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Ad Afrin oltre al terremoto l’assedio

«Il nostro campo profughi è assediato: truppe turche e milizie pro-Ankara a nord e a est, gruppi armati vicini all’Iran a ovest, forze armate siriane a sud. Gli aiuti per sostenerci dopo il terremoto dovrebbero passare per decine di check-point e chi li volesse inviare dovrebbe pagare tasse molto care. Chiediamo alla comunità internazionale di fare lo sforzo di venire qui di persona e di aiutarci direttamente perché siamo isolati».

L’appello affidato all’agenzia Dire dal giornalista e attivista Jan Hasan arriva dal campo profughi per sfollati di Shahba, situato nel governatorato di Aleppo, nel nord della Siria, a meno di una cinquantina di chilometri dall’omologo capoluogo. La regione è fra quelle colpite dal terremoto che ha provocato vittime e distruzioni nella Turchia meridionale e appunto nel nord della Siria. Diverse scosse a partire dall’alba di lunedì, fino a 7.9 gradi di magnitudo sulla scala Richter e con epicentro nella provincia turca di Kahramanmaras, le più forti, e poi anche di Gaziantep e altre. Oltre 5mila le vittime nei due Paesi, stando a fonti ufficiali. Hasan vive a Shahba insieme con circa 1.500 persone sfollate, dove coordina una piccola ong, ed è in contatto diretto con la sua città natale, Jeindireis.

La località è un sobborgo di Afrin, città a maggioranza curda fra le più colpite dal sisma situata una quindicina di chilometri a nord-ovest, sempre nel governatorato di Aleppo. «Sono fuggito da Jeindireis dopo l’operazione militare turca del 2018 e mi sono stabilito con la mia famiglia qui», riferisce parlando di Shahba. «Il campo profughi è costituito da tende e da case basse e questo ha fatto sì che i danni delle scosse siano stati pochi, solo alcune persone sono rimaste ferite. Abbiamo paura però e dormiamo in auto, mentre il clima è freddo e piovoso». L’attivista continua: «La mia città natale è stata invece fra le più colpite dal terremoto: da quello che sappiamo 84 edifici sono rimasti completamente distrutti. Parliamo di una città di poco più di 25mila abitanti che rischia verosimilmente di avere circa 1000 vittime». Gli effetti delle scosse hanno colpito Hasan anche personalmente. «Sono almeno 15 i miei parenti che hanno perso la vita, da quello che so al momento», sospira il giornalista. Il terremoto ha colpito un Paese già debilitato da una guerra civile che dura dal 2011 e che nel corso degli anni ha determinato una divisione del territorio per zone di influenza di milizie, eserciti e potenze regionali.

Shahba, dalla ricostruzione di Hasan, sembra essere emblematica della parcellizzazione che caratterizza il Paese: «Il campo è sostenuto dal Consiglio di Afrin e dalle autorità autonome della Siria del nord e del nord-est, anche con matrice curda. Questi organismi forniscono gratis elettricità, tre ore al giorno, e acqua potabile» spiega l’attivista. «L’area del governatorato di Aleppo dove ci troviamo noi è ufficialmente sotto il controllo delle milizie delle opposizioni siriane, sostenute direttamente dalla Turchia». Il cronista prosegue: «Il villaggio che ospita il campo si trova in una posizione particolare, de facto assediata su tutti i fronti: i turchi, le milizie pro-Iran, e poi le forze armate al servizio del governo del presidente Bashar al-Assad, che hanno messo su numerosi check-point e che impongono il pagamento di pesanti tasse a chiunque provi a portare qualcosa gli abitanti del campo». Da questa situazione deriva un sostanziale isolamento, che l’organizzazione gestita da Hasan, sostenuta dall’ong tedesca Sos Afrin della pastora Oliver Keske, è riuscita ad alleviare. «Siamo riusciti a consegnare dei cestini con del cibo agli abitanti, ma il blocco che ci è stato imposto è scioccante».

Da qui l’appello alla comunità internazionale: «Venite qui e sosteneteci direttamente: non passate per il governo siriano, come fanno agenzie delle Nazioni Unite: quegli aiuti finiscono in larga parte nel nulla». Le parole di Hasan giungono in un contesto di conflitto che neanche il terremoto, fra i più devastanti dell’ultimo secolo a detta di esperti concordanti, è riuscito a fermare. «Ieri – riferisce l’attivista – le truppe turche hanno sparato colpi di artiglieria verso i campi coltivati nei pressi del villaggio, solo per incutere terrore. Ormai ci siamo abituati a questo: Ankara colpisce ogni giorno».

Buon mercoledì.

Nella foto: frame di un video di China Daily sul terremoto ad Aleppo

 

 

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Fazzolari, le armi a scuola e la vergogna per le sue passioni

Penna, calamaio, libri e moschetto. Non riuscendo a trattenere l’irrefrenabile amore per le armi e per la guerra secondo il quotidiano La Stampa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari si sarebbe fiondato a parlare con il generale Franco Federici per spiegargli la sua brillante idea di mettere a contatto “una rete di associazioni con il mondo delle scuole” per un bel corso di tiro a segno degli studenti.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, propone corsi di tiro a scuola, poi smentisce La Stampa

Il sottosegretario Fazzolari, braccio destro della presidente Giorgia Meloni, smentisce un secondo dopo ritenendo l’articolo “ridicolo e infondato”. Potrebbe essere, certo, ma non è infondato il video su YouTube in cui spiega le ragioni della sua battaglia in difesa del tiro a segno sostenendo che la liberalizzazioni delle armi non porterebbe a “nessun Far West” perché, dice, “chi fa tiro sportivo sa che non può sgarrare, altrimenti perde il porto d’anni”. Che si perda il porto d’armi dopo avere ammazzato qualcuno è un particolare che al sottosegretario sfugge.

La buriana però infuria. “Ci mancavano solo le armi a scuola. Le parole del numero due di Giorgia Meloni Fazzolari paladino dei portatori di armi, che secondo quanto riportato dalla stampa vorrebbe mettere le pistole in mano ai nostri studenti, sono gravissime e vanno chiarite al più presto”, dice la capogruppo del M5S in Senato Barbara Floridia.

Provenzano: “A quando le adunate del sabato?”

“A quando le adunate del sabato? Avete scambiato il Governo del Paese per un’assemblea del Fuan? Volete trasformare l’Italia nell’incubo trumpiano di disuguaglianze e notizie false contro gli oppositori. Ora anche armi”, twitta il vicepresidente del PD Peppe Provenzano mentre Piero De Luca, vicepresidente dei deputati Pd, ricorda che “la scuola non è un poligono”.

Il tesoriere di +Europa, Alfonso Maria Gallo sottolinea come “quello ‘bravo di Fratelli d’Italia” Fazzolari si occupi di “poligoni di tiro in tutte le scuole, per insegnare ai nostri giovani ad essere dei pistoleri provetti. Non ingegneri, non medici, non latinisti, storici o scienziati: pistoleri. Probabilmente il modello educativo di Fazzolari e di Meloni – spiega Gallo – è quello della strage di Columbine, o delle altre scuole americane dalle quali, troppo frequentemente, arrivano notizie delle drammatiche sparatorie che vedono coinvolti gli studenti”.

Nonostante “l’amore per le armi di Fratelli d’Italia sia evidente”, come sottolinea Conte, alla fine deve intervenire perfino il capo della Lega Matteo Salvini per smussare la polemica parlando di “idea non illuminata” del suo compagno di governo.

Da canto suo Fratelli d’Italia prova a fare quadrato. Giorgia Meloni manda in avanscoperta i suoi per difendere il compagno di partito e Fazzolari nel primo pomeriggio annuncia una querela per La Stampa. Il direttore del quotidiano piemontese però non sembra particolarmente intimorito: “Con temerario sprezzo del ridicolo, il sottosegretario Fazzolari ‘spara’ letteralmente la palla in tribuna, – dice il direttore Massimo Giannini – per smentire ciò che non è smentibile, cioè la sua idea di portare nelle scuole corsi di tiro a segno con le armi. L’articolo del nostro Ilario Lombardo, che confermiamo parola per parola, è inattaccabile e di fonte sicura al cento per cento”.

È una metafora di questi tempi: questi sono arrivati al governo solleticando intestini di cui pubblicamente si vergognano. Così il paradosso si conclude con una querela per un amore esibito da sempre.

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Pallone spia cinese. Gonfiato dai nostri Tg

La notizia era ghiotta e perfetta per essere impacchettata: un pallone spia – così lo hanno subito ribattezzato i media – visibile a occhio nudo, pronto per essere fotografato e sparato su tutti i telegiornali, che proveniva dalla Cina sporca e cattiva e avrebbe sorvolato gli Usa pronto a scatenare la Terza guerra mondiale.

La vicenda della pallone spia cinese abbattuto dagli Stati Uniti resta a dir poco equivoca. Ma le nostre tv non hanno dubbi

E poiché di guerra mondiale se ne sente il profumo da un po’ anche i sedicenti esperti hanno avuto materiale guerresco da raccontare e rivoltare. A questo aggiungeteci che Biden, mantenendo fede all’immagine degli Usa sempre pronti a estrarre un missile dal cilindro per risolvere la situazione, ha deciso di sganciare un missile aria-aria lanciato da un F-22 sulle onde dell’oceano Atlantico. Il piatto era troppo ricco per lasciarselo sfuggire.

Ma era un pallone spia La Cina, com’era facile prevedere, nega fermamente

Ma era un pallone spia La Cina, com’era facile prevedere, nega fermamente parlando di un “dirigibile senza pilota” per le rilevazioni meteorologiche che, secondo il viceministro degli Esteri cinese Xie Feng, “è finito nello spazio aereo statunitense a causa di incidenti e inconvenienti causati da forza maggiore. I fatti – ha dichiarato – sono chiari e non possono essere distorti o diffamati”.

Ma a turbare il governo cinese è stato soprattutto l’abbattimento del dispositivo ritenuto una reazione esagerata che ha “gravemente influito e danneggiato gli sforzi e i progressi di entrambe le parti nella stabilizzazione delle relazioni cino-americane dall’incontro di Bali”, recita una nota del governo.

Sembrano lontani i giorni dello scorso novembre quando il presidente americano Joe Biden incontrò il suo omologo cinese Xi Jinping: “Si esortano – fanno sapere da Pechino – gli Stati Uniti a non intraprendere ulteriori azioni che danneggino gli interessi della Cina e a non intensificare o espandere la tensione”.

Dopo che gli Usa hanno informato la Cina, ha spiegato la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, “abbiamo immediatamente verificato e fornito feedback agli Stati Uniti il prima possibile, chiedendo chiaramente di agire con calma, responsabilità e in maniera sobria”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “hanno insistito sull’uso della forza, ignorando la posizione e le richieste della Cina”.

Non sarebbe una novità, nonostante giornali e telegiornali abbiano insistito sull’allarme

I dubbi però cominciano a emergere. Perché la Cina – si chiedono molti analisti – avrebbe interesse nell’irrigidire le sue relazioni internazionali proprio ora I funzionari Usa raccontano che sarebbero almeno una trentina i palloni spia spediti dalla Cina in giro per il mondo negli ultimi 10 anni. Non sarebbe quindi una novità, nonostante giornali e telegiornali abbiano insistito sull’allarme.

Per questo Biden ha deciso di preparare un’informativa per gli ex funzionari dell’era Trump per informarli. Secondo la Casa bianca i palloni spia cinesi “sono stati scoperti quando la precedente amministrazione aveva lasciato. Per questo l’intelligence è pronta a informare gli ex dell’amministrazione Trump sul programma di sorveglianza cinese”.

E mentre da Berlino il portavoce di Olaf Scholz si augura che “non si arrivi a ulteriori tensioni fra Usa e Cina, che porterebbero a un’escalation” sul Venezuela coglie il… pallone al balzo per avvisare gli Usa: nell’ultimo mese, l’aviazione militare degli Stati Uniti ha inviato “almeno” quattro mezzi spia sui cieli del Venezuela. Lo denuncia il capo del Comando strategico operativo delle Forze armate del Venezuela (Fanb), Domingo Hernandez Larez.

Un secondo pallone cinese è stato avvistato sull’America Latina

Si scopre anche che c’è un secondo pallone cinese in circolazione. È stato avvistato sull’America Latina e ieri mattina il ministero degli Esteri di Pechino ha ammesso che “ha deviato seriamente dalla sua rotta programmata e si è accidentalmente spostato sopra l’America Latina e i Caraibi”. La situazione appare molto più complessa di come la raccontano certi nostri testosteronici giornalisti. Di sicuro più del pallone spia (di cui gli Usa stanno raccogliendo i cocci) i danni veri sono quelli di chi non vede l’ora che la situazione, oltre al pallone, possa precipitare.

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I sindacati dell’esercito denunciano 72 suicidi solo l’anno scorso

Come sta l’esercito italiano? Ieri i sindacati militari hanno offerto un’immagine della situazione nell’esercito italiano: 5 suicidi dall’inizio dell’anno e 72 nel 2022. Poi ci sono le moltissime richieste d’aiuto. Ma i veri problemi stanno a monte.

Suicidi, stress, mobbing. Mentre spendiamo centinaia di milioni per spedire armi a Kiev, non si spende un soldo per il nostro esercito

Secondo l’associazione L’altra metà della divisa “i militari fanno una valutazione psicologica nella fase dell’incorporamento che è un quadro del momento. Tutti noi come esseri umani evolviamo e attraversiamo momenti di stress psicologico. I soldati di solito non sono richiamati a controlli psicologici se non su loro specifica richiesta o quando si è già evidenziato un disturbo. In tal caso viene messa in valutazione la loro idoneità al servizio e così i militari preferiscono curarsi le ferite da soli” spiega la presidente Rachele Magro.

“Nessuno si pone il problema delle cause”

Antonello Arabia, ex comandante e oggi presidente del Sum (Sindacato unico dei militari) lo dice con chiarezza: “La Difesa per legge deve annualmente presentare in Parlamento una relazione sullo stato delle Forze Armate. In una pagina specifica il fenomeno dei suicidi viene presentato all’interno dei decessi. L’ultimo presentato è del 2019 e noi abbiamo 23 suicidi per le Forze Armate e Carabinieri ma – aggiunge Arabia -. Nessuno si pone il problema delle cause. Io chiederei al ministro uno sforzo in più”.

“Il suicidio non è solo un disturbo psichiatrico”

Carlotta Lorefice, militare dell’Esercito psicologa e vice presidente del Sum spiega che “il suicidio non è solo un disturbo psichiatrico, ma ci si arriva dopo tutto un incastro emotivo che porta a quel gesto”: concorrono le aspettative (un militare valoroso e sempre forte pronto a a difendere la Patria), la paura di venire demansionati se si chiede aiuto e la difficoltà di dimostrare le situazioni di stress. Poi c’è quel “machismo” di questi tempi che confonde il coraggio di chiedere aiuto con la debolezza.

Anche per questo Paolo Melis, segretario generale del sindacato aeronautico Siam chiede l’istituzione di un soggetto terzo, esterno alla struttura militare, a cui potersi rivolgere in caso di bisogno. Melis sottolinea come al di là dei suicidi esista “un allarme sul benessere psicologico dei militari aeronautici” dovuto anche alle difficoltà e strettoie nei ricongiungimenti familiari: “I trasferimenti verso sud sono estremamente ridotti anche per categorie protette, non solo quindi per ricongiungimenti, ma anche per chi deve assistere malati con la 104”, spiega.

L’emergenza Covid ha portato a problemi di natura psicologica

Il Covid, come negli altri settori ha peggiorato la situazione: “Abbiamo contezza di personale iscritto al nostro sindacato – spiega il sindacato Sum – che da questa situazione determinata dall’emergenza sanitaria ha iniziato ad avere problemi di natura psicologica: li stiamo supportando”. I sindacati si sono quindi organizzati e hanno creato convenzioni con professionisti e associazioni esterne a supporto dei militari che chiedono aiuto.

Finire in infermeria e vedersi ritirare l’arma d’ordinanza restano gli spettri peggiori anche in termini di carriera se non di ricadute immediate. Su quest’ultimo aspetto Monica Giorgi, presidente del Nuovo Sindacato Carabinieri e militare dell’Arma in servizio a Livorno, ha parlato di quanto “la disciplina abbia ancora una forte connotazione virile nel mondo militare”.

“Stigmatizzare le differenze ed esaltare le caratteristiche della ‘mascolinità tossica’ – aggiunge Giorgi – impedirebbe a molti militari di avere un’adeguata consapevolezza circa la differenza che passa tra la disciplina militare, la vessazione o il mobbing. La pistola ritirata non viene vissuta solo come il venir meno di uno strumento operativo, ma di una componente dell’identità di quel militare a cui viene tolta. Senza pistola, per l’Amministrazione, non sei più funzionale”.

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E se dietro il presunto “piano Mattei” ci fosse un vero “piano Descalzi”?

Il dubbio lo propongono quelli di Energia per l’Italia (un gruppo di docenti e ricercatori che si occupa di energia) che senza mezze parole scrive: «Dopo Gentiloni, Conte, Di Maio e Draghi, è toccato questa volta a Giorgia Meloni seguire le orme della diplomazia Eni in Algeria. Risponde a realtà, infatti, che in certe aree a pesare di più siano i buoni uffici dei funzionari di San Donato Milanese piuttosto che l’operato della Farnesina e che il cosiddetto nuovo “Piano Mattei” sia ispirato più dalla visione strategica di Eni e del suo amministratore delegato che del presidente del Consiglio».

Secondo il comitato «la missione di Giorgia Meloni in Algeria è avvenuta a cose già fatte: il Cane a sei zampe “è presente in Algeria dal 1981 ed è oggi la principale compagnia energetica internazionale operante nel Paese”; qui nel corso del 2021 Eni ha prodotto petrolio e condensati per 20 milioni di barili, 1,7 miliardi di mc di gas naturale e 31 milioni di mc di barili equivalenti di idrocarburi. Anche grazie agli accordi siglati con la compagnia di Stato algerina Sonatrach, nel 2023 la produzione di olio di Eni in Algeria raggiungerà la quota record di 43,8 milioni di barili l’anno. Non male per una compagnia che ha fissato al 2050 il raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni!».

Spiegano: «Nel corso dell’ultimo anno Eni ha impresso una forte accelerazione allo sviluppo delle sue attività sul suolo algerino: ha avviato un nuovo campo nel Berkin Basin per la produzione di olio e la produzione di due campi a gas del nuovo contratto Berkin Sud, in entrambi i casi in collaborazione con Sonatrach; acquisito le attività di British Petroleum dei più importanti campi produttivi a gas operati da compagnie internazionali in Algeria; annunciato una nuova scoperta onshore nel bacino di Berkin Nord; firmato nuovi contratti per i blocchi 404 e 208; siglato numerosi accordi con Sonatrach». A Eni segue a ruota la “gemella” Snam: questo vale sia per i due memorandum strategici firmati da Meloni e dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, sia per le ricadute che le intese produrranno sul territorio italiano in termini di realizzazione di nuove infrastrutture per il trasporto del gas. La prima partnership tra Eni e Snam sui gasdotti tra Algeria e Italia risale al 2021 ed è stata suggellata dalla cessione da Eni a Snam del 49.9% «delle partecipazioni detenute (direttamente e indirettamente) da Eni nelle società che gestiscono i due gruppi di gasdotti internazionali che collegano l’Algeria all’Italia (Ttpc e Tmpc). Eni ci informa che l’operazione si è perfezionata il 10 gennaio scorso. Non alle dichiarazioni rese da Giorgia Meloni in conferenza stampa, quindi, bensì ai contenuti delle interviste rilasciate dall’Ad di Eni, Claudio Descalzi, dobbiamo guardare per comprendere la portata delle nuove intese Italia-Algeria e come si è involuta la politica energetica dell’Italia. Cosa prevede il Piano battezzato dal Governo come “Nuovo Piano Mattei” e che sarebbe invece più corretto denominare “Piano Descalzi”, che intende fare dell’Italia l’hub energetico del Mediterraneo?».

Come precisato nel comunicato stampa ufficiale di Sonatrach, «il primo memorandum di intenti strategici mira a identificare le migliori opzioni per aumentare le esportazioni di energia dell’Algeria verso l’Europa, al fine di garantire la sicurezza energetica supportando al contempo una transizione energetica sostenibile. Si baserà sulla valutazione dei seguenti quattro assi: l’estensione della capacità di trasporto gas esistente, la posa di un nuovo gasdotto per il trasporto di gas naturale e in alternativa idrogeno e ammoniaca blu e verde, la posa di un cavo elettrico sottomarino e l’estensione dell’attuale capacità di liquefazione del gas naturale. Il secondo protocollo di intenti strategici identificherà le opportunità per ridurre le emissioni di gas serra in Algeria e le migliori tecnologie per attuare tale riduzione».

Secondo “Energia per l’Italia”, riletto dalla sponda italiana del Mediterraneo, il primo memorandum si tradurrà in un «ulteriore aumento delle importazioni di gas dall’Algeria dagli attuali 25 miliardi di metri cubi ai 28 del prossimo anno, fino a raggiungere quota 35 miliardi, nella prospettiva di azzerare le importazioni di gas russo dal 2024/2025. Il Piano Descalzi in verità mira a fare dell’Italia l’hub energetico dell’Europa, un ponte tra l’Africa e L’Europa. La partnership italo-algerina è solo uno dei tasselli di cui si compone il mosaico di Eni». Scrivono: «Il comunicato diramato il 23 gennaio da Eni e Sonatrach ha il sapore della beffa, in tutto e per tutto drammaticamente coerente con la campagna di greenwashing e mistificazione che Eni sta finanziando da anni nel nostro Paese: “L’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, e l’Amministratore Delegato di Sonatrach, Toufik Hakkar, hanno firmato oggi ad Algeri accordi strategici che delineano i futuri progetti congiunti in materia di approvvigionamento energetico, transizione energetica e decarbonizzazione. … Attraverso questi accordi, Eni e Sonatrach identificheranno opportunità per la riduzione delle emissioni di gas serra e di gas metano, definiranno iniziative di efficienza energetica, sviluppo di rinnovabili, produzione di idrogeno verde e progetti di cattura e stoccaggio di anidride carbonica, a supporto della sicurezza energetica e allo stesso tempo per una transizione energetica sostenibile”. In estrema sintesi, parrebbe che Eni e il Governo italiano abbiano individuato un partner privilegiato per lo sviluppo di rinnovabili, l’efficientamento energetico e la produzione di idrogeno verde in un Paese che è decimo produttore al mondo di gas naturale, detentore dell’1,2% delle riserve provate di gas a livello mondiale e di importanti riserve di metano non convenzionale. Quando si dice “il profilo del partner ideale».

«In realtà, vista la marginalità degli investimenti in rinnovabili ed efficienza energetica, Eni è ancora oggi sinonimo di gas e petrolio e tale sarà ancora per molto. Nihil novi sub sole, dunque, se non fosse per il riferimento di Descalzi a certi “colli di bottiglia” che con molta probabilità anticipano una riedizione dello “Sblocca Italia” di renziana memoria e la realizzazione di nuove grandi opere dannose e inutili, che renderanno l’Italia ancor più dipendente dalle importazioni di gas e sempre più esposta agli effetti devastanti della crisi climatica. L’Ad di Eni ha già evocato un piano Gnl ed un piano Gasdotti per il Sud, e non v’è dubbio che il Governo di Giorgia Meloni li farà propri riscrivendo in peggio sia il Piano nazionale integrato energia clima sia il Piano nazionale di ripresa e resilienza, assecondando le richieste di Eni e di Snam. La lista della spesa è nota: raddoppio della linea adriatica; raddoppio del Tap; raddoppio/potenziamento del Trasnmed; autorizzazione del gasdotto Galsi; rilancio del gasdotto Eastmed; 5 nuovi gasdotti per il Sud; nuovi rigassificatori, tra cui uno a Gioia Tauro (Enel) ed uno a Porto Empedocle (Sorgenia e Iren), con le partite dell’idrogeno blu e della cattura/stoccaggio di CO2 tutte ancora da giocare a favore dei “killer del clima”, Eni in testa».

Perché si rallenta Il comitato avanza un’ipotesi: «Le ragioni di un prevedibile rallentamento sono evidenti: le opere fossili dreneranno risorse pubbliche e private sottraendole ai progetti riguardanti rinnovabili ed efficientamento. Non solo. Atteso che, citando Sergio Ferraris, il ritorno sugli investimenti in infrastrutture fossili si compie tra gli 8 ed i 15 anni e che ne occorrono altri 10 per superare “l’inerzia industriale dovuta agli investimenti accessori relativi all’utilizzo del gas naturale negli usi finali”, ove attuato il Piano Descalzi renderebbe l’Italia dipendente dalle fonti fossili fino al 2048. In ultimo e non per ultimo, l’eventualità che, superata l’emergenza gas, l’eccesso di offerta di rispetto a una domanda in contrazione possa far precipitare il prezzo del chilowattora elettrico prodotto da gas al di sotto di quello “rinnovabile”. Tirando le somme, a chi giova, dunque, il Piano Descalzi?».

Buon martedì.

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Calenda, il piccato incompetente

Vale la pena rileggere lo scambio avvenuto ieri su Twitter tra Luca Di Bartolomei (consulente nel settore dell’energia dei servizi, impegnato da tempo nella divulgazione dei pericoli delle armi) e Carlo Calenda, frontman del cosiddetto Terzo polo che vorrebbe essere il polo della competenza e della serietà.

Vale la pena rileggere lo scambio su Twitter tra Luca Di Bartolomei, impegnato da tempo nella divulgazione dei pericoli delle armi e Calenda

Di Bartolomei riprende uno dei tanti interventi televisivi in cui Calenda si pavoneggia da esperto di geopolitica e scrive: “Calenda ha la preparazione culturale, politica o in questo caso geografica di un Di Maio o un Di Battista. Solo nato ai Parioli”. Passa poco tempo e Calenda accorre trafelato e piccato: “Luca non ho mai capito la tua feroce avversione per me. Immagino che sia un hobby come un altro. Mi spieghi però esattamente gli errori storici o di altro tipo? Così tanto per circostanziare la boutade”. Già dalla prima risposta appare evidente la solita strategia del populismo da terzo polo: il vittimismo.

Di Bartolomei gli risponde: “Carlo nulla di personale ma rappresenti buona parte dei problemi di questa presunta sinistra volendo passare per competente ma inanelli solo gaffes. Qui nello specifico: Kaliningrad è russa, la Transnistria non è riconosciuta ed è uno stato fantoccio e la Moldavia non è Nato. se questa serie di inesattezze un tanto al kg le avessero esclamate dei 5stelle avreste suonato la gran cassa Ma la cosa drammatica è che perlopiù siete quasi tutti una manica di impreparati in un momento drammatico della storia del paese”. Essendo il polo della serietà ci si aspetterebbe di avere una risposta nel merito. Sì, ciao.

Sentite bene Calenda: “Ok Luca. Inutile discutere. Passi troppo facilmente il limite della maleducazione e non mi va di litigare con il figlio di Agostino Di Bartolomei anche quando si comporta da cafone. Pace e bene”. Dentro c’è tutto: il non rispondere, il non sapere ma fingere di essere esperti, il vittimismo e il buttare la palla in tribuna. In più Calenda ci mette dentro “un figlio di” (Luca Di Bartolomei è figlio di Agostino, celebre capitano della Roma). Roba da pelle d’oca.

E infatti Di Bartolomei risponde: “Vedi Carlo quale è il problema Fai la vittima, provi ad eludere il tema della superficialità delle tue risposte/proposte tentando di delegittimare l’interlocutore (peraltro su un piano sbagliatissimo) E cmq se non scappi sempre pronto a dibattere con te su un tema a tua scelta”.
Calenda fa il Calenda e insiste: “ti stai attaccando a questo?”, scrive piccatissimo.

Di Bartolomei chiude la discussione con due tweet che da soli sono un editoriale: “Carlo non mi attacco a nulla perchè hai dato prova dozzine di volte di essere politicamente impreparato e superficiale sui temi Vogliamo parlare del tuo piano nucleare? O di tutte le volte che hai detto peste e corna dei navigator salvo poi fare marcia indietro? Sei diventato un personaggio mediatico e basta. E questo lo dico con dolore visto che comunque delle doti le avresti. Politicamente parlando la tua fortuna è che quelli del @pdnetwork sono delle seghe inenarrabili. Comunque occhio che sulla vigilanza rai ti hanno raggirato”.

Calenda risponde? Ma va. Lascia liberi i suoi seguaci di azzannare il nemico e intanto rispondendo, con la solita strategia, a tutti quelli che commentano stupefatti l’episodio. È una storia piccola, di pochi minuti, assolutamente irrilevante, accaduta su Twitter ma rivela la natura di Calenda e del sedicente Terzo polo. Sta tutto qui.

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Oggi l’Italia regala un’altra motovedetta alla cosiddetta Guardia costiera libica

Si terrà oggi a Adria, in provincia di Rovigo, presso il Cantiere navale Vittoria, la cerimonia di consegna alle Autorità libiche di una motovedetta “classe 300 “di nuova fabbricazione, nell’ambito del progetto europeo Sibmmill (Support to integrated border and migration management in Libya). Lo riferisce una nota informativa congiunta dei ministeri degli Esteri e dell’Interno. Lo scorso 28 gennaio, in occasione della visita in Libia del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Tripoli, i ministri Tajani e Mangoush hanno firmato un memorandum d’intesa che disciplina la consegna di cinque imbarcazioni alla Guardia costiera libica. Si tratta in particolare di due motovedette classe “Corrubia” (simili a quelle già in dotazione della Guardia costiera libica) e tre motovedette “classe 300” di nuova fabbricazione. Le motovedette classe 300 sono specializzate per le attività di salvataggio a mare (Search and Rescue, Sar); si tratta di una tipologia di imbarcazione già in uso alla Guardia costiera italiana.

La fornitura si inquadra nell’ambito del progetto europeo Sibmmil finanziato dal fondo della Commissione “Trust Fund Africa” di cui l’Italia è il principale soggetto attuatore attraverso il ministero dell’Interno. Il progetto, avviato nel luglio 2017, mira a rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza delle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto.

Gli obiettivi finti del progetto sono: rafforzare la capacità operativa delle autorità libiche competenti nella sorveglianza marittima, affrontando gli attraversamenti irregolari delle frontiere, compreso il rafforzamento delle operazioni Sar e dei relativi compiti di guardia costiera; allestire strutture di base per consentire alle guardie libiche di organizzare al meglio le operazioni Sar, di sorveglianza e controllo delle frontiere; assistere le autorità libiche interessate nella definizione e dichiarazione di una regione Sar libica con adeguate procedure operative standard Sar, compreso il completamento degli studi per sale operative a pieno titolo; sviluppare la capacità operativa delle autorità libiche competenti nella sorveglianza e nel controllo delle frontiere terrestri nel deserto, concentrandosi sulle sezioni dei confini meridionali maggiormente interessate dagli attraversamenti illegali.

Concretamente, senza troppi giri di parole, le nuove motovedette serviranno agli sgherri libici travestiti da Guardia costiera per accalappiare i disperati (che spesso pagano scafisti in combutta proprio con la cosiddetta Guardia costiera libica) per riportarli nelle prigioni libiche che l’Onu e le più importanti organizzazioni umanitarie hanno già bollato come illegali e infernali.

Complimenti. Buon lunedì.

Nella foto: una motovedetta della Guardia costiera “classe 300”

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Polemica gender di FdI a Sanremo. Alliva: “Polverone per coprire guai peggiori”

Simone Alliva, giornalista e scrittore e attivista LGTIBQ+. Tra i suoi ultimi libri Caccia All’Omo (2020) e Fuori I Nomi! (2021).
Che cosa ne pensa dell’ultima polemica di Fratelli d’Italia su Sanremo e sul presunto “Jen der Floyd”?
“Sembra il perfetto esempio di polemica inesistente usata come diversivo. Si agita per ottenere – con successo – la reazione pavloviana di chi si indigna e tiene banco. Si oscurano temi come la giustizia, i migranti, le inflazioni. Ma bisogna concentrarsi bene. In realtà questa uscita è il sigillo. Certifica l’assorbimento da parte di questa destra delle lotte anti-lgbt e anti-scelta. Nella storia della politica italiana, dopo i nostalgici del duce, l’arrivo dei Pro-Vita in Parlamento ha segnato l’evoluzione della destra: dopo i tre modelli di destra italiana (mussoliniana, dorotea, berlusconiana) c’è questa anti-scelta. Maddalena Morgante viene da quel mondo fatto di bufale e diritti negati”.

Qual è lo stato dei diritti con il Governo Meloni?
“Questo è un governo che soffoca i diritti con garbo e intelligenza. Da un punto di vista di potere guardiamo alla scelta di ministri e sottosegretari: vengono dal mondo fondamentalista cattolico. Su Roccella, Fontana è stato scritto di tutto ma occhio su chi resta nell’ombra: Alfredo Mantovano, assiduo frequentatore e punto di riferimento del mondo pro-life, sottosegretario alla Presidenza, paragonava le unioni civili ai lager. Una volta entrati nelle stanze dei bottoni hanno aperto i Palazzi ai negazionisti. I primi di dicembre le associazioni CitizenGo Italia e Non Si Tocca La Famiglia sono stati ricevuti al Ministero dell’Istruzione. A fine anno Jacopo Coghe di Pro-Vita ha incontrato il ministro Valditara per consegnargli un dossier anti-gender e anti-LGBT. Il 2 febbraio a Montecitorio si è tenuto un incontro tra negazionisti del clima e negazionisti dei diritti, dal titolo “Custodire l’ambiente, custodendo l’uomo”. Mai questi gruppi, le cui istanze sono esplicitamente illiberali, avevano raggiunto un tale livello di accesso alle istituzioni”.

Giorgia Meloni continua a rassicurare le associazioni, nonostante anche nei progetti di legge sia evidente una certa piega da parte dei parlamentari dei partiti di maggioranza. È un gioco dei ruoli?
“Il gioco di questo governo si chiama “A titolo personale”. Ogni volta che spunta una proposta di legge orrenda che punta a cancellare o limitare un diritto acquisto (il diritto all’aborto o all’autodeterminazione delle persone trans) scoppia la polemica e il Governo corre ai ripari giustificandosi: “è stata presentata titolo personale”. Quindi o Meloni non riesce a governare i suoi oppure, e ne sono convinto, è una pantomima. Secondo lei può esserci davvero un attacco ai diritti civili fondamentali nel corso di questa legislatura Quando tu lasci morire le persone in mare, ti muovi per bloccare le carriere Alias nelle scuole, ripeti in tutti i salotti televisivi che le famiglie arcobaleno non esistono, cosa fai? L’attacco è in corso. Sparano con il silenziatore. E sono passati solo cento giorni, hanno cinque anni davanti per trasformare l’Italia nella Russia di Putin”.

Come valuta l’opposizione?
“Non vedo un’opposizione ma un’orchestra di flauti. Il Pd parla di mozioni, tessere, primarie. Di nulla. Altri pensano di poter fare opposizione tramite card social, dirette Instagram con influencer invece che dentro le Aule. Patetici. Ma l’opposizione non è solo politica. Anche mediaticamente ci troviamo circondati da una stampa scarsa che somiglia a una batteria di mortaretti e Meloni decide di azionarla per accreditare la propria immagine di leader simpatica, brava e competente. L’opposizione è da ricercare nelle piazze e nei movimenti civili”.

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Scendono in campo i signori delle tessere Pd

Che ormai si sia nel pieno della prima fase del congresso del Pd, quella tra gli iscritti del partito che voteranno 2 dei 4 candidati (Stefano Bonaccini, Elly Schlein, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli) si nota dalle polemiche sulle tessere che cominciano ad accendersi. Ieri al Nazareno si è parlato di migliaia di iscrizioni a rischio di invalidamento. Solo a Napoli sarebbero un migliaio su un totale di seimila, dicono alcune fonti parlamentari del Pd.

Nel Pd è boom di iscrizioni pro Bonaccini. E c’è chi chiede lo stop dei congressi locali. Il governatore emiliano favorito al primo turno.

“È un caos tale che non si capisce ancora quanto sia largo”, spiega un parlamentare dem. Un quadro confuso soprattutto a Salerno ed Avellino, federazioni su cui si stanno concentrando in queste ore le verifiche. A far emergere il caso è stato il nuovo sistema di tesseramento online che rende tracciabili le operazioni. Sulla carta, si possono sottoscrivere fino a tre tessere per volta con una unica carta di pagamento. “Ma c’è stato chi si è creduto più furbo della piattaforma online del Pd, usando carte che riconducevano ad un unico conto fino a ottanta volte”.

Sandro Ruotolo chiede che si blocchino i congressi locali, l’altro ieri era stata Susanna Camusso (eletta in Campania) dal palco, in un comizio a Caserta con la candidata segretaria, a tirare fuori la questione puntando il dito contro il presidente del consiglio regionale campano, Gennaro Oliviero, sostenitore di Stefano Bonaccini.

“Ho letto che a Sessa Aurunca, proprio il paese natio di Oliviero, c’è stato un boom di tesseramenti”, ha detto Camusso. Oliviero si dice “basito” e lega l’aumento di tessere alla “speranza nella ventata di novità” rappresentata da Bonaccini. Schlein va all’attacco e nel filo diretto a Radio Immagina, ha rilanciato la questione: “Abbiamo letto di tesseramenti gonfiati, abbiamo fiducia nel lavoro delle commissioni congresso. Noi siamo altro, non accetteremo i soliti giochi, i pacchetti di tessere e i signori delle tessere. È questione di cambiare metodo. Da qui passa una credibilità diversa in alcuni territori in cui il partito è diventato una rincorsa al potere per il potere”.

Bonaccini, dal canto suo, ribadisce la richiesta di “trasparenza e rigore”: “se qualcuno sbaglia, bisogna essere capaci di intervenire in maniera radicale. Ci sono le commissioni preposte e laddove c’è qualche anomalia, quell’anomalia va immediatamente perseguita e risolta, non solo in Campania ma in tutta Italia”.

I congressi dei circoli e le polemiche annesse indicano che i “signori delle tessere” (di cui il Partito democratico non è mai riuscito a liberarsi) sono scesi in campo. Non è difficile capirne la strategia: sembra ormai scontata la vittoria in questa prima fase di Bonaccini su Schlein, prima del confronto nelle primarie aperte a tutti, dove invece il divario è meno scontato.

“Se Bonaccini vincerà di molto sarà facile depotenziare Schlein nella fase successiva – sussurra un senatore dem – perché perfino nel caso in cui a vincere alla fine fosse lei non riuscirebbe mai a prendere la guida reale del partito e della macchina interna”. Anche per questo il comitato di Elly Schlein in questi ultimi giorni ha convogliato le sue energie per convincere più gente possibile a iscriversi al partito senza aspettare la seconda fase, quella delle primarie.

“Sta crescendo l’onda. Percorro cinque Regioni in due giorni, giro da anni, 20mila persone si sono iscritte alla mia pagina. Il Pd ha 60mila iscritti. Se questi primi 20mila sostenitori registrati votano, e crescono, cambiano i rapporti di forza delle vecchie correnti”, ha detto ieri Schlein. Il rischio, per l’ennesima volta, è che il congresso non finisca mai. Nel momento in cui si ufficializzerà un vincitore le correnti che avrebbero dovuto scomparire sono pronte a scorrere ancora.

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Il colera in Etiopia e le epidemie degli altri che non ci interessano

È tornato il colera. Non è un film. Un’epidemia di colera sta colpendo le regioni dell’Oromia e dei Somali, in Etiopia, con almeno 1.055 casi comunicati da settembre 2022 e 28 decessi. Solo nell’ultimo mese sono stati segnalati più di 316 casi nelle due regioni, un balzo del 30 per cento rispetto ai 739 casi di fine dicembre 2022, con un milione di persone a rischio di malattia nella stessa area del Paese. Secondo le autorità sanitarie, si registrano anche picchi di casi di morbillo (357 nuovi casi e sei decessi segnalati solo nell’ultima settimana di gennaio).

La gente si ammala perché beve acqua di fiume

L’allarme lo lancia Save the Children che segnala come le epidemie di morbillo e colera rappresentino una minaccia mortale per i 3,9 milioni di bambini già gravemente malnutriti. Mentre i rubinetti si prosciugano, molte famiglie combattono per avere acqua pulita da usare a casa. Le autorità sanitarie del Paese hanno sottolineato che oltre l’80 per cento dei pazienti ricoverati per colera ha consumato acqua di fiume. «In Etiopia più di 13 milioni di persone, tra cui 6,8 milioni di bambini, hanno un disperato bisogno di acqua potabile. È probabile che la situazione peggiori man mano che il Paese entri nella stagione secca di gennaio-marzo. Le previsioni dicono che le precipitazioni ad aprile, nella prossima stagione delle piogge, saranno inferiori alla media», scrive l’organizzazione.

Il colera in Etiopia e le epidemie degli altri che non ci interessano
In Africa c’è ancora l’epidemia di colera. (Getty)

Allarme su siccità e crisi alimentare

Il mese scorso Save the Children ha diffuso l’allarme sulle siccità causate da cinque fallite stagioni delle piogge che hanno lasciato 12 milioni di etiopi a far fronte alla fame, mentre il conflitto e lo sfollamento forzato aggravano la crisi alimentare nel Paese. Ciò sta causando anche una diffusa malnutrizione, con 3,9 milioni di bambini gravemente malnutriti in tutto il Paese, che rappresentano circa la metà delle persone che soffrono di malnutrizione in tutto il Corno d’Africa. Nelle regioni dei Somali e dell’Oromia dell’Etiopia, madri sconvolte stanno arrivando nei centri di stabilizzazione della malnutrizione di Save the Children con bambini che mostrano gravi sintomi e complicanze causate dalla malnutrizione. A metà gennaio di quest’anno, il Kelafo Health Center aveva ricoverato 18 bambini affetti da grave malnutrizione acuta, tre in più rispetto a tutto il gennaio 2022, questo indica un peggioramento della situazione in Etiopia.

I focolai per colpa delle salme delle vittime

«In Etiopia, più di due terzi dei malati di colera sono bambini. La maggior parte di coloro che sono morti sono bambini di età inferiore ai 14 anni, con il 25 per cento di loro sotto i cinque anni». Intanto anche in Mali si sta consumando la peggiore epidemia di colera degli ultimi anni. I morti hanno già superato quota mille, mentre i contagi, secondo il ministro della Sanità del Malawi, Khumbize Chiponda, sarebbero oltre 30.600. Il ministro della Sanità del Paese, Khumbize Chiponda, ha chiesto alla popolazione di prestare la massima attenzione nel maneggiare le salme delle vittime di colera prima dei funerali. Le persone morte a causa dell’epidemia, vengono quasi sempre lavate dai membri della famiglia che poi preparano banchetti funebri. «Ed è così che nascono sempre nuovi focolai», ha aggiunto la Chiponda.

Il colera in Etiopia e le epidemie degli altri che non ci interessano
Colera nei Paesi dell’Africa. (Getty)

Non basta la campagna di immunizzazione

La maggior parte dei decessi si è verificata nelle due città principali, a Lilongwe, la capitale del Malawi, e a Blantyre, dove i bambini sono tornati in classe solo recentemente. Le scuole hanno ritardato il rientro proprio per cercare di contenere la diffusione dell’epidemia. La campagna di immunizzazione è stata intensificata a novembre 2022, grazie all’invio da parte dell’Onu di quasi 3 milioni di dosi di vaccino orale. Malgrado ciò, i casi sono in costante crescita e le scorte ricevute alla fine del 2022 sono ormai esaurite, dunque è impossibile procedere con la prevenzione. Il portavoce del ministero della Sanità, Adrian Chikumbe, ha spiegato che è molto difficile ottenere nuovi vaccini contro il colera, visto che in tutto il mondo viene prodotto da una sola ditta che lo distribuisce ovunque quando occorre e quando c’è richiesta.

Noi continuiamo a ripetere che la pandemia è finita

Si leggono queste notizie e si pensa: per fortuna da noi la pandemia è finita. Invece la pandemia è continua e ossessiva in forme diverse in giro per il mondo e diventa notizia solo quando si infila a casa nostra. Siamo globali quando bisogna lasciare passare i soldi e le merci e diventiamo locali quando si tratta di far passare i bisogni. Ma non preoccupatevi: finché non muore qualche italiano, imprenditore o safarista di ritorno da un viaggio, queste notizie non infrangono il muro delle redazioni e del dibattito. Rimangono relegate per gli “attivisti” (che è il nuovo nome dei non indolenti) e per riempire le pagine degli esteri. Torna anche comodo metterle sotto la sezione “Africa”. Guai poi a ricordare che è la stessa Africa che bussa alle nostre porte: dircelo rovinerebbe la narrazione e magari anche l’appetito.

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