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Meloni vada a Crotone via mare

Giorgia Meloni ricompare sulla strage di Cutro. La strategia della sommissione in questo caso non funziona. C’è da capirla, quelli si sono sommersi e sono riaffiorati cadaveri, era difficile imitarli per vigliaccheria.

Dice Giorgia Meloni di essere stata attraversata dall’idea di convocare il prossimo Consiglio dei ministri a Crotone in omaggio alle vittime

Giorgia Meloni riemerge e con gli occhi fissi guardando la telecamera ci dice: “veramente pensate che li abbiamo lasciati morire?”. La risposta è semplice: sì. Che sia un annegamento per ferocia o per ignoranza lo deciderà l’eventuale processo ma basta ascoltare la frase successiva per trarre alcune conclusioni.

Dice Meloni: “non è arrivata alle nostre autorità nessuna comunicazione di emergenza da Frontex, non siamo stati avvertiti del fatto che questa imbarcazione rischiava il naufragio”. Ripetiamolo. Alle 23.03 del 25 febbraio Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, segnala a GdF e Guardia Costiera che c’è un barcone a 38 miglia dalla costa di Crotone, che naviga in autonomia, con un uomo visibile e possibili passeggeri in stiva, privo di giubbotti di salvataggio. Il meteo prevedeva onde fino a quattro metri e mare forza 7.

Tutte le informazioni erano in possesso sia della Guardia di finanza sia della Guardia costiera. Facciamo ordine. Frontex ha comunicato che la barca avrebbe potuto essere affollata in base ai segnali termici. Come ha sottolineato Frontex “per quanto riguarda la classificazione dell’evento come ricerca e salvataggio, secondo il diritto internazionale questa è una responsabilità delle autorità nazionali”.

Dopo la comunicazione, l’Italia ha mobilitato due motovedette della Guardia di Finanza (GDF), avviando un’operazione di polizia,, non di salvataggio. La Guardia di finanza non è attrezzata per operazioni SAR (di ricerca e soccorso). Guardia di finanza e Guardia costiera non hanno mai fatto riferimento ai segnali termici che indicavano un’imbarcazione stracarica di persone senza dispositivi di salvataggio. Ecco tutto.

Ora veniamo alla questione più larga ovvero alla melma politica che Giorgia Meloni e i suoi stanno buttando sui morti. Partiamo dalle bugie. Scrive Maurizio Belpietro, fedele scherano di questo governo: “Tra il 2014 e il 2016, mentre Letta e Renzi erano a Palazzo Chigi, sono scomparse in mare 12.405 persone. Eppure nessuno ha mai parlato di «stragi di Stato», come in questi giorni”.

Al direttore de La Verità ricordiamo una dichiarazione di Giorgia Meloni il 19 aprile 2015: “Naufragio nel Canale di Sicilia: il Governo Renzi dovrebbe essere indagato per reato di strage colposa. ST”. C’è una differenza: in quel caso non ci furono segnalazioni. Andiamo avanti. Dice Cirielli, Fratelli d’Italia, che Meloni non è andata a Crotone perché “non fa passerelle e da madre dimostrerà la propria sensibilità”. Quindi Mattarella “fa passerelle”?

Il premier vuole riunire le persone che stanno alimentando il disprezzo per i migranti per rendere omaggio ai migranti

Infine. Dice Giorgia Meloni di essere stata attraversata dall’idea di convocare il prossimo Consiglio dei ministri a Crotone in omaggio alle vittime. Vuole riunire le persone che stanno alimentando il disprezzo per i migranti per rendere omaggio ai migranti. Le diamo un consiglio: vadano a Crotone via mare, con una di quelle che definiscono “gite” senza permettersi di disturbare i soccorsi e senza sperare nelle Ong bloccate da Piantedosi.

 

Leggi anche: “A Cutro è mancato il Governo”. L’appello del sindaco di Crotone a Meloni: “Venga a condividere, da mamma, il dolore di altre mamme”

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Perché quest’amnistia a Giorgia Meloni?

C’è nelle ultime settimane una pratica politica, soprattutto giornalistica, che invade il dibattito pubblico e investe Giorgia Meloni. Niente di grave rispetto a quello che stiamo vedendo e quello che stanno scontando migranti, presidi, studenti e “avversari” politici, ma si tratta comunque di qualcosa molto interessante da osservare.

La voce diffusa, quindi il pensiero sottostante, è che Giorgia Meloni sia un’abilissima politica che è incappata in una squadra di governo sfortunata, in ministri che non sono all’altezza, in dichiarazioni dei suoi compagni di avventura che rischierebbero di “rovinare” il suo impegno. Insomma, Giorgia Meloni è una grande statista che non ci meritiamo noi che ci permettiamo di criticarla e che non si meritano nemmeno i suoi alleati politici.

Il banalissimo trucco di comunicazione non arriva inatteso. Là fuori c’è un’orda di “competenti” che non vedono l’ora di potersi attaccare alla sottana del potente di turno e che sono in conflitto con sé stessi. Questo Paese pieno di gente di destra che deve fingersi progressista per non arrecare un dispiacere ai propri parenti e quindi si colloca in un’area di centro (preferibilmente chiamata – con poco senso – “liberale”) per poter essere discoli senza sembrarlo.

Nessuno che si prenda un minuto per riflettere sul fatto che Giorgia Meloni è stata partorita dalla cultura delle persone di cui è circondata. Non solo: Giorgia Meloni è circondata da ministri e sottosegretari che sono i suoi abituali compagni di viaggio che l’hanno portata fin lì. Ancora: Giorgia Meloni è la portatrice di quella cultura politica che (giustamente) fa così schifo. L’ha interpretata così bene che ne è diventata la leader. Indossa i panni moderati perché spera – sbagliandosi – di poter allungare così la sua luna di miele. Ma l’allure istituzionale si sgonfia presto, soprattutto di fronte a crisi sociali, economiche e umanitarie che inevitabilmente accadono nella storia del mondo.

Qui subentra un ulteriore dubbio. Non è che “salvare” Giorgia Meloni in realtà serva più ai presunti salvatori che ai salvati? Non è che una schiera di politici, opinionisti e cittadini ha bisogno che Meloni non fallisca per non vedersi frantumare la retorica della competenza che ha leccato fin qui? Se ci pensate il finto salvatore che si sta occupando solo di salvare sé stesso – anche quello – è perfettamente in linea con la cultura meloniana.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video di Cinque minuti, 27 febbraio 2023

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Mafia, la vera faccia dei boss e la mente criminale che ancora sfugge

Prima che arrestassero Totò Riina la narrazione egemone lo descriveva come un genio del male che solo grazie alla sua straordinaria intelligenza riusciva a mettere sotto scacco lo Stato italiano. È la narrazione più comoda: se un criminale, qualsiasi criminale, viene dipinto come un genio immediatamente diminuiscono le responsabilità di chi dovrebbe sconfiggerlo. Ancora meglio: spuntano meno domande su chi eventualmente lo appoggi per essere così imprendibile. La narrazione di Totò Riina come “capo dei capi” venne concimata da libri, da film, da fiction (una andata in onda anche sul canale di quell’editore che strozzerebbe chi parla di mafia perché rovina l’immagine dell’Italia nel mondo). Poi hanno catturato Riina e, peggio, Riina ha cominciato a parlare.

La vera faccia di Riina: uno zotico feroce e ignorante

Totò Riina dal vivo, svestito dal suo alone di mistero, si presentò come uno zotico con tre soli comandamenti (mangiare carne, comandare carne e cavalcare carne) e con un livello intellettuale (oltre che culturale) che difficilmente avrebbe potuto inserirlo anche in una normale socialità da uomo libero. Fu feroce, certo, di quella ferocia che solo l’ignoranza (oltre alla propensione per il crimine) può fare esplodere ma in nessuna delle sue deposizioni apparì credibile la tesi che da solo avesse potuto tenere sotto il tacco la vita politica, imprenditoriale e sociale di questo Paese. Tant’è che a un certo punto circolò un dubbio tra chi si occupa di mafia e chi no, tra chi segue le vicende dell’antimafia e chi no, tra i cittadini tutti: ma non è che Totò Riina è semplicemente un coglione?

Mafia, la bufala dei boss geni del male e la mente criminale che sfugge
Totò Riina all’Ucciardone nel 1993 (Getty Images).

Provenzano, la musicassetta dei Puffi e la collezione di coppole e santini

Hanno detto sì, sì, è vero. Ma la mente criminale che regge Cosa nostra non è lui, è Bernardo Provenzano. In sostanza dicevano che Riina fosse il braccio e Provenzano fosse la mente. Quando hanno arrestato Bernardo Provenzano (anche su lui si è sprecata la letteratura, ci fu perfino un film in uscita al cinema che venne rovinato dall’arresto pochi giorni prima) tutti si aspettavano di trovarlo in un bunker ipermoderno super accessoriato collegato alle Borse finanziarie del mondo. L’hanno trovato in una casupola tutta sgarrupata e smerdata di escrementi di capra insieme a un menù che sembrava quello di una casa di riposo e una collezione di coppole e santini. Nei pizzini l’eloquio di Provenzano era addirittura inferiore a quello di Riina. Tra le sue musicassette dagli atti spuntano una colonna sonora de Il Padrino e la sigla del cartone animato dei Puffi. Fu una delusione per chi aveva come aspettativa quella di trovarsi di fronte a una delle menti più sopraffine della storia d’Italia. Del resto se davvero Cosa nostra fosse semplicemente un sistema criminale e non un sistema di potere il suo amministratore delegato dovrebbe essere un mix del miglior amministratore delegato e del miglior presidente del Consiglio. No, Provenzano non era così. Tant’è che a un certo punto circolò un dubbio tra chi si occupa di mafia e chi no, tra chi segue le vicende dell’antimafia e chi no, tra i cittadini tutti: ma non è che Bernardo Provenzano è semplicemente un coglione?

Mafia, la bufala dei boss geni del male e la mente criminale che sfugge
L’arresto di Bernardo Provenzano, l’11 aprile 2006 (Getty Images).

Matteo Messina Denaro, un piacione di provincia, razzista e complottista

Hanno detto sì, sì, è vero. Ma la mente criminale che regge Cosa nostra non è lui, è Matteo Messina Denaro. Solo che ogni tanto la realtà irrompe e alla fine hanno acchiappato anche lui. Nei libri e nella mitizzazione Messina Denaro era un uomo dedito alla bella vita e alle belle donne, senza macchia e senza paura. Un anziano signore che faceva selfie con gli infermieri della clinica che frequentava e ci provava (piuttosto goffo) con le donne che incontrava. Niente di instagrammabile, un anziano piacione fallito della provincia siciliana con un’inclinazione complottista sulla geopolitica. Anche lui appassionato de Il Padrino, Matteo Messina Denaro non ascoltava le canzoni dei Puffi ma teneva sul frigorifero le calamite di Masha e Orso. Politicamente è un secessionista del Sud, un leghista al contrario che invoca a sproposito il razzismo: «Siamo stati perseguitati come fossimo canaglie. Trattati come se non fossimo della razza umana. Siamo diventati un’etnia da cancellare», scrive in un pizzino in cui rivendica la sua mafiosità. «Hanno costruito una grande bugia per il popolo», scriveva Matteo Messina Denaro. «Noi il male, loro il bene. Hanno affossato la nostra terra con questa bugia. Ogni volta che c’è un nuovo arresto si allarga l’albo degli uomini e delle donne che soffrono per questa terra. Si entra a far parte di una comunità che dimostra di non lasciare passare l’insulto, l’infamia, l’oppressione, la violenza. Questo siamo e un giorno sono convinto che tutto ci sarà riconosciuto e la storia ci restituirà quel che ci ha tolto la vita». Si dice che sia il manifesto politico di Cosa nostra. Siamo al populismo al cubo: il populismo applicato alla mafia. Passerà ancora qualche settimana e poi scopriremo che spediva le foto del suo pene a donne sconosciute sui social. Tant’è che a un certo punto circolerà un dubbio tra chi si occupa di mafia e chi no, tra chi segue le vicende dell’antimafia e chi no, tra i cittadini tutti: ma non è che anche Matteo Messina Denaro è semplicemente un coglione? Anche perché se così fosse continuiamo a arrestare braccia ma continua a mancarci la mente.

Matteo Messina Denaro, le frasi contro Zelensky: «mascalzone», «megalomane» e «buffone». Gli audio del boss dichiaratamente filorusso.
L’arresto di Matteo Messina Denaro (Getty Images).

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Il peggio dei giornaloni sull’inchiesta Covid di Bergamo

Non è difficile distinguere il garantismo quello vero, quello sancito dalla nostra Costituzione come elemento fondante di una società democratica e il garantismo peloso che dalle nostre parti, fin dai tempi del primo berlusconismo, viene utilizzato come clava. La riforma Cartabia, così amata dai garantisti pelosi, ci ha messo il resto, portandoci a vivere queste ultime 24 ore in cui l’ipocrisia è impossibile da non vedere ed è impossibile trattenersi dal commentarla.

A Bergamo accade che vengano indagate persone che ricoprono o hanno ricoperto posizioni apicali: c’è un ex ministro della Salute, un ex presidente del Consiglio (e comunque leader di uno dei più importanti partiti italiani), il presidente di Regione Lombardia, un ex assessore regionale alla Sanità e persone che hanno deciso come affrontare una pandemia. Diceva la ministra Cartabia che in nome del garantismo (peloso) noi dovessimo essere informati “difendendoci” dai giornali.

Il comunicato della Procura di Bergamo rimarrà alle generazioni future come alto esempio del cortocircuito che può essere provocato da un pessimo legislatore

L’indagine della Procura di Bergamo sta in un comunicato ufficiale che rimarrà alle generazioni future come alto esempio del cortocircuito che può essere provocato da un pessimo legislatore. Una nota lunga 21 righe (per un’indagine che riguarda – comunque vada – migliaia di morti e altissimi dirigenti di governo): “Questo ufficio di Procura – scrive il magistrato – in data 20 febbraio ha concluso le indagini nei confronti di 17 persone che, a vario titolo, hanno gestito la risposta alla pandemia da Covid 19. Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza di Bergamo, sono state articolate, complesse e consistite nell’analisi di una rilevante mole di documenti acquisiti e/o sequestrati, sia in forma cartacea che informatica, presso il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, il Dipartimento della Protezione civile, Regione Lombardia, Ats, Asst, l’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo, nonché di migliaia di mail e di chat telefoniche in uso ai soggetti interessati dall’attività investigativa, oltre che nell’audizione di centinaia di persone informate sui fatti, attività questa alla quale hanno partecipato anche in prima persona i Pm delegati”.

Andrebbe stampato questo comunicato, tenuto in tasca: non ci sono indagati, non c’è nemmeno il reato. Potrebbe essere un furto di garze compiuto da qualche squinternato. Le informazioni sull’indagine della Procura di Bergamo, su cui giustamente si sta dibattendo, sono tutte merito solo dei giornalisti, quegli “odiati” giornalisti che agli occhi dei garantisti pelosi sarebbero i millantatori che rimestano le vicende giudiziarie. Ma c’è di più.

Stanno usando quelle notizie anche (se non soprattutto) i politici che hanno salutato la riforma Cartabia come “salvezza del garantismo”. Il cosiddetto Terzo polo, solo per citare un esempio, da 36 ore sta utilizzando l’indagine per bastonare Conte, nel centrosinistra utilizzano l’indagine per bastonare Fontana, a destra utilizzano l’indagine per bastonare Speranza. Sono quelli che fino a qualche giorno fa facevano la morale sul garantismo, sono gli stessi.

Garantisti solo se fa comodo. I quotidiani di destra sull’inchiesta di Bergamo crocifiggono i 5S assolvendo il Pirellone

E i giornali? Qui la sagra dell’ipocrisia fa faville. Pensateci: se come linea editoriale un giornale ha appoggiato chi ha dipinto la stampa come la peggiore avvelenatrice di pozzi di fronte all’indagine della Procura di Bergamo avrebbe dovuto astenersi dal dare qualsiasi notizia non ufficiale e da qualsiasi giudizio.

“Gli errori, i ritardi. L’accusa dei pm: così il virus dilagò” titola il Corriere della Sera. Tutte informazioni che secondo l’ex ministra Cartabia avrebbero dovuto essere conosciute e dibattute solo in un’eventuale processo. Tre pagine dedicate agli atti di indagine da Repubblica. Atti che, ricordiamolo, per la ministra Cartabia dovrebbero essere in possesso solo delle parti. Su La Stampa ci sono gli atti del pm e c’è già la difesa dell’ex ministro Roberto Speranza.

Su Il Messaggero, recita l’occhiello in prima pagina, “le condotte dei 19 indagati”: “si sarebbero potute salvare 4 mila persone”. Stiamo sulle prime pagine. Monumentale (per ipocrisia) Il Giornale che titola: “Il pm fa a pezzi Conte”. Badate bene, sono gli stessi che piagnucolavano ogni volta che venivano riportati atti di indagine su Berlusconi. Ora titolano con le carte dell’accusa e addirittura con una sentenza già pronunciata.

Qualcuno potrebbe chiedersi dove sia finito nel loro articolo il presidente della Lombardia Attilio Fontana. Eccolo appena sotto: “Fontana chiamato a testimoniare e poi indagato senza un avviso”: Fontana, ovviamente, è innocente. “Nessuna gogna ma faremo chiarezza”, dice in un’intervista il senatore di centrodestra Malan. La sua intervista compare esattamente sotto il titolo che è una gogna. Andiamo avanti.

Il Foglio, il quotidiano che arriccia il naso ogni volta che qualcuno si permette di avanzare un’osservazione di inopportunità politica che sta nelle carte giudiziarie decide di dedicare all’indagine di Bergamo (di cui, dicono loro, non si dovrebbe nemmeno parlare) un pensoso editoriale che accusa (manco a dirlo) i pm.

A proposito, ieri abbiamo assistito alla strumentalizzazione delle parole del capo della Procura che in un’intervista (su un quotidiano che era d’accordo con Cartabia quando diceva che i procuratori non dovrebbero parlare) dice di non sapere come finirà un eventuale processo. “Avete visto?”, scrive qualcuno, “quel procuratore dice delle fregnacce, non si devono intervistare i magistrati”. Se dovessimo ascoltare certi giornalisti non dovrebbero nemmeno uscire i giornali.

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In vigore il decreto Ong, ma la stretta viola il diritto internazionale

Poiché la sceneggiatura della realtà sa essere ferocissima proprio ieri, nel bel mezzo del mare di accuse contro i ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini e nel bel mezzo del dolore che non si attenua per le vittime della strage di Crotone è entrato in vigore con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale il primo (e unico) atto politico del neo ministro all’Interno Piantedosi, degno erede di quel Salvini: il cosiddetto decreto “anti Ong”.

È entrato in vigore il decreto che rende più difficili i soccorsi delle Ong in mare. E ora non resta che attendere i prossimi morti

Il fatto che un ministro trovi il tempo di prendersela con le Ong mentre dovrebbe affrontare un evento mastodonticamente complesso come quello delle migrazioni, mentre le guerre infiammano il mondo, mentre il cambiamento climatico asseta interi popoli e mentre le catastrofi naturali stravolgono intere nazioni. Il ministro Piantedosi ha preso carta e penna per vergare un decreto che sostanzialmente rende già complicato e più costoso salvare vite umane. Il fatto che avvenga mentre urlano quelle bare messe in fila a Crotone aggiunge il paradosso allo sconcerto.

Cosa prevede il novo decreto

Il nuovo decreto-legge appare in sostanziale continuità con una disposizione contenuta nel decreto-legge n. 130/2020 (cd. decreto Lamorgese) che consente all’Esecutivo di “limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di ordine e sicurezza pubblica in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (cd. Convenzione di Montego Bay).

Divieto di transito e sosta che il nuovo D.L. n. 1/2023 esclude, tuttavia, nel caso di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al Centro di coordinamento per il soccorso marittimo dello Stato nella cui area Sar di competenza ha avuto luogo l’evento e allo Stato di bandiera della nave, e qualora ricorrano tutte le seguenti condizioni: a) che la nave che effettua sistematicamente attività di ricerca e soccorso abbia le autorizzazioni rilasciate dalle autorità dello Stato di bandiera e possegga i requisiti di idoneità tecnico-nautica alla sicurezza della navigazione; b) che siano avviate tempestivamente informative alle persone soccorse della possibilità di chiedere protezione internazionale; c) che sia chiesta nell’immediatezza dell’evento l’assegnazione del porto di sbarco; d) che il porto di sbarco sia raggiunto senza ritardo; e) che siano fornite alle autorità marittime o di polizia le informazioni per ricostruire dettagliatamente l’operazione di soccorso; f) che le modalità di ricerca e soccorso in mare non abbiano concorso a creare situazioni di pericolo a bordo né impedito di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco.

Come sottolinea Asgi (l’Associazione per gli Studi giuridici sull’Immigrazione) “pretendere, infatti, che il porto di sbarco assegnato sia raggiunto “senza ritardo” (lett. d) e che le modalità di soccorso non impediscano di raggiungerlo “tempestivamente”(lett. f) sottende la volontà di costringere le navi a non soccorrere persone a rischio di naufragio diverse da quelle già soccorse e delle quali abbiano contezza nell’area di mare ove si trovano ad operare, così come di impedire che le persone soccorse siano trasbordate da una nave umanitaria all’altra (per consentire a una di esse di tornare a cercare persone in pericolo)”.

Piantedosi ha firmato un decreto che viola trattati internazionali superiori

La pretesa infatti non potrà mai avverarsi perché, dice Asgi, “qualora il comandante della nave che già ha prestato un primo soccorso venga a conoscenza di una ulteriore situazione di pericolo dovrà sempre dirigersi verso la zona e prestare assistenza in ossequio all’obbligo inderogabile di soccorso previsto dal diritto internazionale consuetudinario e pattizio (art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Cap. V Regola 33 della Convenzione SOLAS) e dal diritto interno (v. art. 1113, art. 1158 Codice della Navigazione)”.

Il ministro Piantedosi ha firmato un decreto che viola trattati internazionali superiori. L’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale è norma di rango superiore (art. 10 e 117 Cost.) e non può essere derogata da una disciplina interna volta a limitare i soccorsi stessi. Non solo, la normativa internazionale è di inequivoca lettura: lo Stato deve (e non già solo può) esigere dal/dalla comandante di una nave che agisca per prestare soccorso. Dunque, la selettività del soccorso sottesa al decreto-legge non potrà mai essere interpretata come ostativa al soccorso di tutte le persone che si trovano in mare in stato di pericolo.

Come scrive Asgi: “Il decreto legge n. 1/2023, preceduto da una narrazione politica finalizzata al contrasto dell’immigrazione definita illegale, contiene disposizioni che non potranno far cessare né i gravi motivi che inducono le persone a fuggire in mare dallo Stato di origine o di transito, né le operazioni di soccorso umanitario imposto dal diritto internazionale.

Dunque, tanto rumore per nulla, trattandosi di norme in parte già applicate, mentre altre sono inapplicabili per contrasto con il diritto internazionale ed europeo”. Fumo negli occhi della propaganda politica trasformato in legge giusto il tempo del primo ricorso che ne annullerà una parte consistente. Il decreto Piantedosi non esiste, durerà un soffio. I morti invece esistono eccome. Stanno là a ricordarci che regolamentare l’umanità è l’aspirazione torva di chi è pronto a tutto pur di solleticare una ferale propaganda.

Leggi anche: A Cutro i dispersi potrebbero essere ancora oltre 40. Le ricerche proseguono ad oltranza. Conte: “Devono spiegare perché non sono stati salvati”

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Ciao ciao, articolo 34 della Costituzione

«La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso»: a leggerlo anche per la milionesima volta l’articolo 34 della nostra Costituzione è bellissimo. Ma è inapplicato.

«In Italia, la povertà economica delle famiglie ha un forte impatto anche sui percorsi educativi di bambine, bambini e adolescenti. Nel nostro Paese, infatti, la spesa delle famiglie per l’istruzione è in media molto bassa ed in diminuzione negli ultimi anni, in particolare nei quintili più poveri della popolazione e nelle regioni del Sud. Una famiglia con minore capacità di spesa (cioè appartenente al quintile con reddito più basso) e residente nel Mezzogiorno, ad esempio, spende in media circa 5 euro al mese per costi legati all’ istruzione dei figli, a fronte dei 33 spesi da una famiglia che vive nella stessa area, ma appartiene al quintile più ricco della popolazione. La forbice nei consumi educativi tra le famiglie di diverse condizioni economiche si allarga nelle regioni del Nord, dove a fronte di una quota di spesa destinata all’istruzione pari allo 0,6% del totale tra le famiglie in condizioni economiche più deprivate, tale valore raggiunge il 2,2% per quelle più abbienti», come emerge dalle elaborazioni di Save the Children su dati Istat.

L’Organizzazione sottolinea come il tema della crescita delle diseguaglianze educative sia legato anche all’aumento dell’inflazione degli ultimi due anni che ha generato un aumento dei prezzi al consumo soprattutto per i beni alimentari e i prodotti energetici. Dai dati, risulta evidente che gli aumenti dei prezzi di alcuni beni e servizi hanno determinato un cambiamento in alcune voci di spesa delle famiglie, indicando un aumento delle disuguaglianze educative. Ad esempio, nel Mezzogiorno le famiglie con minore capacità di spesa hanno ridotto la quota destinata ai prodotti alimentari (passata dal 33% al 31,5%) e aumentato quella destinata alle spese dell’abitazione (dal 39,5% al 41,2%), mentre la quota destinata all’istruzione, che era già la più bassa nel 2020, è diminuita ulteriormente nel 2021, passando dallo 0,5% del totale allo 0,37%. Anche le famiglie meno abbienti nel Nord del Paese hanno ridotto la quota della spesa per l’istruzione, che è passata dall’1,06% del totale allo 0,57%. Nel Nord, invece, le famiglie appartenenti al quintile più alto hanno sì ridotto le spese per alimentazione e aumentato quelle per abitazione e consumi energetici, ma hanno anche aumentato la quota di spesa destinata all’istruzione.

Tali dati assumono un significato particolarmente importante se si considera che il tasso di minori in povertà assoluta in Italia è quasi triplicato negli ultimi 10 anni, raggiungendo il picco del 14,2% (quasi 1,4 milioni di minori). Inoltre, la povertà materiale incide anche sull’apprendimento dei più piccoli ed è spesso una delle cause determinanti dell’abbandono precoce dei percorsi scolastici. C’è, infatti, una forte correlazione tra condizioni di povertà familiare e mancato raggiungimento di livelli di apprendimento adeguati, come emerge dai dati Invalsi. Come sottolinea Save the Children, c’è la necessità di sostenere i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti per scongiurare il rischio che la povertà materiale delle famiglie porti all’abbandono precoce degli studi.

Buon venerdì.

Foto pexels Katerina Holmes

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In un Paese normale Salvini e Piantedosi non potrebbero non dimettersi

Non esistono mediazioni possibili, non ci sono giustificazioni, nemmeno attenuanti. Le bare allineate a Crotone, a sentire le voci del governo, sarebbero colpa degli scafisti, colpa dei buonisti, colpa dell’Europa, colpa dei governi precedenti, colpa di qualsiasi altro tranne loro. Così l’unico che se ne assume la responsabilità è il presidente Sergio Mattarella. Quei morti hanno dei colpevoli: i ministri Matteo Salvini e Matteo Piantedosi.

Non ci sono giustificazioni, nemmeno attenuanti. I morti di Crotone hanno dei colpevoli: i ministri Matteo Salvini e Matteo Piantedosi

Non si tratta di colpe giudiziarie – a quelle ci penserà la magistratura – ma sono delle precise responsabilità politiche, sotto gli occhi di tutti. Basta avere voglia di metterle in file e avere voglia di raccontarle, fregandosene delle loro minacce, unica reazione di fronte ai morti.

Partiamo da lontano. Matteo Salvini è la miccia che in questo Paese ha costruito una criminale narrazione dell’immigrazione dove i fuggitivi sono muscolosi vacanzieri con la smania di delinquere e dove l’imperativo è difendersi dall’approdo di disperati – donne e bambini – che arrivano cotti dal sole e dal sale. È una responsabilità precisa: anestetizzare il dovere di accoglienza e di soccorso è il primo passo per sdoganare il razzismo.

Altri hanno collaborato al disegno appena si sono accorti che elettoralmente funzionava. Fa niente che sia l’architrave della propaganda dei peggiori Paesi del mondo. Così si è potuti passare allo stadio successivo: far diventare il salvataggio una colpa. Le Ong sono diventate prima “taxi del mare” e poi “fiancheggiatrici degli scafisti”. Anche per questo il lacerante dubbio che non ci si sia adoperati per salvare persone che potevano essere salvate riesce a essere comunque tenue.

Il ministro Piantedosi ha fatto il resto. Il suo decreto che ostacola il salvataggio in mare è stato salutato come una vittoria politica perché la direzione ormai era segnata dal segretario della Lega. È un’involuzione umanitaria che ritiene accettabile aumentare i costi del salvataggio di vite umane e che, anzi, chiede da anni di inventarsi un reato che non può esistere in nessun Paese: il favoreggiamento di soccorso.

Arriviamo a questi giorni. Confondere il piano umanitario con il piano politico è un trucco da pacchisti. Mentre ancora si recuperavano i corpi il ministro Piantedosi ha impugnato il microfono per rivittimizzare le vittime: colpa loro che si sono imbarcate. Le dimissioni avrebbero dovuto essere firmate un secondo dopo. Immaginate un ministro che dia la colpa dei troppi funerali alle troppe nascite o che accusi gli anziani di uscire troppo di casa e essere troppo anziani e quindi agevolare gli scippi.

Non è solo questione di disumanità – che questo governo indossa come medaglia -, è proprio una stupidità insopportabile. Sui fatti il ministro Piantedosi ha dato almeno 3 versioni differenti: “non ci hanno avvisato”, “sì ci hanno avvisato ma non c’era una richiesta di aiuto” fino al “mi assumo io la responsabilità di eventuali debolezze”.

Il ministro Salvini finge di essere laterale a questa vicenda ma da ex ministro sa bene come funzioni la catena di comando per le operazioni di soccorso e da ministro dei Trasporti è il referente politico del principale accusato: la Guardia costiera. “Non toccate la Guardia costiera!”, urlacciano Salvini e Piantedosi. Non lo fa nessuno, i responsabili sono loro. La Guardia costiera esegue le disposizioni che riceve dalla politica. Le disposizioni, per dolo o per colpa, sono di Piantedosi e Salvini.

Salvare le persone in pericolo non è un compito politico, rientra nei prerequisiti umani che si richiedono a qualsiasi professione. Quel prerequisito l’hanno fallito. La decisione di trasformare le operazioni di salvataggio in operazioni politiche da maneggiare in base alle convenienze elettorali del momento è firmata da Salvini quando era ministro dell’Interno e timbrata da Piantedosi nel suo ufficio di Gabinetto. Non c’è nemmeno bisogno delle impronte digitali. Il carico residuale sono loro.

Leggi anche: Solo Mattarella ci mette la faccia. Il presidente tra le bare di Crotone. Dal Governo il solito scaricabarile

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Solo Mattarella ci mette la faccia

La faccia scura del presidente della Repubblica Sergio Mattarella mentre incontra i parenti delle vittime della strage di Crotone è il buio composto dello Stato che va lì dove il governo non si fa vedere. “Si potevano salvare, Presidente!”, urlano le persone al passaggio di Mattarella.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella tra le bare delle vittime del naufragio di Crotone. Dal Governo il solito scaricabarile

Questa volta non basterà rendere omaggio. Le persone assiepate fuori al Palamilone di Crotone, dove è allestita la camera ardente con le salme dei 67 migranti, chiedono “giustizia per le vittime” e “verità”. Si sente una voce tra la folla: “Gli uomini in mare vanno salvati sempre!”.

Il presidente si raccoglie in silenzio di fronte alle bare che oggi sono il monumento dei nostri errori e dei nostri orrori, incontra i familiari che gli chiedono aiuto almeno per il traposto delle salme in patria e ringrazia la generosità dei sindaci. Poi all’ospedale di Crotone incontra i 15 superstiti e lascia giocattoli ai bambini ricoverati nel reparto di pediatria. Quando esce per andarsene lo saluta un applauso commosso di rabbia trattenuta.

L’inchiesta sui mancati soccorsi chiama in causa la catena di comando e il ministero delle Infrastrutture

Sulla catena di soccorsi la Procura di Crotone ieri ha aperto un’inchiesta, per ora contro ignoti. Il comunicato di Frontex, l’agenzia europea per le frontiere e la guardia costiera, smentisce la prima ricostruzione del ministro Piantedosi: “nelle ultime ore di sabato, un aereo Frontex che monitorava l’area di ricerca e soccorso italiana come parte dell’operazione congiunta Themis ha individuato una barca diretta verso la costa italiana”, scrive Frontex, chiarendo che “le telecamere termiche” avevano individuato un’alta concentrazione di persone.

Frontex dice di avere “immediatamente informato il Centro Internazionale di Coordinamento dell’operazione Themis e altre autorità italiane competenti sull’avvistamento, fornendo la posizione della barca, le immagini a infrarossi, il corso e la velocità”.

Frontex smentisce la ricostruzione del naufragio gettando nuovi dubbi sulla versione del Viminale

“Si prega di notare – precisa Frontex – che sono sempre le autorità nazionali competenti a classificare un evento come ricerca e soccorso”. Frontex non lancia nessuna richiesta di soccorso, lo dovrebbero sapere tutti, anche i ministri di questo governo. Ma sulle autorità nazionali il groviglio si infittisce. La Guardia di Finanza verso le 2 e 30 di notte fa partire due mezzi che però sono costrette a rientrare “per avverse condizioni meteo marine”, come scrivono i finanzieri nel loro rapporto.

La Guardia di finanza scrive anche di avere avvisato la Guardia costiera chiedendo espressamente un intervento delle sue “unità navali”. La Guardia costiera italiana però dice di non essere stata allertata ma di avere ricevuto solo una richiesta di informazioni sui mezzi a disposizione. Passano ore – e sono le ore fatali – prima che alle 4.30 venga attivato un’operazione Sar (di ricerca e soccorsi) e non “di polizia”. A muovere i soccorsi (ormai inutili) sono le telefonate ricevute dai carabinieri di persone “a terra che stanno assistendo alla strage.

La scusa del “mare mosso” che il ministro dell’Interno Piantedosi aveva usato in prima battuta per giustificare il mancato soccorso ormai non la cita più nessuno. “Le nostre motovedette avrebbero potuto navigare anche con mare forza otto”, ha detto il comandante della capitaneria di porto di Crotone, Vittorio Aloi.

Il dubbio è che la decisione di non uscire sia di natura politica. Lo stesso ministro Piantedosi audito in commissione Affari costituzionali alla Camera aveva specificato di non voler tornare sulla “catena di comando” dietro ai soccorsi “per non sembrare che voglia accusare qualcuno” e il riferimento al ministro ai Trasporti e alle Infrastrutture Salvini è fin troppo facile. La gestione degli eventi migratori viene delegata al Viminale dal ministero dei Trasporti, a cui la Guardia costiera risponde.

Decidere di preferire un’operazione di polizia piuttosto che di salvataggio è il nodo della questione. Decidere di preferire un’operazione di polizia con un’imbarcazione stracarica con il mare mosso e senza un equipaggio professionale è uno dei punti che dovrà chiarire la magistratura, dimostrandosi più ostinata della politica.

Leggi anche: Naufragio Crotone, il vicepremier Salvini difende la Guardia costiera e torna ad attaccare giornali e opposizioni

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Il Governo pasticcia e fa pure il bullo con i suoi portavoce

Il governo Meloni ha un serio problema di comunicazione, in tutti i sensi. Non si tratta solo delle figuracce collezionate fin qui, a partire dalla più recente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che si è incartato sul diritto di provare a salvarsi, roba ritenuta indecente perfino da parlamentari della maggioranza che se lo scrivono di nascosto nelle chat di gruppo e che ha fatto rizzare i capelli in testa anche alla Chiesa. Non contento Piantedosi si è incartato di nuovo promettendo di “andare a prenderli”, provocando le ire di Matteo Salvini, come raccontano quelli che gli sono vicini e infine con l’audizione di ieri.

I portavoce del governo Meloni che hanno sbattuto la porta sono già quattro. Ma le gaffe sono tutte dei ministri

Ma non è solo Piantedosi. Il ministro Giuseppe Valditara è campione di figuracce tra lettere alle scuole in cui riscrive la storia e attacchi sconsiderati agli insegnanti che si permettono di non essere d’accordo con lui. Anche nel suo caso all’interno della maggioranza sono in molti a credere che i modi, al di là dei contenuti, avrebbero potuto essere “più intelligenti”, come dice un senatore leghista.

Sulle brutte figure del ministro alla Giustizia Nordio si potrebbe già scrivere un piccolo libro

Sulle brutte figure del ministro alla Giustizia Carlo Nordio si potrebbe già scrivere un piccolo libro: dai numeri sulle intercettazioni dati a casaccio e smentiti dal suo stesso ministero fino alla all’imbarazzo provocato dalla sua disordinata difesa di Donzelli e Delmastro. Ma c’è un problema di comunicazione serissimo anche negli staff. Fino ad ora siamo al ritmo di una dimissione al mese.

I portavoce del governo Meloni che hanno sbattuto la porta sono già quattro. Gerardo Pelosi (che si è separato dal ministro per le Imprese, Adolfo Urso che ha perso anche la responsabile della sua segreteria, Valentina Colucci), Marco Ventura (che ha lasciato la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, ancor prima di iniziare l’incarico) e ieri il record di due dimissioni in un solo giorno: Marina Nalesso ha detto addio al suo posto al fianco del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e Giovanni Sallusti è scappato dall’incarico di portavoce del ministro dell’Istruzione e del merito, Valditara.

I motivi ufficiali, per tutti, sono sempre gli stessi: “motivi famigliari” viene riportato dalle agenzie di stampa ufficiali ma quelle giustificazioni puzzano come quelle del libretto quando si andava a scuola. Si sa di certo che il ministro Urso ha litigato furiosamente per un annuncio troppo frettoloso sull’accordo con i benzinai. Si può facilmente intendere anche che l’addio di Sallusti arrivi proprio in concomitanza con l’annunciata punizione della preside fiorentina che aveva scritto una lettera in cui denunciava il pestaggio squadrista e che il ministro Valditara ha fieramente sventolato alle agenzia di stampa.

A questo si aggiunge “l’affare Sechi” che agita le acque in Fratelli d’Italia. Il giornalista direttore dell’Agi due giorni fa ha trascorso ben due ore nell’ufficio di Giorgia Meloni che lo avrebbe voluto come portavoce ma a Palazzo Chigi raccontano di una Meloni furiosa perché in Fratelli d’Italia non sono d’accordo. Lo stesso nervosismo che ha colto Salvini quando ha saputo che Sechi starebbe anche curato la sua “successione” alla direzione dell’agenzia di stampa dell’Eni.

Mario Sechi ieri è stato nominato capo ufficio stampa di Palazzo Chigi

Alla fine Mario Sechi (nella foto) ieri è stato nominato capo dell’ufficio stampa. Ci sarebbe poi da sistemare anche Giovanna Ianniello, indicata sul sito istituzionale come coordinatrice della comunicazione istituzionale. L’idea sarebbe di spostarla alla comunicazione del nuovo presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ma anche qui le cose si complicano visto che il neo presidente vorrebbe tenere con sé i suoi giornalisti fidati con cui ha lavorato per anni alla Croce Rossa.

Intorno si sussegue una ridda di nomi che passa da Daniele Capezzone (che avrebbe rifiutato più volte) e due nomi, di Libero e Corriere. Una cosa è certa: fino a qui la comunicazione politica è stata talmente disastrosa che si fatica a trovare qualcuno disposto a intestarsela nonostante il prestigio del ruolo. E questo, a pensarci bene, è anche un dato politico.

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Si potevano salvare?

Il punto sta tutto qui. Si potevano salvare le persone morte nella strage al largo di Crotone? Nello Trocchia per Domani mette in fila i fatti: alle 22:30 di sabato scorso l’agenzia europea, Frontex, segnala la presenza in mare di un’imbarcazione, la stessa che si schianterà provocando la morte di oltre 60 persone, tra queste almeno quindici bambini. Già alle cinque di mattina di sabato era stato diffuso un avviso generico sulla situazione di imbarcazioni nel mar Ionio. «Nella serata di ieri un velivolo Frontex in attività di pattugliamento ha avvistato un’imbarcazione che presumibilmente poteva essere coinvolta nel traffico di migranti, a circa 40 miglia dalle coste crotonesi», si legge in una comunicazione della Guardia di finanza che ricostruisce quei momenti. La vicenda viene rubricata come operazione di polizia di frontiera «coinvolta nel traffico di migranti» e non come salvataggio in mare. Questo è un punto decisivo. La Guardia costiera riceve la comunicazione, ma non si attiva. Lo fa, invece, la Guardia di finanza che spedisce in mare una vedetta e un pattugliatore, ma entrambe rientrano perché «avrebbero messo a repentaglio l’incolumità dell’equipaggio e anche dei migranti da salvare, non erano adatte viste le condizioni del mare a intervenire», ha raccontato a Domani una fonte investigativa.

Così viene avvertita la capitaneria di porto e sollecitata a un intervento anche congiunto, un intervento che non avverrà mai. Alle 5:40 un pescatore, Antonio Grazioso, ha raccontato al tg regionale della Rai, di aver ricevuto una telefonata dalla Guardia costiera di Crotone per segnalare una barca in avaria, ma era già tardi. C’è un ulteriore dettaglio che manca nella ricostruzione fornita dalla Guardia costiera: nessun cenno alla impossibilità delle sue motovedette di uscire con il mare in quelle condizioni. Ma come: non è stata questa la prima versione fornita dal governo? Tutto si riduce quindi alla (errata) interpretazione della comunicazione di Frontex: un solo uomo “visibile” e un natante che viaggia regolarmente.

Salvini fa il matto e annuncia querela. Beato lui che può permettersi di pensare alla querela a differenza dello squarcio che provoca il dubbio di una strage che poteva essere evitata. Il ministro Piantedosi ieri (incalzato molto bene, finalmente, da una segretaria del Pd) dice «se c’è stata un debolezza del ministero mi assumerò e mi assumo tutte le mie responsabilità». Beato lui che chiama “debolezze” le eventuali responsabilità di una strage.

Il punto è che per il bene della nostra democrazia e della credibilità della nostra Repubblica le responsabilità vanno accertate e va chiarito, fin da subito, che si tratta di responsabilità penali, solo dopo politiche. Quel “si potevano salvare?” rimbomba nella testa di chi conserva giustizia e umanità e dovrebbe rimbombare nella testa dei ministri competenti e dei loro cacicchi finché non si accerterà per bene la verità. Perché un conto è fare schifo politicamente, un conto è intralciare il salvataggio nel Mediterraneo, un altro conto è non salvare qualcuno che si doveva salvare.

Buon giovedì.

Nella foto: il ministro dell’Interno Piantedosi, frame del video dell’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, 1 marzo 2023

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