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Nostalgici in marcia su Roma. Ecco il Bestiario del sottogoverno

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Partono le celebrazioni fasciste per la marcia su Roma. Giorgia Meloni viene beccata mentre dice parolacce e da Forza Italia ci danno lezioni sul merito. Ecco il bestiario del sottogoverno.

IL MARCIO INTORNO ALLA MARCIA
Paternò, centro alle porte di Catania, ieri mattina si è svegliata con i muri tappezzati di manifesti per ricordare la marcia su Roma del 1922 che lanciò il fascismo. Affissione che è stata autorizzata dal sindaco, come denuncia il Partito democratico chiedendo l’intervento anche del presidente del Senato Ignazio La Russa, che è originario proprio di Paternò. Tu guarda a volte le coincidenza, eh?

ARABIA VIVA, CALENDA CHE DICE?
8 settembre, Carlo Calenda a Piazza Pulita: “Io sono pronto a votare domani mattina una legge che renda illecite le consulenze pagate ai politici”. Mentre alla Camera si votava la fiducia al governo Meloni, il senatore Matteo Renzi era in Arabia Saudita per partecipare alla sesta edizione della Future investment initiative. L’evento, in programma dal 25 al 27 ottobre, ha come titolo “Creare un nuovo ordine globale” e consiste in una serie di conferenze organizzate dall’organismo controllato dal fondo sovrano saudita, il Saudi public investment Fund (Pif), che fa capo alla famiglia reale di re Salman. Carlo, fatela ‘sta legge, no? Vedrai che se la proponi il governo la vota in un attimo.

L’ALTO PROFILO: “CHE MERDA”
È diventato virale sui social network un estratto dell’intervento di Giuseppe Conte alla Camera, durante le dichiarazioni di voto di fiducia al governo. “Al Parlamento europeo voi non avete votato il Next Generation Eu. Astenersi in parlamento significa non far passare il Next Generation e il Pnrr. Se fosse stato per voi non lo avremmo avuto” dice il leader del Movimento 5 stelle a Giorgia Meloni. Lo schermo, diviso in due, mostra anche la reazione di Meloni che, osservando il labiale, sembra pronunciare un insulto. In particolare, l’ipotesi che va per la maggiore sui social è che lei abbia usato l’espressione “che merda…”.

Il deputato del Pd Alessandro Zan scrive: “La Presidente @GiorgiaMeloni smentisca immediatamente il presunto insulto rivolto a @GiuseppeConteIT. In caso contrario, lo esterni in casa propria o in via della Scrofa, non di certo nell’Aula di Montecitorio, tempio della democrazia”. Chissà ora che dicono tutti i giornalisti barzotti per l’eleganza e l’autorevolezza della presidente del Consiglio.

SALVINI E I DESSERT
Salvini: “Il mio ministero si occupa di terra e mare”. Probabilmente gli hanno assegnato il ministero per il menù del fine settimana.

CHE SCHIF… ANI LA GIUSTIZIA LENTA
Come racconta Attilio Bolzoni “in nome di una giustizia più veloce ed efficiente si possono fare acrobazie da capogiro. E il bello è che le carte sono tutte a posto, così a posto che una prescrizione di massa è garantita al mille per mille. Tutti lo sanno e nessuno fa niente, nessuno muove un dito per rianimare un processo, per salvarlo, per trascinarlo fuori da una palude che lo sta inesorabilmente inghiottendo”. Si tratta del processo Montante. Per mancanza di giudici il presidente del tribunale di Caltanissetta Francesco D’Arrigo ha riunificato due tronconi del dibattimento del processo Montante. Ne è nato un processo mostro dove dovranno essere riascoltati i testi sentiti nel primo processo. Si ricomincia daccapo. Tra gli imputati il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani. E il governo che dice?

A PROPOSITO DEL MERITO
Ieri l’onorevole Cattaneo (Forza Italia) in Parlamento ci ha spiegato cosa sia il merito in un intervento accalorato e duro. Al suo fianco alla Camera c’è Marta Fascina, che ha il merito di essere la compagna del padrone di quel partito. Questo è tutto.

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Non c’è niente da capire

Qualcuno che gira con diecimila euro in contanti nel borsello non è un povero. Partiamo da qui, almeno per evitare di apparire scollegati dalla realtà di un Paese in cui la retribuzione globale annua (Rga) media si aggira intorno ai 30.000 euro, mentre la retribuzione annua lorda (Ral) media è pari a circa 29.500 euro (circa 1.700 euro netti al mese). Diecimila euro non li vedranno mai tutti insieme i 5,6 milioni di poveri nel nostra Paese (di cui 1,4 milioni sono bambini) che aspirano ad avere il problema di scegliere con quale modalità pagare visto che pagare rimane il loro insormontabile problema.

Qualcuno dice che la prima mossa del governo Meloni abbia a che fare con la “libertà”. Anche questa teoria è fragile. Basterebbe misurare le due urgenze: è più urgente dare “la libertà” di scegliere se pagare in contanti, in elettronico, con sesterzi o con il baratto o è più urgente trovare una soluzione perché tutti paghino ciò che si deve? Il governo ha scelto. L’ha scelto, si badi bene, come primo atto di un governo che arriva mentre le bollette stanno scarnificando le imprese e le famiglie, lo ha scelto mentre i salari da fame stanno sbriciolando i progetti e le speranze, lo ha scelto mentre la crisi climatica aumenta i pericoli e i costi per i cittadini, lo ha scelto mentre una guerra continua a bruciare alle porte dell’Europa. Questione di priorità, semplicemente.

Il governo Meloni, per mano del suo ministro all’Interno Piantedosi e del suo ministro alla Salvinità Matteo Salvini, ha messo nel mirino come primi nemici le navi delle Ong nel Mediterraneo. L’ha fatto nel momento in cui i morti si moltiplicano (tra bambini bruciati e bambini annegati) e lo fa insistendo con una violazione delle convenzioni internazionali, soprattutto quelle che riguardano la sicurezza in mare, la Convenzione di Amburgo e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e i richiedenti asilo. «Non si capisce quale sia la fonte giuridica che utilizza per ventilare un illegale e illegittimo blocco di navi che hanno soccorso naufraghi e che chiedono un Place of safety, come prevede la Convezione di Amburgo, che è molto chiara e non parla di bandiere, ma semplicemente di obbligo del soccorso», ha spiegato ieri all’Adnkronos Luca Casarini, capomissione di Mediterranea saving humans. Era una priorità? Evidentemente sì.

La prima proposta di legge depositata dalla maggioranza è quella di Maurizio Gasparri per scassare la 194. La ministra nominata alla Famiglia (e Natalità) è un’antiabortista fuori dal tempo e fuori dalla realtà che nelle sue prime interviste ha ribadito la propria idea provando a rassicurare (male) che i diritti delle donne non verranno toccati specificando però che l’aborto non lo ritiene un diritto. Era una priorità del Paese? Evidentemente sì.

In compenso ieri è stato bollato come “ideologico” l’intervento in Senato di Roberto Scarpinato, storico magistrato antimafia e ora capogruppo del Movimento 5 stelle, che ha semplicemente ricordato che questo governo si regge sui voti di un leader di partito (Silvio Berlusconi) che ha pagato per anni Cosa Nostra e che ha avuto come braccio destro un ex senatore (Marcello Dell’Utri) condannato in via definitiva per essere stato “l’anello di congiunzione tra Berlusconi e la mafia”. Ideologico, hanno detto.

Non c’è molto da capire. Qui non siamo più nel campo dei propositi. Stiamo ai fatti. Questo è.

Buon giovedì.

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Revanscismo di governo

Il coro è sempre lo stesso, una simulata meraviglia per l’inclinazione alla democrazia della potente di turno. Sfogliando questa mattina la rassegna stampa si possono riconoscere le stesse voci di intellettuali e giornalisti che sculettano da progressisti ma non riescono a trattenere la loro passione per il potere, qualsiasi potere. Rosso, nero, uomo, donna, borgataro o esimio professore il potere va bene in tutte le salse. L’adorazione per lo scranno più alto del Consiglio dei ministri è un’inclinazione che ha le fattezze del servilismo. Capita così che la realtà venga piegata ai propri desiderata senza un briciolo di vergogna: «Sembra un PdC di centro sinistra riformista», twittava ieri una giornalista. Basta prendere questa frase come fotografia dell’imbarazzo che ci assale.

La destra che torna al governo dopo il 1946 invece fa la destra, ne indossa tutte le caratteristiche (anche le peggiori) e basta una giornata consumata alla Camera per scalfire il fondotinta che ha indossato durante la passerella dell’investitura. Giorgia Meloni fa un comiziaccio di partito con poca patina istituzionale e celebra la retorica più destrorsa che si sia mai ascoltata da una presidenza del Consiglio sfoderando promesse di non tradire e non indietreggiare, come in una brutta puntata di Sturmtruppen. Racconta la storia d’Italia scivolando dal Risorgimento dimenticando la Liberazione italiana (sarà per non “tradire” i suoi Fratelli d’Italia) riducendo il fascismo alle leggi razziali (da cui prende le distanze per confermare la sua aderenza a tutto il resto?) e l’antifascismo a ragazzetti con il gusto di pestare con la chiave inglese.

Chiama per nome le donne che le sono di esempio ma non riesce a non ridicolizzare il femminismo tirando fuori dal cilindro la battuta della “capatrena” che non farebbe ridere nemmeno detta al bar della Garbatella. Snocciola un filotto di riferimenti culturali che sembra confezionato dalla home page di un sito di aforismi (Roger Scruton e Montesquieu, Cormac McCarthy e Steve Jobs) e consegna come scena madre la sua abiura ai regimi antidemocratici («tutti i regimi antidemocratici», puntualizza Meloni, tanto per annacquarne qualcuno) applauditissima dai commentatori del potere. “Avete visto? Ha preso le distanze dal fascismo!”, scrivono in coro quelli che dimenticano di parlare dell’erede del partito di Almirante. «Avete visto? Che credibilità!”, scrivono della presidente del Consiglio che votò Ruby come nipote di Mubarak.

Quando le capita di rivolgersi al deputato Aboubakar Soumahoro ne sbaglia il cognome (ci può stare) e poi non riesce a non dargli del tu. Sarà un caso che Soumahoro sia nero. Sarà un caso che Meloni si scusi dopo le proteste dai banchi dell’opposizione. Funziona, comunque: i villi intestinali dei suoi elettori sono ugualmente soddisfatti per quello scivolone che a loro dice più di tutto il resto del discorso.

La destra fa la destra e coccola gli evasori, sventola “l’ordine” in nome della sicurezza (una retorica che ormai fa presa solo qui, vecchia come il mondo), promette contemporaneamente deregolamentazione e protezionismo, propone un europeismo che è solo postura (partendo da San Benedetto!), usa Montesquieu per fingersi liberale (ma è semplicemente liberista), accarezza gli imprenditori con la narrazione dello «Stato tiranno», si rimangia la promessa delle riforme costituzionali solo se condivise («sia chiaro che non rinunceremo a riformare l’Italia di fronte ad opposizioni pregiudiziali»), lascia intendere una tolleranza dell’evasione come nuovo patto fiscale, srotola solo bolsa retorica sulla battaglia alle mafie (proponendo il riuso dei beni confiscati che già c’è ma non se n’è mai accorta), sfodera «l’ambientalismo ideologico» rivendicando (applaudita!) la priorità dei benefici dell’uomo sui danni dell’ambiente (un passo indietro di quarant’anni almeno), incasella l’immigrazione in un contesto solo economico e militare. La destra fa la destra.

Per Giorgia Meloni è tutto revanscismo. La voglia di urlare la rivincita ci presenta una presidente del Consiglio che chiede la fiducia attaccando l’opposizione. Il vittimismo, vedrete, sarà il segno distintivo di un governo che grazie al vittimismo è riuscito a ingrassare il proprio bacino elettorale stando all’opposizione. Intanto fuori i manganelli spaccano le teste agli studenti «per impedire l’assalto alla cerimonia», ci spiega il ministro all’Interno Piantedosi. Piantedosi che ha già trovato il tempo di mettere sotto i riflettori le Ong nel Mediterraneo mentre il Mediterraneo ci restituiva altri corpi di bambini di pochi mesi.

La luna di miele di Giorgia Meloni è appena iniziata ma durerà poco come per tutti gli altri. Quelli che prima la disprezzavano e ora la adorano – più o meno velatamente – sono pronti a lasciarla appena finiranno le briciole di pane di cui si cibano.

Buon mercoledì.

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All’Università tornano i manganelli. Ecco il Bestiario di sottogoverno

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Si parte e s’ode subito rumore di manganelli. C’è Piantedosi che gioca a fare il Salvini, il vittimismo come talento di governo e Confindustria che gode. Eccoci al bestiario di sottogoverno.

SI RIVEDONO I MANGANELLI
“Difficilmente riuscirò a non provare […] simpatia anche per i giovani che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo”, dice Giorgia Meloni durante il suo discorso alla Camera per ottenere la fiducia. Intanto i giovani scendevano in piazza all’esterno della facoltà di Scienze Politiche all’università di Roma La Sapienza dove erano attesi Capezzone e Fabio Roscani, deputato di Fratelli d’Italia e presidente di Gioventù Nazionale per una conferenza sul “capitalismo buono”. La risposta Manganellate addosso. Non male come inizio.

UN MATTEO PEGGIO DELL’ALTRO
I nuovo ministro all’Interno Matteo Piantedosi ha emanato una direttiva ai vertici delle Forze di polizia e della Capitaneria di porto perché informino le articolazioni operative che il ministero degli Affari esteri, con note verbali alle due ambasciate degli Stati di bandiera (Norvegia e Germania), ha rilevato che le condotte delle due navi Ocean Viking e della Humanity 1 attualmente in navigazione nel Mediterraneo non sono “in linea con lo spirito delle norme europee e italiane in materia di sicurezza e controllo delle frontiere e di contrasto all’immigrazione illegale”. È il solito giochetto della destra: si dicono contro l’immigrazione clandestina ma mai una volta che riescano a prendersela con i trafficanti. No, solo contro le Ong.

GNEGNEISMO DI GOVERNO
“Dobbiamo avere la consapevolezza che troveremo ostacoli; ostacoli ovviamente per la situazione economica, ma ostacoli perché c’è una sinistra rancorosa, intrisa nel pregiudizio, tanto da mancare nell’applauso prima delle dichiarazioni. Questa sinistra cercherà di infiammare la piazza, portare fuori dalle aule il conflitto. Questo non deve essere permesso, i problemi si risolvono nelle Aula”. Lo ha detto Stefano Candiani (Lega) intervenendo alla Camera durante il dibattito sulla fiducia. Vittimismo anche se sono al governo. Il vittimismo come talento innaturale della destra, fin dal 1946.

CONFINDUSTRIA GODE
Dice la Meloni: “Chi oggi ha la forza e la volontà di fare impresa in Italia va sostenuto e agevolato, non vessato e guardato con sospetto. Perché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editto o decreto. E allora il nostro motto sarà “non disturbare chi vuole fare”. Abbiamo bisogno di meno regole, ma chiare per tutti. E di un nuovo rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione, perché il cittadino non si senta parte debole di fronte ad uno stato tiranno che non ne ascolta le esigenze e ne frustra le aspettative”. “Non disturbare chi vuole fare” e “Stato tiranno” sono esattamente il programma politico di Confindustria: deregolamentare per lasciare le mani libere agli imprenditori ma soprattutto ai prenditori. Cosa potrà andare storto?

CORSO DI STORIA PER LA MELONI
Nel suo discorso per la fiducia Giorgia Meloni ripercorre la storia d’Italia saltando dal Risorgimento ai giorni nostri. Manca qualcosa Sì, la Liberazione dal fascismo. Sarà stato un lapsus. In compenso condanna le leggi razziali (glielo chiede l’Europa) e derubrica la Resistenza a “una guerra civile tra due parti fino agli anni settanta”. Sì, peccato che una delle due parti sia incivile e soprattuto incostituzionale.

RENZI S’OFFRE
Fonti da Italia Viva: “Grande soddisfazione per l’intenzione di Fratelli d’Italia di istituire una commissione d’inchiesta che indaghi sulla gestione della pandemia e in particolare modo faccia luce su chi ha eventualmente lucrato sugli acquisiti Covid. Matteo Renzi è da sempre in prima linea su questo e non farà mancare il suo contributo”. Non avevamo dubbi Matteo che sarai in prima linea, mica solo sul Covid.

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Verso un congresso farsa. Così il Pd cambierà senza cambiare nulla

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Stefano Bonaccini chiede di accelerare la data del congresso del Pd. Per chi osserva i segnali politici il messaggio è chiaro: gli equilibri si stanno definendo e la gara può cominciare. Il presidente della Regione Emilia Romagna non scioglie la riserva (“se mi candiderò lo dirò a tempo debito”, dice) ma propone una base programmatica.

La vittoria di Stefano Bonaccini al prossimo congresso del Pd è già scritta. Ma dovrà scendere a patti con le correnti

“Lavoro, clima, scuola, sanità e diritti civili, i pilastri di una nuova stagione: pochi punti spiegati bene e con un partito che non sia populista, ma diventi un po’ popolare”, dice Bonaccini che aspetta la direzione del partito convocata per venerdì quando Enrico Letta detterà i tempi delle quattro fasi. La prima, fondamentale per capire il ruolo di Elly Schlein, sarà la cosiddetta “chiamata” per allargare la partecipazione al di fuori del partito. Solo lì si saprà se l’ex vice proprio di Bonaccini (ora in Parlamento) deciderà di correre per la segreteria.

Franceschini gioca su più tavoli e lascia intendere di poter sostenere la candidatura di Nardella

Le altre fasi, discussione dei punti politici e candidature, si concluderanno con i gazebo che sceglieranno i due candidati che andranno al ballottaggio. Il rischio vero, però, è che nel Pd si “cambi tutto per non cambiare niente”, come ci dice una deputata. Bonaccini sta tessendo i suoi fili con la corrente Base Riformisti (guidata dall’ex ministro Lorenzo Guerini) e sta dialogando con Area Dem a cui fa capo Dario Franceschini. Che però gioca su più tavoli (al solito) e nel frattempo lascia intendere di poter sostenere la candidatura del sindaco di Firenze Dario Nardella anche lui ufficialmente non candidato ma già immerso nel gioco di relazioni all’interno del partito.

De Micheli sta organizzando i suoi comitati regionali

Poi c’è l’unica candidata ufficiale al momento, Paola De Micheli, che sta organizzando i suoi comitati regionali mentre al Nazareno ipotizzano anche la partecipazione del sindaco di Pesaro Matteo Ricci (in tour in Italia con il suo progetto “Pane e politica”), il capodelegazione al Parlamento Europeo Brando Benifei (che vorrebbe puntare sul “ricambio generazionale”).

“Ma il punto vero – ci dice un dirigente del partito – è che a oggi sembra chiaro il piano di Letta: blindare il partito rassicurando tutte le correnti interne per fare in modo che il prossimo segretario non sia una “rivoluzione” ma semplicemente un amministratore di equilibri consolidati e garantiti”.

Qualcuno teme che la “rinascita” declamata sia solo una spolverata di facciata che lasci il partito nelle stesse condizioni di ora, puntando su un rinnovamento estetico. “Benifei, De Micheli, Ricci e Nardella usano il congresso per potersi sedere e trattare: alcuni vogliono un buon posto per le prossime elezioni europee, altri si accontentano di avere qualche peso nella segreteria che verrà.

Non è un congresso, ad oggi sembra che il Partito democratico stia facendo le parlamentarie per Bruxelles. Bonaccini è un romagnolo, alla fine si metterà d’accordo con tutti, sempre nello spirito della Ditta…”, ci dicono.

Provenzano ha già annunciato un passo indietro. Orlando indeciso sul da farsi

Ai nomi in campo manca anche la parte più a sinistra del Pd con Peppe Provenzano che ha già annunciato un passo indietro e l’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando che sembra indeciso sul da farsi. Anche sulla capacità della Schlein di “ribaltare” il partito ci sono dei dubbi: “Per avere persone che conoscono ‘la macchina di partito’ Schlein dovrebbe puntare sui ‘neutrini impazziti’ che non fanno riferimento a nessuna corrente. Ma per riuscirci dovrebbe fare aperture su temi che non sono i suoi”, riflettono dal Nazareno.

“Rischiamo di finire con un ‘tutto cambia perché nulla cambi’…”, dice sconsolata una dirigente. Si attendono le mosse dei “giovani turchi” di Matteo Orfini, mentre gli esclusi dalle ultime elezioni valutano se organizzare una candidatura “di vendetta”. Questa, per adesso, è l’aria che tira.

Leggi anche: Altro che opposizione senza sconti. Del Pd di Letta si sono perse le tracce. Aspettando il Congresso, tra i Dem è stallo totale

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Merito

Oggi l’onorevole Cattaneo (Forza Italia) in Parlamento ci ha spiegato cosa sia il merito in un intervento accalorato e duro. Al suo fianco alla Camera c’è Marta Fascina, che ha il merito di essere la compagna del padrone di quel partito. Questo è tutto.

La destra e la scuola classista. Ora il Bestiario è del sottogoverno

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Forte ‘sto governo. Mentre Silvio studia come rosicchiarlo, il suo Mulè apre la sagra dei fraintendimenti. Intanto scoprono che per fare nuovi ministeri non basta inventarsi un nome. E poi c’è il solito Salvini bugiardo.

IN MERITO AL MERITO
La risposta migliore sul ministero del Merito voluto da Meloni e i suoi alleati la dà in un’intervista Mario Lancisi, biografo di Don Milani: “Uguaglianza e merito – dice Lancisi – si integrano in un processo collettivo in cui ciascun ragazzo si mette al servizio degli altri. Vince il noi, non l’io. Il lavoro di squadra e non l’invenzione del genio. Non il merito ma la solidarietà di gruppo. Io vedo nel ritorno classista al merito la spia culturale di un governo che punta alla società dei più forti e dei più ricchi. Aver voluto aggiungere la dicitura del merito al ministero dell’Istruzione non è quindi un’operazione folkloristica, ma funzionale all’ideologia di destra dei nuovi padroni d’Italia”. Ecco tutto.

LA SAGRA DEL FRAINTESO
Come da copione in Forza Italia si parte con il “sono stato frainteso”. Il berlusconiano Giorgio Mulè in un’intervista a Repubblica pone il problema “dell’incompatibilità” di Tajani e Bernini che ricoprono ruoli di governo e di partito. Non serve essere troppo furbi per capire che chiede le dimissioni dai loro ruoli all’interno di Forza Italia. Nel pomeriggio dice di essere stato “frainteso”: “Non ho detto che Tajani ‘deve dimettersi’. In quest’ultimo caso sarei incorso nell’uso dell’imperativo che è modo da non coniugare in politica”, dice. In sostanza: Tajani deve dimettersi, ma gentilmente.

FACILE CAMBIARE SOLO I NOMI
Ora c’è il ministero del Mare, della Sovranità alimentare, della natalità e così via. Solo che per cambiare nome serve un decreto, non basta dirlo tutti contenti ai giornalisti. E soprattutto bisogna decidere chi fa cosa. Salvini, ad esempio, sfruttando il buco legislativo sta incontrando membri della Guardia Costiera per cominciare subito a giocare alla caccia al migrante. Solo che il ministro del Mare, Nello Musumeci, dice che i porti sono di sua competenza, visto che stanno nel mare. A questo punto potrebbero risolverla facendo un bel ministero dei porti.

SBUGIARDATO SALVINI
Decreti “Sicurezza”, 30 miliardi per i rincari, autonomia ed estensione della flat tax: in campagna elettorale Salvini voleva che queste misure fossero adottate nel primo Consiglio dei ministri di un governo di centrodestra. Le cose non sono andate così. Strano, eh?

È LA STAMPA, BELLEZZA…
Su Twitter Fabio Chiusi ha deciso di buttare un occhio sulla stampa italiana di fronte al cambio di potere. Sulla home page di Libero ieri fioccavano articoli già in odore di complotto: “Magistrati e alta finanza, è già pronto il complotto contro la Meloni”, titolavano. E poi: “La bomba non è ancora esplosa. Ma…”. Meloni rischia, voci dalle Sacre stanze”. Altri quotidiani si sono sprecati su articoli editoriali sulle scarpe di Meloni. Insuperabile il titolo de Il Messaggero: “Meloni, il look: cambio scarpe a Palazzo Chigi, arriva senza tacchi, poi indossa le decolletés. Cinque paia in tre giorni”.

Tiscali incensa e tira un sospiro di sollievo: “E Giorgia finalmente ha sorriso”, “con quella carica empatica che fa della leader della destra italiana una figura che riesce a strappare simpatia anche da chi sta da tutt’altra parte della geografia politica”. Furio Colombo a L’aria che tira dice: “La performance di Giorgia Meloni è stata perfetta, con grazia, eleganza e senza eccessi di solennità”. Non c’è che dire, con questo giornalismo cane da guardia del potere il Governo starà già tremando.

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Montanari: “Altro che lasciarli lavorare, meno fanno e meglio è”

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“Lasciateli lavorare”, si sente dire in giro a proposito del governo Meloni. Non è d’accordo invece Tomaso Montanari, storico dell’arte, accademico e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena.

Montanari, dicono sia troppo presto per esprimere giudizi o per fare opposizione, che ne pensa
“Io credo che un’opposizione democratica di un governo confessatamente fascista non possa che partire immediatamente e debba provare ad impedire a quelli di svolgere un lavoro prevedibilmente dannoso per la nazione. Un governo di questo tipo si giudica dalle idee e dall’orientamento. La pregiudiziale antifascista, lo ripeto da sempre, dovrebbe essere il prerequisito fondamentale. Qui siamo di fronte a un corpo estraneo della vita democratica. Siamo di fronte a un governo legittimo formalmente che ha comunque il 27 per cento dei consensi sul piano sostanziale, tenendo conto degli astenuti. Nella crisi della democrazia questo è successo grazie a una legge elettorale chiaramente incostituzionale. Personalmente penso che meno facciano meglio sia”.

Come giudica la squadra di governo?
“Se nel centrosinistra il livello è bassissimo qui siamo di fronte a un livello infimo. Si tratta di un governo figlio di spartizione, di cognati, di consiglieri dei capi, di uomini della propaganda. Dopo avere ripetuto per mesi “siamo pronti” hanno dimostrato di essere tutt’altro che pronti. Dopo 70 anni arrivano inevitabilmente al governo con quello che hanno ovvero con una classe dirigente infima”.

Molti però invitano ad apprezzare che Giorgia Meloni sia la prima donna a Palazzo Chigi, colei che ha sfondato il tetto di cristallo…
“Ma proprio per niente. Il problema delle donne è di riuscire a arrivare a ruoli apicali senza introiettare valori maschili. Se arrivi ai vertici aderendo al modello patriarcale il fatto che tu sia una donna è irrilevante. Giorgia Meloni è accettata perché depotenziata, omologata. Ce l’ha fatta lei ma non significa avere risolto la questione femminile. In questo caso poi Meloni appoggia un modello che non solo è patriarcale ma che addirittura criminalizza le differenze”.

Come giudica il comportamento della stampa
“Ovviamente indecente. Non parlo di tutti quelli che fanno seriamente il loro mestiere. Il Corriere della Sera è già transitato da quella parte ma anche su Repubblica vedo crepe importanti. È il solito problema: il consenso al potere, vorrei dire servilismo, si sta già manifestando. Di vede da come viene romanticizzata la figura della presidente e da come ci si allinei a chiamarla “il” presidente senza rendersi conto che è un errore. Il supplente a scuola riferito a una donna è un errore: si dice la supplente, la docente. È italiano. La stampa è riuscita a omologarsi anche sugli errori di grammatica”.

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Ora la propaganda ricomincerà a gocciolare sangue

Pochi giorni fa due bambini sono morti carbonizzati su una barca partita dalla Tunisia verso Lampedusa. L’esplosione di una tanica di benzina ha bruciato un bambino e una bambina di uno e due anni. Gravemente ferita una donna. In tutto erano in 37. L’esplosione è avvenuta all’alba, mentre i migranti dormivano. Lo scoppio li ha presi alla sprovvista. «Quando sono saliti a bordo i militari italiani hanno trovato davanti ai loro occhi un girone dantesco: morti, ustionati con le carni sanguinanti, gente in lacrime», riportano le cronache.

Sabato una barca partita da Sfax, in Tunisia, si è ribaltata vicino all’isolotto disabitato di Lampione, parte dell’arcipelago che comprende Lampedusa. Una bambina di due settimane è scomparsa in acqua.

Secondo  La Sicilia, anche un’altra barca si è capovolta al largo della costa di Lampedusa nel fine settimana. A bordo di questa barca, ha riferito il giornale, c’erano una trentina di migranti. 22 uomini, tre donne e un minore sono stati salvati dalla Guardia di Finanza, ma quattro persone sono state segnalate disperse, tre uomini e una donna.

«Dobbiamo continuare a riaffermare la necessità di affidare i flussi migratori agli Stati e alla loro capacità di gestire questo fenomeno, e non all’azione dei trafficanti e nemmeno a quella dell’azione spontanea anche se umanitaria», ha detto il nuovo ministro dell’Interno Piantedosi a Il Messaggero.

Ieri Matteo Salvini ha sputato la foto mentre riceveva nell’ufficio del suo nuovo ministero membri della Guardia Costiera. Le sue competenze da ministro non sono ancora state definite ma il messaggio è chiaro: siamo tornati alla guerra ai migranti. Siamo ancora qui, nello spettro della propaganda che gocciola sangue. Nel balletto entrerà il Partito democratico che balbetterà per non disconoscere il suo ex ministro Minniti che con i suoi accordi con la Libia ha iniziato questo vortice dell’orrore. Balbetteranno quelli del Movimento 5 Stelle che hanno firmato con baldanza i Decreti sicurezza di Salvini (se ne sono pentiti, dicono). Intanto quelli moriranno e gli attacchi alle Ong ricominceranno.

Tutto intorno si alzerà quest’aria mefitica di razzismo spacciato per sicurezza. Questa volta ci saranno anche i cosiddetti moderati a rimestare il veleno. Eccoci qui.

Buon martedì.

Nella foto: l’arrivo a Lampedusa dei feriti dopo l’esplosione nella barca dei migranti in cui sono morti due bambini, 21 ottobre 2022 e la riunione di Salvini con i vertici della Guardia costiera (da fb Salvini), 24 ottobre 2022

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Del Pd di Letta si sono perse le tracce

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Ma dov’è finito il Pd? Dopo i giorni successivi alla batosta elettorale, con voci che discutevano addirittura di scioglimento, il partito di Enrico Letta sembra essersi assopito in un silenzio esterno e interno. Si sono levate ovviamente le voci di opposizione per il governo che Giorgia Meloni ha confezionato ma il futuro del partito, tema urgente per gettare le basi di una ricostruzione, è scomparso dalle pagine dei giornali.

Aspettando il Congresso, nel Pd è stallo totale. E il dibattito sul futuro del partito è sparito dall’agenda.

Dal punto di vista istituzionale sono state confermate le due capogruppo in Parlamento ma la fase congressuale, che Letta aveva annunciato come imminente, sembra ancora essere in pieno stallo. In questo momento ci sono in campo solo due nomi: Paola De Micheli e Stefano Bonaccini. La prima promette opposizione “dura e radicale” al governo Meloni ma continua a ripetere che “non basterà”:

“Dobbiamo decidere chi siamo, chi rappresentiamo e dove vogliamo portare il Paese”, spiega. L’ex ministra alle Infrastrutture lamenta un “silenziosamente” della sua candidatura “dalla componente maschilista del partito”. Di certo sono in molti all’intento del Pd a ritenere la sua candidatura poco più di una semplice testimonianza: “Ha scelto di candidarsi per prima per ritagliarsi un po’ di visibilità”, taglia corto un deputato.

Il presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini invece sa bene di avere le carte in regola per aspirare alla segreteria e per questo chiede un’accelerazione: “Spero non andiamo oltre perché secondo me – dice Bonaccini intervistato ad Agorà, su Rai Tre – a proposito di chi ha detto che si potrebbe andare persino a mesi successivi, forse c’è chi ha più interesse e a tenere lo status quo di adesso. E forse non si comprende quali sono le aspettative anche di una parte del Paese”.

I sondaggi lo danno come favorito e la sua unica sfidante che a oggi avrebbe qualche possibilità di insidiarlo, Elly Schlein, è sempre rimasta in silenzio sull’ipotesi di una sua candidatura. Anche perché Bonaccini sa bene che ogni giorno perso rischia di essere un regalo al Movimento 5 Stelle: “Dobbiamo essere noi del Pd a organizzare una proposta di opposizione. Poi ragioniamo sui temi. Il congresso non deve essere una disputa tra chi pensa ci si debba alleare con gli uni o con gli altri che sono con noi in Parlamento”, spiega, chiarendo comunque di non vedere nessuna possibilità che i renziani del cosiddetto terzo polo “rientrino nel Partito democratico”: “hanno fatto un altro partito e mi pare che la loro strada sia legittimamente quella di dar vita a un’altra forza politica, che io mi auguro non abbia tentazioni di guardare a destra”, ha detto alla festa romana de Il Foglio.

Ci sarebbe, a dire il vero, anche il sindaco di Firenze Dario Nardella che ripete di “candidarsi a portare delle idee forti e dirompenti» lasciando socchiusa la porta. Nardella ha parlato anche di «una grande generazione che dovrebbe unirsi, dal sud al nord, dalla destra alla sinistra del mio partito, senza farsi condizionare dai gruppi di potere, dal tatticismo o dalle convenienze”.

Solo che intanto il Pd (secondo l’ultimo sondaggio Emg) ha perso ancora un 1,1%, scivolando al 18%, a solo 1,5% dal Movimento 5 Stelle. Intanto in vista ci sono le elezioni regionali di Lombardia e Lazio e ancora una volta il Pd dovrà decidere se guardare ai 5S o al cosiddetto terzo polo. Oppure, ancora una volta, lasciare decidere gli altri. “Questo immobilismo non lo capisce nessuno”, dice un ex senatore non rieletto. La destra nel frattempo vince e governa.

 

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