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Letizia Moratti come James Bond

Stancamente in Lombardia trascina la sua campagna elettorale Letizia Moratti, ex sindaca di Milano per conto di Berlusconi poi ex ministra per conto di Berlusconi e infine vicepresidente regionale e assessora alla sanità per conto del leghista Attilio Fontana.

La campagna elettorale di Letizia Moratti sarebbe una storia perfetta per un romanzo dell’assurdo, un paradosso paradigmatico di questi tempi liquidi in cui si può essere tutto e il contrario di tutto, basta essere supportati da una buona comunicazione. Così dopo avere provato a candidarsi per il centrodestra (sulla base di una promessa che le sarebbe stata fatta, non si è mai capito bene da chi), Letizia Moratti si è offesa perché il centrosinistra non ha scelto lei. Già qui siamo oltre il paradosso eppure una fetta della politica italiana (Calenda e Renzi, e chi se no?) crede davvero che Letizia Moratti sia uno splendente fiore del riformismo e del progressismo.

A questo punto ovviamente la campagna elettorale diventa difficile. Che credibilità può avere una berlusconiana di ferro che vorrebbe agghindarsi come nuova iscritta a Lotta continua Così passano le settimane e Moratti viene attaccata dal candidato leghista Fontana («non la riconosco più», disse una volta con un velo di malinconia sul volto) e dal candidato del centrosinistra Pierfrancesco Majorino (a cui basta srotolare il curriculum dell’ex sindaca).

Siamo a ieri. Letizia Moratti deve avere avuto una lunga riunione con i suoi comunicatori perché ha estratto un coniglio dal cilindro. «Da dentro alla Regione ho potuto vedere tante inefficienze»: dice Letizia Moratti a Tgcom24 assicurando di sapere come risolverle. «Quando mi domandano perché non me ne sono occupata, semplicemente – è la sua risposta – perché le criticità che ho trovato in sanità erano talmente tante che tutte le mie giornate erano spese per quello. Non potevo dedicarmi ad altro. Le criticità che ho visto ora però so come sanarle». Avete capito bene. Dice Letizia Moratti di essere stata un’agente sotto copertura in missione per il riformismo che si è intrufolata nella destra per carpirne gli errori e quindi candidarsi come risolutrice.

E tutto questo riesce a pronunciarlo senza un minimo di vergogna. Il suo nome è Bond, Letizia Bond.

Buon martedì.

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In Gran Bretagna vietate le immagini “positive” dei migranti

Per Melting Pot Fabrizio Urettini racconta ciò che sta avvenendo in Gran Bretagna e di cui qui in Italia nessuno si degna di dare notizia. Con un emendamento al disegno di legge in approvazione nel Regno Unito (l’Online Safety Act, nato per la tutela dei minori online) si vuole allargare il divieto di diffusione di contenuti pedo-pornografici, di terrorismo e anche alle immagini che in qualche modo mettono sotto una “luce positiva” le persone migranti.

Scrive Urettini: «Il nuovo Safety Bill inglese segna, a nostro avviso, un salto di qualità in quell’intreccio fra logica criminalizzante ed efficientismo amministrativo nel perseguire quello che sembra essere diventato l’obiettivo principale delle politiche migratorie di molti paesi occidentali, ossia l’esclusione delle persone in movimento qualificate come indesiderabili. Un processo di criminalizzazione che non solo investe le misure politiche e normative in tema di immigrazione, ma che ora rischia di diventare anche processo mediatico verso l’affermazione di un nuovo diritto penale della sicurezza che, deviato da una connotazione di stampo proibizionistico e preventivo, divora tutti i principi dello Stato di diritto».

Si tratta, di fondo, della stessa stupida teoria che circola dalle nostre parti secondo cui il mondo sarebbe abitato da gente immobile che non si deve vedere mentre tenta di raggiungere salvezza. Ha lo stesso retrogusto amaro della battaglia per liberare il Mar Mediterraneo dalla presenza delle Ong che non solo si permettono di “salvare” ma anche quotidianamente di testimoniare l’attività criminale dell’Unione europea e della cosiddetta Guardia costiera libica. Sono le stesse immagini che in molti vorrebbero sotterrare insieme alle vittime della rotta balcanica.

Urettini, che di professione è art director, lancia un appello: «Coscienti che la deriva securitaria del nuovo Safety Bill, e parola non poteva essere così inappropriata, comporta un pericoloso precedente giuridico da parte di una democrazia matura come quella inglese il cui sistema giuridico viene citato a modello da diversi paesi europei ed extraeuropei, abbiamo deciso di lanciare una “call for artist” chiedendo ad amici e colleghi designer, artisti e fotografi di sede nel Regno Unito e che, come noi, si riconoscono in questa nuova dimensione culturale e spaziale di inviarci un’opera per stimolare un dibattito e chiedere coralmente che l’emendamento venga ritirato».

Ne aggiungiamo un altro: coscienti della deriva securitaria della politica italiana avvisiamo i partiti sedicenti solidali che presto questa insidia legislativa si presenterà anche da noi.

Buon lunedì.

Nella foto: frame dal trailer del docufilm di Vanessa Redgrave Sea Sorrow (2017) sui rifugiati che arrivano in Europa e sugli attivisti britannici per i diritti umani

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Messina Denaro, la narrazione surreale dell’arresto e della vita del boss

Avete visto? L’onda (e l’orda) antimafiosa sta già scemando. C’era da immaginarselo. L’arresto di Matteo Messina Denaro ormai è solo la terza serie, dopo quelli di Riina e Provenzano, girata su un copione già scritto. Rispetto a Netflix cambiano i tempi che qui sono molto più dilatati e quindi alla fin fine gli sceneggiatori possono permettersi di ripetere scene già viste, di usare trucchi narrativi già abusati.

Il processo di umanizzazione della belva

Come le altre volte, abbiamo visto il boss sfilare davanti alle telecamere con appiccicata in faccia tutta la delusione per la fine del suo videogioco criminale. Riina, Provenzano e Messina Denaro hanno tutti e tre con quella stessa faccia dell’alunno che esce da scuola con un brutto voto in tasca e gli toccherà fare i conti con il mondo lì fuori. Messina Denaro può sciorinare anche una malattia, una malattia brutta che taglia la gola alla speranza, per trasformare la sua prigionia in un sequel in cui non mancheranno gli aggiornamenti: ha mangiato, sta bene, sta male, gli hanno cambiato cura, soffre, non soffre, è un leone. Medici, famigliari ed esperti di malattie mafiose potranno sbizzarrirsi. Guardate che non è poco, si tratta di un ulteriore gancio per umanizzare la belva, per romanticizzare la mafia e per assicurarsi capitoli successivi. La saga di Matteo Messina Denaro però ha già stufato. Gli sgoccioli si giocano con le riprese – fatte male e troppo velocemente – del suo “bunker” che è un anonimo appartamento arredato con cattivo gusto. Anche su questo i titoli però non hanno freni. “Il boss aveva in casa una palestra”, scrivono mentre scorrono le immagini di una panca a basso costo e nient’altro. Iperboli a piene mani da dare in pasto a un pubblico con la pancia già piena di mafia, di antimafia e dell’ultimo boss. “Ritrovata perfino una pistola pronta a sparare”. Perfino? Ormai una pistola nel comodino ce l’hanno anche i leghisti che sognano di incappare in una difesa sempre legittima e stecchire qualche straniero sul cancello. Un’altra notizia che non c’è.

Matteo Messina Denaro, trovata l’auto del boss: una Alfa Romeo Giulietta, parcheggiata a pochi passi dalla casa di Luppino.
Matteo Messina Denaro (Getty Images)

La mafia viene raccontata come qualcosa di alieno, totalmente estraneo da noi

I servizi giornalistici sono una via Crucis. Si passa dall’inviato che si sente Peppino Impastato con il microfono inquisitore sotto il naso del fruttivendolo di Campobello di Mazara: «Perché ha venduto le zucchine al boss facendo finta di niente?», gli chiede con gli occhi infuocati di tutto lo sdegno che riesce a simulare. L’Italia è in rovina perché quello non si è ribellato negando le banane, capito? Non sono solo scemi i boss mafiosi che abbiamo catturato, c’è una scemenza generale che fa a gara per scemizzare le mafie e così renderle aliene, roba che non ha niente a che vedere con noi, roba lontana che possiamo ammirare nei tiggì o nei libri fiabeschi degli antimafiosi da autogrill. Tutto così. Imperdibile la sottosegretaria di governo che durante una trasmissione televisiva, mentre qualcuno faceva notare che «l’imprendibile boss» se ne andava bello e tranquillo in giro per il paese, ha avuto il coraggio di dire che «il fatto che Messina Denaro non vivesse rinchiuso come ci si sarebbe aspettato ma tranquillamente, come se niente fosse ha reso molto più complicata la sua cattura». Incredibile. Fanno a pezzi perfino la logica pur di rispettare il copione.

Messina Denaro, la narrazione surreale dell'arresto e della vita del boss
La casa dei Messina Denaro a Castelvetrano (Getty Images).

Manca il pezzo più importante di tutta la storia: chi sono le vere menti?

Il fatto è che quando irrompe la mafia, nella politica o nel giornalismo, possiamo toccare con mano l’indicibile ignoranza sul tema. Così ci tocca assistere a giornalisti e intellettuali impegnati a smentire la smentita delle loro decennali narrazioni operata dalla realtà che irrompe. Messina Denaro che frequentava “belle donne” e faceva “la bella vita” ha riempito quintali di libri, di giornali, di editoriali. Si è scoperto che chattava su Whatsapp con la sua vicina di letto in ospedale. Fra qualche settimana scopriremo che inviava le foto del suo pene via Facebook. Ma loro faranno finta di niente, insisteranno nel dipingerlo come un genio del male. Gli serve che sia così: qualsiasi persona, assistendo alle fasi dell’arresto di Messina Denaro, ascoltando la sua rete di protezione locale, conoscendo le sue abitudini per niente accorte, ha la lancinante sensazione che manchi il pezzo più importante di tutta la storia. Altro che mente. Matteo Messina Denaro è il braccio di un sistema di potere solo in minima parte criminale. E quindi chi sono le menti? Questa è la domanda da non fare. Tocca accontentarsi delle calamite di Masha e Orso ritrovate sul suo frigorifero.

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Salvini parla di risalita nei sondaggi

Povero Matteo Salvini che spruzza come un bambino al mare per farsi notare, finge di essere interessato a un ministero che non gli va giù con quel sapore di ripiego e che è costretto perfino a inventarsi bugie per fingersi politicamente in salute. L’altro ieri, ospite a Otto e mezzo su La7, il segretario della Lega e ministro alle Infrastrutture ha smentito (min. 26:20) che stare al governo con Giorgia Meloni avvantaggi Fratelli d’Italia in termini di consensi perché tutti i sondaggi “stanno dando la Lega in crescita da settimane”.

L’ultima Fake news di Salvini sulla crescita della Lega nei sondaggi. Smontata dalla Supermedia settimanale di YouTrend

Ma è così? No, per niente. Il sito Pagella Politica fa chiarezza. Il 26 gennaio l’agenzia di stampa Agi ha pubblicato la cosiddetta “Supermedia” di YouTrend, un sito che si occupa di sondaggi e dell’analisi dei risultati elettorali. Si tratta è una media ponderata dei sondaggi realizzati tra il 12 e il 25 gennaio: tiene conto della diversa grandezza dei campioni intervistati, della data in cui è stato realizzato il sondaggio e del modo in cui sono stati raccolti i dati.

In questo caso sono stati considerati i sondaggi realizzati da Demopolis, Emg, Ipsos, Swg e Tecnè, consultabili sul sito curato dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. In base alla media dei sondaggi delle ultime due settimane e si fa un confronto con le rilevazioni di un mese fa, la Lega è scesa dello 0,5 per cento nei consensi, passando dal 9 per cento all’8,5 per cento.

È il secondo calo più consistente, dietro a quello di Fratelli d’Italia, che è passato dal 30,3 per cento al 29,7 per cento. Ma non è solo questo. Salvini appare compresso tra il suo ruolo di ministro e quello di arruffapopoli. In più ci sarebbe da tenere insieme un partito che non si è ancora sfilacciato solo per le prossime elezioni regionali ma che ben presto gli presenterà il conto.

Così, solo nella giornata di ieri, capita di ascoltare Salvini che se la prende con i giornalisti (“Ero in tv dalla Gruber, una mezz’oretta rilassata, quel ‘giornalismo obiettivo’… Ho ricordato che si vota. Ve ne siete accorti che non ne parla nessuno? Milioni di cittadini che non esistono. La sinistra è indietro a Roma e Milano e fanno finta che quei cittadini non esistono”), poi twitta “una preghiera” per il gravissimo incidente di Roma, poi si infila una pettorina arancione per un sopralluogo “al cantiere del casello autostradale di Bergamo”, poi annuncia un nuovo codice degli appalti entro due mesi, poi promette che “in questo 2023 Anas metterà a terra 3 miliardi di cantieri, che sono 50mila posti di lavoro”, annuncia che il 2023 sarà “l’anno della reintroduzione delle province”, poi dice la sua sulla pista di pattinaggio in Piemonte per le prossime Olimpiadi, poi attacca Sala e Gori, poi si sbizzarrisce sulla guerra e su Zelensky, poi invoca un nuovo Codice della strada, poi dice la sua sul pezzo delle case a Milano e in serata di occupa della separazione delle carriere dei magistrati. Una parola su tutto, sperando di comparire in un trafiletto, annaspando.

Intanto il partito bolle, i congressi slittano (come accade a Treviso) e nel partito si invoca dappertutto “il ritorno alle origini” con Umberto Bossi pronto a dare manforte alla rivolta. Per qualcuno il piano del movimento nazionale “per Salvini premier” è stato un fallimento. Ora la Lega deve smettere di rappresentare la brutta copia di Fratelli d’Italia, tornando a essere sindacato delle regioni del nord. “Tornare al passato”, dicono, che significa “superare Salvini” senza dirlo.

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Missione farsa di Giorgia in Libia

Dopo la visita in Algeria del 22 e 23 gennaio il presidente del Consiglio Giorgia Meloni sbarca oggi in Libia. Il governo continua a programmare la sua fitta agenda nel Mediterraneo, dopo Libano e Iraq nel dicembre scorso, Turchia lo scorso 13 gennaio, Tunisia e Algeria. In Libia, come i suoi predecessori, Meloni fingerà di incontrare un governo che non esiste.

Dopo la visita in Algeria del 22 e 23 gennaio il presidente del Consiglio Giorgia Meloni sbarca oggi in Libia

Oggi la Libia è straziata tra il premier Abdul Hamid Ddeibah, riconosciuto dall’Italia e dalle Nazioni Unite, e Fathi Bashaga, l’ex ministro dell’Interno del governo di Fayez Al Sarraj, in carica fino al 2021, votato capo dell’esecutivo dal parlamento stanziato a Tobruck. Un esecutivo però con scarso appoggio e riconoscimento internazionale.

A Tripoli la presidente del Consiglio firmerà intese che non piaceranno a Bashaga e di questo il governo italiano dovrà renderne conto. In particolare, come anticipato dal presidente della Noc (National Oil Company) Farhat Bengdara ai media libici, ci sarebbe sul tavolo un accordo da otto miliardi di Euro tra la stessa Noc e l’Eni. L’obiettivo riguarderebbe la creazione di due nuovi impianti offshore per il gas e il trasporto di 24 milioni di metri cubi di gas metano al giorno verso l’Italia.

“Il settore energetico non vedeva un investimento di questa portata da più di un quarto di secolo”, ha detto a Bloomberg il capo della Noc. È “un chiaro messaggio alla comunità imprenditoriale internazionale che lo Stato libico ha superato la fase dei rischi politici”, ha detto ancora Bengdara. Come anticipato mercoledì da dichiarazioni fatte in tv dal presidente Noc, l’accordo riguarda due giacimenti off-shore e Bloomberg ora precisa che sono prospicienti alla “costa occidentale”, dove si trova Tripoli.

Secondo Bengdara per sviluppare i due giacimenti, che hanno riserve stimate per 6 trilioni di piedi cubi, saranno necessari circa tre anni e mezzo. Al ritmo di 850 milioni di piedi cubi al giorno già evocato dal presidente Noc, la produzione potrà andare avanti per 25 anni. Stringere accordi con un Paese diviso comunque sarà molto più difficile di qualche fotografia in bella posa con il sorriso stampato.

La Libia è ancora impantanata in una lotta tra fazioni

In guerra dal 2011, la Libia è ancora impantanata in una lotta tra fazioni. L’impasse politica attuale difficilmente porterà a una transizione democratica senza una deciso contributo da parte di garanti stranieri, il cui intervento, al contrario, fino ad ora non ha favorito la stabilità del Paese. La necessità di una nuova data per presentarsi alle urne, dopo l’annullamento delle elezioni del 24 dicembre 2021, sembra mettere d’accordo tutti, libici e Paesi stranieri, e ha trovato nuova linfa nella nomina da parte delle Nazioni Unite di un nuovo inviato speciale per la Libia, il senegalese Aboulaye Bathily.

Lo scorso anno una legge con tanto di data sulle elezioni è stata promulgata dal presidente del Parlamento libico di Tobruk, Aqilah Saleh, ma è fallita miseramente perché non ha trovato accordo con l’altro parlamento libico, quello della capitale Tripoli. Accordo necessario in base a una legge del 2015. Le milizie di Bashaga sono tornate ad assaltare la capitale a inizio settembre, e oggi la situazione sarebbe molto diversa se a respingere le milizie di Tobruk non fossero intervenuti ancora una volta i droni turchi.

Poi ci sarebbero i diritti. Anche ieri l’Onu ha rimarcato che “lo status di migranti e rifugiati rimane un serio motivo di preoccupazione” facendo riferimento agli oltre 1.100 migranti intercettati e rimpatriati dall’inizio dell’anno. Ieri Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), ha detto che la cosiddetta Guardia costiera libica (tagliagole al servizio degli scafisti) non riceve finanziamenti dall’Ue. “Diamo sostegno”, ha precisato Stano. Sosteniamo gli assassini, insomma.

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Di Marco: “Da Fontana & C. solo disastri. Ma un’altra Lombardia è possibile”

Nicola Di Marco lei è capogruppo del M5S e capolista per Milano in vista delle elezioni regionali, la vittoria è davvero possibile?
“Stiamo lavorando per costruire un’altra Lombardia. I numeri dicono che il nostro lavoro sta avendo riscontro. Quello che posso dire io è che girando le piazze e i mercati incontro moltissimi cittadini che non si sono dimenticati di quanto il governo Conte è stato vicino, con sostegni concreti, alle persone in difficoltà durante i tragici anni della pandemia. Al pari non sono stati dimenticati gli errori di Fontana, Gallera e Moratti: le mascherine pannolino, il loro algoritmo che ci ha costretto in zona rossa più del dovuto, fino alle prenotazioni impossibili dei vaccini o ai tamponi introvabili. Il centrodestra ha mostrato tutta la propria incapacità. È arrivato il momento di cambiare e sono in tanti a pensarla così”.

Il vostro slogan è “Un’altra Lombardia”, quale significato racchiude?
“La nostra è una regione straordinaria, i cui cittadini hanno sempre saputo distinguersi per operosità e valori. Un’altra Lombardia significa anche che per consentire alle potenzialità di questo territorio di realizzarsi al massimo serve un cambiamento. Chi va al lavoro deve sapere se in banchina troverà un treno ad attenderlo. Chi si cura deve sapere di poter contare su di un medico di base, così come chi ha bisogno di una prestazione clinica deve ottenerla in tempi ragionevoli senza il ricatto del “se paghi c’è posto subito”, chi lavora ha bisogno di meno burocrazia. Serve un’alternativa alle due destre di Fontana e Moratti. L’unica alternativa è votare la coalizione che sostiene Majorino presidente”.

I nervi scoperti del centrodestra in Lombardia sono sanità e trasporti, Fontana promette che taglierà le liste d’attesa e annuncia investimenti per l’acquisto di nuovi treni.
“L’unica promessa che dovrebbe fare Fontana è quella di scusarsi e farsi da parte. In merito alle liste d’attesa trovo vergognoso introducano a due settimane dal voto misure e risorse che non sono stati capaci di introdurre negli ultimi ventotto anni. In merito ai treni la questione è ancora più ridicola. Si tratta degli stessi coinvogli promessi da Roberto Maroni nel 2018, che hanno cominciato a circolare nel 2022. In materia di trasporto pubblico locale, l’unica cosa di cui è stato capace Fontana è stata scaricare colpe e responsabilità su qualcun altro, esattamente come quando attaccava il governo perché lui e Gallera non erano capaci di gestire l’emergenza covid”.

Ha definito Letizia Moratti come il secondo candidato del centrodestra, lei al contrario si presenta come candidata civica.
“In Lombardia è successo qualcosa di incredibile. La Vicepresidente e storico volto del centrodestra lombardo, chiamata dal centrodestra per risolvere i problemi causati dall’incapacità di Fontana e Gallera, con la promessa di una poltrona da Presidente, ha finito per candidarsi contro la sua stessa Giunta. Solo questo dovrebbe bastare a rendere la misura del fallimento di Fontana. Associare Moratti al nuovo che avanza fa ridere. Ha letto le sue liste? Una corte dei miracoli fra ex e personaggi in cerca d’autore, che spazia da Forza Italia fino ad ex grillini, dall’ex segretario provinciale della Lega Nord fino ai candidati di Azione. Un’ammucchiata stile prima Repubblica”.

La Lombardia può essere laboratorio nazionale?
“La Lombardia è la Lombardia. Qui le forze che sono espressione della coalizione che sostiene Majorino hanno avviato un percorso lungo e serio, per discutere di temi, arrivando infine a una sintesi che rispecchia le idee condivise in merito al futuro della nostra regione. Lasciamo a chi ha l’onore e l’onere di occuparsi di politica nazionale il suo difficile compito, perché al momento noi siamo concentrati su di un obiettivo altrettanto complicato: costruire un’altra Lombardia”.

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Un adolescente su sette soffre di disturbi mentali

Il punto è sempre lo stesso, la salute mentale soprattutto dei più giovani che non riesce ad entrare nel dibattito pubblico. Qualche giorno fa su iniziativa della senatrice Elisa Pirro (M5S) durante la conferenza “Potenziare il benessere psicologico: un investimento sulle persone” il portavoce di Unicef Andrea Iacomini ha fotografato una situazione che dovrebbe farci sobbalzare sulla sedia: secondo i dati Unicef, a livello globale un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato.

Secondo i dati Unicef, a livello globale un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni convive con disturbi mentali diagnosticati

L’ansia e la depressione rappresentano il 40 per cento dei disturbi mentali diagnosticati. In alcuni casi il disagio è tale da lasciare i giovani con la sensazione di non avere alternative: il suicidio è, nel mondo, una fra le prime cinque cause di morte fra i 15 e i 19 anni ma in Europa occidentale diventa la seconda, con 4 casi su 100mila, dopo gli incidenti stradali.

Poi ci si è messa anche la pandemia, di cui non si parla più ma di cui si intravedono i segni. In Italia nel 2019, in epoca pre-pandemica, si stimava che circa 956mila ragazzi e ragazze fra i 10 e i 19 anni, soffrissero di problemi di salute mentale. La diffusione del Covid-19 e le conseguenti misure di contenimento del virus adottate a partire da marzo 2020 nel nostro Paese hanno mutato fortemente gli equilibri e le routine di tutti i cittadini.

I bambini e gli adolescenti hanno subito gravi ripercussioni anche a livello psicologico ed emotivo a fronte degli effetti della pandemia. “Oggi più che mai è necessario garantire un sostegno adeguato a tutti i livelli per salvaguardare la salute mentale dei più giovani”, ripete Iacomini. È l’allarme che lanciano da tempo medici e associazioni. Nella scorsa legislatura il governo aveva messo in campo il bonus psicologico ma non basta.

E ora “No al bonus psicologico come misura strutturale, che avvia gli utenti verso il privato”, nella risposta ai bisogni psicologici, “assorbendo risorse utili per misure più generali”. Sì, invece, “all’istituzione dello psicologo a scuola” che, attraverso l’assunzione di questi professionisti, “offre un servizio all’interno di un sistema pubblico”, dice così Andrea Filippi, segretario generale della Fp Cgil medici, a proposito dei due emendamenti bipartisan al decreto Milleproroghe, presentati nei giorni scorsi al Senato, per la promozione del benessere psicologico e per dare risposte alla forte domanda in questo settore, in crescita soprattutto nella popolazione giovanile.

“Bene l’emendamento per istituire lo psicologo scolastico, bene anche se verrà introdotto in futuro lo psicologo di comunità, perché stiamo parlando di professionisti che vanno a svolgere la loro funzione di tutela della salute mentale all’interno di una rete pubblica”. “Assolutamente contrari”, invece, a rendere strutturale il bonus psicologo che “sembra essere in qualche modo un intervento che dà risposte (transitorie) al disagio psicologico dei giovani – analizza Filippi – ma che, in realtà, rischia di trasformarsi, inevitabilmente, come tutte le politiche dei bonus, in un avviamento verso il privato. Il bonus psicologico introduce il concetto che solo attraverso il privato si possono avere risposte. è un falso. E il pericolo, in questo modo, è di distrarre risorse necessarie per dare risposte sul pubblico”.

Chi era adolescente nel 1990 sta meglio dei suoi figli adolescenti oggi. I disturbi mentali diagnosticati fra gli adolescenti europei sono aumentati del 32% in 30 anni, anche se di dati ampi a livello europeo nazionale ne abbiamo ancora pochi. Uno studio pubblicato su The Lancet l’aprile scorso indica che i disturbi mentali sono la principale causa di anni di vita persi e anni vissuti con una forma di disabilità in tutti gli Stati membri dell’Ue e in tutte le fasce di età studiate. In molti casi il problema è il sottofinanziamento, in molti paesi, verso politiche mirate alla prevenzione dei comportamenti a rischio e all’intercettazione della fragilità nei ragazzi.

La letteratura scientifica precedente ha già dimostrato come i disturbi mentali rappresentano le principali cause di disabilità tra gli adolescenti e che l’esordio del primo disturbo mentale emerge in un terzo degli individui prima dei 14 anni, in quasi la metà entro i 18 anni. Eppure, emerge che solo il 20-40% degli adolescenti con problemi di salute mentale viene diagnosticato dai servizi sanitari e solo il 25% riceve un trattamento adeguato. Intanto l’altro ieri gli esperti riuniti per il XXIV Congresso nazionale della Società Italiana di Neuro-Psico-Farmacologia (Sinpf) lanciano un altro allarme: sono gli psicofarmaci utilizzati per lo ‘sballo’, ovvero non per curare una patologia ma come nuova forma di svago.

È la moda che sta dilagando tra gli adolescenti, già a partire dai 13-14 anni, e che gli psichiatri segnalano con preoccupazione: ben un teen-ager su dieci, avvertono, usa questi medicinali a scopo ‘ricreativo’, andando incontro a seri rischi per la salute. Conviene pensarci, subito. Del resto cosa c’è di più politico del futuro?

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L’autonomia È disuguaglianza certificata

Incapaci di ridurre le disuguaglianze hanno avuto un’idea brillantissima: legalizzarle. L’ultimo alla stessa stregua non poteva che essere il ministro all’Istruzione e al merito Giuseppe Valditara: «Il mio obiettivo», dice il ministro, «è quello di elaborare ipotesi, anche sperimentali e tenuto conto delle opportunità offerte dal Pnrr, volte a favorire la sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, nella consapevolezza che ci vorrà un approccio particolarmente innovativo per attrarre al sistema d’istruzione risorse sempre maggiori, in grado di elevare la dignità del personale scolastico e la qualità della nostra offerta formativa». Tradotto: farsi finanziare dal privato (che sarà ben contento di contribuire alla scuola come fabbrica di faticatori) e tornare alle gabbie salariali.

Le gabbie salariali nascono con un accordo firmato il 6 dicembre 1945 tra industriali e organizzazioni dei lavoratori, per la parametrazione dei salari sulla base del costo della vita nei diversi luoghi. Entrate in vigore nel 1946, all’inizio furono previste solo al nord, e solo in seguito estese a tutto il Paese. In origine, la divisione era in quattro zone, ciascuna con un diverso calcolo dei salari. Nel 1954 il Paese intero viene diviso in 14 zone nelle quali si applicano salari diversi a seconda del costo della vita. Tra la zona in cui il salario era maggiore e quella in cui il salario era minore la distanza poteva essere anche del 29%. Nel 1961 il numero di zone fu dimezzato, si passò da 14 a 7, e la forbice tra i salari passò dal 29% al 20%. Non essendo capaci di immaginare il futuro questi ripescano nel passato. Devono avere dimenticato gli scioperi a partire dal 1969, le mobilitazioni operaie. O forse semplicemente sono troppo ignoranti per conoscerle.

Il segretario Flc Cgil, Francesco Sinopoli, sottolinea che l’idea di introdurre salari differenziati per Regione in base al costo della vita «è totalmente strampalata, ci riporta indietro di 50 anni. Semmai c’è un problema che riguarda tutto il personale della scuola: il ministro dovrebbe far finanziare il contratto collettivo che ora vede zero risorse. Il combinato disposto tra ingresso dei privati e disarticolazione del sistema contrattuale è la distruzione della scuola pubblica, è la cosa peggiore che si può fare. Siamo pronti a mettere in campo ogni mobilitazione se questa sarà confermata come proposta». Anche Ivana Barbacci, segretaria Cisl Scuola ha un posizione netta: «Noi siamo drasticamente contrari all’autonomia differenziata: il contratto nazionale e il sistema di istruzione devono rimanere nazionali ma le Regioni, già oggi a normativa invariata, possono sostenere le scuole in particolari progetti, fornendo incentivi in termini di personale e di progetti a sostegno a dell’offerta formativa. E’ giusto incentivare l’offerta formativa fermo restando la struttura nazionale dei contratti, del reclutamento e dei programmi», dice.

Nella proposta di Valditara però c’è la matrice dell’idea di autonomia di questo governo: un federalismo che certifichi le zone depresse e gli costruisca un ecosistema intorno per non “danneggiare” gli altri. Disunire l’Italia per renderla più facile da governare. Complimenti.

Buon venerdì.

Nella foto: frame del video dell’audizione del ministro Valditara alle commissioni riunite di Camera e Senato, 15 dicembre 2022

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La Moratti dice che Sala vota per lei ma è una Fake news

Chissà che risate si faranno i consulenti della comunicazione per la campagna elettorale delle prossime elezioni regionali in Lombardia di Letizia Moratti, ex vicepresidente di quell’Attilio Fontana che ora finge di conoscere appena e ora punta di diamante del cosiddetto Terzo Polo. Ieri, probabilmente sfiancata dall’irrilevanza a cui è condannata in una campagna elettorale che è un testa a testa tra Pierfrancesco Majorino e l’attuale presidente Fontana, Moratti ha twittato: “Per chi voterà il sindaco Beppe Sala Voterà per me”.

Letizia Moratti twitta l’endorsement del sindaco di Milano Sala. Che la sbugiarda e spinge Majorino

Già il dover utilizzare un esponente di un altro partito per potersi accreditare dà l’idea dello sfacelo ma Moratti è riuscita a scadere rumorosamente nel ridicolo perché a stretto giro di posta è stata contraddetta proprio da lui, il sindaco di Milano in persona, che fa sapere di “prendere l’esternazione di Letizia Moratti con simpatia” (che mai come in questo caso è l’elegante sinonimo di compassione) e rimarca per l’ennesima volta di votare Majorino.

“Come ho anche ribadito di recente”, aggiunge Sala, rigirando il coltello nella piaga di una Moratti sbadata nella migliore delle ipotesi e disperatamente bugiarda nell’altra. Anzi ad ascoltare bene la conferenza stampa a Palazzo Marino del sindaco Sala ieri si poteva cogliere tutt’altra strategia: “se Fontana dovesse vincere per poco e Majorino e Moratti insieme, invece, rappresentassero una possibilità di successo con grandi numeri, ci sarebbe da mangiarsi le mani”, ha spiegato Sala, invitando al voto disgiunto che, pur stando sempre sotto il 10%, potrebbe essere decisivo.

Quindi non solo il sindaco di Milano non vota la Moratti ma addirittura invita gli elettori del cosiddetto Terzo polo a non disperdere il proprio voto per la presidenza. Majorino dal canto suo la prende con un preoccupato sorriso. “Qualcuno le parli, vi prego. Le dica di non fare così che non è bello”, dice ai giornalisti, ricordando che Letizia Moratti non è nuova all’uso della menzogna: “Non so più veramente cosa rispondere, è un caso bizzarro.

Letizia Moratti aveva detto che Pisapia aveva rubato un’auto, adesso dice quest’altra bugia”. In effetti da sindaca uscente del comune di Milano Moratti accusò il suo avversario Giuliano Pisapia (che poi risulterà eletto) a maggio del 2011 del furto “di un furgone che sarebbe stato usato per il sequestro e il pestaggio di un giovane. Pisapia è stato amnistiato”, disse Moratti. Una calunnia in piena regola. Deve essere questo il taglio elettorale del “polo della serietà”.

Se invece dovessimo stare sulla politica e non sul chiacchiericcio potremmo raccontare che ieri Moratti ha rivendicato di avere “cambiato la piattaforma di prenotazione vaccinale” quando era assessora di Fontana risolvendo il caos e di avere contribuito “alla scelta di un amministratore delegato per merito, non per le visioni politiche” per Aria, l’azienda regionale lombarda per l’innovazione e gli acquisti. Che poi la firma per la nomina dell’amministratore delegato di Aria sia di Fontana a Moratti deve essere sfuggito.

Contemporaneamente il presidente leghista Fontana definisce Letizia Moratti “una delusione: dopo essersi proposta come candidata del centrodestra, quando poi non è stata scelta allora il centrodestra non andava più bene”. “Pare un po’ la volpe e l’uva”, ironizza il governatore Fontana. Alla fine di un’altra giornata paradossale la domanda resta sempre la stessa dell’inizio di questa campagna: quanto potrà osare ancora Letizia Moratti per nascondere sotto il tappeto la sua storia di donna di destra a braccetto con quelli che oggi vuole bollare come amministratori falliti?

 

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