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Altro che polo della serietà, Renzi che attacca il virologo Crisanti sul Covid sembra il sosia di Salvini

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Povero terzo polo (che poi sarebbe il quarto): il primo giorno in cui Matteo Renzi prova a raggranellare qualche voto finisce come al solito per combinare un pasticcio e la coppia Renzi-Calenda si avvita su una pessima figura che li mette nel cassetto dove finiscono i Salvini.

Renzi contro Crisanti sul Covid

La giornata inizia con il solito Salvini che prova a grattare gli intestini dei no vax attaccando il virologo Crisanti, candidato tra le fila del Pd.

Crisanti non si fa pregare e risponde per le rime, ricordando al leader della Lega che “se fossimo stati nelle sue mani ora ci sarebbero 300mila vittime di Covid al posto di 140mila e oggi saremmo allineati con Putin”.

Renzi si infila nella polemica parlando di “una cultura di lockdown illiberale e inutile”. “Se vince la linea del Pd Crisanti dice Renzi – al primo raffreddore finiamo tutti in quarantena”.

Sembra un Salvini qualsiasi. Così viene facile a Letta bastonarlo spiegando che tra i meriti della candidatura di Crisanti c’è che “ognuno dice cosa pensa veramente della più grande tragedia degli ultimi tempi”. Non ha tutti i torti.

Calenda in imbarazzo ci mette una pezza

Renzi tramortito: prova a soccorrerlo il suo alleato Calenda che ricorda al Pd di avere votato tutti i provvedimenti sanitari.

Uno da fuori lo legge e pensa: che c’entra Perché Calenda che si fregia di “stare sempre nel merito” delle discussioni questa volta svicola è d’accordo o no con l’uscita di Renzi?

Non erano loro “il partito della scienza”? Non male questo “polo della serietà”, sembra Gianluigi Paragone senza barba e con la cravatta

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Teodem, liberisti e altri… Casini: le liste del Pd targate Letta già scoppiano

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Certo non è facile stilare delle liste con una legge elettorale indecente e con un taglio dei parlamentari che spaventa tutti. Enrico Letta però aveva promesso candidature innovative e “apertura alla società civile” e quello che ne è venuto fuori è una mediazione che ha i contorni del pasticcio.

Negli ultimi giorni il segretario del Partito democratico si è sfiancato per spiegare – giustamente – che con il Rosatellum non esistono coalizioni ma esistono solo “alleanze elettorali”: ogni lista ha il suo programma, il suo capo politico e gestisce le proprie candidature.

Il pasticcio delle liste Pd

La cosiddetta “generosità” di Letta però rischia di essere un boomerang per la tenuta del suo partito e indica che no, che non sarà questa la legislatura in cui il Pd riesce contemporaneamente a scrollarsi di dosso il suo passato renziano e liberarsi dell’insopportabile perso del suo apparato.

Sui renziani rimasti nel Pd per sabotarlo e che oggi si lamentano di essere stati esclusi basta un semplice dato: Base Riformista, la corrente nel Pd legata all’ex segretario fiorentino, non ha votato le liste durante la direzione nazionale.

Non è un dato da poco perché lì dentro c’è Luca Lotti (che ora si lamenta dicendo di avere “tenuto insieme il partito” e proditoriamente dimenticando di essersi autosospeso) ma c’è anche l’attuale ministro Lorenzo Guerini che si può tranquillamente accomodare come capolista con il seggio assicurato.

Se è vero che gli ultrà renziani potrebbero scannarsi meno e candidare nella propria lista i “competentissimi” per cui strepitano in queste ore (non sarebbe meglio Ceccanti candidato nella lista di Renzi e Calenda al posto di Gelmini? Sarebbe meglio per tutti, no?), è altresì vero che rivenderci Casini come “difensore della Costituzione” è una truffa: come può credere Letta che attivisti e elettori non osteggino la candidatura dell’ex amico di Cuffaro che entrerà nel Gruppo misto un secondo dopo essere entrato in Parlamento?

Come si racconta ai propri elettori di volere i diritti per le coppie gay candidando TeoDem che sono contrari al programma che sottoscrivono per garantirsi un posto? Qui non si tratta di alleanza, si tratta di posti nella propria lista.

La candidatura di Casini e Lorenzin e l’esclusione di Cirinnà sono, piaccia o meno, un segnale politico. Se a questo ci aggiungete che Cirinnà (come altri) dichiara di non accettare la candidatura in un seggio uninominale – salvo però poi ripensarci – parlando di “territori inidonei ai suoi temi” come se la politica non fosse una battaglia per il voto ma semplicemente un posizionamento di potere allora verrebbe da chiedersi cosa accadrebbe nel caso di una legge elettorale con le preferenze.

Perché, dobbiamo ammetterlo, l’apparato del Partito democratico (che è un maschio avanti con l’età, bianco e borghese) con una legge elettorale decente farebbe fatica a farsi eleggere amministratore di condominio.

Tutto e il contrario di tutto

Questa scena di politici che vorrebbero il seggio sicuro senza dover fare campagna elettorale, semplicemente in nome di una vicinanza a questo o quel segretario, è un ulteriore colpo alla credibilità e l’ennesimo assist all’astensionismo. Fingono di non saperlo ma lo sanno benissimo.

I “diritti e giovani come bandiera” non funzionano se non vengono messi in pratica. Cacciare gli ex renziani per fare liste innovative, spostate a sinistra, con nuove idee e con nuovi talenti e con persone che vengono dai territori sarebbe stato lo scatto necessario.

Il Pd è ancora la riserva degli ex Pci e ex Dc che si fanno la guerra. Il solito peccato originale. E se qualcuno cerca un po’ di coerenza si ritrova le due ex segretarie di Cgil e Cisl (così diverse da loro) compagne di partito. Sicuri che funzioni?

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Il diritto alla felicità

«Questo è un programma diverso da quello degli altri partiti che si presentano alle elezioni del 25 settembre. È l’unico programma pacifista e contro le guerre, per la fratellanza universale, la giustizia sociale, economica ed ambientale, contro corruzioni e mafie. È un programma che considera prioritaria l’attuazione della Costituzione italiana, e non più solo la sua difesa. È un programma che non parla a chi ha grandi ricchezze, potere e privilegi, ma al Paese reale. Un programma che si occupa dei bisogni essenziali di chi lavora ogni giorno (spesso troppe ore per troppi pochi soldi), di chi vorrebbe lavorare ma il lavoro non l’ha più, di chi è preoccupato per i prezzi delle bollette che aumentano. È un programma scritto per chi aspetta troppo tempo per essere curato, intrappolato nelle code infinite della nostra sanità maltrattata. Per chi dopo quest’estate rovente è seriamente preoccupato per la salute del pianeta e per il futuro dei propri figli. Per chi è contrario alla guerra, e vuole un impegno serio per una soluzione diplomatica. Per chi pensa che le enormi disuguaglianze sociali del mondo di oggi siano tanto ingiuste quanto inefficienti per l’economia. Per chi è rimasto senza lavoro a causa della chiusura o delocalizzazione di un’impresa. Questo programma è per la maggioranza sociale del nostro paese, per costruire insieme l’Italia di cui abbiamo urgentemente bisogno e ricominciare a guardare con fiducia al futuro. È stato scritto dalla società civile insieme al contributo di tanti esperti, e si compone di 120 proposte organizzate in 12 capitoli:

1. Ricompensare e rispettare il lavoro

2. Lottare per la sicurezza economica e contro la povertà

3. Perseguire la pace e la democrazia in Europa e nel mondo

4. Migliorare la sanità e la pubblica amministrazione

5. Ridare dignità all’istruzione e investire nella ricerca e nella cultura

6. Fermare l’autonomia differenziata e salvaguardare i beni comuni e i servizi locali

7. Trasformare il sistema energetico e dei trasporti per attuare una vera riconversione ecologica

8. Proteggere l’ambiente e sostenere l’agricoltura

9. Ricostruire la nostra industria favorendo un nuovo modello di sviluppo

10. Tassare di meno chi ha poco e di più chi ha tantissimo

11. Combattere contro le mafie e garantire una giustizia equa

12. Far crescere i diritti e le libertà Sono proposte ambiziose, ma necessarie per affrontare i problemi di lungo corso del nostro paese e le nuove emergenze degli ultimi anni. È un programma visionario ed allo stesso tempo concreto, che considera prioritario il diritto alla felicità».

Sono le righe iniziali del programma di Unione popolare (lo trovate qui) l’altro polo di cui pochi parlano perché torna comodo a molti raccontarlo come l’ennesimo “partitino” che corre senza troppe possibilità alle elezioni, mentre altri partiti inesistenti (il partito di Tabacci, ad esempio, scommetto che nessuno sa come si chiami) vengono trattati con i guanti di velluto perché portano acqua ai fratelli maggiori.

Tra le cose che mi hanno colpito – io lavoro con le parole – è il “diritto alla felicità” che sovverte quel “dovere della fatica” che certi presunti liberali nostrani – che sono solo liberisti – usano come mantra per dirci che “non c’è alternativa”, ispirandosi a Margaret Thatcher che solo da noi può essere usata come modello di futuro senza provare un po’ di vergogna.

Non è il diritto alla felicità il punto di programma di ogni partito che voglia essere di sinistra Un dignità felice che garantisca a chiunque la realizzazione – attraverso ciò che fa e ciò che può fare – è quel professionismo pensato dai padri costituenti: professare i propri valori nel proprio mestiere e ricevere un salario adeguato alla persona, oltre che al reddito.

Poiché questa campagna elettorale fatica a decollare sui programmi, inchiodata com’è sulle maschere politiche, cominciare a parlare di programmi porta una ventata di democrazia sana, di confronto utile, di campagna elettorale da Paese che tiene a sé stesso. Comunque la si pensi.

Buon mercoledì.

 

* In foto, la presentazione del simbolo di Unione popolare davanti a Montecitorio, alla presenza dei dirigenti di Rifondazione comuniste, Potere al popolo e Dema e delle parlamentari di Manifesta. Immagine tratta dalla pagina Facebook di Unione popolare

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Renziani a sua insaputa. Berlusconi è rimasto ai tempi di Mangano. Il solito bestiario elettorale. La sveglia di Giulio Cavalli per La Notizia

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Si rientra dal Ferragosto lanciati, gambe in spalla per un campagna elettorale che non smette di regalare mostruosità. Eccoci al nostro quotidiano bestiario elettorale.

Bassetti s’offre, si offende e s’offre di nuovo

Vi ricordate che il virologo che voleva essere una rockstar Matteo Bassetti proprio ieri si era lamentato dei giornalisti che avrebbero inventato un suo ingresso in politica che lui stesso evocava Beh, ieri si è superato. Intervistato da Adnkronos Salute Bassetti ha dichiarato: «sono contento di fare il medico e il professore universitario. Non mi candido» e quando gli hanno chiesto dell’ipotesi di fare il ministro della Salute ha risposto «vedremo cosà succederà dopo il 25 settembre, chi sarà il premier». Ecco il problema: Bassetti non vuole fare la campagna elettorale, altrimenti si sgualcisce il camice.

Lotti di renzismo

Luca Lotti, uno di quelli che aveva l’enorme qualità politica di essere amico del capo ai tempi di Renzi, se la prende con il PD per la sua mancata candidatura facendoci sapere di avere sempre tenuto «unito e compatto» il «suo» partito e di avere saputo della sua esclusione dal «suo» segretario. Ma scusate? Ma Lotti non si era autosospeso dal partito? Possibile che renziani e ex non riescano ricordarsi una bugia per più di qualche ora Conclude dicendo: «il Pd è casa mia. Lo sarà anche in futuro». Sembra una minaccia.

Qualcuno svegli Berlusconi

Silvio Berlusconi rilascia un’intervista a politico.eu e dichiara: «Il rischio di astensionismo è molto alto. Questa è una delle ragioni – non la più importante, naturalmente – per le quali avremmo preferito che il governo Draghi potesse continuare fino alla fine naturale della legislatura, e si andasse a votare nella primavera del 2023. Non è stato possibile, per il comportamento irresponsabile dei Cinque Stelle e per le manovre ambigue del Partito democratico». Per Berlusconi PD e M5S hanno fatto cadere Draghi, mica Forza Italia e la Lega che non hanno votato la fiducia. Qualcuno lo svegli, per favore, fatelo tornare nel 2022. Altrimenti fra poco lo ritroveranno mentre cerco Vittorio Mangano nelle sue stalle.

Tengo famiglia

Ci si è indignati per la candidatura alle parlamentarie del Movimento 5 Stelle (e in effetti non è un bello spettacolo) del compagno di Dadone, del fratello di Sorial, quelli di Buffagni e di Trenta. A onor del vero dovranno sottoporsi ai voti degli iscritti. Ci si è lamentati per la probabile candidatura di Elisabetta Piccolotti, compagna di Nicola Fratoianni, dimenticandosi che è stata tra i fondatori di Sinistra Italiana. S’odono pochi lamenti per la candidatura blindata (e quindi elezioni) del figlio del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, messo in posizione sicura all’interno di una lista bloccata. Stavolta niente lanciafiamme, vero?

Giornalisti giornalisti

Sul fronte Lega tra le candidature spuntano i nomi di Maria Giovanna Maglie, Hoara Borselli, Annalisa Chirico. Non l’avremmo mai detto. Sono candidature di una certa levatura. Esperienza politica Twitter. Le parlamentarie nel partito di Salvini funzionano con i cuoricini sotto i post.

I terzi populisti

Uno scambio meraviglioso catturato su Twitter di due elettori di Renzi-Calenda, il polo della serietà. Il primo scrive: «La superiorità del programma del #TerzoPolo rispetto a quello della destra/sinistra populista è imbarazzante». Gli risponde Simonella: «Dove si può leggere? Mi risulta che lo presentino giovedì». E lui: «Hanno fatto uscire un po’ di schede. lo ho letto pnrr e nucleare». Stanno parlando di una presentazione PowerPoint stile tesina alle scuole medie. Sono dei fenomeni, davvero.

 

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Pd, liste e terzopopulisti: trambusto di Ferragosto

Il Partito democratico approva le sue liste. Bastano pochi minuti, una rapida osservazione, per capire innanzitutto che oltre a questa pessima legge elettorale (di cui tutti si lamentano e che quasi tutti hanno votato) anche la riduzione dei parlamentari è stata un duro colpo. Ricordate quando dicevano che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe garantito «un innalzamento della qualità degli eletti»? Ai tempi da queste parti ci siamo permessi di scrivere che si trattasse di un’idea senza nessun fondamento. Era facile prevedere che meno parlamentari eletti significasse premiare ancora di più la fedeltà al proprio capo di partito rispetto alla qualità. È andata così.

Gli stessi parlamentari che hanno tentato di rivenderci come digeribile il Rosatellum e che hanno esultato per il taglio del Parlamento oggi sono in radio e in televisione per spiegarci quanto sia difficile. Per un risparmio ridicolo (e per appoggiare un populismo bipartisan) hanno spinto una riforma di cui oggi si lamentano. Ma fate davvero?

Ieri il Partito democratico ha varato le sue liste e il cosiddetto terzo polo (che poi sarà il quarto nella migliore delle ipotesi) ha sfidato il senso del ridicolo passando tutto il giorno a contestare le scelte di Letta, ovviamente aiutato dalla propaganda social della bestiolina di Renzi & co. (solo apparentemente più urbana di quella di Salvini) che ha passato tutto il giorno a buttare merda nel ventilatore (eh sì, il “polo della serietà”). I terzopopulisti hanno una strategia elettorale invidiabile: vogliono prendere voti di mostrando che sarebbero bravissimi a dirigere un partito che però non è il loro. E così hanno passato tutto il giorno (e ci aggiungeranno anche la giornata odierna) a spendere lacrime e indignazione per i loro ex amici che non hanno trovato posto in lista. La reazione più facile sarebbe dirgli “cari Renzi e Calenda candidateli voi, no?” ma poi gli toccherebbe fare i conti con le proporzioni, ci si accorgerebbe che stiamo trattando una pozzanghera centrista come se fosse un partito vero e crollerebbe tutta la narrazione.

Ma cosa ha scatenato l’isteria nel Pd? Semplice: la corrente dei renziani indefessi che non si fidano di Renzi e quindi non l’hanno seguito in Italia viva è stata sensibilmente ridimensionata da Enrico Letta. I cosiddetti “riformisti del Pd” in realtà sono gli appartenenti alla corrente “Base riformista” che Luca Lotti e Lorenzo Guerini hanno eretto come monumento equestre in onore del loro capo Matteo quando il Partito democratico aveva una classe dirigente che proveniva da un raggio di 10 chilometri e una manciata di oratori. Ora Lotti sembra che sia stato fatto fuori (ma il Paese, il Parlamento e il Pd hanno davvero bisogno di Luca Lotti? Per quale recondito motivo?) e Lorenzo Guerini ha perso il suo abituale aplomb per aprire finalmente bocca – lui che aveva perso la parola per rispondere alle critiche sul vergognoso innalzamento delle spese militari – per difendere il suo compagno di catechismo.

Poi ci sono le liste e qui si potrebbe aprire un capitolo a parte: la ricandidatura di Pier Ferdinando Casini può bastare da sola per smontare la retorica del rinnovamento – fa il paio con quella di Fassino – e i “nomi forti” che dovrebbero essere Crisanti e Cottarelli lasciano più di qualche dubbio. Abbiamo (giustamente) passato giorni a criticare la sovraesposizione dei virologi attratti dal miele della politica in riferimento a Bassetti e intanto Crisanti aveva già firmato le carte.

La campagna è ancora lunga. Buon lunedì.

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Siamo alle solite, tornano i Casini nel Partito democratico

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Passato bene il Ferragosto? Preparatevi a non digerire il pranzo. Arriva il bestiario elettorale.

Siamo alle solite, tornano i Casini nel Partito democratico

L’agenda Totti

Abbiamo finalmente trovato l’argomento che unisce il terzo polo, il secondo polo, il primo polo e anche i poli extraparlamentari: il calcio. Avremmo dovuto immaginarlo. Così con una guerra in corso, con una recessione alle porte, con un povertà che è stata sconfitta solo per chi si è assicurato un’altra legislatura i partiti hanno pensato bene, di domenica, di promettere a tutti gli italiani di poter vedere tranquillamente le partite della Serie A. Interrogazioni, dichiarazioni, indignazioni. Ora sì che il futuro fa meno paura.

I ritirati della politica

Quando scrivo questo articolo non si sa ancora come andrà a finire ma per ora sembra che il PD voglia far eleggere Pierferdinando Casini togliendo il posto alla giovane deputata Giuditta Pini. Casini, quello che giurava con tutte e due la mani sul fuoco che il suo amico Totò Muffare sarebbe stato innocente. Casini, quello che aveva promesso di ritirarsi dalla politica se Cuffaro fosse stato condannato. Cuffaro era colpevole ed è stato condannato, Casini è ricandidato e Cuffaro è perfino tornato in politica. Cosa potrebbe andare più storto di così?

Date a Calenda i suoi 15 minuti di celebrità

Dice Calenda: «Almeno un confronto tra i leader delle quattro coalizioni è necessario. Aiuterebbe gli italiani a valutarne la consistenza e la preparazione». Scrivendolo pubblica un’immagine con la foto di Letta, di Meloni, di Conte e ovviamente la sua. Dimentica che ci sarebbero altri candidati ma Calenda ha deciso che con la sua risicata percentuale merita di giocare con i “grandi”. Ha già comprato la cravatta nuova. Sono tre giorni che non finisce in televisione come argomento del giorno ed è preso da una terribile malinconia. Qualcuno gli dia una trasmissione televisiva, almeno una conduzione alla sagra della porchetta di Ariccia.

Come s’offre (ancora) Bassetti

“Dopo le illazioni, le falsità e gli attacchi personali, ricevuti negli ultimi giorni su un mio futuro politico, desidero chiarire che non ho mai richiesto o espresso volontà a nessuno di essere candidato alle prossime elezioni politiche per alcun partito”, scrive il virologo Matteo Bassetti. Ce l’ha con chi ha scritto e parlato della sua candidatura. E chi ha parlato di una sua candidatura Lui, proponendosi perfino come ministro. Quindi sostanzialmente Bassetti ha passato tutto il Ferragosto a girare su sé stesso per provare a prendersi la coda.

Di Maio in peggio

«Il ruolo del Quirinale è sempre fondamentale, al di là delle leggi elettorali e delle maggioranze, perché è il garante della Costituzione. Mi è dispiaciuto che in questi giorni c’è stato chi ha chiesto le dimissioni di Mattarella». A dirlo, intervistato da Radio Montecarlo, è Luigi Di Maio. Lo stesso Di Maio che Mattarella avrebbe voluto quasi arrestarlo durante un comizio pochi anni fa. Luigi, va bene voler sembrare un moderato ma a forza di moderarti rischi di invertirti. Come molti moderati, del resto.

L’antifascismo omeopatico di Renzi

Dice Renzi: «Non credo che Meloni sia un pericolo per la nostra storia repubblicana, penso sia un pericolo per il portafoglio mio e dei miei figli.». Il fascismo e l’antifascismo per Matteo, si sa, sono solo un’etichetta. Il vero pericolo è il portafoglio. Si è costituito.

 

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Di Maio in peggio

Passerà Ferragosto e si avrà il quadro completo delle candidature. Forse, speriamo bene, si smetterà di parlare di alleanze praticate o fallite (anche se Calenda e Renzi sembrano avere come unico punto del loro programma elettorale l’esegesi delle scelte degli altri) e potremo capire quale siano i buoni motivi per cui le cose dovrebbero andare diversamente da come andranno, con Giorgia Meloni preoccupata solo di non compiere errori e con Matteo Salvini che si “accontenta” di andare al Viminale. Tanto per avere l’idea di come stiamo messi.

L’antico adagio “dimmi con chi vai, ti dirò chi sei” è sempre attuale. Su Renzi e Calenda tanto s’è letto e tanto s’è scritto, non serve aggiungere altro. Che certa presunta sinistra (da Rizzo a Ingroia) abbia finito per ritrovarsi in corsa con un pezzo di destra è un classico degli ultimi anni. Dalle parti di Unione popolare (che qualcuno vorrebbe archiviare come esperienza residuale, con il solito trucco) c’è una connessione di esperienze, testimonianze e competenze che forse meriterebbe ben altro spazio. Nel frattempo loro potrebbero trovare in fretta un modo di comunicare la loro elaborazione collettiva (che c’è stata in Rifondazione e Potere al popolo, serrata, anche fuori dal Parlamento) senza svilirla in avventate dichiarazioni personali che offrono una sponda a chi si impegna a sminuirli.

Nel Movimento 5 stelle i candidati “scelti” da Giuseppe Conte saranno fondamentali: sarà la sua ultima occasione di circondarsi di persone capaci (capaci anche di invertire la sensazione di un partito zeppo di pericolosi incompetenti) e fedeli ai principi del partito e al suo capo politico. Se sbaglierà questa non avrà un’altra occasione.

Nel Pd, come al solito, si assiste al balletto per ricandidare esponenti moderati (Casini ne è un fulgido esempio) con alle spalle quintali di legislature senza esattamente capire quale dovrebbe essere il guadagno in termini di voti e di credibilità. Soprattutto con poco rispetto per i territori e i loro attivisti.

La domanda delle domande però è una: perché questo senso di imbarazzante gratitudine del Pd nei confronti di Di Maio? Questo sarebbe utile saperlo (lo vorrebbero sapere anche in molti nel partito) poiché è una questione squisitamente politica. Non facciamo fatica a immaginare che Tabacci abbia trovato in Di Maio il salvagente per provare a recuperare voti che non ha mai avuto nella sua carriera (siamo pieni di gente senza voti ma con ottime conoscenze che colleziona carriere incredibili) ma che un partito strutturato come quello di Letta abbia nei confronti di Di Maio quasi soggezione nasconde un pezzo della storia recente che non ci è stata raccontata. Verrebbe il dubbio, lo appoggiamo come innocente ipotesi, che la scissione del ministro ex grillino da Conte dovesse essere una stampella (nella migliore delle ipotesi) per spostare l’asse politico con numeri rassicuranti in Parlamento. Qualcuno potrebbe obiettare che non sia andata così. È vero. Non cambia la natura del discorso. Se non è finita come avrebbe dovuto forse è merito anche dell’altro ministro (Pd) così vicino a Di Maio da trovare il tempo, tra un ordine di un missile e l’altro, di assicurargli già da tempo (ben prima della crisi) un posto per il prossimo giro: del resto il nostro ministro della guerra è considerato un grande stratega fin dai tempi di Renzi ma è solo un abile galleggiatore secondo i peggiori canoni democristiani. Ovvio che sarebbe stata una strategia politicamente insulsa e fallimentare.

Eppure questa domanda a Letta non la pone nessuno: quale patto c’è da rispettare con Di Maio? Chi l’ha siglato? Quando? Perché?

Buon Ferragosto.

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Il deposito dei simboli è un circo. Continua il bestiario elettorale

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È una giornata scoppiettante quella del deposito dei simboli per la campagna elettorale. Ovvio che il bestiario della campagna elettorale sia ricchissimo.

IL CIRCO DEI SIMBOLI
Il primo partito a depositare il simbolo ieri è stato il PLI, i suoi dirigenti erano in fila dalla mattina del giorno precedente. Come sempre abbiamo più liberali che elettori.
Tra i partiti c’è anche “Il Sacro Romano Impero Cattolico e Pacifista”. Del resto si sa, se c’era un popolo pacifista erano proprio gli antichi romani.

Mentre erano tutti in fila per depositare i simboli la presidente del partito “Luce del Sud” Giusy Papale decide di non sprecare tempo e improvvisa un comizio lì, su due piedi. Papale papale.

Fenomenale il partito “Sud chiama Nord”: De Luca e Giarrusso hanno litigato pochi giorni fa per cui vengono depositati due simboli quasi identici: uno contiene la scritta “Giarrusso” e l’altro no. Non hanno trovato un grafico libero per una mezz’ora. Sarà colpa del reddito di cittadinanza.

Poiché i moderati sono di moda in questa primavera-estate del 2022 ci sono due simboli molto simili: uno si chiama “Moderati” e l’altro “Noi Moderati”. Si prospettano ricorsi che, scommettiamo, saranno tutt’altro che moderati.

Ad un certo punto irrompe un curioso personaggio. Il dottor Cirillo per depositare il logo del “Partito della Follia Creativa” portando con sé le sue celebri strisce pedonali tascabili. Lo accompagna una donna vestita da sposa. Qualcuno ride. In realtà sembrano molto più coerenti e credibili di alcuni illustri leader di partito.

C’è anche Clemente Mastella che presenta il suo partito “Noi di centro”. Quel “noi” indica Mastella e sua moglie che sarà candidata, guarda che coincidenza, a Benevento. Mastella è l’unico che è riuscito a creare in una zona d’Italia una vera e propria autonomia. È un po’ familistica, è vero, ma non non è il sovranismo “la difesa dei propri cari”?

Tra i partiti spunta i “Poeti d’Azione” (che non c’entrano nulla con Carlo Calenda). Il presidente spiazza tutti: “Ci presentiamo dal 2006, siamo anche riusciti a candidarci ogni tanto. Mi sono candidato nel sesto municipio di Roma”.

A metà pomeriggio “i “Moderati” annunciano di non candidarsi. “Presentiamo il simbolo solo per precauzione”. Dai, dite la verità, si può essere già moderati di così? Arriva il generale Pappalardo (ve lo ricordate?) dei gilet arancioni (ormai sono scomparsi, rimangono solo i gilet) e annuncia di non avere bisogno di firme perché ha siglato l’accordo con “L’Unione Cattolica Italiana”. Ovviamente è tutto un bluff ma lui avrà un’altra occasione per inscenare l’arresto di Mattarella. Che circo.

IL COCCOLONE
Il leghista Zaia dice: “Il centrodestra deve cambiare pelle rispetto a trent’anni fa, mi aspetto che sia più inclusivo e attento ai cambiamenti, libero dai complessi di inferiorità sul versante culturale e dai tabù in materia di diritti, nuove famiglia e sessualità. Lo dico in un altro modo: l’omosessualità non è una patologia, l’omofobia invece sì”. Caro Zaia, forse non è il centrodestra a cambiare pelle ma è lei a dover cambiare partito.

IL SOLITO CALENDA
Calenda: “Mi candiderò a Roma, nel proporzionale. Ma è presto per parlare di candidature»” Degli altri.

CORRERE CORRERE
“Noi saremo la sorpresa di queste elezioni» dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, capo politico di Impegno Civico, in un’intervista al Corriere della Sera. Di Maio è convinto che “Impegno civico andrà oltre il 3 per cento e ci sarà spazio per tutti quelli che vorranno correre nelle liste”. Lui, intanto, si fa eleggere.

DOMINO’S TECUM
La catena di pizzerie Domino’s chiude e Il Foglio scrive che “non ce li siamo meritati”. È il solito teorema de Il Foglio: viva il mercato libero ma i clienti devono fare come dicono loro.

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A sinistra l’hanno riabilitato. Ma Berlusconi non cambia mai

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Beatrice Brignone è segretaria di Possibile, il partito fondato da Pippo Civati che partecipa a questa tornata elettorale nella lista di Sinistra italiana/Verdi, per il “campo largo” del Partito democratico di Enrico Letta.

Brignone, oggi si fa un gran parlare dell’uscita di Silvio Berlusconi che freme per il presidenzialismo e si augura le prossime dimissioni di Sergio Mattarella. Che ne pensa
“È l’ennesima dimostrazione del perché bisogna fare di tutto per non far vincere questa destra. Ancora una volta sono usciti dal contesto delle cose che servono davvero alle persone pur di rilanciare il loro vecchio pallino del presidenzialismo che non ha nessun impatto sulla vita reale dei cittadini. Per questo noi dobbiamo invece rimanere sui bisogni reali. Tra l’altro per noi di Possibile Mattarella è stato un pilastro in questi anni e meriterebbe almeno di essere tenuto fuori da queste becere dichiarazioni propagandistiche”.

Ma c’è un reale rischio che la destra metta le mani sulla Costituzione?
“Secondo me sì. I numeri ci dicono così. Con gli uninominali arrivano al 60% dei seggi. Con il 40% che i sondaggi gli assegnano e in più il bonus di questa pessima legge elettorale possono avere una maggioranza molto larga. E sinceramente non vedo personalità nel centrodestra attente al confronto e al dialogo parlamentare. Se possono lo fanno”.

Ma ha senso una campagna elettorale costruita intorno a questo pericolo?
“No, è infatti pessima e completamente sbagliata. È identica dai tempi in cui Berlusconi si affacciava sulla scena politica., Io da quando ho iniziato a votare sento sempre le solite cose. Serve una campagna elettorale con un progetto di Paese. Personalmente lo spettro delle destre non lo userei più altrimenti si rischia di sembrare senza idee. Fuori la gente parla d’altro: è preoccupata per i costi del riscaldamento nel prossimo inverno, è preoccupata dei costi per spostarsi e andare al lavoro. Per questo noi dobbiamo concentrarci sulle soluzioni. E magari anche usare un linguaggio diverso da quello dei nostri avversari”.

Eppure ai tempi dell’elezione del Presidente della Repubblica Berlusconi era stato riabilitato anche dal centrosinistra, oltre che da Matteo Renzi e Carlo Calenda… E il Pd con Berlusconi ci ha governato…
“Noi ci siamo sempre opposti alle larghe intese. La valanga è venuta giù proprio quando il centrosinistra ha aperto alle larghe intese. Io sono marchigiana e proprio nelle Marche c’è stata la prima apertura del Pd all’Udc. Conosco bene i danni delle larghe intese. Credo che il centrosinistra debba riconquistare molta credibilità e per farlo deve avere il coraggio di non stare al governo a ogni costo. Bisogna avere il coraggio di essere coerenti anche a costo di stare all’opposizione, senza cadere nella tentazione di governi larghi in nome di una presunta ‘responsabilità’”.

Immaginiamo: il governo Meloni si farà, dura poco e poi cade e alla fine si ritorna a un bel governo tecnico con quasi tutti dentro. Finisce che chi vi sceglie regala voti al prossimo governo di unità nazionale?
“Dobbiamo essere onesti: questa legge elettorale consente di farlo. Per questo se io fossi in Letta sarei molto chiara su questo argomento, direi subito che non ci saranno nuove alleanze con il centrodestra, anche in un momento difficile. è sempre il discorso di prima, questo attaccamento e questa voglia di rimanere sempre al potere. Io posso assicurare che Possibile non lo farà. Noi siamo qui per fare il centrosinistra. È un messaggio semplice che andrebbe dato da tutti per riacquistare credibilità”.

Come ci si sente da alleati di Luigi Di Maio?
“Beh, vale anche per il periodo in cui c’era Calenda. Io non temo che noi come Possibile ne saremo toccati, non temo di esserne contaminata. Questa oscena legge elettorale almeno consente di avere un proprio programma elettorale. Noi abbiamo il nostro programma, ci candidiamo per quello. Spero che varremo più di Di Maio. Sono molto determinata e convinta che stiamo portando avanti le battaglie giuste”.

Eppure da fuori il centrodestra presenta un suo programma unitario, si mostra compatto mentre da voi fioccano i distinguo…
“Il centrodestra è sempre bravissimo a sfumare le proprie differenze in campagna elettorale e apparire compatto. Il centrosinistra da sempre ha mille anime e rischiamo ovviamente di pagare questa nostra caratteristica. Dipende però da come sfruttiamo il tempo che abbiamo. Potremmo imparare la lezione e trovare temi che ci uniscono. Faccio un esempio: siamo d’accordo sul salario minimo? Bene, diciamolo chiaramente, “questo si può fare”. Abbiamo perso i primi giorni di campagna elettorale a parlare di persone ma sarebbe opportuno ora dire perché ci candidiamo, questo interessa alla gente. Se fossi in Letta riunirei tutta la collezione e troverei 5 temi scelti tutti insieme e batterei su quelli”.

Secondo lei il centro di Renzi e Calenda sarebbe pronto a fare da stampella a Giorgia Meloni?
“Non mi stupirei affatto”.

Come giudica la scelta di lasciare fuori il M5S?
“Li avrei tenuti dentro. Avrei allargato veramente il più possibile, superando tutte le questioni per tornare al punto principale: questa legge elettorale non consente altro. Le regole del gioco sono queste. Io avrei provato a tenere dentro anche Luigi De Magistris. Esiste un minimo comune denominatore. La base di ragionamento comune c’era”.

Però De Magistris è tra quelli che vi criticano per esservi “venduti al Pd”…
“Ieri sui social siamo diventati trend topic più per le persone che appoggiano la nostra scelta, che tra l’altro è frutto di una votazione dell’assemblea. Chiaro che chi è schierato con de Magistris può non coglierla e non condividerla. Noi non siamo mai stati teneri con il Pd ma il Pd non è il nostro nemico. Io in politica cerco sempre di capire cosa ci accomuna, non mi interessano i toni testosteronici. Qui tra l’altro non si è venduto nessuno: ci siamo rimboccati le maniche da anni. Se avessimo voluto venderci avremmo trovato strade più semplici”.

È contenta che Calenda se ne sia andato?
“Sì, perché ci avrebbe messo in difficoltà con le proposte. Ma, ripeto, non ho problemi, non mi faccio contaminare. È vero che ora il quadro è più chiaro”.

Civati rientra in Parlamento?
“Civati l’ha scritto chiaramente. Lui è generoso ma deve avere un senso”.

Lei, come segretaria di Possibile, la diamo per scontata…
“Certamente ci metto la faccia”.

 

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Presidenzialismo, Berlusconi svela il segreto di Pulcinella

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“Il presidenzialismo esalta la democrazia, in Francia e Stati Uniti non è possibile quello che è successo in Italia, che dopo il mio Governo non c’è stato alcun Governo eletto dal popolo”. Lo dice Silvio Berlusconi riferendosi alla proposta di riforma costituzionale che sta nel programma del centrodestra.

Il Presidenzialismo è un sogno che Berlusconi coltiva da sempre e che Salvini e Meloni assecondano molto volentieri

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica è un sogno che Berlusconi coltiva da sempre – ovviamente vedendosi al Quirinale – e che Matteo Salvini e Giorgia Meloni, amanti per natura dell’uomo forte al comando, assecondano molto volentieri. Ma Berlusconi aggiunge: “Se entrasse in vigore il presidenzialismo Mattarella dovrebbe dimettersi, poi magari potrebbe essere eletto di nuovo”. A questo punto scoppia la polemica.

“Questa dichiarazione è la dimostrazione di quello che noi diciamo: per battere la destra l’unica alternativa è votare la coalizione che è nata attorno al Pd. Lui dice che se vince vuole cambiare la Costituzione in senso peggiorativo” e “attacca Mattarella mentre noi lo difendiamo. Il fatto che il centrodestra inizi la sua campagna con un attacco a Mattarella e la richiesta di dimissioni dimostra che la destra è pericolosa per il paese”, ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, aggiungendo: “Se oggi c’è un punto di unità nel paese è Mattarella e ora dopo aver fatto cadere Draghi vogliono fare cadere Mattarella”.

A stretto giro di posta sul tema interviene anche Luigi Di Maio: “Berlusconi ha dichiarato una cosa inquietante sul presidenzialismo, ha detto ‘Mattarella si deve dimettere’. Che il presidenzialismo fosse nel programma del centrodestra lo sapevamo da tempo: Berlusconi voleva fare il Presidente della Repubblica non c’è riuscito. Adesso capiamo che vuole fare il presidenzialismo per buttare giù Mattarella. Non c’è niente di moderato in questo. Sta venendo fuori la maschera del centrodestra, a loro non sta bene nemmeno avere il garante della Costituzione”.

Su Facebook il capo politico del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte scrive: “Con le parole di Silvio Berlusconi il centrodestra ha calato la maschera, ammettendo che la riforma costituzionale in senso presidenzialistico di cui parla prefigura un semplice un accordo spartitorio: Giorgia Meloni premier, Matteo Salvini vicepremier e Ministro dell’interno, Silvio Berlusconi primo Presidente della nuova Repubblica presidenziale, dopo avere ottenuto le dimissioni di Sergio Mattarella“.

E poi aggiunge: “Non permetteremo che le Istituzioni siano piegate alle fameliche logiche spartitorie delle forze di destra”. Prova a mettere un po’ d’ordine anche il presidente della Camera Roberto Fico ricordando che “la nostra è una Repubblica parlamentare. Il nostro Presidente della Repubblica ha un mandato della durata di sette anni. Qualcuno se ne dovrebbe fare una ragione e non trascinare le istituzioni nella campagna elettorale”.

Prova a smorzare la polemica Meloni che in un’intervista spiega che “il presidenzialismo è una riforma seria che è anche economica, grazie alla stabilità si riesce a dare fiducia agli investitori” ma ormai il messaggio è chiaro: questa destra non vede l’ora di mettere le mani sulla Costituzione. Berlusconi ovviamente dice di essere stato frainteso (“Non ho mai attaccato il Presidente Mattarella, né mai ne ho chiesto le dimissioni. Ho solo detto una cosa ovvia e scontata”) e parla di “malafede di chi mi attribuisce un’intenzione che non è mai stata la mia”.

In fondo siamo all’ennesima autocandidatura di questa campagna elettorale, dopo Carlo Calenda a Palazzo Chigi e il virologo Matteo Bassetti al ministero della Sanità. Solo che in questo caso abbiamo un uomo amico di amici di Cosa Nostra che vuole il Quirinale, E che, nella peggiore delle ipotesi, è seriamente lanciato verso la presidenza del Senato, seconda carica della nostra Repubblica.

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