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Che… Casini a Palazzo Madama. Senza freni il Bestiario di Governo

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C’è Berlusconi innamorato, il solito Salvini bastonato, i leghisti che dicono basta a “Dio, Patria e famiglia” e ci sono partiti minuscoli a caccia di poltrone. Eccoci al nostro bestiario di governo.

IL PARTITO DELL’AMORE
“Ieri sera mi sono commosso al caldo abbraccio delle persone che amo. Grazie a loro e a tutti per gli auguri”. Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che posta sui social un video della festa di ieri sera nella residenza di Arcore per i suoi 86 anni. Il Cavaliere siede al centro della lunga tavolata imbandita, con fiori bianchi e azzurri e candele accese lungo l’asse centrale, con alla destra la figlia Marina e alla sinistra la compagna Marta Fascina.

Presenti, tra gli altri, Gianni Letta, Adriano Galliani, Licia Ronzulli, Alberto Barachini, gli altri figli e i nipoti. Berlusconi spegne a un certo punto le candeline della torta a quattro piani, il più basso con i colori del Milan e del Monza, il secondo con la bandiere di Forza Italia e il terzo azzurro con i loghi di Mediaset e Mondadori, sormontato poi da un mappamondo accanto ad una statuetta con le sembianze del leader azzurro in giacca e cravatta. Alcuni palloncini rossi a forma di cuore sono stati fatti cadere sul tavolo dall’alto al momento del taglio della torta. Il regalo? Berlusconi è uscito dalla torta in faccia a tutti gli italiani. Il regalo, vedrete, lo pagheremo noi.

STATO CONFUSIONALE
Matteo Salvini ieri mattina si è alzato è ha detto: “Non stiamo discutendo ancora nomi e ruoli nel governo”. Qualche ora dopo al villaggio della Coldiretti si è subito smentito e ha chiesto per la Lega il ministero della pesce e dell’agricoltura (in cui Giorgia Meloni lo chiuderebbe volentieri a chiave). Poi ha avuto una grande idea: cambiare il nome del ministero all’Agricoltura in “ministero della Sovranità alimentare”, come propone Coldiretti (sempre a proposito di serietà): “Il nome non mi dispiace perché sovranità agroalimentare è indipendenza”. Poche ore dopo si è saputo che durante la riunione blindatissima con i suoi Salvini ha chiesto per sé il Viminale. “Non stiamo discutendo ancora nomi e ruoli nel governo”, diceva: come si può credere a un uomo così?

MATTEO STAI SERENO
Lo potete intuire dalle parole del coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani: “Salvini? Per quanto ci riguarda può fare quello che preferisce, poi deciderà il futuro presidente del Consiglio”. L’ha toccata piano.

ANCHE NO
L’assessore di Regione Veneto Roberto Marcato, fedelissimo di Zaia, lo dice chiaramente: “se essere un partito nazionale vuole dire fare la brutta copia di FdI siamo morti – spiega Marcato – se invece nell’unità del paese si fa emergere la peculiarità territoriale dando rappresentanza ai territori attraverso autonomia e federalismo che rinnovi questo paese allora così va bene. Se nazionalità significa Dio Patria e Famiglia, io non sono nato in un partito così ma credo che il 99 per cento dei militanti non si siano iscritti in Lega per questo motivo”. È un avviso di sfratto per Salvini, facile facile.

CACCIA ALLE POLTRONE
Il Movimento Autonomi e Partite IVA, entrato alla Camera grazie ad un accordo con Caroppo, eletto con Forza Italia, reclama un ministero o un sottosegretario. Sarà un ministero flat, probabilmente.

PAROLE E FATTI
Bruno Tabacci: “Io eletto e Di Maio no? Mi dispiace, ho sempre parlato bene di lui”. Parole, parole, parole…

CASINI??!!
Agenzia Dire: ipotesi Casini presidente del Senato, contatti in corso tra Fratelli d’Italia e il senatore eletto col Centrosinistra. A proposito di capolavori politici…

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Fassina: “Il Pd ha abbracciato i neoliberisti”

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Enrico Letta scrive agli iscritti del Partito democratico: “Abbiamo perso, ma ne usciamo vivi. Ora contenuti e volti nuovi. Confronto sarà su tutto: dal nome a simbolo. Nel frattempo Rosy Bindi propone di sciogliere il partito. Le acque sono agitate. Ne abbiamo parlato con Stefano Fassina, deputato tra i fondatori del Pd e ex viceministro dell’Economia sotto il ministro Fabrizio Saccomanni nel governo Letta.

È fallita la fusione a freddo tra Ds e Margherita che ha dato vita al Pd?
“Si trattava già di una fusione che ha riguardato due esperienze, due storie, che erano consumate. Quindi il problema non è la fusione ma i protagonisti che già erano arrivati al capolinea. Del resto il Pd ha abbracciato l’impianto neoliberista che era già in crisi. Nel 2007, l’anno del Lingotto, qualche mese prima ci fu la crisi dei mutui subprime, che è frutto dell’insostenibilità di quell’impianto. Erano due storie che a un certo punto avrebbero dovuto rigenerarsi e invece hanno assunto le peggiori mode a sinistra”.

C’è chi dice che occorrerebbe dividere i socialdemocratici e i liberali nel partito, una volta per tutte. Che ne pensa
“Io l’anima socialdemocratica sinceramente non l’ho vista molto. Quando è stato approvato Jobs Act e Buona suola solo un gruppetto sparuto di noi si è differenziato e poi è uscito. Gli altri hanno approvato in Parlamento quello che passava Renzi,. Qualcuno che oggi mi dice che effettivamente il Jobs Act fosse sbagliato a quel tempo mi dava del rosicone. Che ci siano singole personalità socialdemocratiche all’interno del partito non lo metto in discussione ma la socialdemocrazia come posizione politica non l’ho mai vista in questi anni”.

Quindi quale futuro vede per il Pd?
“La proposta che ha fatto oggi Letta con la lettera gli iscritti (di rifondare il partito con contenuti, volti e nome nuovo, nda) credo possa andare avanti. L’alleanza progressista necessita di un Pd solido che si costruisce un profilo di cultura politico e sinergico con quello del Movimento 5 Stelle”.

Molti danno per certo Bonaccini come prossimo segretario, che ne dice?
“Il punto non è Bonaccini o chiunque altro. A me pare che posizioni in continuità non siano adeguate. È necessaria una profonda discontinuità. Chi è in grado di interpretare questa discontinuità non lo so. Oggi ricorrere a delle figure senza poter valutare prima l’effettiva discontinuità delle proposte la trovo l’ennesima illusoria scorciatoia. I tempi che vengono proposti per il congresso sono troppo stretti per fare lavoro approfondito e per rendere credibile un’apertura che rischia di essere confinata alle figure limitrofe. I tempi sono difficilmente coerenti con l’ambizione di ricostruire un soggetto politico”.

Quindi meglio una separazione?
“Non vedo sul piano politico queste due anime. Segnalo che quelli che arrivano dalla mia stessa storia (Ds) sono stati protagonisti dell’interpretazione neoliberista. Il Lingotto l’ha fatto Veltroni, il Jobs Act Ichino e quella componente. L’europeismo fideistico accomuna quelle visioni. Una divisione sulla base delle provenienze la trovo insensata, Fassino è stato più sdraiato di Letta sulla vicenda della guerra e sull’atlantismo subalterno. È altresì vero che Orlando ha fatto un lavoro molto positivo da ministro, quindi non voglio dare una lettura indifferenziata del Pd. Però non vedo posizioni politiche così riconducibili a Ds o Margherita. Alcune declinazioni liberiste diritti civili, come la maternità surrogata, sono assolutamente condivise da tutti”.

Quindi si cambia nome?
“Anche questa la sento a intervalli regolari. Ma il proverbio latino “rem tene, verba sequentur” in questa occasione calza perfettamente. Mi pare molto consolatoria l’invocazione del cambio del nome. Tra l’altro mi pare che si proponga un nome ancora più indefinito, invece c’è bisogno di risposte identitarie ancora più nette”.

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Moratti conferma la corsa al Pirellone

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Non si placano gli scontri in Regione Lombardia tra Letizia Moratti e Attilio Fontana, impegnati in un duello che non potrà non avere ripercussioni sul piano nazionale. Ieri la Moratti intervistata da Marco Damilano durante la trasmissione Il cavallo e la torre è stata netta: “Sono stata chiamata dal presidente Fontana e ho accettato per responsabilità e amore per la mia regione, con l’impegno parallelo di un passaggio di testimone a fine legislatura. Ho lavorato e lavoro coerentemente a quell’impegno ma coerentemente a quelle indicazioni ho costruito anche una rete civica”, ha detto.

Non si placano gli scontri in Regione Lombardia tra la Moratti e Fontana, impegnati in un duello che non potrà non avere ripercussioni sul piano nazionale

Secondo la versione di Moratti accettare di entrare in giunta come vicepresidente e assessore al welfare in un momento in cui la Lombardia era travolta dalle critiche per la gestione della pandemia rientrava in un percorso che l’avrebbe vista candidata presidente alle prossime elezioni regionali.

Senza mezze parole racconta che c’è stato chi le ha chiesto esplicitamente di muoversi verso la candidatura alle Regionali. Chi sia non si può sapere: “Per riservatezza istituzionale, finché il centrodestra non chiarirà la sua posizione non dirò chi”, si limita a dire. Per questo non c’è nessuna ipotesi di un suo coinvolgimento come ministra nel prossimo governo nazionale: “Sarei onorata ma non accetterei. – ha risposto la Moratti -. Penso di poter dare un maggior valore aggiunto qui nella mia regione”, ha detto, aggiungendo di essere in “campo con una rete civica ma coerentemente aspetto una decisione da parte della intera coalizione del centrodestra”.

Ieri per tutta la giornata sono partite le accuse (e le richieste di dimissioni) dei componenti della Lega. Lo stesso presidente di Regione Lombardia Fontana chiede che la sua vice si prenda la responsabilità di dimettersi: “Non possiamo continuare ad andare avanti con questa strana situazione. Bisogna che si dia una svolta e che si capisca se vuole essere parte della nostra squadra o se invece vuol far parte di un’altra squadra”, ha detto il presidente leghista ai giornalisti.

La Meloni sta a guardare: FdI può lucrare sui guai della Lega

Da Roma Giorgia Meloni e i suoi di Fratelli d’Italia osservano la situazione lombarda mantenendo le distanze. Secondo la presidente del Consiglio in pectore non è questo il momento di immischiarsi in una diatriba che logora solo il suo alleato Salvini. Qualcuno dei suoi fa notare come l’intempestività dell’intervento a gamba tesa della Moratti sia un errore politico grave.

Non è un mistero però che Fratelli d’Italia vedrebbe di buon occhio un ulteriore indebolimento di Salvini nel caso in cui gli si sfilasse la regione più rappresentativa per il suo partito. Dall’altra parte gli avversari interni del leader leghista (da Maroni a Castelli) vedono l’occasione di disarcionare il segretario sfruttando la candidatura dell’ex sindaca di Milano.

A Letizia Moratti guarda con interesse anche il cosiddetto Terzo polo (che invece è il quarto) che potrebbe trasformare la Lombardia nel laboratorio politico di un’alleanza apertamente schierata a destra. Per questo Dario Violi (capogruppo del Movimento 5 Stelle nel Consiglio regionale lombardo) vede “l’opportunità di un campo largo progressista che sia capace di mobilitare gli elettori con uno schieramento netto”.

Sull’alleanza tra Pd e M5S stanno lavorando i maggiorenti regionali e nazionali decisi a non farsi trovare impreparati. Anche per il centrosinistra la Lombardia potrebbe diventare il seme di un nuovo schieramento nazionale. Tra le condizioni che porranno i 5S al Pd però c’è un no netto a Carlo Cottarelli candidato presidente: ai dubbi iniziali si aggiunge anche il pessimo risultato elettorale di Cottarelli nella “sua” Cremona.

Leggi anche: In Lombardia la verità sulle destre. L’editoriale del direttore Gaetano Pedullà 

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La Lombardia alla Moratti e Fontana ministro. L’exit strategy delle destre

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Tutto quello che si legge in giro sulle prossime elezioni regionali in Lombardia è falso. Non c’è nessuna discussione su un posto da ministra per Letizia Moratti a Roma e non c’è nessun passo indietro sulla candidatura di Moratti alle prossime lezioni regionali in Lombardia.

“Anzi, lei è già partita da un pezzo, è determinata, ha la sua squadra con cui sta lavorando da mesi e ovviamente è piena di soldi”, dice a La Notizia Franco Mirabelli, senatore (rieletto) del Partito democratico.

Lo scambio

“Tenendo conto di un’eventuale divisione della destra noi avremmo qualche possibilità in più”, spiega Mirabelli. Lo schema sarebbe quello di “un campo largo” senza il cosiddetto Terzo polo di Renzi e Calenda: “Gli altri ci stanno già”. Per il nome del candidato non si è raffreddata del tutto l’ipotesi di Carlo Cottarelli nonostante il pessimo risultato che ha rimediato nel collegio della sua città perdendo contro Daniela Santanchè (è stato ripescato in Senato grazie al paracadute della lista plurinominale).

Nel Pd lombardo però una frangia insiste per le primarie – previste per Statuto – e allora il quadro cambierebbe: “O facciamo il campo largo o facciamo le primarie”, spiega il senatore Dem. Ipotesi, quella del campo largo, a cui sta lavorando anche il M5S. Anche se il consigliere pentastellato Marco Fumagalli, solleva dei dubbi: “Il campo largo in Lombardia assolutamente inutile se non c’è Calenda poiché non ci sarebbe comunque nessuna possibilità di vittoria”.

“Bene che vada – ragiona Fumagalli – la coalizione potrebbe prendere oggi circa un 34%, tenendo conto che Calenda ovviamente non entrerebbe mai in una coalizione dove c’è il Movimento 5 Stelle”. In occasione della campagna elettorale nazionale solo pochi giorni fa Giuseppe Conte ha ribadito che il Movimento 5 Stelle non farà accordi con questa dirigenza del Partito democratico: “Per ora di nomi non ce ne sono – dice Fumagalli – ma noi dobbiamo riuscire a parlare alle aree in sofferenza, non abbiamo bisogno di un candidato che sia invitato a Cernobbio ma ai disoccupati, ai poveri, a quelli che non vanno a votare”.

Anche il consigliere pentastellato è convinto che la candidatura di Letizia Moratti sia in campo, al di là delle dichiarazioni della destra ai giornali: “Già nell’aprile del 2020 si sapeva che Letizia Moratti sarebbe passata all’incasso”. Sarà molto probabilmente l’attuale presidente Attilio Fontana a dover fare le valigie e partire per Roma. Un suo posto al ministero sbroglierebbe la matassa lombarda e permetterebbe alla destra di non schiantarsi.

Anche perché alla solita coalizione Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia sembra quasi scontato che si aggiungerebbero Renzi e Calenda. Fu proprio Calenda, non pochi mesi fa, a dichiarare pubblicamente che “Letizia Moratti sarebbe un’ottima presidente per la Lombardia” e i voti del Terzo polo in Lombardia sono un bottino ghiotto di questi tempi. “Fontana vada a fare il ministro degli Affari regionali e provi a portare a casa l’autonomia regionale, se ci riesce”, provoca il pentastellato Fumagalli.

In viaggio per Roma

Della prossima partenza verso un ministero dell’attuale presidente di Regione Lombardia è convinto anche Pietro Bussolati, ex segretario provinciale del Pd di Milano e ora consigliere regionale che al centrosinistra chiede di passare dalle primarie: “Le primarie sono uno strumento che va definito e proposto senza esclusioni. Poi vediamo cosa emerge. Partire dalle alchimie è sbagliato, serve trovare entusiasmo. Si vince solo con la mobilitazione”.

“Del resto – chiede Bussolati – chi decide i nomi da mettere in campo? Deve essere il territorio, non le imposizioni dall’alto”. La campagna elettorale in Lombardia è già iniziata, anche se in pochi sembrano essersene accorti.

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Il rifascismo sarà dolce

La prima fase, com’era facilmente prevedibile, è la normalizzazione. In un Paese che da anni si concede la leggerezza di chiamare “centrodestra” una delle peggiori destre di sempre non stupisce che un governo con la fiamma fascista nel simbolo del partito principale venga accarezzato. Nei confronti di Giorgia Meloni, tra le altre cose, è scattata la corsa all’agiografia con quel vizio molto italiano del giornalismo che lecca il potere, qualsiasi forma abbia, per ingraziarsi la prossima vagonata di classe dirigente.

Che non esista un “pericolo fascismo” lo ripetono tutti, manipolando come sempre il dibattito secondo i soliti canoni: se non ti allinei al pensiero dominante (per di più certificato dalle elezioni) sei un nemico della patria, sei un antidemocratico e così via C’è concretamente il pericolo di una restaurazione di un regime? No, ovviamente. Perché non è questo il punto. Gli storici, gli intellettuali e i commentatori ce l’hanno spiegato per anni: il rifascismo sarà dolce, garbato, perfino simpatico. La compressione dei diritti verrà presentata come un’urgenza per difendere “la nostra storia” e “la nostra identità”. La repressione delle voci contrarie non avverrà con violenza tangibile ma con un calcolato discredito organizzato che si proverà a far diventare egemonia.

Chi chiederà diritti verrà trattato come un perditempo che distoglie “dalle cose importanti da fare”. Chi chiederà cura per le minoranze sarà bollato come un buonista che vorrebbe sabotare la maggioranza. Chi chiederà uguaglianza sarà definito un pelandrone che vorrebbe ottenere tutto senza impegno o un fallito rancoroso. Il “merito”, che per anni è stato usato come clava (con il cretino favoreggiamento di certa sinistra) sarà il parametro soggettivo con cui si potrà dire no.

In un Paese truffato ogni volta dalla passione per il nuovismo si chiederà anche questa volta una sospensione del giudizio per “metterli alla prova”, come se le facce e le storie di questi “nuovi” non siano le stesse che da trent’anni hanno mostrato i loro denti. “Faremo un’opposizione dura valutando ogni singolo provvedimento ma senza pregiudizi” diceva ieri un dirigente del Partito Democratico, come se non esistesse un giudizio sulle parole, sui fatti, sui modi di questa destra.

Osservateli con attenzione: i ben disposti di questi giorni sono gli stessi che poi accuseranno noi di essere stati troppo morbidi. Appena i loro padroni gli daranno l’ordine di far cascare tutto vergheranno infiammati editoriali in cui fingeranno di averlo sempre saputo che questo governo aumenterà le disuguaglianze ancora di più. C’è un caso scuola che abbiamo dimenticato in fretta: qualche mese fa Silvio Berlusconi era stato condonato da tutto per il profumo del Quirinale. Ci chiedevamo: com’è possibile che questo Paese sia così predisposto alla dimenticanza Semplice: bisogna essere capaci di ignorare, per esser servi.

Buon venerdì.

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FdI in… fiamma la Costituzione Bestiario di Governo senza freni

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0Sbagliano la data della Costituzione, bastonano Salvini da tutte le parti e dicono tutto e il contrario di tutto. Bentornati al nostro quotidiano bestiario di governo.

No, il voto non era un disastro

“Il voto in un Paese membro è un accadimento di routine con cui si ha a che a fare nella gestione della politica fiscale. L’Italia formerà un governo e l’Ue è pronta ad aspettare il tempo necessario”. Lo spiegano fonti Ue rispondendo ad una domanda sul possibile ritardo con cui l’Italia potrebbe inviare la manovra finanziaria a Bruxelles. In un secondo bruciano tutti i contriti editoriali e quintali di dichiarazioni politiche che hanno raccontato balle per tutta la campagna elettorale.

Maroni bastona Salvini

L’ex segretario della Lega Roberto Maroni scrive la sua a Il Foglio e non ci va per niente leggero con Salvini che ormai prende sberle da tutti: “Che progetto potrebbe avere un nuovo segretario della Lega – scrive Maroni -. Io un’idea ce l’ho: far nascere una federazione tra Forza Italia e la Lega.

Mi sembra una cosa buona e giusta, visti i tempi che corrono nella politica di oggi. E nella sua piuttosto modesta (e uso un eufemismo) classe politica”. Maroni fa anche un nome: Luca Zaia. Questa volta a Salvini per salvarsi serve molto di più di un moijto.

Governo politico ma pure tecnico

Mirabile dichiarazione del presidente di Forza Italia Antonio Tajani che riesce a dire tutto e il suo contrario: il governo sarà “politico e di qualità” e gestirà le emergenze governando “nei prossimi anni”. “Se ci fosse qualche tecnico di alto livello? Perchè no?”. Lo dice a Tg1 Mattina il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. Ci avete capito qualcosa

Qualcuno vede la lega già morta

È passata molto sotto traccia la dichiarazione di Gianni Fava, già candidato contro Salvini all’ultimo congresso della Lega: ”Questa Lega non è scalabile: morirà con Salvini. Bisogna ripartire dal Nord”, dice Fava. La sua dichiarazione viene rilanciata anche da altri membri del partito. Tanto per capire che aria tira da quelle parti.

Costituzione o Bibbia

L’onorevole Lollobrigida, cognato di Giorgia Meloni, dice che la Costituzione è bella ma ha 70 anni. In realtà ne ha 75. A proposito, anche il simbolo della fiamma ne ha più di 70. Però Lollobrigida ci fa sapere che la millenaria Bibbia (anzi la loro interpretazione della Bibbia) deve guidare l’Europa del futuro.

Istituto luce

Pezzo mirabile di Repubblica, a proposito dell’agiografia di Giorgia Meloni. Leggetelo bene, inizia così: “La donna che si è presa l’Italia ingrana la prima. Con la sua Mini, risale la stradina cieca sotto casa. Romba, mette la seconda. Sguardo duro, guida decisa.

Gli uomini della questura si aprono come il Mar Rosso. Della Meloni si vedono solo la felpa grigia, i giganteschi occhialoni neri, il cappuccio calato sulla fronte che fa tanto Justin Bieber o Rihanna in fuga dai paparazzi. Sul cruscotto, un orsetto strappato di peluche”. Va letto con sotto la musichetta dell’Istituto Luce, ovviamente.

La matrice

Il circolo di Fratelli d’Italia di Terralba è intitolato al gerarca fascista Italo Balbo. Fondatore del fascismo ferrarese, quadrumviro della marcia su Roma a capo di violente spedizioni squadriste. Nel 1938 venne ricevuto da Hitler al Berghof. Non preoccupatevi, è solo antiantifascismo.

‘Ndo cojo cojo

Ettore Rosato: “Sosterremo le scelte del governo quando saranno scelte da sostenere perché sono nell’interesse degli italiani. Altrimenti faremo opposizione sui temi quando sarà necessario. Ma non quella che piace ad una certa sinistra”. S’offrono, con l’apostrofo.

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Con Meloni siamo già all’agiografia. Bestiario di governo a catinelle

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L’agiografia di Giorgia Meloni, Matteo Salvini bastonato, eccoci al nostro bestiario di governo quotidiano.

AMICI PER FINTA
“Grande collaborazione e unità di intenti”. E’ quanto si legge in una nota congiunta della Lega e Fdi al termine dell’incontro tra Meloni e Salvini. “Entrambi i leader hanno espresso soddisfazione per la fiducia data dagli italiani alla coalizione e hanno ribadito il grande senso di responsabilità che questo risultato comporta. Meloni e Salvini hanno fatto il punto della situazione e delle priorità e urgenze all’ordine del giorno del governo e del parlamento, anche alla luce della complessa situazione che l’Italia sta vivendo”. Il comunicato suona vero come la famosa foto di Salvini e Meloni sorridenti in riva al mare, pochi minuti prima di ricominciare a farsi la guerra.

SANTANCHÈ METTE A CUCCIA SALVINI
Dice Daniela Santanchè in un’intervista a Il Foglio: “La Lega, purtroppo, non ha raccolto un successo eclatante a queste elezioni. Hanno una grande occasione di rilancio. Con lealtà. Governando. Non si può essere di lotta e di governo, anche quando si sta dentro a un governo di centrodestra”. Traduzione: Salvini ha perso e non si metta in testa di avanzare pretese. Facile facile.

MA CHE DAVERO?
Secondo Repubblica Draghi, dopo aver parlato con Meloni, avrebbe assicurato ai leader europei che il prossimo governo: sosterrà, anche militarmente, l’Ucraina e terrà unito il fronte delle sanzioni contro Mosca; sosterrà la Nato senza tentennamenti e non approverà scostamenti di bilancio. Che Giorgia Meloni per rassicurare la comunità internazionale prometta di governare secondo la mitologica agenda Draghi a cui si è strenuamente opposto per racimolare voti è tutto quello che sappiamo sull’ipocrisia politica di questo tempo.

E LA MATRICE?
È spuntata ieri l’immagine di copertina che Anna Paratore, madre di Giorgia Meloni, teneva sul suo profilo Facebook con scritto “evoluzione, qualcosa è andato storto”: il disegno rappresenta la scimmia che dagli imperatori romani e Garibaldi si staglia fino a Mussolini imponente su tutti per poi rimpicciolirsi con Andreotti, Fini, Berlusconi, Napolitano e Monti. C’è bisogno di altre spiegazioni?

ANTI-ANTI-ANTIFASCISTI
Dice Aldo Cazzullo che “Giorgia Meloni non è fascista, al massimo è antiantifascista”. Quindi ora ci tocca diventare antiantiantifascisti. A proposito vi ricordate a scuola la lezione sulla doppia negazione?

SIAMO ALL’AGIOGRAFIA
Sempre per quella vecchia storia della stampa italiana con la schiena dritta di fronte al potere su Twitter il giornalista di Valigia Blu Matteo Pascoletti ha raccolto solo una parte degli articoli su Giorgia Meloni in questi giorni: c’è Repubblica che scrive di un racconto fantasy di Giorgia Meloni da ragazzina titolando sul “lato tenero di Giorgia”, c’è il Corriere della Sera con un bel quadretto di famiglia con la sorella di Meloni che racconta le sue ansie, sempre il Corriere che racconta della “famiglia difficile”, L’Unione Sarda che ne rivendica le origini sarde, Repubblica che rassicura che Meloni non è fascista perché l’ha detto sua madre, l’Ansa che parla del suo “look della svolta”, Il Fatto Quotidiano che racconta l’incontro tra Meloni e il suo compagno (lei aveva in mano una banana), il personal trainer che ne racconta gli allenamenti in palestra, Will Media che ci spiega come la storia di Meloni parta “da un abbandono”, l’estetista che ci racconta come Meloni non lasci mance ma sia “una di loro”, la su barista di fiducia che teme che il bar ne risenta dopo la vittoria, La Repubblica che ci racconta che legge Pasolini, il compagno che fino all’altro ieri era di sinistra e ora si scopre che non è di sinistra. Del resto l’avevano predetto storici e intellettuali che il rifascismo si sarebbe presentato con garbo, quasi con simpatia.

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Salvini ha già cominciato a fare il Salvini

Si possono fare tutte le foto di questo mondo, si possono vergare amorevoli comunicati stampa congiunti ma alla fine non riusciranno mai ad ammansire la natura di Matteo Salvini, incapace di affrontare qualsiasi responsabilità di governo se non nel ruolo del guastatore interno vorace di recuperare voti. Così il nuovo governo italiano che dovrebbe essere tra qualche settimana – quello stesso governo che da anni racconta di essere stato bloccato da oscuri poteri forti – è incagliato prima ancora di partire sulle pretese infantili del capo della Lega.

Avrebbe voluto essere di nuovo ministro dell’Interno, come se fosse carta straccia il processo che gli pende sulla testa per avere lasciato lessare dei poveri disperati in mezzo al mare, e vorrebbe essere in una posizione politica quasi pari con Giorgia Meloni. Non conta che il suo partito sia uscito sonoramente sconfitto da una tornata elettorale in cui la destra ha fatto il pieno di voti. Non importa che tutti i maggiorenti del suo partito gli si scaglino addosso senza tregua da giorni. Matteo Salvini ha una sua idea della realtà senza nessun nesso con la realtà e vorrebbe plasmare ciò che gli accade intorno al suo sguardo sbagliato.

Il problema non è solo della presunta maggioranza di governo ma è un tema politico che tocca il Paese: se è vero che nel centrosinistra le relazioni sono a pezzi anche a destra la situazione non è migliore. Sullo sfondo il totonomi del governo Meloni sosta nomi che hanno dell’incredibile: Letizia Moratti messa alla Sanità dopo essere stata a capo della Caporetto lombarda per sistemare i rapporti in vista delle prossime elezioni regionali in Lombardia è un esempio lampante.

Non resta che stare a guardare il disastro che si è riusciti a far accadere.

Buon giovedì.

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Nel Pd si apre la successione a Letta

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Nessuno ovviamente lo dice apertamente – non sarebbe una gran figura – ma nel Pd, di fronte alla prospettiva di essere opposizione, il tema che scalda le discussioni è il congresso e l’elezione del prossimo segretario. I “tempi rapidi” di cui ha parlato Enrico Letta sono un avviso che non ha bisogno di troppe interpretazioni.

Nel Pd il tema che scalda le discussioni è il congresso e l’elezione del prossimo segretario

Matteo Orfini spiega che “il problema di fondo è che non è più chiaro a nessuno quale sia la missione del Pd” e invita ad abbandonare la discussione sulle alleanze: “Basta pensare e parlare solo di alleanze. Abbiamo sprecato tre anni così: la nostra unica proposta politica è stata allearci. A prescindere, e senza idee. Politica delle alleanze, ma senza politica. Un partito non può essere solo questo. Sennò diventa inevitabilmente solo un partito di potere, un partito dell’establishment”.

Nella sua riflessione il capo dei Giovani turchi trova anche lo spazio per stilettare qualche aspirante segretario (“i nomi che leggo sono di persone che sono state in primissima linea in questa campagna, con risultati non esattamente esaltanti”).

Chi è già uscito allo scoperto, con la sua esuberanza (non amata da tutti all’interno del partito) è il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, presidente di Ali e coordinatore dei sindaci Dem, che sulla sua candidatura alla segreteria in un’intervista all’agenzia Dire dice che “ci sono tanti amministratori che me lo stanno chiedendo” (un classico) e lancia l’idea di “una fase costituente, aperta” per “provare a pensare un rinnovamento vero del nostro soggetto politico dal punto di vista dei contenuti, del linguaggio e dell’organizzazione”.

Il candidato naturale per il dopo Letta alla segreteria del Pd per molti continua a essere il governatore emiliano Bonaccini

Il candidato naturale per il dopo Letta per molti continua a essere Stefano Bonaccini, che per tutta la campagna elettorale è stato attento a non creare frizioni col segretario e che da giorni fissa alcuni punti chiave su quello che dovrebbe fare il Pd: “Una busta paga in più in tasca ai lavoratori e un un salario minimo per chi oggi non è coperto da un contratto collettivo. Una forte spinta sulla transizione ecologica ed energetica perché significa bollette più basse e un pianeta più pulito per i nostri figli, a fronte della destra che vaneggia di nucleare senza dire dove e quando. Infine, più sanità pubblica”.

Su di lui potrebbero confluire sia Base Riformista che Area Dem. Bonaccini non ha mai chiuso ai 5 Stelle rivendicando anzi esempi di buon governo insieme sui territori. Si parla di un possibile ticket alla segreteria con Simona Bonafé. Su Bonaccini è intervenuto a gamba tesa invece Goffredo Bettini che chiede “una persona di sostanza più che di immagine. Formata sul campo, piuttosto che inventata dai media. Sobria e misurata, piuttosto che egocentrica e solitaria. Colta, perché ha letto più libri che giornali. Che sia in grado di presentare venti cartelle scritte, spiegando cosa vuol fare, piuttosto che vivere di continuo l’ebbrezza dei Tweet”.

E mentre nella mischia sembra intenzionata a lanciarsi anche l’ex ministra Paola De Micheli, la sinistra del partito continua a sperare in Peppe Provenzano, secondo cui al Pd non serve un “nuovo segretario, ma un nuovo partito. È questo che non siamo riusciti a realizzare ed è questo di cui abbiamo davvero bisogno”.

Sullo sfondo Elly Schlein, ben vista da Letta, che alcune voci indicano come possibile capogruppo Pd a Montecitorio. Schlein però a oggi non è iscritta al partito e negli ultimi giorni ha preferito rimanere in silenzio. Come pure il sindaco di Firenze Dario Nardella ma il Pd non è più quello che lo cullava.

Leggi anche: Letta molla il Pd, ma con comodo. Prima di lasciare la segreteria vuole blindarsi nel partito. Con i fedelissimi alla guida dei Gruppi parlamentari

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Renzi e Calenda s’offrono a Giorgia. Continua il Bestiario di governo

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C’è tutto il baccano per Umberto Bossi senatore a vita, c’è Vittorio Sgarbi che si propone come ministro e il cosiddetto terzo polo che invece è il quarto che si attacca già alla gonna di Giorgia Meloni. Eccoci al nostro bestiario di governo.

SGARBI IL MODESTO
“Di certo non sto qui a dire che non farei il ministro. Ma sono talmente modesto che non voglio la cultura, mi basta il patrimonio”: lo ha detto all’Ansa Sgarbi, durante la presentazione a Roma della mostra Io, Canova. Genio Europeo. In effetti se ha una qualità Vittorio Sgarbi è sicuramente la modestia. Anzi: modestia e garbo.

FONTANA NON SA PIÙ DOVE LECCARE
“Bossi è la storia di questo Paese quindi deve essere sicuramente presente in uno dei due rami del Parlamento” secondo il presidente della Lombardia Attilio Fontana che considera una “pessima notizia, drammatica” il fatto che il fondatore della Lega Nord non sia stato rieletto. Uno si chiede: e come potrebbe entrare in Parlamento Bossi se non è stato eletto? Fontana ha la risposta: “Sarebbe un ottimo senatore a vita”. Interviene anche il presidente di Forza Italia Antonio Tajani: “Ha tutti i titoli!”. Mi pare un’ottima fotografia del momento politico.

LA CEI È GIÀ ALL’OPPOSIZIONE
Dichiara il cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei: “l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”. Patria e famiglia non so, ma con Dio si sta già mettendo male per il nuovo governo.

CARLO E MATTEO
“Meloni premier avrà la nostra opposizione. Voteremo contro la fiducia, presenteremo i nostri emendamenti. E, se chiederà un tavolo per fare insieme le riforme costituzionali, noi ci saremo perché siamo sempre pronti a riscrivere insieme le regole”. Così il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nella sua Enews di oggi. Ieri così anche Carlo Calenda: L’alleanza con Pd non la farò: l’avrei fatta prima. Un governo di larga coalizione, questo voglio fare. Serve un Governo di Alleanza comune, mi auguro anche con la Meloni”. Ben svegliati a tutti.

PRESIDENTE ONOMATOPEICO
Renato Schifani vince le elezioni regionali in Sicilia, ringrazia “Berlusconi, Meloni, Salvini, Romano e Totò Cuffaro“ e annuncia il Ponte sullo Stretto. Bentornati anni ‘90.

COERENZA SALVINI
Matteo Salvini, 11 ottobre 2019: “Abolizione dei senatori a vita ed elezione diretta del presidente della e Repubblica”. Salvini ieri: “proporrò che Bossi sia nominato senatore a vita”. Non riesce a passare un giorno, uno che sia uno, senza smentirsi. Campione. A proposito, questa cosa che Meloni vorrebbe Salvini all’agricoltura ha un retrogusto cattivissimo, non trovate?

L’ESPERTO DI LEGGE ELETTORALE
Illuminante intervento dell’europarlamentare leghista Angelo Ciocca: “Bossi rischia di rimanere fuori, mentre toccherà a un nutrito drappello di leghisti del sud italia, portare avanti la battaglia del carroccio e le giuste istanze del Nord. Ma la battaglia contro il Barbarossa usurpatore, l’abbiamo combattuta a Legnano o a Cefalù?”. Qui non serve nemmeno il commento, dai, è troppo anche per me.

SARÀ SOLO UN CASO
Vi ricordate Galeazzo Bignami, quello che si veste da SS e poi ci spiega che era “solo un gioco”? È stato rieletto in Fratelli d’Italia. Guarda te che coincidenza.

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