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Di Novaya Gazeta, Safronov e della difesa della libertà

Dmitrij Muratov, direttore della Novaya Gazeta, è uno che lascia squillare il telefono non avendo voglia di rispondere all’ennesima telefonata di accuse e di minacce e poi scopre che dall’altra parte del filo c’era l’Accademia di Svezia che lo informava dell’assegnazione del premio Nobel per la pace.

Quando è andato a ritirare il Nobel il direttore russo l’ha voluto dedicare ai sei giornalisti ammazzati dalla fondazione del giornale – era il 1993 – fino a oggi. Tra quei nomi c’è anche Anna Politkovskaja, una stella polare del giornalismo mondiale che questa guerra ha dato in pasto agli smemorati con eroi alterni, in base alle situazioni geopolitiche.

Novaya gazeta è un fulgido esempio del giornalismo come dovrebbe esser fatto, incurante del conveniente ma innamorato del proprio ruolo di cane da guardia dei poteri (tutti i poteri) che vedono i giornalisti come semplici ingranaggi della grancassa.

Anche per questo l’ordinanza con cui il tribunale di Mosca vieta la stampa e la vendita in territorio russo dello stesso giornale che ha raccontato la guerra in Cecenia, l’orrore di Beslan e la guerra in Ucraina è uno scempio che deve stare a cuore a tutti.

Il giornale aveva già sospeso le pubblicazioni a fine marzo, quando le regole volute dal Roskomnadzor, l’agenzia statale delle comunicazioni russa, avevano reso difficilissimo raccontare la guerra senza incorrere in sanzioni. Parte della redazione si era trasferita per sicurezza personale in Lettonia.

«Oggi abbiamo ucciso i nostri colleghi già uccisi da questo Stato per l’adempimento del loro dovere professionale – Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Natalia Estemirova, Orkhan Dzhemal», scrive nel suo editoriale il direttore Muratov.

Nello stesso giorno la Russia ha condannato a 22 anni in un carcere di massima sicurezza Ivan Safronov, consigliere del capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, giornalista ex corrispondente di Kommersant e Vedomosti. Safronov è colui che nel 2019 raccontò della vendita di jet russi al Cairo, sollevando un imbarazzo politico che si paga caro dalle parti di Putin.

Scrive Muratov: «Novaya gazeta non ha bisogno delle vostre carte. Era, è e sarà. Anche quando non c’è né questo potere, né questi giudici, né questi impiegati. Lo spirito libero soffia dove vuole e come vuole».

Per ora Novaya gazeta continua sul suo sito internet (finché riuscirà a farlo) e sarebbe curioso sapere cosa ne pensano i giornalisti e politici nostrani, di quello che accade.

Buon martedì.

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Tutti al forum di Cernobbio, tanto per dare l’idea di una campagna elettorale in mezzo alla gente

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Tutti al forum di Cernobbio, tanto per dare l’idea di una campagna elettorale in mezzo alla gente. Sì, come no. Siamo alle solite. Eccoci al nostro quotidiano bestiario elettorale.

TAJANI CADE SUL PONTE

In un discorso sulla dipendenza energetica al Forum Ambrosetti di Cernobbio, il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani ha citato anche il disastro del Ponte Morandi, lasciandosi andare a una frase degna dei peggiori complottisti. Tajani si è spinto ad attribuire la responsabilità del crollo in cui persero la vita 43 persone a chi si è opposto alla realizzazione della bretella autostradale della Gronda.

Niente invece sulla mancata manutenzione, che secondo quanto emerso dalle indagini fu la causa del crollo. «Basta con il partito del no – ha detto Tajani- che blocca sempre tutto. Pensiamo ad esempio alla Gronda di Genova, bloccata dal partito del no. E forse anche il Ponte Morandi non sarebbe crollato se non ci fossero stati quei no». Qualcuno dica a Tajani che ci sono 59 persone a processo: molti dirigenti di Autostrade e del ministero delle Infrastrutture e di Spea che si occupava della manutenzione. Va bene essere garantisti ma essere visionari…

DIBATTITI ELETTORALI

In una democrazia che funziona la televisione pubblica ha il dovere di promuovere i dibattiti politici e informare i cittadini su tutte le candidature. Detto fatto: la Rai ha organizzato un dibattito elettorale per la circoscrizione estero. Il dibattito andrà in onda martedì 6 settembre alle 2.30 di notte si Rai1. Buona notte.

L’AGENDA BLAIR

Italia Viva e Azione fanno campagna elettorale contro il Pd e il M5S dimenticandosi che i prossimi vincitori stanno a destra. Del resto non disdegneranno (segnatevelo) di essere un’utile stampella alla destra, quando servirà, per poter soddisfare la propria natura. Ieri Ettore Rosato (abile nella politica com’è abile nell’estensione delle leggi elettorali, come questo mostruoso Rosatellum con cui si vota) se l’è presa con il segretario del Pd Letta che ha invitato a smetterla di rimanere ancorati al blairismo: «Archiviano Blair, commemorano la rivoluzione bolscevica del 1917 e fanno i manifesti rosso contro nero. È il nuovo PD di Letta e Speranza, quello dei lavoratori contrapposti ai padroni, del pubblico contro il privato», scrive Rosato. Perfetta la risposta della giornalista Chiara Geloni: «in effetti archiviare Blair nel 2022 è un po’ precipitoso ma il rischio dei cosacchi a piazza San Pietro, mi assicurano, è bassissimo».

CALENDAGARCHIA

Calenda è parecchio confuso. Prima dice: «non penso ci sia un pericolo fascismo in Italia, c’è un pericolo anarchia, cioè non si riesce a fare niente. Dobbiamo allora riprendere quello che Draghi stava facendo: mettere assieme gli italiani, non dividere tra buoni e cattivi», dimostrando di non saperne nulla di anarchia e pochissimo di antifascismo. Poi gli scappa la mano e come al solito si incensa: «Non ho problemi a candidarmi alla guida del Paese, ma Draghi è più bravo. Non è una competizione, dobbiamo cercare di tenercelo», dice a Cernobbio. Del resto Calenda, come il suo compare Renzi, sogna da sempre un’egogarchia come unica forma di governo.

L’HA CAPITO PERFINO BERLUSCONI

«Non ho mai parlato di abolizione del reddito di cittadinanza». Lo dice in una intervista al Messaggero Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, capolista per il Senato a Napoli. «In Italia, un quarto della popolazione, soprattutto al Sud, vive in condizioni di povertà e non possiamo certo abbandonarla a se stessa – afferma – Il reddito va riformulato, per assistere seriamente chi ha davvero bisogno. Ai giovani, invece, bisogna dare delle opportunità di lavoro».

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Tra Fiano e Rauti

Emanuele Fiano è figlio di Nedo, rimasto orfano a diciotto anni con la matricola A5405 a Auschwitz. La famiglia Fiano venne sterminata perché ebrea, Nedo ha partecipato a centinaia di incontri nelle scuole. «Porto con me l’odore, il buio, l’orrore e la ferita di quel tempo lontano. Lotto ancora e recito la parte di un uomo comune, come tanti altri. Ma sento spesso un inferno dentro, anche se cerco di apparire sereno e felice», raccontava.

Emanuele Fiano non è solo figlio di Nedo. Emanuele Fiano è uno di quei parlamentari che non è caduto nell’irresistibile tentazione di normalizzare l’indicibile e di annacquare l’antifascismo. Crede nella reale applicazione della legge Mancino (che per troppi, anche nel presunto centrosinistra, è semplicemente una raccomandazione ornamentale in memoria del tempo passato), indica il razzismo chiamandolo per nome.

Isabella Rauti è figlia di Pino. Pino Rauti è stato un neofascista della primissima ora. Subito dopo l’avvento della repubblica si è impegnato a ricostruire l’estrema destra sia istituzionale (con l’Msi nel 1946) sia d’azione (con la rifondazione, agli inizi degli anni 50, dei Far – Fasci di azione rivoluzionaria). I Far erano la destra estrema dell’estrema destra italiana. Filonazisti dichiarati si distinsero durante la loro breve vita per due attentati, uno al ministero degli Esteri ed uno all’Ambasciata Americana di Roma, entrambi nel 1951. Nel relativo processo per i due attentati gli appartenenti ai Far furono tutti condannati. Tutti tranne tre: Evola, Erra e Pino Rauti. Ha fondato l’organizzazione Ordine Nuovo. Rauti fu indagato per le stragi di Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia. Da assolto Rauti stesso rivendicava “la responsabilità morale delle stragi”. Poi anche Rauti è stato “normalizzato” da Silvio Berlusconi (che ha responsabilità enormi sullo sdoganamento del fascismo, ma ce ne siamo già dimenticati).

Fiano e Rauti in politica provano a trasmettere i valori dei propri padri. Lo ripetono entrambi. Sono candidati, l’uno contro l’altro, nel collegio di Sesto-Villa Pizzone-Legnano che copre anche la zona nord di Milano città, Cinisello e Paderno Dugnano. Collegio uninominale: chi prende più voti viene eletto. Isabella Rauti ha però un comodo paracadute in collegi plurinominale offerti dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Per capire il senso della sfida si può raccontare un episodio recente. Rauti chiede il voto perché «Sesto San Giovanni non torni ad essere la Stalingrado d’Italia» e lo dice con l’ignorante formuletta di chi spande anticomunismo senza conoscere la storia. Fiano le risponde: «Quel titolo Sesto l’ha guadagnato per la similitudine con la città industriale del Volga per la resistenza, poi vittoriosa ai nazisti. Stessa cosa che fece Sesto, fin dal 1943, nelle sue fabbriche e nei suoi quartieri, pagando un prezzo atroce con deportazioni nei campi di sterminio, fucilazioni, torture e violenze e ricevendo per questo, la Medaglia d’oro per la Resistenza. Quando ci vedremo, davanti alla Parrocchia di Santo Stefano, che fu sede del Cnl cittadino, avrò modo di raccontare a Isabella Rauti questa grande ed emozionante storia. La aspetto».

Cosa accade? Che i seguaci di Meloni (e di rimbalzo di Isabella Rauti) ricoprono Fiano di insulti antisemiti e qualcuno scrive: «Un confronto con te si dovrebbe fare solo davanti a un buon forno acceso». Si tratta di “odio dei social”? No, no. È il profumo di impunità per topi che escono dalle fogne. Fratelli d’Italia simula qualche spicciolo di solidarietà (sono diventati bravissimi a fingersi educandi in attesa di mettere le mani sul potere) e invita a «non parlare di storia del ‘900». Come se noi non fossimo la nostra storia.

Io non ho condiviso alcune posizioni di Fiano nella sua carriera politica. Chi ci legge sa quanto siamo critici con il Partito democratico (e anche su questa candidatura, ne parleremo a tempo debito) ma ogni volta che penso alla sfida di Sesto San Giovanni mi prende la sensazione del limite del dirupo a cui siamo arrivati. Decenni di antifascismo spolpati da un centrosinistra sempre timido (se non addirittura connivente) e una destra che ancora oggi viene chiamata “centrodestra” (solo da noi) sempre alla ricerca delle “anche cose buone”. Non posso non pensare che la sfida tra Fiano e Rauti sia una spaventosa carta tornasole di questo tempo. E mi dico: noi siamo ancora quel Paese in cui vince Fiano in quel collegio, vero?

Buon lunedì.

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I suicidi in carcere mostrano l’inadeguatezza dello Stato

È l’anno del record, solo che in questo caso il record è un’onta. Non ci sono mai stati così tanti suicidi in carcere nei primi due terzi dell’anno. Lo denuncia nel suo rapporto Antigone (nel dossier Ristretti Orizzonti), nel bel mezzo di una campagna elettorale in cui il carcere – era facilmente prevedibile – si riduce al luogo di espiazione promesso per i criminali veri e presunti.

Nei primi otto mesi di quest’anno 59 persone si sono tolte la vita in carcere

Nei primi otto mesi del 2022, 59 persone si sono tolte la vita in carcere. Più di una ogni quattro giorni. Sin dall’inizio dell’anno il fenomeno ha mostrato segni di preoccupante accelerazione, fino a raggiungere l’impressionante cifra di 15 suicidi nel solo mese di agosto, uno ogni due giorni. A due terzi dell’anno in corso, è già stato superato il totale dei casi del 2021: 57 decessi. Non ci sono mai stati nei primi due terzi dell’anno così tanti suicidi: il numero più alto finora era quello del 2010, con 45 casi, 14 in meno rispetto a oggi.

Dietro le sbarre il tasso dei suicidi è 16 volte più alto 

Il tasso dei suicidi (ovvero la relazione tra il numero di decessi e le persone detenute mediamente presenti nel corso dell’anno) passa dal 11 ogni 10 mila persone registrato nel 2020 e dal 10,6 ogni 10 mila persone detenute nel 2021 a un numero destinato a crescere per il 2022. Vale la pena ricordare che fuori dal carcere con 0,67 casi di suicidi ogni 10 mila abitanti, l’Italia è in generale considerato un Paese con un tasso di suicidi basso, uno tra i più bassi a livello europeo. «Mettendo quindi in relazione l’ultimo dato disponibile della popolazione detenuta con quello della popolazione libera vediamo l’enorme differenza tra i due fenomeni: in carcere ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna», scrive Antigone.

I suicidi in carcere mostrano l'inadeguatezza dello Stato
Nei primi otto mesi del 2022 ben 59 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane (Getty Images).

Donne e stranieri le categorie più vulnerabili

Delle 59 persone che si sono tolte la vita in carcere quattro erano donne, un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione femminile detenuta rappresenta solo il 4,2 per cento del totale. Nel 2021 e nel 2020 soltanto una donna si era levata la vita in carcere. Nel 2019 non si era verificato invece nessun caso di suIcidio femminile. L’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 37 anni. La fascia più rappresentata è infatti quella tra i 30 e i 39 anni, con 21 casi di suicidi. Segue quella dei più giovani, con 16 casi di suicidi commessi da ragazzi con età comprese tra i 20 e i 29 anni. Vi sono poi 14 decessi di persone tra i 40 e i 49 anni e otto decessi di persone dai 50 anni in su. I più giovani in assoluto erano due ragazzi di 21 anni, detenuti nelle Case Circondariali di Milano San Vittore e Ascoli Piceno. Il più anziano era un uomo di 70 anni detenuto nella Casa Circondariale Genova Marassi. Le persone di origine straniera erano 28, ossia il 47,5 per cento dei casi. Tenendo conto che la percentuale di stranieri in carcere è a oggi leggermente inferiore a un terzo della popolazione detenuta totale (17.675 su 55.637), ciò implica che il tasso di suicidi è significativamente maggiore tra i detenuti di origine straniera rispetto agli italiani: il primo è quasi il doppio del secondo.

Malati psichiatrici lasciati a loro stessi

Sembrerebbe, dai pochi dati a disposizione, che almeno 18 delle 59 persone decedute soffrissero di patologie psichiatriche. Alcune diagnosticate, altre presunte e in fase di accertamento. Gente che non dovrebbe stare in un carcere, secondo la Costituzione, ma dovrebbe essere in luogo in cui siano assicurate le cure. Scrive Antigone: «Nella maggior parte delle visite svolte da Antigone nelle carceri italiane, il personale denuncia con forza la significativa presenza di persone detenute affette da patologie psichiatriche e l’inadeguatezza delle risorse a disposizione per prenderle in carico. I dati raccolti dal nostro Osservatorio in questi primi otto mesi dell’anno, riportano 10,5 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti; 20,5 detenuti su 100 assuntori di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi; mentre quasi 40 detenuti su 100 assuntori di sedativi o ipnotici». Come scriveva Antigone nel presentare il suo rapporto del 2016 «là dove l’autorità statale nell’esercitare il proprio monopolio nell’uso della forza non è in grado di impedire che tale utilizzo della violenza legittima si concili con l’esigenza di salvaguardare il corpo, la salute del reo, ecco che tale utilizzo della forza subisce una profonda delegittimazione. Uno Stato che nel punire non impedisce la morte del condannato perde infatti parte delle funzioni che ne giustificano la potestà punitiva». Ora chiudete gli occhi, pensate a questa terribile campagna elettorale e immaginate come si possa inserire nel dibattito un tema del genere.

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Renzi ossessionato da Draghi. Bestiario elettorale senza tregua

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C’è la Meloni che non riesce a trattenere la propria natura, Letta che si contraddice e Berlusconi a cui sfugge il suo amore per Putin. Eccoci nel nostro quotidiano appuntamento del bestiario elettorale.

Al comizio di Perugia Giorgia Meloni, premier in pectore almeno secondo i sondaggi, ha alzato i toni si è lasciata andare in un passaggio non proprio presidenziale. “In morra cinese sinistra, clandestino batte donna violentata”, ha gridato piuttosto infervorata la leader di Fratelli d’Italia. Il riferimento è alle polemiche sollevate dalla sua diffusione del video dello stupro di Piacenza, poi rimosso da tutte le piattaforme social.

Video peraltro di cui Meloni ha rivendicato la pubblicazione: “Niente di cui scusarmi, ho condiviso video per esprimere solidarietà”. Se la solidarietà a una donna stuprata la Meloni la manifesta mostrando la vittima a tutti stiamo a posto: auguriamoci che non solidarizzi mai con nessun altro.

BERLUSCONI NEL LETTONE DI PUTIN
Secondo Silvio Berlusconi, Putin sarebbe stato “costretto” a invadere l’Ucraina per colpa dei comunisti. Non è una delle sue orride barzellette. Durante la presentazione dei candidati di Forza Italia in Veneto (che ormai rischiano di essere più degli elettori) Berlusconi ha detto: “Parlando della Russia, volevamo dire il nostro dispiacere per quello che è avvenuto in Ucraina.

È stata una decisione sbagliata, io so che Putin è stato forzato dal suo Paese, dalla sua gente, dai suoi uomini del partito comunista a intervenire per difendere le Repubbliche del Donbass dall’Ucraina di Eltsin”. Ora, al di là del fatto che Eltsin in realtà non c’entra un bel niente (forse si riferiva a Zelensky) sarebbe curioso che ne pensano quelli illuminati giornalisti che da mesi cercano gli “amici di Putin”: qui c’è un reo confesso, ancora una volta.

LETTA IN INVERSIONE A U
“Non ci si inventa progressisti. Parlano le storie personali”. Lo dice il segretario del Pd, Enrico Letta, intervistato da Il Messaggero. “Il M5s è il partito di Grillo, quello che per anni ha detto che destra e sinistra sono uguali. Io dico – prosegue Letta – no, non sono uguali. Non esiste la sinistra a targhe alterne. La cultura politica, la linearità dei percorsi di vita, le grandi scelte valoriali contano e continueranno sempre a contare, per fortuna”. Ma Letta non ha un buon amico che gli faccia notare come un’affermazione del genere cancelli tutti gli ultimi anni di governo?

SE DRAGHI S’INCAZZA…
A Giorgia Meloni tremano i polsi in vista di Palazzo Chigi? “La tranquillizziamo perché cercheremo di non farcela arrivare. Lei sta lavorando per diventare premier tra meno di un mese e se la destra vincerà le elezioni la Meloni andrà a Palazzo Chigi. Altrimenti l’unica alternativa si chiama Mario Draghi e io sto lavorando per questo”. Lo dice il leader di Iv Matteo Renzi a Radio Capital. Ma Renzi non ha un buon amico che gli faccia notare che questo tirare per la giacchetta Draghi sembra un’ossessione? Non c’è un contenuto, uno solo, oltre alla foto di Draghi nell’agenda di Renzi e Calenda

IL RE DEL BOSCO
Antonio Tajani: “Un saluto da Rocca Priora per l’apertura della Sagra del Fungo Porcino, conosciuto come il re del bosco. Una manifestazione che ogni anno attira più di 50mila visitatori. Sarà mio compito valorizzare le potenzialità di questo territorio”. Con tutto il rispetto per il valore del porcino il coordinatore di Forza Italia sembra aver assaggiato altri tipi di funghi, nella scelta delle priorità in campagna elettorale.

CHI DI CUNIAL FERISCE…
Sara Cunial, leader dei complottisti, è considerata di essere un’infiltrata della massoneria dai suoi stessi complottisti. Contrappasso.

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Gli ex renziani l’hanno giurata a Letta. Inevitabile il Congresso

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Nelle stanze del Pd lo danno come certo: qualunque sia il risultato delle prossime elezioni del 25 settembre a Enrico Letta stanno preparando la resa dei conti. Scottano troppo le scelte sulle candidature e brucia il ridimensionamento di Base riformista, la corrente degli ex renziani messa in piedi da Luca Lotti e Lorenzo Guerini.

Nelle stanze del Pd lo danno come certo: qualunque sia il risultato delle prossime elezioni a Letta stanno preparando la resa dei conti

Ora che Lotti è stato escluso dalla corsa (sfruttando l’ostilità espressa dal suo territorio) Guerini è l’unico vero cavallo di Troia a cui ci si può affidare. Il ministro alla Difesa era già finito sotto accusa nelle ore più calde della chiusura delle liste per non esser stato capace di difendere i “suoi” con Letta. Oltre all’accusa di essersi troppo occupato dell’ingresso in coalizione di Luigi Di Maio (sarebbe più corretto dire: del seggio garantito per l’ex M5S).

Il messaggio dei libdem (la corrente che si definisce liberal-democratica all’interno del Partito democratico) è chiaro: “Senza i liberal-democratici, il Pd rischia di tornare semplicemente il Pds, e sarebbe un ritorno al passato”, ci dice uno di loro e il fatto che sia lo stesso concetto che da giorni esprime Matteo Renzi per attaccare Letta rende plasticamente visibile quanto gli ex renziani siano ancora in sintonia con il loro ex segretario.

Dall’altra parte qualcuno esulta comunque vada. “Perderemo le elezioni ma almeno avremo un gruppo parlamentare che segue Letta, a sua immagine e somiglianza”, dice un esperto senatore. Il concetto l’aveva già espresso Goffredo Bettini qualche mese fa: c’è bisogno di scrollarsi di dosso una classe dirigente che risale a Renzi e che troppo spesso è sulle posizioni di un leader (ora) di un partito concorrente.

La campagna elettorale dei democratici continua ad apparire troppo schiacciata su Giorgia Meloni

Fuori, nel Paese, la campagna elettorale dei democratici continua ad apparire troppo schiacciata su Giorgia Meloni, con il partito incapace di dettare l’agenda del dibattito. La scelta, fin dall’inizio, di polarizzare il dibatti per escludere gli altri partiti (che è alla base della decisione di Letta di confrontarsi eventualmente solo con la leader di Fratelli d’Italia) rischia di essere un boomerang.

Solo di Meloni si sono occupati la senatrice del Pd Simona Malpezzi (“La scelta delle parole svela molto di chi le pronuncia: potrà fare la finta moderata per le cancellerie internazionali, ma Giorgia Meloni rimane sempre questa. Il suo vero volto è quello del comizio di Vox”, ha detto a proposito della metafora meloniana del “clandestino che batte la signora violentata”), la responsabile Pari Opportunità nella Segreteria Pd e Portavoce della Conferenza delle Donne democratiche Cecilia D’Elia, la Capogruppo del Pd alla Camera dei Deputati Debora Serracchiani (“Non è solo volgarità verbale: è lo specchio di chi recita moderazione e pratica intolleranza. La violenza contro le donne non ha scuse, attenuanti, ragioni”) e quasi tutte le donne candidate.

Letta intanto insiste nel dire che “la destra non ha già vinto” più per spronare i suoi che per una reale convinzione. “Quanto agli esiti già scritti, – ha detto ieri Letta – la storia anche recente è piena di risultati elettorali inattesi, di ribaltamenti, di sorprese, di spinte non fotografate dai sondaggi”.

Una notizia minore però rende l’idea dell’aria interna. Ai candidati è arrivata la richiesta dal Nazareno di usare la faccia di Enrico Letta da inserire nel proprio materiale elettorale. Alcuni (molti più del previsto) hanno declinato l’invito facendo presente che perderebbero voti. Aspettando il giorno dopo le elezioni.

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TikTok! Chi è? Berlusconi e Renzi. Bestiario elettorale on-line

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Per capire quanto siamo arrivati in basso basti pensare che stanno litigando sui feti. Ma non c’è solo questo: c’è Gratteri che mostra gli effetti della riforma Cartabia, ci sono i politici che sbarcano TikTok e soprattutto c’è il nostro solito quotidiano bestiario elettorale.

BELLA COPPIA
Dopo Calenda dei giorni scorsi il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi e quello di Italia Viva Matteo Renzi hanno scelto lo stesso giorno per sbarcare sul social TikTok, il social apprezzato dai più giovani. Entrambi hanno pubblicato un semplice video di presentazione della durata di un minuto. Matteo Renzi ha scelto il registro dell’autoironia, ricordando i meme generati dalle sue disavventura con l’inglese (“first reaction: shock” e “shish”), passando poi all’orgoglio fiorentino (“la città più bella del mondo”).

Silvio Berlusconi invece opta per un registro scioccamente infantile con grandi gesti e modulazioni della voce che lo fanno sembrare un presentatore di programmi per bambini degli anni Novanta. Entrambi, come al solito, pensano che gli altri siano tutti scemi. L’effetto è deprimente. Va notato che sbarcare su TikTok a pochi giorni dalle elezioni dimostra che questi sulla programmazione a lungo termine sono delle schiappe. In compenso funziona la frase di Matteo Orfini (Pd) che ieri ja scritto: “Ciao ragazzi, eccomi qua. Votatemi perché NON userò TikTok in campagna elettorale”.

BEN FATTO CARTABIA
“Questa notte sono stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare 202 presunti innocenti. I dettagli dell’operazione non li possiamo dire. Lo sapete”. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha utilizzato un tono ironico per spiegare che la legge “bavaglio” sulla presunzione di innocenza gli impedisce di illustrare cosa è emerso nella maxi-inchiesta che ha colpito le cosche del cosentino.

A parte l’elenco dei reati contestati agli indagati, infatti, il magistrato calabrese non ha potuto dire molto: “La stampa è potente ed ha potere. Chiedete ai vostri editori di dire ai referenti politici di cambiare la legge. Io non intendo essere né indagato né sottoposto a procedimento disciplinare”. A proposito di stampa: abbiamo letto su tutti i giornali che, tra gli altri, è stato arrestato il sindaco di Rende Marcello Manna. In sostanza non possono parlare solo i magistrati ma via libera alla fantasia più o meno interessata dei giornalisti.

LA TOMBA DELLA DIGNITÀ
Fratelli d’Italia ci riprova e ripresenta la proposta di legge sulla sepoltura dei feti, anche senza il consenso dei genitori. L’iniziativa era già stata avanzata durante la scorsa legislatura, a prima firma Isabella Rauti. “È un orrore. Dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione. Noi lo impediremo”, ha tuonato la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio.

Verissimo: si tratta dell’ennesimo attacco al diritto all’aborto di questa peggiore destra di sempre. Però c’è un particolare che molti dimenticano: nel 2013 il sindaco di Firenze Matteo Renzi (allora ovviamente nel Partito democratico) il cimitero dei feti lo fece. Tanto per far notare che è sempre difficile rimproverare la destra di volere fare qualcosa che tu hai già fatto. E tanto per far notare quanto Renzi, come Giorgia Meloni, non c’entri nulla con il progressismo.

QUESTO PIANO CINGOLA
“Il piano risparmi di Cingolani è termosifoni accesi un’ora in meno e temperatura di un grado in meno Me cojoni, si direbbe a Roma. Per essere i migliori c’è da dire che hanno poca fantasia: è lo stesso piano di milioni di poveri, da anni.

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Sanità, Cartabellotta: “Manca una visione di sistema”

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Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, come vede la sanità in campagna elettorale? Centrale come dovrebbe essere?
“In campagna elettorale è “vietato” parlare di sanità. Eppure, ci sono di mezzo oltre 130 miliardi di spesa pubblica, l’attuazione del Pnrr, la gestione una pandemia che non molla la presa e presenta già il conto degli effetti a medio termine: recupero di prestazioni chirurgiche, ambulatoriali e screening, gestione del long-Covid, emergenza di bisogni di salute mentale”.

Quali sono le proposte che l’hanno colpita di più in positivo? Quali in negativo?
“A breve pubblicheremo l’analisi indipendente dei programmi dei partiti su sanità e ricerca. Quello che mi ha più colpito è la mancanza di una visione di sistema e la frammentazione delle proposte”.

Secondo lei è rimasta la consapevolezza, nella politica, di ciò che è stata la pandemia oppure anche nelle agende della politica ormai è “acqua passata”?
“Inizialmente tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di rilanciare il Ssn che sembrava finalmente tornato al centro dell’agenda politica. Ma con la fine dell’emergenza la sanità di fatto è “rientrata nei ranghi”. Credo sia indispensabile rimettere (per sempre) la sanità al centro dall’agenda di Governo a prescindere dall’esito delle urne, perché il diritto costituzionale alla tutela della salute non può essere ostaggio di ideologie partitiche”.

A proposito di pandemia. La notizia ormai è scomparsa dai giornali e dai dibattiti. Come siamo messi? Che autunno ci aspetta
“La discesa della quinta ondata si è ormai arrestata e, oscillazioni a parte, da un paio di settimane siamo in una fase di plateau. Ma la circolazione virale rimane elevata e i numeri sono destinati ad aumentare per vari fattori: ripresa delle attività lavorative, riapertura delle scuole, maggiore frequentazione dei luoghi chiusi, decadenza dell’obbligo di mascherina sui mezzi pubblici dal 30 settembre e le nuove regole sulla quarantena. Contagi a parte, è fondamentale somministrare la quarta dose ad over60 e fragili che, al momento, sono più di 15,2 milioni. I “vaccini aggiornati” sono in dirittura d’arrivo, ma non cambieranno poco la gestione e gli esiti della pandemia”.

C’è qualcosa che la preoccupa in particolare? Che vorrebbe chiedere al Governo?
“Sì, la mancanza del piano di preparazione per la stagione autunno-inverno, fortemente invocato dalla Fondazione Gimbe sulla scia delle raccomandazioni dell’Oms Europa: aumentare le coperture vaccinali (con tre dosi) nella popolazione generale; offrire la quarta dose alle persone a rischio dopo 120 dalla somministrazione della terza; promuovere l’utilizzo delle mascherine al chiuso e sui mezzi pubblici; areare gli spazi pubblici affollati, quali scuole, uffici, bar e ristoranti, mezzi di trasporto pubblico; applicare rigorosi protocolli terapeutici per le persone a rischio di malattia grave. In assenza di certezze su quando sarà operativo il nuovo Esecutivo, rischiamo di trovarci ad inseguire il virus per l’ennesima volta, compromettendo la salute delle persone più fragili”.

Per la scuola ancora una volta ci si affida a raccomandazioni come le finestre aperte e poco altro. Niente sulla ventilazione meccanica. Come ci si prepara ad affrontare l’inizio del nuovo anno?
“Siamo in linea con il best seller del compianto Marcello Orta “Io speriamo che me la cavo”. Peraltro, rispetto allo scorso anno scolastico. alcuni interventi di prevenzione risultano “spuntati”. Il tasso di copertura vaccinale nella fascia 5-11 è solo del 38,4%, le attività di tracciamento con una variante contagiosa come Omicron 5 sono di limitata efficacia e la misura del distanziamento avrà effetti modesti. Purtroppo, i sistemi di ventilazione meccanica controllata rimangono un lontano miraggio e l’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria viene affidato ancora una volta al protocollo “finestre aperte. Che quest’anno, oltre che con l’inverno, dovrà fare i conti con la crisi energetica”.

La colpisce che i no vax siano diventati una vera e propria forza politica che potrebbe superare lo sbarramento?
“Assolutamente no, considerata la visibilità mediatica offerta a “medici” no-vax”.

Il sistema sanitario intanto è al collasso. Come si potrà intervenire? Qual è lo stato attuale e lo scenario futuro?
“Il Ssn era già “malato” prima della pandemia: tagli, sprechi, privatizzazione strisciante, tetto di spesa per il personale, conflitto istituzionale Stato-Regioni. La pandemia ha sì portato tanti soldi, ma sono stati spesi tutti per la sua gestione e non per il rafforzamento strutturale del Ssn. E i problemi del 2019 sono sempre lì, con l’aggravante che il personale sanitario è ulteriormente depauperato e sempre più demotivato. Peraltro, senza coraggiose riforme e investimenti sulla spesa corrente per il personale temo che gli investimenti del Pnrr finanzieranno solo un costoso lifting del Ssn”.

Mastrangelo (Lega) propone di togliere soldi alla sanità per darli allo sport, Meloni parla di devianze riferita a certe malattie: si passa dal diritto di cura al dovere di essere sani?
“La società del benessere ha imposto stereotipi che non coincidono con il mondo reale. Indubbiamente prevenire è sempre meglio che curare, ma la programmazione sanitaria è una cosa seria e la prevenzione rimane la sorella povera dei Livelli Essenziali di Assistenza. Che non può basarsi su slogan acchiappavoti”.

Cosa ne pensa dei virologi che hanno deciso di impegnarsi in prima persona Può essere un boomerang per la credibilità della scienza o è una buona notizia
“È difficile rimanere indipendenti se ci si espone politicamente in prima persona, perché se la scienza non deve piegarsi alle esigenze della politica, la politica richiede flessibilità. E può arrivare il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare”.

Quale riforma servirebbe subito per la sanità?
“Bisogna ripartire dal capitale umano. Investire sul personale sanitario, con adeguate politiche di retribuzione e di programmazione del fabbisogno e coraggiose riforme su formazione e valutazione delle competenze professionali e manageriali”.

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Vaiolo delle scimmie, la caccia agli untori e quel (brutto) ricordo dei tempi dell’Hiv

Accade nelle Marche, laboratorio politico della destra dove si aspetta con ansia di vedere Giorgia Meloni alla guida del Paese.

Sabato scorso Fabio (chiamiamolo così) è stato contattato dall’Asl. L’anno prima si era sottoposto a un test per l’Hiv (per sicurezza sua e del suo compagno) presso la struttura ospedaliera di Urbino e aveva compilato un questionario in forma anonima. Una gentile voce femminile al telefono gli propone il vaccino per il vaiolo delle scimmie spiegando che secondo i dati a loro disposizione la trasmissione sarebbe molto più facile tra uomo e uomo (è vero, ad oggi gli studi dicono questo).

Fabio risponde di avere una relazione stabile da una anno e quindi di non correre nessun rischio. La gentile voce femminile serafica risponde: «Eh, ma si sa voi come fate». Quel “voi”, ça va sans dire, sta a indicare gli omosessuali, tutti, indistintamente. Del resto per questa destra peggiore di sempre l’omosessualità rientra nelle “devianze” che vorrebbero estirpare, anche se non hanno il coraggio di confessarlo apertamente.

La Regione Marche lo scorso gennaio, dopo 2 anni di pandemia e in piena quarta ondata, non era ancora dotata di un sito regionale per la prenotazione di tamponi o di vaccini. Quando Fabio all’inizio dell’anno ha contratto il Covid è stato rimbalzato da un numero all’altro perché (dopo 2 anni di pandemia globale) perché nessuno sapeva dare i riferimenti per il tracciamento. Fabio è stato chiamato solo dopo un mese dalla sua guarigione.

La ricerca dell’untore invece è velocissima. Troppo appetitoso scovare i malati tra i froci. Il compagno di Fabio, chiamiamolo Alessio, mi dice: «Mi sembra di tornare agli anni 80 e la campagna per l’Hiv e i gay visti come untori».

Non sarà breve, non sarà agevole ma rischiano di riuscirci.

Buon venerdì.

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Berlusconi meglio di Reagan e Kennedy

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Morti che non sono morti, vivi che festeggiano i morti stappando champagne e altre corbellerie. Eccoci al nostro quotidiano bestiario elettorale.

RIZZO FESTEGGIA (MALE)
Muore Gorbaciov e Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista e fondatore Italia sovrana e popolare, pubblica la foto di un tappo di champagne scrivendo: “Era dal 26 dicembre 1991 che avevo aspettato di stappare la migliore bottiglia che avevo…”. Sommerso dai commenti di chi gli fa notare il pessimo gusto della sua uscita Rizzo prova a parare il colpo: “Una provocazione – dice – dadaista e l’ipocrisia. Ci sono persone che muoiono per guerra, per fame, per infortuni, per vaccini. Ogni sacro giorno. Muore uno della banda dei globalizzatori. Metti una bottiglia di spumante, senza esplicitare un nome. Si scatena l’inferno. Di chi? Dei giornaloni”. Caro Rizzo, è morto anche il dadaismo con te.

LACRIME DI… COCCODRILLO
All’improvviso i giornali si scatenano dando la notizia della morte di Rosa Russo Jervolino, ex sindaca di Napoli. I giornali corrono per scrivere i coccodrilli, tutti nella solita gara di arrivare prima degli altri. Fino a che Jervolino (viva) smentisce la sua morte: “Sto bene, ho solo un po’ di mal di schiena. Stamattina ho ricevuto un sacco di telefonate, ho pensato che fosse successo qualcosa a qualcuno e invece non era successo niente”, dice a La Presse. Sempre a proposito della credibilità di certa stampa.

FIGURONE NUCLEARE
I Verdi mostrano i risultati di uno studio sui costi del nucleare che Salvini, Berlusconi, Renzi e Calenda continuano a sventolare e ad aggiungere schiaffi arriva Giorgia Meloni: “Sul tema energetico non bisogna avere preclusioni nel rispetto ovviamente della sicurezza e dell’ambiente. Io non ho pregiudizi ideologici su niente, però queste sono cose estremamente serie, e quindi bisogna calcolare bene”, dice. In pratica ha chiesto a Salvini di fare il serio, se ci riesce, almeno sul nucleare. L’ennesimo successo di una coalizione che non va d’accordo su niente.

LABORATORIO VALLE D’AOSTA
Tra i simboli depositati per la Valle D’Aosta ci sono alcuni aspetti curiosi. Nella lista “Valle d’Aosta aperto” corrono alleati il Movimento 5 Stelle con Giuseppe Conte e Sinistra Italiana con Nicola Fratoianni. Il Pd invece, udite udite, corre in coalizione con Renzi e Calenda. Non male, eh?

FORTUNE POLITICHE
Conte forse ha perso la pazienza. “Non è che mi potete chiedere ogni giorno di Di Maio“, risponde il presidente del Movimento 5 stelle, a margine di un appuntamento elettorale a Rimini, a chi gli fa notare che secondo il fondatore di Impegno Civico il Movimento non esiste più, ma esiste solo il partito di Conte. “Lasciate che Di Maio faccia la sua campagna elettorale – dice Conte –. Lo dico in modo molto signorile. I sondaggi non gli danno neppure l’1%. Lasciamolo alla sua fortuna politica” Un capolavoro politico, in effetti.

IL BALLO DELLA FLAT TAX
“Subito la flat tax al 23%. È la rivoluzione copernicana non solo del fisco, ma del rapporto fra Stato e cittadino. E come insegna l’esperienza di altri Paesi un serio taglio alle tasse lo fecero in America prima Kennedy e poi Reagan crea benessere per tutti, riduce l’evasione e migliora le finanze pubbliche»: lo dice Silvio Berlusconi in un’intervista al Corriere. Oggi giorno la flat tax del centrodestra cambia. Chissà, a ottobre ci sveglieremo e chiederemo “a quanto sta oggi la flat tax?”.

DI MAIO IN PEGGIO
“I Paesi che non hanno imposto le sanzioni alla Russia hanno un’inflazione più alta della nostra”, dice Di Maio. Falso. A luglio 2022 l’inflazione nei 27 Paesi Ue è cresciuta del 9,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In Cina, India, Indonesia, Messico, Arabia Saudita molto meno.

27- Segue

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