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Chi evade sull’evasione fiscale?

La relazione scomparsa del ministero dell’Economia che contiene i dati sull’evasione fiscale in Italia e che analizza l’impatto della flat tax al 15% per le partita iva che fatturano fino a 65mila euro continua a far parlare. La relazione del 2021 conteneva solo stime preliminari e per questo si attendeva con curiosità la Relazione 2022 sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva in allegato alla Nota di aggiornamento al Def (Nadef). Non c’è traccia. Ed è un gran peccato perché sull’evasione fiscale e sulla flat tax il prossimo governo di Giorgia Meloni ha puntato moltissimo in campagna elettorale (nonostante le cifre diverse tra loro sparate da Salvini e e Berlusconi).

Ieri Antonio Misiani, ex vice-ministro PD dell’Economia nel governo Conte 2, ha ricordato che «i contenuti sono un patrimonio informativo importante per i cittadini» e per questo ha lanciato un appello al ministro Daniele Franco: «Mi auguro che lo faccia il prima possibile». Luigi Marattin, presidente della Commissione Finanze e responsabile economico di Italia Viva, chiede “perché il governo non pubblica, come dovrebbe fare, in allegato al Def, la Relazione annuale che mostra l’andamento del recupero da evasione negli ultimi tre anni?». «L’esigenza di non urtare la sensibilità di nessuno, – spiega Marattin – qualora presente, credo valga meno dell’esigenza pubblica di sapere come sta andando la lotta all’evasione nel nostro Paese».

Nei giorni scorsi l’aveva chiesta anche Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Cgil, era intervenuta: «Se il Mef non la pubblica, chi ha la responsabilità politica di quel dicastero deve quanto meno spiegare il perché», aveva osservato. Cecilia Guerra (Articolo uno, fresca di rielezione alla Camera nella lista Pd-Italia democratica e progressista) fa sapere: «Non vedo ragioni per le quali la Relazione sull’evasione fiscale non debba essere pubblicata. Ha un importante valore informativo e conoscitivo ed è per questo curata da una commissione indipendente. È sempre stata allegata alla Nadef per ovvie ragioni di trasparenza».

Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi e Uguali (rieletto con l’alleanza Verdi/Sinistra Italiana) si chiede se si tratti di «una reticenza nei confronti di rilevazioni emerse o misure suggerite che potrebbero non coincidere con gli indirizzi dell’attuale maggioranza». Una nota congiunta dei sindacati Cgil-Cisl-Uil nei giorni scorsi avevano rilasciato una nota chiarissima: «Non comprendiamo per quali ragioni la Relazione sull’economia sommersa e l’evasione fiscale e contributiva e il relativo Rapporto sui risultati conseguiti in materia di contrasto all’evasione non compaiono tra gli allegati della Nota di aggiornamento al Def. La Relazione – scrivono i sindacati – è un lavoro di grande interesse: strumento di trasparenza e di responsabilità, indicatore di efficacia delle norme che, nel tempo, hanno provato a porre un rimedio alla grave anomalia del sistema tributario del nostro Paese, costituita da un livello di evasione fiscale non paragonabile a quello di nessun altro Paese sviluppato». Si legge: «Le norme a cui ci riferiamo – sottolineano Cgil-Cisl-Uil – dallo split payment alla fatturazione elettronica, all’incrocio delle banche dati e allo sviluppo dei pagamenti tracciati, sono il frutto di anni di richieste da parte di Cgil, Cisl, Uil. Non è un caso che i dati pubblicati lo scorso anno abbiano attestato, per la prima volta, che il mancato gettito sia stato inferiore ai 100 miliardi di euro. Auspichiamo che si tratti solo di una svista, considerato che nel testo della Nadef sono contenuti riferimenti alla Relazione stessa». Intanto passano i giorni.

Buon venerdì.

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Tra Conte e Calenda il Pd ancora non ha capito chi è il vero progressista

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Siamo ancora lì, all’“abbiamo non vinto” per non dire di avere perso e al futuro usato come condono per il passato. La direzione del Pd si apre con la relazione del segretario Enrico Letta che frantuma tutte le certezze che per mesi abbiamo letto sui giornali, polverizza le analisi di aspiranti soloni e ha un solo sottotesto: abbiamo sbagliato moltissimo.

Il segretario del Pd, Enrico Letta, finalmente confessa: è stato fatale rompere il campo largo

Il segretario dem riconosce che il Pd si è presentato “alle elezioni con un profilo non compiuto, di corsa, con un lavoro interrotto rispetto al percorso delle agorà e ci ha portato a non essere all’altezza su alcuni obiettivi fondamentali, che erano chiave per vincere. Il primo obiettivo era non essere in Italia il partito solo di coloro che ce la fanno”, ha spiegato Letta.

Forse anche la distruzione del “campo largo” non è stata una grande idea se Letta confessa che “costruire una larga unità era l’unica possibilità per andare a vincere ma non è stato possibile. Era un po’ il modello del 2006 ma questa volta non ci siamo riusciti. Questo è il film di quanto accaduto”, spiega.

La vera domanda – che non viene posta – è perché per tutta la campagna elettorale si è voluta negare una realtà che era sotto gli occhi di tutti, parlando di “vittoria possibile” e di “campo largo impossibile”. Sarà la stessa domanda – questo lo possiamo anticipare noi – che porranno a breve anche gli elettori che tra Lombardia, Lazio e altre regioni si ritroveranno di fronte all’alleanza che è stata scartata sul piano nazionale.

Un passaggio del segretario è anche sulla poca rappresentanza delle donne in Parlamento, un altro dei punti fortemente enunciati dal Pd che non ha avuto riscontro sul campo: “è il fallimento della nostra rappresentanza. È chiaro e evidente, non ho molto da aggiungere, e rappresenta il senso di un partito che non ha compiuto il salto in avanti necessario”, dice Letta, annunciando come ineludibili le nomine di due donne a capo dei gruppi parlamentari anche perché, dice il segretario, “dall’altra parte ci sarà la prima donna premier del Paese e su questo punto dovremo essere credibili”.

Letta vuole evitare un referendum sulle alleanze. Così resta irrisolto il dualismo tra liberali e socialdemocratici

A proposito di errori, dopo mesi in cui chiunque criticasse il Pd per la sua smania di governo che l’aveva infilato in un governo tecnico tutt’altro che “vicino alla gente” ora la linea cambia: “Dobbiamo essere da subito pronti a costruire una opposizione forte ed efficace – spiega Letta – sapendo anche che quando questo governo cadrà io non ci sarò ma dovremo chiedere le elezioni anticipate, nessun governo di salute pubblica, lo dico, lo dirò anche rispetto a qualsiasi dibattito congressuale”.

Qualcuno in platea mormora. Anche questa è una promessa già sentita negli anni. Inevitabile il passaggio su Conte e Calenda con Letta che invita a “fare un congresso che non sia sul nostro ombelico” evitando un referendum sui due. Il segretario non ha torto ma la scelta tra la socialdemocrazia e i liberali è il vero nodo all’interno del partito. Quindi dopo qualche magra consolazione a cui non crede nessuno (“risultato non catastrofico”) Enrico Letta invita a mettere “in campo una classe dirigente più giovane in grado di sfidare il governo di Giorgia Meloni, una donna giovane”.

In sala tutti pensano a Elly Schlein, che in sala non c’è perché al Pd non è nemmeno iscritta. Si alternano gli interventi, tra Monica Cirinnà che ricorda a Letta di non avere mai pronunciato “la parola matrimonio egualitario” e il capodelegazione al Parlamento europeo Brando Bonifei che parla di “classe dirigente screditata agli occhi degli elettori». Tutti sono già con la testa al congresso.

Leggi anche: Letta annuncia elezioni anticipate quando il Governo Meloni cadrà. E chiede di non trasformare il Congresso in un referendum su Conte

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Con la Gig economy siamo tornati al cottimo

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Sebastian Galassi è morto a Firenze la sera di sabato 1° ottobre mentre con la sua bici portava a termine, per Glovo, una delle consegne che aveva preso in carico. Stava percorrendo via De Nicola sul lungarno fiorentino quando si è scontrato con un Suv, un impatto violentissimo che non gli ha lasciato scampo.

Nell’era della “gig economy” i lavoratori sono utenti di passaggio di una piattaforma che premia gli Stakanov del nuovo millennio

Da morto gli è arrivata una mail automatica il giorno successivo, l’hanno trovata i suoi famigliari tra le sue cose, dove i dirigenti di Glovo si dicevano “spiacenti di doverti informare che il tuo account è stato disattivato per il mancato rispetto dei termini e delle condizioni”.

L’azienda spagnola – leader del mercato delle consegne a domicilio insieme a Deliveroo e Uber – ha telefonato alla famiglia scusandosi per l’inconveniente, promettendo anche qualche soldo per il funerale. Nell’era della “gig economy” – questo il nome scintillante per il lavoro a cottimo governato da un algoritmo – i lavoratori sono utenti di passaggio di una piattaforma che premia gli Stakanov del nuovo millennio.

Una “morte abominevole”, dicono i sindaci che ieri hanno proclamato una giornata di sciopero e di manifestazione dei rider fiorentini, “colleghi” di Sebastian che sfrecciano veloci, sempre più veloci, per incassare una corsa da pochi erro e farsi trovare pronti per la chiamata successiva. Il sindaco di Firenze Dario Nardella parla di Sebastian “ che doveva correre per rispettare i tempi di consegna. Zero tutele e ritmi insostenibili”.

Che il lavoro da ciclofattorini sia un lavoro come tutti gli altri e abbia bisogno delle stesse tutele lo hanno stabilito tribunali in tutta Europa. Solo da noi i tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna e Palermo hanno riaffermato con sentenze i diritti di un settore che è un buco nero, di cui si torna a parlare solo in occasione di qualche morto (sono già 4 quest’anno).

Il governo spagnolo ha emanato nel 2021 la cosiddetta “legge Rider” che obbliga le piattaforme a rendere i loro ciclo-fattorini dei dipendenti a pieno titolo

Per porre rimedio al vuoto legislativo, il governo spagnolo ha emanato nel 2021 la cosiddetta “legge Rider”, che obbliga le piattaforme di consegna di cibo basate su app che operano nella nazione europea a rendere i loro ciclo-fattorini dei dipendenti a pieno titolo.

L’Ue da tempo si dice pronta a intervenire. Un lavoratore sfruttato morto per stare al ritmo del proprio sfruttamento dovrebbe essere un manifesto politico per chi si professa “di sinistra”. Invece c’è questo farraginoso silenzio.

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“Fuga dai dem per i 5 Stelle. Letta & C. hanno perso il contatto con la realtà”

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Loredana De Petris, senatrice nel Gruppo Misto che non si è ricandidata alle ultime elezioni, aveva predetto che molti elettori di sinistra sarebbero confluiti nel M5S. Ha avuto ragione.

De Petris, passate le elezioni nei sondaggi il M5S continua a salire e il Pd continua a scendere. Che ne pensa
“Io penso che i risultati abbiano confermato il giudizio che ho dato sulle scelte del Pd. Le mie idee evidentemente sono condivise da moltissime persone a sinistra. Le elezioni hanno registrato uno spostamento di voti dalla sinistra al M5S. Ma la tendenza era in corso da tempo. Il Pd registra ancor di più un distacco dalla realtà, si vede anche guardando la mappa del voto. I dati confermano per loro che vi è una distanza con gli elettori, con i cittadini che sono sempre più in difficoltà. Qualcuno la chiama “disconnessione sentimentale dal popolo”. In più c’è la scelta razionale e deliberata di rompere l’alleanza con il Movimento 5 Stelle, direi quasi una scelta perseguita. Il risultato delle elezioni dimostra che è stata una scelta suicida e che ha dato a tavolino la vittoria a Meloni e alla destra. Se noi avessimo avuto un’alleanza come avevamo costruito la partita non sarebbe stata chiusa: questo l’elettorato di sinistra l’ha molto sentito e anche per questo si è orientato verso i 5 Stelle. In onestà bisogna anche ammettere che Conte ha mostrato un partito molto cresciuto, ha lavorato su un agenda sociale e sulla transizione ecologica, è tra i pochi che parlano di mafie. La sua intervista di ieri a Avvenire lo dimostra ancora una volta”.

Giuseppe Conte intanto ha lanciato l’idea di una marcia per la pace, un’altra idea che si direbbe di sinistra…
“Il Pd ha fatto il contrario: dopo l’invasione di Putin invece di perseguire la via diplomatica si è messo l’elmetto in testa e anche in questi giorni continua. Anche di fronte a un’ulteriore salto di qualità del conflitto non sentiamo da quella parte l’idea di perseguire una volta per tutte, come ha fatto il Papa in modo molto chiaro, la pace, di trovare un tavolo di trattative. La situazione è grave. Siamo di fronte a una crisi sul fronte geopolitico che non si presentava da anni, una crisi energetica spaventosa con risposte che non arrivano dall’Ue. Basti pensare cosa è successo con gli extra profitti, con una legge che sembra scritta male apposta. In più siamo sull’orlo del baratro di una crisi sociale per famiglie e piccole imprese”.

Non c’è il rischio, come dice qualcuno, che il Pd si appiattisca sul M5S?
“Sono cose diverse. Il Pd deve fare chiarezza. Nasce da un grande equivoco fin dal 2008 e la sinistra al suo ha fatto molto male, scambiando il progetto politico per il potere fino a sé stesso, per governare nonostante perdesse. La sua nascita del resto è un’operazione fredda a tavolino con l’illusione di fondere due culture politiche molto diverse. È rimasto semplicemente un contenitore di correnti. Ma dal punto di vista del rapporto con la sua comunità il Pd oggi chi rappresenta Qual è il profilo dell’elettore del Pd? Non serve niente se un congresso cambia segretario e sigla un nuovo accordo tra correnti. E temo finirà così. Il Pd ha bisogno di una grande ripensamento, di prendere atto di un progetto sbagliato fin dall’inizio. Non è riuscito a diventare un partito democratico su modello americano, è diventato il partito delle élite con pochissimo radicamento nelle classi sociali tra i lavoratori. Questo ha minato alle basi il progetto. Per questo un polo progressista democratico ecologista si può ricostruire soltanto intorno ai 5 Stelle, che hanno tante contraddizioni, certo, ma lì c’è una possibilità, anche con i più deboli, io l’ho visto in campagna elettorale. È Conte che in questi giorni cerca di mobilitare, è lui a chiedere un tavolo delle trattative”.

Il Pd potrebbe cambiare con Elly Schlein come segretaria
“Elly ha perso l’occasione di costruire un soggetto su cui si è lavorato che avrebbe messo insieme le istanze della sinistra. Lei si è sottratta. Nel Pd il problema son si risolve cambiando il segretario. Nessun segretario del Pd è arrivato a fine mandato, tutti si sono messi da parte prima. Secondo me alla fine sarebbe un’operazione di facciata”.

Sinistra Italiana che ruolo potrebbe avere?
“Hanno scelto di stare in coalizione con il Pd, anche con istanze diverse e con contraddizioni. Non so cosa vorranno fare. Noi aspettiamo una forza ecologista vera, popolare, e questo si può fare solo intorno al M5S. Con Sinistra Italiana vedo complicato ricostruire un’alleanza a tavolino. Oggi si deve lavorare sui temi e sui contenuti”.

Per il M5S ha governato con Salvini, ha promulgato i Decreti sicurezza…
“I 5 Stelle, lo dico per la mia esperienza, hanno fatto un percorso travagliato, con una scissione pilotata in cui gli elementi meno sinceri e meno progressisti se ne sono andati. Certamente il cammino è abbastanza lungo ma il lavoro si fa in cammin facendo. Io non mi iscrivo ai 5 Stelle ma sinistra è quella che fa la sinistra, non quella che si proclama di sinistra. Il popolo lo sa capire”.

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Un leghista in… Terza Posizione. Bestiario di Governo senza freni

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C’è il solito Salvini che parla di cose che non sa, c’è Meloni che confessa la mancanza di classe dirigente e c’è anche chi, nel Lega, dice che se Salvini non sarà ministro è tutta colpa della sinistra. Bentornati al nostro bestiario di governo.

MATTEO PARLA DI COSE CHE NON SA
Il 4 ottobre, il leader della Lega Matteo Salvini ha pubblicato un video su Facebook in cui ha fatto i complimenti a una coppia di tabaccai di Ladispoli, nel Lazio, che hanno dichiarato, in un’intervista con Il Messaggero, di non vendere “gratta e vinci” ai percettori del reddito di cittadinanza. “Non è possibile che uno strumento per aiutare chi teoricamente è in povertà, pagato da tutti gli italiani, venga usato da qualcuno per andare in tabaccheria e comprarsi il gratta e vinci”, ha dichiarato Salvini.

“È chiaro che il reddito di cittadinanza va rivisto”. Peccato che in base alla legge che anche Salvini ha votato alcune categorie di beni e di servizi non possono essere acquistate con la carta del reddito di cittadinanza, con cui, tra l’altro, non si possono fare acquisti online. Quindi l’acquisto di gratta e vinci con la carta del reddito di cittadinanza è vietato dalla legge.

Si potrebbe obiettare che un percettore del sussidio può comunque utilizzare i contanti prelevati per acquistare un gratta e vinci, senza che l’esercente sappia che facciano parte del sussidio. Nell’articolo del Messaggero citato da Salvini, però, i tabaccai di Ladispoli hanno raccontato di aver rifiutato l’acquisto di gratta e vinci proprio con la carta di pagamento elettronica. Detta altrimenti, hanno fatto rispettare quanto già previsto dalla legge.

LA CONFESSIONE DI GIORGIA
Dice Giorgia Meloni: “Se in un dicastero l’alleanza di centrodestra non ha un esponente di livello adeguato, non vedo alcun problema ad affidare a un tecnico quell’incarico”. La frase è illuminante: se leggete l’ipotesi di un ministro tecnico in un certo ruolo significa che nessuno nell’alleanza di destra l’avrebbe saputo fare. Detto questo: cosa sa fare Salvini?

FUORI DI CIOCCA
Angelo Ciocca, europarlamentare leghista e tra i promotori della corrente bossiana Comitato del nord, prova a difendere Salvini ma poi esagera: “È sbagliato dire che è colpa di Salvini, ma il Comitato del nord di Bossi è un’operazione anti sfascio della Lega. Togliamo le risorse al reddito di cittadinanza e mettiamole subito sul caro bollette. Salvini al Viminale? Se non viene scelto vuol dire che i ministri li sceglie il centrosinistra”. Sempre colpa dei comunisti, insomma.

RIVOLUZIONE O TRANSIZIONE?
“Siamo in contatto con il governo uscente per favorire una transizione ordinata. Abbiamo margini di tempo stringenti ma noi siamo pronti. E abbiamo le competenze e le capacità”, ha detto Giorgia Meloni parlando nel corso della riunione dell’esecutivo nazionale FdI, a quanto riferiscono fonti interne al partito. Doveva essere un rivoluzione, sarà una transizione. L’importante è che ne siano consapevoli gli elettori.

SIMBOLI E MATRICI
Il simbolo di Terza Posizione, ispirato alla runa Wolfsangel della Divisione Panzer SS, tatuato sul braccio di Cristiano Di Martino, nuovo segretario cittadino della Lega a Bologna. Nel movimento eversivo militò il terrorista Luigi Ciavardini condannato per la strage di Bologna. La vedete la matrice?

MELONI SANTA SUBITO
Repubblica: “Non bastasse Matteo Salvini, a peggiorare l’umore ci si mette anche una fastidiosa bronchite. Giorgia Meloni, però, non può riposare. Chiusa nel salone del gruppo, che domina la sommità di Montecitorio, la premier in pectore non si ferma un minuto”. Poi sigla dell’Istituto Luce.

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La pacchia di Giorgia

Ve la ricordate quando Giorgia Meloni diceva «è finita la pacchia» lasciando presagire una sua entrata in campo, questa volta nel lato di chi governa, che non avrebbe lasciato scampo a tutti? Ieri Giorgia Meloni durante la riunione dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia ha detto che «ci troviamo di fronte alla fase forse più difficile della storia della Repubblica italiana: siamo nel mezzo di un conflitto, i cui contorni sembrano irrigidirsi ancora di più. Restano incognite sul tema della pandemia, viviamo una crisi economica e energetica che sembra destinata a provocare un effetto domino sui prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari».

Giorgia Meloni che prometteva un’Italia «libera dalle catene dell’Europa» ieri si è affrettata a scrivere che «la lettera del presidente della Commissione europea @vonderleyen ai capi di Stato e di Governo Ue è un passo in avanti per far fronte alla crisi energetica. Una sfida europea che come tale deve essere affrontata e che deve vedere gli sforzi di tutti per aiutare famiglie e imprese».

Lo so, sembra incredibile. Del resto è la stessa Giorgia Meloni che nel 2012, nel bel mezzo del governo Monti, diceva che «non saranno i tecnici a salvare il mondo, ma la politica. Solo i politici, a differenza dei tecnici, sono portatori di una visione del mondo». Poi si scagliò contro il comitato dei saggi voluto da Napolitano per le riforme: «l’idea che pochi tecnici non eletti da nessuno – disse – o pochi politici con idee contrapposte, possano offrire soluzioni all’Italia senza ricorrere a dei compromessi al ribasso su ogni tematica è un’utopia che abbiamo già pagato a caro prezzo nel corso dell’ultimo anno». Fino a qualche settimana fa, parlando dei ministri tecnici del governo Draghi, li descriveva come “gente non voluta dagli italiani”. Ora invece è ormai assodato che nel suo prossimo governo ci saranno ministri “tecnici”: «Se non c’è un politico adeguato, nessun problema ad affidarsi a tecnici». Bene così.

Uno degli aspetti più tragicomici del governo Meloni che deve ancora iniziare è che dopo anni passati a ripetere “siamo pronti, dateci solo le elezioni”, ora ancora prima di cominciare li sentiamo dare la colpa alla guerra, al Pnrr, alle bollette e al quaderno mangiato dal cane. Ha ragione da vendere Carlo Calenda quando dice che «all’opposizione dicono che l’Ue va ribaltata, i barconi affondati e promettono tutto; quando arrivano al governo nominano i tecnici, diventano europeisti e spiegano che per responsabilità istituzionale non possono mantenere le promesse». Peccato che lui abbia fatto lo stesso con il nucleare ma vabbè.

Sta di fatto che la pacchia finita sembra essere quella di Giorgia, alle prese con il governare a cui anelava. Intanto fuori la crisi economica – per le bollette e per l’aumento dei prezzi – rischia di diventare presto una crisi sociale. Gli arrabbiati che hanno foraggiato Meloni rischiano di rivoltarsi contro. E anche questa è una storia già sentita. Chissà se il centrosinistra (o l’area progressista, come la chiamano quelli che si vergognano di pronunciare la parola sinistra) dovrebbe essere pronto.

Buon giovedì.

Nella foto: Giorgia Meloni e Luca Ciriani all’esecutivo di Fratelli d’Italia, Roma, 5 ottobre 2022

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Per fare la guerra ai poveri ora accusano Grillo di essere un terrorista

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Azzerare il conflitto. L’ordine dei liberal italiani, impegnati nella loro trionfale marcia verso il fatturato senza nessuno scrupolo verso il lavoro, in questi anni sta riuscendo nella sua impresa più grande: raccontare come possibile una democrazia in cui contano solo coloro che sono d’accordo – ognuno con le sue inclinazioni – definendo “altro” chiunque alzi la voce contro lo status quo.

L’attacco al Reddito di cittadinanza non è una critica dura a uno strumento di sussidio ma è il feticcio da agitare contro la povertà

Non è una roba nuova. La lotta di classe – definizione ormai usurata e usurpata da decenni di attacchi e mistificazioni – esiste ed è necessaria ogni volta che una parte consistente della popolazione non ha voce nelle scelte della sua classe dirigente.

La classe sotto scacco non sono più solo i lavoratori. Oggi sotto le bombe di una politica e una stampa ferocissime sono finiti anche coloro che il lavoro non lo hanno oppure che ce l’hanno talmente poco dignitoso: i poveri. L’attacco al Reddito di cittadinanza non è una critica dura a uno strumento di sussidio ma è il feticcio da agitare contro la povertà.

Così basta che Beppe Grillo lanci un appello alle “Brigate di Cittadinanza” perché gli odiatori dei poveri saltino sulla sedia e sparino cannonate. “In questo momento drammatico per l’Italia, chiunque parli di Brigate è un folle e un irresponsabile”, dice Matteo Salvini, uno che si è distinto da sempre per la responsabilità delle sue parole. Maurizio Gasparri evoca addirittura le Brigate Rosse (vede rosso dappertutto), spiegandoci che “parlare in questo modo vuol dire mettersi fuori dalla costituzione, dalla democrazia, dalla legalità repubblicana”.

Non poteva mancare, in soccorso alla destra con i peli irti, anche la deputata calendiana Daniela Ruffino: “Utilizzare il termine ‘brigate’ evoca in un paese come il nostro, brutti ricordi legati al terrorismo”, avverte. Il segretario e deputato della Lega, Andrea Crippa parla di “pagliacciata”. “Siamo alla pazzia” aggiunge il collega del Carroccio Luca Toccalini.

“Se non è istigazione al terrorismo, poco ci manca – rincara il leghista Igor Iezzi -. In ogni caso, delle due l’una: o Grillo ignora la storia più recente che ha imbrattato di sangue il nostro Paese durante gli Anni di piombo o il fondatore del Movimento 5 Stelle è diventato completamente matto. Le sue parole restano comunque di una gravità inaudita. Ci aspettiamo da Conte una presa di distanza chiara e netta”.

Scatenato, ancora il leghista Crippa: “Serietà e rispetto per gli italiani. Si è superata qualsiasi pagliacciata: tirare in ballo addirittura le Brigate è pura follia”, sostiene. Libero ieri in prima pagina titolava “Grillo fa le sue Br”.

Grillo ha solo invitato i percettori del Reddito di cittadinanza a “servire la comunità”

E via così, in un florilegio di anime belle che invocano il terrorismo e cretinate del genere. Ma cosa aveva detto Beppe Grillo? Ha invitato i percettori del Reddito di cittadinanza a “servire la comunità” con “opere di bene nel proprio quartiere o nel proprio Paese, perché servire la comunità è un dovere ma anche e soprattutto un diritto di ognuno”: “Cittadini che si possano sentire liberi di poter riparare una panchina dismessa, ripristinare un giardino abbandonato, costruire giochi per i bimbi, mettersi a disposizione per il prossimo”, ha scritto Grillo.

Il fondatore propone quei “lavori socialmente utili” di cui parlano spesso politici (di destra e di sinistra) per i percettori. Niente di più, niente di meno. L’attacco a Beppe Grillo è la reazione pavloviana che i terrorizzati dal conflitto hanno ogni volta che qualcuno dissente e invita alla lotta democratica. Nessuno di loro ha letto il messaggio di Grillo, nessuno di loro ha approfondito, l’importante è bastonare i poveri e quelli che si propongono di rappresentarli.

Leggi anche: Brigate di Cittadinanza, l’ultima proposta di Grillo: la nuova idea del fondatore del Movimento 5 Stelle

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Si va verso un Esecutivo botanico. Continua il Bestiario di Governo

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Avanti con brio e senza soste. Eccoci al nostro quotidiano bestiario di governo.

LA RUSSA CINCISCHIA
Questa è straordinaria. Poiché a Giorgia Meloni si imputa di voler fare un governo tecnico ieri Ignazio La Russa prova molto goffamente a difenderla e spiega: “Un governo si qualifica tecnico non in base al numero dei tecnici che c’è – anche perché c’è sempre stata una quota di tecnici in qualunque governo – ma quando è guidato da un tecnico. Il governo che stanno preparando i leader si fonda su un programma comune presentato agli elettori da forze politiche e sarà guidato da una leader di partito, se il presidente della Repubblica darà l’incarico alla Meloni. Quindi è sicuramente un governo politico che potrà giovarsi, perché no, di un numero, certamente non grande, di persone che non hanno messo la loro faccia in campagna elettorale non essendo candidati” Capito? Conta solo il Presidente del Consiglio. Se ci fosse un cactus e tutti tecnici sarebbe un governo botanico.

TI PIACEREBBE, SALVINI…
“Non le bollette, l’aumento dei prezzi, la guerra, la povertà, la criminalità nelle città. No, per i giornali di sinistra il problema dell’Italia è la Lega, sono io!”. Ti tranquillizziamo Matteo, sei tutto fuorché un problema. Semplicemente il nostro mestiere ci costringe a seguire la cronaca della tua caduta. Ti piacerebbe essere “il problema dell’Italia”, non sei nemmeno più quello.

BASSETTI E IL PAESE CHE AMA
“Io ministro? Pronto a dare consigli per il mio paese che amo“. Così Matteo Bassetti, direttore Clinica Malattie Infettive ospedale San Martino di Genova, a 24 Mattino su Radio 24. “Io sono contento – aggiunge Bassetti – di fare quello che faccio, poi se si vorrà chiedermi un consiglio sarò ben lieto di darlo perché amo questo paese, lavoro per un’università pubblica, per un ospedale pubblico, credo – conclude- che il nostro Sistema sanitario nazionale abbia bisogno di tanti consigli e quindi sono pronto a darli”. “Il Paese che amo”, ha detto proprio così. Si vede che sta già prendendo ripetizioni.

GRANDE FREDDO NELLA LEGA
Umberto Bossi lancia la sua corrente “Comitato Nord” ma qualcuno non ci crede. “Perché tutta questa fretta e perché proprio ora Questa iniziativa serve a confondere le idee ai tanti che vorrebbero seguirci”, si sfoga Gianni Fava sfidante di Salvini all’ultimo congresso. “Siamo tornati al cerchio magico, come tanti anni fa. C’erano quelli che andavano in giro parlando a suo nome, ‘si fa così perché l’ha detto Bossi’, e poi scoprivi che Bossi non ne sapeva nulla. Mi piacerebbe parlarci, anche se non me lo permetteranno. Gli spiegherei che non si cava sangue da una rapa”. “C’è un brutto clima”, ha detto ieri Salvini riferendosi al Paese. A noi pare che il “brutto clima” sia intorno a lui, sinceramente.

LA CHIAMAVANO SANATORIA
Segnatevelo: arriverà il condono prima di Natale e la chiameranno “sanatoria”. In effetti sana i rapporti tra la destra e i suoi elettori. Però in questo caso nessuno lo chiamerà “voto di scambio”.

SPARITA LA RELAZIONE DEL MEF
A sei giorni dal consiglio dei ministri che ha varato la Nota di aggiornamento al Def (Nadef), è ancora fantasma la Relazione 2022 sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Il documento preparato da una commissione di quindici esperti è stato consegnato al Tesoro in tempo utile, ma sul sito del ministero non ce n’è traccia. Lì dentro ci sono i numeri sui risultati della lotta all’evasione aggiornati al 2020 e le prime valutazioni su una misura cara a tutto il centrodestra: la flat tax al 15% per le partite Iva con redditi fino a 65mila euro introdotta dal governo gialloverde su richiesta della Lega. Curioso, vero?

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Licenziare anche i morti

Ci sono molti dolori nella storia di Sebastian Galassi, il rider morto schiantato contro un suv lo scorso 2 ottobre, in via De Nicola a Firenze, mentre correva per rispettare i tempi dell’algoritmo. C’è la vita di un 26enne che studiava grafica per il web e poi la sera inforcava la bicicletta per racimolare un po’ di soldi, schiavo qualche ora al giorno per provare a mantenersi. C’è una lista di morti schiacciati che comprende William De Rose a Livorno lo scorso 25 marzo, Romulo Sta Ana morto il 29 gennaio a Montecatini e Roman Emiliano Zapata, deceduto il 19 settembre sul Terragno, nel trevigiano.

C’è un settore che continua a tollerare le condizioni precarie (illegali, bisognerebbe avere il coraggio di scrivere “illegali”) di lavoratori che devono correre perché pagati a cottimo, l’ennesimo lavoro dove il rispetto della sicurezza è un costo solo che in questo caso il costo è addossato ai lavoratori. C’è la narrazione delle grandi piattaforme di consegne (Glovo, Deliveroo e Uber) che chiamano tutto questo “flessibilità” e “libertà”, secondo lo schema ma della solita cosmesi linguistica che racconta i diritti come vincoli. Era accaduto qualche anno fa con la “precarietà”, ci siamo cascati, ci ricaschiamo di nuovo.

Ci sono sentenze (a Firenze, a Bologna, a Milano, a Torino, a Palermo) che dicono che questi lavoratori andrebbero inquadrati diversamente ma non vengono rispettate, rimangono nel fascicolo della letteratura dei diritti. C’è Glovo che licenzia un morto: «Gentile Sebastian, siamo spiacenti di doverti informare che il tuo  – si legge nel testo, una comunicazione meccanica e standardizzata senza traccia di contatto umano -. Per mantenere una piattaforma sana ed equa, talvolta è necessario prendere dei provvedimenti quando uno degli utenti non si comporta in modo corretto». Nella mail risalta un particolare importante: i lavoratori sono chiamati “utenti”. Dietro quella parola si sente l’odore di un lavoro che diventa un favore.

Infine c’è la manifestazione convocata oggi a Firenze che otterrà molto meno spazio dei verbosi editoriali di vecchi intellettuali (vecchi perché fuori dal tempo) che scrivono dei giovani che non lavorano perché non hanno voglia di lavorare e non si chiedono mai – nemmeno un volta – se Sebastian avesse accettato un qualsiasi lavoro, in condizioni più umane, senza dover andare forsennatamente in bicicletta per la città per pochi spiccioli.

Buon mercoledì.

Nella foto: incidente in cui è rimasto coinvolto un rider, Milano, 20 settembre 2022

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La Meloni sembra Draghi. Già in bilico tutte le promesse

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“Ragazzi, io leggo cose abbastanza surreali sulla stampa, che poi dovrei anche commentare. Consiglio prudenza”. Giorgia Meloni dagli uffici di Fratelli d’Italia a Montecitorio tenta di calmare i cronisti sul totonomi del prossimo governo.

La Meloni ha fatto sfaceli per mandare a casa i Migliori. Ma adesso vuole imbottire il Governo di tecnici

Vorrebbe, la Meloni, che qui fuori non si parlasse del governo che verrà, come se non esistessero le voci dei suoi alleati che da giorni si affastellano con ipotesi, smentite e recriminazioni. Va male a Giorgia Meloni. Non è una “voce” che Matteo Salvini abbia preteso fin dai minuti successivi al conto delle schede il Viminale per sé, consapevole che solo il ministero dell’Interno sarebbe un atterraggio morbido dopo il tonfo alle elezioni

A Salvini il Viminale serve per cupidigia personale ma soprattutto per calcolo politico: dopo il deludente risultato elettorale nella Lega aspettano solo che il segretario leghista perda la partita anche delle trattative politiche per impallinarlo. Dall’altra parte Silvio Berlusconi continua a ripetere che pretende pari dignità della Lega. Detta in soldoni Silvio vuole al governo gli stessi ministri che verranno dati al Carroccio, uguali nel numero e nel prestigio.

Il puzzle del prossimo governo per Giorgia Meloni è un sentiero irto su più fronti: deve tenere buoni gli alleati nonostante li abbia fagocitati nei numeri, ha l’obbligo di rassicurare la comunità internazionale e dovrà affrontare l’emergenza dei prezzi dell’energia. Ieri il responsabile di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli intervenendo ad Agorà ha provato a smorzare le polemiche:

“Sarà un governo politico. – ha detto – Con chiara indicazione politica, saranno persone con una chiara connotazione politica, con un mandato politico, culturale, elettorale che si riconoscono nel nostro programma, che hanno contribuito a scrivere il nostro programma. Saranno politici di qualità”.

Salvini e Meloni però sono tutt’altro che tranquilli. Oggi è fissato il Consiglio federale della Lega

Salvini e Meloni però sono tutt’altro che tranquilli. Per oggi è fissato il Consiglio federale della Lega “per fare il punto della situazione, con l’obiettivo di costruire in tempi rapidi la squadra di governo più efficace possibile”.

Ieri il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani a Radio 24 ha chiesto ancora una volta “un governo politico con tanti ministri politici”: “se c’è qualche tecnico – ha aggiunto Tajani – non è un problema ma il centrodestra è coeso e non vedo grandi difficoltà. I leader lavoreranno e troveranno la soluzione giusta”.

Del vero punto politico però non parla nessuno: Giorgia Meloni, ancora prima di diventare presidente del Consiglio ha già smentito molte delle promesse in campagna elettorale. Nel giro di qualche ora si è allineata con Mario Draghi seguendolo sul no secco allo scostamento di bilancio per arginare la crisi dei prezzi dell’energia, si è affidata a lui per impostare le scelte economiche in previsione della prossima Legge di bilancio e si affida a Draghi per costruire la propria credibilità internazionale.

“Stiamo dicendo ai nostri elettori che l’opposizione di questi mesi era solo propaganda – dice un senatore meloniano riconfermato – e rischiamo di essere deludenti prima ancora di andare al governo”. Ricorrere ai tecnici, più che ai politici, sarebbe per molti (sopratutto nella Lega e in Forza Italia) l’ammissione di un’inadeguata classe dirigente.

“Chiedevamo le elezioni per dire basta ai governi tecnici e ora li facciamo noi?”, è la domanda che verrà posta a Salvini oggi durante la riunione tra i maggiorenti della Lega. Immaginate lo sconforto di un elettore di questa destra che ascolta le ipotesi di riconferma del ministro dell’Economia che fu di Draghi (che dell’economia dovrebbe essere il vampiro, secondo l’idea diffusa).

Immaginate lo sconforto di chi si aspettava una netta inversione di rotta e invece osserva Meloni entrare in combutta con il “governo dei migliori” mentre gli odiati Renzi e Calenda s’offrono per essere la stampella per le riforme. C’è nell’aria il profumo di un governo semi tecnico, un po’ più oscurantista del precedente nella sua componente politica, in cui cambia solo il direttore dell’orchestra.

“Troppi parlamentari al governo creano un problema in Aula per avere la maggioranza!”, spiega il meloniano Donzelli. Una classe dirigente, del resto, è più difficile da costruire rispetto al consenso elettorale.

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