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L’addio della Moratti fa felice Fontana

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Peggio del previsto. Le dimissioni di Letizia Moratti da vicepresidente di Regione Lombardia aprono la corsa alle prossime elezioni regionali e mostrano d’improvviso i nervi scoperti delle posizioni in campo.

Basta scorrere le dichiarazioni del giorno dopo per rendersi conto che il presidente leghista Attilio Fontana, quello che dovrebbe essere più colpito dall’addio di Moratti, è l’unico che può ostentare sicurezza: “La mia candidatura è nei fatti, mi sembra che i singoli rappresentanti del centrodestra mi abbiano ripetutamente confermato e a questo punto credo non ci sia neanche bisogno di una formalizzazione”, spiega ai giornalisti, lasciando intendere che non è nel centrodestra che Letizia Moratti intende pescare.

Sembra impossibile a scriversi eppure è così. Nel gruppo consigliare regionale del Partito democratico risuonano le posizioni del capogruppo Fabio Pizzul che già alcuni giorni fa invitava il suo partito a “fare importanti valutazioni qualora la vicepresidente Moratti si smarcasse dalla coalizione di centrodestra, prendendone davvero le distanze in maniera chiara e inequivocabile”, com’è effettivamente avvenuto. Seguito a ruota dal collega di partito in Regione Gian Antonio Girelli che invita il Pd a fare “importanti valutazioni”.

Renzi vuole arruolare l’ex ministra Letizia Moratti. Il Pd, invece, non intende candidarla alle regionali lombarde

Così è un gioco da ragazzi per Matteo Renzi infilare il coltello nella piaga e passare al contrattacco: “Se io fossi il segretario del Pd, chiamerei di corsa Letizia Moratti e direi di andare insieme”, dice il leader di Italia Viva ospite su La7 nella trasmissione di Myrta Merlino, L’Aria che tira.

E poi rincara: “Il Partito democratico di Enrico Letta la voglia di vincere non la fa vedere”. Tant’è che per smorzare Renzi tocca intervenire a Matteo Richetti, capogruppo di Azione-Italia Viva alla Camera ma appartenente alla sponda calendiana: “Letizia Moratti non è la candidata”, spiega senza troppi giri di parole. La base del Partito democratico però bolle.

Gli elettori dei Dem assistono increduli alla riabilitazione dell’ex sindaca di Milano, ex ministra alla Cultura berlusconiana che pensavano di avere archiviato sconfiggendola alle elezioni comunali di Milano. Quelle stesse elezioni che avrebbero dovuto aprire una nuova stagione del centrosinistra in Lombardia. Così prima il segretario regionale del Pd Peluffo (“per noi il sostegno alla candidatura di Moratti non è opzione”) e poi il sindaco di Milano Beppe Sala gettano acqua sul fuoco.

La strategia del Nazareno rimane sempre la stessa e si può ritrovare nelle parole della capogruppo al Senato Simona Malpezzi che spiega come “Letizia Moratti è stata espressione del governo che abbiamo contrastato con forza” e mette sul tavolo il nome bisbigliato da settimane: Carlo Cottarelli. Come se le ultime elezioni non fossero state una disfatta epocale i dirigenti nazionali del Partito democratico insistono sulla candidatura dell’economista di Cremona per prendersi la Lombardia convinti che “il nome di Cottarelli costringa il Terzo polo a stare con noi e disinneschi la candidatura di Moratti”, come spiega il senatore lombardo Alessandro Alfieri.

“Il nome perdente di un’elezione disastrosa spinto da una dirigenza dimissionaria”, fanno notare illustri componenti del Partito democratico milanese. Per questo sono in molti, a cominciare dall’assessore milanese Pier Francesco Maran per continuare con il consigliere regionale Pietro Bussolati e la deputata Lia Quartapelle, a credere che le primarie, solo quelle, siano lo strumento che possa attivare il coinvolgimento che serve a rendere contendibile la Regione Lombadia. E la sensazione è che lo pensi anche gran parte degli elettori. Chissà se ancora una volta il Pd cercherà di abbattere il palazzo con giochi di palazzo per perdere ancora.

 

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Nel mirino di Putin i prossimi sono i gay

Aleksandr Khinstein, un deputato del partito al potere Russia Unita, è stato schietto: «Un’operazione militare speciale è in corso non solo sui campi di battaglia», ha detto, usando l’eufemismo approvato dal Cremlino per la guerra, «ma anche nella coscienza delle persone, nelle loro menti e nelle loro anime. Oggi lottiamo affinché in Russia invece di mamma e papà non ci sia ‘genitore 1’, ‘genitore 2’, ‘genitore 3’».

Per rendersi conto dei punti di contatto tra il sovranismo italiano e europeo con Vladimir Putin si potrebbe partire da qui. In Russia il mondo Lgbtqi+ è considerato un diabolico afflato proveniente dall’Occidente per distruggere la tradizione del Paese degli Zar. In questi giorni c’è in discussione un progetto di legge che vieterebbe “la propaganda gay” segnando un periodo ancora più difficile per una comunità già profondamente stigmatizzata. Le leggi vieterebbero la rappresentazione delle relazioni Lgbtq in qualsiasi media – servizi di streaming, piattaforme social, libri, musica, poster, cartelloni pubblicitari e film – e, temono gli attivisti, anche in qualsiasi spazio pubblico.

La proposta di legge è firmata da 400 componenti della Duma su un totale di 450. Difficile che non arrivi sulla scrivania di Putin per essere firmata. L’obiettivo è chiaro: creare un nemico interno per distogliere l’attenzione dalla guerra in Ucraina e per fomentare lo spirito di guerra anche all’interno del Paese. Come spesso accade per accendere la guerra interna basta puntare il mirino contro qualcuno che ha poche armi per difendersi. Il messaggio di Putin è tragicamente cretino pure funzionale: “cari russi, se perdiamo la guerra i vostri figli cambieranno sesso e affosseranno la nazione”.

Gli impauriti oppositori di Putin fanno notare che le nuove leggi potrebbero essere utilizzate per chiudere i festival del cinema e del libro, impedire i servizi medici e altro ancora. Violare le leggi comporterebbe pesanti sanzioni. Qualsiasi attività commerciale che mostrasse immagini di una famiglia con due madri o due padri, ad esempio, potrebbe essere multata fino a 5 milioni di rubli, ovvero circa 81.400 dollari. Gli individui sarebbero soggetti a multe fino a 400.000 rubli, circa 6.500 dollari. Ai film con persone queer potrebbe essere negata la distribuzione.

Maksim Olenichev, un avvocato specializzato in diritti Lgbtq, al NY Times ha spiegato che «il governo fondamentalmente dice che queste persone non hanno gli stessi diritti di tutti gli altri». «’Le persone Lgbtq non sono completamente umane.’ Questo è il modo in cui le persone giustificheranno gli abusi nei loro confronti. Lo scopo è rendere invisibili le persone Lgbtq in Russia».

Non è troppo difficile trovare similitudini.

Buon venerdì.

Nella foto: un attivista per i diritti Lgbt arrestato, Mosca, 27 maggio 2012

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Memorandum – C’è il nostro sangue

Da cinque anni goccioliamo sangue. Lo lasciamo in giro, macchiamo le nostre cose, goccioliamo nei nostri percorsi quotidiani, lasciamo impronte al mattino sulla tazzina del caffè, poi sui sedili delle nostre auto, sulle sedie dei nostri uffici, sulle pacche date ai nostri amici, sulle carezze e sul cuscino.

Ieri il memorandum Italia-Libia è stato rinnovato in automatico per altri 3 anni.

È accaduto, non c’erano dubbi, nel modo più vigliacco: stando zitti. Del resto bisogna essere campioni di codardia per riuscire a digerire le conseguenze drammatiche sulla pelle di almeno 100mila persone che dal 2017 a oggi sono state catturate dalla cosiddetta Guardia costiera Libia e riportate forzatamente il Libia, un paese che non può essere in nessun modo considerato sicuro.

Cosa sia la vita dei migranti in Libia è ormai sotto gli occhi del mondo. Ci sono documenti, video, audio, relazioni internazionali che raccontano di donne scelte ogni notte negli stanzoni delle prigioni libiche per soddisfare gli appetiti sessuali dei loro carcerieri. Ci sono le grida dei ragazzi, anche giovanissimi, a cui vengono rotte le dita, i denti, con la schiena segnata dalle botte e dalla plastica lasciata colare incandescente mentre dall’altro capo del telefono ai famigliari vengono chiesti più soldi. Ci sono le prove di uomini appartenenti alla cosiddetta Guardia costiera libica che appena si tolgono quella putrida divisa diventano gli scafisti che dicono di combattere. Ci sono le prove di condizioni di vita disumane, uomini come topi lasciati in capannoni bui senza i già basilari servizi, corpi che dormono l’uno sull’altro. Abbiamo tutto quello che serve per sapere. Ma non sappiamo, non vogliamo sapere.


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L’Italia e l’Unione Europea continuano a impiegare in Libia sempre più risorse pubbliche e a considerarlo un paese con cui poter stringere accordi, all’interno di un complesso sistema basato sulle politiche di esternalizzazione delle frontiere, che delega ai paesi di origine e transito la gestione dei flussi migratori, con il sostegno economico e la collaborazione dell’Unione Europea e degli Stati membri. Il Memorandum Italia – Libia crea le condizioni per la violazione dei diritti di migranti e rifugiati agevolando indirettamente pratiche di sfruttamento e di tortura perpetrate in maniera sistematica e tali da costituire crimini contro l’umanità”, scrivevano alcuni giorni fa le oltre 40 organizzazioni che sono scese in piazza per chiedere all’Italia e all’Europa di riconoscere le proprie responsabilità e di non rinnovare gli accordi con la Libia.

Il Memorandum prevede il sostegno alla Guardia costiera libica, attraverso fondi, mezzi e addestramento. Continuare a supportarla significa non solo contribuire direttamente e materialmente al respingimento di uomini, donne e bambini ma anche sostenere i centri di detenzione dove le persone vengono sottoposte a trattamenti inumani e degradanti, abusate e uccise. Dal 2017 la Guardia costiera libica ha ricevuto oltre 100 milioni in formazione e equipaggiamenti (57,2 milioni dal Fondo fiduciario per l’Africa e 45 milioni solo attraverso la missione militare italiana dedicata). Soldi pubblici e risorse destinate alla cooperazione e allo sviluppo, impiegate invece per il rafforzamento delle frontiere, senza alcuna salvaguardia dei diritti umani, né alcun meccanismo di monitoraggio e revisione richiesto dalle norme finanziarie dell’UE. Ugualmente le risorse utilizzate per l’implementazione degli interventi umanitari non hanno bilanciato i crimini contro l’umanità che sono commessi attraverso il Memorandum.

Solo che quel memorandum contiene le impronte digitali di governi di destra e di sinistra, attraversa la storia dei partiti politici italiani che in questi 5 anni hanno usato la solidarietà come vessillo per concimare la guerra elettorale. C’è la prima firma, il 2 febbraio del 2017, dell’ex ministro all’Interno Marco Minniti, salvinista ancora prima di Salvini, che per il governo Gentiloni ha stretto gli accordi con il primo ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale libico Fayez al-Sarraj. Ci sono le ditate dei ministri Di Maio e Lamorgese nella proroga del 2 febbraio del 2020. Quando il ministro degli Esteri prometteva di “migliorare gli accordi” che invece sono rimasti intatti e Giuseppe Conte annunciava l’avvio di nuovi negoziati con Tripoli.

Sono cinque anni che trattiamo la Libia come se fosse uno Stato e fingiamo di non sapere che il quadro politico particolarmente instabile disegna un Paese in mano alle bande. Qualsiasi rinnovo sarebbe stato inaccettabile se avessimo avuto occhi per vedere che la Libia è un Paese che vive sulle violazioni ai danni di donne, uomini, bambini e bambine. La Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite parla di “un’impossibilità strutturale di apportare qualsiasi forma di miglioramento delle condizioni di vita delle persone migranti in Libia, a cui si aggiunge un inadeguato accesso dei richiedenti asilo e rifugiati alla protezione internazionale”, descrivendo una Libia dove “episodi di violenza, torture e riduzione in schiavitù sono all’ordine del giorno” e dove risulta evidente “la commistione delle autorità libiche con le milizie, e il loro coinvolgimento nel sistema di detenzione arbitraria, sfruttamento e abuso dei migranti e dei richiedenti asilo”.

Ai bordi dell’Europa abbiamo scelto un sacco dell’umido dove buttare i nostri errori e i nostri orrori. Abbiamo deciso di appaltare i nostri confini a aguzzini pagati e addestrati da noi. Se noi siamo i mandanti dei crimini che avvengono nel Mediterraneo e in Libia quello non è sangue nostro? L’unica vera “grande opera” costruita dagli ultimi governi è un cimitero liquido che seppellisce i disperati dopo averli cucinati nei lager. Aiutiamoli “a casa loro”, si diceva dalle nostre parti qualche anno fa. Lo scrisse perfino il segretario del PD Matteo Renzi in un suo libro. Casa loro gocciola dall’accordo che c’è tra casa nostra e casa loro. Un “patto disumano” in cui “la sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”: sono parole dell’Alto commissario Onu per i diritti umani. E noi da cinque anni lasciamo macchie di sangue in giro e non ce ne siamo ancora accorti.

(da Ultima Voce)

La Meloni torna da Bruxelles senza un euro in più per la manovra

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Così Giorgia Meloni, dopo essersi rivenduta come quella che sarebbe andata a Bruxelles a rovesciare i tavoli e a tenere alta la bandiera del sovranismo italiano, si allinea mogia mogia alle consuete modalità di tutti i suoi predecessori, com’è normale che sia. Certo, nessuno si stupisce, soprattutto alla luce del velocissimo processo di istituzionalizzazione che la presidente del Consiglio ha incarnato fin dal minuto dopo la chiusura delle urne.

La Meloni debutta a Bruxelles rinnegando lo storico euroscetticismo. Ma dietro i sorrisi e gli abbracci con gli odiati tecnocrati, la missione Ue è un nulla di fatto

Avere memoria però è un esercizio utile e importante: per questo converrebbe sovrapporre la Meloni di ieri al Parlamento europeo a quella arrembante di qualche settimana fa. Se la campagna elettorale fosse stata una partita di calcio la leader di Fratelli d’Italia avrebbe vinto con un lungo, lunghissimo, fallo si simulazione. Parole di circostanza per tutta la giornata della presidente del Consiglio che ha incontrato Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola.

La presidente del Parlamento Ue nella sua dichiarazione dopo il colloquio con Meloni dice: “L’incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è andato bene, abbiamo parlato molto di Ucraina, di bollette e di energia. Abbiamo parlato del bisogno che l’Italia resti al centro dell’Ue e dell’Europa. Sono molto contenta della nostra discussione”.

Qualche appunto tra le righe: in Europa la presidente la chiamano presidente, con buona pace della stupida guerra sugli articoli e sulle innescata dai sovranisti di casa nostra e, soprattutto quel “bisogno che l’Italia resti al centro dell’Ue e dell’Europa” che è un’intimazione a non seguire i colpi di testa di qualche membro della maggioranza sovreccitato dal potere. La presidente del Consiglio, intanto, si immerge nei selfie e nei sorrisi e ci fa sapere che è “andata bene”.

Nessun digrignar di denti. Nulla. La quiete diplomatica regna sovrana. Metsola ci tiene anche a ribadire che lei e Meloni sono “totalmente allineate sull’Ucraina. Continuiamo ad essere saldi sulle sanzioni e unite nel riaffermare il nostro sostegno per Kiev”. Nel tempo delle parole, aspettando i fatti, del resto non è un compito difficile fingersi amici degli ucraini se addirittura Salvini e Berlusconi sono riusciti a mimare una distanza da Vladimir Putin.

Ci si trascina così, con parole di rito. Giorgia Meloni dopo l’incontro il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ripete: “Mi sembra si sia creata una interlocuzione molto franca, molto positiva. Sono contenta di come sia andata questa giornata nella quale ho portato il punto di vista italiano. C’è la necessità di dare il prima possibile concretezza alla soluzione” sulla crisi dell’energia e “sul tetto del gas”. Tradotto: l’Ue conosce benissimo il problema ma la politica, che è roba diversa dal populismo, richiede intese sugli equilibri che hanno bisogno di tempo e di impegno.

Una realtà ben diversa dalle promesse della campagna elettorale farcite di soluzioni lampo che sarebbero uscite dal primo Consiglio dei ministri. Il colpo di genio, la maschera che cade, però è quando la presidente del Consiglio si avvicina ai microfoni e ci dice: “Credo che vedersi da vicino possa aiutare a cambiare la narrativa fatta sulla sottoscritta e sul governo italiano. Non siamo marziani, siamo persone in carne ossa. E dall’altra parte mi sembra che c’erano persone che avevano voglia di ascoltare”.

I nemici europei, i portatori dei poteri forti, i terribili assassini della libertà degli italiani, gli odiosissimi tecnocrati di Bruxelles da vicino le sono risultati persino simpatici. Giusto il tempo per le foto di rito, le strette di mano, e corrono tutti a cena.

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Marcia della pace 2022. Antidoto in Italia e Ue alla politica della clava

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“Ci aspettiamo innanzitutto un tempo clemente viste le previsioni”. C’è spazio anche per una battuta propiziatoria nella lunga chiacchierata che Raffaella Bolini, la rappresentante dell’Arci che sta tenendo le redini dell’organizzazione della grande manifestazione di pace che si terrà sabato 5 novembre, concede a La Notizia. “Al di là delle battute, ci aspettiamo una grande partecipazione, perché siamo certi di una cosa”.

Cosa
Avvertiamo che una grande fetta di italiani ha esigenza di tornare in piazza, specie in questo periodo di conflitto. Dal primo giorno della guerra tra Russia e Ucraina la maggior parte delle persone, contrariamente a quello che si crede, pensa che l’Italia debba essere parte della soluzione al problema, e non del problema stesso. La manifestazione di sabato darà modo di dimostrare tutto questo.

Crede che la marcia potrà avere questo ruolo?
Assolutamente sì. Sarà una grande dimostrazione che in tanti vogliono che si lavori per il cessate il fuoco. Abbiamo figure importanti che parteciperanno e che chiedono questo, sia del mondo laico che di quello cattolico. Il momento, peraltro, è giusto e cruciale: la situazione peggiora di giorno in giorno, c’è inoltre il rischio di un allargamento costante del conflitto. Senza dimenticare il ritorno terrificante dell’ombra dell’opzione nucleare. Se ne parla come fosse una cosa normale: è la prova che stiamo superando ogni limite.

Eppure c’è sempre un accostamento troppo semplicistico che si fa in questi casi: chi chiede il cessate il fuoco viene considerato un “putiniano”…
Guardi, questa cosa mi fa sorridere. È un’accusa che non mi fa più né caldo né freddo. È sempre la stessa storia: quando qualcuno di noi contesta una guerra, ci dicono sempre che siamo dalla parte del dittatore di turno. Poi ci vogliono cinque, dieci, venti anni prima che puntualmente si riconosca che noi siamo sempre e semplicemente dalla parte delle vittime. Per il resto, è un’accusa ignobile: non siamo di certo noi che per anni abbiamo foraggiato, commerciato, incontrato o banchettato con Putin. Ed è surreale che a muovere queste accuse sono proprio quelli che fino a un attimo prima tenevano Putin su un piedistallo. Si è completamente ribaltata la realtà.

Entrando nel merito, perché ritiene che l’unica strada sia quella del cessate il fuoco?
Lo dicono i fatti. Se è vero che la guerra lampo di Putin evidentemente non c’è stata, neanche la vittoria della resistenza di Zelensky è all’orizzonte. Il conflitto si è incancrenito. Non possiamo perciò continuare a foraggiare con armi la guerra perché una soluzione sul campo non c’è e non ci sarà. Occorre invece fare in modo che l’Italia e l’Ue promuovano una soluzione di mediazione e di pace.

La marcia ha assunto nell’ultimo periodo anche una valenza politica. Crede sia un merito?
La manifestazione è organizzata come sempre dalla società civile, ma ha sempre una rilevanza politica. Noi siamo sempre favorevoli alla partecipazione dei partiti, purché ovviamente non mettano bandiere sulla marcia. Per il resto ci auguriamo che chi venga, poi si faccia carico del messaggio che la manifestazione vuole lanciare. A noi, al di là delle parole, interessano gli impegni concreti.

E invece della posizione del governo Meloni sul conflitto cosa pensa
In perfetta continuità con il governo Draghi. Ma non mi stupisce: purtroppo siamo in una situazione di vento negativo per cui anche in Europa si pensa che l’unico modo di garantire la sicurezza dei confini sia la strada armata. Ed è triste perché significa che tanto l’Italia quanto l’Ue hanno rinunciato al loro ruolo di mediatori di pace, per cui i confini sono diventati muri armati. L’Ucraina è un esempio proprio di tutto questo.

Perché secondo lei?
Diciamo che il fatto che la sicurezza sia considerata soltanto armata non mi stupisce se penso alla destra che ce l’ha nel suo dna genetico. Il problema è a sinistra, ma purtroppo questo è il ragionamento main-stream che si è affermato.

La sinistra ha rinunciato al suo ruolo?
È tutto molto desolante. Bisognerebbe che a sinistra qualcuno ripensi alle proprie radici, a quello che diceva Berlinguer tra gli altri. Come siamo riusciti ad arrivare da un forte impegno per il disarmo a una visione dell’Europa come baluardo della pace, a una situazione per cui vediamo la guerra come unica soluzione?

Lei che spiegazione si è data
Stiamo tornando alla logica della clava, per cui se ti danno un colpo in testa l’unica soluzione è dare un altro colpo in testa, magari più forte. Ma questo significa far vincere la politica della barbarie.

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Altra grana per la Meloni. Salvini alla frutta fa il premier ombra

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Per rendersene conto basta scorrere qualche agenzia: c’è Adnkronos che ci informa che Matteo Salvini ha promesso di togliere il canone Rai, c’è l’Agi che riporta la frase con sui Salvini promette “il superamento della legge Fornero costi quel che costi”, ce n’è un’altra che ci fa sapere che Salvini è contrario alla vendita della compagnia aerea Ita perché “l’Italia non può fare a meno di avere una compagnia di bandiera”.

Nella maggioranza in troppi sgomitano per apparire. Oltre a Salvini pure Forza Italia gioca al rialzo

Se oggi atterrasse in Italia il corrispondente di qualche giornale straniero crederebbe che Matteo Salvini non sia semplicemente un ministro alle Infrastrutture ma sia il presidente del Consiglio designato dal Presidente della Repubblica. Oppure potrebbe credere che la linea del governo Meloni la faccia Salvini durante le sue dirette sui social.

Salvini riprende da dove aveva lasciato, quando da vice presidente del Consiglio nel primo governo Conte trascorreva le sue giornate nel tentativo di svuotare l’esecutivo di cui faceva parte per aumentare i propri consensi. Giorgia Meloni ne era consapevole ma nessuno prevedeva che il logoramento sarebbe partito così presto, senza nemmeno dare il tempo di un assestamento.

Ma non è solo l’egomania di Salvini il problema. Basta osservare il dibattito tutto interno alla maggioranza sulla norma anti rave per rendersi conto dell’aria che tira. Ieri Francesco Paolo Sisto, viceministro alla Giustizia vicinissimo a Berlusconi, a 24 Mattino su Radio 24, si è affrettato a spiegare che “la norma è in un decreto legge ed è evidente che poi passa al vaglio del Parlamento. Una norma per sua stessa natura soggetta poi alla modifica, con l’intervento del dibattito parlamentare”, lasciando trapelare la posizione non convinta dei berlusconiani.

Passano solo poche ore e il sottosegretario leghista Nicola Molteni smentisce l’alleato: “La norma è chiara, oggi c’è un’intervista del Ministro che specifica le situazioni in cui agirà: la legalità non è né di destra né di sinistra. Il Parlamento potrà fare quello che vuole, è sovrano. La Lega difenderà questa norma”.

Che la difenda da un suo alleato è un dettaglio che è difficile farsi sfuggire. Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia, in quota Lega, in parte smentisce il suo leader di partito Matteo Salvini. “In sede Parlamentare è anche normale che ci sia un dibattito. Se c’è qualche virgola da apporre lo si faccia, non c’è problema”.

“Salvini ha detto che il testo non si cambia Io dico lasciamo che il dibattito si faccia e poi vedremo”. Ma non è tutto perché sempre sulla norma anti rave party il ministro all’Interno Matteo Piantedosi (controfigura di Salvini) aveva rilasciato un’intervista in cui si diceva quasi offeso che si potesse pensare che quella legge potesse essere usata per altro.

Anche qui bastano poche ore per assistere alla scelta della maggioranza che si smentisce da sola: ospite a L’aria che tira il deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone ammette l’estensione dell’applicazione della legge. “Se l’occupazione di un edificio – spiega Mollicone – è a danno della proprietà privata o pubblica ed è pericolosa, la norma va applicata. Non verrà applicata invece alle scuole occupate, anzi diamo la solidarietà agli studenti che lo fanno pacificamente. Io le scuole le occupavo per il diritto allo studio ed ero il referente di una giovane Giorgia Meloni”.

Stesso copione per il reintegro dei medici non vaccinati. Nel pomeriggio è il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri a tuonare con un tweet: “Sinceramente i medici #novax , a parte chi avesse delle incompatibilità accertate, mi lasciano perplesso. È come se un militare fosse per il disarmo o se un pilota non volesse salire su un aereo per paura del volo #vaccini”, scrive Gasparri.

Difficile non collegare l’uscita di Gasparri alla polemica che travolge il centrodestra partendo dalle dimissioni di Letizia Moratti in Lombardia. La maggioranza è sfilacciata e non si è ancora affrontato nessun tema che conta davvero come lo scostamento di bilancio per le bollette, la firma del fisco e delle pensioni. Ora si può solo peggiorare.

Leggi anche: “Che errore scaricare i navigator. Un regalo alle agenzie private”. De Masi: “Da Meloni ricette all’insegna di un neoliberismo sfrenato”

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Dopo i “taxi del mare”, le “navi pirata”

L’avevamo scritto: quando il governo Meloni sarà in difficoltà si butterà contro le Ong. L’ha già fatto. Del resto dopo pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo e dopo aver sventolato la norma “anti rave” che già devono modificare perché non piace nemmeno all’interno della maggioranza sono già in stallo. Giorgia Meloni, sempre brava nel ruolo dell’untrice delle disperazioni, ha coniato una nuova definizione: «Se fai la spola tra le coste africane e l’Italia per traghettare migranti – ha accusato – violi apertamente il diritto del mare e la legislazione internazionale. Se poi una nave Ong batte bandiera, poniamo, tedesca, i casi sono due: o la Germania la riconosce e se ne fa carico o quella diventa una nave pirata». È la solita trita retorica di chi vigliaccamente non alza la voce contro i carcerieri libici e contro gli scafisti ma se la prende con le organizzazioni umanitarie che salvano meno del 15% degli sbarchi.

Del resto è comodo essere vigliacchi. Era comodo per Minniti, era comodo per Salvini, era comodo per Di Maio e ora è comodo per questi. Dai “taxi del mare” alle “navi pirata” è un percorso che dobbiamo portarci addosso come conseguenza dell’incompetenza e della disumanità. Così è bastata la prima dichiarazione non cerimoniosa della presidente del Consiglio per essere subito ricacciati nell’angolo dei dilettanti dal governo tedesco: «Per il governo federale – si legge – le organizzazioni civili impegnate nel salvataggio di migranti forniscono un importante contributo al salvataggio di vite umane nel Mediterraneo». «Salvare persone in pericolo di vita è la cosa più importante», prosegue il testo arrivato da Berlino. Che poi sottolinea: «Secondo le informazioni fornite da Sos Humanity sulla nave ‘Humanity 1’, battente bandiera tedesca, attualmente ci sono 104 minori non accompagnati. Molti di loro hanno bisogno di cure mediche». «Abbiamo chiesto al governo italiano di prestare velocemente soccorso», conclude la lettera.

Del resto sotto la propaganda c’è Piantedosi (la controfigura di Salvini messa al ministero del’Interno) che ha inviato una nota ufficiale all’Ambasciata della Repubblica Federale tedesca per chiedere di avere un quadro compiuto della situazione a bordo della “Humanity 1” in vista dell’assunzione di eventuali decisioni. La situazione è chiara: sulla Humanity 1 (bandiera tedesca) i naufraghi raccolti sono 179. La situazione a bordo si va facendo via via più difficile: ci sono oltre cento minori, il più piccolo di soli sette mesi, che stanno «soffrendo di stress psicologico. Hanno bisogno di un porto ora», dicono dalla nave. La Ocean Viking (bandiera norvegese) ospita invece 234 migranti. Sos Mediterranée, la ong francese che la gestisce, chiede da tempo un porto, considerando che tra i salvati c’è chi è in mare da ben 12 giorni. Sulla Geo Barents ci sono oltre 60 minori, tre donne incinte e casi che richiedono un intervento immediato.

Ma soprattutto c’è la legge: è un obbligo per gli Stati fornire il ‘place of safety’ alle navi che sono state impegnate in operazioni di ricerca e soccorso e che trasportano a bordo i sopravvissuti. Se Giorgia Meloni vuole risolvere il problema dell’immigrazione usata dalla Libia come rubinetto per ricattare l’Europa sarà costretta a fare politica, quella vera, nelle sedi europee. Le stesse sedi che ha irriso per anni per fomentare i suoi elettori e da cui si presenta oggi con il cappello in mano per chiedere aiuto.

Buon giovedì.

 

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Quando Salvini era il re dei rave party ma tutti se ne sono dimenticati

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Il governo si è insediato, i sottosegretari di cui si vergognano li hanno infilati nelle pieghe dove non si notano troppo, le bollette sono sempre lì da pagare. Eccoci al nostro quotidiano bestiario di governo.

GIORGIA, CON CHI CE L’HAI?
Meloni: “Bollette insostenibili per milioni di famiglie e molte imprese, governo al lavoro per dare risposte immediate”. Hanno la maggioranza in Parlamento, sono al governo, lei/lui è presidente del Consiglio e capatrena. Esattamente a chi cazzo lo sta dicendo?

QUANDO SALVINI ERA IL RE DEI RAVE PARTY
«Finalmente torniamo a far rispettare le regole», tuona ancora Salvini. Ma evidentemente ce l’ha con sé stesso. Perché basta una sommaria consultazione degli archivi dei quotidiani per certificare che quando agli Interni c’era lui, e l’attuale ministro Matteo Piantedosi era suo capo di gabinetto (lo fu anche con Lamorgese fino all’agosto del 2020) rave, free party e raduni non autorizzati sono stati molti, una cinquantina. Come si stava bene quando c’era lui.

LA VERITÀ OSTATIVA DI GIORGIA MELONI
“Sull’ergastolo ostativo il Parlamento ha lavorato la scorsa legislatura, la Camera ha approvato una norma all’unanimità…“. Nella conferenza stampa dopo il primo Consiglio dei ministri “operativo” del suo governo, Giorgia Meloni butta lì una frase che passa inosservata. Ma è falsa: il disegno di legge che superava l’attuale normativa sulla concessione dei benefici penitenziari ai condannati per mafia (per evitare che la Corte costituzionale la dichiarasse illegittima tout court) non è stato votato da tutti i partiti. A Montecitorio, il 31 marzo scorso, il testo unificato con relatore Mario Perantoni (M5s) passò con 285 voti a favore, un contrario e 47 astenuti: tra questi ultimi c’erano tutti i deputati di Fratelli d’Italia (allora all’opposizione del governo Draghi). Eppure è lo stesso ddl che ora il governo della neo-premier ha trasformato in un decreto legge urgente. Che sbadata, Giorgia.

SOTTOSEGRETARI BRILLANTISSIMI
Due cristalli Swarovski, una borsa Borbonese, storico marchio di moda torinese, tantissimi scontrini di ristoranti, pub e bar, scontrini “a catena”, battuti nello stesso locale nel giro di pochi minuti, oppure fatti quando lei, però, altrove. Sono alcune delle spese per cui Augusta Montaruli, la nuova sottosegretaria all’Università e alla Ricerca in quota Fratelli d’Italia, è finita nell’inchiesta Rimborsopoli della Regione Piemonte, un procedimento per il quale nel dicembre 2021 è stata condannata a un anno e sette mesi di reclusione per peculato. aspetta la Cassazione. Dai, non merita un posto da sottosegretaria

I DELIRI DI TAJANI
Antonio Tajani: “Se le Nazioni Unite avessero nominato Silvio Berlusconi inviato speciale Onu per cercare una soluzione alla guerra in Ucraina si sarebbe forse ottenuto un risultato positivo”. Il fedele Tajani lotta ancora per Silvio re del mondo. Che tenerezza.

QUALCUNO INSEGNI LA STORIA AL SOTTOSEGRETARIO PEREGO
In un’intervista il neo sottosegretario alla Difesa Matteo Perego (Forza Italia) dice: “Credo che un governo serio, come sarà il nostro, debba aprire immediatamente un dossier Africa viaggiando per il continente. A differenza della Francia, non abbiamo un passato coloniale che
alimenta diffidenze. Siamo guardati come un partner strategico importante”. Chissà se Perego sa del massacro di Debra Libanòs tra i giorni 21 e 29 maggio 1937 delle truppe coloniali italiane sotto il comando del generale Pietro Maletti: il peggior massacro di cristiani della storia africana.

PROMESSE, PROMESSE
Anche il secondo Consiglio dei ministri non è andato come promesso in campagna elettorale da Matteo Salvini: non sono stati approvati i decreti Sicurezza, l’autonomia per le regioni, l’estensione del regime forfetario e il decreto Energia da 30 miliardi. A posto così.

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Le salvinate di Piantedosi

Sulla Ocean Viking di Sos Mediterranée, al largo di Malta, ci sono 234 persone. «Senza un posto sicuro, la salute dei sopravvissuti rischia di deteriorarsi», afferma la responsabile dell’équipe medica. Tra loro oltre 40 minori non accompagnati e diversi riportano segni evidenti di torture e violenze subite in Libia. «Nel primo tentativo di fuga dalla Libia la nostra barca si è rovesciata, 9 persone sono morte. Nostra figlia si sveglia ancora di notte, spaventata. Cerchiamo di aiutarla a dimenticare», raccontano Bassem e Hana, soccorsi con la loro figlia di 4 anni. La Geo Barents di Medici senza frontiere, che si trova a sud-est della Sicilia, ha a bordo 572 persone, compresi 66 minori. Sono 179 invece, dopo l’ultima evacuazione medica, sulla Humanity 1, al largo delle coste catanesi. Tra loro c’è un bimbo di appena 7 mesi. Decine di minori non accompagnati «soffrono particolarmente dello stress psicologico». L’hotspot di Lampedusa, ancora una volta, rischia il collasso: sono 1.221 gli ospiti del centro, che ne potrebbe contenere un massimo di 350.

Il ministro dell’Interno Piantedosi – ex capo di gabinetto di Matteo Salvini – si è affrettato a prospettare il divieto d’ingresso a due navi di organizzazioni non governative, Ocean Viking e Humanity 1, con una direttiva che ovviamente è stata subito sventolata dalla maggioranza di governo per agitare la favola dei “porti chiusi”. Una direttiva che nei fatti è carta straccia. Lo spiega perfettamente la giurista Vitalba Azzolini su Domani: «Per motivare la propria direttiva, Piantedosi ha detto di voler “riaffermare un principio: la responsabilità degli Stati di bandiera di una nave” che – a detta del ministro – sarebbe stato riconosciuto nel “famoso caso Hirsi”. Il richiamo a questo caso lascia perplessi. È vero che nella sentenza Hirsi (febbraio 2012) la Corte europea dei diritti umani aveva rilevato la responsabilità dello Stato di bandiera, l’Italia. Ma ciò in quanto, nel maggio 2009, il governo italiano si era reso autore di un respingimento illegittimo di un considerevole numero di profughi, in violazione del principio di non refolulement (Convenzione di Ginevra), dando l’ordine di trasportarli in Libia, ove la loro incolumità era messa a rischio, anziché in un porto sicuro- Dunque, la Corte non ha affermato il principio per cui lo Stato di bandiera della nave di soccorso è responsabile di fornire accoglienza e altro, come sembra affermare Piantedosi. Né la Corte avrebbe potuto farlo, ai sensi delle citate convenzioni internazionali, che ripartiscono le competenze tra gli stati: quello di bandiera deve esigere che il comandante di una nave “presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita quanto più velocemente possibile” (convenzione Unclos), mentre per il resto interviene lo Stato nella cui zona Sar è avvenuto l’evento critico».

Il gioco è fin troppo facile da indovinare: le Ong come colpevoli di un problema che non sanno (e non vogliono) risolvere. Ad oggi le Ong salvano all’incirca il 14% di tutti i migranti, la grande maggioranza arriva autonomamente e grazie alle operazioni di soccorso delle autorità italiane. Qualche giorno fa abbiamo visto il video girato a Tripoli Janzur, zona Syed. in cui un etiope di 17 anni viene torturato dalle milizie con scosse elettriche mentre altri gli puntano una pistola in testa chiedendo 10.000 dollari di valuta americana. «Ogni giorno, centinaia di persone vengono torturate per ottenere un riscatto perché siamo visti come una facile fonte di reddito», raccontano i migranti. Da due anni abbiamo in Italia sentenze che raccontano di come le prigioni finanziate anche dall’Italia siano luoghi di tortura, quando il gup di Messina ha condannato a 20 anni di carcere ciascuno Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, e con lui gli egiziani Ahmed Hameda, 26 anni, e Mahmoud Ashuia, 24. Come raccontò Nello Scavo: «Mohamed Condè si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di ottenere i riscatti, richiesti ai familiari a cui venivano mostrate le orribili sessioni di tortura. Hameda svolgeva il ruolo di carceriere, torturatore e all’occorrenza cuoco per i prigionieri; Ashuia se lo ricordano perché quand’era di turno nella camera delle torture picchiava brutalmente anche utilizzando un fucile».

Il memorandum Italia-Libia rimarrà intatto. Mentre il governo libico premia con un encomio Abdurahman al-Milad, detto Bija, accusato dalla Nazioni Unite di traffico di esseri umani, crimini contro i diritti umani, contrabbando di petrolio e armi. Siamo tornati alla solita vigliaccheria (bipartisan) aggiungendoci la prevedibile propaganda. Non si trovano nemmeno più le parole per raccontarla.

Buon mercoledì.

Nella foto: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a Porta a porta, 27 ottobre 2022

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Un governicchio da paesello

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un tilt di comunicazione e di politica che ha apparecchiato una diretta urgente su un rave party come se fosse un’urgenza nazionale. Ne esce un Paese completamente fuori fuoco che inverte le priorità e si accomoda sul delirio generale: giornalisti che si sentono inviati di guerra mentre intervistano ragazzetti storditi dall’alcol e dal fumo, politici con il piglio da prefetto Mori mentre esultano come se avessero eradicato le mafie in Italia, editorialisti che scrivono accigliati sull’antropologia del rave mentre frequentano circoli che sprofondano nella cocaina.

Giorgia Meloni, che non è ancora uscita dalla modalità della campagna elettorale, riunisce il Consiglio dei ministri giusto il tempo per presentarsi di fronte alle telecamere e annunciare una nuova legge ad hoc per evitare accampamenti alcolici. Per farlo si va a toccare il reato di “invasione di terreni o edifici, pubblici o privati” prevedendo la reclusione da 3 a 6 anni. Viva la legalità, esultano in molti. Sarà.

Dalla conferenza stampa sappiamo che l’opposizione all’opposizione e al governo precedente si rinforza con la decisione di reintegrare i medici non vaccinati e annunciando “discontinuità” con i governi precedenti. Su questo scrive bene la fondazione Gimbe: «Il potenziale impatto in termini di sanità pubblica sarebbe modesto – spiega la Fondazione – sia perché la misura viene anticipata di soli due mesi rispetto alla scadenza fissata, sia perché riguarda un numero esiguo di professionisti».

«Ben diverso – rileva il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta – l’impatto in termini di percezione pubblica di questa “sanatoria” e delle relazioni con la stragrande maggioranza dei colleghi che si sono vaccinati per tutelare la salute dei pazienti e la propria, anche al fine di garantire la continuità di servizio. Peraltro, al di là di una scelta individuale incompatibile con l’esercizio di una professione sanitaria, si tratta di persone che hanno spesso seminato disinformazione pubblica sui vaccini, elevandosi a “paladini” del popolo no-vax, a volte con evidenti obiettivi di affermazione politica individuale».

Altro? Hanno approvato una norma che sarebbe passata, identica, con il governo Draghi. Dice Giorgia Meloni che le misure sono altamente “simboliche”, confermando in toto la sensazione di uno sventolio propagandistico che non ha nulla a che vedere con i “reali bisogni urgenti” del Paese. Su bollette, crisi energetica, guerra e povertà niente. Matteo Salvini, che per tutta la campagna elettorale ha promesso di risolvere i “problemi reali” al primo Consiglio dei ministri, ieri ha parlato agli italiani del ponte sullo Stretto dei suoi sogni. In compenso l’infornata di sottosegretari e viceministri fotografa perfettamente la spessore del governo. Basta leggere i nomi.

Dategli tempo, si dice. Intanto segnaliamo che la partenza è da governicchio di paesello.

Buon martedì.

 

* In foto, la conferenza stampa della premier Giorgia Meloni al termine del consiglio dei ministri. Assieme a Meloni, i ministri Orazio Schillaci, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Roma, 31 ottobre 2022 

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