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Giornata dei diritti umani. L’Europa ha poco da festeggiare

Dieci dicembre, Giornata dei diritti umani una nuova inchiesta inchioda l’Europa. Lighthouse Reports, un’organizzazione non governativa di giornalismo collaborativo, ha denunciato l’esistenza di centri non ufficiali di detenzione lungo i confini di Bulgaria, Ungheria e Croazia.

I giornalisti di Lighthouse Reports inchiodano l’Ue: “Centri di detenzione profughi illegali al confine est”

Le testimonianze e le riprese video dimostrano una sistematica violazione del diritto internazionale alle porte d’Europa. Nelle foreste della montagna Strandja, ultimo lembo di terra bulgara prima del confine con la Turchia, i camion militari dell’esercito bulgaro trasportano rifugiati afghani fino al confine. Vengono imprigionati e maltrattati, prima di essere espulsi nella foresta di latifoglie del Mar Nero orientale. Un gruppo di ragazzi afghani racconta l’ennesimo respingimento dell’esercito bulgaro. Sono laceri e sono stati derubati di tutto.

“Le rivelazioni di Lighthouse Reports su questi centri di detenzione non ufficiali conferma una preoccupante tendenza osservata in passato da Amnesty International lungo vari confini dell’Unione europea. Con l’obiettivo di tenerle fuori dalle frontiere esterne dell’Unione europea, le autorità di questi stati trattengono persone in tende, container, furgoni di polizia spesso in foreste isolate o in altre zone inaccessibili. Queste tattiche intenzionali consentono alle autorità di eseguire rapidamente respingimenti illegali, ignorare le richieste di asilo e commettere ulteriori violazioni dei diritti umani”, ha commentato Jelena Sesar, ricercatrice di Amnesty International sui Balcani occidentali.

I governi rifiutano di ammettere l’esistenza di questi centri

I governi rifiutano di ammettere l’esistenza di questi centri o, cinicamente, li definiscono strutture ‘temporanee’ o ‘informali’ se non addirittura ‘centri umanitari’, solo per evitare di assumersi ogni responsabilità. Sulla base del diritto internazionale e delle leggi dell’Unione europea, i governi sono obbligati ad assicurare i diritti umani fondamentali alle persone private della loro libertà, consentendo tra l’altro di comunicare con familiari e amici e di avere accesso alla difesa legale e alle cure mediche.

Il silenzio sul caso di Aleksandra Skochilenko

“I governi che gestiscono quei centri non ufficiali di detenzione stanno chiaramente violando il diritto internazionale”, ha sottolineato Sesar. Ma i diritti umani in questo fine 2022 sanguinano dappertutto. Le organizzazioni internazionali, ad esempio, chiedono di accendere i riflettori su Aleksandra Skochilenko, arrestata con l’accusa di “diffusione pubblica di informazioni consapevolmente false sull’utilizzo delle Forze Armate della Federazione Russa” – un nuovo articolo del codice penale, introdotto frettolosamente dal governo russo a marzo 2022 per cercare di fermare le critiche della popolazione russa sull’invasione dell’Ucraina.

Dall’11 aprile Aleksandra è in detenuta in attesa di processo, in condizioni terribili. Ogni giorno, Aleksandra viene molestata dalle guardie carcerarie e dalle sue compagne di cella. Qualora venisse condannata, Aleksandra rischierebbe fino a 10 anni di reclusione. In Iran, l’8 dicembre, il regime della repubblica islamica ha assassinato Mohsen Shekari, reo di aver preso parte alle proteste contro il regime teocratico e sanguinario degli ayatollah in Iran.

Con questo atto il regime iraniano mostra ancora una volta il suo vero volto al mondo e alla faccia di coloro che fino a qualche giorno fa, in Italia, erano pronti a stringere la mano del suo ministro degli esteri. Alcuni giorni fa è stata data la notizia della condanna a morte di Fahimeh Karimi (compagna di cella di Alessia Piperno), allenatrice di pallavolo, madre di tre bambini piccoli, arrestata a “Pakdasht”, nella provincia di Teheran, oltre un mese e mezzo fa.

L’accusa, secondo quanto riportato dai media locali, sarebbe quella di aver sferrato dei calci a un paramilitare in una delle manifestazioni. Sempre in Iran tre minorenni sono sotto processo in tribunali per adulti, in violazione della Convenzione dei diritti dell’infanzia, che l’Iran ha ratificato. Amnesty International sottolinea come “Israele continui a perpetrare violazioni dei diritti umani diffuse e sistematiche contro i palestinesi, compresi i minori, in un contesto di decenni di discriminazione, segregazione e persecuzione sponsorizzate dallo stato”.

Ci sono prove che il trattamento di Ahmad Manasra (arrestato nel 2015 quando aveva solo 13 anni e in isolamento da anni nonostante soffra di schizofrenia, di allucinazioni psicotiche ed è gravemente depresso con pensieri suicidi) si adatta a un modello più ampio di discriminazione contro i minori palestinesi nel sistema di giustizia penale israeliano.

Secondo Amnesty International circa 170 palestinesi attualmente detenuti sono stati arrestati quando erano minori

Secondo i registri di Amnesty International, circa 170 palestinesi attualmente detenuti sono stati arrestati quando erano minori. In molti di questi casi è stato negato loro un processo equo in linea con gli standard internazionali e la protezione prevista dal sistema di giustizia minorile.

In altri casi sono stati sottoposti a tortura o altri maltrattamenti. Poi c’è la Libia, di cui tutti sanno tutti. C’è l’Egitto, c’è il “rinascimento saudita” che condanna a morte. C’è il Qatar che ha costruito i suoi stadi sulla pelle dei lavoratori. Nella giornata dei diritti umani non basterebbe un giornale intero per raccontare quanto ci sarebbe da fare.

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Se vanno avanti così si inventeranno il reato di pagare le tasse

Nuova novità tra le pieghe della manovra.

Si scopre una proroga fino a giugno 2023 dell’agevolazione che permette di limitare al 14% (anziché al 26% previsto) la tassazione sulle plusvalenze su terreni e partecipazione, estendendola anche ad azioni e titoli sui mercati finanziari, nonché a risparmi e patrimoni in fondi e polizze assicurative sulla vita. L’aveva già anticipato il Corriere della Sera, nel 2023 si attendono circa 1,5 miliardi di euro di entrate da questa misura che, di fatto, proroga e amplia l’agevolazione prevista dal dl bollette di marzo incentivando a pagare in questa finestra. Dove si concentra la quasi totalità degli investimenti in azioni e prodotti finanziari? Tra i più ricchi, ovviamente.

Non solo. C’è anche un bello scudo penale per i presunti grandi evasori, dopo aver accontentato i piccoli. È la proposta di Fratelli d’Italia presentata con un emendamento che prevede il congelamento della denuncia penale che vale fino a quando non saranno versati tutti gli importi dovuti, si applica alle aziende che pagano a rate importi superiori ai 250mila euro e circoscrive il periodo di inadempienza tra gennaio e ottobre 2022. La proposta di modifica prevede che il procedimento riparta per chi non paga due rate consecutive. Una norma che, dicono i ben informati, sarebbe stata stata pensata pensata per i trader che comprano e vendono energia, di cui potrebbero beneficiare parzialmente anche le società sportive, che entro il 22 dicembre sono chiamate a pagare i debiti Irpef, Iva e Inps.

Se vanno avanti così si inventeranno il reato di pagare le tasse.

Buon venerdì.

 

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Caporetto ai Congressi della Lega. Dal Nordest avviso di sfratto a Salvini

Matteo Salvini in bilico all’interno del suo partito non è soltanto un retroscena sostenuto dai “si dice” o concimato dai suoi avversari interni. Che Salvini rischi di non tenere le redini della Lega ora cominciano a suggerirlo anche i numeri. Nella Lega sono iniziati infatti i congressi provinciali, di cui il Capitano decadente parla pochissimo in pubblico, e perfino in Lombardia i segnali sono chiari.

A Varese, qui dove dal notaio Bellorini Umberto Bossi fondò il partito, il candidato di Salvini l’ha spuntata per soli 12 voti su 638. Il Comitato Nord guidato dal redivivo Bossi e coordinato da Paolo Grimoldi ha sfiorato il colpaccio per un soffio e tra le assenze spiccava quella del ministro Giorgetti. Poco prima si era celebrato il congresso di Bergamo e lì Salvini ha dovuto ingoiare la sconfitta: vince il sindaco di Telgate Fabrizio Salacche ha sconfitto un altro “dissidente” critico con il suo segretario. Il candidato che Salvini avrebbe voluto non è riuscito nemmeno a raccogliere le firme.

Tira una brutta aria

Stessa storia a Brescia dove la sindaca di Torbole Casaglia Roberta Sisti che ha sconfitto l’uscente Alberto Bertagna, un fedelissimo di Salvini. Segretario sconfitto anche a Lodi e Cremona. Perfino Pavia, che i salviniani rivendicano come “conquistata” (è la terra dell’europarlamentare Angelo Ciocca, fervente bossiano) vede come segretario Jacopo Vagnati eletto solo grazie al sostegno del vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio.

A Como è stata riconfermata Laura Santin che è la moglie di Fabrizio Cecchetti, segretario della Lega Lombardia: uno che non voleva appoggiare Fontana alla Regione. Ora si entra nel vivo perché la fase dei congressi parte anche nel Veneto, dopo una snervante strategia di rinvio. Per ora l’unico risultato è quello di Rovigo dove è stato riconfermato Gugliemo Ferrarese, sostenitore convinto di Luca Zaia.

E qui la faccenda si complica ulteriormente perché oltre alla fronda bossiana c’è l’ombra del Presidente del Veneto che nonostante la diplomatica moderazione è tutt’altro che salviniano. Anzi, secondo molti potrebbe essere il suo successore. Il 18 dicembre dovrebbero tenersi i congressi di Verona, Padova e Vicenza. A Verona al momento l’unico candidato è il segretario uscente Nicolò Zavarise che gode della protezione politica del neopresidente della Camera Lorenzo Fontana che di Salvini è fidatissimo consigliere.

Anche qui pesano però i pessimi risultati: la città è stata persa contro il candidato di centrosinistra Damiano Tommasi e gli oppositori interni nella Lega stanno cercando un nome per ribaltare gli equilibri nel partito. A Padova farà sentire il suo peso l’assessore regionale allo Sviluppo economico Roberto Marcato che da mesi chiedeva un congresso come resa dei conti contro Salvini. Marcato (soprannominato “il bulldog”) punta alla segreteria regionale, spiega, “per far tornare il Veneto al centro dell’impero”.

L’unica provincia che potrebbe arrivare a congresso con un nome condiviso potrebbe essere Vicenza ma chi conosce il candidato Denis Frison dice che “è tutt’altro che salviniano”. Intanto lunedì il coordinatore del Comitato Nord Paolo Grimoldi è stata espulso da una chat di militanti che definiscono la corrente bossiana un’iniziativa “che ai più pare in contrasto con la Lega Salvini premier, destando, giustamente, in molti di noi un certo fastidio”.

Il messaggio incriminato? Una dichiarazione di Massimiliano Fedriga, leghista di ferro che guida la Regione Friuli Venezia-Giulia. Basta questo per intuire il clima.

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È nato un “invasore” sulla Geo Barents

Da mercoledì mattina i migranti a bordo dell’imbarcazione umanitaria Geo Barents non sono più 254, ma 255. Alle 11:31 Fatima ha dato alla luce il piccolo Alì. Nato e respinto. E ora «Le autorità italiane facciano sbarcare a Lampedusa e trasferire in Sicilia la donna che oggi a partorito sulla nave Geo Barents il piccolo Alì». L’appello arriva da Candida Lobes, operatrice di Medici Senza Frontiere, a bordo della nave, che dichiara di aver ricevuto dalle autorità maltesi la proposta «inaccettabile, disumana e illegale» di trasferire a Malta la donna e il neonato, lasciando però sulla nave gli altri tre figli minori, uno dei quali ha appena due anni. «Questa donna si trova a dover scegliere tra lasciare indietro i suoi figli e prendersi cura della sua salute e di quella del neonato. Ci appelliamo al buon senso delle autorità italiane affinché questa ragazza sia evacuata al più presto con la sua famiglia”, conclude. 

Il piccolo Alì è nato dopo sette ore di travaglio. Nella clinica medica della Geo Barents, Fatima è quindi diventata di nuovo madre. Per la quarta volta. Dalla Libia era fuggita a bordo di un barcone, insieme ad altre 89 persone. Con sé i suoi tre figli e la speranza di una nuova vita. «Il viaggio difficile, le dure condizioni, lo stress estremo e la profonda disidratazione hanno innescato il travaglio – spiegano i soccorritori di Msf -. Ha affrontato la straziante traversata su una barca gremita e instabile, temendo per i figli che viaggiavano con lei». 

Una volta a bordo della Geo Barents l’equipe medica si è subito presa cura di lei. Immagino il ministro dell’Interno Piantedosi, nella sua parte di controfigura di Salvini, difendere l’Italia da questo pericolo migrante con qualche ora di vita. Immagino soprattutto quelli che il bambinello lo stanno cercando in porcellana per infarcire il presepe. Se volete esercitare il vostro spirito natalizio c’è Alì. È stato evacuato oggi di prima mattina. Chiedetegli cosa significhi cercare salvezza. Buon giovedì.

In apertura, un’immagine da un video a bordo della nave umanitaria

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Minacce Social alla Meloni. E le destre si inventano la responsabilità di Conte

“Se togli il reddito ammazzo te e tua figlia”. “Ci vuole la morte di lei e sua figlia”. “Veramente attenta, finiscila cò sta cosa di togliere il reddito di cittadinanza sennò ti ammazzo ma lo capisci?”. I messaggi erano indirizzati all’account Twitter della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

A inviarli è un 27enne siracusano disoccupato. Su disposizione della Procura di Siracusa, personale della Polizia Postale e della Digos ha eseguito una perquisizione ora indagato per violenza privata aggravata nei confronti della premier.

Povera Giorgia

Bipartisan la solidarietà. “Un abbraccio a Giorgia Meloni e a sua figlia per le gravi minacce subite – scrive su Twitter il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani –. Se qualcuno pensa di condizionare l’azione di questo governo con la violenza si sbaglia di grosso. Mi auguro una condanna trasversale verso l’accaduto”.

“Le minacce a Giorgia Meloni non sono solo rivolte al presidente del Consiglio, ma a tutta la politica. Per questo – scrive Pier Ferdinando Casini su Facebook – bisogna unirsi nel respingerle con fermezza al mittente”.

“Le gravi minacce alla presidente del consiglio e a sua figlia sono un atto vile e inaccettabile – dichiara a nome delle deputate e dei deputati democratici la capogruppo alla Camera, Debora Serracchiani –. Di fronte a questo nuovo attacco, ribadiamo la nostra ferma condanna a ogni violenza, in qualsiasi forma si manifesti, ed esprimiamo la nostra solidarietà a Giorgia Meloni e alla sua famiglia”.

“Le minacce alla vita dei familiari sono oltre ogni limite. Solidarietà a Giorgia Meloni” scrive su Twitter il leader di Articolo 1 ed ex ministro della Salute Roberto Speranza. “Tutta la mia solidarietà a Giorgia Meloni per le disgustose minacce di morte ricevute sui social, indirizzate non solo a lei ma anche alla figlia. I responsabili vanno individuati e puniti, bisogna fermare questa pericolosa escalation di odio” scrive sui social Mara Carfagna, deputata e presidente di Azione.

Fomentatori in azione

Sarebbe stato solo un disgustoso episodio di cronaca se a qualcuno non fosse che qualcuno, al solito, non ha resistito alla tentazione di politicizzare anche questo ennesimo cretino. A far parte le danze è la berlusconiana Licia Ronzulli che scrive: “Ci sono cattivi maestri che vanno in piazza a dire cose non vere: qualcuno sta alimentando questo clima, sta armando la mano di qualcuno – ha detto la capogruppo di Forza Italia al Senato –. Andare nelle piazze a raccontare che aboliremo il rdc è una palese distorsione della realtà”, significa “aizzare le folle, armare le piazze”

E ancora: “Raccontare che tra 8 mesi ci sono persone che resteranno senza vuol dire – ribadisco – aizzare le folle e armare le piazze. Continuerà ad esserci per chi ne ha necessità“. La sottosegretaria al Mur Augusta Montaruli (Fdi) sottolinea “il silenzio una parte della politica. Particolarmente grave è l’atteggiamento di chi, come Giuseppe Conte e il suo Movimento 5 Stelle, da un lato sta aizzando le piazze e dall’altro non ci pensa minimamente a prendere le distanze da toni e posizioni violente”.

Solo che Conte ha espresso la solidarietà, eccome, definendo “esecrabile” la minaccia, esprimendo vicinanza e raccontando delle tante minacce ricevute durante la pandemia. E così torniamo alle solite: strumentalizzare un cretino criminale per sferrare un attacco politico è immorale. Ma ancora più immorale è non rendersi conto che le piazze le aizzano la povertà e la disperazione che se ne fregano dei dibattiti sul Pos e dei decreti sui rave. Questa pagliacciata degli animi infervorati dagli avversari politici non terrà ancora troppo a lungo. Ai partiti di governo conviene governare e smetterla di fare opposizione alla loro opposizione.

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Salvini triste, solitario y final

Nella sua Lega è tornato Umberto Bossi a scavargli un fossato intorno. Già questo dice quando Matteo Salvini sia fragile dentro e fuori al suo partito. Nei giorni scorsi in Lombardia il consigliere regionale Gianmarco Senna ha annunciato l’addio al partito di Salvini per entrare nel Terzo polo, e quindi sosterrà Letizia Moratti alle prossime elezioni regionali. Nella lista di Moratti sono quelli che sperano di entrare nella lista della ex vicepresidente della Regione Lombardia con un doppio obiettivo: mettersi di traverso all’eventuale vittoria di Attilio Fontana per dare uno schiaffo a Matteo Salvini e – per quanto riguarda i consiglieri regionali – sperare di essere rieletti.

In Lombardia la Lega non è più di Salvini. Dopo Bergamo, nei congressi provinciali il Comitato Nord di Bossi si prende Brescia, Lodi, Cremona. A Varese assente Giorgetti, che non ha votato. A Rovigo, in Veneto, al primo congresso provinciale, ha vinto Guglielmo Ferrarese. È vicino all’assessore Cristiano Corazzar, in linea con Zaia. Stessa cosa a Cremona dove segretario è Simone Bossi altro leghista da Comitato Nord. Pavia va a Jacopo Vignati, grazie al sostegno del vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio. A Como è stata invece riconfermata Laura Santin che è la moglie di Fabrizio Cecchetti, segretario della Lega Lombarda, uno che in Lombardia ha lavorato contro Attilio Fontana.

Il calo del partito di Salvini sembra inarrestabile anche a livello nazionale, assestandosi al 7,6 per cento, più di un punto sotto il pessimo risultato delle politiche e scavalcato anche dal Terzo polo, al 7,9. Vola la sua avversaria Giorgia Meloni. Anzi, a dirla tutta, Matteo Salvini e Giorgia Meloni ormai giocano in due campionati diversi: lui arranca in un ministero di cui non ha competenze e a cui non riesce a dare slancio (attaccata a quella bolsa trovata del ponte sullo Stretto) mentre lei tira i fili del Paese.

Ieri sera Matteo Salvini, logorato e svuotato da una sconfitta che può riuscire solo a rallentare, ha impugnato il suo telefono convinto di avere trovato una grande idea per scaldare gli animi dei suoi elettori. Ha preso un video dei tifosi del Marocco che festeggiavano a Milano e l’ha pubblicato su Facebook commentando con «il Marocco elimina la Spagna, così “festeggiano” a Milano… Mi auguro che i responsabili vengano identificati e ripaghino tutti i danni». È passata qualche manciata di minuti e la Questura di Milano ha diramato un comunicato in cui scrive che «non ci sono stati disordini o criticità».

Poi Matteo è andato a dormire.

Buon mercoledì.

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Il Governo scontenta tutti. Pure gli elettori della Meloni

Dice Giorgia Meloni di essere “stufa” degli attacchi al suo governo. Avrebbe un senso se non fosse la stessa Meloni che solo con gli attacchi, solo con quelli, è riuscita a racimolare voti stando da sola seduta all’opposizione. Con Giorgia Meloni non è d’accordo nessuno, il suo governo è riuscito nell’improba impresa di mettere d’accordo Confindustria e sindacati, oltre all’Ocse, a Bankitalia e tutto il resto.

Chi sperava nella rivoluzione sovranista si è ritrovato un governo fotocopia di Draghi

Così Meloni ha deciso di mandare in avanscoperta il suo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari per dire quello che avrebbe detto in prima persona se non fosse a Palazzo Chigi, dove un minimo di compostezza istituzionale è richiesta per stare a galla. Ma il problema di Giorgia Meloni di cui nessuno parla in questi giorni sono anche i suoi elettori.

Sì, gli elettori che continuano a crescere nei sondaggi l’hanno votata per avere ”una svolta” cha non è nemmeno all’orizzonte. Gli ex elettori di Salvini che hanno deciso di traslocare in Fratelli d’Italia, ad esempio, l’hanno fatto in gran parte perché ritenevano il leader leghista troppo morbido con la linea Draghi e con i diktat dell’Ue e finora hanno dovuto sorbirsi dalla presidente del Consiglio una linea economica fatta di lacrime e sangue come il suo predecessore alla presidenza del Consiglio e una linea diplomatica appiattita sui desiderata di Bruxelles.

Che gli elettori non sprizzino felicità si scorge tra i commenti sui social della presidente, quando non sono prontamente moderati. Stesso discorso per la guerra in Ucraina: a destra c’è un folto gruppo di italiani convinti che nella Russia di Putin ci siano i valori che andrebbero ripristinati in Occidente. Delusi anche loro.

Poi ci sono gli evasori, quelli che Meloni e i suoi ministri stanno accarezzando fin dalla prima ora dell’insediamento. La tarantella sul Pos si concluderà con una cifra ben inferiore ai 60 euro promessi in questi giorni. Nelle stanze di Palazzo Chigi si sussurra che la leader di Fratelli d’Italia vorrebbe chiudere a 30 euro ma non c’è troppo ottimismo. E se è vero che nei 60 euro rientra la stragrande maggioranza dei pagamenti elettronici dei piccoli commercianti con una cifra molto inferiore il numero delle operazioni possibili si riduce drasticamente. E non saranno contenti, no.

Stesso discorso per il condono: in campagna elettorale Meloni e Salvini lasciavano intuire di voler predisporre una “pace fiscale” (da quelle parti il condono lo chiamano così) che risolvesse le sofferenze della pandemia. Nulla di fatto. Si parla di cartelle esattoriali dal 2010 al 2015 sotto i mille euro.

Troppo distanti dai 10mila euro ventilati in campagna elettorale, troppo lontani negli anni. Troppo lontani i tempi del condono tombale di Berlusconi che con pochi spicci azzerava tutte le posizioni con il fisco. “Non ce lo permette l’Europa”, dicono i parlamentari eletti nei loro territori. E così si ricomincia: “Schiavi dell’Europa” e così via.

Stesso discorso per chi con Giorgia Meloni sperava nelle frontiere chiuse e nei colpi di cannone contro i migranti. Dopo lo sprint iniziale del ministro Piantedosi (bacchettato dall’Europa e soprattutto dal diritto internazionale) anche l’immigrazione diventerà solo una questione di narrazione.

C’è poi la flat tax molto più sfumata del previsto, le accise della benzina sono addirittura aumentate, ci sono gli odiati tedeschi e francesi che avrebbero dovuto essere “rimessi a posto” e invece sono lì a dettare le condizioni. Il bramato attacco all’aborto si è ridotto a un paio di slogan durati per qualche giorno.

Poi ci sono i no vax, che nella Meloni vedevano l’occasione della loro seconda Norimberga e che, anche nel loro caso, si devono accontentare di risparmiare qualche euro di multa. Doveva essere un rivoluzione e invece è solo una furba presa del potere. Finché dura.

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Schlein tallona Bonaccini, venti di scissione nel Pd

No, non è così scontato. Negli uffici del Nazareno circola un sondaggio che dà Stefano Bonaccini con un gradimento al 25% per la segreteria del Pd ma poco dietro, al 21%, sarebbe tallonato da Elly Schlein che ha ufficializzato la sua candidatura. Sarebbero sotto il 5% gli altri due candidati Matteo Ricci e Paola De Micheli.

Un sondaggio dà Elly Schlein a soli 5 punti da Stefano Bonaccini. Nel caso vincesse gli ex renziani minacciano l’addio

Il dato è importante perché nel mese di gennaio ci saranno le votazioni “interne” al partito tra gli iscritti ma poi, stando allo Statuto, il 19 febbraio i primi due si sfideranno alle primarie aperte. I dati si riferiscono solo al gradimento tra gli iscritti al Pd ma con questi numeri è probabile che molti degli indecisi, quando i due sfidanti si affronteranno ai banchetti aperti anche ai simpatizzanti, decideranno di convergere su Elly Schlein. Che per tutta la giornata di ieri è stata l’obiettivo degli attacchi della destra e del cosiddetto Terzo polo.

Tra i renziani e i calendiani serpeggia il timore che un’eventuale vittoria di Schlein allontani definitivamente qualsiasi possibilità di collaborazione con i Dem e, nonostante il bullismo di facciata, sanno benissimo che la sponda con il Partito democratico gli serve per governare in diverse realtà.

Anche per questo la giornata di ieri si è consumata tra rivendicazioni varie (con Renzi che reclama di essere “l’inventore” di Schlein) e minacce di separazione. Lo spettro della “scissione” nel caso di vittoria di Schlein ora non è più una voce isolata (il primo fu Gori venerdì) ma una minaccia dell’area progressista. Non proprio il clima ideale per ricostituirsi.

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Stretta finale Pd-M5S in Lombardia

Renzi e Calenda sono sempre lì. All’assemblea tenutasi a Milano di Italia Viva Matteo Renzi insiste: “lo sanno gli amici del Pd lombardo: se Majorino decide di fare il vice della Moratti, noi in Lombardia si vince e dopo 30 anni la Lombardia cambia colore. Io ci credo fino all’ultimo”, dice.

In Lombardia si va verso verso l’intesa Pd-M5S nonostante Renzi. Confronto serrato per ricostruire l’asse giallorosso

Senza nessuno sprezzo del ridicolo, con i sondaggi ormai a disposizione di tutti, il cosiddetto Terzo polo propone al Partito democratico di fare da vice nonostante abbia il doppio dei voti. Farebbe ridere se non ci fosse di mezzo la serissima opportunità di strappare Regione Lombardia alla destra dopo quasi trent’anni e se questa patetica strategia di logoramento nei confronti del Pd non fosse fatta sulla pelle dei cittadini.

Che Letizia Moratti non abbia nulla da spartire con il centrosinistra l’ha ripetuto durante l’evento del candidato Pierfrancesco Majorino (nella foto) perfino l’assessore dem di Milano Pierfrancesco Maran, uno che crede fermamente al valore di un perimetro politico che preveda anche il cosiddetto Terzo polo: “L’opzione Moratti è impraticabile”, ha scandito dal palco.

Per questo il segretario regionale del Pd Vinicio Peluffo risponde a Renzi con una provocazione: “Se Renzi vuole giocarsi la partita da vincente – dice – e non da spettatore noi ci siamo: ritiri il sostegno a Letizia Moratti e liberi dai tatticismi romani i rappresentati lombardi di Azione e Italia viva. Altrimenti il dubbio è che l’appello di Renzi abbia un unico significato: mettere le mani avanti per la sconfitta”.

Netto anche Majorino ieri: se anche “facessimo un accordo” con la candidata del terzo polo alle regionali del 2023 in Lombardia, Letizia Moratti, “tantissimi elettori di centrosinistra comunque non ci seguirebbero” quindi “accadrebbe la cosa peggiore di tutte: non solo perderemmo con Fontana, ma perderemmo con Fontana sostenendo la Moratti, che sarebbe il punto più alto della crisi possibile”.

Del resto il Partito democratico da giorni sta lavorando per allargare la coalizione dalla parte opposta, aprendo al Movimento 5 Stelle. Da giorni le parti si stanno incontrando per discutere “sui temi”, come aveva chiesto Giuseppe Conte, prima di discutere “di nomi”. L’accordo tra M5S e Pd potrebbe in effetti riaprire la partita (seppur difficile) e influire anche sugli scenari nazionali. Un primo incontro c’è stato lunedì, per oggi è programmato il secondo. “Condividiamo con forza un approccio che parte dal confronto sui temi fondamentali per cambiare la Lombardia.

Ricordandoci sempre che l’obiettivo, per il bene della nostra regione, è battere Fontana”, ci dice il candidato alla Presidenza di Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino. Il sindaco di Milano Beppe Sala intanto annuncia di voler fare “una telefonata a Conte”: “Credo lo chiamerò per parlargli di quali sono i punti che possiamo condividere”, ha risposto ai cronisti che lo incalzavano.

Sullo stato della trattativa il 5 Stelle Dario Violi ci spiega: “È stata una prima riunione interlocutoria, dove noi abbiamo illustrato i cinque punti del nostro programma, mentre abbiamo scelto di accantonare la questione del candidato – spiega il coordinatore lombardo del Movimento -. L’idea è di fare altri due o tre incontri a partire da martedì, per vedere se c’è la possibilità di trovare un accordo sui temi”.

A taccuini chiusi e microfoni spenti qualcuno giura che alla fine l’accordo si farà. “Questione di giorni”. Resta solo da risolvere il nodo con +Europa che non vuole i grillini in coalizione. Ma qualcuno ricorda che erano gli stessi che avevano messo il veto proprio su Majorino e poi sono scesi a miti consigli.

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Trasparenza zero sui miliardi del Pnrr

Avrebbe dovuto essere tra le altre cose il trionfo della trasparenza e invece a un anno e mezzo dall’approvazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza avere i dati sul suo avanzamento continua a essere un’impresa ostica. Nelle intenzioni del governo il sito Italia domani, andato online a inizio agosto, avrebbe dovuto essere il portale per il monitoraggio del Pnrr a disposizione di partiti, cittadini.

Ad un anno e mezzo dal via al Pnrr avere informazioni sul suo avanzamento è un’impresa

Peccato che da nessuna parte sia possibile monitorare con dati aggiornati il rispetto delle scadenze periodicamente previste dal piano. Si tratta di 190 miliardi di euro che arriveranno all’Italia dall’Unione europea entro il 2026, oltre ai 30 miliardi di euro del fondo complementare nazionale a supporto. Eppure solo con dati aperti, rielaboratili e pubblicamente disponibili si potrebbe chiedere conto alla politica di come si stia procedendo.

Per questo oltre 50 realtà del mondo civico hanno deciso di lanciare la campagna #ItaliaDomaniDatiOggi che chiede un maggiore impegno per la trasparenza alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di coesione e (appunto) il Pnrr, Raffaele Fitto (nella foto).

Gli estensori dell’appello ricordano come ne portale Italia domani siano presenti informazione solamente per 5mila progetti legati a quattro procedure di gara, per un valore complessivo di circa un miliardo di euro che risalgono al mese di maggio.

“Tuttavia nella seconda relazione che il governo Draghi ha presentato al parlamento nei primi giorni di ottobre, si legge che i progetti che risultano attualmente in corso sarebbero oltre 73mila. – scrivono – I dati mancanti sarebbero dovuti confluire in un unico database centralizzato attraverso il sistema informatico Regis. Un portale creato dal ministero dell’economia in cui tutti i soggetti coinvolti avrebbero dovuto caricare le informazioni legate agli interventi di loro competenza. Ma, com’è evidente, ciò non è ancora avvenuto. L’obiettivo di fornire a cittadini e realtà del terzo settore dati aperti e riutilizzabili a fini di monitoraggio peraltro doveva essere conseguito già nel 2021. Tuttavia i ritardi nell’implementazione della piattaforma avevano fatto mancare questo primo appuntamento. Successivamente, il governo aveva assicurato che tale infrastruttura sarebbe stata operativa entro il 30 giugno di quest’anno. Ciò anche a seguito di impegni presi con la Commissione Ue. Anche questo traguardo però è stato mancato”.

“Il Pnrr – si legge nell’appello – rappresenta una sfida epocale ed irripetibile per il nostro paese. Una sfida che avrà impatti significativi anche sulle generazioni future. Da questo punto di vista, la trasparenza e la disponibilità dei dati sono condizione essenziale per promuovere il dibattito, esercitare il controllo civico e intervenire per scongiurare sprechi ed errori”. In base ai dati disponibili, sappiamo già per certo che quest’anno l’Italia spenderà meno risorse del Pnrr rispetto a quanto preventivato.

Fino a oggi il nostro Paese ha ricevuto 67 miliardi di euro e il governo Draghi aveva dichiarato l’obiettivo di spenderne circa 20,5 miliardi di euro entro la fine del 2021, circa la metà rispetto alla spesa preventiva con la tabella di marcia originaria. Il 1° dicembre, un articolo pubblicato su La Stampa scriveva che la spesa entro la fine di quest’anno si aggirerà intorno ai 15 miliardi di euro, lontani anche dal traguardo fissato dal precedente governo. Quindi? A che punto siamo davvero?

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