Vai al contenuto

A Bruxelles è svolta autoritaria, arrivano i muri anti-migranti. Linea dura del Consiglio Ue a difesa delle frontiere e la von der Leyen apre alla costruzione delle barriere

L’Europa ha deciso di diventare ancora più fortezza. Nonostante la retorica dell’accoglienza e le lacrime spese dai leader europei per le povertà, le guerre e la fame del resto del mondo le conclusioni del vertice di Bruxelles sono chiare: “Mobilitare immediatamente ingenti fondi e mezzi dell’Ue per sostenere gli Stati membri nel rafforzamento delle capacità e delle infrastrutture di protezione delle frontiere, dei mezzi di sorveglianza – compresa la sorveglianza aerea – e delle attrezzature”, si legge nel documento finale d’intesa.

Giro di vite

“L’Unione europea rimane determinata ad assicurare il controllo efficace delle sue frontiere esterne terrestri e marittime”, si legge nel documento. Per farlo, “ribadisce il proprio sostegno” a Frontex, l’agenzia europea di guardia di frontiera e costiera che da mesi è sotto il fuoco delle polemiche a causa di una gestione allegra dei fondi e per avere chiuso gli occhi sui respingimenti illegali operati dalla Grecia.

Criticità che sono considerate influenti dai leader europei se è vero che a Frontex viene chiesto non solo di svolgere il “suo compito principale” (protezione delle frontiere esterne, contrasto alla criminalità transfrontaliera e intensificazione dei rimpatri), ma anche di operare nell’ambito degli accordi tra gli Stati dell’Ue e i Paesi terzi per la “cooperazione” nella gestione delle frontiere.

Tolleranza zero

Il documento è un concentrato di disumanità: “Il Consiglio europeo – si legge – ha valutato l’attuazione delle sue precedenti conclusioni, finalizzate allo sviluppo di un approccio globale alla migrazione che combini il rafforzamento dell’azione esterna, un controllo più efficace delle frontiere esterne dell’Ue e la dimensione interna”, il tutto “nel rispetto del diritto internazionale” (che viene vissuto ogni giorno di più come un fastidioso impedimento, ndr), “dei principi e dei valori dell’Ue” (che a questo punto sarebbe curioso capire esattamente quali siano, ndr) “nonché della tutela dei diritti fondamentali”.

Novità anche sui rimpatri: accettata la proposta dell’Olanda di “introdurre misure restrittive in materia di visti nei confronti dei Paesi terzi che non cooperano” nel riprendersi i migranti giunti illegalmente nell’Ue. È stato trovato anche il grimaldello per disarticolare le leggi internazionali che vietano i rimpatri in Paesi non considerati sicuri: la soluzione sembra essere stata trovata anell’Easa, l’agenzia europea per l’asilo, che dovrà “fornire orientamenti per incrementare il ricorso ai concetti di Paesi terzi sicuri e di Paesi di origine sicuri”. In sostanza ora ci si occuperà di trovare il modo per allargare la schiera dei “Paesi sicuri” con qualche acrobazia giuridica, fregandosene dei diritti umani.

La clausola

Per completare l’opera orribile la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen in conferenza stampa lascia intendere di essere pronta a rivedere la sua posizione sui finanziamenti dei muri (come richiesto dal presidente del Ppe Manfred Weber, dall’Austria e da altri 11 Paesi, tra cui l’Ungheria di Viktor Orban, ma anche il governo di centrosinistra della Danimarca) spiegando che i fondi andranno a “telecamere, strade lungo le barriere per pattugliarle, torrette di sorveglianza, veicoli. Giorgia Meloni esulta e parla di “cambio di passo dell’Ue sulle politiche dell’immigrazione”. Chissà che ne penserebbe Altiero Spinelli di questa Europa.

L’articolo A Bruxelles è svolta autoritaria, arrivano i muri anti-migranti. Linea dura del Consiglio Ue a difesa delle frontiere e la von der Leyen apre alla costruzione delle barriere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Non permettiamo all’Arabia Saudita di usare il calcio per ripulirsi

L’Arabia Saudita ha capito che per completare il suo “rinascimento” ha bisogna del testimonial più influente di tutti, di qualsiasi ex capo di Stato: il pallone. La proposta è da far girare la testa: i sauditi si sono offerti di pagare i nuovi stadi in Grecia e in Egitto se avessero accettato di collaborare a una candidatura.

Il 75 per cento delle partite dovrebbe giocarsi nello Stato del Golfo

L’offerta (dal valore spropositato di diversi miliardi di euro) è stata oggetto di una conversazione privata tra Mohammed bin Salman, il sovrano de facto dell’Arabia Saudita, e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, nell’estate 2022, secondo un alto funzionario che ne ha parlato con i giornalisti di Politico.eu. Tra le condizioni ci sarebbero il 75 per cento delle partite che dovrebbe giocarsi nello Stato del Golfo. Non è difficile comprendere come dietro un’operazione di questa portata ci sia il disegno, da parte di bin Salman, di creare un asse di alleanze transcontinentali che peserebbe in fase di voto.

Omicidio Khashoggi, archiviato negli Usa il caso contro il principe del'Arabia Saudita bin Salman, che gode dell'immunità.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. (Getty Images)

Contando i voti, la proposta ha forti chance di vittoria

Nel tentativo di convincere i membri dell’organo di governo mondiale del calcio, la Fifa, delle virtù dell’offerta guidata dall’Arabia Saudita, il torneo proposto vedrebbe partite in tre continenti, fornendo un equilibrio geografico che supererebbe lo scoglio di un Mondiale che solo l’anno scorso è stato giocato in Qatar. I principali rivali sauditi sono un’offerta congiunta di Spagna, Portogallo e Ucraina dall’Europa e un’offerta sudamericana di Argentina, Uruguay, Paraguay e Cile. La decisione su chi ospiterà la Coppa del Mondo 2030 è sottoposta a un voto pubblico dell’intero Congresso Fifa, composto da più di 200 associazioni di tutto il mondo. Se i Paesi africani, attratti dalla presenza dell’Egitto e dagli investimenti sauditi in tutta l’Africa, convergono sull’idea di bin Salman e le nazioni asiatiche fanno lo stesso, mentre la Grecia si sottrae ad alcuni voti europei, la proposta guidata dai sauditi avrà forti chance di vittoria.

Dopo boxe e Formula 1, ora ci siamo col calcio

La Coppa del Mondo di calcio sarebbe il culmine dell’ambiziosa strategia del principe saudita che è già riuscito a ospitare incontri di boxe, calcio europeo e la Formula 1. «L’Arabia Saudita sta strategicamente cercando di posizionarsi come un centro afro-eurasiano, il centro di un nuovo ordine mondiale», ha spiegato Simon Chadwick, professore di sport ed economia geopolitica alla Skema Business School di Parigi, a proposito della candidatura saudita per i mondiali. «Questo posizionamento consentirebbe all’Arabia Saudita di esercitare un potere e un’influenza significativi in una vasta area geografica, che sta cercando di raggiungere costruendo relazioni con partner chiave».

Mondiale, come l'Arabia Saudita sta sfruttando gli sforzi del Qatar
Gianni Infantino con Bin Salman e al Thani. (Getty)

Calpestati i diritti di donne e persone Lgbtq+

Ovviamente le organizzazioni umanitarie hanno sottolineato come lo sportwashing (come già avvenuto in Qatar) servirebbe a nascondere un enorme problema di diritti (per per persone Lgbtq+, per le donne e per i lavoratori, solo per fare qualche esempio): «Finché l’Arabia Saudita discrimina le persone omosessuali e punisce le donne per l’attivismo per i diritti umani e non ha protezioni per i lavoratori migranti che costruirebbero la maggior parte dei nuovi stadi e strutture, il Paese non può soddisfare i requisiti sui diritti umani che la Fifa ha già in atto», ha spiegato Minky Worden, direttore di Human Rights Watch.

La ragazza condannata a 34 anni di carcere per aver usato Twitter

Solo ad agosto dell’anno scorso una studentessa saudita che studiava all’Università di Leeds, Salma al-Shehab, è stata condannata a 34 anni di carcere per avere usato Twitter per seguire dissidenti e attivisti con la solita accusa di «mettere a rischio la sicurezza nazionale». Anche in quel caso i soldi però hanno pesato sui diritti: Twitter non prese nessuna posizione sulla questione. Del resto uno dei maggiori investitori (prima dell’avvento di Elon Musk) era il miliardario saudita Prince Alwaleed bin Talal, che possedeva più del 5 per cento di Twitter attraverso la sua società di investimento, la Kingdom Holdings.

Arabia Saudita, donna condannata a 34 anni di carcere per aver usato Twitter
Salma al-Shehab con la sua famiglia.

Arabia diventata strategica per cavi sottomarini e rinnovabili

Bin Salman, tornato nelle grazie dell’Occidente per merito di una crisi energetica innescata dalla guerra della Russia contro l’Ucraina, ha firmato una serie di accordi bilaterali ad Atene quest’estate, tra cui un nuovo accordo sui cavi dati sottomarini e un accordo sulle energie rinnovabili, impegnandosi a rendere la Grecia un centro energetico per la distribuzione di «idrogeno verde». Negli ultimi anni anche la Fifa si è avviata ai sauditi: Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha persino partecipato a una partita di boxe a Jeddah, assistendo all’incontro al fianco del controverso principe ereditario saudita. Rotola il pallone ma dietro, invisibili, si muovono i soldi. Per i diritti al massimo si troverà ancora una volta qualche spazio in uno spot pubblicitario o in qualche cartellone a bordo campo.

L’articolo Non permettiamo all’Arabia Saudita di usare il calcio per ripulirsi proviene da Tag43.it.

Salvini, Fedez, le foibe e il razzismo. A Sanremo più liti che musica. Si chiude il Festival, ma è sembrato Tribuna politica. Polemiche di ogni genere. Non ci è mancato Zelensky

Le canzoni sono l’ultima cosa. Quello che conta, per certi politici e per certi giornalisti, è innescare polemiche per mettere dentro Sanremo i loro pregiudizi, le loro nevrosi e le loro inettitudini. Ecco il nostro Bestiario sanremese.

Liberi di fare schifo

“Noi le diamo la maglia azzurra, la Egonu ci dà dei razzisti”, titola il quotidiano Libero, riferendosi al monologo della pallavolista Egonu che ha parlato del razzismo in Italia. Solo che quelli di Libero non si sono resi conto di avere confezionato un titolo che è la certificazione in carta bollata del loro razzismo. La divisione tra “noi” e “loro” è un’idiozia che ormai si usa solo nel Ku Klux Klan dove credono che i diritti siano una gentile concessione. A dire il vero è anche l’ideologia di questa destra e di Libero, in effetti. Quindi forse il “noi” sta per “noi razzisti”.

Urca, le foibe!

Dalle parti del governo si sono dimenticati – piuttosto in ritardo – che le foibe tornano sempre utili per fare un po’ di propaganda contro la Giornata della memoria che a loro va sempre di traverso. Così ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani ha usato il Festival di Sanremo per meritarsi qualche spazio sui giornali: “Fa male vedere che anche nella televisione pubblica dello Stato esistono ancora tragedie di serie A e di serie B: trasmissioni in cui si dà voce a tutti ma pare non ci siano 30 secondi per dar voce al dolore e al ricordo delle foibe e dell’esodo dei fiumani, degli istriani e dalmati”, ha spiegato ieri.

Poi ha precisato di non voler “interferire con Sanremo, che – dice Ciriani – dovrebbe essere solo una trasmissione di canzonette ma vedo che è diventato il luogo politico per eccellenza di Italia”. Sempre con questo brutto vizio di scambiare i diritti per “politica”. Politica degli altri, ovviamente.

Niente… gilioli per Gramellini

“Gramellini, forse anche per difendere se stesso, difende Ferragni – o meglio difende il principio secondo cui la banalizzazione è lo strumento più efficace di divulgazione, perché se “parli difficile” non ti ascolta nessuno”, scrive sul suo profilo Facebook il direttore di Radio Popolare Alessandro Gilioli.

Gilioli esprime un concetto che vale per Sanremo ma sta bene su quasi tutto: “Di Ferragni non so. Di Gramellini penso – senza alcun astio, semmai solo con invidia per il suo modello Unico – che abbia un filo esagerato nella ricerca della semplificazione, e non sono sicuro che questo giovi a una società in cui la semplificazione è ormai quasi totalizzante, al limite dell’analfabetismo di ritorno. Rinunciare totalmente a un minimo di “pedagogia della complessità” rischia di diventare una sconfitta sociale, anche se probabilmente giova al successo del comunicatore”.

Roccella di poca Fedez

Il cantante Fedez, ospite a Sanremo, ha tuonato contro i viceministri che si vestono da nazisti e contro la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella. La ministra risponde spiegando che “quelle che passano per contestazioni oggi sono spesso il massimo del conformismo. Mentre a volte dire una cosa di semplice buonsenso diventa un gesto quasi trasgressivo”.

Quello che non capisce la ministra è che le sue dichiarazioni contro l’aborto non sono “trasgressive” ma solo stupide.

La malinconia di Salvini

Ogni pomeriggio Matteo Salvini rilascia dichiarazioni in cui dice di non essere interessato al Festival di Sanremo e che non lo guarderà. Per un misteriosa congiunzione spazio-temporale il giorno dopo commenta le vicende di Sanremo. Ormai è in tilt. Tra poco lo vedremo infilarsi nelle telecamere dietro ai cantanti come un disturbatore qualsiasi

L’articolo Salvini, Fedez, le foibe e il razzismo. A Sanremo più liti che musica. Si chiude il Festival, ma è sembrato Tribuna politica. Polemiche di ogni genere. Non ci è mancato Zelensky sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Affossato pure il bonus psicologo

Il bonus psicologo che tutti avevano largamente elogiato nello scorso governo? Niente, era solo uno scherzo. Nonostante gli indicatori dicano che la questione della salute mentale sia centrale nel nostro Paese il governo decide di affossare il bonus.

Dal governo altro schiaffo ai più fragili. Bocciato l’emendamento per aumentare le coperture da destinare al bonus psicologo

Lo spiega benissimo l’ex parlamentare del Pd, Filippo Sensi, uno degli ispiratori della misura nella scorsa legislatura: “Certo che non è la soluzione – ci dice -. Certo che ci vorrebbero misure stabili e di prospettiva, psicologi di base, nelle scuole, presidi raggiungibili e disponibili nella sanità pubblica. Ma, a fronte della richiesta che si è fatta più acuta, della sofferenza che si è fatta più spessa, dico: non disperdiamo quello che abbiamo ottenuto con il bonus. È stato stabilizzato, è previsto anche per i prossimi anni. Ma la sua dotazione è diminuita molto sensibilmente, da 25 – che erano una goccia nel mare – a solo 5 milioni. L’emendamento del Pd che rimpingua quel fondo e che è condiviso da tutti i gruppi parlamentari non ha avuto l’ok del governo in Commissione. Sconfessando lo sforzo bipartisan dei partiti di maggioranza e di opposizione. E, in sostanza, dicendo: non è una priorità per noi, fatevi bastare il poco che c’è. E senza rinviare ad altre misure che vadano nella direzione della salute mentale e del benessere psicologico delle persone. Ora il Pd riproporrà l’emendamento in aula. Non resta che sperare nel sussulto d’orgoglio dei partiti che dicano al governo questo ci preme, questo ci riguarda, riguarda le persone, le più fragili, le più esposte, cioè noi”.

L’emendamento bocciato nel decreto milleproroghe rischia di diventare un caso politico. Il bonus è un contributo per sostenere le spese di chiunque abbia bisogno di assistenza psicologica, senza limiti di età. L’obiettivo è rispondere ai problemi psicologici, cresciuti a causa dei lockdown dovuti alla crisi pandemica, e favorire l’accesso ai servizi di psicologia e psicoterapia. Nonostante la somma esigua, considerando come milioni di italiani e italiane fruiscano ogni anno di questi servizi, si tratta di un primo passo verso la tutela della salute mentale delle persone da parte dello Stato. Sono più di 395mila coloro che in 3 mesi l’anno scorso hanno fatto domanda per ricevere il contributo dedicato all’assistenza psicologica. Il 60% dei richiedenti è under 35. I fondi previsti però sono bastati solo per accogliere meno di 42mila domande. Sul tema ieri è intervenuto anche il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

Il presidente David Lazzari ha spiegato che “Il bonus psicologico deve essere un impegno di tutti, bipartisan. Così come lo psicologo a scuola e quello di base. Perché i problemi psicologici sono sotto gli occhi di tutti e l’aiuto psicologico non può essere un lusso per i pochi che possono permetterselo economicamente. Dopo il mancato sostegno da parte del governo in Commissione, adesso i cittadini si aspettano che nell’aula del Senato tutte le forze politiche supportino questa misura, l’unica messa in campo sinora, con un fondo adeguato. Si tratta di una questione di civiltà e un investimento nel futuro del nostro Paese”.

“Il governo ha detto no all’emendamento al decreto milleproroghe per incrementare il bonus psicologo che era diventato permanente grazie a un’iniziativa del Partito democratico. – dice la presidente dei senatori Pd Simona Malpezzi -. Una misura, molto utilizzata, che ha contribuito al miglioramento del benessere psicologico di tante persone. Ennesimo schiaffo ai più fragili. Presenteremo un emendamento in aula, sperando che il governo non pensi di mettere la fiducia anche in questo caso”.

Leggi anche: “Inadeguata a guidare il Paese. Meloni è solo una bulletta”. Parla il senatore del M5S, Licheri: “In Europa ci ha ridotti a semplici spettatori”

L’articolo Affossato pure il bonus psicologo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fedez in croce per un Rap. Ma a stonare sono politici e media

Per capire quanto deboli e irrilevanti siano la politica e la stampa dei giorni nostri bastava, ieri, godersi il tilt sull’esibizione di Fedez al Festival di Sanremo. Partiamo dall’inizio. Fedez decide, molto furbescamente, di presentarsi sul palco dell’Ariston e sfruttare l’occasione di un pubblico vasto nazionalpopolare per togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

Per capire quanto deboli e irrilevanti siano la politica e la stampa dei giorni nostri basta l’esibizione di Fedez a Sanremo

C’era da aspettarselo: la coppia Fedez e Ferragni da tempo utilizza la propria popolarità per veicolare messaggi politici su temi dei diritti e su punti considerati “politici”. Qualcuno suggerisce che sia troppo comodo per Fedez mettere le mani nella politica dall’alto del suo successo. Beati quelli che credono che esporsi politicamente in questo Paese paghi.

Un cantante che decide di rinunciare a vendere dischi a una parte politica è tutt’altro che comodo. Ma vabbè, andiamo avanti. Fedez si presenta sul palco e decide di usare il suo tempo a disposizione per chiarire quanto sia vergognoso che un tizio che si traveste da Hitler (Galeazzo Bignami) diventi viceministro alle infrastrutture e quanto faccia schifo che una ministra alla Famiglia vada in televisione a dire che “purtroppo” l’aborto è un diritto.

“Purtroppo l’aborto è un diritto, sì ma non l’ho detto io, l’ha detto un ministro. A volte anch’io sparo cazzate ai quattro venti ma non lo faccio a spese dei contribuenti”, dice Fedez, provando a ricordare a questo smemorato Paese come ci sia differenza tra chi si espone nella professione e chi invece con un posto garantito da parlamentare (o politico) spari “cazzate” (cito Fedez) per rimestare un po’ di propaganda. Apriti cielo. In questo Paese la statura dei politici sulla misura con le altezze delle loro polemiche.

La canzone di Fedez diventa un caso politico solo perché questi politici possono ambire al massimo alle canzonette. Comincia così la sinfonia. Il Codacons insorge. Del resto il Codacons se non insorge non esiste. “La responsabilità di eventuali violazioni delle norme in tema di propaganda elettorale è in capo alla Rai, e l’azienda dovrà valutare i provvedimenti da adottare nel caso in cui partecipanti o ospiti del Festival abbiano violato i regolamenti cercando di influenzare i risultati delle prossime elezioni”, scrive il presunto sindacato dei consumatori.

Poi arriva la lamentela dell’autodichiarato sindacato dei cattolici (“Ditelo Sui Tetti”) che per bocca del portavoce Domenico Menorello si spreme in un elogio antiabortista seguendo i triti canoni degli antiabortisti con una carezza alla ministra Roccella. Non poteva mancare il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, uno di quelli che ha la carriera legata alle mestruazioni della politica: “Confermo che non eravamo a conoscenza della performance di Fedez. A nome della Rai ritengo che la libertà sia un diritto sacrosanto che deve esprimersi attraverso tutte le forme d’arte e tutti i pensieri che un individuo vuole esprimere. A nome della Rai, e in maniera netta, sento di dire che mi dissocio fortemente dagli attacchi personali che la performance di Fedez ha rappresentato nella gestualità”, dice Coletta alla stampa.

Poi c’è l’inevitabile Maurizio Lupi, poi c’è Salvini che si finge disinteressato (come nei film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più…?”) E poi arriva l’onomatopeico Mollicone che ci spiega come Fedez sia solo “un comunista con il Rolex” che cerca il martirologio. In italiano sarebbe semplicemente “martirio” ma vabbè. Non si può pretendere troppo. Da segnalare anche Carlo Cottarelli, l’alieno del centrosinistra, che ci spiega come sia “scorretto usare la Rai per un gesto ideologico”: evidentemente travestirsi da nazista per l’economista dem è semplice ideologia. Viste le reazioni verrebbe da dire: bravo Fedez.

L’articolo Fedez in croce per un Rap. Ma a stonare sono politici e media sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni in disparte

È accaduto questo: Zelensky, Macron e Scholz si sono incontrati in un vertice di cui Giorgia Meloni non era stata nemmeno avvista. Non solo non è stata invitata alla cena – uno può dire vabbè, mangio a casa – ma non è stata nemmeno presa in considerazione per l’incontro.

«Francamente mi è sembrato inopportuno, perché credo che la nostra forza in questa vicenda sia l’unità e la compattezza», ha detto Giorgia Meloni arrivando a Bruxelles. Ammettiamolo, fa molto ridere che l’ex regina del sovranismo ora catechizzi i Paesi che fino a ieri odiava (Germania e Francia in primis) sull’unità europea. Quell’Europa che lei prometteva di disarticolare. Macron l’ha stesa: «Non ho commenti da fare», si è limitato a dire. «Ho voluto ricevere il presidente Zelensky con il cancelliere Scholz, nel contesto del nostro ruolo. La Germania e la Francia hanno un ruolo particolare da otto anni su questa questione perché abbiamo anche condotto insieme questo processo». E, ha aggiunto: «Penso che stia anche a Zelensky scegliere il formato che vuole» per i colloqui diplomatici.

Ma c’è anche un altro aspetto interessante: Giorgia Meloni ora chiede in Europa meno “egoismo” poiché le sue posizioni (soprattutto sull’immigrazione) sono in netta minoranza. Avete capito bene: colei che si è fatta eleggere raccontando l’egoismo come un diritto in nome del patriottismo ora va a frignare per mancanza di collettività. Sembrerebbe una barzelletta se non fosse la giravolta dell’ennesima presidente del Consiglio che ama per il potere per il potere, fregandosene delle promesse fatte ai propri elettori.

Qui veniamo al punto. Questa destra – una delle peggiori destre di sempre – dimostra di essere interessata al mantenimento delle sue posizioni di rendita. Non è una novità, l’hanno fatto finora più o meno tutti. Solo che Giorgia Meloni non ha nemmeno aspettato di essere sull’orlo di una crisi di governo (o di partito). Ha deciso di indossare subito gli abiti della conservatrice di sé stessa pretendendo che tutti dimenticassero le parole pronunciate un minuto prima di diventare presidente.

Il suo peso politico si misura dal contesto. In Italia ha una schiera di compagni di governo che furiosamente commentano il Festival di Sanremo e in Europa si ritrova a fare l’imbucata.

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Stiamo combattendo i clan della mafia con le pile scariche

La lotta alla mafia Mentre ancora non si posano i festeggiamenti per l’arresto del boss di Matteo Messina Denaro (che in troppi rivendicano come vittoria personale) a Bivona, in provincia di Agrigento, un testimone di giustizia non dorme di notte da quattro anni a causa di un pila scarica. Sì, una pila, una di quelle semplici che si inserisce nei telecomandi e nei giocattoli per bambini. Ignazio Cutrò è un ex proprietario di un’impresa edile che nel 1999 ha subito il primo attentato incendiario ai suoi mezzi perché si rifiutava di pagare il pizzo alle cosche locali. Alle intimidazioni ha deciso di rispondere denunciando i suoi estorsori, il clan locale dei Panepinto, che ancora oggi sono in carcere.

L’incredibile storia di Ignazio Cutrò. Il testimone di giustizia nel mirino della mafia. Da quattro anni non dorme di notte a causa di un pila scarica

Da quel momento è entrato nel programma di protezione testimoni, decidendo di non abbandonare la sua città di origine per dare un “messaggio ancora più forte: io non me ne vado via da qui, siete voi che ve ne dovete andare”. Cinque anni fa la sua scorta ha subito un pesante ridimensionamento (fioccarono invano le interrogazioni parlamentari) ma Cutrò e la sua famiglia vennero rassicurate con l’installazione di un sistema di videosorveglianza che avrebbe garantito l’incolumità di tutta la famiglia. Da 4 anni però la batteria del sistema di sorveglianza è scarica.

“Si parla tanto di lotta alla mafia e protezione testimoni – spiega Cutrò -. E si dice denunciate. Poi si porta alla disperazione una famiglia per una spesa di 11 euro e 50 centesimi. È da quattro anni che comunico a prefettura e carabinieri, per fargli capire la disperazione e la necessità di cambiare la batteria dell’impianto di allarme collocato nel mio appartamento. Ogni volta che si verifica un calo di tensione o viene a mancare la luce, scatta l’allarme e la nostra serenità viene distrutta”. Quindi continua: “Non so più cosa fare. La batteria ho chiesto di cambiarla personalmente ma, essendo l’impianto proprietà dello Stato, senza le dovute autorizzazioni rischierei una denuncia per aver danneggiato una proprietà dello Stato”.

E poi ancora: “A che gioco giochiamo? Dobbiamo arrivare al punto che uno, preso dalla disperazione, prende tutto e lo butta fuori dalla finestra. Cosa si deve fare per avere tutelati i propri diritti? Martedì prossimo scenderò e andrò ad incatenarmi davanti alla Prefettura finché non smontano tutto quello che c’è da smontare. Noi ci siamo affidati alle mani dello Stato. Abbiamo dato la nostra vita per questo Paese e per 11 euro e 50 centesimi siamo costretti ad elemosinare qualcosa che dovrebbe essere normale”. Ignazio Cutrò è un cittadino che ha permesso di portare a giudizio e condannare, nell’operazione Face Off, i fratelli Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto per un totale di 66 anni di reclusione.

Ha pagato il suo coraggio con una vita sotto scorta (lui e la sua famiglia) e con un’attività imprenditoriale praticamente devastata dalle sue denunce. Solo grazie a una legge del governo Letta nel 2013 ha potuto essere assunto presso l’Amministrazione Regionale Siciliana il 1º ottobre 2015, prendendo servizio presso il Centro per l’impiego di Bivona, suo paese di origine, come avviene per i familiari delle vittime di mafia. Nel pieno delle sue difficoltà ha fondato nel 2013 l’Associazione Nazionale dei Testimoni di Giustizia, di cui è stato eletto presidente, per portare all’attenzione pubblica le condizioni dei testimoni di giustizia in Italia.

Ora è insicuro per una pila. Le mafie aumentano il proprio potere e la propria forza grazie alla perseveranza e grazie all’altruismo tra i suoi affiliati. Lo Stato troppo spesso pratica un’antimafia poco organizzata dove chi si espone si ritrova solo. E allora un giorno forse si capirà che la lotta alle mafie non ha bisogno solo di arresti spettacolari ma necessita di cura quotidiana soprattutto nei confronti di chi da cittadino accetta di esporsi per spirito di legalità e giustizia. Cambiare una lampadina non procura grandi titoli sui giornali, ma è antimafia quotidiana.

L’articolo Stiamo combattendo i clan della mafia con le pile scariche sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Nel Regno Unito si sono “persi” 200 bambini rifugiati

Bande di criminali che rubano bambini negli hotel dove il Regno Unito accoglie i rifugiati minorenni. Sembra una storia dell’orrore e invece è l’orrenda verità che è venuta a galla dopo un’inchiesta di The Observer. Un informatore, che lavora per l’appaltatore del Ministero degli Interni britannico racconta di bambini rapiti dalle strade ai piedi degli alberghi che vengono caricati in auto e fatti scomparire. «I bambini vengono letteralmente prelevati dall’esterno dell’edificio. Sono presi dalla strada dai trafficanti», ha spiegato la fonte.

Alla fine il governo ha dovuto confessare. Un ministro britannico ha ammesso che 200 bambini richiedenti asilo sono scomparsi dopo essere stati collocati in hotel gestiti dal Ministero degli Interni. Lunedì, il ministro dell’Interno Simon Murray ha detto alla Camera dei Lord che i bambini scomparsi includono una ragazza e almeno 13 bambini sotto i 16 anni. Ha aggiunto che la stragrande maggioranza dei bambini scomparsi – 176 su 200 – erano di origine albanese.

Le associazioni umanitarie hanno condannato il governo, mentre l’Adolescent and Children’s Trust (Tact), un ente di beneficenza, ha affermato che il Ministero degli Interni aveva ignorato le sue richieste di collocare i bambini in case protette per garantirne l’incolumità.

È l’ennesima puntata di questa era in cui l’accoglienza è solo una parola da scrivere sulle carte bollate. Così accade che una notizia del genere finisca sotto traccia come se fosse semplice routine della ferocia. Ricorderemo quest’era come quella in cui i disperati provavano a raggiungere la salvezza via mare dopo essere stati frustati e violentati dagli uomini finanziati dall’Occidente, poi hanno dovuto scappare dagli sgherri via mare della cosiddetta Guardia costiera libica finanziata dall’Italia. Ricorderemo quest’epoca come quella in cui i disperati via terra si infrangono contro i muri e le armi (oggi in Europa si parlerà anche di questo) e vengono stremati dal freddo.

La ricorderemo anche perché chi riesce a raggiungere un’ombra di salvezza viene lasciato solo: invisibile, senza niente e pronto per finire nelle mani della criminalità. Bambini inclusi.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Majorino: “Tra la gente il vento sta cambiando”

Promette che nelle ultime 48 ore sarà ancora più determinato. Pierfrancesco Majorino, candidato per il centrosinistra contro il presidente uscente Attilio Fontana, è convinto che sia possibile l’impossibile: sconfiggere a sorpresa la destra dopo 28 anni di governo. L’eurodeputato dei dem ammette anche di non essere preoccupato dalla presenza di Letizia Moratti sostenuta dal Terzo polo e, soprattutto, si dice convinto che lo schema politico che si presenta alle prossime elezioni regionali in Lombardia (una coalizione che vede insieme Pd, M5S, Civici e l’Alleanza Verdi-Sinistra) sia un laboratorio da ripetere anche sul piano nazionale.

Majorino, la sensazione dopo questa campagna elettorale, a pochi giorni dalle elezioni?
“Io sono convinto del fatto che siamo riusciti a compiere un mezzo miracolo fino a ora. Quando due mesi fa siamo partiti, a pochissime settimane dal voto, il dibattito verteva su chi sarebbe arrivato secondo tra me e Letizia Moratti, oggi è evidente che la partita è diversa. Sono fiducioso del fatto che possiamo essere noi la sorpresa di queste elezioni regionali. Mi sento in partita e lotterò fino all’ultimo per riuscire a vincerle. Credo che ci sia una buona energia diffusa, tanta gente che si sta dando da fare, che vuole cambiare. Quindi insisterò con passione e determinazione”.

Negli ultimi giorni è tornato di moda il “voto utile” anche se non è mai un argomento che appassioni gli elettori. Crede davvero che possa servire a spostare in questi ultimi giorni il voto da Letizia Moratti a lei, nonostante i programmi così profondamente diversi?
“Non credo che siamo noi a fare campagna sul voto utile. Abbiamo effettivamente programmi molto diversi su sanità, lavoro, ambiente e soprattutto c’è un abisso in termini di credibilità avendo lei votato tremilaecinquantasette volte a favore dei provvedimenti di Fontana. Sono però convinto che tanti elettori del Terzo polo siano d’accordo con noi sulla necessità di cambiare le cose in Regione Lombardia. Quindi gli incerti alla fine sceglieranno di cambiare le cose e per questo motivo alla fine sceglieranno di sostenermi”.

Le malelingue dicono “Majorino farà la campagna elettorale e nel caso non vinca come è già successo il Partito democratico dovrà fare a meno di lui e il Pd si siederà in un’opposizione sempre troppo morbida”. Crede che questa elezione, anche nel caso in cui non arrivi una vittoria, possa essere il primo passo della costruzione di uno schema da riproporre a livello nazionale? Magari senza doversi inventare un candidato all’ultimo momento, fra 5 anni…
“Questo è un dibattito che nel caso voglio affrontare la settimana prossima. Ora ci diamo dentro fino all’ultimo con grande determinazione. Io ho sentito la comunità del Pd assolutamente a mio sostegno e sono orgoglioso, in Lombardia abbiamo lavorato molto bene insieme nonostante la presenza concomitante del congresso. Sono assolutamente felice della nostra unità”.

Pensa che il congresso in corso l’abbia fiaccata
“No, non ha inciso. Ho sempre ritenuto surreale la scelta di non eleggere subito un nuovo segretario però non c’è stato nessuna divisione. In Lombardia si è lavorato e si sta lavorando tutti assieme per ottenere il migliore risultato possibile”.

Lei insiste molto sul fatto che lo schema di alleanze che propone in Lombardia sia un laboratorio per il piano nazionale e non solo la riproposizione della cosiddetta “alleanza giallorossa”. Secondo lei in cosa sono più maturi i rapporti e le relazioni, anche con il M5S? Qual è l’esperienza lombarda che si può riproporre a livello nazionale?
“Credo che la cosa positiva e importante è che ci siamo incontrati con le altre forze politiche senza forzature ma confrontandoci sulle idee e sui programmi. A quel punto abbiamo deciso di costruire un’alleanza, senza demonizzazioni reciproche e senza forzature. Questo è il messaggio costruttivo, importante e positivo”.

Si diceva che il Pd in occasione delle elezioni regionali in Lombardia fosse sempre troppo milanocentrico. Lei ha girato molto anche nelle zone di confine della regione. Che sensazioni ha colto?
“Ho insistito molto sul tema del rapporto con comunità e luoghi e terre diverse dalle grandi città perché li ritengo elementi essenziali non solo per il consenso ma per il senso di una regione che non può abbandonare a sé stesse le realtà locali. Lo rifarei cento volte. Sono contento di essere impegnato in questi luoghi e incontri e continuerà in particolare nelle ultime 48 ore. Sarò tantissimo ancora in giro e credo si debba andare avanti così. Siamo in una fase che io interpreto come una grande opera di ricostruzione e spero che ciò ci porterà addirittura a compiere il miracolo di vincere”.

Fontana continua a ripetere che rifarebbe tutto, anche le scelte prese durante la pandemia. Come può un lombardo accettare una dichiarazione del genere?
“Vedremo quale sarà il risultato. Sono convinto che ci sia un sacco di gente che non voglia la continuità e anzi voglia una gestione radicalmente nuova e diversa. Sono anche molto determinato a proseguire su questo terreno. Noi possiamo rafforzare la sanità pubblica e non abbandonarla a sé stessa. E questo non vuol dire colpevolizzare il mondo della sanità privata ma significa pensare che è mancato il necessario sostegno alla sanità pubblica e alla medicina territoriale. Queste sono le principali responsabilità di chi ha governato in questi anni. E credo si debba insistere”.

L’articolo Majorino: “Tra la gente il vento sta cambiando” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Venduta la residenza di Dante a Fiesole

Che sia di destra o di sinistra non si sa ma di certo la sua casa è già pronta per diventare una residenza di lusso. È stata venduta la storica casa colonica di Dante Alighieri sulle colline di Fiesole. A curare la trattativa è stata la società fiorentina Lionard Luxury Real Estate Spa, che ha dato notizia della vendita dell’immobile del XIII secolo, dove il Sommo Poeta potrebbe aver visto per la prima volta Beatrice. Il nome dell’acquirente non è stato reso noto così come il prezzo di acquisto.

Sconosciuti acquirente e prezzo della casa di Dante Alighieri a Fiesole

“Si tratta di un immobile unico perché legato al padre della lingua italiana; appartenuto alla sua famiglia e utilizzato come piacevole luogo di villeggiatura, gli fu confiscato in occasione del suo esilio, per poi essere successivamente restituito al figlio Iacopo”, si legge nel comunicato diffuso dalla società immobiliare. Oltre ad essere ricordato nella lapide murata sulla facciata, è riportato da diversi testi storici, tra questi, ad esempio, uno di Otello Tordi in cui si legge: “Questo podere denominato Radola appartenne al Divino Poeta; fu a lui confiscato con gli altri beni di famiglia quando le fazioni dilanianti la Repubblica fiorentina lo ridussero ramingo per l’Italia. Ma al figlio suo Iacopo Alighieri venne restituito nel 1342”.

Anche altre pubblicazioni storiche ripercorrono il passato della dimora venduta da Lionard e la descrivono anche come il luogo di villeggiatura prediletto della famiglia fiorentina Alighieri. Ne parla, ad esempio, Alessandro Barbero, storico, accademico e scrittore italiano specializzato in storia del Medioevo, nell’opera “Dante”. Qui l’autore ripercorre la vita del Poeta e descrive anche il periodo dell’esilio, con documenti relativi ai beni confiscati. Più precisamente si legge: “Dante aveva posseduto un podere alla Radere, nel popolo di San Miniato a Pagnolle, sulle colline di Fiesole (oggi in località le Radole o la Radola), con case da ‘signore’, cortile, pozzo, capanna-forno, casa da lavoratore, arativo, vigna, ulivi e alberi”.

Il fascino della proprietà è, però, legato anche alla figura di Beatrice. Vicino alla proprietà appartenuta a Dante Alighieri, infatti, si trova anche l’imponente villa Montecchi dei Portinari. “Non è improbabile, dicono alcuni – dichiara sempre Tordi nello stesso testo che Dante e Beatrice si siano incontrati per la prima volta e conosciuti qui ove le loro famiglie venivano a villeggiare. Si è indotti a pensare che si vedessero affacciandosi alle finestre delle loro stanze”.

L’immobile è anche un capolavoro di bellezza. All’esterno è incorniciato da ampio e florido terreno di proprietà recintato che si estende per 1,2 ettari con un delizioso parco tenuto a prato di 5.000 mq, in cui sorge un giardino d’inverno e un ampio roseto, 4.900 mq di oliveto e ulteriori 2.100 mq di area boschiva. La superficie interna, pari a 650 mq, comprende la bella villa padronale di 420 mq e, in posizione adiacente, un annesso di 220 mq su due livelli, originariamente adibito a granaio ed ora finemente ristrutturato, con due salotti, una cucina, tre camere e due bagni, oltre due terrazze.

La dimora del XIII secolo ospitò il primo incontro con Beatrice

Lionard Luxury Real Estate Spa è specializzata in dimore storiche di lusso. Tra le sue offerte si trovano un’antica residenza di un doge sui canali veneziani, un castello del Brunelleschi e la villa a Capri di Christian De Sica. Con la cultura evidentemente si mangia, eccome.

L’articolo Venduta la residenza di Dante a Fiesole sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui