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Governo dietro la lavagna

Ieri il testo della manovra di quelli che hanno passato l’intera campagna elettorale a dirci che erano “pronti” è dovuta tornare per la seconda volta in commissione Bilancio alla Camera per essere corretta. La Ragioneria dello Stato ha evidenziato con il pennarello blu 44 errori e ha chiesto uno stralcio.

È saltato il finanziamento triennale a Radio radicale poiché per il 2024 e il 2025 non c’erano i soldi per poterlo coprire. Sono state riviste anche le norme sul bonus cultura ai 18enni poiché mancavano le coperture. Sullo smart working dalle parti del governo non avevano fatto i conti con la sostituzione di professori e insegnanti.

La Ragioneria di Stato ha contestato anche l’aumento di risorse al ministero per l’Agricoltura: una norma, scrivono, «foriera di generare o ampliare disparità di trattamento rispetto ad altri ministeri, con verosimili onerose richieste emulative da parte di quest’ultimi».

La Legge di Bilancio è rimasta per sei giorni in commissione, mentre i partiti della maggioranza litigavano tra di loro. Appena arrivata in Aula è stata rispedita indietro per correggere gli errori compiuti (tra cui un emendamento del Pd votato per errore dalla maggioranza che sarebbe costato mezzo milione di euro che non c’è).

Hanno dovuto bloccare lo scudo penale ordinato da Silvio Berlusconi. Hanno ritirato le proposte su Pos, su innalzamento del tetto dei contanti, sull’eliminazione dello Spid. Da settimane parlano del protocollo del ministro Piantedosi sulle Ong (che già sappiamo essere illegittimo, anche solo da ciò che ha anticipato il ministro) ma ancor non si vede. Non c’è nessuna idea a lungo raggio al di là delle consuetudini già in vigore con il governo Draghi. Improvvisazione e mancanza di coesione nella maggioranza: alla fine servirà mettere la fiducia per riuscire a stare nei tempi.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, in una intervista al Corriere della Sera, dice che nella manovra ci sono i loro “punti di forza”. A posto.

Buon venerdì.

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Niente ristori per il rigassificatore di Piombino

Avevano promesso opere compensative per il rigassificatore a Piombino ma non ci saranno, nonostante siano previste per legge. Simona Bonafè, vice presidente dei deputati Pd e prima firmataria della proposta di modifica alla Manovra 2023, aveva presentato un emendamento che prevedeva interventi che, spiega la deputata, “avrebbero riguardato la messa in sicurezza del porto, la bonifica delle aree industriali presenti, lo sviluppo di impianti di fonti rinnovabili, l’ammodernamento delle infrastrutture viarie, la valorizzazione delle aree archeologiche della zona e la realizzazione di un gasdotto per metanizzare l’Isola d’Elba”.

Il Governo aveva promesso opere compensative per il rigassificatore a Piombino ma non ci saranno

Altre misure specifiche prevedevano “l’istituzione di una Zona logistica semplificata (Zlg) per promuovere nuovi investimenti nell’area portuale, ulteriori stanziamenti per la reindustrializzazione per l’area di crisi industriale complessa di Piombino ed una riduzione del 50 per cento per le bollette di famiglie ed imprese”. Secondo Bonafè “la chiusura da parte del governo su questi temi è francamente inaccettabile”.

Si complica inevitabilmente il rapporto con i cittadini, lo sa benissimo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani che puntualizza che “se le opere compensative ci sono tutto procede bene come è stato finora” ma “se questo non avvenisse, – dice Giani – è evidente che si rimetterebbero in discussione tante cose”.

Il presidente toscano si dice fiducioso che a gennaio, passata la Legge di Bilancio, si possa fissare un incontro e trovare un’intesa: “Del resto sulle bonifiche – spiega Giani – le direzioni generali hanno collaborato bene con i nostri uffici e le stanno impostando, c’è già il progetto da 81 milioni di bonifiche inclusa la falda, per le energie rinnovabili il sottoscritto ha già incontrato l’amministratore delegato di Enel Starace per parlarne, sulla strada 398 su cui ho già avuto tutti gli incontri necessari per impostare il lavoro con l’amministratore delegato di Anas, queste sono tutte realtà. Quindi nel momento in cui da un punto di vista tecnico ho fatto gli incontri ho visto che le cose del memorandum stanno procedendo: significa che anche la parte politica gli ha dato input”.

Nel pomeriggio di ieri il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin in audizione sulle linee programmatiche nelle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera è tornato sull’argomento sottolineando “l’impegno mio e del Governo è per per un uso temporaneo, non oltre i 3 anni”.

“Sono in corso interlocuzioni con i soggetti interessati alla riqualificazione delle aree. Si tratta di realizzare opere di riqualificazione che auspico possano essere attuate in tempi rapidi”, ha detto Pichetto Fratin. Proprio ieri si è tenuta l’udienza in camera di consiglio nell’ambito del ricorso al Tar contro il rigassificatore presentata dal Comune di Piombino.

Il sindaco della città che si sta opponendo con tutte le sue forze all’installazione del rigassificatore, vale la pena ricordarlo, è Francesco Ferrari, sostenuto da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che qualche giorno fa ha contestato le modalità di gestione del cantiere di Snam “che sembra essere contraria non solo alle prescrizioni poste dalle amministrazioni, ma anche alle misure cautelari che la stessa Snam aveva dichiarato di adottare nel proprio progetto, al fine di evitare il dilavamento e la diffusione degli inquinanti presenti in area Sin”. Com’era facilmente prevedibile Piombino sta diventando uno scoglio per tutti.

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Psicodramma Pd, perde l’1% di consensi a settimana

Ora il Pd comincia ad avere paura. I sondaggi indicano che il partito si ritrova ai minimi storici di gradimento, il congresso agita gli equilibri interni ma non scalda per ora gli elettori. Goffredo Bettini parla di un “congresso povero e stanco” e definisce “un pasticcio” la Carta dei valori voluta da Letta.

Cresce il pressing interno al Pd per anticipare le primarie a gennaio, un mese prima rispetto al termine fissato del 19 febbraio

Gianni Cuperlo descrive il congresso come “nato male”: “Non facciamo le due cose che dovremmo fare: scegliere finalmente di discutere e tornare a pensare”, dice, annunciando a breve la decisione sulla sua candidatura. Cresce di ora in ora il pressing interno al Pd per anticipare le primarie a gennaio, un mese prima rispetto al termine fissato del 19 febbraio.

“Perdiamo un punto percentuale a settimana. Cos’altro serve per stringere i tempi del congresso? Ma davvero vogliamo farci così male?”, scrive l’ex deputata dem Alessia Rotta. Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci (mozione Bonaccini, nella foto) chiede di anticipare al 22 gennaio.

Un pressing che a sinistra leggono come il tentativo di frenare Elly Schlein, proprio mentre il consenso sulla sua candidatura sta crescendo: “Elly sta cominciando a percorrere in lungo e largo il Paese ricevendo un consenso largo e convinto e questo, evidentemente, sta infastidendo chi, fino a ieri, era in campo e ha deciso all’ultimo momento di sostenere Bonaccini”, riflette una fonte della sinistra dem.

Non poteva mancare Renzi: “Sul congresso il Pd le sta sbagliando tutte”. E nel partito qualcuno risponde: “Allora siamo sulla strada giusta”.

Leggi anche: Pd… Partito devastato. E ai minimi storici. Neppure la sfida congressuale tra Bonaccini e Schlein ferma l’emorragia. Il governatore è visto come la fotocopia di Renzi

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Rocca chi? Candidato nel Lazio. Il caso Rampelli spacca FdI

Francesco Rocca, il candidato del centrodestra per il Lazio, non convince nemmeno i partiti che lo sostengono e che lo vorrebbero fare votare ai cittadini. Poche ore dopo l’annuncio ufficiale del centrodestra sulla candidatura dell’ex presidente della Croce Rossa all’interno di Fratelli d’Italia la base e i colonnelli sono in subbuglio.

Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli eterno escluso. La moglie punge la Meloni: “La facevo più intelligente”

Nelle chat interne si sottolinea come il vicepresidente della Camera e giornalista del Secolo d’Italia, Fabio Rampelli, avesse un gradimento maggiore nei sondaggi e tra i militanti. Ieri la moglie di Rampelli, pure lei giornalista del Secolo d’Italia Gloria Sabatini, sul suo profilo Facebook si è lasciata sfuggire un post, scomparso pochi minuti dopo: “La facevo più intelligente”, scrive Sabatini e il riferimento a Giorgia Meloni non è troppo difficile da intuire. Nel quartier generale di Fratelli d’Italia non si rilasciano commenti ma l’uscita è definita “incredibile e grave”.

Sicuramente a Via della Scrofa si respira l’insoddisfazione per le modalità con cui si è arrivati alla candidatura di Rocca. “Scegliere un tecnico con una rosa di politici così validi a disposizione rischia di essere un modo per delegittimare la propria classe dirigente”, sottolinea un dirigente meloniano di lungo corso che preferisce rimanere anonimo.

Fare fuori Rampelli significa rinnegare il mito di Colle Oppio, la sezione del Movimento sociale italiano di cui era segretario e dove la Meloni ha iniziato a fare politica. Qualcuno legge nelle mosse della presidente del Consiglio una strategia per “rimettere a posto” Rampelli e smussarne il peso all’interno del partito. Il vicepresidente della Camera nel giro di qualche mese ha visto sfumare la propria candidatura a sindaco di Roma, un ministero e ora anche la corsa alla Regione Lazio.

Poche ore prima dell’ufficializzazione della candidatura di Rocca, Rampelli sulla sua pagina Facebook aveva scritto: “Io ho commesso l’errore di dare la disponibilità già settimane fa. Io ci sono e se ci fosse una chiamata sarei disponibile”. Qual è “l’errore” a cui fa riferimento Rampelli? Giorgia Meloni, è vero, gode in questo momento di un gradimento altissimo ma quando i rapporti con gli alleati si faranno ancora più ostici non sarà difficile immaginare che l’opposizione interna in Fratelli d’Italia possa compattarsi e giocare a logorare la leader, com’è naturale in politica. Regalare (o relegare, dipende dai punti di vista) agli oppositori interni una figura storica come quella di Rampelli potrebbe rivelarsi una pessima idea.

Il candidato Francesco Rocca intanto è ritornato sulla sua condanna per spaccio quando era diciannovenne: “Vivevo ad Ostia, che non è proprio un ambiente tranquillo, e sono finito in un giro di amicizie sbagliate. Ma ho pagato il conto con la giustizia”, spiega. Rocca però sembra non capire il punto sostanziale: in Italia un cittadino non può accedere a un concorso pubblico per i suoi precedenti penali, non può diventare magistrato se non ha una condotta incensurabile (che è requisito diverso dall’assenza di precedenti penali in quanto non si riferisce solamente alle condanne ma a qualsiasi tipo di condotta disdicevole).

Ed è proprio la parte per cui si candida, il centrodestra, che vorrebbe escludere (anche se poi alla prova dei fatti non lo fa mai) i pregiudicati da ogni cosa, perfino dal Reddito di cittadinanza. L’ex presidente della Croce Rossa ieri nel suo primo giorno di campagna elettorale ha puntato inevitabilmente sulla sanità promettendo grandi rivoluzioni. Intorno a lui la paura di un nuovo caso Michetti (un tecnico misconosciuto che ha innervosito la base politica ed è rimasto con un pugno di mosche) è palpabile. Parleranno le urne.

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Non erano pronti ma non sono nemmeno capaci

A un certo punto passa per sbaglio un emendamento firmato dal dem Andrea Gnassi: 450 milioni di euro per i Comuni e per Anci. Poi si corre per recuperare l’errore. C’è da capirlo, 450 milioni di euro sono una cifra maggiore rispetto a quella messa a disposizione per tutte le modifiche parlamentari.

La manovra è un quasi fallimento nei contenuti e nei modi. Giorni di preoccupazione al ministero, tra i funzionari, in Bankitalia per una quadra che non si riusciva a trovare. A Giorgia Meloni e compagnia viene facile raccontare che la colpa sia dell’opposizione. La “colpa dell’opposizione” è un condono sempre disponibile per tutti i governi. Due giorni fa rifletteva il deputato del Terzo polo Luigi Marattin: «Se la maggioranza ha i numeri per fare passare i provvedimenti che c’entra l’opposizione?»· Ed è proprio così.

Forse sarà che il centrodestra ha elargito promesse (molte irrealizzabili e molte molto stupide) per anni e ora alla prova dei fatti si ritrova con la coperta troppo corta. «Non è un problema di idee, è un problema di fondi», spiega il leghista Giorgetti. Certo, con una disponibilità infinita di soldi la legge di Bilancio sarebbero capaci di farla tutti, perfino i bambini.

La manovra di un governo, soprattutto la prima manovra di un governo, è la messa a terra del proprio manifesto politico e questa manovra finanziaria è esattamente la fotografia di una destra pasticciona e pasticciata, divisa in mille rivoli anche dentro i partiti che la compongono, senza nessuna idea. Per settimane abbiamo discusso di provvedimenti che non ci sono (dal Pos, al tetto dei contanti e così via) perché questa maggioranza continua ad adottare le tecniche dell’opposizione: distoglie, fa rumore, solletica un populismo rivoluzionario molto naïf. Ma qui non c’è nulla da cui distogliersi perché nelle carte c’è un’idea economica di Paese che è molto la copia sbiadita di Draghi e per il resto contiene le solite stolide teorie della destra.

Ieri sera nelle trasmissioni televisive, a poche ore dalla legge di Bilancio in aula, si discuteva di cinghiali che finalmente possono essere ammazzati davanti ai cassonetti sotto casa. L’agenda dei temi di discussione intorno alla manovra finanziaria è un termometro chiaro.

Che non siano pronti ormai è evidente a tutti. Ora c’è il ragionevole dubbio che non siano nemmeno capaci.

Buon giovedì.

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Regionali Lombardia, prima grana per Majorino

Non c’è solo l’alleanza con il Movimento 5 Stelle a agitare la coalizione di centrosinistra che sostiene per le elezioni regionali in Lombardia Pierfrancesco Majorino. Dopo l’annuncio della candidatura del virologo Fabrizio Pregliasco nella lista civica l’associazione Medicina democratica (che per bocca di Vittorio Agnoletto nelle scorse settimane aveva lasciato intuire il suo appoggio all’europarlamentare del Pd decide di sfilarsi con un duro comunicato.

Non c’è solo l’alleanza con il M5S ad agitare la coalizione di centrosinistra che sostiene Majorino alle prossime regionali in Lombardia

“Abbiamo appreso con sconcerto e stupore dalla stampa, – scrivono – la notizia della candidatura come capolista, in una delle liste civiche create in appoggio alla candidatura a presidente di Majorino, del direttore sanitario del Galeazzi-Sant’Ambrogio, una delle maggiori realtà della sanità privata lombarda e nazionale”.

Il comunicato prosegue: “Il dott. Pregliasco, eminente virologo, nel presentare la sua candidatura ha oggi dichiarato “la risposta della sanità lombarda alla pandemia è stata buona…” un giudizio in totale contrasto con le tragedie che i cittadini lombardi hanno sperimentato. Tragedie favorite dalla desertificazione della sanità territoriale, dalla quasi totale cancellazione della prevenzione primaria, da una sanità privata foraggiata da rimborsi pubblici e attenta unicamente ai propri profitti; le liste d’attesa, per le quali si è recentemente distinto, E insieme ad altri, proprio il gruppo Galeazzi-Sant’Ambrogio, sono frutto di tali scelte. Le affermazioni del dott. Pregliasco, associate al ruolo che ricopre, rappresentano un vulnus verso l’intero percorso che da anni stiamo portando avanti insieme a decine di associazioni in difesa della sanità pubblica”.

Per questo Marco Caldiroli presidente di Medicina Democratica, parla di “una scelta politica chiara e secondo noi miope, al limite della cecità, in totale contrasto con le proposte, riassunte nei 23 punti, presentate il 4 novembre a tutte le opposizioni che le avevano ritenute condivisibili”.

Attacca anche Unione Popolare – che si presenterà da sola alle elezioni – che per bocca del segretario di Milano di Rifondazione Comunista Matteo Prencipe parla di una cambiamento della sanità pubblica con il Pd come di una “chimera se non finzione” e invita M5S e Alleanza Verdi-Sinistra a ripensare le alleanze. Majorino ieri ha ridimensionato la polemica: “Ho visto che la presenza di Fabrizio Pregliasco ha suscitato un po’ di dibattito. È una figura forte quindi lo ritengo inevitabile. Io sono alfiere totale delle ragioni della sanità pubblica. Non vedo contraddizioni”.

Secondo il candidato del centrosinistra “per costruire un’alleanza più forte di tutti dobbiamo guardare al presente”. Ieri è saltato però l’incontro che Majorino avrebbe dovuto avere con la rete civica “Curiamo la Lombardia”, di cui anche Medicina democratica fa parte.

A tenere banco ieri è stata anche la richiesta di Giuseppe Conte di avere garanzie sul nome di Majorino, alla luce del suo ruolo di eurodeputato e del delicato momento per lo scandalo del Qatar-gate. La Lega attacca parlando di “Majorino smentito da Conte” mentre il segretario di +Europa Della Vedova (che ha già annunciato di sfilarsi dall’alleanza per la presenza del M5S) parla di una telenovela da parte dei grillini per “azzoppare Majorino”: “magari Conte tirerà la corda senza spezzarla, ma di fatto Majorino – ha spiegato Della Vedova – è indebolito”.

Lui, Majorino, parla di “confronto in atto” e dice di non sentirsi “sotto esame”. Ma la campagna elettorale è troppo breve per permettersi di farsi logorare perfino dagli amici. E questo Majo, come lo chiamano i suoi, lo sa benissimo.

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Mentivano: le hanno lasciate sole

Il buco nero dell’Afghanistan che promettevamo di “non lasciare mai solo” aggiunge una nuova prevedibile ferita: stop a tempo indeterminato all’accesso nelle università per tutte le donne. Il nuovo divieto è stato emesso dalle autorità talebane. Ad annunciarlo il ministero dell’Istruzione superiore in una lettera inviata a tutti gli atenei governativi e privati del Paese. La lettera è stata confermata e diffusa dall’emittente locale Tolo news.

«Vi informiamo di attuare il citato ordine di sospendere l’istruzione femminile fino a nuovo avviso», si legge nella lettera firmata dal ministro dell’Istruzione superiore, Neda Mohammad Nadeem. Soltanto meno di tre mesi fa migliaia di ragazze e di donne hanno sostenuto gli esami di ammissione per le università in tutto il Paese. Alle ragazze era già stato negato l’accesso alle scuole secondarie del Paese.

Le promesse con cui i Talebani rassicuravano il mondo dimostrandosi “cambiati” sono carta straccia. Dopo il fragoroso ritiro delle truppe Usa e la fuga in massa di migliaia di afghani il Paese è tornato quello tra il 1996 e il 2001. La costosissima e mortifera esportazione della democrazia da parte dell’Occidente è stata solo una parentesi. Il 23 marzo scorso, poche ore dopo la riapertura, i talebani avevano già vietato alle studentesse di frequentare la scuola oltre il sesto grado, l’equivalente della prima media. Le donne sono state escluse dalla maggior parte dei lavori, è stato negato loro accesso a parchi e palestre, è stato ordinato loro di indossare abiti che coprissero dalla testa ai piedi in pubblico.

Avevamo promesso di non lasciare sole le donne in Afghanistan e invece sono sole. Avevamo promesso di non lasciare solo l’Afghanistan e invece blocchiamo i profughi alle frontiere subappaltate dall’Unione europea. Resta una guerra che non solo è stata tragica (come tutte le guerre) ma anche completamente inutile, come tutte le guerre.

Buon mercoledì.

 

* In foto: Personale di sicurezza talebano davanti all’ingresso dell’università di Kabul, dopo che le autorità hanno imposto lo stop all’istruzione universitaria per le donne. Afghanistan, 21 dicembre 2022

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La destra candida un ex pusher nel Lazio

L’ex presidente della Croce Rossa, Francesco Rocca, candidato dalle destre alla presidenza della Regione Lazio, ha alle spalle una condanna per spaccio di droga. Così Salvini – che dava la caccia ai pusher al citofono – sa già chi chiamare.

L’ex presidente della Croce Rossa, Francesco Rocca, candidato dalle destre alla presidenza della Regione Lazio, ha alle spalle una condanna per spaccio di droga

Se Matteo Salvini avesse ancora la sua smania di citofonare in favore di telecamere per buttare superficiale propaganda contro la droga potrebbe suonare al suo nuovo candidato nel Lazio, Francesco Rocca. Il candidato del centrodestra per le prossime regionali a 19 anni infatti era il nemico perfetto per la propaganda destrorsa: condannato a tre anni e due mesi di reclusione per spaccio, 7 milioni di lire di multa, condanna confermata in Appello.

Prima di diventare il presidente della Croce Rossa Italiana Rocca, all’età di 19 anni, venne pescato dai militari che indagavano su un giro di spaccio a Casal Palocco, nella zona litorale romana. C’è di più. Non solo Rocca era uno di quei diciannovenni che per diversi casi della vita si ritrova incagliato in qualche brutta storia ma con lui c’era anche un gruppo di nigeriani che smerciavano eroina. Nigeriani, neri, con le buste di eroina in mano: cosa manca perché Salvini non faccia un salto sulla sedia e urli contro il disfacimento morale della patria

Dalle carte di quel processo si scopre infatti che proprio per conto degli spacciatori nigeriani Rocca avrebbe “più volte consegnato” a un ventitreenne romano eroina per un totale di circa “140 grammi”. “Un’ottima scelta. Mettiamo il Lazio in ottime mani”, ha dichiarato Matteo Salvini a proposito della candidatura di Rocca per le elezioni regionali nel Lazio.

Proviamo a ribaltare la situazione. Provi qualcuno, un giornalista qualsiasi con un microfono in mano, a chiedere al leader della Lega (leader piuttosto azzoppato, verrebbe da dire, visto il malcontento interno) cosa ne penserebbe di candidare alla guida di una Regione qualcuno che a 19 anni era uno spacciatore. Non è difficile immaginare lo strepito disgustato di Matteo.

È la doppia morale di questa destra che estrae il garantismo a fasi alterne: se ne ricorda quando serve per proteggere gli amici degli amici e se ne dimentica quando deve bastonare qualche avversario politico. Così la droga e gli stranieri in quest’occasione diventeranno, vedrete, un trascurabile errore di gioventù mentre reati ben più lievi commessi da altri sono un’onta tatuata addosso fino alla morte.

Lui, Rocca, sapendo bene come funziona la politica questa storia l’aveva raccontata già nel 2017 quando prendendo la guida della Croce Rossa mondiale ammise: “Quello sbaglio in gioventù, che mi fa soffrire anche oggi, mi ha dato una grande spinta, mi ha fatto capire che non potevo pensare solo a me stesso, che c’erano anche gli altri. Io ci credo profondamente. E sono maturato, in fretta”.

Disse Rocca che “bisogna imparare dagli errori e migliorarsi ogni giorno che passa. Questa la mia filosofia di vita. – spiegò – Ho creduto giusto ricordare il mio errore anche davanti a chi mi doveva giudicare idoneo o no a guidare il Comitato internazionale della Cri”. E concluse con una frase che è l’esatto opposto della morale di questa destra, Salvini in primis: “L’umanità è fragile, ogni individuo è fragile e può sbagliare – disse – ma si deve rispondere alle fragilità, generali e individuali”.

Verissimo, l’umanità è fragile. Ma qualcuno dovrebbe spiegare a Matteo Salvini che o si accetta (e noi gli auguriamo di impararlo in fretta) di essere comprensivi con tutti – siano anche neri, gialli, musulmani, comunisti – oppure si merita di essere bollati come vili opportunisti, forti con i deboli e deboli con gli amici che tornano utili. Poiché il garantismo è una cosa seria noi siamo convinti che Rocca abbia avuto il modo e il tempo di riscattarsi.

Del resto i giornali di queste ore si sdraiano sulla sua illuminazione: volontario nel 1988, laureato in fretta in Giurisprudenza alla Sapienza e poi l’innamoramento per la Sanità. Una sanità, va detto, piuttosto “politica” e dirigenziale con la direzione dell’ospedale Sant’Andrea, una poltrona nel consiglio d’indirizzo dello Spallanzani e poi commissario straordinario dell’Asl Napoli 2. A proposito di errori e di riscatti, di Rocca presidente di Croce Rossa si segnala la scelta di Marcello De Angelis (ex parlamentare di An ed ex esponente di Terza Posizione) come portavoce: è il fondatore del gruppo musicale 270bis, dall’articolo del codice penale relativo alle associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico, reato per cui De Angelis è stato condannato a 5 anni e mezzo.

Braccio destro e segretario particolare di Rocca in Croce Rossa è stato anche Paolo Pizzonia, un ex terrorista dei Nar. Ci sarebbe, volendo essere curiosi, anche un’interrogazione parlamentare del 4 luglio 2012 a firma Enzo Raisi (Futuro e Libertà per il Terzo Polo) in cui si chiedeva della società immobiliare di Rocca (la Ciak srl) e del suo potenziale conflitto di interessi “alla luce della potenziale gestione privatistica del patrimonio immobiliare” di Croce Rossa, scriveva Raisi. Erano i giorni in cui la trasmissione Report raccontò di 68 immobili di Cri di cui “si erano perse le tracce”, disse così Milena Gabanelli.

Ancora. Il 5 novembre 2018 l’Associazione Themis & Metis sul proprio sito pubblicò un articolo (“Croce Rossa Italiana in rosso. Dove sono finiti i soldi?”) in cui si raccontava di “una vera e propria voragine debitoria”: “un’eccellenza italiana – si legge nel pezzo – ridotta a colabrodo… forse la spiegazione può arrivare dagli sprechi pazzeschi, le ruberie, gli sperperi e le consulenze d’oro? Non si sa bene…”..

Si legge (l’articolo è ancora online) che al tempo Rocca guadagnasse “la bellezza di 263.995 Euro più 126.525 euro per spesucce varie, totale 390.520 euro. Circa 32.000 euro al mese più o meno”, nonostante Croce Rossa fosse in cattive acque finanziarie. Rocca querelò l’autore del pezzo ma gli andò male. Il Tribunale di Torino diede ragione al giornalista di quel pezzo e ricordò l diritto/dovere del giornalismo d’inchiesta (come riconosciuto da Pubblici Ministeri e Giudici) di svolgere la propria attività senza subire l’intimidazione di azioni penali, difendendo il diritto dei lettori di conoscere cosa accade realmente dietro le quinte del potere. Se Salvini citofonasse a Rocca avrebbero un sacco di cose da raccontarsi.

Leggi anche: Nel Lazio si è toccato il fondo. Con D’Amato e Rocca è contesa tra due impresentabili. L’ex capo della Cri ha una condanna per spaccio. L’assessore uscente è stato stangato dalla Corte dei Conti

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Un miliardo alla Serie A. La lobby del calcio da noi è già in Parlamento

Non serve chiudere le porte ai lobbisti in Parlamento, ce ne sono di eletti ben seduti sugli scranni di Camera e Senato che funzionano benissimo. Il senatore e presidente della Lazio Claudio Lotito, grazie alla copertura di Forza Italia e di Licia Ronzulli, riesce a sconfiggere ben due ministri (Abodi e Giorgetti) e impone la manovra cosiddetta “salva calcio” sulla rateizzazione di passività e versamenti. Si tratta di quasi un miliardo di euro regalati alle società calcistiche di serie A.

La destra taglia il Reddito di cittadinanza. E poi fa il regalo di Natale a Lotito & C che riescono a imporre la norme “salva calcio”

Il ministro dello Sport Andrea Abodi e il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti avevano avanzato dubbi sull’opportunità di regalare soldi alla Serie A mentre l’opinione pubblica è alle prese con austerity e bollette. Si parla di mezzo miliardo di versamenti Irpef e contributi sospesi nel corso del 2022 con la scusa del Covid: una maxi-cartella esattoriale in scadenza il 22 dicembre, che riguarda tutto il settore dello sport, ma è chiaro che i grandi debitori (e quindi i veri beneficiari della proroga) sono i club di Serie A.

Nei giorni scorsi sembrava decaduta l’ipotesi di un regalo ai presidenti delle squadre di calcio ma ieri la situazione si è ribaltata. L’accordo sembra ormai definito: in totale, le imposte arretrate strano pagate in 60 rate mensili di pari importo, con una penale del 3% e con il versamento delle prime 3 rate entro 7 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge.

Matteo Renzi è andato all’attacco: “Per un mese hanno parlato solo del pos e oggi fanno marcia indietro. I soldi delle pensioni minime finiscono ai presidenti della serie A: pazzesco. Spero che i parlamentari di maggioranza abbiano un sussulto di dignità”. Il taglio della 18App, unitamente al sostegno del mondo del calcio – che ha trovato in Claudio Lotito, senatore di Forza Italia, una sponda molto autorevole – indigna anche Raffaella Paita, che invita i colleghi della maggioranza a “vergognarsi”.

“Quello che sta accadendo con la prima legge di bilancio targata Giorgia Meloni è davvero allucinante. Da un lato tagliano il reddito di cittadinanza per le persone più povere, dall’altro si apprestano a regalare soldi alle società multimilionarie della serie A di calcio consentendo loro di spalmare i debiti che hanno verso lo Stato. Se confermato sarebbe qualcosa di assurdo e vergognoso”, ha dichiarato la capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione cultura e sport alla Camera, Anna Laura Orrico.

A Lotito non è servito troppo tempo per entrare negli ingranaggi parlamentari

A Claudio Lotito non è servito troppo tempo per entrare negli ingranaggi parlamentari. In poche settimane è stato eletto vicepresidente della Commissione Bilancio e Programmazione economica del Senato, poi membro della Commissione Finanze e Tesoro di Palazzo Madama. Quindi ha firmato due emendamenti a tema pallone: uno per prolungare le licenze di trasmissione e un altro contro le trasmissioni pirata online.

Da quando è stato eletto senatore Lotito a Palazzo Madama tira la giacchetta a tutti, da Ignazio La Russa ai senatori di ogni colore. Da lobbista del calcio e di se stesso Lotito, arriva là dove non hanno osato il presidente della Serie A, Lorenzo Casini, ex capo di gabinetto di Francschini e amico intimo di Giulio Napolitano e Giuseppe Chinè, a lungo e contemporaneamente sia procuratore federale che capo di gabinetto all’Economia, prima che Giorgetti gli desse il benservito.

In Italia si è già molto più avanti rispetto al Qatar: perché cercare politici che avvantaggino il mondo del pallone quando si può tranquillamente eleggere un presidente di una squadra di Serie A senza troppa fatica

 

Leggi anche: La destra ci riporta al Medioevo. Ora mancano solo i No Spid. Butti prepara la crociata contro l’identità digitale. Che però è già stata attivata da 33 milioni di italiani

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Ora mancano solo i No Spid. La destra ci riporta al Medioevo

Ci mancavano i No Spid. Dopo avere fatto una pessima figura sul Pos e sui pagamenti elettronici dalle parti del governo di Giorgia Meloni si sono messi in testa di abolire lo Spid, lo strumento di identità digitale che viene utilizzato per accedere ai servizi pubblici e che dopo qualche difficoltà iniziale comincia a funzionare in Italia.

Butti prepara la crociata contro l’identità digitale. Ma lo Spid è già stata attivato da 33 milioni di italiani

La battaglia la annuncia il sottosegretario con delega all’Innovazione tecnologica Alessio Butti (nella foto), d FdI, che all’iniziativa per il decennale del partito ha dichiarato: “Cerchiamo di spegnere gradualmente Spid che raccoglie una serie di identità digitali e facilitare l’azione delle nostre imprese e dei cittadini con la Pubblica amministrazione”.

Come? tenendo “la carta d’identità elettronica come unica identità digitale”, ha spiegato il ministro, adducendo “difficoltà per gli anziani” nell’utilizzo. Per Butti non è una novità: già prima del lockdown era intervenuto in Parlamento contro lo Spid con la solita retorica dei servizi “in mano ai privati” mentre la carta d’identità elettronica sarebbe in mano al ministero dell’Interno e ai Comuni.

Dopo quel suo intervento in Parlamento però in Italia 30 milioni di italiani hanno attivato il proprio Spid. Non male per essere un servizio destinato a fallire. Butti però ha deciso di insistere fingendo di non sapere che a inizio 2022 erano 28 milioni le identità Spid attive in Italia mentre ora siamo arrivati a 33 milioni. Prima della pandemia, invece, erano appena 6 milioni i cittadini italiani che avevano richiesto lo Spid, completando la procedura di identificazione che viene effettuata da un ente terzo accreditato da AgiD (come Poste Italiane, Aruba, Telecom e altri ancora).

Secondo l’AgiD si sono registrati oltre mezzo miliardo di accessi nel 2021 e circa 330 milioni solo nel primo quadrimestre del 2022

Sempre a proposito di numeri: secondo i dati ufficiali forniti da AgiD si sono registrati oltre mezzo miliardo di accessi nel 2021 e circa 330 milioni solo nel primo quadrimestre del 2022. Lo Spid, tra le altre cose, rientra anche negli obiettivi del Pnrr tant’è che lo scorso maggio l’ex Ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione Digitale, Vittorio Colao dichiarava: “Abbiamo raggiunto in anticipo l’obiettivo annuale di diffusione dell’identità digitale previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (pari al 38% della popolazione), e ci avviciniamo sempre di più all’obiettivo del 2023 (il 46% della popolazione). È un tassello fondamentale per proseguire il percorso della digitalizzazione e grazie a questa capillare diffusione lo Stato potrà offrire servizi pubblici ancora più efficienti e semplici da utilizzare, migliorando così il rapporto dei cittadini e delle imprese con la Pubblica Amministrazione. Ciò sarà possibile anche grazie agli interventi che le PA locali e centrali stanno avviando con grande partecipazione, in linea con i tempi del Pnrr”.

La carta d’identità elettronica già oggi è utilizzabile per accedere ai servizi pubblici

Attenzione: come nel caso del Pos e i contanti, la carta d’identità elettronica già oggi è utilizzabile per accedere ai servizi pubblici. Spid e Cie sono due metodi che si possono liberamente scegliere. In più da almeno un anno è esplosa la questione microchip che scarseggiano. Lo ha ricordato lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi nell’intervento alla Camera del 23 marzo 2022.

Dopo il taglio del 40% annunciato dalla giapponese Toyota, ad agosto 2021 Stellantis e Volkswagen sono dovuti intervenire per far fronte alla mancanza di microchip. Stellantis è stata costretta a fermare la produzione in due fabbriche in Francia. Volkswagen ha annunciato il taglio della produzione dell’impianto di Wolfsburg, Il risultato immediato della crisi, l’anno scorso, è stato: un milione di veicoli prodotti in meno, soltanto in Europa, rispetto al 2020. Sono gli stessi chip che servirebbero al governo per le carte d’identità.

Ma perché il governo vuole abolire lo Spid? Semplice: in mancanza di una reale capacità di pensare nuovi strumenti e nuove riforme alla Meloni e i suoi ministri non rimane che affossare ciò che già c’è per darsi un tono identitario. Così come accaduto sul Pos (con una figuraccia internazionale passata in sordina grazie a i servigi di un’informazione morbidissima) ci prepariamo ad ascoltare per settimane la barzelletta del “si stava meglio prima”, della “libertà di andare in Comune” (come se lo Spid impedisse di perdere una mattina tra gli uffici comunali o prendersi quattro mesi di tempo per ottenere una carta d’identità elettronica).

Il vero nemico di questo governo è il progresso in tutte le sue forme

Il vero nemico di questo governo è il progresso in tutte le sue forme. Ma questi non sono solo conservatori, sono dei veri e propri regressisti che odiano tutto ciò che è tecnologia, scienza e innovazione. L’obiettivo di smontare tutto il prima possibile, nel modo più rumoroso possibile rientra nell’idea trumpiana di ripristinare una passato mai esistito per tranquillizzare i propri elettori spaventati dal progresso. Il futuro disegnato come pericolo per le proprie posizioni di rendita è la matrice di ogni politica di estrema destra, figuriamoci se Meloni e soci non ci si buttano. Dategli qualcosa da abolire, un macinino del caffè. Almeno stanno tranquilli.

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