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L’eredità dei “migliori” su Autostrade

Giorgio Meletti sul quotidiano Domani stamattina racconta come la Cassa depositi e prestiti abbia firmato, il 3 maggio scorso, un patto vergognoso che consente al fondo americano Blackstone e al fondo australiano Macquarie (che possiedono il 24,5 per cento ciascuno della holding Hra, che a sua volta ha acquistato l’88,06 per cento di Aspi) di spolpare Autostrade.

Come spiega Meletti «Il punto 6.5.1. dei patti parasociali, intitolato “Policy dividendi”, recita: “Quale regola generale, le Parti si sono impegnate a fare in modo che Hra e le entità rientranti nel Gruppo (quindi Aspi e le sue controllate, ndr) distribuiscano ai rispettivi soci, su base semestrale, la cassa disponibile risultante dal bilancio di esercizio”. In pratica ogni euro di utile diventerà automaticamente un euro di dividendo. Non un solo euro verrà accantonato, e semmai ci fosse una nuova emergenza tipo pandemia saranno di nuovo i contribuenti a versare “ristori” per centinaia di milioni, com’è avvenuto nel 2020 e 2021».

In sostanza la Cassa depositi e prestiti ha speso 4 miliardi per acquisire dai Benetton la quota di controllo di Autostrade (ossia il 51% di Hra) ma non controlla nulla. E, soprattutto, mentre a Genova si celebra il processo per il crollo del ponte Morandi evidenziando come l’avidità dell’azionista di allora abbia pesantemente condizionato la manutenzione, oggi Autostrade si ritrova nella stessa situazione, con due fondi di investimento che il 20 luglio scorso hanno deciso di intascarsi l’intero utile netto del 2021, 682 milioni, che la gestione precedente aveva deciso di destinare alle riserve.

In questa storia scovata da Meletti c’è tutta la discrepanza tra la narrazione dei “migliori” e la realtà. C’è anche un elemento importante per comprendere l’esaltata linea editoriale di alcuni quotidiani, gli stessi che a tutta pagina hanno salutato Draghi esibendo il proprio lutto. In questa storia c’è anche il distacco dalla politica, dall’astensionismo al più generale disinteresse, dei cittadini che assistono all’irrefrenabile arricchimento dei già ricchi, per di più sulla pelle di 43 morti.

Buon mercoledì.

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“Subito il cessate il fuoco. Ma per fare la pace non basta fermare la guerra”

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Francesco Vignarca è coordinatore della campagne di Rete Italiana Pace e Disarmo, che di guerre (e soprattutto) di pace si occupa da sempre. Per il 21, 22 e 23 ottobre la Rete ha lanciato una mobilitazione (l’ennesima nelle piazze italiane).

Vignarca, ora è un proliferare – finalmente – di marce della pace. Che ne pensa
“Se ne parla. Noi ne abbiamo sempre fatte, da sempre. Ora vedo che c’è molta fibrillazione per una manifestazione nazionale ma qualora venga fatta sarà per noi una tappa di un cammino, che per noi sull’Ucraina è iniziato il 26 febbraio a Roma. Anzi, direi anche prima, visto che dal 2014 sottolineavamo la situazione in quei territori mentre molti politici che ora pontificano facevano accordi politici e economici con la Russia Putin. Abbiamo dal 21 al 23 ottobre manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale. Oltre a questo abbiamo organizzato già 4 carovane di pace in Ucraina portando tonnellate di aiuti, organizzando il viaggio di quasi 1000 profughi, occupandoci di 3 dissalatori a Mikolaiv, una città quasi sul fronte, ancora più a est Odessa, con presenza continuativa. Le manifestazioni si fanno perché sono importanti, perché esercitano pressione sulla politica ma devono essere parte di un percorso completo sennò sono solo una scampagnata”.

Ci sono però molti distinguo: qualcuno dice “ci sono solo davanti all’ambasciata russa”, altri dicono “se c’è quello non vengo io”…
“È una continua strumentalizzazione politica e culturale. Noi ne abbiamo subite di tutte, siamo stati oggetto di attacchi insensati. Noi che ci siamo sempre occupati di protezione umanitaria siamo stati accusati di non occuparci degli ucraini. C’è gente che si è inventata difensore di diritti e di crimini di guerra che prima ci trattava da anime belle quando sottolineavano i crimini con le nostre armi come accade in Yemen: “Conta l’economia!” Ci dicevano in quel caso. Di colpo adesso sono diventati idealisti. La guerra è complessa e drammatica, i percorsi di pace sono duri, lunghi ed è difficile. Sono anche laceranti, noi stessi siamo lacerati quando andiamo n Ucraina, non dormiamo tranquilli. Poi ci sono quelli che invece trasportano tutto in polemica banale sul luogo di una marcia o su chi c’è e non c’è. si riduce tutto al tifo, al bianco e nero. Una situazione di pace è una condizione complicata. Molti dicono la pace deve essere giusta, certo. Va fatta in decenni. Tutti i torti devono essere ripagati? No, non accade in generale, non è accaduto nemmeno con la commissione per la riconciliazione in Sudafrica sull’apartheid. Deve essere un percorso doloroso che non è la legge del taglione. Pace non è solo tregua ma è molto di più. Poi finisce come in Afghanistan: con un clic si è girata pagina, nessuno si è chiesto perché, cosa abbiamo fatto. E nessuno si straccia le vesti”.

Lo slogan che va per la maggiore è “se la si ferma non ci sarà più la guerra, se l’Ucraina si ferma non ci sarà più l’Ucraina”. Che ne pensa
“Non basterebbe uno stop della Russia, come ho già detto. Quello fermerebbe la guerra, sarebbe una condizione importante ma non porterebbe la pace. È banalizzante credere che è pace quando non si spara. Noi non pensiamo alla resa dell’ucraina ma pensiamo che quando uno vuole arrivare alla pace deve valutare la strada. Siamo tutti contenti che dopo la seconda guerra mondiale si sia costruito in Europa un sistema di pace ma provocare 80 milioni di morti non è stato il modo giusto. Guardando gli altri conflitti abbiamo visto che il flusso di armi comporta inasprimento e allargamento. Per esempio c’è una ricerca di Harvard che dimostra come tutte le rivoluzioni non violente siano state più efficaci. Penso ai danesi sotto i nazisti. Se prepari la guerra alla fine avrai un confronto muscolare. Questo, attenzione, non elimina la responsabilità di Putin, ma è l’unica strada”.

Così non si rischia di sembrare “amici di Putin”?
“Anche questa è una banalizzazione da bar già vista nella storia. Bisogna ragionare, accettare posizioni diverse capire le differenza: quella è pace positiva, non solo negativa nel senso di negazione di guerra. La pace accade solo di fronte a un confronto aperto e serio sui contenuti. Molti che oggi accusano i pacifisti hanno fatto accordi con Putin, l’hanno visto come punto di riferimento politico mentre noi già lamentavano la mancanza di diritti in Russia, noi abbiamo criticato programma di riarmo russo nel 2011. Quando dicevamo questa cose noi siamo stati inascoltati. Di colpo, solo perché siamo coerenti, diveniamo putinisti. Ma se siamo così pochi, sbagliati, inutili, perché siamo un problema”.

Carlo Calenda, intanto, fa riferimento a pacifisti che “vogliono la resa ucraina”. Chi sono?
“Mi sono stufato di questo personaggio, Calenda ha anche parlato di pacifismo immorale. Io non la accetto. Sulla non violenza e sulla moralità e sulla protezione della vita è il fulcro della nostra azione: mentre noi dicevamo le nostre cose Calenda almeno in due occasioni se ne andava al forum di Pietroburgo a sottoscrivere contratti mentre era in vigore un embargo contro Putin. E Putin aveva già occupato la Crimea”.

Cosa potrebbe risolvere i conflitto?
“Il cessate il fuoco è la prima cosa. Finché ci sono attacchi da parte russa sarà impossibile ragionare. Qualcuno deve imporlo alla Russia e dovrebbe essere fatto da chi è protagonista. Poi un tavolo con tutti, Cina, Biden, Papa Francesco, l’Ue oltre a Putin e Zelensky. Un luogo dove le rivendicazioni vengono fatte da terzi come si è sempre fatto, dove tutti un po’ salvano la faccia”.

 

 

Leggi anche: Esercitazioni con armi tattiche. L’ultima provocazione della Nato. Oggi ad Astana Erdogan vedrà Putin

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Una Destra da manuale… Cencelli. Riparte il Bestiario di Governo

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C’è Berlusconi che conta ormai come il due di picche, c’è Meloni con i regali per i maschi e quelli per le femmine e l’ex ministro Romani che avrebbe rubato addirittura al suo partito. Eccoci al Bestiario di governo.

SILVIO NEGA IL CENCELLI
“Non esistono liste della spesa di Forza Italia. Forza Italia mette a disposizione i suoi migliori parlamentari, da impiegare al meglio nel quadro di un assetto complessivo della squadra di governo. Posso dire solo due cose, in astratto, sul piano metodologico. La prima è che, a differenza di quanto si legge, non esistono, non possono esistere, fra partiti alleati, veti o pregiudiziali verso qualcuno. Se questo accadesse ma non è il caso nostro – non lo potremmo mai accettare. La seconda è che non procederemo con il manuale Cencelli in uso nella Prima Repubblica per spartire i posti di governo secondo i pesi delle singole forze politiche, ma utilizzeremo come primo criterio di scelta l’efficienza, la concretezza, la capacità di lavoro dimostrata nel tempo da ciascun candidato”. Lo afferma il leader di Fi Silvio Berlusconi, in un’intervista a Il Giornale. Si è dimenticato però di confessare che per 3 giorni la lista del nuovo governo si è incagliata per Licia Ronzulli. Ma quello non è il manuale Cencelli, quella è l’agenda Berlusconi.

INTANTO PROSEGUE IL CENCELLI
L’idea di Fratelli d’Italia è quella di arrivare quanto prima alla scelta dei presidenti di Senato e Camera (La Russa e Molinari dati quasi per fatti), poi a cascata tutto il resto. Meloni valuta lo schema 5+5: ovvero cinque ministeri alla Lega e altrettanti a Fi (ma con il Carroccio, più forte elettoralmente degli azzurri, a prendersi un ramo del Parlamento). A proposito di merito e competenze.

GIORGIA NO GENDER
Giorgia Meloni ha regalato una cravatta ai parlamentari neo-eletti di FdI. Ha regalato invece un foulard alle parlamentari neo-elette. Così riescono a riconoscere facilmente i maschi dalle femmine e non incacano nel gender.

LA DEMOCRAZIA SECONDO BONOMI
Bonomi, presidente di Confindustria: “Dobbiamo dire che le promesse fatte in campagna elettorale non possono essere in questo momento soddisfatte. È legittimo che i partiti cerchino di rispondere alle promesse elettori, ma non è il tempo per fare flat tax o misure di prepensionamento come quota 100”. Insomma, dice Bonomi che bisogna applicare il programma di Confindustria e al diavolo i programmi elettorali. Avete notato? Il condono fiscale invece non l’ha citato, quello si può fare.

TRATTATE BENE BERLUSCONI
Quando si è chiusa la porta della villa di Arcore e la Meloni è andata via, sabato pomeriggio, Berlusconi a stento ha trattenuto la rabbia. Poi ha sibilato un aggettivo che spiega più di tante altre parole com’è andato veramente l’incontro: “Arrogante, è stata arrogante”. In effetti con le donne a lungo è stato abituato a offrire soldi, mica a prendere ordini.

A PROPOSITO DI MERITO
Presidenza del Senato, derby interno al centrodestra tra Calderoli e La Russa. Sembra tramontare l’ipotesi Casini. Solo non si vedono i due liocorni.

SALUTI ROMANI
Un somma pari a circa 344mila euro è stata sequestrata dal nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza di Milano a Paolo Romani, ex senatore di Forza Italia. L’ex ministro dello Sviluppo Economico nell’ultimo governo di Berlusconi è indagato dalla procura di Monza per peculato. Secondo l’accusa degli inquirenti Romani, quando era a capo del Gruppo Parlamentare di Forza Italia, ha sottratto illecitamente dai conti del partito guidato da Silvio Berlusconi la cifra equivalente a quella sequestrata con la presunta complicità dell’amico imprenditore Domenico Pedico, pure lui indagato. Dalle nostre parti si dice “amici amici e poi ti rubano la bici”.

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Ricucire con il M5S. Così Letta ha detto di aver sbagliato tutto

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Nessuno scioglimento del Pd. Le proposte che arrivano da “chi non c’entra niente con il partito non sono nemmeno un tema di discussione”, dicono dal Nazareno. Il segretario Enrico Letta, ieri ospite a Che tempo che fa da Fabio Fazio l’ha detto chiaro e tondo: “Abbiamo cinque milioni di persone che ci hanno votato. Escludo lo scioglimento del Pd. Tutti coloro che vogliono costruire un’alternativa partecipino al processo costituente del nuovo Pd”.

Letta è tornato a parlare del M5S. Il segretario del Pd lancia l’idea di un’opposizione unita. Ma i dem puntano solo a ingabbiare Conte

Ma la frase di cui ieri per tutto il giorno si è discusso è stata un’altra. Ieri tra le altre cose Letta è tornato a parlare del Movimento 5 Stelle: “Per che faremo un’opposizione il più unitaria possibile, altrimenti faremo il regalo più grande a Giorgia Meloni e al suo governo che ne avrebbero un vantaggio”, ha detto Letta, aggiungendo che “il M5s ha svolto un ruolo importante, noi governiamo con loro”.

Per molti parlamentari del Partito democratico questa sarebbe l’ennesima ammissione di una strategia completamente sbagliata nella sfida elettorale, “una consapevolezza più che tardiva e che, se possibile, ci danneggia ancora di più”, dice uno dei senatori che all’alleanza con Conte ha dedicato molte energie.

Letta sa benissimo che l’alleanza tra il Pd e il M5S nei territori è più viva che mai. In Lombardia nessuno nasconde che sia l’unica alleanza possibile per provare a stare in partita nelle prossime elezioni regionali (ancora di più se il sedicente Terzo Polo appoggerà la candidatura di Letizia Moratti in un centrodestra spaccato) e il prossimo governo Meloni inevitabilmente salderà ancora di più questo rapporto.

Ne avranno a male, questo è sicuro, gli esponenti della corrente interna Base riformista (guidati da Luca Lotti e Lorenzo Guerini) che prediligerebbero un allontanamento definito da Conte per abbracciare Renzi e Calenda ma secondo le ultime voci di giornata nemmeno Stefano Bonaccini sarebbe di questa idea, rifiutandosi di fatto di garantirli su questo punto.

Nell’ottica del prossimo congresso ieri la direzione nazionale di Articolo Uno ha dato indicazione di aprire una fase costituente della sinistra democratica con il Partito democratico: “Siamo convinti – si legge nel documento licenziato dalla direzione – che occorra aprire una fase costituente vera della sinistra democratica e di governo. Interloquiremo nei prossimi giorni con la proposta avanzata da Letta e lavoreremo affinché la chiamata sia larga e inclusiva”.

“Serve un vero processo costituente – prosegue il documento -, il cui esito non può essere scritto dall’inizio, nella costruzione delle regole della partecipazione democratica e del manifesto dei valori fondativi dell’identità di una forza politica rinnovata. Bisogna garantire agli iscritti e ai non iscritti, alle associazioni, ai movimenti, ai singoli cittadini di poter contribuire”.

Letta ha anche chiarito che non tornerà in Francia e che non ha nessuna intenzione di abbandonare il suo ruolo all’opposizione: “Vedo che in tanti da Lega e Fratelli d’Italia mi invitano a prendere la strada del ritorno ma io sarò impegnato a fare opposizione in Aula con tutta la determinazione che ho perché penso che questa destra non sia ciò di cui l’Italia ha bisogno”.

Sulla scacchiera del congresso intanto la candidata Paola De Micheli (al momento l’unica candidatura ufficializzata) rivendica di avere “ragioni potenti” per candidarsi in un partito che ritene “scalabile”. De Micheli lamenta anche di essere “silenziata” perché “unica donna candidata a guidare il Pd” (dimenticando Rosy Bindi) e chiarisce fin da subito di non essere disposta a nessun ticket, con nessun uomo.

“Lei sarà la prima donna premier e io la prima segretaria del Pd – ha detto ieri in un’intervista al Corriere della Sera – , guiderò l’opposizione e torneremo a vincere. Sarò l’anti Meloni perché mi preoccupa molto il modello dei governi ungherese e polacco, che comprime le diversità in favore di una semplificazione deteriore”.

I candidati che pesano invece sono stati evocati proprio da Letta: “Bonaccini e Schlein sono due grandi risorse per il futuro del centrosinistra, loro cosi come altri che ci sono e potranno dire cose molto importanti e magari si candideranno”, dice il segretario dimissionario del Pd.

C’è un piccolo particolare di cui conviene tenere conto: mentre Bonaccini si è già detto disponibile alla guida del partito Elly Schlein per ora non ha proferito parola sull’argomento, limitandosi a leggere, senza rispondere, ciò che gli altri dicono e scrivono su di lei. Solo quando scioglierà la riserva si potrà definire gli schieramenti in campo. E solo in quel momento ognuno scoprirà le carte.

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Il caso Vladimir Kara-Murza: per Putin la verità è un tradimento

Vladimir Vladimirovich Kara-Murza dovrà restare in cella. Dopo essere scampato per due volte a tentativi di avvelenamento l’oppositore politico di Vladimir Putin è comparso davanti alla Corte Basmanny di Mosca che ha accolto le richieste di prolungare il periodo di detenzione preventiva. Per la Russia Kara-Murza sarebbe un agente infiltrato, accusato di alto tradimento.

«Si tratta di un palese tentativo di annullare qualsiasi critica al Cremlino e scoraggiare il contatto con la comunità internazionale» dice Human Rights Watch. Secondo l’organizzazione non governativa che si occupa degli abusi nei diritti umani in tutto il mondo «Vladimir Kara-Murza è un sostenitore di lunga data dei valori democratici ed è stato un accanito avversario  di Vladimir Putin e della guerra della Russia contro l’Ucraina», ha detto Hugh Williamson, direttore dell’Europa e dell’Asia centrale di Human Rights Watch. «È dolorosamente ovvio che il Cremlino vede Kara-Murza come una minaccia diretta e imminente. Queste accuse contro di lui e la sua prolungata detenzione sono una parodia della giustizia. Le autorità russe dovrebbero liberare immediatamente e incondizionatamente Kara-Murza e abbandonare tutte le accuse contro di lui».

La colpa di Kara-Murza sarebbe quella di avere criticato l’invasione dell’Ucraina, chiedendo sanzioni contro il Cremlino davanti agli organi politici nazionali in tutta Europa e negli Stati Uniti, e in molti forum internazionali e intergovernativi, anche alle Nazioni Unite. Kara-Murza era anche un caro amico del politico dell’opposizione russa Boris Nemtsov, assassinato il 27 febbraio 2015 sul Ponte Bol’šoj Moskvoreckij vicino al Cremlino. Kara-Murza è sopravvissuto a due avvelenamenti quasi fatali, nel 2015 e nel 2017, che i giornalisti investigativi di Bellingcat considerano molto probabilmente orchestrati dal Servizio di sicurezza federale russo (e sui quali la Russia non ha mai aperto nemmeno un’indagine).

Da quando l’invasione su larga scala dell’Ucraina è iniziata a febbraio, le autorità russe hanno ampliato la loro cassetta degli attrezzi repressivi. A marzo, le autorità russe hanno criminalizzato le richieste di sanzioni contro la Russia e a luglio hanno anche criminalizzato la “cooperazione riservata” con Stati stranieri, organizzazioni internazionali o straniere, nonché le richieste pubbliche di azioni “contro gli interessi nazionali”.

Le regole della Russia sull’azione penale e il processo dei casi di tradimento violano le garanzie dei diritti umani, in particolare le garanzie del processo equo. Ad esempio, i materiali del caso penale in tali procedimenti sono classificati in modo che la difesa non possa avere accesso alle prove e il processo si svolge a porte chiuse, impedendo il controllo pubblico. Ivan Safronov, giornalista, è stato recentemente condannato per alto tradimento e condannato a 22 anni di prigione di massima sicurezza per le sue indagini giornalistiche sui contratti della Difesa. È stato processato a porte chiuse, le prove chiave in sua difesa ottenute dai colleghi giornalisti non sono state accettate dal tribunale e i suoi avvocati sono stati sottoposti a un’enorme pressione. Due di loro sono stati costretti a  fuggire dalla Russia e un terzo è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso informazioni false.

Ieri l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha assegnato a Vladimir Kara-Murza il premio Vaclav Havel per i diritti umani. A ritirare il premio c’era sua moglie. In mezzo a tanto baccano sulla guerra la sua è una storia da raccontare. Anche perché, prima o poi, accade sempre così, la verità vince.

Buon martedì.

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Meloni torna da Vox ma stavolta non urla. C’è il solito Bertolaso e la Ronzulli che pretende un ministero. Ecco il bestiario di governo

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Giorgia Meloni torna ospite di quelli di Vox, questa volta non urla, ma i contenuti fanno schifo lo stesso. C’è il solito Bertolaso e c’è Licia Ronzulli che pretende un ministero. Eccoci al nostro quotidiano bestiario di governo.

MELONI TORNA DA VOX CON LA VOCE BASSA
La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è intervenuta con un videomessaggio all’evento del partito spagnolo Vox e ha ironizzato sul suo discorso dell’ottobre 2021: «Questa volta parlo a voce bassa. La stampa e la sinistra in Italia saranno obbligate a confrontarsi su questi argomenti» dice subito dopo aver parlato della politica di immigrazione cinese, dalla natalità e della libertà educativa della famiglia. Meloni si avvicina alla telecamera e abbassa la voce come parlando direttamente ai cittadini.

«La straordinaria vittoria di Fratelli d’Italia e del centrodestra ha prodotto un grande entusiasmo» ha detto in apertura del videomessaggio registrato. «Avremo la grande responsabilità di dare risposte immediate ai problemi degli italiani, non abbiamo un minuto da perdere».

Non ha ancora capito che il problema sono i contenuti, mica il tono di voce. E infatti durante la manifestazione i suoi colleghi ospiti hanno detto cose del come «stiamo facendo una lotta di civilizzazione. I socialisti difendono i pederasti e i violentatori» e «il socialismo distrugge la nostra patria, la nostra economia, le nostre famiglie, è il nemico più grande che abbiamo». Robe che fanno schifo con qualsiasi tono di voce.

UN BERTOLASO È PER SEMPRE
Non si può dire di avere vissuto se nella vita non vi è mai capitato di leggere Guido Bertolaso candidato a qualcosa per risolvere problemi, come il signor Wolf nel film di Quentin Tarantino. Questa volta si parla di lui al ministero della Salute. Chissà, magari ci sarà il massaggio di cittadinanza.

CONTINUA L’AGIOGRAFIA DI GIORGA MELONI
Pezzo del Corriere della Sera: “Mitologia vuole che Giorgia non abbia paura di niente e di nessuno, se non degli scarafaggi, intesi non in senso metaforico, ma proprio quegli insettoni”. Poi: “Ma Giorgia fa molto da sola, seguendo la massima che recita «comanda e fai da te e sarai servito come un re». E allora racconta di non aver dato mai neanche un tiro a una canna, di non essersi mai ubriacata, di non avere mai alzato il braccio nel gesto del saluto romano”.

Incredibile il finale: “Lenin – scrive il giornalista del Corriere della Sera – per il suo libro copiò il titolo, Che fare, da un romanzo del 1863, scritto da Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij mentre era detenuto nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo, per la sua attività sovversiva. La protagonista, Vera Pavlovna, è decisa a vivere la sua vita senza accettare compromessi e senza rinunciare alla sua indipendenza. Certo, quello è un romanzo”. Una volta si diceva “santa subito”. Ora siamo addirittura al “santa prima”.

IL NODO RONZULLI
Per avere un’idea del momento politico attuale basta un indizio: da giorni si discute su quale ministero dare a Licia Ronzulli (nella foto), di Forza Italia. Stanno vedendo se c’è una poltrona che avanza. Lei si è offesa è ha dichiarato: “se Di Maio è stato ministro degli esteri non vedo perché io non dovrei essere all’altezza”. La plastica dimostrazione che la via del “meno peggio” porta sempre verso l’ancora peggio.

GIORGIA È USCITA DAL GRUPPO
Meloni esce dalla chat dei parlamentari di FdI: “Le vostre fughe di notizie mi danneggiano.” Tra poco diventerà come Calenda e comincerà a non essere d’accorso con sé stessa.

CHE FAREBBE SALVINI AL MINISTERO DELLA NATALITÀ?
Sui social girano meme divertenti ma significativi: c’è Salvini che suona al citofono e chiede all coppie se stanno regolarmente copulando. Quando si dice diventare parodia di sé stessi.

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Leggi anche: Meloni star alla kermesse dell’estrema destra spagnola. Il messaggio a Vox: “Non siamo mostri, viva l’Ue dei patrioti”

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Crollano, per fortuna, i tifosi dell’escalation

Negli Usa una discussione schietta e sincera, senza sentire esagitati bellicisti da divano che additano amici di Putin ogni secondo, è già iniziata da giorni. Da noi ieri il direttore de La Stampa Massimo Giannini ha scritto un editoriale impossibile fino a pochi giorni fa in cui dice che è arrivato «forse il momento che le cancellerie euro atlantiche aprano un confronto serio con Zelensky, non per accusarlo o isolarlo, ma almeno per capire qual è la sua strategia, e qual è per lui il confine tra protezione e aggressione. E ovvio che il presidente ucraino combatte questa guerra con i mezzi che ha a disposizione e che ritiene più efficaci. Ma un conto sono le operazioni belliche che il suo esercito effettua (col nostro aiuto) per riconquistare i territori ucraini usurpati dagli invasori. Altro conto sono le missioni che i suoi 007 effettuano oltre i confini, andando a colpire l’Orso russo nella sua tana. Le implicazioni possono essere molto diverse».

Scrive Giannini: «E poiché (come abbiamo detto) la sua guerra è pure la nostra, quelle implicazioni riguardano anche noi. L’Occidente ha un dovere nei confronti di Zelensky: lo deve sostenere, senza distinzioni pelose. Ma Zelensky ha un impegno nei confronti dell’Occidente: lo deve ascoltare, senza decisioni precipitose. Nella spirale che ci sta risucchiando, a ogni azione ucraina può corrispondere una reazione russa che potrebbe non colpire più soltanto Kiev, ma l’intera Alleanza Atlantica e l’intera comunità internazionale. Di questo il commander in chief ucraino deve tenere conto. A meno che (e non vogliamo crederlo) non pensi di trascinarci tutti nella Terza Guerra Mondiale. Che per altro, forse, è già cominciata».

Qualcuno tardivamente ci sta arrivando. Tralasciando i veri amici di Putin e coloro che chiedono una resa ucraina c’è molto di più dei testosteronici guerriglieri da divano nostrani (molti curiosamente appartenti al sedicente universo liberale) di cui occuparsi. Salutiamo l’abbandono del pensiero binario e la benvenuta complessità della situazione in Ucraina. Discuterne seriamente significa innanzitutto smettere di eccitarsi per le bombe giuste, insistere nel raccontare il genocidio russo e l’orrore di questa guerra (e di tutte le guerre) in cui Putin sta dando sfogo alla sua natura criminale e chiedere che gli attori in campo siano all’altezza della situazione, tutti.

Potremo così finalmente lasciar perdere quei miseri personaggi che usano il dolore ucraino per sistemare le proprie antipatie personali e da cortile (un esempio su tutti lo striscione su Gazprom alla manifestazione della Cgil che è stato subito rimosso dal servizio d’ordine) e preoccuparci, come scrive Giannini, della «spirale che ci sta risucchiando», «a meno che Zelensky (e non vogliamo crederlo) non pensi di trascinarci tutti nella Terza Guerra Mondiale. Che per altro, forse, è già cominciata». Confidando che l’Ucraina possa presto tornare a essere libera.

[Durante la notte, dopo la prima stesura di questo articolo, Putin è tornato a colpire con missili sulla capitale ucraina, colpendo obbiettivi che non hanno nulla di militare come l’università e un parco. Qualcuno lo chiama terrorismo. È guerra, quella guerra che Gino Strada additava come sbagliata sempre, tutta. Alcuni chiederanno ancora più armi, ancora più sangue. Altri tiferanno ancora di più l’escalation, come dice Nico Piro che sul suo account twitter scrive: «Ricordate gli opinionisti con l’elmetto che gioivano per esplosione su ponte Kerch? Ora si indignano per attacco su Kyev (anticipato mesi fa dai russi tra possibili rappresaglie) producendosi in distinguo da azzeccagarbugli. La loro è una narrazione tossica, tifano escalation». Come scrive Stefano Barazzetta: “Un ponte è un obiettivo militare (chi ride per un bombardamento che ha ammazzato anche dei civili è da internare). Bombardare il centro città durante l’ora di punta è un atto terroristico. Le differenze ci sono. Detto questo, l’escalation fa solo il gioco di Putin].

Buon lunedì.

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Marijuana, la lezione di Biden e l’arretratezza dell’Italia

Poiché la notizia disturberebbe il manovratore (questa destra che si prepara a governare vede drogati dappertutto, tra tutti quelli che non indossano la cravatta) abbiamo saputo a malapena, quasi di striscio che negli Usa Joe Biden ha annunciato che firmerà la grazia per tutti i cittadini americani che sono stati condannati per possesso di marijuana. «Come ho detto spesso durante la mia campagna presidenziale, nessuno dovrebbe essere in prigione solo per aver usato o posseduto marijuana. Mandare persone in prigione per possesso di marijuana ha sconvolto troppe vite e incarcerato persone per comportamenti che molti Stati non proibiscono più», ha spiegato Biden.

Marijuana, la lezione di Biden e l'arretratezza dell'Italia
Il presidente Usa Joe Biden (Getty Images).

Biden grazierà circa 6500 condannati tra il 1992 e il 2021

Negli Usa sono 20 gli Stati che hanno legalizzato la marijuana a scopo ricreativo: Alaska, Arizona, District of Columbia, California, Colorado, Connecticut, Illinois, Maine, Massachusetts, Michigan, Montana, New Jersey, New Mexico, New York, Nevada, Oregon, Rhode Island, Vermont, Virginia e Washington. Secondo una consolidata abitudine non solo americana, come ha detto Biden, «i bianchi e le persone di colore fanno uso di marijuana allo stesso modo, tuttavia le persone di colore sono state arrestate, processate e condannate in modo sproporzionato». Secondo il presidente Usa le leggi sulla marijuana non funzionano e per questo ha deciso di agire. Secondo il New York Times la decisione del presidente statunitense cancellerà le pene di circa 6.500 persone condannate fra il 1992 e il 2021. La grazia non si applicherà invece alle persone condannate per la vendita di marijuana. Una “mossa elettorale”, dicono alcuni, facendo riferimento al rischio delle prossime elezioni di metà mandato che preoccupano i democratici. Si tratta però, inequivocabilmente, di un passo in avanti per smantellare un proibizionismo che nei fatti risulta essere solo un altro cuneo di disuguaglianza. È altamente improbabile che il Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement Act approvato alla Camera lo scorso aprile trovi i 60 voti necessari per passare anche al Senato dove c’è parità tra democratici e repubblicani. Ma quel disegno di legge (che pure alcuni repubblicani guardano di buon occhio) è un sentiero segnato per la liberalizzazione della marijuana e quindi per una tassazione (immaginata all’8 per cento) sui prodotti a base di cannabis.

Marijuana, la lezione di Biden e l'arretratezza dell'Italia
Una manifestazione pro-legalizzazione a Roma (Getty Images).

In Italia la criminalizzazione delle droghe leggere resta caposaldo della destra

La notizia da noi non passerà nei telegiornali. La criminalizzazione delle droghe leggere è un caposaldo di questa destra che prova enorme godimento nel punire i disperati mentre coccola i criminali più potenti. La politica che si definisce “progressista” balbetta sul tema, sempre spaventata dal dover fronteggiare l’orda di benpensanti. Un sondaggio dell’anno scorso a cura dell’Osservatorio sul Nord Est aveva evidenziato come nel corso degli anni siano aumentati i favorevoli alla liberalizzazione delle droghe (passando dal 32 per cento del 2014 al 46 per cento dell’anno scorso) soprattutto tra gli elettori del Partito democratico (erano il 53 per cento) e il Movimento 5 stelle (il 60 per cento). Ma anche nella Lega di Salvini, che da anni criminalizza l’uso delle droghe leggere mentre sponsorizza alcol e armi, per il 43 per cento degli elettori liberalizzare sarebbe una buona idea per le casse dello Stato e per togliere un fiorente mercato alla criminalità organizzata. Ora immaginate il telegiornali nazionali che dicono agli italiani che gli americani proibizionisti per eccellenza sono già più avanti di noi. Non possiamo permetterci novità del genere. Siamo nell’epoca in cui il progresso degli altri è un’attacco alla Patria. Stiamo a posto così.

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Salvini ministro della Nutella. Bestiario di Governo senza freni. Ad inventare poltrone Matteo non teme rivali. Pure l’autore del Porcellum disprezza il Rosatellum

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Salvini ormai non lo vogliono nemmeno i suoi elettori e per questo si inventa un nuovo ministero. Bentronati al nostro bestiario di governo.

Matteo ministro per la natalità

Matteo Salvini ha avuto un’altra delle sue brillanti idee: un bel ministero per la Famiglia e la Natalità. “Per quanto mi riguarda chiederò per la Lega alcuni ministeri come quello per la Famiglia e la Natalità, perché bisogna tornare a mettere al mondo figli senza tanti problemi”, dice ai suoi durante un incontro a porte chiuse ma con finestre abbastanza aperte per farsi beccare dai giornalisti.

La conferma della richiesta leghista arriva dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo: “Con questo governo si spera di concretizzare i progetti che in Parlamento abbiamo più volte sostenuto, cercando di seguire l’esempio delle politiche del Trentino Alto Adige, la Regione che ha l’indice di natalità più alto”. Oa manca il ministero per la Nutella, quello per Baciare salami e poi quello per Salutare le mucche.

Alla Lega sta scoppiando il nord

Persi i voti del sud ora la Lega ha problemi anche al nord. Prima c’è stata la corrente di Bossi (il comitato del Nord) che ha sconquassato i piani di Salvini, ieri il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana (che sarà candidato probabilmente contro la sua vicepresidente, a proposito della compattezza della coalizione) ha chiesto “più attenzione al nord”.

Cosa fa la Lega Bussa alla porta di Giorgia Meloni, come il bambino che chiede aiuto alla mamma: “Il tema dell’autonomia sarà un tema fondamentale, tant’è vero che uno dei ministeri che noi vorremmo e gradiremmo è quello degli Affari regionali e dell’Autonomia”, ha detto il senatore Romeo. Gradirebbero.

Chi s’offre oggi?

Carlo Calenda: “Giorgia Meloni fa bene ad arrabbiarsi per le ingerenze francesi in Italia”. Non gli è scappato nemmeno un tweet invece sull’operazione antimafia in Regione Basilicata. Piccoli particolari.

A proposito di Carlo

Lo mettiamo nel bestiario di governo perché ha una voglia matta di entrarci di sguincio. Carlo Calenda dopo le elezioni aveva solennemente giurato: “Andrò a Strasburgo perché c’è l’ultimo voto sulla questione energetica che voglio fare”. Ci è andato? Manco per idea. Uno magari pensa che abbia avuto di meglio da fare. Dov’era Lo racconta la giornalista Antonella Rampino: era a pranzo con Urbano Cairo (ristorante Tullio, via San Nicola da Tolentino, Roma, ovviamente decine di testimoni).

Si Salvini chi può

Il sondaggio realizzato da Proger Index Research per PiazzaPulita, La7, mette in evidenza un dato inequivocabile: il 63,4% degli elettori di centrodestra ha detto no a un ritorno di Matteo Salvini al Viminale. E mentre il 6% del campione ha deciso di non rispondere, meno di un terzo dei partecipanti a questa rilevazione si è detto favorevole. Cambiano i tempi e la credibilità di Salvini crolla. Lui intanto ha promesso che non lascerà il partito “prima di riportarlo al 30%”. Tradotto: non lascerà il partito.

Questa schifezza del Rosatellum

Il renziano Ettore Rosato ha scritto una legge elettorale talmente fatta male che riesce a correggerla perfino Calderoli che spiega: “Dopo gli errori da parte del ministero degli Interni nel calcolo dell’attribuzione dei seggi alle ultime elezioni Politiche, errori poi corretti dietro mia indicazione sulle modalità dell’errore commesso, ora la stessa cosa rischia di accadere a livello delle Corti d’Appello. Me ne viene in mente una per esempio, quella di Catanzaro, perché dalla somma di questa Corte verrebbero attribuiti nove seggi anche se la legge ne prevede otto». Un capolavoro politico, l’ennesimo.
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Guerini e Colao s’offrono a Meloni. Continua il Bestiario di Governo

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Silvio le prende in Europa, c’è il solito fascista che si dice frainteso e la transizione della transizione ecologica. Eccoci al nostro quotidiano bestiario di governo.

TIRA UNA BRUTTA ARIA PER SILVIO
In una lettera indirizzata al presidente dei popolari Manfred Weber un gruppo di europarlamentari tedeschi di diversi gruppi chiede di espellere Berlusconi dal Ppe dopo l’alleanza con Fratelli d’Italia. Weber aveva difeso il fondatore di Forza Italia nelle ultime settimane. “I valori fondanti dell’Europa non possono essere barattati per una partecipazione in un governo. Le voci di una famiglia di partiti europeista non possono portare al potere un governo di estrema destra. Il cordone di sicurezza nei confronti della destra non deve venir meno. Chi si allea con l’estrema destra non la addomestica. Chi si allea con gli estremisti li aiuta a prendere il potere”, si legge nel documento. Lo dicono anche in Europa: la definizione “centrodestra” è una truffa. Chissà quando lo capiranno anche i nostri colleghi giornalisti.

NON È FASCISMO, È MITOLOGIA
Dicevamo nel bestiario dell’altroieri del nuovo segretario della Lega a Bologna, Cristiano Di Martino, che ha tatuato sul braccio un dente di lupo, sovrastato da un pugno che regge un martello, il simbolo di Terza Posizione, movimento fondato a Roma negli anni Settanta. Di Martino, come accade sempre in questi casi, risponde allo sdegno spiegandoci che gli è sempre piaciuta la mitologia nordica: “Sono sempre stato appassionato di fumetti, mi piace Thor”, dice. E tanto per aggiungere imbarazzo alla sua imbarazzante difesa invita a guardare altri che fanno peggio di lui: “Ci sono in giro segretari con la croce celtica”, spiega. A posto così. Aspettiamo il prossimo.

VIMINALE, SALVINI BATTE I PIEDI
Matteo Salvini “non si espone” e dopo il Consiglio federale leghista di martedì, che ha chiesto che al suo leader venga riaffidato il Viminale, “aspetta determinazioni da Giorgia Meloni”. È quanto filtra da fonti del Carroccio, secondo le quali ieri non c’è stato alcun contatto tra Salvini e la leader di Fratelli d’Italia. Ora potrebbe scrivere anche una letterina a Babbo Natale, mentre aspetta.

CINGOLANI SPERA
Il ministro Cingolani (che lei considera «intelligente, capace, generosissimo») ha detto di no al governo Meloni. Lo stesso per il ministro Franco, anche se da Fratelli d’Italia fingono di non avergli mai chiesto nulla per non sembrare più draghiani di quanto già sembrino. A Giorgia Meloni pero si è offerto il ministro Colao (la bellezza di questi “tecnici”, buoni per tutte le stagioni) e s’offre di dare aiuto anche – indovinate un po’? – il democratico Lorenzo Guerini. Che tenerezza.

LA TRANSIZIONE TRANSIT
Al congresso della Uil quando Franco Bernabé, presidente di Acciaierie d’Italia (ex Ilva), dice dal palco del Congresso della Uil: “Non possiamo seguire gli slogan di Greta Thunberg, e fare tutto e subito”, l’applauso della platea di delegati sindacali radunati all’hotel Ergife si alza fragoroso, più fragoroso dei numerosi precedenti. Un ottimo assist a Giorgia Meloni per transare la transizione energetica. Mica per niente avrebbe voluto Cingolani come ministro, il maestro della transizione detta ma non fatta.

CANDIDATI DA SOGNO
Fratelli d’Italia è il primo partito in Veneto e per il dopo Zaia c’è già chi si propone. L’assessora Elena Donazzan dice “ora il mio sogno si può realizzare”. La Donazzan è quella dell’attacco alla professoressa trans suicida Cloe Bianco, dei boia chi molla su Facebook, delle commemorazioni di Salò, della battaglia conto i libri “gender”, e dei cori di Faccetta Nera. Non male, eh?

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