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Il ricatto paga: Berlusconi sbanca nel sottogoverno e ottiene tutto ciò che voleva

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Fermate le rotative e cancellate tutti i pensosissimi editoriali che da giorni vorrebbero farci credere che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia tenuto a bada i suoi alleati. Niente di tutto questo e per rendersene conto basta scorrere i nomi e le appartenenze dei sottosegretari e dei viceministri. Il sottogoverno è diventato il bidone della raccolta differenziata dove accogliere le mire di Forza Italia, dove riciclare e infilare gli impresentabili e dove risarcire gli alleati.

Si poteva cascare nel balletto di Giorgia Meloni sul coordinatore di Forza Italia in Calabria Giuseppe Mangiavalori, ritenuto “inopportuno” dalla leader di Fratelli d’Italia perché citato in due diverse inchiesta sulla ‘Ndrangheta. Nessun problema: al suo posto c’è Maria Tripodi che nonostante non sia stata rieletta tra i berlusconiani approda comunque a Roma come sottosegretaria gli Esteri. Stesso discorso sulla Giustizia che Berlusconi ha voluto con tutte le sue forze fin dall’inizio delle trattative di governo. È vero, alla fine la scelta è ricaduta sull’ex magistrato Carlo Nordio ma in via Arenula arriva come viceministro. Avere il suo avvocato come numero due del Ministero alla Giustizia può accontentare perfino un crapulone come Silvio.

Si diceva che fosse sconveniente anche qualche scherano di Berlusconi all’ex Mise (ora Ministero delle Imprese e del Made in Italy) per quel mai risolto problema di conflitto di interessi. Detto fatto: Valentino Valentini affiancherà Alfonso Urso. E per non farsi mancare niente Alberto Barachini, giornalista ed ex anchorman Mediaset (che ha iniziato la carriera accanto a Emilio Fede al Tg4) già presidente della Commissione di Vigilanza Rai. che sia un uomo di Mediaset gestire i fili dei finanziamenti pubblici alle stesse aziende in cui lavorano le reti televisive , l’editoria e i giornali della famiglia Berlusconi rende perfettamente l’idea di quanto sia vecchio il nuovo che Giorgia Meloni vorrebbe rivenderci.

La qualità del sottogoverno, era facile immaginarlo, rispecchia quella del suo fratello maggiore, in versione discount. Così ci ritroviamo la Cultura martoriata dalla leghista Borgonzoni (chi meglio di una che ammise di non leggere libri da almeno tre anni?) e Vittorio Sgarbi (ultimamente famoso per le sue culturalissime dirette social seduto sulla tazza del cesso). Ci pensa invece Salvini a riportare al governo Giuseppina Castiello, già sottosegretaria per il Sud nel governo gialloverde. Dopo una carriera tra AN, Popolo della Libertà e Lega l’ex fedelissima di Nicola Cosentino finisce ai Rapporti con il Parlamento. Dulcis in fundo Galeazzo Bignami, di Fratelli d’Italia, che salì all’onore delle cronache per essersi fotografato con una divisa delle SS e per avere girato un video in cui spiattellava tutti i nomi degli stranieri residenti nelle case popolari a Bologna. Un posticino ovviamente anche per Isabella Rauti, figlia del fondatore dell’MSI, tanto per tenere accesa la fiamma.

Silvio Berlusconi alla fine si prende 17 poltrone, i suoi alleati Salvini e Meloni si accontentano di 11 a testa. Bastano già i numeri per fotografare i rapporti di forza, quelli veri, che escono dalla narrazione.

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A lezione di propaganda: quel vergognoso fumetto sul Milite Ignoto che il Ministero della Difesa si prepara a distribuire nelle scuole

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“Il 24 agosto del 1920, il generale Giulio Douhet, sulle colonne del giornale Il Dovere (testata di riferimento dell’associazione unione nazionale ufficiali e soldati), dichiarò: “tutto sopportò e tutto vinse, da solo, nonostante. Perciò al soldato bisogna conferire il sommo onore, quello cui nessuno dei suoi condottieri può aspirare neppure nei suoi più folli sogni di ambizione”. Recita così l’incipit del fumetto ( visibile qui) che il Ministero della Difesa ha commissionato per le iniziative del Ministero della Difesa e del Ministero dell’Istruzione e del “Merito” il 4 novembre “Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate”.

All’interno si trova una summa di retorica bellica in cui vengono impunemente mitizzate alcune figure del fascismo al generale Giulio Dohuet (il primo militare a teorizzare i bombardamenti aerei sulle città e le popolazioni inermi, ritenendoli gli strumenti più idonei per vincere le guerre moderne, al parlamentare fascista Cesare Maria De Vecchi, quadrumviro della Marcia su Roma, poi ministro nei governi Mussolini (anche all’Educazione dove contribuì alla rapida “fascistizzazione” della scuola italiana) e pure “governatore della Somalia italiana” dove si rese responsabile di inauditi crimini e feroci repressioni della popolazione civile.

Il giornalista Antonio Mazzeo, che ha segnalato la pubblicazione, non fa sconti: «il fumetto pubblicato dal Ministero della difesa – ci dice –  e in via di distribuzione alle alunne e agli alunni delle scuole, dal titolo “La Storia del Milite Ignoto” è un’irresponsabile orgia di retorica bellico-nazionalista dove vengono esaltate, tra l’altro, alcune delle peggiori figure della storia del fascismo e delle forze armate italiane, dal generale Giulio Dohuet (il primo militare a teorizzare i bombardamenti aerei sulle città e le popolazioni inermi, ritenendoli gli strumenti più idonei per vincere le guerre moderne, al parlamentare fascista Cesare Maria De Vecchi, quadrumviro della Marcia su Roma, poi ministro nei governi Mussolini (anche all’Educazione dove contribuì alla rapida “fascistizzazione” della scuola italiana) e pure “governatore della Somalia italiana” dove si rese responsabile di inauditi crimini e feroci repressioni della popolazione civile».

“Ancora oggi l’Altare della Patria è il luogo più sacro degli italiani”, riporta la didascalia finale dell’infausto fumetto. “Una struttura imponente, in cui sono riportati i simboli più sacri della nostra Nazione. La sua Maestà ed Imponenza incutono Rispetto. Ma se si scruta con attenzione, al suo centro, tra due bracieri e sorvegliato da due sentinelle, c’è il luogo dove riposa il Milite Ignoto. Se si presta attenzione, se si affina l’orecchio (e lo spirito), si può percepire, sotto quintali di marmo e bronzo, qualcosa di vivo, che vibra e fa vibrare l’anima. Questo suono impercettibile e che solo pochi riescono ad udire è il Cuore del Milite Ignoto, che pulsa e batte per gli Italiani, batte per chi felice, fa ritorno a casa. Batte per chi avvolto nell’oscurità non farà ritorno, batte forte e batterà… per sempre”.

Qualcuno ha qualcosa da dire di fronte a questa deriva

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Bolsonaro e la destra che perde quando governa

Lula è tornato. A 77 anni, dopo essere stato perseguitato, incarcerato, diventa presidente del Brasile per la terza volta. È il primo presidente del Brasile che riesce a farsi eleggere per tre volte (se teniamo conto delle elezioni “democratiche”) e si ritrova a governare un Brasile lacerato, con una maggioranza risicatissima che lo costringerà a mediare verso il centro per riuscire ogni volta ad avere la maggioranza al Congresso.

«Hanno cercato di seppellirmi vivo ma sono risorto. Oggi l’unico vincitore è il popolo brasiliano. Sarò il presidente di tutti: riuniamo la famiglia». Bolsonaro, mentre scrivo questo pezzo, ancora questa mattina, ritarda più possibile il riconoscimento dell’avversario, asserragliato nel palazzo presidenziale pronto a rilanciare i sospetti di brogli di voto. Anche in questo è la fotocopia del suo amico Trump, incapace di riconoscere la sconfitta e bisognoso di complotti per riuscire ancora una volta a mistificare la realtà.

Un’altra ombra di diavolo che sta nei dettagli è quell’unico Paese del G7 che adesso, alle 8 e 16 minuti, non si è ancora complimentato con il nuovo presidente del Brasile: noi. Non stupisce questa questa timidezza: c’è nella sconfitta di Bolsonaro tutto l’impianto della destra sovranista che avrebbe dovuto conquistare il mondo e invece raccoglie macerie. C’è il complottismo su Covid e vaccini che in Brasile ha provocato la rabbia tra la gente. Fatti documentati nelle 1.200 pagine del rapporto realizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) del Senato che accusa il presidente Jair Bolsonaro di undici reati per la pessima gestione della pandemia da Covid-19 in Brasile. I reati si dividono in tre categorie: crimini comuni, crimini di responsabilità e crimini contro l’umanità. Nei guai anche i suoi figli e altre 64 persone. Nella tragedia della pandemia circa 600mila brasiliani hanno perso la vita: secondo il report, 300mila morti potevano essere evitate se il negazionismo del governo non avesse prevalso.

C’è l’antiambientalismo che ha distrutto l’Amazzonia. La deforestazione nel 2021 è stata la peggiore degli ultimi 15 anni. Il governo del presidente Jair Bolsonaro non solo non è riuscito a frenare le attività criminali ma ha cercato di legalizzarle, in modo che potessero svolgersi con meno ostacoli. Bolsonaro ha infatti tagliato i fondi per numerose agenzie ambientali e ha messo da parte l’Ibama, l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili, incaricando invece i militari brasiliani di combattere i crimini ambientali.

C’è l’opposizione all’opposizione. Bolsonaro ha passato gli anni del suo governo ad attaccare i suoi avversari politici rendendosi debole di fronte ai brasiliani: se governate che vi strizzate a fare per delegittimare gli avversari? L’opposizione all’opposizione da parte di chi governa inevitabilmente appare come uno spreco di energie. C’è poi la strumentalizzazione della religione usata come cappio per frenare i diritti civili. C’è dunque l’amore per i ricchi, soprattutto quelli furbi. Dai, non è difficile capire cosa ci sia di fortemente italiano nella sconfitta di Bolsonaro, dopo quella di Trump.

Buon lunedì.

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Perché questa classe dirigente non può parlare di merito

Una scena iconica di questi primi giorni di legislatura è Alessandro Cattaneo, capogruppo alla Camera di Forza Italia, che con il piglio di quelli che vogliono sembrare di sapere illustra l’importanza del “merito” e l’avversione della sinistra (loro vedono sinistra dappertutto) per quella parola. Poiché la drammaturgia della realtà e del nostro Parlamento spesso supera qualsiasi farsa, l’inquadratura televisiva riprende Cattaneo infervorato in difesa del merito e al suo fianco, seduta, Marta Fascina. La non-moglie di Silvio Berlusconi, deputata anche lei, ovviamente, di Forza Italia. Marta Fascina è risultata eletta in un collegio elettorale siciliano in cui non si è mai vista in tutta la campagna e in un’intervista ha confessato di esserci andata «in vacanza, da piccola» con i suoi genitori. Troppo potente quel frame per non diventare uno schiaffo virale intorno alla polemica sul merito che in questi primi giorni di governo ha coinvolto l’assise parlamentare e i giornalisti più o meno pensosi.

Perché questa classe dirigente non può parlare di merito
Alessandro Cattaneo alla Camera (da Fb).

La lezione (dimenticata) di Papa Francesco su meritocrazia e talento

Così, di colpo, è tornato in auge un discorso di Papa Francesco nel 2017 a Genova che inquadrò bene l’abuso del merito e della meritocrazia: «La tanto osannata meritocrazia, una parola bella perché usa il merito», ha denunciato il Papa, «sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza». Parlando a braccio, Francesco è andato poi più in profondità: «Il talento», ha spiegato, «non è un dono secondo questa interpretazione, è un merito non un dono». In quest’ottica «il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti. E alla fine quando due bambini nati uno accanto all’altro con talenti diversi andranno in pensione la diseguaglianza si sarà moltiplicata». In quest’ottica, «il povero è considerato un demeritevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esentati dall’aiutarli. È la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che le sue disgrazie fossero colpa sua. No la verità è nella parabola del figliol prodigo: il fratello rimasto a casa pensa che l’altro si sia meritato la sua disgrazie, ma il padre pensa che nessun figlio si meriti le ghiande di porci».

Se il merito in politica è fedeltà o vicinanza (persino geografica) al capo

Farsi dare lezioni di meritocrazia dal Papa è già un segno dei tempi: il capo di un’organizzazione che non brilla certo per mobilità sociale e per meritocrazia supera per illuminismo le organizzazione politiche? Non è un buon segno. Del resto se il merito ce lo insegna una classe politica come quella attuale è tutto piuttosto difficile. Abbiamo oggi in posti di governo persone che per non disturbare il sorriso del loro padrone politico hanno votato in Parlamento Ruby Rubacuori nipote di Mubarak, tanto per dare un’idea. Non occorre nemmeno snocciolare i nomi per rendersi conto che molta della classe dirigente dei partiti in Italia sta lì per avere il merito di essere vicina (addirittura geograficamente) al leader giusto al momento giusto. E quella vicinanza spesso riesce a fruttare anche per più di un mandato, anche in occasione della fondazione di un nuovo partito. Non è un caso che siano innumerevoli gli episodi (questa sì sarebbe una bella inchiesta) di promozioni politiche all’interno dei partiti per meriti o affinità che non hanno nulla con la competenza politica.

Perché questa classe dirigente non può parlare di merito
La ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati (Getty Images).

Il familismo, nemico primo del merito, è una costante delle nostre imprese

Il merito, si diceva, ha bisogno di essere discusso da persone di cui sia almeno riconosciuta l’autorevolezza. Almeno questo, almeno per decenza. Si potrebbe così discutere di come il familismo, nemico primo del merito, sia la costante delle nostre imprese. Come fece notare Maurizio Ricci su Riparte l’Italia, «nel 2016, il 21 per cento delle imprese aveva un solo socio: il doppio di 10 anni prima. Un altro 47 per cento ne ha due. La proprietà è, dunque, sempre più concentrata e sempre più si confonde con la gestione. La metà del capitale di rischio è in mano alle stesse persone che amministrano e gestiscono l’azienda: nel 2005 la percentuale era minore. Il processo è evidente. Nel 2016, i due terzi delle imprese era a proprietà familiare. Nel 2005 erano solo il 56 per cento. Non è, necessariamente, una condanna. Anche nell’efficiente sistema imprenditoriale tedesco, la proprietà familiare è assai diffusa, nelle piccole come nelle grandi aziende. La differenza è nella gestione che, in Germania, viene sempre più spesso affidata a manager, in linea di principio più competenti e più attenti a separare interessi e patrimonio dell’azienda da quelli della famiglia. In Italia, invece, dice lo studio di Bankitalia, nel 60 per cento delle imprese familiari, proprietà e gestione coincidono».

Italia maglia nera in tutti e sette i pilastri del meritometro 

In Italia esiste il “meritometro”. Il meritometro è l’indicatore europeo che misura il livello di meritocrazia di un Paese. Elaborato dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con l’Università Cattolica per fornire proposte concrete ai policy maker, si basa su sette pilastri: libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza e mobilità sociale. Il rapporto del 2021 ci dice che il merito segna il passo: sono sei Paesi su 12 con risultati complessivamente in peggioramento. Si conferma un’Europa a tre velocità. L’unico pilastro in aumento è la trasparenza e il pilastro con le performance peggiori è la libertà. L’Italia, a proposito di merito, è maglia nera in tutti i pilastri e nel ranking europeo per il sesto anno consecutivo. L’Index of Economic Freedom posiziona l’Italia è al di sotto delle medie europee (36esima posizione su 45 Stati europei), risultato dovuto al peso negativo dell’efficienza nella spesa pubblica, della burocrazia, della tassazione e delle inefficienze nella regolazione. Dal 1997 a oggi il nostro score è aumentato solo di 3,7 punti. Il Global Social Mobility Index ci posiziona al 34esimo posto su 82 Paesi in termini di mobilità: uno dei fattori determinanti (in negativo) è l’accesso ai livelli di istruzione superiore ancora troppo pesantemente influenzato dalle condizioni della famiglia di origine. Bisogna meritarselo, di poter parlare di merito.

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Guerra di secessione nella Lega. Ultimo Bestiario del sottogoverno

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In casa Lega se le danno di santa ragione. Intanto il governo liscia i no vax e viene sculacciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E poi c’è la comica di Giorgia Meloni che cede al gender. Eccoci al nostro quotidiano bestiario del sottogoverno.

BOTTE DA ORBI IN CASA LEGA
Primo strappo tra la Lega per Salvini premier e il “Comitato nord“, la corrente autonomista lanciata all’indomani delle elezioni per iniziativa (apparente) di Umberto Bossi. Il tesoriere di via Bellerio, Giulio Centemero, non ha apprezzato il proselitismo interno portato avanti dalla nuova associazione – rappresentata dall’europarlamentare Angelo Ciocca e dall’ex deputato Paolo Grimoldi – probabilmente attraverso l’uso di mailing list e recapiti in possesso del partito. E ha informato il commissario lombardo Fabrizio Cecchetti di aver “provveduto a inviare diffida a cessare la promozione dell’associazione politica “Comitato Nord” nei confronti degli iscritti a Lega per Salvini premier e l’utilizzazione dei simboli e della denominazione del partito”.

Aggiungendo di aver “depositato segnalazione presso il Garante della protezione dei dati personali per la violazione in opera da parte dell’associazione “comitato Nord” che sta procedendo a una raccolta dei dati personali degli iscritti di Lega per Salvini premier in violazione della normativa sulla privacy”. Ricordate quando in via Bellerio dicevano che non si trattava di nessuna spaccatura Mentivano, ovviamente.

MA VAX?
Il governo Meloni per lisciare i no vax annuncia di voler cancellare il bollettino quotidiano del Covid secondo l’antica strategia dell’ignorare un problema se non si riesce a risolverlo. Poi annuncia il reintegro dei medici sospesi per non essersi vaccinati: un condono sanitario. il Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo alla celebrazione de “I Giorni della Ricerca” è intervenuto così: “Dopo oltre due anni e mezzo di pandemia non possiamo ancora proclamare la vittoria finale sul Covid-19. Dobbiamo ancora far uso di responsabilità e precauzione. La sanità pubblica ha il compito di mantenere alta la sicurezza soprattutto dei più fragili, dei più anziani, di coloro che soffrono per patologie pregresse. Tuttavia sentiamo che il periodo più drammatico è alle nostre spalle”. In platea anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le saranno fischiate le orecchie?

QUELLI CHE IL MERITO
Il segretario di Azione, Carlo Calenda, ha nominato la senatrice Mariastella Gelmini vicesegretario e portavoce del partito. Lo annuncia una nota dell’Ufficio stampa. Sono gli stessi che da giorni cianciano di “merito”. In effetti hanno ragione: Gelmini ha avuto il merito di demolire la scuola pubblica, di votare Ruby nipote di Mubarak e avere il coraggio di fare una campagna elettorale sotto lo slogan del “polo della serietà”. Ce ne vuole di coraggio.

MELONI CEDE AL GENDER
La Presidenza del Consiglio dei ministri ha mandato una circolare a tutti i ministeri in cui chiede di utilizzare la declinazione al maschile per Giorgia Meloni. Per essere ancora più ridicoli Meloni ha deciso oltre all’articolo “il” di usare l’espressione “il signor presidente”. Con tanto di decisione su carta bollata. Direi non male come inizio, a proposito delle “reali preoccupazioni degli italiani”. (Quando poi “il signor presidente” si presenterà alle occasioni ufficiali con il suo compagno sarà proprio il trionfo del gender).

LA GENIALATA DI ADINOLFI
Mario Adinolfi: “Il ministro Abodi come primo atto dovrebbe chiudere Onlyfans, avvia alla prostituzione”. Onlyfans è un social a pagamento, a sfondo sessuale. Adinolfi non ha bisogno di descrizione, vero?

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Berlusconi atlantista, gli ucraini non se la bevono

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Dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che Silvio Berlusconi amico di Putin non è un problema. Ripete che questo governo è una garanzia nel suo posizionamento atlantista e europeista e che la vicinanza del leader di Forza Italia al presidente russo è un’invenzione dei giornalisti.

Il centro ucraino Myrotvorets definisce Silvio Berlusconi “criminale” e “complice di invasori e terroristi russo-fascisti”

Non la pensa così il centro ucraino Myrotvorets, da molti indicato come collegato ai servizi segreti ucraini, che regolarmente aggiorna la sua lista dei cosiddetti “traditori dell’Ucraina”. È la stessa lista, tanto per intendersi, in cui compariva il giornalista italiano Andrea Rocchelli ucciso da un colpo di mortaio ucraino durante la guerra in Donbass il 24 maggio del 2014. Dopo la morte di Rocchelli il sito Myrotvorets ha barrato la sua scheda con una scritta eloquente: “liquidato”.

Nella sua scheda Silvio Berlusconi viene definito “criminale”: “Un complice di invasori e terroristi russo-fascisti. – si legge – Complice dei crimini delle autorità russe contro l’Ucraina e i suoi cittadini. Violazione cosciente del confine di stato dell’Ucraina (Yalta, Crimea, 11.09.2015) insieme a Vladimir Putin. Seguono i dati anagrafici di Berlusconi e dei suoi figli.

“Silvio Berlusconi dice che Putin non voleva la guerra con l’Ucraina, è stato “spinta dalla popolazione russa” e dal suo partito ad attaccare e voleva solo “sostituire l’inutile governo di persone decenti di Zelensky”- si legge nel sito – 1.05.2022. L’amico di Putin ed ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi ha detto che l’Europa dovrebbe convincere Kiev ad accettare le richieste della Russia”.

E poi: “nel maggio 2014, in un’intervista a Die Welt, Berlusconi ha simpatia con la dichiarazione di indipendenza della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Luhansk, e ha anche avvertito che se la Russia fosse stata nuovamente isolata politicamente, si sarebbe riorientata verso la regione Asia-Pacifico”.

E ancora: “Il 14 settembre 2015 è stato emesso un decreto contro il cittadino italiano Silvio Berlusconi che gli vieta di entrare nel territorio dell’Ucraina per un periodo di tre anni nell’interesse di garantire la sicurezza del nostro stato”, afferma il documento.

Si pongono due questioni: l’Ucraina la pensa molto diversamente da Giorgia Meloni e forse qualcuno dalle parti del governo dovrebbe dire qualcosa.

 

 

Leggi anche: Nuova telefonata tra Meloni e Zelensky. “Pieno sostegno del Governo italiano a Kiev”. Il presidente ucraino ha invitato la premier a visitare il suo Paese

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Meloni allergica alla verità. Ecco il Bestiario di sottogoverno

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Sono talmente bugiardi che c’è l’imbarazzo della scelta. Eccone qualcuna. Bentornati al nostro quotidiano bestiario di sottogoverno.

VIA D’AMELIO
Giorgia Meloni, piuttosto inferocita, al Senato ha risposto all’ex magistrato Roberto Scarpinato che ha ricordato come il suo governo sia sostenuto da un leader di partito che ha fatto affari con la mafia (Silvio Berlusconi) e come i padrini politici di Fratelli d’Italia siano eversori nella storia della Repubblica. La Meloni risponde a Scarpinato definendolo “una persona che ha avuto la responsabilità di giudicare gli imputati nelle aule di tribunale”. Falso. Nella sua carriera Scarpinato non è mai stato magistrato giudicante. Bisognerebbe conoscere le carriere, prima di volerle separare. Poi ha parlato del “depistaggio nel primo giudizio per la strage di via d’Amelio“. Altra bugia. Anzi, Scarpinato è stato colui che da procuratore generale ha chiesto e ottenuto la revisione del processo. Bene, no?

E MA ALLORA IL PD?
Ogni volta che si parla di parentele accade la stessa cosa. Quando si scrive che Giorgia Meloni ha nominato suo cognato Francesco Lollobrigida ministro all’Agricoltura la risposta è sempre la stessa: “E allora il Pd? E allora la moglie di quello? E allora la moglie di quell’altro?”. La verità in certi casi, per fortuna, è cristallina. In base alle verifiche di Pagella Politica, è la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana che un presidente del Consiglio nomina un proprio parente (o affine) nel suo governo. Per la precisione, è la prima volta dal 1946 che due persone imparentate tra loro fanno parte dello stesso governo. L’ultimo caso di due parenti presenti contemporaneamente nello stesso esecutivo risale infatti al Regno d’Italia, al governo guidato da Benito Mussolini, durante la dittatura fascista. A proposito di coincidenze.

PURE PIANTEDOSI INIZIA BENE
Il 26 ottobre, in un’intervista con La Stampa, il nuovo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato della strategia che il governo adotterà per contrastare gli sbarchi dei migranti irregolari. Tra le altre cose, Piantedosi ha detto che questi sbarchi “non dipendono solo” dalle navi delle organizzazioni non governative (Ong) presenti nel Mar Mediterraneo, aggiungendo però che queste imbarcazioni “sono un fattore di attrazione per i migranti”. Al momento non esistono studi che supportino la teoria secondo cui le navi Ong attirino le partenze dei migranti, anzi. Secondo una ricerca pubblicata nel 2020, la presenza di navi umanitarie al largo del Nord Africa non influisce sulle partenze. Quest’ultime sembrano essere legate di più alle condizioni meteorologiche e all’instabilità politica della regione. Gli toccherà inventare un ministero del mare mosso per chiudere i porti.

CONTANTI… SALUTI
Secondo la Meloni (che ha rotto il tetto di cristallo, ma anche il tetto dei contanti che la Lega di Matteo Salvini vorrebbe portare a 10mila euro) l’innalzamento del tetto sarebbe giustificato dal fatto che non esiste una “correlazione tra intensità del limite del contante e diffusione dell’economia sommersa”. Detta altrimenti, la premier dà per certo che l’evasione fiscale non aumenterebbe se si alzasse il limite dell’uso del contante, più difficile da tracciare rispetto ai pagamenti elettronici. Solo che a oggi esistono poche ricerche scientifiche sul tema e una risposta definitiva, come lascia intendere Meloni, non c’è. Per quanto riguarda l’Italia, esistono alcune prove scientifiche secondo cui un aumento del tetto al contante può contribuire a un aumento dell’evasione. Gli studi però non dicono quale soglia al tetto sarebbe la più adatta per bilanciare i benefici della misura con i suoi costi, sociali e non solo. Contanti… saluti, alla verità.

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Giornaloni in ginocchio dalla Meloni

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È un riflesso pavloviano per il potere. Un pezzo della stampa italiana – un bel pezzo, si direbbe – ogni volta che viene nominato un presidente del Consiglio, che sia rosso o nero o ricco o povero o professore o cavaliere o donna di partito spezza tutte le matite precedenti per misurarsi in nuove agiografie. Metterli in fila fa spavento.

Da ributtante sovranista a statista come Draghi. Quanta bava per Giorgia Meloni. Come con tutti i potenti di turno

Il 26 ottobre mentre i giornali di destra celebravano il discorso di destra di Giorgia Meloni, Verderami sul Corriere (che vorrebbe essere il giornale dei progressisti) sottolineava invece il “sano pragmatismo”, la “presa d’atto del principio di realtà”, la “responsabilità”, l’“ortodossia”, e la lontananza dall’“armamentario ideologico del sovranismo”. È lo stesso Corriere della Sera che nei giorni dell’insediamento aveva pubblicato un pezzo dal titolo “Giorgia Meloni e il comfort look: pantaloni, camicia bianca e il cambio scarpe”. Quel giorno rimarrà memorabile.

“Pit stop scarpe per Giorgia Meloni, dal mocassino basso al tacco elegante” titolava La Stampa, “Meloni e il cambio di scarpe: al rito della campanella spuntano i tacchi”, scriveva Repubblica, “Meloni, il look: cambio scarpe a Palazzo Chigi, arriva senza tacchi, poi…” scovava Il Messaggero, mentre Tiscali tirava un sospiro di sollievo: “E Giorgia finalmente ha sorriso”, “con quella carica empatica che fa della leader della destra italiana una figura che riesce a strappare simpatia anche da chi sta da tutt’altra parte della geografia politica”.

Ha fatto molto discutere il pezzo di Concita De Gregorio che a proposito del discorso di Giorgia Meloni alla Camera scriveva: “Impeccabile, tuttavia. Convinto. competente, appassionato, libero, sincero. Avercene, si dice a Roma”. E poi: “Non è lei che spaventa, è il caravanserraglio di vecchie cariatidi che sono salite a bordo della sua scialuppa entusiaste di ritrovare una verginità grazie alla sua giovinezza”. E infine: “Per la prima volta da molti anni ho sentito – in un discorso di insediamento – l’eco di una storia personale appassionata e convinta e ho avuto voglia, avrei voglia, di discuterne”.

Del resto Giorgia Meloni è piaciuta fin da subito. Il 5 ottobre Repubblica la raccontava più forte della bronchite, più forte delle bizze di Salvini e del sonno: “Non bastasse Matteo Salvini, a peggiorare l’umore ci si mette anche una fastidiosa bronchite. Giorgia Meloni, però, non può riposare. Chiusa nel salone del gruppo, che domina la sommità di Montecitorio, la premier in pectore non si ferma un minuto”, si leggeva.

Il governo è partito con un’ottima stampa. Ci potrebbe anche stare se non fosse la stessa stampa, le stesse firme che fino a poche settimane fa randellavano la Meloni perché colpevole di opporsi al governo dei migliori di Mario Draghi (un altro esempio di ributtante luna di miele offerta dai media).

Giorgia Meloni contro Mario Draghi (che era il potente di turno) era una pazza dissennata che voleva la rovina d’Italia, magicamente nel giro di un mese la dissennata (che intanto ha conquistato il potere) diventa una “statista” che non ci eravamo accorti di avere. Ma c’è un altro particolare ancora più raccapricciante: oggi a essere sotto tiro sono gli alleati di governo, Salvini e Berlusconi, che fino a un mese fa erano esempi di responsabilità perché garantivano il proprio appoggio al governo Draghi.

La vedete l’ipocrisia Tranne poche eccezioni, la stampa nazionale ha completamente invertito la narrazione smentendo in gran parte tutto quello che aveva scritto. Qui non si tratta solo di essere benevoli con il potente di turno, si tratta anche di non avere la minima considerazione per l’integrità della propria linea editoriale (normale in un Paese che ha rarissimi esempi di editori puri) e poco rispetto per i propri lettori.

Lettori che improvvisamente si ritrovano catapultati nel mondo della Meloni che si è fatta da sola grazie alla sua autorevolezza: la stessa autorevolezza con cui aveva votato che Ruby Rubacuori fosse figlia di Mubarak per salvare Berlusconi. Poi ci si chiede perché i giornali perdano copie e i politici perdano voti.

Leggi anche: Dal caro-energia alla Manovra. Per il Governo già si mette male. Draghi ha lasciato in dote un tesoretto di 10 miliardi. Ma solo per sforbiciare le bollette ne servono 20

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Il senso di Crosetto per la stampa

Una giornata esemplare. Ieri Giovanni Tizian e Emiliano Fittipaldi hanno pubblicato un’inchiesta sul nuovo ministro alla Difesa Guido Crosetto. Che le porte girevoli tra produttori d’armi e politica siano un problema in questo Paese lo scriviamo (e lo scrivono in molti) ben prima di Crosetto. Minniti, già ministro degli Interni e deputato, va a Leonardo. Cingolani, da Leonardo al ministero e ritorno. E ora Crosetto, da Aiad (la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, ndr) alla Difesa.

Domani racconta che «nel 2021 ha incassato da Leonardo 619 mila euro in consulenze. La somma girata dal nostro colosso degli armamenti al fondatore di Fratelli d’Italia risulta in pratica superiore allo stipendio garantito al presidente della partecipata, che lo stesso anno ha preso 504 mila euro. Leonardo è tra le prima aziende fornitrici del dicastero ora guidato da Crosetto». Poi, secondo Domani, «bisogna aggiungere altri 82 mila euro incassati da Orizzonte sistemi navali, altra azienda controllata da Fincantieri e Leonardo. Più altri 200 mila euro versati all’ex lobbista da spa con soci privati e pubblici, tutte impegnate nel settore difesa».

Il ministro, sentito dai giornalisti, rilascia una spiegazione curiosa. Dice che era a Leonardo «come advisor in quanto presidente dell’Aiad. Per intenderci, io non avevo un ufficio a Leonardo, e non rispondevo a nessuno in Leonardo. Il mio compenso e il tipo di lavoro che svolgevo sono due cose distinte, nate dal fatto che il presidente dell’Aiad è indicato dalle aziende associate. Io sono stato indicato da Leonardo, che mi pagava per quell’incarico».

Con i giornali in edicola Crosetto ieri mattina pubblica un tweet (piuttosto sgrammaticato) in cui dice: «Ho dato mandato allo Studio Legale Mondani perché sono certo che le condanne in sede civile e penale siano l’unico metodo che direttori, editori e giornalisti possano intendere, di fronte alla diffamazione. Il mio ora e’ un’obbligo Istituzionale: quello di difendere il Dicastero».

C’è una fallacia logica evidente: non c’è nessuna offesa “al Dicastero” (altrimenti ci sarebbe l’avvocatura di Stato, senza bisogno di contattare nessun studio legale) ma si parla dell’opportunità di una nomina ministeriale a un presunto lobbista.

Crosetto dà spiegazioni? Niente. Spiega cosa c’è di sbagliato in quell’articolo di Domani? Niente. Allora perché scrive di avere dato mandato a degli avvocati senza preoccuparsi di ristabilire la sua verità? A pensarci bene al di là delle legittime querele a un politico dovrebbe interessare la limpidezza della propria immagine pubblica, ancor di più in un periodo delicato com’è l’insediamento di un nuovo governo. Semplice: minacciare una querela serve a scoraggiare. In questi giorni tutti i giornalisti (e i loro direttori) sanno bene che scrivere una parola sbagliata potrebbe accendere un’azione legale. In più si sposta l’asse dal punto politico che, come scrive il direttore di Domani, è un altro: «La situazione di conflitto di interessi non implica una accusa di comportamenti inappropriati o criminali. È una situazione oggettiva: un ex lobbista dell’industria della difesa, che nel settore guadagnava e potrebbe guadagnare milioni, potrebbe essere visto dalle controparti come non disinteressato nelle decisioni che prenderà».

Buon venerdì.

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Manganelli all’università. “Un episodio che svela l’orientamento del governo”

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Raffaella Casciello il mondo dell’attivismo lo conosce e lo frequenta da anni. È portavoce di UP! Su la testa!, un’organizzazione politica che dà voce a “lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, persone che per la propria condizione sociale e generazionale continuano a pagare caro il prezzo della crisi, degli anni di austerità, della precarietà, dello smantellamento dei servizi pubblici, del razzismo sistemico, dell’omolesbobitransfobia dilagante, delle diseguaglianze insopportabili, dell’assenza di opportunità e prospettive”. Con lei abbiamo parlato degli scontri tra studenti e polizia all’università La Sapienza e del dissenso che verrà.

Partiamo dall’inizio, l’altro ieri. Che ne pensa degli scontri all’università e delle reazioni della politica
“Fa tornare in scena meccanismi che abbiamo già visto nei decenni passati, direi dalla nascita della Repubblica. Torna in maniera forte su giovani che hanno deciso di manifestare il proprio dissenso a un convegno. Si tratta di un episodio che racconta anche l’orientamento di questo governo. I fatti vengono immediatamente dopo il discorso alla Camera di Giorgia Meloni in cui parlava di “simpatia” per giovani che manifestano il proprio dissenso, lasciando trasparire un approccio paternalistico che serve a neutralizzare il pensiero divergente, a non prenderlo sul serio. A me lascia la sensazione di voler spostare, come sempre, i manifestanti al di fuori dal campo democratico additandoli come nemici della nazione. È un segnale terribilmente preoccupante: la democrazia è tutela delle minoranze dei pensieri differenti”.

Molti politici hanno detto che i veri fascisti sarebbero stati gli studenti. Ormai il termine “fascista” vale per tutto?
“È in atto un tentativo di neutralizzare il dato storico di un evento che avuto conseguenze devastanti sulle. Utilizzare l’aggettivo “fascista” come se fosse neutrale è un profondo errore. Soprattutto perché descrive il tentativo di offuscare alcuni eventi, di neutralizzare il portato di un pensiero differente. ‘Fascista’ ha senso preciso, anche in questo momento storico di riferisce a dinamiche chiare e precise. L’università dovrebbe essere cattedrale di libertà, di scelta e di pensiero. La fiamma nel simbolo, ad esempio, quella è ‘fascista’..”

Molte condanne contro gli studenti sono arrivate anche dal mondo liberale, in primis Calenda…
“La gente che applaude le manganellate mi disorienta. Questo è emblematico del cambiamento strutturale in atto. Da quando la tecnocrazia è diventata l’unico strumento e la politica ha perso la sua funzione nei processi democratici è successo che tecnocrazia è diventato l’unico strumento di sintesi che riduce a mera tecnica il bilanciamento degli interessi (che guarda caso è sempre a favore delle classi dominanti). Questo è già contrario alle fondamenta della democrazia per come la intendiamo noi (ovvero strumento di tutela delle minoranze, del tutti che possano sentirsi liberi di dire la propria opinione). Così finisce per essere un viatico interessi del potere e mai di quelli senza voce”.

Si potrebbe obiettare: Capezzone aveva diritto di tenere comunque la sua conferenza…
“Io credo che Capezzone abbia il diritto e che gli studenti hanno il diritto di dissentire. Quello che trovo illegittimo è l’utilizzo della forza per reprimere chi la pensa diversamente. È lo Stato a essere illegittimo se usa la forza come strumento di offesa”.

Negli ultimi anni la politica ha ancora di più criminalizzato il dissenso. Ha responsabilità anche il centrosinistra
“Assolutamente sì, anche per le larghe intese con governi di tutti i colori. Bisogna farli lavorare, ripetono spesso. Lo dicevano anche in pandemia, anche sulla guerra (i pacifisti vengono etichettati come nemici della nazione perché esprimono opinione divergente). C’è sempre un buon motivo per non dissentire. Per effetto di una normalizzazione della politica è avvenuto che non c’è più la possibilità di interpretare dinamiche lotta con strumenti che riescano a mettere in discussione il potere. Tocca a noi che scendiamo in piazza (per il clima, per la pace, per l’antifascismo) fare ricordare cosa significhi il diritto al dissenso. Il centrosinistra non mi sembra in grado di rappresentare queste istanze, distanza consistente”.

E come si organizza il dissenso, senza l’aiuto della politica
“Una traccia ce l’hanno dato i giovani, quelli che vengono criminalizzati. Per esempio per effetto delle manifestazioni sui temi ambientali oggi c’è una fiducia nei confronti di questi giovani che si mobilitano e che mettono al centro alcune questione. Un modello sono anche le battaglie femministe che negli ultimi anni hanno fatto emergere un modo differente di produrre battaglia politica e presenza in piazza in grado di raccogliere tutte le istanze. La speranza sta lì. In questo momento di grande crisi della politica e dei movimenti è necessario guardare a queste nuove forme di organizzazione”.

Si inasprirà il dissenso nei prossimi mesi?
“All’orizzonte di sono grossi problemi: lecondizioni materiali delle persone, le bollette, i salari fermi da 30 anni È chiaro che nei prossimi mesi si alzeranno i livelli di conflitto. Ma pensare che il conflitto non sia fondamentale per far emergere le questioni, quello sì è fascismo”.

Come innescare la partecipazione nei partiti?
“Dipende dai partiti e dipende e dalla creatività di costruire nuove forme di organizzazione. I giovani sono impegnati su femminismo, diritti civili, questioni ecologiste Hanno più chiari degli adulti da Questa nuova proiezione del mondo futuro produrrà nuove forme di organizzazione che credo vadano strutturate. E credo che ci sia bisogno di una riforma totale dei meccanismi di partecipazione”.

 

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