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Crolla il mito della premier forte

La leader accusata di essere troppo ruvida è diventata morbida, morbidissima. Praticamente un’ombra. Giorgia Meloni ha fatto il pieno di voti in questi ultimi anni alzando la voce, sempre e comunque, inseguendo ossessivamente la sovraesposizione su tutti i temi. C’è da presumere, senza bisogno di essere fini analisti, che tra i suoi voti abbia covato l’esasperazione di vedere – “finalmente”, hanno pensato i suoi elettori – “qualcuno che dice le cose come stanno”. Il “finalmente” è la benzina del nuovismo per cui qualsiasi leader mai stato prima al governo gode di un carico di speranza inimmaginabile per chi ci è già passato.

Ossessionata dal consenso, Giorgia Meloni manda allo sbaraglio i ministri. Così è diventata regina nell’arte di imboscarsi

Meloni imperversava sui social urlando contro le accise della benzina. Ci si sarebbe aspettato che nostra signora dell’indignazione avesse preso di petto la questione del prezzo dei carburanti, avrebbe mostrato lo stesso piglio contro la lobby del petrolio oltre a scardinare le maledette accise. Non l’ha fatto (in politica accade di non poter fare cose che si vorrebbero fare o banalmente di non riuscirci) ma soprattutto è scomparsa.

Nascosta dal paravento del suo ruolo istituzionale che – a detta dei suoi – le impone un nuovo senso della misura. Meloni ha lasciato campo ai suoi ministri e ai sottosegretari (preferibilmente del suo partito) talvolta usati come opposizione al suo stesso governo. Pensateci, anche di fronte alla marea di gente che qualche giorno fa ha manifestato contro il pestaggio fascista di fronte alla scuola di Firenze, nonostante le improvvide uscite del ministro Valditara che ha additato una preside colpevole secondo lui di apologia di antifascismo, la voce chiara e secca di Meloni – quella che ha fatto esultare certe discutibili femministe per l’avvento della “donna forte” – non s’è sentita. In disparte.

Ai tempi di Draghi era proprio Meloni a pretendere che l’ex premier riferisse su tutto ciò che accadeva nel Paese

Qualcuno la chiama “saggezza” (non ultimo Adriano Celentano in un’intervista al Corriere) ma non si può non ricordare come ai tempi del governo Draghi fosse proprio Meloni a pretendere che l’ex presidente del Consiglio riferisse su tutto ciò che accadeva nel Paese. Peggio ancora fece nei governi Conte, Gentiloni e Renzi. All’opposizione Giorgia Meloni pretendeva (giustamente o meno) che il presidente del Consiglio si disincagliasse dal suo ruolo istituzionale “per rispondere agli italiani”.

Se fosse così la riforma della giustizia e le dichiarazioni del ministro Nordio non hanno meritato una sua presa di posizione. Pochi comunicati, molto sbiaditi e le diplomatiche risposte che non rispondono a nulla e non prendono posizione. La vicenda Donzelli-Delmastro l’ha sfiorata di passaggio, come se non fosse anche la presidente del loro partito. Un capolavoro di nascondimento è l’atteggiamento tenuto sulla strage di Cutro: un video, guardando fissa in camera, in cui come unico contenuto politico riesce a porre una domanda retorica scandalizzata: “Ma davvero credete che non li avremmo salvati?”.

Giorgia Meloni ha una dichiarazione, una al giorno, per le feste comandate e per gli incontri ufficiali

Sì, hanno risposto in molti. Ma una presidente del Consiglio dovrebbe dare risposte, non porre domande. Giorgia Meloni ha una dichiarazione, una al giorno, per le feste comandate e per gli incontri ufficiali. Sarà, c’è da scommetterci, fornita di un’ottima dichiarazione perfettamente equilibrista per la farsa del Consiglio dei ministri di oggi a Cutro. Riuscirà a non scontentare gli addolorati e a non far sentire traditi gli xenofobi. Sarà una dichiarazione magica, come al solito, che evoca l’idea che gli elettori si sono fatti di lei (non corroborata dai fatti) e che non offre troppi spunti agli oppositori. “Saggezza”, la chiamano. E invece è solo imboscamento.

Leggi anche: L’inutile passerella della Meloni. A Cutro per lavarsi la coscienza. Oggi il Consiglio dei ministri varerà la stretta sui trafficanti di esseri umani e il decreto flussi

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Fratoianni: “Basta con la politica disumana. Piantedosi deve dimettersi”

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, il cdm vola a Cutro. Che ne pensa
“Trovo vergognoso che nessuno del Governo abbia sentito la necessità di andare a Cutro per un momento di vicinanza umana. Se non fosse stato per il Presidente Mattarella che ha deciso di andare a rendere omaggio alle vittime della più grande strage del Mediterraneo degli ultimi anni, le istituzioni sarebbero state assenti. L’unico che è andato a Crotone, Piantedosi, ci è andato per dire che i morti erano degli irresponsabili che non sarebbero dovuti partire. A volte la forma è sostanza, dopo averli abbandonati in mare li hanno abbandonati, vivi e morti, anche a terra”.

Ma bastano dal punto vista politico le spiegazioni di Piantedosi?
“Per nulla. Ieri in aula il Ministro prima ha fornito un freddo elenco di date e di orari, poi, incredibilmente, ha rivendicato le scelte politiche e operative del Governo. Come se tutto fosse andato bene. Va ricordato al Ministro che niente è andato bene e che i morti accertati sono più di settanta In estrema sintesi: Frontex avverte che c’è un caicco sovraccarico, gli assetti della Guardia di Finanza sono costretti a tornare indietro perché le condizioni del mare sono pessime e a nessuno viene in mente che una barca di legno sovraffollata avrebbe affrontato pericoli mortali. Questo Governo sta facendo di tutto per disincentivare il soccorso in mare: lo fa con le navi della società civile e lo fa evidentemente anche con gli assetti della Guardia Costiera, gli stessi che per anni sono stati il nostro orgoglio per la capacità di salvare persone in mare. Una politica di questo tipo è semplicemente disumana e Piantedosi avrebbe dovuto dimettersi il giorno del naufragio”.

Ora gli unici responsabili delle tragedie sembrano gli scafisti. Di chi sono secondo lei le responsabilità?
“In realtà secondo il Governo i primi responsabili sono gli stessi migranti che dovrebbero rimanere a casa nonostante guerre, persecuzioni e carestie. Dovrebbero, in altre parole, morire a casa loro invece di farlo nel Mediterraneo. Le responsabilità sono invece di chi non consente una migrazione sicura e legale verso l’Europa. Fin quando costringeremo le persone che fuggono a prendere il mare, i responsabili dei loro naufragi saremo anche noi. I trafficanti di uomini sono persone spietate, ma è l’Europa a spingere tra le loro braccia chi vuole scappare”.

Avete denunciato le condizioni del Cara di Crotone. Oggi si è accesa anche la polemica per il trasferimento…
“Il nostro deputato Franco Mari è andato a verificare le condizioni dei sopravvissuti e ha trovato una situazione indecente. Le persone erano ammassate in una struttura scrostata di fronte al Cara di Crotone, trattate come gli animali. Senza vestiti, senza lenzuola, con un solo bagno per uomini, donne e ragazzi. Senza neanche letti sufficienti per tutti. Dopo la nostra denuncia, il Governo le ha trasferite in albergo. Bene, ma mi pare incredibile che sia stato necessario pubblicare le foto delle condizioni indecenti di quegli stanzoni per avere un moto minimo di umanità”.

Ma non si rischia di dimenticare le responsabilità anche del centrosinistra
“Mi pare di essere stato molto chiaro ieri in Aula su questo punto. Ho sentito da parte dell’opposizione parole che ho profondamente condiviso e però dovremo tutti ricordarcene quando toccherà a noi governare: le parole devono trovare seguito nelle azioni. La legge Bossi-Fini, che impedisce di fatto una migrazione legale, è in vigore in questo Paese da ventidue anni e nessuno l’ha cambiata; gli accordi con la Libia non se li è inventati questo Governo ma sono stati rinnovati, anno dopo anno, da governi di tutti i colori”.

Matteo Renzi propone una commissione d’inchiesta…
“Sono d’accordo, serve una commissione di inchiesta su cosa sia accaduto la notte in cui lo Stato ha abbandonato in mare una barca in difficoltà. Ma serve una commissione di inchiesta su tutti questi anni di criminalizzazione del soccorso in mare e di mancati salvataggi. Spesso è la magistratura che interviene e fa indagini, per esempio, sul ruolo dei libici e sulle relazioni fra l’Italia e la Libia: è tempo che sia la politica a indagare su se stessa e sulle sue scelte”.

La domanda che ripetono tutti: cosa fare? Come affrontare la questione?
“Nell’immediato una risposta è ritirare l’infame decreto contro le organizzazioni non governative, un decreto che dichiara guerra a chi salva le vite. E poi si deve cancellare la Bossi-Fini. Così come vanno stracciati gli accordi con la Libia: basta finanziare i mercanti di uomini, quelli della cosiddetta guardia costiera libica che di giorno indossano la divisa e di notte organizzano le tratte illegali su cui troppe morti abbiamo pianto. Occorre costruire canali legali e magari costruire politiche di cooperazione. Invece ogni volta che c’è da scegliere vengono ridotti i fondi per la cooperazione e aumentati quelli per le armi, ossia ciò che produce guerre e disperazione, o messe in atto politiche energetiche inquinanti, che alimentano la nuova categoria, sempre più grande, dei profughi climatici”.

Leggi anche: Salme deportate a Bologna, ultimo sfregio ai morti. Dopo le proteste, il Viminale fa retromarcia: soluzione provvisoria 

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Sì, ma cosa proponete?

Poiché i parlamentari e i partiti politici sono pagati, votati e chiamati a trovare soluzioni legislative ai temi più o meno complessi negli ultimi giorni, al di là dell’indignazione per la strage di Cutro, circola la buffa idea che sul tema delle migrazioni (qui si parla del lato politico, dando come prerequisito il lato umanitario) non esistano proposte alternative.

Ieri è giunta notizia che il Piatto democratico, il Terzo polo e +Europa siano convenuti su una proposta di legge che è lì bella pronta fin dal 2017 (la trovate qui) e che Riccardo Magi ha già depositato. La legge nasce dalla campagna #EroStraniero lanciata da Radicali italiani insieme alla Fondazione Casa della carità «Angelo Abriani », Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A buon diritto, con il sostegno di centinaia di sindaci e di organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione, tra cui Caritas italiana, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche ita- liane, Cgil, Emergency e tantissime associazioni locali.

Questi i principali punti di riforma proposti dalla campagna:

  • Reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta)

Si propone la reintroduzione del sistema dello sponsor, originariamente previsto dalla legge Turco-Napolitano, per l’inserimento nel mercato del lavoro del cittadino straniero su invito del datore di lavoro italiano. Si tratta di una prestazione di garanzia per l’accesso da parte di singoli datori di lavoro che permettono al lavoratore straniero di venire in Italia, essere assunto e inserirsi nel mercato del lavoro, assicurando risorse finanziarie adeguate. Tale assunzione dovrebbe avvenire in qualsiasi momento, senza dover attendere che vengano stabiliti click day e definiti settori determinati.

  • Introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione

Si propone un permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori e lavoratrici dei paesi terzi per facilitare l’incontro con i datori di lavoro italiani e per consentire a quanti sono stati selezionati sulla base delle richieste di determinate figure professionali, di venire in Italia, svolgere i colloqui di lavoro e finalizzare l’assunzione. La selezione può avvenire anche attraverso l’attività di intermediazione svolta da enti pubblici e privati (quali organizzazioni, associazioni, patronati, sindacati, università, agenzie per il lavoro), autorizzati dal ministero del lavoro e inseriti in un apposito albo nazionale, per far incontrare l’offerta di lavoro da parte di cittadini stranieri e richiesta di lavoro da parte di datori di lavoro in Italia, selezionando nei paesi di origine lavoratori e lavoratrici che rispondono a determinati requisiti.

  • Regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”

Si propone la regolarizzazione su base individuale degli stranieri che si trovino in situazione di soggiorno irregolare allorché sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa, sul modello della Spagna e della Germania. Tale titolo di soggiorno dovrebbe prevedere una procedura sempre accessibile, su base individuale, e non legato a sanatorie: si può fare richiesta del permesso in qualsiasi momento se si è in possesso dei requisiti.

  •  Effettiva partecipazione alla vita democratica

Si propone l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

  • Abolizione del reato di clandestinità

Si propone l’abolizione del reato di clandestinità, abrogando l’articolo 10-bis del decreto legislativo 26 luglio 1998, n. 286.

È, ovviamente, l’inizio di una discussione ma delinea un pensiero che, al di là della narrazione di certa cattiva stampa, qualcuno finge di non vedere.

Buon giovedì.

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Salme deportate a Bologna, ultimo sfregio ai morti di Cutro

Dopo la strage, dopo aver buttato in superstiti in stanze come topaie, dopo avere ascoltato il ministro dell’Inferno Piantedosi mentire l’allarme di Frontex senza spiegare il perché di un’operazione di polizia quando da sempre si mette in campo un’operazione di soccorso il Governo decide di scendere negli inferi e prova a deportare anche le salme di Cutro.

Il Governo prova a deportare anche le salme di Cutro. Dopo le proteste, il Viminale fa retromarcia: soluzione provvisoria

“Il governo italiano gioca con i morti”. Così recita il cartello di una donna afgana che nel naufragio di Steccato di Cutro ha perso la figlia ed il genero. Lei arriva dalle Germania come molti dei parenti delle vittime che stanno protestando pacificamente contro la decisione del governo. “Noi vogliamo i corpi delle vittime in paesi di origine in Afghanistan o dove famiglia vuole” è scritto in un altro cartello che spiega il motivo della protesta.

“Hanno cercato di portare via bare senza dire niente prima” dice un altro afgano disteso sulla strada. A quanto pare la decisione del governo è stata presa dopo che è venuto meno l’impegno a coprire i costi dei trasferimenti delle salme nei paesi di origine. Il governo italiano, secondo quanto affermano i parenti delle vittime, sarebbe disponibile solo a pagare i trasferimenti interni.

L’impegno preso da Mattarella si frange contro l’ipocrisia del governo

L’impegno preso dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si frange contro l’ipocrisia del governo. “Vogliono spostare i morti quasi sicuramente per evitare di venire a rendere omaggio alle salme”, ci dice un’assessora di Crotone. Stefano Mancuso di Rete 26 febbraio spiega: “L’impressione è che il governo voglia nascondere la polvere sotto il tappeto. Questo è un ennesimo oltraggio perché non viene rispettata la volontà dei familiari a piangere i morti dove preferiscono.

Questa vergogna si aggiunge a due settimane di comportamenti disumani sia per i mancati soccorsi che per il trattamento ricevuto da governo le cui mancanze sono state coperte solo grazie a sacrificio dei volontari delle associazioni”. Una giornata con un rincorrersi di voce che si aggiungono al dolore. Si dice che le salme vadano a Bologna, il sindaco ferma tutto e chiede giustamente il consenso delle famiglie. In serata fonte dal Viminale dicono che forse non se ne farà niente. Una cosa è certa: un’altra giornata di orrore.

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Ecco lo staff del ministro delle gaffe Sangiuliano

Con la cultura non si mangia ma con il ministero della Cultura evidentemente sì. Il ministro Gennaro Sangiuliano ha assestato la sua squadra al dicastero di Via del Collegio Romano, tra i dovuti incarichi istituzionali e una folta schiera di consiglieri. Ne avrà bisogno, questo è certo, se in così pochi mesi è già riuscito a collezionare un’invidiabile sequela di sfondoni.

Il ministro della Cultura Sangiuliano ha assestato la sua squadra, tra i dovuti incarichi istituzionali anche una folta schiera di consiglieri

Gennaro Sangiuliano, giornalista che ha lavorato anche al Tg2, ha esordito con una gaffe piuttosto clamorosa come ministro della Cultura nel governo Meloni. Nello specifico Sangiuliano ha accusato la Rai di non aver mai dedicato un film o una serie tv ad Oriana Fallaci occupando piuttosto “del sindaco Mimmo Lucano”. Un’accusa” smentita dai fatti. Nel 2015 andò in onda sulla Rai la serie tv “L’Oriana” incentrata proprio sulla figura della giornalista e scrittrice interpretata da Vittoria Puccini: due episodi per un totale di 180 minuti per raccontare la vita proprio di Oriana Fallaci.

Poi si è buttato (male) su Dante, indicandolo come “fondatore del pensiero di destra”. Sul fronte delle cose fatte finora si registra poco, quasi niente, al di là dell’appropriazione di misure già in corso come il decantato Decreto cinema (già preparato dal suo predecessore, Dario Franceschini) o le “aperture straordinarie” che da noi sono ordinarie da tempo. In attesa di sapere chi sostituirà la sua ex portavoce Tg2 Marina Nalesso che ha rassegnato le dimissioni per “motivi personali”, la lista dei consiglieri del ministro Sangiuliano già “parla”.

Nello staff di Sangiuliano anche il giornalista Francesco Giubilei

C’è, per la modica cifra di 40mila euro all’anno, Francesco Giubilei, penna del Giornale e astro nascente della cultura destrorsa. Giubilei, tanto per avere contezza dello spessore, presiede la Fondazione Tatarella e l’associazione Nazione Futura e mentre salta da uno studio televisivo all’altro prova a scardinare “l’egemonia del marxismo culturale” (ha detto proprio così) proponendo i capisaldi della retorica destrorsa. Qualche giorno fa ha partecipato al convegno Se questo è l’uomo organizzato da Pro Vita e Famiglia e Cinabro Edizioni con Simone Pillon, e i giornalisti Marcello Foa e Francesco Borgonovo.

Il ministro della Cultura ha assoldato anche un economista, è l’ex Cdp Giorgio Carlo Brugnoni

Giubilei è consigliere del ministro per la promozione della cultura tra i giovani. Quale cultura, verrebbe da chiedersi? Trentamila mila euro all’anno li prende anche Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra nonché figlia di Gabriele Venezi, immobiliarista, che è stato dirigente nazionale dell’organizzazione neofascista Forza Nuova negli anni 2010. Beatrice Venezi è diventata un’icona della destra più che per le capacità musicali (sia chiaro, riconosciute) per l’ostinazione con cui si vuole far chiamare “direttore” e non “direttrice” (d’orchestra appunto). Ma dei 360 mila euro all’anno spesi in consulenze dal ministero guidato da Sangiuliano ne spicca una su tutte: 130 mila euro, più di un terzo dell’intero budget, servono a pagare lo stipendio di un unico consigliere, Giorgio Carlo Brugnoni, che non ha competenze culturali ma è un economista.

Brugnoni proviene da Cassa Depositi e Prestiti dove si è occupato di gestione dei crediti fin dal 2012, all’inizio di una brillante carriera. Tra le sue pubblicazione spicca l’anno scorso “Le banche italiane tra pandemia e nuove tensioni geopolitiche: impatti, scenari e strategie” o, nel 2019, “Il nuovo bilancio delle banche. Introduzione alla lettura. Percorsi e strumenti di analisi”. Si occupa di finanza islamica (a cui ha dedicato diverse pubblicazioni) e tiene lezioni sull’analisi delle performance della banche. Tutto meritorio e importante, per carità, ma che c’entra con il ministero della Cultura

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L’8 marzo in numeri

Aumentano i casi di omicidio nel 2022 con 319 persone uccise ma il numero delle vittime donne cresce ancora di più (125) con un +12% rispetto al 2019. Anche in ambito familiare-affettivo, a una diminuzione dell’8% degli omicidi commessi, corrisponde un aumento del 10% di quelli con vittime di genere femminile. È quanto emerge dai dati sulle donne vittime di violenza elaborati dal Dipartimento della pubblica sicurezza-Direzione centrale della polizia criminale del Viminale. Nello stesso ambito, invece, risultano in diminuzione sia gli omicidi commessi dal partner o ex partner (-17%) sia il numero delle relative vittime donne che, da 68 del 2019 passano nell’anno appena trascorso a 61, con un decremento che si attesta al 10%. Per quanto riguarda il tasso degli omicidi commessi nel 2022 rapportati alla popolazione residente emerge un tasso medio pari a 0,54 vittime (di entrambi i sessi), ma con un valore più elevato per il genere maschile (0,67) rispetto a quello femminile, che si attesta a 0,41. Il trend del numero degli omicidi commessi è decrescente fino al 2020, ma con un successivo costante incremento fino al 2022, anno che, comunque, fa registrare valori uguali a quelli del 2019.

L’azione di contrasto mostra, a partire dal 2020, una flessione della percentuale dei casi scoperti, con il minimo nel 2022: il decremento nell’ultimo anno fa comunque registrare una percentuale di casi scoperti pari all’86%. Gli omicidi con vittime di genere femminile evidenziano nel 2022 un incremento. Si tratta di un trend in aumento dal 2019, anno in cui erano state riscontrate 112 vittime donne, dato che poi cresce progressivamente e nel 2022 sale a 125, nonostante il numero di eventi complessivi (319) sia uguale per i due anni in esame: da un’incidenza che nel 2019 era del 35% si giunge nel 2022 al 39%. Approfondendo l’esame per il solo 2022, emerge che le donne vittime di omicidio costituiscono il 39% del totale; di queste, il 95% erano maggiorenni e il 78% italiane. Focalizzando l’attenzione, in particolare, sull’ambito familiare-affettivo si evidenzia, invece, come, dal 2020, gli omicidi con vittime donne mostrino un costante incremento, a fronte di un trend discendente del dato complessivo. Nell’ambito familiare-affettivo si evidenzia, infatti, come nel 2022 la percentuale delle vittime donne si attesti al 74% dei casi (103 su 140). Inoltre si rileva come, tra le persone uccise dal partner o ex partner, la percentuale di donne raggiunga il 91% (61 su 67), mentre solo nel 9% dei casi le vittime sono uomini. Considerando le sole donne uccise in ambito familiare-affettivo, le stesse sono vittime di partner o ex partner nel 59% dei casi (61 su 103). Numerosi anche i casi in cui risultano uccise per mano di genitori o figli (33%, 34 su 103), mentre è residuale il caso di omicidi commessi da altro parente (8%, 8 su 103). Per quanto attiene al modus operandi, negli omicidi volontari di donne avvenuti in ambito familiare-affettivo si rivela preminente l’uso di armi improprie o armi bianche, che ricorre in 49 casi; in 23 eventi sono state utilizzate armi da fuoco. Seguono le modalità di asfissia-soffocamento-strangolamento (16 omicidi), lesioni o percosse (14 eventi) e avvelenamento in un unico caso.

Buon 8 marzo.

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Un tugurio per i superstiti: vergogna finale su Cutro

Spegnete le voci del cordoglio funebre svolto come se fosse burocrazia, provate a dimenticare le mostruose parole di Matteo Piantedosi che anche mentre prova a difendersi non riesce a nascondere la sua spaventosa natura e elogiare gli accordi con gli sgherri di Stato di Libia e Tunisia.

L’alloggio nel Cara di Crotone dove sono stati illegalmente rinchiusi i sopravvissuti di Cutro è un tugurio

Guardate solo queste foto, le immagini di materassi per terra come giaciglio in mezzo alle screpolature di muffa, un solo bagno fatiscente per tutti, uno stanzone senza riscaldamento e senza lenzuola. Questo è l’alloggio nel Cara di Crotone dove sono stati illegalmente rinchiusi i sopravvissuti della strage di Steccato di Cutro, 72 vittime di cui 28 minori.

Non sono foto rubate, le ha scattate un deputato di Alleanza Verdi Sinistra, Franco Mari, in visita ufficiale. Dopo avere perso mogli, mariti, figli, genitori e fratelli i sopravvissuti non abbastanza morenti per meritarsi un ospedale sono stati rinchiusi come bestie in un luogo che è l’esatta fotografia della banalità del male (fino all’annuncio del Viminale a figuraccia ormai fatta: saranno trasferiti in un hotel sulla costa di Crotone). Nemmeno i lutti riescono a umanizzare le persone che devono pagare la colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo e di avere bussato alle porte sbagliate per cercare salvezza.

Qui non si tratta di politica, non è solo questione di colpe (che sono diverse, trasversali e che partono da lontano). Qui siamo difronte alla spaventosa banalità del male che è scivolata in mezzo all’indifferenza fino ad ammassare esseri umani che sono diventati “cose” da accumulare in attesa di una soluzione. Piangere qualcuno rinchiuso in un luogo del genere è il risultato di una logistica disumana che ha trasformato i diritti universali dell’uomo in privilegi che vengono centellinate in base alle convenienze della propaganda politica.

Le vittime pettinate e ripulite per la visita del capo di Stato vengono ributtate nel sacco dell’umido quando si spengono le telecamere e si chiudono i taccuini. Ma la notizia peggiore è un’altra: questa desolazione è la consuetudine in Italia e in Europa. Esistono carceri sgarruppate dove vengono parcheggiate persone innocenti per scontare la colpa di sperare di cavarsela. Mentre la politica lucra sui loro corpi strizzando lacrime da coccodrillo i sopravvissuti vivono un lutto in un posto in cui quelli non andrebbero nemmeno a pisciare.

Leggi anche: Piantedosi nega l’evidenza. E non dice tutto in Parlamento. Il ministro esprime cordoglio per le vittime. Ma l’avvistamento di Frontex fu sottovalutato

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Crosetto arruola il soldato Riotta

Dopo avere rimediato una magra figura con la sua lista dei “putiniani d’Italia” e dopo essere stato inserito – questo sì – nella lista dei “crosettiani d’Italia” Gianni Riotta sfida ogni proporzione del senso del ridicolo e con il bollino sulla fronte del ministro di Fratelli d’Italia verga su Repubblica – altro paradosso – un editoriale in cui spiega alla nuova segretaria del Partito democratico Elly Schlein come dovrebbe gestire il suo partito. Lo fa ovviamente alla Riotta, con il suo metodo che gli ha fatto guadagnare l’epiteto di the opposite of journalism da Glenn Greenwald, allora giornalista del The Guardian e poi fondatore del giornale The Intercept.

C’è pure il giornalista Gianni Riotta nel think thank del ministro di FdI. La missione: portare la leader Pd sul fronte bellicista

Che dice Riotta Si augura che Elly Schlein “non si rinchiuda in un cabaret di yes-men, si apra alla sinistra raziocinante, deluda chi sull’Ucraina svende il pacifismo a Putin, non lasci la difesa delle democrazie in Europa agli ex missini, tenga la posizione”. La domanda, ogni volta che Riotta dispensa consigli a qualcuno, è sempre la stessa: da cosa deriva la sua credibilità politica Qualche indizio lo abbiamo.

Di certo Riotta è molto più bravo a ottenere l’ingresso nelle liste amichevoli dei politici piuttosto che stilarle. Il “think tank” voluto dal ministro Crosetto è almeno un elemento di chiarezza nello scenario dei sostenitori della guerra. Lì dentro c’è chi, come Riotta, non voglia che si muova foglia che la Nato non voglia, ma ci sono anche analisti geopolitici che qualche progressista ha ultimamente frainteso. Il ministro Crosetto deve avere pensato che andasse premiato un giornalista che su Repubblica è riuscito nella mirabile impresa di presentare una lista di presunti “putiniani d’Italia”.

La firma del quotidiano romano annunciò con clamore che quei nomi fossero figli di uno “studio” (parolina magica per travestirsi di autorevolezza) della “Columbia university curato dai docenti Olga Bertelsen e Jan Goldman”. Poi si scoprì che non era uno “studio” e non era nemmeno “della Columbia university”. Un errore da poco. Lì dentro Riotta ci ha infilato nomi a titolo personale: Mattei, Fassina, Boldrini, Spinelli che nel testo “americano” non esistono. Un’altra svista da poco, per un fine analista geopolitico come lui.

O forse Riotta dispensa consigli al ministro di destra e alla segretaria del partito di centrosinistra forte del fiuto con cui – da grande esperto di cose americane come si professa – alla vigilia della vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, vaticinava su Facebook: “La campagna elettorale di Trump è ufficialmente finita stanotte, al terzo dibattito con la rivale democratica Hillary Clinton. Trump era partito alla grande, senza sniffare. D’improvviso, ha distrutto le residue, esili chance di vittoria repubblicana. Vincerà Hillary, The Donald è stata una grande distrazione, colorata, petulante e vana”.

Non male, eh? O forse l’autorevolezza gli deriva dalla direzione di quel Tg1 rimasto nella memoria dei telespettatori italiani per il “bollettino della vittoria” nella gara degli ascolti sulla pelle dei morti per il terremoto de L’Aquila. O forse l’autorevolezza gli deriva dalla direzione de Il Sole 24 Ore lasciata dopo 16 mesi perdendo 100 copie al giorno in edicola (54mila in tutto) e il 30% degli abbonati.

O forse, a pensarci bene, Riotta dispensa consigli politici dall’alto della sua approfondita conoscenza della Costituzione italiana dimostrata quando in tv negava – con la sua solita adorabile modestia – che nell’articolo 1 si affermi che la sovranità appartiene al popolo. Aggiungiamo anche noi un piede alla lista di consigli sulle persone da non ascoltare per Schlein: Gianni Riotta.

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Allevare manodopera a basso costo

Allevare manodopera a basso costo è un lavoro difficile. Come tutti gli altri allevamenti bisogna essere capaci di restare sul crinale del sostentamento (solo quel che basta) e dell’affamare per rendere le bestie vigili e attive. È importate anche che escano dalla stalla il primo possibile, che fremano per uscire il prima possibile: per alimentare la voglia di uscire dal recinto basta rendere il recinto il più moderatamente ma insopportabilmente possibile invivibile.

Il governo che avrebbe dovuto abolire il Reddito di cittadinanza non lo farà. Era ovvio. Qualsiasi politico o cittadino senziente sa che non si può buttare in mezzo alla strada milioni di poveri (che in Italia aumentano ogni anno, da un po’) solo per vendicativa soddisfazione dei ricchi. Tra l’altro – mannaggia – i poveri votano come i ricchi e finché non riusciranno a risolvere questo fastidioso inghippo burocratico andrà così.

Non potendo abolire il Reddito di cittadinanza hanno deciso di intraprendere la strada più semplice: cambiargli nome. Gli elettori sono ancora abbastanza mansueti, siamo ancora nella coda lunga della luna di miele di Giorgia Meloni. Ascoltare un nome diverso nelle urlanti trasmissioni delle reti Mediaset rilascerà le endorfine della presunta verità. L’hanno chiamato Mia “Misura di inclusione attiva” e sostanzialmente è un idea banale: meno soldi a meno persone. Una soluzione banale di una classe dirigente banale.

L’obiettivo? Perfezionare l’allevamento della manodopera a basso costo. Stabilire un livello di assistenza che renda preferibile qualsiasi lavoro ai sussidi è il sogno del capitalismo da sempre. Una delle ipotesi sulla nuova misura del governo è una soglia Isee che dagli attuali 9.360 euro scende a 7.200: per fare domanda bisognerà essere più poveri. Questo dovrebbe bastare a escludere fino a un terzo della platea dei beneficiari del Rdc. Inoltre, i nuclei senza minori, over 60 o disabili e quindi occupabili, prenderanno 375 euro al mese invece di 500 e per un massimo di 12 mesi anziché 18, mentre il rinnovo non supererà i 6 e passerà fino a un anno e mezzo tra il secondo rinnovo e il terzo.

Il messaggio è chiaro: cari italiani, abbassate le vostre pretese. Non si tratta della pretesa di galleggiare al di sopra della linea della povertà (siamo un Paese in cui si è poveri anche se lavoratori), qui siamo all’accondiscendenza verso quegli imprenditori che negli ultimi anni hanno infarcito i giornali (con il sostegno di certi liberali di casa nostra, utili alla destra com’è nel loro dna) lamentando una mancanza di manodopera che veniva smascherata al primo approfondimento.

Allevare manodopera a basso costo è un lavoro difficile. Com’era ipotizzabile qualcuno è disposto a farlo.

Buon martedì.

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Il Governo mira agli scafisti. Ma non sono loro i veri padroni delle tratte

Colpa degli scafisti. Dalle parti del governo Meloni hanno trovato qualche parola messa in fila dal Papa utile per provare a salvare la faccia e ora tutti in coro ripetono: “Colpa degli scafisti!”. Non vengono nemmeno sfiorati dal dubbio che gli scafisti siano ingranaggi illegali di qualcosa che legalmente viene impedito di fare.

Lo scafista molto spesso è un clandestino che paga il biglietto. Ma far scontare tutto a loro è facile

Nella destra ancora non hanno capito che un afghano (tanto per citare una nazionalità verso cui le colpe dell’Occidente sono smisurate) può fare domanda di asilo in Italia (e in Europa) solo affidandosi a uno scafista. Molti dei loro elettori che si chiedono “ma perché non prendono un aereo con tutti quei soldi?” non hanno ancora capito che il passaporto che tengono in tasca è un privilegio riservato a questa parte del mondo.

Gli scafisti dunque sono il nemico numero uni di Giorgia Meloni

Gli scafisti dunque sono il nemico numero uni di Giorgia Meloni e compagnia cantante. Del resto sono il nemico perfetto: banalizzano un tema scaricando colpe complesse su una sola persona (come l’assassino dei giochi da tavola in famiglia), sono stranieri e quindi ottimi per il cannibalismo politico e valgono come condono per spostare la responsabilità da noi a “loro” e sentirsi assolti nonostante siamo coinvolti.

Per la tragedia di Cutro uno dei presunti scafisti è il 25enne pakistano Khalid Arlslan. Khalid, come gli altri, a pochi metri dalla riva, prima di schiantarsi con la barca che a Steccato di Cutro ha restituito 70 morti, ha telefonato a casa per chiedere alla sua famiglia di “sbloccare i soldi” sul conto dei trafficanti per il viaggio che ormai si riteneva concluso.

Uno scafista per essere uno scafista dovrebbe essere pagato, sicuramente non s’è mai visto uno scafista che paga per la traversata. Khalid l’ha ripetuto in tutti gli interrogatori ma – per ora – non gli crede nessuno. Non credono nemmeno al fratello nonostante le due versioni coincidano. Chissà se crederanno alla ricevuta dei primi 4.500 euro inviati ai trafficanti. Hanno quel messaggio Whatsapp.

Khalid Arlslan è in carcere con altri due. Perché sorge qualche dubbio? Nel 2022 sono state arrestate almeno 264 persone in seguito agli sbarchi sulle coste italiane con l’accusa di essere scafisti. Ma secondo Arci Porco Rosso e Borderline Europe, due Ong attive nella tutela delle persone migranti, gli arrestati “hanno poco o nulla a che fare con organizzazioni e gruppi violenti che le persone migranti si trovano ad affrontare durante il viaggio”.

Raccontano gli estensori del progetto “dal mare al carcere”: “abbiamo assistito a vari processi in tribunale nell’ultimo periodo, a Palermo, Agrigento e Messina. Similmente, ci scontriamo con i Centri di Permanenza e Rimpatri (Cpr), i non-luoghi di detenzione amministrativa dove, purtroppo, molti capitani si trovano a vivere un periodo di trattenimento successivo alla detenzione in carcere per il solo fatto di non avere documenti oppure perché considerati, automaticamente, in quanto ex detenuti, socialmente pericolosi.

Nel 2022 abbiamo seguito un capitano del Biafra, richiedente asilo, rimpatriato in Nigeria prima di poter essere ascoltato dal giudice e abbiamo notizia di molti capitani tunisini a cui è toccata la stessa sorte. Purtroppo a volte neanche una sentenza di assoluzione evita il Cpr: è quello che è successo ad un cittadino libico, scagionato da ogni accusa, che dopo anni di integrazione in Italia si è visto arbitrariamente trattenuto in Cpr perché ritenuto socialmente pericoloso per lo stesso reato per cui era stato assolto. Uno stigma che si traduce in una vera e propria persecuzione”.

Nell’ultimo decennio, le guardie di frontiera greche, spagnole e italiane hanno sempre più preso di mira i conducenti di barche di migranti che arrivano sulle coste dei loro paesi, alla ricerca di qualcuno da incolpare per la migrazione “illegale”. Migliaia di persone, di solito migranti stessi, sono state arrestate. Molti sono costretti sotto la minaccia delle armi.

Tra loro ci sono minori non accompagnati. Ragazzini, poco più che bambini, incarcerati e processati come gli adulti, che al loro arrivo in Italia vengono denunciati come ‘contrabbandieri’. Mentre i veri trafficanti di esseri umani restano in Libia. Colpa degli scafisti, dicono, ma sono quelli giusti?

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