi, Piantedosi?

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La migrazione sanitaria in Italia tra le regioni favorisce il Nord (e il privato)

Il valore della mobilità sanitaria interregionale nel 2020 è pari a 3.330,47 milioni di euro, una percentuale apparentemente contenuta (2,75%) della spesa sanitaria totale (121.191 milioni di euro), ma che assume particolare rilevanza per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto, per l’impatto sull’equilibrio finanziario di alcune Regioni, sia in saldo positivo (es. Emilia- Romagna: +€ 300,1 milioni; Lombardia: +€ 250,9 milioni), sia in saldo negativo (es. Lazio: -€ 202,2 milioni; Campania; -€ 222,9 milioni; oltre alla Calabria); in secondo luogo, perché oltre il 50% dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità vengono erogate da strutture private accreditate, un ulteriore segnale di impoverimento del Ssn; infine, per l’impatto sanitario, sociale ed economico sui residenti nelle Regioni in cui la carente offerta di servizi induce a cercare risposte altrove.

Sono le conclusioni del report dell’Osservatorio Gimbe 2/2023 “La mobilità sanitaria interregionale nel 2020”. I dati sulla mobilità sanitaria riguardano 7 tipologie di prestazioni: ricoveri ordinari e day hospital (differenziati per pubblico e privato), medicina generale, specialistica ambulatoriale (differenziata per pubblico e privato), farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso. «La Fondazione Gimbe ha elaborato un report sulla mobilità sanitaria – precisa il presidente Nino Cartabellotta – utilizzando sia i dati economici aggregati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi, sia i flussi trasmessi dalle Regioni al ministero della Salute con il cosiddetto Modello M, che permettono di analizzare la differente capacità di attrazione del pubblico e del privato di ogni Regione, oltre alla tipologia di prestazioni erogate in mobilità».

«Grazie alla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e Province autonome – spiega Cartabellotta – che, in risposta a una richiesta di accesso civico, ha fornito alla Fondazione Gimbe i dati completi relativi alla mobilità sanitaria inviati dalle Regioni al ministero della Salute, il report si è arricchito di ulteriori analisi rispetto ai precedenti». In particolare, emerge che più della metà del valore della mobilità sanitaria per ricoveri e prestazioni specialistiche è erogata da strutture private, per un valore di € 1.422,2 milioni (52,6%), rispetto ai 1.278,9 milioni (47,4%) delle strutture pubbliche. In particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private hanno incassato € 1.173,1 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.019,8 milioni. Per quanto riguarda le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità, il valore erogato dal privato è di € 249,1 milioni, mentre quello pubblico è di € 259,1 milioni.

«Il volume dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private – spiega Cartabellotta – varia notevolmente tra le Regioni ed è un indicatore della presenza e della capacità attrattiva delle strutture private accreditate». Infatti, accanto a Regioni dove la sanità privata eroga oltre il 60% del valore totale della mobilità attiva – Molise (87,2%), Puglia (71,5%), Lombardia (69,2%) e Lazio (62,6%) – ci sono Regioni dove le strutture private erogano meno del 20% del valore totale della mobilità: Umbria (15,2%), Sardegna (14,5%), Valle d’Aosta (11,5%), Liguria (9,9%), Basilicata (8,1%) e nella Provincia autonoma di Bolzano (3,4%).

«Le nostre analisi – afferma Cartabellotta – dimostrano che i flussi economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord, in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il governo per la richiesta di maggiori autonomie. E che oltre la metà delle prestazioni di ricovero e specialistica ambulatoriale finisce nelle casse delle strutture private, ulteriore segnale d’indebolimento della sanità pubblica. In ogni caso, è impossibile stimare l’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria che include sia i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti), sia quelli intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione».

Sei Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a 150 milioni di euro: Lombardia (20,2%), Emilia-Romagna (16,5%) e Veneto (12,7%) raccolgono complessivamente quasi la metà della mobilità attiva. Un ulteriore 20,7% viene attratto da Lazio (8,4%), Piemonte (6,9%) e Toscana (5,4%). Il rimanente 29,9% della mobilità attiva si distribuisce nelle altre Regioni e Province autonome. I dati documentano la forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord a cui corrisponde quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud, con la sola eccezione del Lazio.

Tre Regioni con maggiore indice di fuga generano debiti per oltre 300 milioni di euro: in testa Lazio (13,8%), Lombardia (10,9%) e Campania (10,2%), che insieme compongono oltre un terzo della mobilità passiva. Il restante 65,1% si distribuisce nelle rimanenti 17 Regioni e Province autonome. «I dati della mobilità passiva – commenta Cartabellotta – documentano differenze più sfumate tra Nord e Sud. In particolare, se quasi tutte le Regioni del Sud hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in tutte le grandi Regioni del Nord con elevata mobilità attiva, per la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero lo spostamento tra Regioni vicine con elevata qualità dei servizi sanitari, secondo specifiche preferenze dei cittadini». In dettaglio: Lombardia (- 362,9 milioni di euro), Veneto (- 220,1 milioni), Piemonte (- 210,8 milioni) ed Emilia-Romagna (- 201,7 milioni)

Le Regioni con saldo positivo superiore a 100 milioni di euro sono tutte del Nord, mentre quelle con saldo negativo maggiore di 100 milioni di euro tutte del Centro-Sud. In particolare:

  • Saldo positivo rilevante: Emilia-Romagna (€ 300,1 milioni), Lombardia (€ 250,9 milioni) e Veneto (€ 165,9 milioni) 
  • Saldo positivo moderato: Molise (€ 34,3 milioni)
  • Saldo positivo minimo: Toscana (€ 8,8 milioni), Friuli-Venezia Giulia (€ 1,6 milioni) 
  • Saldo negativo minimo: Prov. Aut. di Bolzano (-€ 2 milioni), Piemonte (-€ 2,3 milioni), Provincia autonoma di Trento (-€ 3,8 milioni), Valle d’Aosta (-€ 10,7 milioni), Umbria (-€ 20,1 milioni)
  • Saldo negativo moderato: Marche (-€ 25,4 milioni), Liguria (-€ 51,5 milioni), Sardegna (-€ 57,6 milioni), Basilicata (-€ 62,5 milioni), Abruzzo (-€ 84,7 milioni)
  • Saldo negativo rilevante: Puglia (-€ 124,9 milioni), Sicilia (-€ 173,3 milioni), Lazio (-€ 202,2 milioni), Campania (-€ 222,9 milioni)

Infine, la valutazione dell’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria non permette di quantificare tre elementi. Innanzitutto, i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti: secondo una survey condotta su circa 4.000 cittadini italiani, nel 43% dei casi chi si sposta dalla propria Regione sostiene spese comprese tra 200 e 1.000 euro e nel 21% dei casi fra 1.000 e 5.000 euro. In secondo luogo, i costi indiretti, quali assenze dal lavoro di familiari e permessi retribuiti. Infine, i costi intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

Buon giovedì.

il report dell’Osservatorio Gimbe “La mobilità sanitaria interregionale nel 2020” è disponibile a: www.gimbe.org/mobilita2020

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Governo, Gubitosa: “Le elezioni sono passate, gli slogan non bastano più”

Per la prima volta Giorgia Meloni abbandona le facili conferenze stampa e viene chiamata a rispondere in Parlamento. Michele Gubitosa (M5S), che giudizio dà della performance della presidente?
“Il giudizio non può che essere negativo. La Presidente Meloni non ha risposto, o ha deliberatamente travisato il senso delle domande che le sono state rivolte. L’impressione è che non si sia presentata adeguatamente preparata a questo appuntamento e francamente è inaccettabile. Le consiglierei di tornare a fare le conferenze stampa, se solo non avessimo visto tutti il disastro compiuto a Cutro. Forse, per questo governo, l’unica strategia possibile per evitare di fare strafalcioni è evitare di parlare”.

Conte dice che Meloni non ha risposto alla domanda del M5S. Spostando l’argomento sul superbonus. È “scappata”, politicamente parlando?
“Quanto avvenuto è tanto evidente, quanto imbarazzante. La premier si è sottratta a una domanda molto semplice, che riguardava un tema fondamentale come il diritto alla casa dei cittadini e l’aumento delle rate dei loro mutui. Non sapendo come rispondere, ha preferito attaccare il Movimento 5 Stelle e questo è francamente grave. Quando la premier si presenta in Aula, non lo fa solo per rispondere al M5S o a qualsiasi altra forza politica. Parla ai rappresentanti dei cittadini, in seduta pubblica, dunque risponde di fatto al Paese. E in questa sede non sono accettabili questa impreparazione e questo pressapochismo. La campagna elettorale è finita, gli slogan non bastano più. Adesso Meloni deve governare il Paese e dare risposte chiare”.

Dice Meloni che la colpa del lavoro povero non si risolve con il salario minimo ma detassando le imprese. Che ne pensa
“Una cosa non esclude l’altra. Anche sul salario minimo la destra continua a raccontare falsità, non so se per ignoranza o per il fatto di non aver letto la nostra proposta di legge. Noi diciamo due cose molto semplici: rafforzamento della contrattazione collettiva “sana”, stabilendo dei precisi criteri di rappresentatività delle parti sociali così da mettere fuorigioco gli accordi “pirata”, e introduzione di una soglia minima – 9 euro lordi l’ora – che scatterebbe laddove quella prevista dai contratti fosse inadeguata a garantire ai lavoratori un’esistenza libera e dignitosa, come dice l’art. 36 della nostra Costituzione. Per aiutare le imprese, prevediamo, peraltro, la detassazione triennale degli incrementi retributivi previsti dai rinnovi contrattuali. Insomma, non ci sono reali motivi oggettivi per non approvare la nostra proposta, se non i loro soliti pregiudizi ideologici”.

Tra l’altro non stupisce che Meloni chieda più contrattazione dopo avere delegittimato da sempre i sindacati?
“Giorgia Meloni è il dottor Jekill e mister Hyde della politica italiana. Finora è stata costretta a rimangiarsi tutto ciò che ha detto quand’era all’opposizione, penso ad esempio al blocco navale, al taglio strutturale delle accise sulla benzina o alla proroga di Opzione donna: tutte promesse non mantenute, se non addirittura, come nell’ultimo caso, un vero e proprio disastro che pagheranno decine di migliaia di lavoratrici che avevano maturato il diritto di andare in pensione prima e non potranno farlo. Credo che se le opposizioni si compattassero veramente su temi come la lotta alle diseguaglianze e al lavoro povero, la premier non potrebbe più voltarsi dall’altra parte”.

Sulle casa green, così come sulle auto a motore termico, Meloni conferma alla guida di un governo arretrato e strabico. Pagheremo questo isolamento sui temi ambientali?
“Su questo, come su altri temi, sembra proprio che l’obiettivo di questo governo sia di compiere passi indietro. È inevitabile che l’Italia rischi di pagare un prezzo altissimo e di rimanere totalmente isolata in Europa. Se Meloni preferisce allinearsi a Orban, farebbe bene a non trascinare con sé il Paese. Per tanti anni, il Movimento 5 Stelle è stato ingiustamente accusato di essere il partito del no. La verità, invece, è che questo è il governo dei no, dal momento che si oppone a qualsiasi proposta: case green e auto green sono solo due esempi, ma non dimentichiamo anche Transizione 4.0 e Superbonus, misure fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. Basterebbe comunque ascoltare le parole pronunciate ieri dal Presidente Mattarella, che ricordava come sul clima non ci sarà un secondo tempo. Anche noi crediamo che si debba agire subito e che non ci sia più tempo da perdere, accompagnando le politiche green con corposi investimenti per sostenere i cittadini in questa transizione”.

È possibile immaginare che le difficoltà del governo rinsaldino l’asse tra PD e M5S?
“Un eventuale asse con il Partito Democratico non può fondarsi solo sull’opposizione a questo governo, per quanto disastroso sia. Serve altro, serve identità di vedute, serve visione comune sui temi fondamentali per il Paese. Registriamo con favore che, almeno a livello di dichiarazioni di intenti, Schlein abbia abbracciato la nostra posizione sul salario minimo. È un passo incoraggiante, visto che i dem sono sempre stati contrari alla proposta del Movimento 5 Stelle. Nella scorsa legislatura, hanno presentato emendamenti simili a quelli di Forza Italia per eliminare dal nostro disegno di Legge il riferimento ai 9 euro lordi l’ora e sappiamo che le proposte di alcuni esponenti del Pd non fissano alcuna soglia minima. Così non si risolverebbe il problema”.

E voi come lo risolvereste?
“C’è una proposta di Legge a prima firma Conte che è già stata calendarizzata alla Camera, partiamo da quella. Restano però tanti altri temi sui quali attendiamo segnali concreti su quelle che sono da sempre le nostre battaglie. Dal Superbonus al Reddito di Cittadinanza, per passare da lotta al precariato, transizione ecologica e difesa di salute e istruzione pubbliche. Per non dimenticare la guerra in Ucraina e l’invio di armi a Kiev, un tema sul quale ci aspettiamo una svolta netta rispetto alla linea bellicista di Letta. Vogliamo capire se l’agenda Schlein sarà in contrapposizione con quella fantomatica agenda Draghi su cui il Pd aveva finito per appiattirsi nella passata legislatura”.

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Governo in retromarcia pure sulla Wagner

La Wagner è sparita. Quello che doveva essere il braccio armato di Putin per rovesciare il governo Meloni facendo imbarcare africani verso l’Italia è un allarme che si è già sgonfiato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, mesto mesto, ha dovuto ammettere che la Wagner “non è certamente la prima causa”, “probabilmente una delle concause che spinge i migranti verso nord”. Hanno scherzato. Chissà come ci rimarrà male chi ha passato le ultime 24 ore a fingersi esperto di geopolitica convinto di avere trovato la causa di tutti i mali. Il nervosismo nei confronti del ministro Guido Crosetto, accusato di avere trascinato la maggioranza in un dibattito surreale è palpabile.

Tajani ha dovuto ammettere che la Wagner “non è certamente la prima causa” che spinge i migranti verso nord.


Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tentato di caricarsi sulle spalle la questione migranti confidando sull’effetto della sua lunga luna di miele con gli italiani. Non è andata benissimo. Dopo il solito piagnisteo della “calunnia all’Italia intera” perché l’opposizione fa l’opposizione, ponendo domande a cui i ministri Piantedosi e Salvini continuano a non rispondere, Meloni ha spiegato di sentirsi “con la coscienza a posto” perché l’ultimo naufragio di cinque giorni fa “si è svolto in area Sar di responsabilità della Libia ed è stato inizialmente coordinato dalle autorità libiche”.

“È ora di finirla con la farsa della Sar libica: i libici non sono in grado di consentire un coordinamento di operazioni di salvataggio in linea con gli standard delle Convezioni internazionali”, le ha ricordato il deputato di Più Europa, Riccardo Magi. Meloni rilancia: “Mi pare evidente che siamo assistendo da diversi mesi ad una pressione migratoria che ha pochi precedenti attraverso il Mediterraneo centrale verso l’Europa e dunque l’Italia”, ha detto in risposta a un’interrogazione di Maurizio Lupi.

Sembra essersi dimenticato dei tempi in cui lei e Salvini accusavano i governi precedenti di non voler risolvere un problema che ha bisogno di molto di più della becera propaganda. Anche perché la presidente del Consiglio si ritrova tra incudine e martello sulle iniziative da prendere, a partire dal cosiddetto “Decreto Cutro” licenziato dopo il propagandistico Consiglio dei ministri sul luogo della strage che da ieri è in discussione in commissione Affari costituzionali al Senato.

Da una parte ci sono le osservazioni del Quirinale, con Mattarella che ha messo sotto la lente l’articolo 7 che vorrebbe stringere le maglie della protezione speciale (che il governo sognava di cancellare del tutto, prima dell’alt del Presidente della Repubblica): i richiami del Colle (e del Vaticano) hanno trovato terreno fertile nel sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Dall’altra parte ci sono i leghisti di Salvini che non hanno smesso di sognare il ripristino dei Decreti Salvini del 2018.

“Per ora sono congelati”, sussurrano i leghisti. “Buona parte dei contenuti dei miei decreti sono già stati ripresi nel decreto presentato a Cutro e altre parti potranno essere aggiunti nel dibattito parlamentare”, ha detto Salvini. Come dire: se l’iter parlamentare non sarà di nostro gradimento abbiamo già pronto l’affondo. Un passaggio delicato sarà anche l’articolo 6 del decreto con cui Meloni vorrebbe stanare gli scafisti “per l’orbe terracqueo”.

Nel comma 6 si legge che “il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando la morte o le lesioni si verificano in acque internazionali”, immaginando di estendere la competenza territoriale a piacimento. Lo slogan funziona in conferenza stampa ma dal punto di vista giuridico è più che velleitario. Pensare di andare ad arrestare chi sta in Turchia e in Libia (e sono quelli i trafficanti di cui occuparsi) è un’ingenuità o, peggio, una panzana in malafede. Ma la notizia politica è la convinzione del sottosegretario Mantovano che sia “il tempo di riscrivere la Bossi-Fini”. Praticamente un’ammissione. A qualcuno toccherà inventarsi di corsa una nuova narrazione.

Leggi anche: La balla dei migranti pilotati da Putin. Neppure l’Ue se la beve

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È la tragedia della Siria che riempie i barconi della morte

Al dolore che già c’era si è aggiunto quel maledetto 6 febbraio, la prima scossa del terribile terremoto che aggiunge dolore alla Siria che sanguinava per la guerra. I palazzi che non si sono sbriciolati si stagliano minacciosi.

La Siria rischia il collasso. Oltre 15 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere

“Rischio collasso – dicono le associazioni umanitarie che faticosamente si impegnano a lenire la disperazione. I sopralluoghi non ufficiali stimano solo ad Aleppo 400 edifici crollati e almeno 5300 edifici da verificare, molti dei quali andranno probabilmente demoliti. Sono case che indossavano già le cicatrici della guerra. Poi ci si è messa la natura. Le limitazioni sull’arrivo dei materiali e l’assenza di manodopera specializzata rallentano perfino la speranza. I roditori frugando tra i cadaveri ancora incastrati sotto le macerie aumentano il rischio di pandemie. Gli aiuti sono pochi e ostacolati, sia ad Aleppo che a Latakia. La loro distribuzione non è organizzata, con il rischio di spreco di risorse. Mancano medicine e le risorse per garantire adeguata assistenza sanitaria in alcune zone come Stamo o Jableh, nei pressi di Latakia.

Su tutto questo cade oggi il dodicesimo anniversario della guerra che ha provocato una delle più grandi crisi di sfollati a livello globale. Secondo un’ultima rilevazione sui bisogni umanitari nel Paese, più di 15 milioni di persone in tutta la Siria dipendevano già dagli aiuti umanitari per soddisfare i loro bisogni primari. Si stima che prima dei terremoti ci fossero 1,9 milioni di sfollati nelle sole aree controllate dall’opposizione nella Siria nord-occidentale, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Secondo quanto riferito, in seguito ai terremoti almeno 86mila persone sono state sfollate nell’ultimo periodo, più della metà di queste sono bambini.

La guerra ha portato a sfollamenti multipli, povertà diffusa e milioni di bambini siriani che hanno subito ripetuti shock, aggravati poi dai terremoti, che hanno costretto oltre 50mila bambini a lasciare le proprie case. Save The Children ha raccolto la testimonianza di Diaa: sua moglie e i suoi due figli hanno perso la casa ad Aleppo dopo il terremoto di febbraio: “Ho perso il conto di quante volte sono stato sfollato. Ne abbiamo passate tante. Siamo stati sotto assedio due volte e siamo quasi morti. Alla fine, siamo andati verso nord. Siamo fuggiti e siamo stati costretti a spostarci più volte in vari posti, ogni volta siamo ripartiti da zero” ha raccontato Diaa”.

Interi quartieri nel nord della Siria sono inagibili e i rifugi collettivi sono sovraffollati

Interi quartieri nel nord della Siria sono inagibili e i rifugi collettivi sono più sovraffollati che mai. L’area più colpita dai terremoti, che hanno avuto ripercussioni su almeno 8,8 milioni di persone in Siria, ospita alcune delle persone più vulnerabili del paese, che erano già state costrette a fuggire più volte dalle loro case a causa del conflitto e da una crisi economica opprimente. Migliaia di famiglie in Siria vivono in edifici non finiti, insediamenti informali e tende improvvisate.

“Abbiamo trovato una casa in cui vivere. In realtà non era abitabile. Niente porte, niente finestre, assolutamente niente. Anche le pareti non erano isolate. Abbiamo sofferto molto. Quando pioveva, l’acqua entrava in casa” ha proseguito Diaa che ha aggiunto “Ci sembra di vivere in un incubo e non avremmo mai immaginato che questa sarebbe stata la nostra vita. Anche le tende dove viviamo, sono fatte di plastica sottile. Quando il vento è diventato più forte, un paio di notti, abbiamo dovuto continuare a fissare la tenda a terra da tutti i lati usando dei sassi. A tutto questo si è aggiunto il terremoto”.

La carenza di carburante e di elettricità costringono le famiglie siriane a inventarsi misure disperate per riscaldarsi

Riscaldarsi è un privilegio. La carenza di carburante e di elettricità costringono le famiglie siriane a inventarsi misure disperate. Arrivano segnalazioni di bambini feriti da armi inesplose mentre raccolgono legna da ardere. Fadel ha 10 anni e ha vissuto in tenda per la maggior parte della sua vita. Aiuta la sua famiglia di nove persone raccogliendo legna per riscaldarsi e poter cucinare, dopo la scuola sei giorni alla settimana. “Siamo arrivati alle tende otto anni fa. Ho un fratello di tre anni disabile. Ricordo di almeno tre volte in cui non avevamo cibo e io dormivo per la fame. Raccolgo legna da ardere tutti i giorni, tranne il venerdì. La strada è difficile perché è scivolosa e ci sono delle buche” ha raccontato agli operatori di Save The Children.

I bambini siriani da 12 anni subiscono gli effetti del conflitto

Sono bambini che vivono in quelle condizioni da 12 anni. Da 12 anni, i bambini in Siria subiscono gli effetti del conflitto, come coloro che vivono in Ucraina, in Yemen e nei tanti altri teatri di guerra nel mondo, come l’Organizzazione ha avuto modo di sottolineare attraverso la sua campagna Bambini sotto attacco, attraverso la quale sta sensibilizzando i governi e le organizzazioni internazionali affinché diano priorità alla protezione dei minori e al loro benessere.

Save The Children chiede al governo italiano di ampliare la giurisdizione universale per consentire di perseguire i responsabili di gravi violazioni dei loro diritti in qualsiasi parte del mondo, di documentare i crimini contro i minori e stanziare risorse per rafforzare i meccanismi esistenti. Potremmo cominciare a ricordarci che siriani erano anche alcuni dei corpi annegati a Steccato di Cutro, siriani sono quelli che disperatamente cercano una via illegale (perché legale non c’è) per arrivare in Europa. Potremmo ricordare cosa sia la Siria al ministro Piantedosi che non si caricherebbe, per terra o per mare, i suoi figli sulle spalle per liberarli da quell’inferno. Potremmo ricordarcene noi, per non cadere nel disumanesimo che questo Governo tutti i giorni prova a concimare.

 

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No, dal cambiamento climatico non ci salveranno le madonne

Accade che in Veneto, dove la siccità stringe la gola come accade in tutto il nord Italia, abbiano deciso di esporre la “Sacra spina” che nella credenza popolare dovrebbe essere la stessa lisca di pesce usata dai romani per decapitare i martiri Fermo e Rustico. Un rito che risale al Duecento per risolvere il problema di siccità. In quel caso i fedeli pregarono per interrompere quattro mesi che assetarono quelle terre.

I fatti – reali e incontrovertibili – sono che anche in Veneto la mancanza di acqua ha ridotto ai minimi storici i fiumi e gli invasi. Il presidente della Regione Zaia più laicamente ha prospettato la possibilità che l’acqua venga razionata (il fiero “nord” che si ritrova ad avere un problema sempre considerato “meridionale” è uno dei molti contrappassi di questo tempo) e ha strigliato il governo (composto da suoi amici che potrebbe raggiungere con una telefonata):”spero che a livello nazionale – dice Zaia –  si decida di finanziare un grande piano e che si possa andare avanti con la pulizia degli invasi alpini, delle dighe artificiali o dei laghi. Se riusciamo a levare il 50/60 per cento dei detriti che vi stagnano, potremmo recuperare il 40 per cento di metri cubi d’acqua in più che possiamo destinare agli invasi. Inoltre, bisogna autorizzare le cave in pianura come rete di invasi e finanziare il mondo dell’agricoltura per ridurre la dispersione della risorsa idrica, come fanno in Israele”.

I creduloni – più che credenti – non vengono sfiorati dal dubbio che disboscare per costruire piste di bob per i mondiali non sia una grande idea o che irridere i tanti esperti che da tempo lanciano l’allarme li espone ora a una pessima figura. Anche Zaia, come molti altri, vede nella siccità un’occasione per chiedere più soldi senza spingersi a chiedere politiche attive. Il suo partito del resto è lo stesso che con Salvini in prima fila sta trattando la transizione ecologica come un fastidioso inciampo al fatturato dei suoi elettori. Nel suo partito, del resto, si trovano parlamentari che al primo freddo ironizzano sul surriscaldamento che non esiste. Sono talmente ignoranti che nonostante siedano in Parlamento non hanno ancora imparato la differenza tra meteo e clima.

L’ignoranza, appunto, è la molla che spinge ad affidarsi a una lisca di pesce per risolvere un problema creato dalle politiche industriali e economiche degli uomini. L’ignoranza che ha concesso il lusso di non vedere l’apocalisse ambientale che sta arrivando e che non può che concludersi con una danza tribale.

Buon mercoledì

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La balla dei migranti pilotati da Putin. Neppure l’Ue se la beve

A voler essere perfidi si potrebbe rispondergli con le stesse parole usate da Matteo Salvini lo scoro 29 luglio, mica troppi mesi da, quando Repubblica pubblicò un articolo (mai confermato) che ipotizzava i mercenari della Wagner a spingere i migranti sui barconi per far vincere la destra: “Per la sinistra sarebbe Putin a spingere i barconi pieni di clandestini verso l’Italia. Siamo alle comiche, la paura di perdere la poltrona fa brutti scherzi! Spoiler: la colpa è di Pd e Lamorgese”, scriveva il leader della Lega.

Il Governo in panne sui migranti cerca alibi. Ma sul coinvolgimento dei Russi e del gruppo Wagner sfiora il ridicolo

Ora che sono al governo Putin invece è tornato di moda come nemico giurato: mischiare migranti e Putin del resto è il cocktail perfetto per banalizzare un fenomeno complesso e per trasformare un dramma in diatriba da tifosi. Secondo la narrazione del governo la Russia che usava migranti per far vincere Salvini e Meloni ora userebbe i migranti per far perdere Salvini e Meloni.

Quanto ci sia di vero per ora non è dato saperlo. Le fonti “007” sono le stesse che prevedono un numero di sbarchi completamente sballato e se il grado di affidabilità va misurato sulle invasioni predette tutti gli anni, se gli 007 sono quelli, più di qualche dubbio è lecito. Di sicuro, come twittava ieri l’ex ministro del Pd Andrea Orlando: “Fino al 26 settembre, sostituzione etnica. Dal 27, brigata Wagner”.

Ogni giorno è una nuova narrazione per nascondere il fatto che dell’emergenza che promettevano di risolvere facile facile non ne capiscono niente e ne sanno ancora meno. Alla fine basta una dichiarazione di buon senso come quella del vice presidente della Commissione Ue Margaritis Schinas per riportare questa banda di urlatori sulla terra: “Cosa causa la migrazione è il fatto che in Paesi di origine e di transito è necessario costruire le condizioni per una vita migliore” ed “evitare che le persone affidino la propria vita ai trafficanti. Wagner o no, questo è qualcosa di accessorio. La causa della migrazione è che le persone fuggono da guerre e persecuzioni o scappano per una vita migliore”.

L’ennesima sculacciata dell’Unione Europea a una mistificazione ormai patetica. Gli unici appiattiti su Putin come causa dei morti in mare sono, manco a dirlo, quelli del cosiddetto Terzo polo che per bocca del deputato di Italia Viva-Azione e segretario del Copasir insistono che “Crosetto ha ragione quando dice che Wagner lavora per gli interessi russi e destabilizzare in Europa incrementando i flussi di immigrazione clandestina è in questa logica”.

Sull’interferenza russa avremo modo di saperne di più quando il ministro Crosetto deciderà di parlarne in Parlamento e quando il Copasir analizzerà le carte. Ma di certo le risposte che continuano a mancare sono ben altre: se si vogliono davvero cambiare le regole bisogna farlo a Bruxelles ma per riuscirci bisognerebbe avere gli alleati giusti, non certo i sovranisti con cui Meloni e Salvini hanno tubato da anni che – come probabilmente Putin – usano i migranti come arma politica.

Ieri un caccia russo ha abbattuto un drone Usa sul Mar Nero

Per questo il Governo non sa da che parte girarsi: isolato in Europa, fortemente impreparato qui in Italia, travolto da una questione umanitaria prima che politica (che ha sempre finto di non vedere) non potrà pensare di resistere inventandosi un nemico al giorno – ieri gli scafisti oggi la Russia – per tirare a campare. Ieri Meloni ha detto che questo “è il periodo più complesso dalla Seconda guerra mondiale. Affronto un problema e se ne apre un altro”. Non si sa se riderne o piangerne. Specie dopo che ieri, un caccia russo ha abbattuto un drone Usa sul Mar Nero. Altra benzina sul fuoco della guerra e dei disastri umanitari.

Leggi anche: Il Copasir si occuperà del caso Wagner. M5S e Pd chiedono a Crosetto di riferire in Parlamento. FdI: “Il Pd ha recuperato le antiche simpatie verso Mosca”

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L’Arabia Saudita ci prende a pallonate

Il mondo del calcio italiano mostra la sua anima decidendo di fare ancora peggio. La Serie A ha firmato un accordo con i sauditi, fregandosene delle giuste osservazioni di chi lavora con i diritti umani, per i prossimi quattro anni stravolgendo anche la formula della Supercoppa italiana, adattata alle esigenze televisive.

Quasi 100 milioni di euro sono bastati per fingere di non sapere che lo sportwashing con i nomi e le maglie del nostro campionato da quelle parti serve per fingere una democrazia di plastica, quel che basta per continuare a stringere mani insanguinate e concludere affari. Sembra passato un secolo dall’indignazione per gli ultimi mondiali giocati in Qatar, costati la vita di lavoratori schiavizzati. Sono lontani i tempi in cui Giorgia Meloni e Matteo Salvini gridavano allo scandalo e la Lega di serie A si fingeva contrita promettendo che non avrebbe rinnovato il contratto con i sauditi. Ora quel contratto si è allungato ed è ingrassato.

L’allargamento a 4 squadre garantirà anche l’esportazione dei marchi più noti del campionato (Milan, Inter, Juventus) fregandosene del giornalista Kashoggi fatto a fette perché sgradito al principe e fregandosene delle donne che hanno diritti del secolo scorso.

Possiamo notare comunque che i sauditi diventano un tema dibattuto dalla politica solo quando tornano utili per bastonare l’avversario politico. Se si fanno abbastanza furbi da non coprire di soldi solo un ex presidente del Consiglio ma distribuiscono le fette anche agli altri diventano improvvisamente potabili.

La credibilità, del resto, è un valore finché non viene superata da un valore superiore.

Buon martedì.

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I migranti usati come una bomba. L’ultima balla delle destre

L’ultima bufala è la “bomba migratoria” che si starebbe abbattendo sull’Italia. Il capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, ci vede lo zampino della Russia e chiede l’intervento della Nato. Il ministro della Difesa Guido Crosetto definisce i migranti “un modo per colpire l’Italia” e chiede, ovvio, aiuto alla Nato e per solleticare gli sfinteri dei signori delle armi ripete la barzelletta delle “infiltrazioni russe in Africa”. Sono in guerra contro i disperati e non c’è da stupirsi.

Per il Governo c’è un preciso disegno contro la Meloni. Così la fuga dalla miseria diventa un complotto

Scatenati i quotidiani: c’è chi in prima pagina parla di 600mila arrivi, chi di 685mila, qualcuno immagina milioni. L’invasione è servita. Anche se sono passati anni a smentire la bufala dalle parti del governo (e non solo) hanno capito che funziona ancora, complici la memoria scarna degli italiani, la paura, e l’imbarazzante impreparazioni dei politici e di certi giornalisti. Come spesso accade si distingue il quotidiano Libero che il 2 dicembre scorso titolava “Tam tam tra i migranti in Libia. Ora c’è Giorgia Meloni non partiamo più”. E adesso titola: “Allarme: non si fermano più”. Senza nemmeno un briciolo di vergogna.

L’allarme invasione secondo “sedicenti 007” si rinnova tutti gli anni, sempre nel periodo preprimaverile. Il numero massimo degli arrivi è stato di 180mila e solo questo basterebbe per evidenziare la cretinaggine della consuetudine. Ma la domanda che nessuno pone è chi sarebbero questi 007 e soprattutto su che dati poggerebbero le loro stime. Calcolano i migranti illegalmente detenuti in Libia La somma è praticamente impossibile visto che i centri di detenzione (illegali, ma questo non sembra interessare nessuno) sono diretti da bande diverse.

Flavio di Giacomo, responsabile comunicazione Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) lo spiega così: “è possibile prevedere il numero di persone che potrebbe partire dalla Libia. La decisione di partire, e la possibilità di poterlo fare, dipendono da dinamiche mutevoli e non quantificabili. Va inoltre sottolineato che oltre l’80% dei flussi migratori africani resta in Africa, non va in Europa. Dati alla mano, nessuna emergenza numerica”. Di sicuro paventare un’orda impossibile di arrivi fa molto comodo a chi, come i diversi clan che presidiano la Libia, può usare i migranti come arma di pressione politica per spingere l’Ue a chiedere di “controllare” ancora di più le frontiere e quindi ottenere più soldi.

Libia e Turchia aprono e chiudono i rubinetti dei migranti per ingrossare i bonifici da anni. Da anni continuiamo a cascarci. Stessa cosa per un governo che non riesce ad uscire dall’imbarazzo per la strage di Steccato di Cutro e per le polemiche di questi ultimi giorni con le circostanziate accuse della Ong Alarm Phone che accusa l’Italia per trenta dispersi e 17 superstiti salvati da un mercantile in acque internazionali. Anche in questo caso a fare da padrone è l’ignoranza e la disinformazione. Si fa riferimento a una cosiddetta zona Sar libica fingendo di non sapere che la cosiddetta Guardia costiera libica non fa né ricerca né soccorso: accalappia i disperati per riportarli nelle prigioni e pestarli, violentarli e ricattarli.

L’incidente è accaduto in acque internazionali. Delegare il salvataggio di chi scappa dalla Libia alla Libia è un controsenso naturale. L’ennesima mistificazione. Ieri Maurizio Gasparri ha detto bene: “Con argomenti falsi si specula sulla tragedie in mare”. Ha completamente ragione. Solo che dovrebbe dirlo ai suoi ministri che vorrebbero governare qualcosa che nemmeno conoscono. Intanto quelli muoiono.

Leggi anche: Altro che porti chiusi e blocchi navali. Con le destre gli sbarchi sono triplicati. La stretta di Piantedosi sulle Ong non ha fermato gli arrivi

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