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I migranti usati come una bomba. L’ultima balla delle destre

L’ultima bufala è la “bomba migratoria” che si starebbe abbattendo sull’Italia. Il capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, ci vede lo zampino della Russia e chiede l’intervento della Nato. Il ministro della Difesa Guido Crosetto definisce i migranti “un modo per colpire l’Italia” e chiede, ovvio, aiuto alla Nato e per solleticare gli sfinteri dei signori delle armi ripete la barzelletta delle “infiltrazioni russe in Africa”. Sono in guerra contro i disperati e non c’è da stupirsi.

Per il Governo c’è un preciso disegno contro la Meloni. Così la fuga dalla miseria diventa un complotto

Scatenati i quotidiani: c’è chi in prima pagina parla di 600mila arrivi, chi di 685mila, qualcuno immagina milioni. L’invasione è servita. Anche se sono passati anni a smentire la bufala dalle parti del governo (e non solo) hanno capito che funziona ancora, complici la memoria scarna degli italiani, la paura, e l’imbarazzante impreparazioni dei politici e di certi giornalisti. Come spesso accade si distingue il quotidiano Libero che il 2 dicembre scorso titolava “Tam tam tra i migranti in Libia. Ora c’è Giorgia Meloni non partiamo più”. E adesso titola: “Allarme: non si fermano più”. Senza nemmeno un briciolo di vergogna.

L’allarme invasione secondo “sedicenti 007” si rinnova tutti gli anni, sempre nel periodo preprimaverile. Il numero massimo degli arrivi è stato di 180mila e solo questo basterebbe per evidenziare la cretinaggine della consuetudine. Ma la domanda che nessuno pone è chi sarebbero questi 007 e soprattutto su che dati poggerebbero le loro stime. Calcolano i migranti illegalmente detenuti in Libia La somma è praticamente impossibile visto che i centri di detenzione (illegali, ma questo non sembra interessare nessuno) sono diretti da bande diverse.

Flavio di Giacomo, responsabile comunicazione Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) lo spiega così: “è possibile prevedere il numero di persone che potrebbe partire dalla Libia. La decisione di partire, e la possibilità di poterlo fare, dipendono da dinamiche mutevoli e non quantificabili. Va inoltre sottolineato che oltre l’80% dei flussi migratori africani resta in Africa, non va in Europa. Dati alla mano, nessuna emergenza numerica”. Di sicuro paventare un’orda impossibile di arrivi fa molto comodo a chi, come i diversi clan che presidiano la Libia, può usare i migranti come arma di pressione politica per spingere l’Ue a chiedere di “controllare” ancora di più le frontiere e quindi ottenere più soldi.

Libia e Turchia aprono e chiudono i rubinetti dei migranti per ingrossare i bonifici da anni. Da anni continuiamo a cascarci. Stessa cosa per un governo che non riesce ad uscire dall’imbarazzo per la strage di Steccato di Cutro e per le polemiche di questi ultimi giorni con le circostanziate accuse della Ong Alarm Phone che accusa l’Italia per trenta dispersi e 17 superstiti salvati da un mercantile in acque internazionali. Anche in questo caso a fare da padrone è l’ignoranza e la disinformazione. Si fa riferimento a una cosiddetta zona Sar libica fingendo di non sapere che la cosiddetta Guardia costiera libica non fa né ricerca né soccorso: accalappia i disperati per riportarli nelle prigioni e pestarli, violentarli e ricattarli.

L’incidente è accaduto in acque internazionali. Delegare il salvataggio di chi scappa dalla Libia alla Libia è un controsenso naturale. L’ennesima mistificazione. Ieri Maurizio Gasparri ha detto bene: “Con argomenti falsi si specula sulla tragedie in mare”. Ha completamente ragione. Solo che dovrebbe dirlo ai suoi ministri che vorrebbero governare qualcosa che nemmeno conoscono. Intanto quelli muoiono.

Leggi anche: Altro che porti chiusi e blocchi navali. Con le destre gli sbarchi sono triplicati. La stretta di Piantedosi sulle Ong non ha fermato gli arrivi

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Migranti, la stretta di Piantedosi sulle Ong non ha fermato gli arrivi

Lo certifica il Viminale. Sono 20.017 i migranti sbarcati in Italia quest’anno, più del triplo di quelli registrati nello stesso periodo del 2022 (6.152). L’impennata si è concentrata in particolare nei tre giorni tra il 9 e l’11 marzo, quando sono arrivate ben 4.566 persone. Le nazionalità più rappresentate sono ivoriani (2.410), guineani (2.380), bengalesi (1.506). Mentre sono 1.965 i minori non accompagnati.

Con le destre gli sbarchi sono triplicati. I dati forniti dal Viminale certificano il flop del Governo sui migranti: nel 2023 già superati i 20mila ingressi

La Tunisia ha di gran lunga sorpassato la Libia come Paese di partenza delle imbarcazioni. Dai dati del Viminale visti da Agenzia Nova, infatti, risulta che almeno 12.083 persone sono partite dalle coste tunisine da inizio anno fino al 13 marzo, più di 170 sbarchi al giorno, un boom del 788 per cento rispetto ai 1.360 arrivi dello stesso periodo dello scorso anno: pari a oltre un terzo dei 32.101 sbarchi complessivi dalla rotta tunisina dell’intero 2022.

Di questo passo, solo dalla Tunisia potrebbero arrivare oltre 60 mila persone, non solo tunisini ma soprattutto subsahariani, questo senza contare il naturale aumento previsto in estate grazie al miglioramento delle condizioni del mare. Si tratta, in effetti, di un ribaltamento dei flussi nel Mediterraneo centrale, dal momento che la Libia era stata finora la prima nazione di partenza dei natanti arrivati in Italia, con 53.118 arrivi nel 2022.

Adesso, invece, la rotta libica giunge al secondo posto con 7.057 arrivi al 13 marzo, che e’ comunque un aumento dell’80 per cento circa rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I dati del Viminale evidenziano un lieve calo della rotta turca della tragedia di Cutro, con 689 arrivi al 13 marzo rispetto agli 812 dello stesso periodo del 2022, un dato in linea con i 16.115 sbarchi complessi dei Migranti partiti dalla Turchia lo scorso anno. Resta marginale, infine, la rotta che dall’Algeria ha portato al 13 marzo almeno 184 Migranti irregolari, in aumento rispetto alle 55 persone arrivate in Sardegna nello stesso periodo del 2022, a fronte di 1.389 arrivi del 2022.

I dati del cruscotto statistico giornaliero pubblicato nel sito web del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale indicano un ribaltamento anche delle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco. I subsahariani, infatti, hanno ampiamente soppiantato i nordafricani nei primi mesi del 2023. Al primo posto degli sbarchi in Italia al 13 marzo c’è la Costa d’Avorio con 2.410 arrivi, mentre nello stesso periodo del 2022 c’era l’Egitto con oltre 1.500 arrivi tramite la rotta libica. Segue poi un altro Paese dell’Africa occidentale, la Guinea, con 2.380 arrivi al 13 marzo 2023, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso c’era il Bangladesh con 1.241 sbarchi.

I cittadini bengalesi che risultano oggi al terzo posto degli sbarchi irregolari in Italia, con 1.506 arrivi via mare, mentre lo scorso anno erano gli 870 tunisini a occupare il gradino piu’ basso del podio. I numeri di tunisini arrivati finora in Italia è quasi raddoppiato nell’arco di un anno, con 1.328 sbarchi registrati finora da inizio anno. Mentre Pd e M5S chiedono che Salvini “non scappi e venga a riferire in Parlamento” Giorgia Meloni, i ministri Salvini, Crosetto, Tajani e Piantedosi ieri si sono riuniti urgentemente. Nulla di fatto.

L’unico risultato tangibile è stata la nuove narrazione della Russia infiltrata per spingere le partenze. Propaganda spiccia. Intanto il Pd e il sindaco di Pozzallo chiedono il ripristino di un’operazione marina europea come fu Mare Nostrum. Voci da Palazzo Chigi ventilano l’ipotesi che torni in campo la Marina militare, ancora una volta.

Leggi anche: Il Governo vuole controllare gli sbarchi usando la Marina Militare. La Meloni ne ha parlato con i vertici dei Servizi segreti

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La lezione della famiglia Attanasio

In un tempo in cui esercitare il cattivismo e reclamare il diritto alla vendetta è una medaglia c’è una notizia considerata minore che si infila nelle pieghe dei giornali che contiene una lezione di civiltà. Nella capitale Kinshasa si sta tenendo il processo per l’assassinio dell’ambasciatore nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista del Programma alimentare mondiale, Mustapha Milambo.

Il padre di Luca Attanasio chiede il carcere anziché la pena di morte per i sei accusati di aver ucciso l’ambasciatore italiano in Congo

Di fronte alla richiesta della pena di morte per i componenti del commando che ha ucciso suo figlio il padre di Attanasio ha preso carta e penna e ha scritto al giudice: “Il sottoscritto, Salvatore Attanasio – si legge nel documento inoltrato dai legali della famiglia – in qualità di padre della vittima, l’Ambasciatore Luca Attanasio, visto che all’udienza dell’8 marzo 2023 tenutasi al tribunale militare di Kinshasa/Gombe il procuratore ha chiesto la pena di morte per gli imputati, nonostante la moratoria con la quale la Repubblica Democratica del Congo si impegna a non eseguire la pena di morte e visto che tale moratoria non garantisce che essa non sarà eseguita nel futuro, dichiara di rinunciare alla costituzione di parte civile nel dossier contro gli imputati”.

Secondo i familiari di Attanasio la condanna a morte non può essere accettata per “un uomo di Stato” com’era il figlio Luca anche perché le istituzioni italiane sono portavoce nel mondo della campagna per l’abolizione della pena capitale, oltre a essere contraria ai valori morali del figlio. Dopo la presa di posizione dei familiari, anche lo Stato italiano ha ritirato la propria costituzione di parte civile.

La giustizia che non sia vendetta dovrebbe essere uno dei capisaldi della cosiddetta società occidentale. La lezione l’abbiamo disimparata, complice anche una politica che sulla vendetta costruisce gran parte del proprio capitale elettorale. Che a ricordarcelo sia il genitore di un uomo brutalmente assassinato è una lezione da custodire con cura.

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Incapaci di fare politica si buttano sul panpenalismo

Magistratura Democratica analizza il cosiddetto “Decreto Cutro” (il decreto-legge n. 20 del 2023) e dice quello che c’è da dire. In un comunicato stampa la componente dell’Associazione nazionale magistrati punta il dito contro la stretta sulla protezione speciale decisa dal governo Meloni che, scrivono i magistrati, «andrà a colpire persone che in Italia lavorano con contratti regolari, hanno un’abitazione e spesso avevano trasferito qui anche la famiglia. Persone, insomma, ormai parte integrante del sistema sociale del nostro Paese. La riposta ai morti di Cutro non è stata una rivisitazione critica della ratio punitiva e respingente che ha governato le politiche migratorie, ma si propone di estromettere queste persone dal sistema legale, impedire loro – nella volontà del Governo – di chiedere un permesso per protezione speciale».

Il risultato, come già avvenuto per altre inutili leggi repressive, scrive Magistratura Democratica, «potrà essere quella di produrre un esercito di irregolari che non potranno essere allontanati, in mancanza di accordi per il rimpatrio con la maggioranza dei Paesi dai quali provengono e che andranno ad alimentare il mercato del lavoro nero e dello sfruttamento o della criminalità, su cui lucrano potentati economici sempre più invadenti, interessati ad abbattere i costi della manodopera (ad esempio nel settore agroalimentare o in quello della logistica)».

Un altro passaggio che vale la pena leggere è quello dell’inasprimento delle pene per i trafficanti che Meloni, Piantedosi e Salvini stanno rivendendo come panacea di tutti i mali, tra l’altro dimostrando un’abissale ignoranza su chi siano gli scafisti e sulla differenza con i trafficanti. Scrive Magistratura Democratica: «Anche solo immaginare, infine, che il traffico di esseri umani si combatta con l’innalzamento esorbitante delle pene per i c.d. scafisti, è solo un’illusione che alimenta il mito del panpenalismo, al fine di anestetizzare le paure sociali e tacitare le coscienze, individuando un nemico da combattere, anzi da abbattere. La tecnica legislativa, poi, lascia – ancora un volta – molto a desiderare. La previsione penale, infatti, è strutturata con una formula così ampia e indeterminata che pone seri problemi di aderenza ai principi costituzionali, autorizzando interpretazioni che potrebbe estenderne l’applicazione anche a chi interviene per garantire aiuti umanitari. Applicare questa nuova fattispecie di reato a chi “dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato” pone sullo stesso piano condotte profondamente diverse tra loro, con una pena edittale minima elevatissima».

«Anche l’individuazione del nemico da abbattere – scrivono i magistrati – con la sanzione penale è frutto di approssimazione. L’esperienza dei processi penali celebrati contro i c.d. scafisti ci insegna, infatti, che chi si assume il rischio di condurre l’imbarcazione che ospita i migranti è di regola una persona altrettanto vulnerabile, alla quale si affida il timone in cambio della gratuità del viaggio o altri modesti vantaggi. Insomma: un povero tra i poveri, non certo il gestore del traffico e neppure un tassello della criminalità organizzata transnazionale che organizza il traffico di esseri umani. Per i timonieri degli scafi la pena prevista dall’articolo 12 del decreto legislativo n. 286 del 1998 è già oggi elevatissima; se, per come è usuale le persone trasportate sono più di 5, la pena prevista va da 5 a 15 anni. Non erano necessari, perciò, né inasprimenti delle pene, né nuove fattispecie di reato che non servono a garantire maggiore sicurezza sociale e non tutelano meglio – neppure indirettamente – la vita delle persone che attraversano il mare cercando una prospettiva dignitosa di futuro».

Intanto come accade ogni primavera i “giornali” spingono sull’ondata di “clandestini” che sarebbero in arrivo prossimamente. Sarebbero 685mila secondo Repubblica, 900mila secondo Il Messaggero che riprende una fonte di Fratelli d’Italia. Accade tutti gli anni. Previsioni che puntualmente si rivelano sbagliate (il numero massimo di arrivi in Italia è stato di 108mila). Ma l’importante è concimare la paura. Poi ci sarà sempre un nuovo reato da inventare o un vecchio reato da inasprire per coprire con il panpenalismo l’inettitudine politica.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video della conferenza stampa del Consiglio dei ministri, Cutro, 9 marzo 2023

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Ponti e gallerie, garantisce Autostrade. Le vittime del Morandi tremano

I familiari delle vittime del ponte Morandi non potevano crederci. “Ci si gela il sangue in corpo”, hanno scritto in un comunicato dopo aver saputo che il Consiglio Nazionale degli Ingegneri organizza un convegno nei prossimi giorni su “Ponti e Gallerie: tecniche di sorveglianza e ispezione di infrastrutture stradali”… “con la collaborazione incondizionata di Autostrade per l’Italia“.

Il pensiero non può non tornare al ponte Morandi sull’A10, che il 14 agosto 2018 crollò uccidendo 43 persone per i ritardi nei controlli, per le omissione e per le falsificazioni nei documenti di manutenzione. Su queste vicende sono in corso a Genova due procedimenti penali, in cui sono imputati o indagati attuali ed ex dirigenti proprio di Autostrade e della sua controllata Spea Engineering, che si occupava (in pieno conflitto d’interesse) dei controlli e delle manutenzioni sulla rete“.

Le vittime del Morandi tremano

Per adesso – dice Egle Possetti, del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi – questo infausto nome resta legato solo a 43 morti ed al rischio che per anni ed anni milioni di viaggiatori hanno corso, non crediamo sia un onore per il Consiglio Nazionale Ingegneri avere una collaborazione di questo tipo, certamente solo dal nostro modesto, ma ovviamente molto coinvolto, punto di vista”. Certo, l’azionariato è cambiato ma, secondo i parenti delle vittime, “solo fra qualche anno sapremo se questa nuova realtà imprenditoriale sarà degna di gestire le nostre infrastrutture e soprattutto se ci sarà un reale cambio di passo nella sicurezza dei fruitori”.
G.C.

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A Bonaccini la presidenza Pd. Così la Schlein frena i renziani. La corrente di Guerini non avrà altri incarichi di peso e perderà le capigruppo Serracchiani e Malpezzi

Domani al centro congressi La Nuvola di Roma per il Partito democratico inizia l’era di Elly Schlein. Tornano i riti dell’assemblea dem dopo anni di riunioni in videocollegamento, prima, e in modalità ‘ibrida’ – in collegamento e in presenza – poi. Quella di domani sarà anche la prima riunione interamente in presenza dopo l’ultima di Nicola Zingaretti.

In virtù del risultato delle primarie, 587.010 voti (53,75%) per Schlein e Bonaccini con 505.032 (46,25%), alla neo segretaria andranno 333 delegati in assemblea su 600, mentre 267 saranno quelli per Bonaccini. Un vantaggio di misura, dunque, sul quale peseranno anche i membri di diritto dell’assemblea Pd: i segretari fondatori del partito, gli ex segretari nazionali iscritti, gli ex Presidenti del Consiglio iscritti, i segretari regionali, i segretari provinciali, i segretari delle federazioni all’estero, delle città metropolitane e regionali, la Portavoce della Conferenza nazionale delle donne, i coordinatori Pd delle ripartizioni estero e il segretario dei Giovani Democratici oltre a cento tra deputati e senatori (indicati dai gruppi), i comuni dei capoluoghi e i presidenti di regione.

L’assemblea si aprirà sotto la guida della commissione congresso, seguirà la proclamazione della segretaria e si procederà con l’elezione del presidente e dell’ufficio di presidenza che, a quel punto, subentrerà alla commissione congresso. Nella seconda parte della giornata si eleggerà la direzione nazionale e il tesoriere. Ieri gli occhi e le orecchie erano tesi sul ruolo che avrà inevitabilmente Stefano Bonaccini. La segretaria dem è stata chiara sul fatto che per lui “ci sarà un ruolo e auspico che sia un ruolo politico di primo piano. Gli ho fatto una proposta di massima condivisione e nell’interesse del partito”.

Parole che suonano come una conferma dello sconfitto alle primarie prossimo presidente del partito. In tarda serata la conferma: sarà lui il prossimo presidente. Sfumano quindi le ipotesi di Bonaccini come vice segretario (invertendo lo schema che fu in Emilia Romagna) un po’ perché “difficile che Stefano accetti di essere vice qualcosa” e perché in ruolo così operativo in segreteria il presidente dell’Emilia Romagna si sarebbe ritrovato nella condizione di essere in disaccordo con scelte della nuova maggioranza del partito.

A Bonaccini la presidenza Pd

Bonaccini presidente del resto era un’ipotesi caldeggiata anche dai padri nobili del partito con cui la neo segretaria si è confrontata. Le riunioni e gli incontri si sono trascinate per tutta la giornata, con Base riformista (la corrente che fa riferimento a Guerini e Alfieri tra gli altri) preoccupata dall’ipotesi che un incarico di “prestigio” come la presidenza del partito significhi inevitabilmente non avere altre carte da giocare. È praticamente certo che le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani quanto Simona Malpezzi, pur stimate da Schlein, dovranno cedere il posto. “Unità ma nella chiarezza politica”, continuano a ripetere i leader della mozione Schlein.

“Serve discontinuità nei comportamenti, con le parole siamo dei campioni il tema sono sempre i comportamenti che spesso come partito ci siamo sentiti rinfacciare” ha avvisato Stefania Bonaldi, coordinatrice degli amministratori della mozione Schlein che traccia una direzione chiara: “È necessario un ricambio del personale politico, – dice – della classe dirigente. Rinnovamento e non rottamazione, una pratica che abbiamo conosciuto in altre epoche e che ha segnato l’inizio del disfacimento del Partito democratico”. Forse quella che qualcuno chiama “radicalità” non è altro che un impegno di coerenza.

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Pd, l’opposizione interna a Elly Schlein è lì in agguato

Qualche indizio non fa un prova, ma rende l’idea. Il clima festoso all’interno del Partito democratico dopo l’inaspettata partecipazione alle Primarie che hanno incoronato Elly Schlein nuova segretaria è una cortesia mal simulata che maschera la stizza di un gruppo dirigente che non si farà da parte facilmente e che, sommerso, in questi giorni sta affilando le unghie. Basta scorgere i segnali che provengono dai territori e che si infilano nelle dichiarazioni misurate regalate alla stampa. Il sogno inconfessabile è sventolare Elly Schlein come simbolo del rinnovamento e provare a tenere le redini dei potentati locali.

Sentirsi assolti e confidare nell’autopreservazione

«Elly non parla con nessuno, è troppo guardinga, si è aperta agli elettori ma evidentemente non si apre al partito», dice un (ex) dirigente nazionale ai suoi convinto di risultare uno stratega. Nonostante la batosta, una parte consistente del Pd uscito sconfitto dalle Primarie è convinta che quel voto non sia cosa loro, che l‘ossatura del partito sia il reticolo di interessi particolari dei cacicchi mai domi. Il significato della vittoria di Schlein non l’hanno compreso e non lo capiranno mai. È questione di sopravvivenza. Sentirsi assolti è l’unica reazione possibile per confidare nella propria autopreservazione.

Il programma dei due candidati principali alle primarie del Pd, Stefano Bonaccini ed Elly Schlein: tutto quello che c'è da sapere.
Stefano Bonaccini ed Elly Schlein. (Twitter)

Le frecciatine di Bonaccini e il “pericolo invasione”

Anche l’elegantissimo Stefano Bonaccini, che ha deliziato tutti con la sua signorilità recitata un secondo dopo la sconfitta, comincia a costruire l’impalcatura dell’opposizione interna. Stanno arrivando molti nuovi iscritti? «C’era da auspicare e augurarsi che altri facciano come Elly, che è rientrata nel Pd e la cosa non ha potuto che farci piacere», ha detto il presidente dell’Emilia-Romagna ospite di un salotto televisivo. Che è come dire: «Ben vengano gli estranei alla nostra comunità che si è affidata a un’estranea». Dipingere Schlein come una parvenu è il metodo per cementare la vecchia comunità sventolando il pericolo di un’invasione. Guardando da fuori sembra un terrorismo basso, alla stregua di un Matteo Salvini con i confini. Sì, è quella roba lì. «Schlein non saprà guidare la macchina del partito perché non ne conosce i meccanismi e i segreti», auspicano i cacicchi scommettendo che presto o tardi sarà costretta a bussare alla loro porta. Allora tutto cambierà senza cambiare e il partito potrà tornare a essere la rassicurante casa che sognano, quella dove le “trattative interne” sono l’unica cosa che conta.

Gruppi dirigenti mossi solo dall’amore per il potere

Ma non è solo autopreservazione. Il Partito democratico in questi anni è diventato un caminetto di interessi particolari travestiti da interessi generali. L’amore per il potere – qualsiasi potere, anche il più piccolo potere – ha dettato la linea dei gruppi dirigenti intenti a spartirsi possibilità sempre più risicate senza avere contezza che là fuori intanto esplodevano i bisogni, cambiavano le priorità, si moltiplicavano i voti degli avversari. Quando hanno aperto la porta sono rimasti accecati dal sole e “non hanno visto arrivare” la brigata Schlein.

Infiltrati ancora non disintossicati dal renzismo

«Speriamo tanti arrivino e dobbiamo evitare una emorragia silenziosa di chi rischia di non sentirsi a casa», dice sempre Bonaccini nelle sue ospitate con quella faccia un po’ così, da sconfitto deluso ma non arreso. Il ricatto di quelli “che se ne potrebbero andare” è la grande idea lanciata da Lorenzo Guerini e la sua corrente Base riformista. Anche in questo caso siamo a livelli di feste del liceo, del “mi si nota di più se vengo o se minaccio di non venire mai più”. Il mito di un Partito democratico che si sta “svuotando” per gli addii è una favola triste per la tristezza che trasmette chi si ostina a raccontarla. La stragrande maggioranza di quelli che “se ne vanno” sono un nugolo che se n’è già andato da tempo. Gente che vota Terzo polo ancora non disintossicata dal renzismo e che frequenta il Partito democratico per non perdere la compagnia di giro e per non perdere l’occasione di fare tardi alla Festa dell’Unità con i vecchi compagni di classe.

Crisi energetica Il dormiente governo Draghi investe nelle armi
Lorenzo Guerini. (Getty Images)

Le minacce dei “me ne vado” non hanno avuto presa

Sono passate settimane, ma l’annuncio “me ne vado” non ha avuto presa. L’addio di Giuseppe Fioroni è diventato un tema dibattuto solo perché era una buona clava contro Schlein accidentalmente capitata. Alla fine non se ne andranno. Non se ne andrà nemmeno Lorenzo Guerini, l’ex ministro che si atteggia da Forlani ma poi si scioglie con gli amici più vicini confessando «ma no, ma no, dico di volermene andare ma resto qui». Badate bene, non se ne vanno perché non hanno un posto dove andare, mica per idealità o per spirito di squadra.

Sulla guerra in Ucraina ha retto, ora per Elly arrivano altre sfide

L’opposizione a Elly Schlein giurava – ne parlavano soddisfatti tra di loro – che la nuova segretaria si sarebbe schiantata quasi subito sulla guerra in Ucraina. Erano pronti a raccoglierne i cocci immaginando una furia pacifista che avrebbe travolto lei e il suo gruppo (al momento molto ristretto: Marco Furfaro, Alessandro Zan, Francesco Boccia, Chiara Gribaudo e pochi altri). Quando Schlein ha detto ciò che pensano molti elettori (anche del Pd), ossia che l’aiuto all’Ucraina non era in discussione ma che manca del tutto una reale spinta diplomatica parallela per cercare una soluzione, i suoi oppositori interni ci sono rimasti malissimo. «Allora la fottiamo sull’economia, cosa ne sa di economia», si dicono dandosi di gomito. Oppure «sulle nomine che sbaglierà nella nuova classe dirigente», pronti al vecchio rito del dossieraggio. E in effetti il rischio c’è: ci sono tra i “sostenitori di Elly” vecchi arnesi (seppur con parvenza giovanile) che scambiano la novità come possibilità di riciclo. Non sarà facile cambiare il Pd. Ma Schlein è stata eletta proprio per quello.

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L’Italia nella morsa della siccità

Da quelle parti l’inverno ha portato la neve e la diga di Ridracoli tracima. Ma è una falsa buona notizia perché quell’immagine “è null’altro che quella di un’oasi in un Nord Italia ormai caratterizzato da un andamento pluviometrico mediorientale”. Lo scrive nel suo report settimanale l’Osservatorio Anbi (Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue) sulle risorse idriche che restituisce l’immagine di un’Italia nella morsa della siccità nonostante l’inverno e la carenza d’acqua rischia di diventare drammatica con l’arrivo del caldo primaverile e poi estivo: in Piemonte, a febbraio, il deficit pluviometrico è stato dell’87,3%, superando il 90% nei bacini dei fiumi Ticino, Toce, Agogna-Terdoppio, Orba, Residuo Po-confluenza Tanaro, Dora Baltea fino a toccare il 98,6% nell’area dello Scrivia Curone (!).

L’ultimo rapporto dell’Anbi restituisce l’immagine di un’Italia nella morsa della siccità. La carenza d’acqua rischia di diventare drammatica con l’arrivo del caldo

La poca neve in quota (i bacini più deficitari sono quelli di Ticino e Toce, abbondantemente sotto media), non potrà, nemmeno nel prossimo futuro, offrire un sufficiente ristoro agli invasi regionali, che ad oggi trattengono solamente 90 milioni di metri cubi d’acqua, pari al 23% della capacità. Grave è la condizione dei corsi d’acqua, che restano ben al di sotto delle portate del 2022, nonostante un leggerissimo miglioramento dovuto probabilmente agli apporti dello scioglimento nivale: il Po tocca -73% sulla media storica, il Tanaro è a -74% sulla portata media di Marzo, la Stura di Lanzo è -53% sulla media; in ulteriore calo sono Pesio e Stura di Demonte, ma soprattutto Sesia (quasi – 90% sulla media di marzo) e Toce (-70% ca.)

Il bollettino idrologico della Valle d’Aosta certifica che sulla regione sono piovuti mediamente meno di 5 millimetri in Febbraio, cioè un valore inferiore all’anno scorso (mm.10). La neve caduta è stata mezzo metro inferiore alla media ed in alcune stazioni si sono registrati valori inferiori al minimo storico e l’indice SWE (Snow Water Equivalent) è dimezzato, così come la portata della Dora Baltea. Le temperature medie nel mese scorso sono state fino a 4 gradi sopra la media del decennio, le massime hanno toccato i 23 gradi e, nella seconda quindicina, lo zero termico si è registrato addirittura sopra i 3000 metri! (fonte: Centro Funzionale Protezione Civile Val d’Aosta).

L’inizio di Marzo è stato caratterizzato da piogge assenti o inconsistenti e da scarse precipitazioni nevose

Anche l’inizio di Marzo è stato caratterizzato da piogge assenti o inconsistenti e da scarse precipitazioni nevose sulla fascia occidentale della regione, mentre una lieve crescita del manto nevoso si registra sulla fascia centrale e, in minima parte, su quella orientale. Anche in Lombardia le riserve idriche sono inferiori a quelle del 2022 (-13,55% e -60% ca. sulla media storica): il dato più preoccupante riguarda la neve (circa il 13% in meno rispetto all’anno scorso e circa il 70% sotto la media storica), che a causa delle alte temperature sta velocemente sciogliendosi (-15% rispetto alla settimana scorsa); sconcertante è osservare l’anticipo rispetto al gravemente siccitoso 2022, quando l’esaurimento nivale in quota si registrò a maggio (fonte: Arpa Lombardia).

Situazione difficile anche al Nord dove l’andamento delle piogge è ormai a livelli mediorientali

Continua a destare profonda preoccupazione la condizione delle risorse idriche in Veneto: nel mese da poco concluso, infatti, sulla regione sono piovuti mediamente 3 millimetri d’acqua, quando la media sarebbe di mm. 60 (-96%)! Su tutti i bacini, il deficit mensile supera il 90% con i massimi toccati in quelli di Po, Lemene e Tagliamento (-98%). Sull’Alto Piave, la seconda metà di febbraio è stata la più siccitosa degli scorsi 30 anni, mentre su Livenza-Lemene-Tagliamento peggio è stato solo nel 2006-2007. Il dato negativo di febbraio fa aumentare anche il deficit pluviometrico sull’anno idrologico, che ora tocca -31%.

La temperatura media di febbraio è stata di 2,6 gradi superiore alla media

La temperatura media di febbraio è stata di 2,6 gradi superiore alla media ma, nella seconda metà del mese, lo scarto è stato di +8° (dopo il 1998 è il record da 43 anni); le alte temperature hanno conseguentemente causato la fusione dello scarso manto nevoso (dal 1° ottobre, il deficit nivale è del 32% sulle Dolomiti e del 20% sulle Prealpi. “L’imminente ed ormai difficilmente evitabile esplodere della crisi idrica nel Nord Italia evidenzia l’urgente necessità che il Governo individui un’autorità con la potestà di dirimere inevitabili contrapposizioni fra interessi, rispettando le normative di legge” sollecita Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue.

Mentre la situazione nel Centro e nel Sud appare migliore secondo Vincenzi “l diversificazione di situazioni, che si stanno registrando lungo la Penisola, pone d’attualità la necessità di realizzare infrastrutture idriche per trasportare l’acqua da un territorio all’altro, superando anche antistoriche contrapposizioni, ma privilegiando l’interesse generale”. L’inverno 2022-2023 è stato mediamente più caldo del normale, “anche in modo considerevole”.

L’inverno 2022-2023 si piazza quinto tra i più caldi dal 1800 ad oggi

Secondo infatti i dati Isac-Cnr a livello nazionale, considerando il trimestre dicembre-gennaio-febbraio, la temperatura complessiva è risultata di 1,21 gradi sopra la media trentennale 1991-2020. L’inverno 2022-2023 si piazza quinto tra i più caldi dal 1800 ad oggi. A questo punto la domanda è semplice: oltre a opporsi alla transizione ecologica dalle parti del governo c’è qualcuno che ha idea di ciò che sta accadendo? E, soprattutto, quale sarebbe il piano per contribuire alla salute dei nostri fiumi?

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Così la ‘ndrangheta avallò le stragi mafiose

La notizia è grossa e forse può concorrere a scrivere una delle fasi più oscure del nostro Paese. Non solo perché ieri con l’inchiesta Hybris sono finiti in manette boss e luogotenenti delle cosche di ‘Ndrangheta Piromalli e Molé (49 persone in tutto: 34 in carcere e 15 ai domiciliari oltre al sequestro di beni per circa un milione di euro), ma anche perché gli atti di indagine confermano la tesi che ‘Ndrangheta e Cosa nostra operano insieme come “Cosa unica” fin dai tempi delle stragi, in un sistema criminale integrato che decise l’attacco frontale contro lo Stato.

L’inchiesta Hybris conferma la tesi che ‘Ndrangheta e Cosa nostra operano insieme come “Cosa unica” fin dai tempi delle stragi

Scrivono i magistrati: “Pesce, in proprio ed in nome e per conto di Piromalli, aveva votato a favore della partecipazione alle stragi anche da parte della ‘ndrangheta”. Il boss di Limbadi Luigi Mancuso, invece, “avrebbe votato contro” le stragi che “erano dirette all’eliminazione del regime di carcere duro”. E ancora: “Si progettava di arrivare ad assassinare un ministro e fare un colpo di Stato”.

Se le indagini dei carabinieri hanno stroncato la cosca Piromalli fotografando non solo gli affari illeciti del clan ma anche la pace con i recenti nemici Molé, è senza dubbio l’intercettazione del “navigato esponente della ‘ndrangheta” Francesco Adornato ad aprire uno squarcio sulla stagione stragista. Adornato non è indagato nell’inchiesta Hybris, ma le sue parole hanno conquistato il titolo di un capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare dove, nero su bianco, il gip riassume la sua conversazione con Giuseppe Ferraro (arrestato ieri) e scrive che il boss Pino Piromalli detto Facciazza “aveva composto la ‘commissione’ costituitasi per decidere se la ndrangheta calabrese avrebbe dovuto partecipare o meno alle stragi di Stato attuate dalla mafia siciliana”.

È lo stesso punto sui cui sta lavorando da tempo il procuratore aggiunto di Reggio Calabri a, Giuseppe Lombardo, nel processo “Ndrangheta stagista” che, in primo grado, si è concluso con la condanna del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e di Rocco Santo Filippone, espressione dei Piromalli. In quel processo si racconta come fu il cognato di Riina, Leoluca Bagarella, a indicare Giuseppe Graviano come responsabile dei rapporti con le cosche calabresi (“con i calabresi te la vedi tu”, disse Bagarella).

Secondo il racconto di Adornato intercettato, ora sappiamo che “la ‘commissione’ (al quale consesso però Pino Piromalli non aveva personalmente partecipato in quanto aveva delegato in sua vece Antonino Pesce detto Nino u Testuni) aveva deciso di ‘avallare’ le stragi di Stato, condividendo la politica del terrore e stragista proposta dalla mafia siciliana.

Tra i soggetti raggiunti dall’ordinanza figurano nomi importanti come Girolamo Piromalli detto Mommino (ritenuto la figura apicale del clan), Salvatore Copelli, Aurelio Messineo, Francesco Cordì, Rocco Delfino detto U Rizzu, Arcangelo Piromalli, Cosimo Romagnosi e Antonio Zito detto u Palisi, ma anche Antonio Molé detto u Jancu, considerato il reggente della consorteria, e per Ernesto Madaffari alias u Capretta.

Agli arresti domiciliari con l’accusa di estorsione sono finiti anche Maria Martino e Grazia Piromalli, rispettivamente moglie e figlia del boss Pino Facciazza, oltre a un finanziere, Salvatore Tosto, che avrebbe rivelato alcune indagini in corso e l’esistenza di un’indagine a suo carico e don Giovanni Madafferi, parroco di Castellace, per certificati falsi. Non sono bande, non è un semplice sistema criminale, siamo di fronte a un sistema di potere, una rete che gestisce in modo univoco determinate operazioni, anche finanziarie. Di questo dovremmo preoccuparci piuttosto che romanticizzare i boss.

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Vilipendio di cadaveri

Giorgia “sono una donna, sono una mamma, sono cristiana” Meloni non ha trovato un secondo per rendere omaggio alle vittime della strage di Cutro. Ha trovato comunque il tempo di passare da lì per riunire un Consiglio dei ministri che sarà ricordato come l’imbarazzante apice della retorica e dell’ignoranza sui temi migratori conclusosi con un decreto che è un guazzabuglio di disumanità, di regole inutili e di interventi sbagliati.

Il governo di Giorgia Meloni, del resto, ha dimostrato fin da subito di non avere la statura morale per riconoscere cosa sia una questione umanitaria e cosa una questione politica. Confondere i due piani regala un condono morale che legittima la xenofobia (morbida e sottaciuta) che è uno dei propellenti del governo.

Così dopo i cadaveri sulla spiaggia, dopo i buchi nella catena di soccorso che non sono stati chiariti dal ministro Piantedosi, dopo avere ascoltato lo stesso Piantedosi rivittimizzare le vittime perché si sono imbarcate, dopo aver depositato i sopravvissuti in una topaia marcia (per poi mandarli in albergo appena è montata l’indignazione), dopo aver tentato di sguincio di deportare le salme, Giorgia Meloni licenzia un decreto legge che inasprisce le pene per i trafficanti (già previste dal Testo Unico del 1998) e stabilisce un nuovo reato per chi “promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, quando il trasporto o l’ingresso sono attuati con modalità tali da esporre le persone a pericolo per la loro vita o per la loro incolumità o sottoponendole a trattamento inumano o degradante”.

Peccato che né Giorgia Meloni, né Piantedosi, né Salvini (e tantomeno i parlamentari della maggioranza) sembrano conoscere la differenza tra “trafficanti” e “scafisti”. Per comodità (meglio, vigliaccheria) preferiscono concentrarsi su quest’ultimi che però hanno poco a che fare con la gestione dell’immigrazione illegale e anzi molto spesso si rivelano semplici migranti che si sono messi al timone per minaccia, per paura o per salvarsi. I “trafficanti” sono comodamente seduti nel divano di casa propria a contare i soldi incassati dai disperati e dagli Stati (come l’Italia, come anche l’Unione Europea) che li legittimano come “autorità” di Stati che sono un conclave di sgherri. Anche in questo caso siamo alle solite: forti con i deboli.

Tra gli altri provvedimenti c’è poi l’annunciato decreto flussi per il triennio dal 2023 al 2025 rivenduto come novità e conquista. Peccato che il decreto flussi sia in campo dal 1998 e nei fatti non abbia migliorato la situazione umanitaria, limitato nei numeri. Ad oggi, infatti, con le normative vigenti può entrare in Italia solo chi è già in possesso di un contratto ed esclusivamente nell’ambito delle quote e dei settori lavorativi definiti dal decreto flussi, non sulla base dei concreti bisogni delle aziende. Il decreto flussi non ha niente a che vedere con quelli che scappano dalla guerra e che anche ieri Giorgia Meloni con molta ignoranza ha chiamato “partenze irregolari”. Che le persone asfissiate nel mare di Cutro fossero irregolari avrebbe dovuto stabilirlo la risposta a una domanda d’asilo che quelli non hanno potuto presentare perché inghiottiti in anticipo dal mare.

Poi c’è l’ampliamento dei Centri per il rimpatrio (Cpr) che potranno essere realizzati “anche in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”. Il viatico per strutture ancora più sgarrupate e indecenti di quelli che già ci sono.

Infine c’è il capolavoro, il potenziamento della sorveglianza marittima che avrebbe dovuto essere in capo al Comando della squadra navale quindi in mano a Guido Crosetto. Giorgia Meloni prova a commissariare i poco capaci ministri Salvini e Piantedosi in favore del ministro della Difesa Guido Crosetto. In pratica hanno mancato l’operazione di ricerca e soccorso preferendo un’operazione di polizia a Steccato di Cutro e ora provano di virare su un’operazione militare. Non accade per poco, solo perché Salvini si ribella ma il segnale di sfiducia politica è chiarissimo.

Ci sarebbe anche il tono di Giorgia Meloni, quell’apocalittica conferenza stampa tenuta con aria di sfida. “State dicendo che il Governo ha voluto non salvare quelle persone?”, chiede di nuovo. Sì, rispondiamo ancora.

Siate maledetti.

Buon venerdì.

Frame del servizio video a Steccato di Cutro dalla pagina facebook di Cartabianca, 7 marzo 2023

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