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Cuperlo lascia libertà di voto. Nel Pd la sfida resta aperta. Il presidente emiliano: “Se vinco, Elly dia una mano”. Ma la sfidante respinge l’offerta e va all’attacco

Paola De Micheli l’ha annunciato. Voterà per Stefano Bonaccini e chiederà “a chiunque vinca di lavorare alla riforma del partito, al nuovo statuto dei lavori, alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e di avere la garanzia di assoluta contrarietà all’autonomia differenziata”. Gianni Cuperlo (l’altro candidato alla segreteria del Pd uscito sconfitto dalla prima fase, quella del voto degli iscritti) invece annuncia di lasciare “libertà di scelta” ai suoi elettori. Lancia però una provocazione: “La prossima volta facciamo che 151.000 iscritti e iscritte al Pd siano sufficienti a eleggere il segretario o la segretaria”, scrive sul suo profilo Facebook, lasciando intendere che ritiene Bonaccini già legittimato dal voto dei militanti.

No, grazie

Gli ultimi giorni del congresso del Partito democratico in vista del voto nei gazebo di domenica prossima, vedono i candidati in campo, Stefano Bonaccini e Elly Schlein, impegnati a parlare “all’esterno” e finalmente si comincia a discutere di temi e a sottolineare le rispettive differenze. Accantonata la cortesia che ha regnato fin qui, ieri Schlein ha denunciato ancora una volta “i signori delle tessere” e ha definito “scellerata la scelta del Pd di liberalizzare i contratti a termine, con i decreti Poletti e poi il Jobs Act”.

“Io ero in piazza con la Cgil. Gli altri non li ho visti. Bisogna limitare i contratti a termine, spazzare via i contratti pirata, fissare il salario minimo. E ragionare sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e sulle nuove tutele del lavoro digitale”, spiega l’ex vicepresidente dell’Emilia Romagna. Bonaccini prova a smorzare i toni annunciando che nel caso dovesse risultare il prossimo segretario del Pd chiederà una collaborazione stretta alla sua avversaria: “Se diventerò segretario – dice Bonaccini intervistato da Rai Radio1 – chiederò ad Elly di dare una mano, se sarà lei a prevalere senza chiedere niente per me darò una mano, ho sofferto troppo le divisioni nei gruppi dirigenti”.

Ma la reazione di Schlein arriva gelida a stretto giro di posta: “Non ha senso, è finito il tempo del partito patriarcale che vede le donne bene nei ruoli di vice e credo il partito necessiti di una guida femminista che apra il varco a donne e giovani. Io non ho offerto posti e non mi sono stati offerti”. Basta questo scambio per capire che la candidata alla segreteria ha scelto un’altra marcia per questi ultimi giorni di campagna per le primarie. Proprio Schlein del resto è stata spesso accusata di avere fatto pesare troppo poco la sua voce durante la vicepresidenza dell’Emilia Romagna. Nel suo entourage chiariscono che “i modi e le forme della collaborazione all’interno del partito verranno eventualmente decisi quando il risultato sarà definitivo”.

Insomma, non sono questi i giorni dell’armonia. Ora serve uno strappo deciso. Per ora rimangono sospese le parole del sindaco di Milano Beppe Sala che auspica “una sintesi tra i due” come “modo per ripartire”.

Nodo alleanze

Anche sul tema delle alleanze cominciano a dipanarsi le nubi del sottinteso a cui abbiamo assistito fino a qui. “Non voglio tirare per la giacchetta nessuno – spiega Schlein in un’intervista -. Si parte dai temi. Ci sono punti di contatto importanti con il M5S a partire dalla difesa del reddito di cittadinanza e dalla battaglia per il salario minimo” e “ho sentito che si aspetta l’esito del congresso per capire come rapportarsi con noi. Vengo da un percorso che ha lavorato in alcune realtà come Bologna e Napoli, dove sono state costruite alleanze sui temi. E da un’area che ha sofferto molto la rottura di quest’asse”.

Niente di nuovo rispetto alle posizioni già espresse dopo le elezioni regionali in cui proprio Schlein aveva invitato il Partito democratico a guardare a sinistra e non al centro, con un chiaro riferimento al cosiddetto Terzo polo. Molto più guardingo Bonaccini che chiarisce che “non c’è tabù verso nessuno” e insiste su un Pd che debba essere il punto focale di qualsiasi alleanza.

“Quello che mi permetto però di dire è che almeno, ognuno nella propria autonomia, su alcune battaglie potremmo insieme fare opposizione in Parlamento e nel Paese’’. Gli fa eco l’eurodeputata Pina Picierno: “Il dibattito sulle alleanze per me viene dopo – spiega la portavoce della mozione Bonaccini -. Ora vogliamo ridare al Partito democratico quella vocazione maggioritaria che col tempo ha smarrito. E che può metterci su una strada in cui le alleanze non sono esperimenti di laboratorio, ma puntelli per rafforzare una proposta di Paese”. Le differenze, almeno sulla carta, sono comunque evidenti.

I programmi dei candidati del Pd

Schlein propone di interrompere qualsiasi finanziamento alla cosiddetta Guardia costiera libica mentre Bonaccini vorrebbe “un’Agenzia di coordinamento delle politiche migratorie sottratta alle diatribe politiche”. Schlein vorrebbe un partito che “ricominci a investire sulla formazione politica” e Bonaccini propone “referendum obbligatori tra gli iscritti sulle grandi scelte”. Schlein vuole “migliorare il Reddito di cittadinanza, senza abolirlo” e “voltare pagina dagli errori del Jobs Act”.

Sulla casa Bonaccini propone “un modello sociale Housing First” mentre Schlein punta a dare strumenti in grado di aiutare chi non è in grado di pagare gli affitti. Sul fisco Bonaccini propone un taglio strutturale del cuneo contributivo almeno del 10% per tutti e del 30% per i giovani mentre Schlein insieme a una “riforma fiscale complessiva e progressiva” punta sul tema dei grandi patrimoni che “deve essere affrontato in un’ottica redistributiva”. No, non sono uguali. E non lo sono nemmeno nelle alleanze che hanno in mente. A meno che tutto finisca con un “accordo totale” che lasci tutto com’è.

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L’astensione che parla

Ci sono astensioni che dicono più di un voto. Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato una mozione che esprime solidarietà nei confronti degli studenti del Collettivo Sum aggrediti davanti al liceo Michelangiolo, a Firenze. La Lega si è astenuta mentre Fratelli d’Italia ha deciso di non partecipare al voto.

Per quell’episodio sono indagati sei attivisti della formazione di ultradestra (meglio: fascista) Azione Studentesca, strettamente collegata al partito di Giorgia Meloni. «Chiedevamo di prendere distanza dalle aggressioni – commenta il consigliere Pd Iacopo Melio – È una vergogna che da Lega e FdI non sia ancora arrivata una ferma condanna».

Secondo Lega e Fratelli d’Italia quello che è accaduto davanti al liceo Michelangiolo non sarebbe squadrismo ma sarebbe «una semplice rissa». Peccato che fosse una rissa coordinata, organizzata e spinta da motivazioni politiche. Tecnicamente: squadrismo.

L’atto impegna la Giunta toscana ad «attivarsi nelle sedi opportune», affinché «vengano assunti tutti i necessari provvedimenti atti a garantire la libertà e l’incolumità degli studenti toscani». Preoccupata per il «clima di odio e violenza» che si respira in città, l’assemblea chiede che sia il governo nazionale, in primis, «a condannare fermamente quanto accaduto».

Il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale Francesco Torselli, tanto per inquinare i pozzi, ha presentato una mozione alternativa che  parla di «violenze durante il corteo antifascista». È il caro vecchio trucco del “ma anche”. Quella mozione non l’hanno votata nemmeno i suoi amici della Lega, per dire.

Vale la pena quindi rileggere la lettera della dirigente scolastica del liceo Leonardo Da Vinci di Firenze Annalisa Savino, inviata a tutti gli studenti: «siate consapevoli che è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede e fondato le loro fortune, rovinando quelle di intere generazioni».

Consapevoli. Buon giovedì.

Nella foto: l’aggressione di Azione studentesca e la votazione in Consiglio regionale della Toscana (dalla pagina facebook di Iacopo Melio)

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L’ombra di Renzi sulle primarie Pd

C’è un filo – ancora – che lega le sorti del Partito democratico e quelle del partito unico che ancora non si vede all’orizzonte tra Matteo Renzi e Carlo Calenda. Mentre tra i Dem ci si avvia alle fasi conclusive della sfida per la leadership, i due big del cosiddetto Terzo polo decidono di non decidere fino a lunedì, quando i risultati dei gazebo per il ballottaggio tra Schlein e Bonaccini per la segreteria del Pd saranno chiari e definitiva.

Renzi ha un Piano B nel caso la spuntasse la Schlein. Dare asilo ai dem che mollerebbero il Pd

Al centro, tra renziani e calendiani sono giorni caldi. Il “partito unico” che avrebbe dovuto vedere la luce ancora non si è visto, gli elettori scalpitano ma trovare la quadra è più macchinoso del previsto. Prima ci sono state le accuse di Renzi al suo compagno Calenda di avere personalizzato troppo le regionali portando a casa un misero risultato. Non è un segreto che in Lombardia, ad esempio, Renzi avrebbe preferito vedere campeggiare il nome della candidata Letizia Moratti, ritenuta politicamente più attraente del leader di Azione per la Lombardia.

La convinzione che unire Italia Viva e Azione sia la strada migliore comincia a sgretolarsi

Il morale dopo i risultati è bassissimo e la convinzione che unire Italia Viva e Azione sia la strada migliore comincia a sgretolarsi tra qualche dirigenti e tra parecchi militanti dell’una e dell’altra parte. Non è solo una questione di logo: Renzi sembra non aver più intenzione di rimanere in seconda linea, come deciso per le politiche, e Calenda ai suoi ripete con sempre più insistenza di essere stanco “di fare tutto da solo” mentre Matteo “si gode il sole e i soldi di Ryad”.

Renzi ha un progetto in testa che dipende proprio da chi sarà il prossimo inquilino del Nazareno

E che c’entra il Pd? C’entra, eccome. Renzi ha un progetto in testa che dipende proprio da chi sarà il prossimo segretario. Il ragionamento è semplice. “Matteo crede che la vittoria di Bonaccini determinerà un riavvicinamento con i Dem, ma se a vincere dovesse essere Schlein allora il Pd si spaccherebbe”. E dalle parti del Terzo polo, manco a dirlo, sarebbero felicissimi. A quel punto il “nuovo partito” aspetterebbe ancora per mantenere una federazione pronta ad abbracciare i fuoriusciti inevitabili dell’area riformista tra i democratici.

Nel Pd Lorenzo Guerini, capo della corrente Base riformista che include gli ex renziani mai del tutto ex, prova a frenare confidando in una vittoria del presidente dell’Emilia Romagna che quasi tutti danno per scontata ma nel caso in cui Schlein vincesse nei gazebo una fuoriuscita “esplorativa” verso il Terzo polo di qualche parlamentare sarebbe certa.

Per quel che riguarda il congresso dem dopo il confronto televisivo su Sky tra Elly Schlein e Stefano Bonaccini gli animi non si sono ancora raffreddati. A chi faceva notare che il presidente dell’Emilia Romagna sia stato meno convincente sulla questione di diritti, Bonaccini ha risposto a brutto muso. “Confronto tra Bonaccini e Schlein. Lui non risponde sul finanziamento della guardia costiera libica. Non parla di matrimonio egualitario e di delle famiglie Lgbt. Non parla del precariato e la sua sul lavoro è insufficiente”, scriveva ieri una sostenitrice di Schlein.

“Approcciando i diritti civili con cultura minoritaria non si è riusciti a conquistare provvedimenti per aumentare i diritti di chi oggi non li ha. Se lei si accontenta di applausi nei convegni, io voglio invece arrivare ad avere maggioranza per conquistarli”, gli ha risposto Bonaccini.

La strategia è chiara: insistere nel raccontare Schlein come “leggera” e troppo “ideologica”. Che Bonaccini abbia vinto in Emilia Romagna con (e grazie) a Elly Schlein è un particolare che si omette spesso e volentieri. Il tutto aspettando l’abbraccio con il Terzo polo un secondo dopo la chiusura dei gazebo. Per ricominciare dagli stessi errori.

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Per La Russa un figlio gay è una sciagura

“Se mio figlio mi dicesse di essere gay? Accetterei con dispiacere la notizia. Perché credo che una persona come me, eterosessuale, voglia che il figlio gli assomigli. Ma se non succede, pazienza”. L’ultima bestialità esce dalla bocca di Ignazio La Russa durante la registrazione della trasmissione Belve, intervistato da Francesca Fagnani. Per il presidente del Senato (che, ricordiamolo, è la seconda carica dello Stato) un figlio omosessuale “sarebbe un figlio che non mi assomiglierebbe. Sarebbe come se fosse milanista, è un paragone preciso quello che faccio”.

Dal busto di Mussolini in casa alle esternazioni omofobiche. Così La Russa sta macchiando la carica di presidente del Senato

Dura la vita di chi tutti i giorni si sveglia, sempre impegnato a creare scandalo con sprezzo del ridicolo per confermare quel suo fascino cavernicolo che tanto piace ai suoi elettori. La vera sfortuna in fondo è avere La Russa come padre, un padre che non riesce mai a essere all’altezza dei ruoli che ricopre, uno che parifica l’orientamento sessuale a una squadra di calcio, lasciando sottintendere – come fanno tutti gli omofobi – che l’omosessualità sia un vezzo, un’ossessione che non si riesce a frenare.

Nessun figlio meriterebbe di avere un padre con i busti di Mussolini a casa, come dice bene il deputato del Pd Alessandro Zan, ma soprattutto noi non meritiamo un presidente del Senato come Ignazio La Russa. Non meritiamo un politico che non riesce a spiccare se non per il suo essere inopportuno e comunque tronfio, non meritiamo il sorriso sardonico di chi si bea delle sue nefandezze dall’alto di uno scranno che gli consente di pronunciare frasi che al di fuori della politica lo renderebbero il più cretino del bar.

Come fa notare la presidente dei senatori Pd, Simona Malpezzi, La Russa “non è un semplice politico” (anche se qualche decennio fa la serietà dei politici sarebbe stata un prerequisito, ma ora è una battaglia persa): La Russa rappresenta il Senato italiano, e le sue parole “inaccettabili, offensive, divisive, stereotipate, sessiste” non sono un attacco al politicamente corretto. Come dice Malpezzi “si tratta di rispettare le istituzioni che si rappresentano e che noi continueremo a difendere”.

L’uscita di La Russa, sottolinea Fabrizio Benzoni, deputato di Azione-Italia Viva, “trasudano qualunquismo, superficialità e pregiudizio che non sono accettabili se ascoltate in una scuola, in un posto di lavoro, figurarsi quando vengono pronunciate dalla seconda carica dello Stato”. E questo è un problema innanzitutto politico e di gestione democratica delle istituzioni. A meno che tra i compiti del Senato ci sia la discriminazione, aggiunta in questo governo senza modifiche alla Costituzione.

C’è un punto interessante che sottolinea Fabrizio Marrazzo: “Se La Russa avesse detto che se avesse avuto un figlio ebreo, per lui sarebbe stato un dispiacere, con l’attuale Legge Mancino queste parole sarebbero potute essere utilizzate come elemento di discriminazione. Purtroppo, oggi non esiste una legge contro l’omofobia e quella di La Russa risulta come una libera espressione”.

Il punto sostanziale è sempre lo stesso: se Ignazio La Russa vuole continuare a fare il nostalgico agitatore di popolo lo faccia con la casacca del suo partito e non quelle delle istituzioni. Potrebbe essere semplicemente incapace di svolgere il suo incarico. Noi, a differenza sua, non lo derideremo e non ne gliene faremo una colpa. Se invece il suo scopo è quello di rendere potabile, con l’arma dell’ostentata e ciclica falsa simpatia, la discriminazione a uso comune sappia che troverà sempre chi puntualizzerà ogni volta, tutte le volte, le sue idiozie. Con tanta solidarietà per suo figlio.

Leggi anche: Forza Nuova cita La Russa. La difesa di Fiore imputato per l’attacco alla sede della Cgil chiama il presidente del Senato a testimoniare

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I danni ambientali della guerra

A pochi giorni dall’anniversario del conflitto in Ucraina, Greenpeace e la Ong ucraina Ecoaction pubblicano una Mappa dei danni ambientali causati dalla guerra e per denunciare i gravissimi impatti sugli ecosistemi. Le due organizzazioni chiedono inoltre al governo di Kiev e alla Commissione europea di istituire un fondo per il ripristino dell’ambiente, vittima silenziosa della guerra. I dati, raccolti da Ecoaction e consultabili online, sono stati confermati dalle immagini satellitari e mappati da Greenpeace Central and Eastern Europe (Cee). La mappa illustra 30 dei 900 eventi raccolti, per evidenziare gli impatti ambientali più gravi. In base alle informazioni ufficiali, dall’inizio delle ostilità sono stati danneggiati circa il 20 per cento delle aree naturali protette del Paese, e 3 milioni di ettari di foresta, mentre altri 450 mila ettari si trovano in zone occupate o interessate dai combattimenti. «Mappare i danni causati dalla guerra in Ucraina è complicato dal fatto che gran parte del territorio liberato potrebbe essere disseminato di mine e altri ordigni esplosivi, mentre le forze russe occupano ancora parti del Paese, rendendo difficile la raccolta dei dati», dichiara Denys Tsutsaiev di Greenpeace Cee a Kiev. «È però necessario evidenziare questi danni, perché il ripristino ambientale deve avere un posto centrale nel dibattito sul futuro dell’Ucraina. I fondi devono essere stanziati adesso, non quando la guerra sarà finita».

INFOGRAFICA I danni ambientali della guerra in Ucraina
Milano, 21 feb (GEA) – Nell’infografica GEA, la ‘Mappa dei danni ambientali’ causati dalla guerra in Ucraina secondo Greenpeace e la Ong ucraina Ecoaction. Le due organizzazioni chiedono al governo di Kiev e alla Commissione Ue “di istituire un fondo per il ripristino dell’ambiente, vittima silenziosa della guerra”. I dati, raccolti da Ecoaction e consultabili online, sono stati confermati dalle immagini satellitari e mappati da Greenpeace Central and Eastern Europe (CEE). La mappa illustra alcuni dei 900 eventi raccolti per evidenziare gli impatti ambientali più gravi. In base alle informazioni ufficiali, dall’inizio delle ostilità sono stati danneggiati circa il 20% delle aree naturali protette del Paese, e 3 milioni di ettari di foresta, mentre altri 450 mila ettari si trovano in zone occupate o interessate dai combattimenti.
AFT/VOR

La mappa mostra come l’invasione russa abbia devastato l’ambiente ucraino: la guerra ha provocato incendi, danneggiato gli habitat e inquinato l’acqua, l’aria e il suolo, mentre i bombardamenti dei siti industriali hanno provocato ulteriori contaminazioni. Le esplosioni, inoltre, rilasciano nell’atmosfera un cocktail di composti chimici. Il principale, l’anidride carbonica, non è tossico, ma contribuisce al cambiamento climatico. Gli ossidi di zolfo e di azoto possono inoltre provocare piogge acide, modificando il pH del suolo e causando la bruciatura della vegetazione, soprattutto delle conifere. Le piogge acide sono pericolose anche per gli esseri umani e per la fauna, perché hanno un grave impatto sulle mucose e sugli organi respiratori. Anche i frammenti metallici delle granate sono pericolosi per l’ambiente. La ghisa mista ad acciaio è il materiale più comune per i bossoli delle munizioni e non contiene solo ferro e carbonio, ma anche zolfo e rame. Queste sostanze si infiltrano nel terreno e possono finire  nelle acque sotterranee, entrando nelle catene alimentari di esseri umani e animali. L’intera regione è a rischio di catastrofe e presenta gravi pericoli per la salute della popolazione circostante.

Greenpeace ed Ecoaction chiedono che la ricostruzione delle città avvenga parallelamente al ripristino ambientale del Paese. La sofferenza e la distruzione ambientale in tempo di guerra sono immense e hanno conseguenze a lungo termine sulla vita delle persone e sugli ecosistemi delle aree colpite. Per questo motivo, Greenpeace chiede che si rendano subito disponibili risorse finanziarie per il ripristino ambientale dell’Ucraina.

Buon mercoledì.

Nella foto frame del video da Presa diretta del 21 marzo 2022 sul disastro ambientale causato dalla guerra in Ucraina

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Meloni in Ucraina teleguidata dagli States

“Credo sia doveroso essere qua per ribadire la posizione del governo italiano e forse anche rendersi conto personalmente di quel che serve a un popolo che si batte per la libertà”. È quanto ha detto Giorgia Meloni al suo arrivo a Kiev dove, ieri mattina, la premier è stata accolta dalla delegazione del governo ucraino con un mazzo di rose e da una rappresentanza dell’Ambasciata italiana e dall’ambasciatore ucraino in Italia, Yaroslav Melnyk.

La Meloni ce la mette tutta per nascondere la delusione di un viaggio che avrebbe desiderato molto più appariscente

La presidente del Consiglio ce la mette tutta per nascondere la delusione di un viaggio che avrebbe desiderato molto più appariscente e che invece è stato smorzato dalla visita del presidente Usa Joe Biden. È una Giorgia Meloni che prova a riprendersi la scena internazionale, promettendo nuovi aiuti militari a Kiev anche se ha frenato sull’invio dei tanto agognati caccia, e a seppellire le infelici uscite del suo compagno di governo Silvio Berlusconi.

Zelensky spara contro il Cavaliere e gela il premier Meloni: “A Berlusconi non hanno mai bombardato la casa”

“Non siete soli. Combatteremo per voi e la vostra libertà”, ha ribadito poi Meloni prima di lasciare Irpin per tornare a Kiev. Come dire: non ascoltate il mio collega di governo e fidatevi di me. Caso chiuso? Macché. In serata a tornare sulle parole di Silvio è stato Volodymyr Zelensky che ai cronisti che gli chiedevano un commento sulle parole di Silvio, ha gelato tutti: “Credo che la casa di Berlusconi non sia mai stata bombardata e che nessuno ha ammazzato i suoi parenti”.

È una Giorgia Meloni visibilmente scossa quella arrivata a Kiev. “È sempre diverso vedere con i propri occhi credo che aiuti anche gli italiani a capire” ha aggiunto la presidente del Consiglio e, a chi le domandava se fosse emozionata ha risposto: “Sono curiosa, determinata a capire quello di cui questo popolo ha bisogno”. Ben venga che Meloni veda con i suoi occhi. Magari ci si aspetterebbe che i politici (tutti) possano empatizzare in ogni occasione con più predisposizione e intelligenza.

Chissà cosa ne penserebbe Meloni, ad esempio, di vedere “con i suoi occhi” come si sta a caracollare in mezzo al mare dopo essere stati violentati dai libici aggiungendo giorni di viaggio a un viaggio che è infernale per scelta del suo governo e del suo ministro Piantedosi. “L’Ucraina apprezza la pronta risposta del presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, che ha ribadito il sostegno incrollabile del governo italiano all’Ucraina dopo le dichiarazioni inaccettabili di Berlusconi”, ha detto all’Ansa l’ambasciatore ucraino a Roma Melnyk, rispondendo ad una domanda su come giudichi le posizioni dei diversi partiti italiani nel sostegno a Kiev anche dopo le ultime dichiarazioni del leader di Forza Italia su Zelensky.

Durante la sua visita a Irpin, Meloni ha autografato la bandiera della città, lasciando la sua firma accanto a quella di altri leader che in questi mesi hanno visitato quest’area dell’Ucraina particolarmente colpita dall’aggressione russa. Il Governo italiano ha consegnato alle autorità locali due generatori a supporto delle infrastrutture critiche, accanto a due dei 45 mezzi dei vigili del fuoco donati sempre dagli italiani, Meloni ha detto: “Continuiamo a lavorarci”.

Kiev, ha detto ancora il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko, “è grata alla presidente Meloni per la sua leadership e per il suo impegno nel continuare a sostenere l’Ucraina”. “Contiamo sull’ulteriore pieno sostegno da parte dell’Italia nel vincere la pace per l’Ucraina, ristabilire la sua sovranità e integrità territoriale e portare la Russia a rispondere dei suoi crimini”, ha aggiunto.

“Guardiamo inoltre al ruolo costante di Roma – ha proseguito Nikolenko – nel rafforzamento delle capacità di difesa dell’Ucraina per proteggere il nostro popolo dalla brutale guerra della Russia, L’Ucraina accoglierebbe con favore il sostegno attivo di Roma per l’attuazione della formula di pace del presidente Zelensky e il progresso dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea e nella Nato”. Il sostegno di Giorgia Meloni è chiaro. Quello del suo governo invece è tutto da chiarire.

 

Leggi anche: A Kiev l’incontro tra Meloni e Zelensky. L’Italia “non tentennerà”. Ma per ora l’invio dei caccia in Ucraina è escluso

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Forza Nuova cita La Russa

Chi vuole chiamare in tribunale la difesa di Roberto Fiore nel processo che riguarda l’assalto della sede romana della CGIL? Nientedimeno che il presidente del Senato Ignazio La Russa.

La difesa di Fiore imputato per l’attacco alla sede della Cgil chiama a testimoniare il presidente del Senato La Russa

Una richiesta, ha detto l’avvocato Nicola Trisciuoglio, legata ad “una intervista nel corso della quale La Russa fa riferimento ad agenti infiltrati nella manifestazione del 9 ottobre e che sarebbero stati presenti anche ad una manifestazione del presidente di FdI – ha spiegato il difensore – svolta nelle settimane antecedenti. Secondo noi è un buon motivo convocarlo sul perché di questa sua percezione e cosa ha inteso dire relativamente alla presenza di agenti infiltrati”.

La Procura ha espresso parere contrario sulla richiesta della difesa mentre il giudice si è riservato di decidere. Fiore, leader di Forza Nuova, è imputato insieme, tra gli altri, a Giuliano Castellino e all’ex Nar Luigi Aronica. Le accuse per loro tre sono di devastazione aggravata in concorso, resistenza e istigazione a delinquere.

Accade, ogni tanto, che qualche esponente politico, anche se ricopre le più alte cariche, creda di poter cianciare liberamente con la stampa di ipotesi impossibili, solo per fomentare il proprio elettorato e per accarezzare i colpevoli di qualche malefatta.

Le parole però pesano e infine succede che ritornino utili a qualcuno nello svolgimento di un processo. Che le parole del senatore La Russa siano utili alla difesa del leader di Forza Nuova per svilire un crimine è una coincidenza che non stupisce nessuno.

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I conti della Meloni sul Superbonus: numeri a caso e propaganda

Qualcuno insegni a Giorgia Meloni a far di conto. Non servono cose difficili, basterebbe la consapevolezza che la frase che usa per demolire il superbonus non ha nessun senso. Dire che “il superbonus costa 2mila euro a italiano” significa non avere mai avuto occasione di buttare un occhio, ad esempio, al bilancio sociale e ambientale del Superbonus.

Nessun disastro sul Superbonus. La misura è stata positiva: meno di 40 miliardi hanno generato un ritorno economico di 125 miliardi

I numeri Nomisma presentati a luglio scorso erano chiari: i 38,7 miliardi investiti a quel tempo generavano un ritorno economico di 124,8 mld (pari al 7,5% del Pil). Il valore economico totale generato dal Superbonus 110% è pari a 124,8 miliardi di euro, suddivisi tra effetto diretto (56,1 mld), effetto indiretto (25,3 mld) e effetto indotto: 43,4 mld.

Da un’analisi elaborata dal Centro Studi Cni (Consiglio nazionale degli Ingegneri), la spesa del Superbonus è sostenibile almeno fino al completamento degli interventi previsti dal Pnrr. A settembre 2021 gli interventi con super ecobonus avevano raggiunto i 7,5 miliardi di euro. Si stima che questi abbiano attivato nel sistema economico una produzione aggiuntiva di 15,7 miliardi di euro e occupazione per oltre 120.000 posti di lavoro e che possano contribuire alla formazione di quasi 10 miliardi di Pil (calcolato come somma tra il valore aggiunto totale attivato dai Superbonus e le imposte sui prodotti e lavoro connessi).

Poi c’è il bilancio ambientale. Il Superbonus agisce anche in questa direzione: rendere infatti le abitazioni più efficienti dal punto di vista energetico, permette di ridurre i consumi per il riscaldamento e raffrescamento con la conseguente riduzione delle emissioni.

Il valore ambientale generato dal Superbonus concorre a ridurre la CO2 e alla strategia energetica nazionale

Il valore ambientale finora generato dal Superbonus 110%, quantificato come riduzione dell’impronta ecologica dell’ambiente costruito, ha una duplice strategia: concorre alla decarbonizzazione, grazie alla riduzione di 979 mila tonnellate di CO2 (corrispondente alla capacità di stoccaggio di 6 mln di alberi) e concorre alla strategia energetica nazionale, grazie all’installazione di pannelli solari e fotovoltaico, un passo importante verso la transizione ecologica e l’autonomia energetica.

È stato calcolato che per abbattere una tonnellata di CO2 con il Superbonus son stati spesi 55€ (investire nel settore industriale ne costa 95€/t, nella mobilità sostenibile 52€/t). Se Meloni non è legittimamente d’accordo con la misura le conviene trovare argomenti più seri.

Leggi anche: “Governo debole coi poteri forti. Lo sciopero resta sul tavolo”. Bombardieri (Uil): occorre chiedere di più alle banche. “A rischio 120mila posti, ma siamo stati snobbati”

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Aggressioni fasciste in mezza Italia. Ma la Meloni non ha nulla da dire

No, non è un caso isolato. L’aggressione contro alcuni studenti del liceo Michelangiolo non è un caos isolato e non è nemmeno una questione “tra ragazzi”. La preside dell’istituto superiore Pascoli, sempre a Firenze, ha raccontato di non aver potuto “fare a meno di notare la somiglianza con quanto successo” nella sua scuola.

Il pestaggio di Firenze è solo l’ultimo di una lunga serie di aggressioni fasciste. Dietro ci sono spesso associazioni come CasaPound

In quel caso erano ragazzi coperti dal cappuccio della felpa e dalle cinghie. Ma c’è un’emergenza di aggressioni fasciste in Italia Basta far parlare i numeri. Il sito ecn.org ha provato a mappare le aggressioni avvenute dal 2014 a oggi. “L’obiettivo dichiarato di questo progetto – si legge nel sito – è quello di costituire un osservatorio attendibile ed aggiornato sui rigurgiti neofascisti e sulle attività antifasciste nella nostra penisola. Ciò fatte salve ovviamente le varie e diverse valutazioni sull’antifascismo e sui metodi che ogni singolo e/o formazione antifascista abbia intenzione di porre in essere per contrastare il neofascismo organizzato, e le diverse sensibilità circa la gravità della situazione odierna”.

Sono 225 le aggressioni di matrice fascista avvenute in Italia fino a oggi

I numeri, appunto: sono 225 le aggressioni di matrice fascista avvenute in Italia fino a oggi. Di queste 80 sono riconducibili a CasaPound e 25 a Forza Nuova. Sono 12 gli episodi di chiara matrice nazista. Negli ultimi anni abbiamo avuto almeno 28 attentati (visto che stanno tornando così di moda), per la maggior parte di natura incendiaria con l’utilizzo di bombe carta e molotov. L’anno scorso il 25 marzo a Bergamo due militanti di CasaPound hanno picchiato un uomo senegalese.

Sempre l’anno scorso un liceale, a Roma, è stato pestato per un volantinaggio non gradito. “Erano dieci o dodici, più grandi di noi”, disse lo studente del Mamiani. Gl aggressori facevano riferimento a Generazione popolare, vicina a Forza Nuova. Poi ci sono gli omicidi: il 4 marzo 2018 a Firenze Idy Diene è stato ucciso a colpi di pistola in strada da un fiorentino di 66 anni, Roberto Pirrone. “Ucciso perché nero”. Due anni prima a Fermo un nigeriano è morto per le botte di alcuni ultras razzisti mentre provava a proteggere la sua compagna.

Nel 2015 Roberto Pantic è stato ucciso nel suo camper: “L’ex parà fu mosso dal suo odio razzista per i nomadi” · Il pm ha contestato l’aggravante dell’odio razziale, insieme con quella dei futili motivi, a Roberto Costelli. Sempre a Firenze rimane tragicamente famosa la vicenda in cui morirono due senegalesi (2 rimasero feriti) un militante di CasaPound, Gianluca Casseri, ucciso in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Il silenzio imbarazzato della presidente del Consiglio Meloni aggiunge un’evidente imbarazzo

L’onda nera parte da molto lontano. E il silenzio imbarazzato della presidente del Consiglio Giorgia Meloni aggiunge un’evidente imbarazzo. Azione studentesca, l’organizzazione a cui appartengono i 6 ragazzi indagati per il pestaggio dei giorni scorsi, è il movimento di Fratelli d’Italia per gli studenti delle scuole superiore.

Non è una cellula impazzita capitata all’improvviso. Tra i loro slogan risuona quel “difendiamo la patria come fecero gli arditi” dalla chiara matrice che non ha bisogno di troppe interpretazioni. Per questo stupisce assistere alla minimizzazione dei dirigenti regionali di Fratelli d’Italia e al silenzio dei vertici nazionali.

La questione è politica, come fanno notare il segretario del Pd Enrico Letta (“Governo che mantiene il silenzio sull’inaccettabile pestaggio squadrista avvenuto davanti al Liceo Michelangiolo di Firenze. Silenzio che se continua si fa complice”, ha scritto) e Matteo Renzi (che si domanda “perché la stessa destra che interviene su tutto, da Peppa Pig alla scaletta di Sanremo, non ha sentito il bisogno di condannare senza se e senza ma quello che è avvenuto?”). No, non è un caso isolato.

 

Leggi anche: Il pestaggio di studenti a Firenze diventa un caso politico. Letta e Renzi si scagliano contro il silenzio del Governo Meloni

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Mario Tozzi, Gasparri e quell’irresistibile voglia di bonificare la storia

Se non vi siete ancora ripresi dal degrado di una classe politica che mentre si ritrova in maggioranza in Parlamento e mentre è al governo ha comunque sprecato una decina di giorni per commentare la scaletta del Festival di Sanremo preparatevi all’ultima uscita di Maurizio Gasparri che ha individuato il nuovo nemico: il divulgatore e giornalista televisivo Mario Tozzi.

E cosa può avere combinato il buon Tozzi che si occupa di ambiente, di storia e di divulgazione scientifica La pietra dello scandalo sarebbe una puntata dedicata alle bonifiche nell’Agro Pontino realizzate durante il Ventennio fascista e che, si spiega nel corso della trasmissione, hanno prodotto forti impatti ambientali. «Indomita, nonostante le perplessità suscitate, Rai3 manderà in onda la nuova stagione di un presunto programma sull’ambiente – aveva commentato Gasparri – che attaccherà, con folli argomentazioni, le bonifiche dell’Agro Pontino. Un’opera tentata per anni, avviata e realizzata nei primi decenni del secolo scorso, che sconfisse miseria e malattie diffuse in quella parte d’Italia malsana e paludosa». Per il senatore si tratta di «una follia che da sola giustifica un ricambio dei vertici». E aggiunge sui suoi social: «Il servizio pubblico che tifa per il degrado e la malaria va rifondato. Tutti a casa».

Per il senatore Gasparri la difesa dell’Agro Pontino significa, evidentemente, la difesa del fascismo e di Benito Mussolini. Non c’è, nelle parole del senatore berlusconiano, nient’altro che un posizionamento politico personale sulla pelle della Rai e di Tozzi, semplicemente per non rimanere indietro in questa corsa a indossare il profumo nostalgico migliore del momento. Sullo sfondo si intravede anche il core business del partito del suo padrone: distruggere la Rai in ogni modo, con ogni mezzo, usando di volta in volta il personaggio televisivo di turno come manganello.

Buon martedì.

Nella foto: Mario Tozzi (frame da “Sapiens”, RaiTre) e Maurizio Gasparri (frame da video SenatoTv)

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