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Forniture militari a Israele, un dossier denuncia: 416 spedizioni Made in Italy a Israele da ottobre 2023

La denuncia è circostanziata: 416 spedizioni. Il numero è nei registri doganali, nelle fatture di export, nei giornali di bordo: 416 trasferimenti di materiale militare dall’Italia a Israele dall’ottobre 2023. Più 224 chilotonnellate di carburante. Più le navi che spengono il trasponder nel Mediterraneo. Più i pannelli di controllo dei caccia F-15 caricati su voli di linea a Roma Fiumicino.

Il governo Meloni ha detto che le esportazioni erano state sospese o limitate. Antonio Tajani ha suggerito una sospensione totale. Guido Crosetto ha ammesso che le forniture erano proseguite nell’ambito di contratti preesistenti. Poi Giorgia Meloni ha precisato che solo le nuove licenze erano bloccate. Tre versioni diverse della stessa storia, tutte nella stessa direzione: far credere a un’Italia sobria, cauta, estranea.

Il dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio”, pubblicato il 25 marzo 2026 da People’s Embargo for Palestine, Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), Palestinian Youth Movement (PYM) e The Weapon Watch in collaborazione con l’European Legal Support Center, racconta altro. Lo racconta con numeri, nomi di navi, codici di voli, nomi di aziende. Il 5 maggio il dossier è arrivato alla Camera. La deputata Stefania Ascari (M5S) ha depositato un’interrogazione parlamentare. La risposta non c’è ancora.

Forniture a Israele: il carburante clandestino

Dal porto di Taranto, almeno 85,6 chilotonnellate di petrolio greggio sarebbero state spedite verso le raffinerie israeliane di Ashkelon e Haifa dal luglio 2024. Le navi hanno spento il trasponder AIS per una parte del viaggio: sparire dai radar, cambiare la destinazione dichiarata, riapparire in un porto israeliano. Dalla Sicilia, gestita, sarebbero partite altre 138 chilotonnellate di gasolio, consegnate ad Ashdod e Ashkelon nel 2024 e nel 2025. Quel gasolio alimenta i carri armati Merkava e i bulldozer D9 che demoliscono le case a Gaza.

Di tutto di più

I registri, stando al dossier, documenterebbero oltre 150 trasferimenti di componenti aerospaziali. A cominciare dai pannelli di controllo HUD per i caccia F-15: l’interfaccia tra il pilota e il sistema d’arma che decide dove cade la bomba. L’F-15 è la piattaforma con cui Israele ha sganciato bombe MK-84 da 2.000 libbre su edifici residenziali, scuole e campi profughi. Gli attacchi su al-Maghazi e Rafah hanno causato centinaia di morti civili, decine di bambini. Nel novembre 2024 una spedizione classificata come «armi», sarebbe arrivata a Tel Aviv via Milano Malpensa.

Altre quattro spedizioni di componenti aeronautici dalla Puglia sarebbero state recapitate alla Base Aerea di Nevatim, centro operativo degli F-35I israeliani, tra novembre 2023 e febbraio 2024. Poi ci sarebbero pure i 44 pallet di giubbotti antiproiettile a Source Vagabond Systems, fornitore dell’esercito israeliano.

Il 13 aprile 2026 il governo Meloni “ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”. Poi in Europa si è opposto allo stop all’intesa Ue-Israele. L’ambiguità reiterata nelle dichiarazioni e nei fatti. CHe diventa metodo.

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Querele temerarie: il governo che non vuole lo scudo

Il 7 maggio è scaduto il termine per recepire la direttiva anti-SLAPP, nata in memoria di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese assassinata dopo anni di querele ricevute da politici. L’Italia non ha recepito nulla. La notizia sarebbe già abbastanza. Solo che lo stesso giorno Matteo Piantedosi depositava una querela contro il direttore di Dagospia, per aver scritto della relazione con…

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Scuola, 50 piazze contro la riforma degli Istituti tecnici: nel mirino il decreto che ha cambiato le carte a iscrizioni già chiuse

Il decreto ministeriale n. 29 è datato 19 febbraio 2026. Le iscrizioni alle classi prime degli istituti tecnici erano già chiuse da settimane. Prima si chiudono le liste, poi si cambia la scuola. È questo il punto di partenza dello sciopero che oggi ha fermato gli istituti tecnici di tutta Italia: più di trenta piazze, da Milano a Roma, da Torino a Firenze a Napoli. A chiamare l’astensione sono Flc Cgil, Cub Sur e Sgb, con l’adesione di Cobas Scuola e Usb Pubblico Impiego.

Cronologia scomoda

Il DM 29 è una riscrittura dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici: indirizzi, quadri orari, risultati di apprendimento, con effetto immediato sulle classi prime del 2026-2027. I ragazzi che si sono iscritti a febbraio hanno scelto una scuola, e a settembre ne troveranno un’altra. Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nel parere del 5 febbraio, aveva già segnalato che il decreto arrivava «in ritardo rispetto ai processi già avviati nelle scuole». Il ministero non lo ha ritenuto un ostacolo. Ma intanto stanno nascendo comitati di genitori che valutano ricorsi legali.

Nell’arco del quinquennio, la riduzione complessiva delle ore è di 627 unità. L’area culturale generale perde 132 ore, di cui 33 di lingua italiana. Le discipline di base vengono alleggerite di 561 ore, spostate verso la “quota flessibile” orientata alle “esigenze formative delle imprese”, sta scritto nel decreto. Il quinto anno scende da 1.056 a 990 ore, con meno italiano nell’anno dell’esame di Stato. Biologia, Chimica, Fisica e Scienze della Terra vengono accorpate in un’unica disciplina che perde 231 ore. Le Tecnologie e Tecniche della Rappresentazione Grafica vengono dimezzate nel settore tecnologico. La Flc Cgil quantifica un saldo negativo di 576 docenti: 1.680 posti persi nelle discipline fondamentali, parzialmente compensati da 1.104 nuovi insegnanti tecnico-pratici.

Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, si tratta di «una scelta politica precisa: subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, con un intervento che svuota il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera».

Cspi e risposta del governo

Il Cspi aveva avvertito nel parere del 5 febbraio 2026 che la riforma rischiava di tradursi «in una fonte di disorientamento per le scuole, di ulteriore precarietà per il personale docente e di discontinuità per gli studenti», chiedendo di definire una fase transitoria. Il ministero non ha risposto. La delegazione Flc Cgil in sede Cspi si era astenuta: «il nuovo assetto viene calato in un contesto di invarianza finanziaria».

L’incontro del 6 maggio tra ministero dell’Istruzione e del merito (Mim) e sindacati ha prodotto la promessa vaga di una futura modifica normativa, senza tempi né contenuti precisati. Fracassi ha definito la proposta insufficiente: «Le misure correttive prospettate non affrontano le criticità strutturali». La Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, movimento auto-organizzato di docenti, ha già annunciato che senza la sospensione del decreto si andrà dal rifiuto di adottare i libri di testo alle dimissioni di massa dagli incarichi funzionali.

Prima la filiera tecnologico-professionale, poi il liceo del made in Italy, poi la sperimentazione del liceo in quattro anni. Ogni misura di questa legislatura ha avuto lo stesso marchio: meno tempo scuola, più mercato. L’obiettivo dichiarato è valorizzare l’istruzione tecnica al punto da proporre di ribattezzare tutti gli indirizzi superiori “licei”. La contraddizione è nei fatti: 627 ore tagliate nel quinquennio, scienze dimezzate, decreto firmato a iscrizioni già chiuse. Nelle trenta piazze di ieri, quella contraddizione è scesa in strada. Il prossimo anno scolastico è tra quattro mesi.

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Amministrative, faro puntato su Venezia: campo largo alla prova delle Comunali tra alleanze e rebus primarie

Il calendario non mente mai. Il 24 e 25 maggio si vota in quasi 900 comuni italiani, con venti capoluoghi tra cui Venezia, unico capoluogo di regione. Chi vince a Venezia porta a casa qualcosa di più di una giunta comunale: porta la prova che il campo largo funziona anche quando la scheda è reale.

È questa la scommessa di Elly Schlein: trasformare ogni elezione locale in un tassello della costruzione nazionale, indicare come modello le città già governate insieme. La coalizione come curriculum.

Comunali, da Venezia a Reggio Calabria

Secondo un sondaggio BiDiMedia del 30 aprile, il senatore Pd Andrea Martella è avanti con il 47,3% contro il 41,6% dell’assessore uscente Simone Venturini. La coalizione raccoglie Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra: la stessa geometria che a livello nazionale resta ancora un cantiere.

Reggio Calabria è la posta speculare. Francesco Cannizzaro (FI) guida una coalizione di dodici liste contro Domenico Battaglia (Pd), vincitore delle primarie di centrosinistra di marzo. Azione sostiene il centrodestra: il partito di Carlo Calenda è dentro in Calabria e fuori a livello nazionale, condensando in una sola città molto di quello che succede nell’opposizione.

Intanto il prossimo 16 maggio, all’Antonianum di Roma, Graziano Delrio e Paolo Ciani (Demos) hanno organizzato un incontro con Romano Prodi sotto il cappello di Comunità democratica. Il 12 giugno si terrà l’assemblea di Progetto civico Italia, la rete di Alessandro Onorato: «Una classe dirigente che può mettere in campo una nuova forza politica». Alle primarie, ha aggiunto, «qualcuno di noi deve partecipare».

Il centro del centrosinistra è in movimento e non passa per il Nazareno

Ma bisogna tornare a fine novembre 2025, un incontro a casa di Romano Prodi, ridimensionato poi a caffè. Gli ospiti: Delrio, il sindaco di Milano Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini di Più Uno. Sul tavolo la costruzione di una lista moderata, alleata ma autonoma rispetto al Pd. Una Margherita 4.0. Il problema è che i nomi si moltiplicano ma la figura aggregatrice non arriva. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi si è tirato fuori dalle primarie. La sindaca di Genova Silvia Salis pure. Tutti nello stesso spazio, incapaci di parlare con una voce sola.

Il 5 maggio Marianna Madia ha lasciato il Pd, approdata nel gruppo di Italia Viva come indipendente. Il messaggio ai riformisti dem: «Provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra». Prima di lei, Elisabetta Gualmini era approdata con Calenda a febbraio. Il copione è lo stesso: si va via nel nome dell’allargamento, ci si allontana dichiarando di voler restare vicini.

Verso le amministrative: i sondaggi

I sondaggi fotografano il paradosso. Il campo largo vale intorno al 45-46%, in parità col centrodestra. Il Pd è al 21-23%, il M5S all’11-13%, Avs al 6-7%, Italia Viva al 2-3%. Paralizzato dalla questione della leadership. Schlein o Conte alle primarie? Noto per Porta a Porta dà Schlein avanti a 48% contro 46% di Conte. Only Numbers di Ghisleri ribalta: Conte al 36,9%, Schlein al 32,5%. Nessuno dei due può contare su un mandato chiaro.

Calenda ha detto che prenderebbe in considerazione un accordo col campo largo solo con una figura riformista alla guida. Il nome che fa è Silvia Salis. Salis ha risposto che resta sindaca. Il centrosinistra le ha assegnato un ruolo che lei non ha accettato: federatore immaginario di un’area che non riesce a federarsi da sola.

Le elezioni del 24 maggio funzionano come una lente d’ingrandimento su una contraddizione che il campo progressista porta con sé da tre anni. A Venezia il campo largo è unito. Le alleanze nazionali restano una catena di eventi senza un punto di fuga. Un’eventuale vittoria a Venezia dirà che il campo largo può vincere. Il giorno dopo, tornerà sul tavolo la domanda su chi lo guida e dove si posiziona sull’Ucraina, sulle spese militari, sull’Europa. Tutte domande a cui il caffè da Prodi non ha ancora dato risposta.

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Qualcosa si muove su Francesca Albanese

Il 6 febbraio 2025, settantanove paesi firmatari dello Statuto di Roma si erano riuniti alle Nazioni Unite per difendere la Corte penale internazionale dalle sanzioni di Donald Trump. Tra i firmatari quasi tutti i membri dell’Ue: Francia, Germania, Spagna, Austria, Polonia. Non l’Italia. Il governo non spiegò il perché. Tajani aveva detto che bisognava forse «aprire un’inchiesta sulla Corte penale». Nordio l’aveva attaccata in Parlamento. Quella firma non era assenza distratta: era una posizione.

Il 6 maggio 2026, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen chiedendo l’attivazione del regolamento n. 2271/1996, lo «statuto di blocco». Lo strumento, nato per neutralizzare sanzioni extraterritoriali di paesi terzi, era già servito contro le misure Usa sull’Iran. Sánchez vuole che protegga i giudici della Cpi e Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, sanzionata da Washington nel luglio 2025. Ha scritto a von der Leyen che le sanzioni «compromettono il funzionamento indipendente di istituzioni essenziali per la giustizia internazionale» e che il meccanismo deve «superare la logica commerciale con cui è stato creato». Il dossier andrà al Consiglio europeo del 18 giugno.

Chi attiva lo «statuto di blocco» vieta ai soggetti europei di rispettare le sanzioni straniere e consente loro di recuperare i danni davanti ai tribunali dell’Unione. La Cpi ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra commessi a Gaza. Albanese documenta quegli stessi fatti ed è sanzionata per questo. Sánchez, nella lettera, usa la parola genocidio. Dall’Italia nessuna presa di posizione. Il governo che aveva scelto di non firmare si trova fuori da questo secondo perimetro. Roma tace.

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La causa di Nordio è un messaggio alla famiglia Berlusconi. Dentro la coalizione le scuse si chiedono, e se non arrivano si paga

Il ministro della Giustizia porta in tribunale l’emittente del proprio alleato di governo. La vicenda che genera la mossa – la grazia a Nicole Minetti, la puntata di Cartabianca, le scuse di Ranucci e il silenzio di Berlinguer – è già nota. Quello che vale capire è altro: perché il bersaglio è Mediaset e non Sigfrido Ranucci. Ranucci si era scusato. Bianca Berlinguer no. Fin qui la cronaca.

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La Lega a Bruxelles a protestare contro se stessa

Qualche decina di sindaci della Lega ieri era a Bruxelles, cartelli in mano, davanti al Parlamento Europeo. La causa: difendere i fondi di coesione dalla riforma che li centralizza. Per la sola Lombardia si rischierebbero circa 4,4 miliardi di euro. Un problema c’è: il commissario europeo con delega alla Coesione e alle Riforme si chiama Raffaele Fitto. È di Fratelli d’Italia. Il governo di cui la Lega fa parte ogni giorno, con ministri, viceministri e sottosegretari.

La delegazione lombarda, guidata dal senatore Massimiliano Romeo e dall’assessore Guido Guidesi, prendeva di mira un alleato di coalizione. Era anche previsto un incontro con Fitto in persona, nel medesimo pomeriggio della manifestazione. Si protestava davanti al Parlamento europeo e poi si andava a stringergli la mano nell’ufficio accanto.

Facciamo un passo indietro. La riforma riguarda il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione punta a ridurre gli attuali circa 540 programmi regionali a 27 Piani nazionali, uno per stato membro, togliendo alle regioni la programmazione diretta dei fondi. Il modello è il Pnrr: fondi gestiti centralmente, regioni a eseguire. Contro questa impostazione si sono schierate 149 regioni di venti paesi, il Comitato europeo delle Regioni, e ora anche i sindaci leghisti. Fitto è però un alleato, il commissario scelto dal governo Meloni, che ha indicato in più sedi il metodo Pnrr come strada per la coesione post-2027. La Lega lo sa. Eppure eccoli a fare opposizione a una politica che il loro governo produce.

Il perché non è oscuro. Serve un nemico per l’elettorato del nord: il centralismo, i burocrati, lo Stato che sottrae risorse ai territori virtuosi. Che quel centralismo abbia oggi il volto di Fratelli d’Italia è scomodo, e quindi si aggira. Si alzano i cartelli, si fa scena, si torna a Roma e si vota la fiducia.

È la fotografia di questa maggioranza. Partiti che si fanno opposizione tra loro per nutrire le rispettive propagande, poi governano insieme. Fa rumore, non fa danni e non disturba il sistema ma vi partecipa.

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L’Onu mette l’Italia alla sbarra in 47 paragrafi: carceri, tortura e respingimenti nel rapporto del Comitato Cat

Il documento arriva il primo maggio. Dentro ci sono le osservazioni conclusive del Comitato Onu contro la tortura (Cat) sull’Italia, settima revisione periodica, 47 paragrafi. L’ultima volta era il 2017. In mezzo ci sono stati tre governi e la stabilizzazione di ciò che un tempo si chiamava postfascismo.

A metà aprile una ventina di funzionari di Palazzo Chigi era a Ginevra, davanti alla 84esima sessione del Cat. Antigone e Medici Senza Frontiere portavano le osservazioni della società civile. La presenza governativa, insolitamente folta, segnalava che le domande sarebbero state pesanti. Non è bastata: quasi tutti i rilievi iniziali sono entrati nel documento finale. Si percepiva, ha scritto Antigone, «l’amarezza di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani».

Il punto d’ingresso è tecnico: il reato di tortura esiste nell’ordinamento italiano dal 2017. L’art. 613-bis del Codice Penale rimane inadeguato: omette intenzionalità e scopo, e configura la tortura come reato commettibile da chiunque, non da un pubblico ufficiale come richiede la Convenzione. Il Cat registra quindi la preoccupazione per i tentativi parlamentari di abolire il reato. A Ginevra la delegazione aveva rassicurato: i disegni di legge erano fermi dal 2023. Rassicurazione accantonata.

Il carcere come misura della civiltà

Al 7 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 63.940 persone a fronte di 46.331 posti disponibili: sovraffollamento al 138%, con punte del 246% a Lucca e del 231% a Milano San Vittore. Il piano di edilizia penitenziaria varato nel 2025 ha prodotto 460 posti in meno. Il Cat segnala un numero “persistentemente alto di morti durante la detenzione” e indagini sui suicidi condotte con “ritardo significativo”. Le carceri minorili sono sovraffollate per la prima volta. Due processi per tortura a carico di minorenni sono aperti, uno a Milano e uno a Roma.

Il reato di rivolta penitenziaria, introdotto dalla legge 80/2025, è configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine. Il Cat ne ha chiesto la depenalizzazione: serve a togliere la parola ai detenuti, a impedire denunce. Sulla stessa legge le riserve sono più ampie: 14 nuovi reati, poteri di polizia rafforzati, criminalizzazione della resistenza civile nonviolenta. Lo stesso impianto del cosiddetto “decreto flussi” (legge 15/2023), che ha criminalizzato le Ong nei salvataggi in mare. Il Cat li legge in sequenza.

Il confine come tortura esternalizzata

Il governo era andato a Ginevra con un documento redatto insieme alla Danimarca: le garanzie dell’art. 3 della Convenzione europea, quello che vieta tortura e trattamenti inumani, non dovrebbero valere allo stesso modo per i migranti. Il Cat ha chiesto, con stupore dichiarato, se questo significasse rispedire persone verso paesi dove rischiano torture.

Il memorandum con la Libia del 2017, più volte rinnovato, finanzia la cosiddetta “guardia costiera libica” per intercettare i migranti. Che in Libia tortura e pestaggi siano prassi è stato sancito dall’esito di alcuni processi. L’elenco dei “paesi sicuri” include Tunisia, Egitto e Bangladesh. I Cpr in Albania finiscono nel documento come luoghi dove il diritto d’asilo viene esternalizzato. All’interno del territorio italiano le strutture di trattenimento registrano molteplici accuse di violenza eccessiva.

I 47 paragrafi non hanno forza vincolante. Il governo può leggerli e continuare. Il Garante nazionale dei detenuti è stato bacchettato dallo stesso Cat per la tendenza alle presenze cerimoniali senza incidenza: una garanzia diventata ufficio stampa. Il diritto internazionale, aveva detto il ministro Tajani, vale “fino a un certo punto”. Il Comitato non ha la forza di un tribunale. Sa però come si chiama quello che ha trovato, e lo ha scritto in 47 paragrafi che l’Italia avrebbe preferito non ricevere.

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Piano casa europeo, la crisi degli affitti che il piano Ue non risolve: tra gap salariale e rischio speculazione

Duecentodiciotto euro. Tanto manca, in media, ogni mese, al salario minimo legale per coprire l’affitto di un appartamento con due camere in una capitale europea. Lo certifica la Ces, la Confederazione europea dei sindacati, il 5 maggio, mentre la Commissione europea e il Parlamento si riunivano a Bruxelles per discutere dell’European Affordable Housing Plan: il primo piano dell’Unione sulla crisi abitativa, presentato a dicembre 2025 dal commissario Dan Jørgensen e già emendato nella plenaria di marzo 2026. Un piano che rischia di essere la risposta sbagliata a una domanda giusta.

A Praga, Lisbona e Dublino il divario tra affitto e salario minimo supera i 700 euro al mese. Ad Atene e Bratislava va oltre i 400. In cinque paesi, Malta, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo ed Estonia, i lavoratori a basso reddito spendono più della metà dello stipendio per un tetto. In un decennio i prezzi delle abitazioni nell’Ue sono saliti di oltre il 60 per cento, gli affitti di oltre il 20. Nel 2024 mancano 9,6 milioni di alloggi. L’Italia non compare: il salario minimo legale non esiste, e l’incidenza dell’affitto sul reddito da lavoro è incalcolabile perché il riferimento manca.

Piano casa, il modello sbagliato

Il piano risponde con quattro pilastri: semplificazione burocratica, revisione degli aiuti di Stato, piattaforma paneuropea di investimento, regolamentazione degli affitti brevi. L’obiettivo è aggiungere 650.000 alloggi l’anno per un decennio, a 150 miliardi annui di costo stimato. La Commissione ha mobilitato 43 miliardi nell’attuale ciclo di bilancio e prevede 10 miliardi tramite InvestEU per il biennio 2026-2027. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha fissato la cifra reale davanti al Parlamento: servono almeno 153 miliardi l’anno. Con 10 miliardi si copre meno del 7 per cento del fabbisogno. Il problema non è la contabilità: è il modello. Denaro pubblico come leva per mobilitare fino a 375 miliardi dal settore privato entro il 2029. Giusi Milazzo del Sunia nazionale ha detto che «non si garantisce la casa a chi ha redditi medio-bassi» affidandosi agli investitori. Sorcha Edwards di Housing Europe ha ricordato che la crisi dipende da «investimenti speculativi mal concepiti», non da carenza di capitali.

La speculazione che resta

Dal 20 maggio 2026 è in vigore il regolamento europeo sugli affitti brevi, che obbliga le piattaforme a condividere i dati sulle locazioni con le autorità nazionali. Un passo, non una soluzione. Gli affitti brevi sono cresciuti del 93 per cento tra il 2018 e il 2024. In alcuni quartieri di Barcellona, Parigi e Roma occupano tra il 17 e il 25 per cento di tutte le unità disponibili. La risoluzione del Parlamento di marzo chiede di analizzare le «prove disponibili di speculazioni potenzialmente abusive». Chiede.

L’europarlamentare Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra ha votato contro perché «non c’è traccia del diritto all’abitare». Il governo Meloni ha approvato il 30 aprile un piano casa da 10 miliardi per 100.000 alloggi in dieci anni: stessa logica privata, stessa reticenza sul ruolo dello Stato. Daniela Barbaresi della Cgil ha avvertito che il partenariato pubblico-privato «non può avere una funzione sostitutiva» rispetto all’edilizia residenziale pubblica.

La Ces chiede che il denaro pubblico rafforzi la contrattazione collettiva, non sovvenzioni l’insicurezza. Solo 6 studenti fuori sede su 100 accedono a posti letto a prezzi convenzionati in Italia. Esther Lynch della Ces ha chiesto che il denaro smetta di essere «sottratto attraverso la speculazione finanziaria sulle case». Il commissario Jørgensen ha concluso esortando a non perdere la determinazione. Duecentodiciotto euro di distanza ogni mese, tra un salario e un affitto. La piattaforma paneuropea di investimento si costruisce lo stesso.

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Quando portare aiuti diventa un crimine

Il 6 maggio il Times of Israel pubblica un documento firmato da Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, e da Aryeh Lightstone, funzionario del Dipartimento di Stato. Indirizzato ad Ali Shaath, capo del Comitato per l’amministrazione di Gaza, contiene questa frase: “Il rifiuto di Hamas renderà tali impegni nulli e privi di effetto.”

I “tali impegni” sono quelli di Israele: sospendere le operazioni, garantire gli aiuti, aprire Rafah, ritirare le truppe fino alla Linea Gialla. Sono gli obblighi della prima fase del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, dichiarati subordinati al disarmo di Hamas. Se Hamas rifiuta, Israele non è tenuto a rispettarli.

Il documento elenca otto punti in cui Israele si è “nuovamente impegnato”. “Nuovamente” riconosce che quegli obblighi non erano stati onorati. Il Board of Peace non certifica la violazione: ne chiede la ripetizione come garanzia. Hamas ha risposto che nessuna trattativa può cominciare finché la prima fase non è eseguita. Un alto funzionario ha detto alla BBC che Mladenov deve fornire un calendario degli obblighi israeliani inevasi. Israele ha comunicato che non si ritirerà oltre la Linea Gialla. Fonti di sicurezza israeliane, citate da KAN News: «Se Hamas non si disarma, l’IDF tornerà a combattere a Gaza.»

La Global Sumud Flotilla aggiorna: Ávila e Abukeshek restano detenuti a Shikma. Il 5 maggio è morta Teresa Regina de Ávila e Silva, madre di Thiago; la famiglia ha chiesto il rilascio per il funerale, prorogato all’11 maggio. L’OHCHR ha chiesto il 6 maggio la liberazione immediata: «Non è un crimine portare aiuti alla popolazione di Gaza.» I due «continuano a essere trattenuti senza accusa».

“Nulli e privi di effetto”: formula del Board of Peace, applicata non alle violazioni di Israele ma al rifiuto di Hamas.

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