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Strategia antiterrorismo Usa: “Vi troveremo e vi uccideremo”. Anarchici e antifascisti equiparati a cartelli e jihadisti

A pagina tre della 2026 United States Counterterrorism Strategy, sopra la firma di Donald Trump, c’è una frase che vale la pena leggere due volte: “We Will Find You and We Will Kill You”. Vi troveremo e vi uccideremo. È la chiusura della Presidential Foreword del documento pubblicato dalla Casa Bianca il 6 maggio 2026, sedici pagine firmate dal presidente e materialmente redatte da Sebastian Gorka, Senior Director for Counterterrorism al Consiglio di sicurezza nazionale. Una minaccia di morte stampata sopra la firma del capo di Stato dentro il documento che fissa le priorità di sicurezza nazionale del secondo mandato.

I tre nemici

La strategia individua “tre principali tipi di gruppi terroristici”: “narcoterroristi e gang transnazionali”, “terroristi islamisti classici”, e “estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti”. L’ordine è gerarchico. I cartelli messicani vengono prima di al-Qaeda e dell’ISIS. Al terzo posto, equiparati ai jihadisti, ci sono cittadini americani che protestano: “gruppi politici secolari violenti la cui ideologia è anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica”. Il governo userà “tutti gli strumenti costituzionalmente disponibili” per “mapparli in patria, identificarne i membri, mappare i loro legami con organizzazioni internazionali come Antifa”.

Il punto giuridico è quasi criminale: negli Stati Uniti manca qualsiasi autorità legale per designare un gruppo come “organizzazione terroristica domestica”. Lo ha ricordato Faiza Patel del Brennan Center: manca lo statuto. Esiste solo per le organizzazioni terroristiche straniere, gestite dal Dipartimento di Stato. Cosa fa quindi l’amministrazione? Designa quattro gruppi europei come “Antifa-linked” tra novembre e dicembre 2025, fabbrica un nesso estero, e usa quel nesso per sorvegliare cittadini americani.

Il precedente NSPM-7

Il documento di maggio si appoggia su NSPM-7, il memorandum di sicurezza nazionale firmato il 25 settembre 2025, tre giorni dopo l’omicidio di Charlie Kirk e l’ordine esecutivo che designava Antifa “organizzazione terroristica domestica”. È il provvedimento più radicale dai tempi del Patriot Act e la stampa mainstream l’ha quasi ignorato. Identifica come “indicatori” di terrorismo una lista di opinioni: “anti-americanismo, anti-capitalismo, anti-cristianesimo”, “estremismo su migrazione, razza e genere”, ostilità verso le “visioni tradizionali americane su famiglia, religione e moralità”. Opinioni protette dal Primo Emendamento, ora segnali di pericolo.

Il memorandum dirige le Joint Terrorism Task Force dell’FBI, circa 200 strutture sul territorio, a investigare “tutti i partecipanti a queste cospirazioni”: nonprofit, fondazioni, donatori, attivisti, chiunque “fomenti” violenza politica prima che si verifichi. Il principio del pre-crimine è esplicito. Stephen Miller l’ha definito “il primo sforzo nella storia americana di smantellamento del terrorismo di sinistra”. La sproporzione si misura con un dato che NSPM-7 omette: il 6 gennaio 2021, l’unico recente assalto al sistema democratico americano, è assente.

Nel 2026 è stato costituito il NSPM-7 Joint Mission Center, struttura interforze dell’FBI con dieci agenzie federali integrate per “analisi finanziaria, supporto operativo e intelligence”. Un centro di sorveglianza politica col timbro del terrorismo. Il Tesoro indaga sui flussi delle nonprofit. L’IRS verifica la Open Society Foundations. La strategia di maggio assorbe questo perimetro e lo amplia: gli “estremisti di sinistra” diventano categoria ufficiale di terrorismo nazionale. Quando le etichette politiche diventano minacce alla sicurezza nazionale, il bersaglio cambia da un giorno all’altro. Oggi i cartelli, domani i dissidenti. La frase sopra la firma presidenziale è il manifesto operativo. Resta da capire chi deciderà, di volta in volta, chi va trovato.

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Giuli usa Regeni per regolare i conti con Fazzolari

L’8 aprile Alessandro Giuli era alla Camera a spiegare perché il ministero aveva negato i fondi al documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: «Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta. Ma il ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà». La commissione, ha ripetuto, è tecnica e indipendente. Orientarla sarebbe stato un reato. Il 10 maggio lo stesso Giuli…

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L’inferno dei bimbi di Gaza

Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono. È la frase del bollettino UNRWA del 5 maggio, riferita al monitoraggio nella Striscia di Gaza. L’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi documenta infestazioni di roditori nelle strutture sanitarie di Khan Younis. L’Ocha ha rilevato roditori e parassiti nell’81% degli oltre 1.600 siti per sfollati valutati a Gaza. Il 90% delle infrastrutture idriche è distrutto. Il 60% delle famiglie non ha acqua sufficiente.

Reinhilde Van de Weert, rappresentante Oms a Gaza, il 5 maggio ha dichiarato: «Questa è solo la sfortunata ma prevedibile conseguenza di una situazione in cui le persone vivono in un ambiente al collasso.» Nei primi quattro mesi del 2026 l’OMS conta 17.000 infezioni da ectoparassiti. I nati morti sono aumentati del 140% rispetto al 2022. La carenza di rodenticidi aggrava il rischio di leptospirosi. Israele ha consentito l’ingresso di mille trappole per topi. 680.000 minori vivono in campi dove roditori e parassiti sono strutturali. Le tende che avrebbero dovuto essere riparo temporaneo sono residenza permanente: Israele ha bloccato la ricostruzione.

Il Board of Peace di Donald Trump ha ricevuto 100 milioni dagli Emirati per addestrare 27.000 agenti di polizia palestinesi in Egitto e Giordania. Lo riporta il Times of Israel, citando un funzionario americano. Le reclute — inclusi gli ex funzionari civili di Hamas — devono essere approvate dallo Shin Bet. Il governo tecnico palestinese istituito per sostituire Hamas non ha ancora ricevuto da Israele il permesso di entrare nell’enclave.

Le flotte della Global Sumud Flotilla si muovono da Creta verso Marmaris, in Turchia. La detenzione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek è prorogata fino al 10 maggio.

Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono.

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Italia paese del gioco d’azzardo: 165 miliardi, tre milioni di dipendenti. E un mercato illegale parallelo dove operano 147 clan

Centosessantacinque miliardi di euro. È la raccolta del gioco d’azzardo in Italia nel 2025, nuovo record confermato dalla Relazione ufficiale trasmessa alle Camere il 14 aprile dal Ministero dell’Economia. Più della spesa sanitaria pubblica. Per ogni euro che lo Stato incassa, qualcuno ha già scommesso venti su una probabilità costruita per perdere.

Gioco d’azzardo, il profilo della dipendenza

Sono 18 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno tentato la fortuna almeno una volta, secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Di questi, 1,5 milioni sono giocatori patologici, il 3% della popolazione adulta. Altri 1,4 milioni a rischio moderato. Per ogni giocatore patologico, altre sette persone sono coinvolte. Il dossier “Azzardomafie” di Libera stima che 20,4 milioni di cittadini subiscano l’”azzardo passivo”.

L’industria non vende intrattenimento: vende rinforzo intermittente. Ricompense casuali che mantengono alta l’aspettativa, lo stesso meccanismo che la letteratura scientifica associa alle dipendenze da sostanze. Slot machine, app, bonus, cashback: ogni elemento è progettato per prolungare l’esposizione. Chiamarlo “gioco” è una manomissione semantica. L’azzardo industrializzato è un condizionamento operante pensato per impedire di smettere.

Province povere e quartieri periferici registrano densità più alta di slot e perdite pro capite più pesanti. Prato nel 2024 ha toccato 4.298 euro di spesa per abitante, bambini compresi. I conti online attivi sono passati da 11 milioni nel 2020 a quasi 16 milioni nel 2024. Nel 2025 il canale digitale ha assorbito il 61% della raccolta, contro il 35% del 2019.

Centoquarantasette clan

Poi c’è il mondo del gioco sommerso e illegale. Le relazioni della DIA e della Direzione Nazionale Antimafia documentano 147 clan attivi in 16 regioni, sotto 25 Procure antimafia. Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita, reti transnazionali: rendimenti elevati, rischi penali contenuti, riciclaggio dentro lo stesso circuito che genera il denaro sporco. Secondo la Dia, il gioco ha superato il narcotraffico come prima fonte di guadagno della criminalità organizzata italiana.

Nel primo semestre 2025, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia ha ricevuto 6.433 segnalazioni sospette dal settore scommesse, per 728 milioni di euro, un incremento del 37% rispetto allo stesso semestre del 2024. Tra il 2023 e il 2025, 21 attentati e incendi a sale gioco. Il mercato parallelo vale tra i 20 e i 25 miliardi l’anno, secondo Agic e Luiss Business School.

Lo Stato biscazziere

Tornando al gioco legale, lo Stato è contemporaneamente concessionario, regolatore e beneficiario fiscale. Con la legge n. 41 del 2024 è stata istituita la Consulta permanente dei giochi pubblici al Ministero dell’Economia, con partecipazione diretta dei concessionari: i vigilati dentro l’organo di vigilanza. La legge di bilancio 2025, all’articolo 66, ha soppresso l’Osservatorio sul gioco d’azzardo patologico del Ministero della Salute, nato nel 2016, e il fondo vincolato di 50 milioni l’anno per prevenzione e cura. Le risorse sono confluite in un fondo generico in cui alla voce azzardo spetta il 34,25%.

La Corte dei Conti nel 2024 aveva segnalato le incongruenze tra volumi del giocato, gettito erariale e costi sociali. Nessuna correzione. Il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dichiarato che la linea è “mantenere un equilibrio costante tra regolazione, innovazione e tutela dell’interesse erariale.” L’interesse erariale: 11,4 miliardi a fronte di 165 di raccolta. Meno di 7 euro ogni 100 giocati.

L’azzardo cresce dove arretrano i salari, dove il welfare è debole, dove la mobilità è bloccata. Il profilo del giocatore abituale si sovrappone a quello del lavoratore povero, del precario cronico, del pensionato con assegno insufficiente. Dove lo Stato smette di assicurare certezza, il mercato vende l’illusione della sorte. Solo che l’illusione è un prodotto industriale, calibrato per essere persa.

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Vannacci e Calenda, confronto-scontro sull’Ucraina. Ecco il fact checking del botta e risposta: hanno torto tutti e due

L’Ucraina come randello. Il 6 maggio, su Rete 4, Roberto Vannacci e Carlo Calenda si sono seduti uno di fronte all’altro per parlare dell’Ucraina. Hanno parlato di loro stessi. Vannacci ha detto che l’Unione europea ha “regalato 90 miliardi” all’Ucraina, sottraendoli agli ospedali italiani. Calenda ha risposto che è un prestito garantito dagli asset russi congelati. Poi si sono accusati di mentire.

Pagella Politica ha ricostruito la vicenda. Il quadro è più scomodo di quanto entrambi vogliano ammettere.

Vannacci contro Calenda: scontro sull’Ucraina

Il 23 aprile 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato l’atto finale per il prestito da 90 miliardi all’Ucraina. La decisione era stata approvata dal Consiglio europeo il 18 dicembre 2025, bloccata dal veto di Viktor Orbán e sbloccata dopo la vittoria di Péter Magyar il 12 aprile, che ha chiuso sedici anni di governo orbaniano. I 90 miliardi sono un prestito emesso sui mercati tramite debito comune europeo: 30 miliardi al bilancio ucraino, 60 alla difesa. Il servizio del debito lo copre il bilancio europeo: un miliardo per il 2027, tre all’anno dal 2028. Su questo Calenda ha ragione. Solo che poi esagera.

Il rimborso è legato alle riparazioni che la Russia dovrà corrispondere all’Ucraina. Finché non paga, Kiev non restituisce nulla. I 210 miliardi di asset russi congelati sono una garanzia possibile, non automatica. Lo ribadisce Pagella Politica: l’utilizzo degli asset è un’ipotesi. Vannacci non sbaglia quando dice che il rimborso è incerto. Sbaglia a chiamarlo regalo: il costo reale oggi è il servizio del debito.

Vannacci semplifica per eccesso, Calenda per difetto. Entrambi usano i numeri come clava.

Il cortile

Sui tecnicismi del Regolamento europeo la questione è aperta. La cosa interessante è perché abbiano scelto di litigare su questo, in questo modo.

Vannacci è europarlamentare e fondatore di Futuro Nazionale, partito lanciato il 3 febbraio 2026 dopo aver abbandonato la Lega. Si rivolge a chi percepisce i soldi europei per Kiev come soldi sottratti agli italiani. L’argomento dei “13 miliardi sottratti agli ospedali” è un’emozione impacchettata in un numero. Chi controlla che gli ospedali siano sottofinanziati per il prestito all’Ucraina e non per trent’anni di tagli?

Calenda è senatore e segretario di Azione. Il sostegno a Kiev è per lui un marcatore identitario, una separazione dal “populismo” di destra e di sinistra. Quando corregge Vannacci, lo fa per costruire la scena del “serio contro il demagogo”, non per precisione tecnica. Solo che la sua versione presenta come certa una garanzia che il regolamento descrive come eventuale. Il risultato è che due politici hanno discusso di una guerra usando i morti ucraini come sfondo per una lite di cortile.

Gli ucraini

L’Ucraina è un paese sotto attacco dal febbraio 2022, con infrastrutture distrutte e civili sfollati. I 90 miliardi serviranno anche a pagare stipendi di insegnanti e medici in un paese il cui bilancio è tenuto in piedi dagli alleati perché la guerra assorbe risorse che in tempo di pace andrebbero ai servizi. Discutere se siano un “regalo” o un “prestito” senza menzionare a cosa servano è espungere gli ucraini dalla conversazione. Ridurli a occasione contabile.

Vannacci li espunge per ideologia: confini e interessi nazionali. Nessuna solidarietà transnazionale. Calenda li espunge per eccesso di tecnicità: talmente concentrato a smontare l’avversario che il paese aggredito diventa il pretesto, non il soggetto. Entrambi parlano come se lì non ci fosse nessuno. Quando la guerra viene presentata solo come un costo, qualcuno inizia a chiedersi se valga la pena pagarlo. La risposta che forniscono è la stessa: dipende da quanto ci costa. Gli ucraini muoiono. Ma quello, in fondo, è affare loro.

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Azione, Sonia Alfano molla Calenda: il leader nomina un commissario regionale e in Sicilia il partito si sgretola

A Palazzo dei Normanni la conferenza stampa dell’addio ha la forma di un regolamento di conti. Sonia Alfano, già europarlamentare, già presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, figlia di Beppe Alfano, il giornalista assassinato da Cosa Nostra a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993, legge la sua uscita da Azione con la precisione di chi ha imparato a pesare le parole in ben altre aule. Carlo Calenda non le ha neanche risposto al telefono. E la frase con cui ha aperto la conferenza vale come sentenza: «Doveva commissariare la Sicilia e ha finito per commissariare se stesso».

Dentro c’è tutto: la pretesa verticistica, la nomina che ha fatto esplodere la crisi. Azione in Sicilia non si sgretola per una questione di caratteri. Si sgretola perché i dirigenti locali non riconoscono più la direzione politica come propria. Quando hai costruito tutto sulla legalità e sulla distanza dal centrodestra siciliano, nomi e silenzi diventano manifesti politici.

Con Alfano lasciano Vincenzo Faraone, dirigente della sezione palermitana, e Damiano Motta, segretario provinciale di Ragusa. Il gruppo di Trapani sarebbe già sull’uscio. Azione perde in un pomeriggio quasi tutta la propria classe dirigente regionale, a un anno dall’avvio della campagna per le Regionali 2027.

Il commissariamento che ha scatenato tutto

La nomina che ha rotto gli argini è quella di Francesco Italia, sindaco di Siracusa, a commissario regionale di Azione. La direzione nazionale ha formalizzato la scelta circa due settimane prima. Italia è in Azione dal 2019, fa parte del comitato promotore del partito in Sicilia fin dall’inizio. Per i dirigenti uscenti la nomina rimane «inspiegabile».

Il punto è dove si colloca Azione rispetto al governo regionale di Renato Schifani. Per mesi, Calenda aveva riempito i propri social di critiche alla gestione della sanità siciliana. Poi il silenzio. I dirigenti aspettavano l’opposizione che avevano costruito. Trovavano il vuoto. Alfano: «Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie che avevano alimentato speranze ed entusiasmo».

C’è poi la questione interna. Il vertice, secondo Alfano, «impedisce di fare politica libera». Un partito che si presentava come alternativa alla politica dei notabili, gestito con la stessa verticalità che contestava negli avversari. Calenda, durante un viaggio in Sicilia, avrebbe preferito «un bagno a mare» a incontrare i dirigenti. Una metafora che i fuoriusciti non hanno lasciato cadere.

La dichiarazione d’amore e il mercato dei profughi

In sala stampa è presente Ismaele La Vardera, deputato regionale, fondatore di Controcorrente e candidato alla presidenza della Regione, che rivolge ad Alfano una «dichiarazione d’amore» politica: «Può essere la tua casa naturale». Alfano chiede «qualche ora di riflessione». Faraone e Motta escludono un assorbimento in blocco. La scena racconta un mercato in movimento: ogni fuoriuscita apre una contrattazione. Solo che Alfano viene da una storia in cui la legalità è una biografia, non un posizionamento.

La «furbizia di Schifani» sta qui: allontanare le elezioni sgonfia la pressione accumulata dopo il referendum di marzo, in cui il no aveva superato il 60% in Sicilia. Più tempo c’è, più i pezzi si disperdono. Controcorrente è fuori dal tavolo del campo progressista da gennaio. Azione perde i suoi dirigenti. Italia Viva di Davide Faraone non sfonda. Il centro siciliano che dovrebbe raccogliere il voto anti-Schifani è, sostanzialmente, ancora un titolo di giornale.

Calenda non risponde al telefono. La Sicilia anticipa qualcosa che si capirà tra qualche mese. Non è detto che sia qualcosa di buono.

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Forniture militari a Israele, un dossier denuncia: 416 spedizioni Made in Italy a Israele da ottobre 2023

La denuncia è circostanziata: 416 spedizioni. Il numero è nei registri doganali, nelle fatture di export, nei giornali di bordo: 416 trasferimenti di materiale militare dall’Italia a Israele dall’ottobre 2023. Più 224 chilotonnellate di carburante. Più le navi che spengono il trasponder nel Mediterraneo. Più i pannelli di controllo dei caccia F-15 caricati su voli di linea a Roma Fiumicino.

Il governo Meloni ha detto che le esportazioni erano state sospese o limitate. Antonio Tajani ha suggerito una sospensione totale. Guido Crosetto ha ammesso che le forniture erano proseguite nell’ambito di contratti preesistenti. Poi Giorgia Meloni ha precisato che solo le nuove licenze erano bloccate. Tre versioni diverse della stessa storia, tutte nella stessa direzione: far credere a un’Italia sobria, cauta, estranea.

Il dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio”, pubblicato il 25 marzo 2026 da People’s Embargo for Palestine, Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), Palestinian Youth Movement (PYM) e The Weapon Watch in collaborazione con l’European Legal Support Center, racconta altro. Lo racconta con numeri, nomi di navi, codici di voli, nomi di aziende. Il 5 maggio il dossier è arrivato alla Camera. La deputata Stefania Ascari (M5S) ha depositato un’interrogazione parlamentare. La risposta non c’è ancora.

Forniture a Israele: il carburante clandestino

Dal porto di Taranto, almeno 85,6 chilotonnellate di petrolio greggio sarebbero state spedite verso le raffinerie israeliane di Ashkelon e Haifa dal luglio 2024. Le navi hanno spento il trasponder AIS per una parte del viaggio: sparire dai radar, cambiare la destinazione dichiarata, riapparire in un porto israeliano. Dalla Sicilia, gestita, sarebbero partite altre 138 chilotonnellate di gasolio, consegnate ad Ashdod e Ashkelon nel 2024 e nel 2025. Quel gasolio alimenta i carri armati Merkava e i bulldozer D9 che demoliscono le case a Gaza.

Di tutto di più

I registri, stando al dossier, documenterebbero oltre 150 trasferimenti di componenti aerospaziali. A cominciare dai pannelli di controllo HUD per i caccia F-15: l’interfaccia tra il pilota e il sistema d’arma che decide dove cade la bomba. L’F-15 è la piattaforma con cui Israele ha sganciato bombe MK-84 da 2.000 libbre su edifici residenziali, scuole e campi profughi. Gli attacchi su al-Maghazi e Rafah hanno causato centinaia di morti civili, decine di bambini. Nel novembre 2024 una spedizione classificata come «armi», sarebbe arrivata a Tel Aviv via Milano Malpensa.

Altre quattro spedizioni di componenti aeronautici dalla Puglia sarebbero state recapitate alla Base Aerea di Nevatim, centro operativo degli F-35I israeliani, tra novembre 2023 e febbraio 2024. Poi ci sarebbero pure i 44 pallet di giubbotti antiproiettile a Source Vagabond Systems, fornitore dell’esercito israeliano.

Il 13 aprile 2026 il governo Meloni “ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”. Poi in Europa si è opposto allo stop all’intesa Ue-Israele. L’ambiguità reiterata nelle dichiarazioni e nei fatti. CHe diventa metodo.

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Querele temerarie: il governo che non vuole lo scudo

Il 7 maggio è scaduto il termine per recepire la direttiva anti-SLAPP, nata in memoria di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese assassinata dopo anni di querele ricevute da politici. L’Italia non ha recepito nulla. La notizia sarebbe già abbastanza. Solo che lo stesso giorno Matteo Piantedosi depositava una querela contro il direttore di Dagospia, per aver scritto della relazione con…

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Scuola, 50 piazze contro la riforma degli Istituti tecnici: nel mirino il decreto che ha cambiato le carte a iscrizioni già chiuse

Il decreto ministeriale n. 29 è datato 19 febbraio 2026. Le iscrizioni alle classi prime degli istituti tecnici erano già chiuse da settimane. Prima si chiudono le liste, poi si cambia la scuola. È questo il punto di partenza dello sciopero che oggi ha fermato gli istituti tecnici di tutta Italia: più di trenta piazze, da Milano a Roma, da Torino a Firenze a Napoli. A chiamare l’astensione sono Flc Cgil, Cub Sur e Sgb, con l’adesione di Cobas Scuola e Usb Pubblico Impiego.

Cronologia scomoda

Il DM 29 è una riscrittura dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici: indirizzi, quadri orari, risultati di apprendimento, con effetto immediato sulle classi prime del 2026-2027. I ragazzi che si sono iscritti a febbraio hanno scelto una scuola, e a settembre ne troveranno un’altra. Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nel parere del 5 febbraio, aveva già segnalato che il decreto arrivava «in ritardo rispetto ai processi già avviati nelle scuole». Il ministero non lo ha ritenuto un ostacolo. Ma intanto stanno nascendo comitati di genitori che valutano ricorsi legali.

Nell’arco del quinquennio, la riduzione complessiva delle ore è di 627 unità. L’area culturale generale perde 132 ore, di cui 33 di lingua italiana. Le discipline di base vengono alleggerite di 561 ore, spostate verso la “quota flessibile” orientata alle “esigenze formative delle imprese”, sta scritto nel decreto. Il quinto anno scende da 1.056 a 990 ore, con meno italiano nell’anno dell’esame di Stato. Biologia, Chimica, Fisica e Scienze della Terra vengono accorpate in un’unica disciplina che perde 231 ore. Le Tecnologie e Tecniche della Rappresentazione Grafica vengono dimezzate nel settore tecnologico. La Flc Cgil quantifica un saldo negativo di 576 docenti: 1.680 posti persi nelle discipline fondamentali, parzialmente compensati da 1.104 nuovi insegnanti tecnico-pratici.

Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, si tratta di «una scelta politica precisa: subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, con un intervento che svuota il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera».

Cspi e risposta del governo

Il Cspi aveva avvertito nel parere del 5 febbraio 2026 che la riforma rischiava di tradursi «in una fonte di disorientamento per le scuole, di ulteriore precarietà per il personale docente e di discontinuità per gli studenti», chiedendo di definire una fase transitoria. Il ministero non ha risposto. La delegazione Flc Cgil in sede Cspi si era astenuta: «il nuovo assetto viene calato in un contesto di invarianza finanziaria».

L’incontro del 6 maggio tra ministero dell’Istruzione e del merito (Mim) e sindacati ha prodotto la promessa vaga di una futura modifica normativa, senza tempi né contenuti precisati. Fracassi ha definito la proposta insufficiente: «Le misure correttive prospettate non affrontano le criticità strutturali». La Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, movimento auto-organizzato di docenti, ha già annunciato che senza la sospensione del decreto si andrà dal rifiuto di adottare i libri di testo alle dimissioni di massa dagli incarichi funzionali.

Prima la filiera tecnologico-professionale, poi il liceo del made in Italy, poi la sperimentazione del liceo in quattro anni. Ogni misura di questa legislatura ha avuto lo stesso marchio: meno tempo scuola, più mercato. L’obiettivo dichiarato è valorizzare l’istruzione tecnica al punto da proporre di ribattezzare tutti gli indirizzi superiori “licei”. La contraddizione è nei fatti: 627 ore tagliate nel quinquennio, scienze dimezzate, decreto firmato a iscrizioni già chiuse. Nelle trenta piazze di ieri, quella contraddizione è scesa in strada. Il prossimo anno scolastico è tra quattro mesi.

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Amministrative, faro puntato su Venezia: campo largo alla prova delle Comunali tra alleanze e rebus primarie

Il calendario non mente mai. Il 24 e 25 maggio si vota in quasi 900 comuni italiani, con venti capoluoghi tra cui Venezia, unico capoluogo di regione. Chi vince a Venezia porta a casa qualcosa di più di una giunta comunale: porta la prova che il campo largo funziona anche quando la scheda è reale.

È questa la scommessa di Elly Schlein: trasformare ogni elezione locale in un tassello della costruzione nazionale, indicare come modello le città già governate insieme. La coalizione come curriculum.

Comunali, da Venezia a Reggio Calabria

Secondo un sondaggio BiDiMedia del 30 aprile, il senatore Pd Andrea Martella è avanti con il 47,3% contro il 41,6% dell’assessore uscente Simone Venturini. La coalizione raccoglie Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra: la stessa geometria che a livello nazionale resta ancora un cantiere.

Reggio Calabria è la posta speculare. Francesco Cannizzaro (FI) guida una coalizione di dodici liste contro Domenico Battaglia (Pd), vincitore delle primarie di centrosinistra di marzo. Azione sostiene il centrodestra: il partito di Carlo Calenda è dentro in Calabria e fuori a livello nazionale, condensando in una sola città molto di quello che succede nell’opposizione.

Intanto il prossimo 16 maggio, all’Antonianum di Roma, Graziano Delrio e Paolo Ciani (Demos) hanno organizzato un incontro con Romano Prodi sotto il cappello di Comunità democratica. Il 12 giugno si terrà l’assemblea di Progetto civico Italia, la rete di Alessandro Onorato: «Una classe dirigente che può mettere in campo una nuova forza politica». Alle primarie, ha aggiunto, «qualcuno di noi deve partecipare».

Il centro del centrosinistra è in movimento e non passa per il Nazareno

Ma bisogna tornare a fine novembre 2025, un incontro a casa di Romano Prodi, ridimensionato poi a caffè. Gli ospiti: Delrio, il sindaco di Milano Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini di Più Uno. Sul tavolo la costruzione di una lista moderata, alleata ma autonoma rispetto al Pd. Una Margherita 4.0. Il problema è che i nomi si moltiplicano ma la figura aggregatrice non arriva. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi si è tirato fuori dalle primarie. La sindaca di Genova Silvia Salis pure. Tutti nello stesso spazio, incapaci di parlare con una voce sola.

Il 5 maggio Marianna Madia ha lasciato il Pd, approdata nel gruppo di Italia Viva come indipendente. Il messaggio ai riformisti dem: «Provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra». Prima di lei, Elisabetta Gualmini era approdata con Calenda a febbraio. Il copione è lo stesso: si va via nel nome dell’allargamento, ci si allontana dichiarando di voler restare vicini.

Verso le amministrative: i sondaggi

I sondaggi fotografano il paradosso. Il campo largo vale intorno al 45-46%, in parità col centrodestra. Il Pd è al 21-23%, il M5S all’11-13%, Avs al 6-7%, Italia Viva al 2-3%. Paralizzato dalla questione della leadership. Schlein o Conte alle primarie? Noto per Porta a Porta dà Schlein avanti a 48% contro 46% di Conte. Only Numbers di Ghisleri ribalta: Conte al 36,9%, Schlein al 32,5%. Nessuno dei due può contare su un mandato chiaro.

Calenda ha detto che prenderebbe in considerazione un accordo col campo largo solo con una figura riformista alla guida. Il nome che fa è Silvia Salis. Salis ha risposto che resta sindaca. Il centrosinistra le ha assegnato un ruolo che lei non ha accettato: federatore immaginario di un’area che non riesce a federarsi da sola.

Le elezioni del 24 maggio funzionano come una lente d’ingrandimento su una contraddizione che il campo progressista porta con sé da tre anni. A Venezia il campo largo è unito. Le alleanze nazionali restano una catena di eventi senza un punto di fuga. Un’eventuale vittoria a Venezia dirà che il campo largo può vincere. Il giorno dopo, tornerà sul tavolo la domanda su chi lo guida e dove si posiziona sull’Ucraina, sulle spese militari, sull’Europa. Tutte domande a cui il caffè da Prodi non ha ancora dato risposta.

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