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Cercasi seggio per lady Mastella. Continua il bestiario elettorale

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Il matrimonio tra Matteo e Carlo s’è fatto. Ma non c’è da stare tranquilli perché passerà pochissimo tempo prima che si rimettano a bastonarsi di nuovo. Eccoci al nuovo bestiario elettorale.

RESISTENTE COME UN FASSINO
In nome del rinnovamento e dei volti nuovi da portare in Parlamento il Pd decide di concedere la settima legislatura a Piero Fassino, entrato alla Camera per la prima volta nel 1994 con una pausa di 7 anni da sindaco di Torino. Letta avrebbe voluto candidarlo nel plurinominale in Emilia Romagna ma il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini giustamente ha respinto la proposta: “Se ti ritieni leader, prendi i voti a casa tua”, ha detto Bonaccini. Fassino tace. Calati juncu ca passa la china.

BERLUSCONI IN RITARDO
“Di fronte all’inflazione, che sta erodendo i redditi e i risparmi delle famiglie, vogliamo azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità come il pane, la pasta o il latte”. Lo scrive su Twitter il leader di Fi, Silvio Berlusconi. Bella idea, solo che questa proposta l’hanno già fatta praticamente tutti i partiti, in Parlamento e fuori. Ci aspettiamo che domani Silvio annunci l’avvento della televisione a colori.

CHI TROVA UN AMICO…
Dice Carlo Calenda a RTL102.5: “Ho imparato che in politica, a differenza delle aziende, finché non hai chiuso non hai chiuso”. In azienda (e nella vita) invece ha capito che ciò che conta è avere un amico che conta, sempre. Ha trovato Renzi. E conta anche fingersi amico del capo. Per quello c’è (suo malgrado) Mario Draghi.

L’UNICO VERO CENTRO
Clemente Mastella conferma: “Depositeremo il nostro simbolo, ci presentiamo in tutta Italia”. Sul “centro” di Renzi e Calenda dice: “C’è questa incompatibilità caratteriale tra Renzi e Calenda, oggi sembrano tutti damerino ma domani… Questo piccolo polo non prenderà neppure un parlamentare”. Intanto Mastella ha bussato alla porta di Forza Italia per ottenere una candidatura per la senatrice e moglie Sandra Lonardo (nella foto). L’univo vero centro è quello di Mastella e consiste nell’entrarci, a tutti i costi.

VEDO E PREVEDO
Sembra molto probabile che alla fine Matteo Bassetti abbia trovato qualcuno che gli offre un seggio da parlamentare. Dovrebbe essere il partito di Giorgia Meloni a offrire una candidatura sicura al virologo italiano che ha scoperto da poco l’incanto della popolarità. Il 9 febbraio aveva risposto “direi di no” a Radio2. C’è da dire, a sua discolpa, che di previsioni Bassetti non ne ha mai imbroccata una.

BAGNAI, AL PASSATO
Il leghista Alberto Bagnai se la prende con il sindaco di Milano Beppe Sala che bolla come superficiale la proposta di flat tax di Matteo Salvini. Come cambiano le cose. Come fa giustamente notare Luciano Capone “Bagnai era contrario alla Flat tax ma è entrato nella Lega perché Salvini voleva uscire dall’Euro (la svolta economica, secondo lui, necessaria e più importante di tutto il resto). Ora il leghista Bagnai è favorevole alla Flat tax anche se Salvini non vuole più uscire dall’Euro”. Usciamo da Bagnai.

MELONI REDENTA
Meloni rinnega (in inglese) il fascismo e tutti applaudono, Calenda in testa. Dice bene Claudio Riccio: “L’Italia è l’unico paese al mondo in cui se una persona che fa politica da sempre, dice, per la prima volta in vent’anni (e per evidente opportunismo), ‘è sbagliato sterminare milioni di ebrei’ le si dice anche ‘Brava!’”.

ECOLOGIA LESSICALE
Facciamo un patto, chiamiamo le cose con il loro nome. Meloni e compagni non sono “centrodestra”: sono destra. In tutti i Paesi del mondo non ci si vergogna a scriverlo. O forse se ne vergognano anche loro?

12- Segue

Leggi anche: I partiti stringono sui candidati. Molte le toghe in lizza. Da Matone a Maresca. Camusso e l’uomo dei tagli, Cottarelli: nel Pd c’è di tutto. La giornalista Maglie e Ferri (Mef) novità nella Lega

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La peggiore destra di sempre

Conviene leggerlo con calma il “programma” elettorale che il centrodestra ha partorito dopo una lunga gestazione riempita di messaggi contraddittori.

Si capirebbe, ad esempio, che la flat tax per le partite iva altro non è che il modo per aumentare le (finte) collaborazioni con le aziende togliendole dall’impiccio di dover assumere. Rendere più conveniente la precarietà è un ulteriore passo verso una precarietà peggiore.

Ci si renderebbe conto che gli hotspot su Paesi stranieri (quello che Meloni fino a pochi giorni fa chiamava “blocco navale” e che invece non è altro che un appaltare il problema) è un’idea già di Boris Johnson nel Regno Unito. Andate a vedere la fine che sta facendo. Stupisce anche l’idiozia di credere che si possa trattare con Paesi instabili e inaffidabili. Se non fosse così la gente non scapperebbe, evidentemente. Notevole anche la faccia tosta con cui si parla di “integrazione”. Chi integrerebbero se non vogliono nessuno?

Leggendo il programma della peggiore destra di sempre ci si rende conto che è tutto miele per gli evasori fiscali. Facciamo i conti ancora oggi, nella situazione in cui siamo, con condoni mascherati, con innalzamento delle soglie dei contanti (le mafie ringraziano), con l’avversione per i pagamenti digitali (gli evasori applaudono) e con una riforma del fisco raccontata in due righe senza sapere da dove hanno intenzione di prendere i soldi.

Se leggete il programma della peggiore destra di sempre vi accorgerete che nonostante tutto il loro can can contro il Reddito di cittadinanza è ammuina elettorale. Anche la peggiore destra di sempre sa che i poveri votano, eccome, e quindi promette di regalare soldi (come l’innalzamento delle pensioni, le dentiere e tutto il resto) semplicemente chiamandoli in altro modo. Hanno negato la povertà e ora le chiedono il voto.

Se leggete il programma elettorale della peggiore destra di sempre vi rendete conto che il presidenzialismo fortemente voluto da Berlusconi (per accarezzare il sogno di diventare imperatore) è ancora più inquietante in un momento in cui il primo partito in Italia oggi presenta il suo simbolo con la fiamma tricolore. Quel partito a cui è bastato un passaggio di qualche secondo contro il fascismo per essere riabilitato.

Buon venerdì.

 

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Ecco il programma delle destre. Corsa a chi la spara più grossa

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C’è la flat tax nella versione di Salvini, ma anche in quelle ben diverse di Berlusconi e Meloni. E poi un evergreen: il ponte sullo Stretto di Messina. Più i voucher e cose belle per tutti. Tranne che per i poveri con il Reddito di cittadinanza. Ecco il programma delle destre.

Sulla Flat tax tre proposte diverse da Lega, FI e FdI. Ma su una cosa a destra sono d’accordo: mano tesa agli evasori

Eppure, chissà perché, il centrodestra in Italia è riuscito a raccattare i voti di quelli a cui piace giocare con l’economia, con la finanza e con i numeri. Fino a quel governo Berlusconi cacciato dagli italiani e dall’Europa – stava affondando l’Italia e Giulio Tremonti ai tempi era ministro – Forza Italia era considerata il partito di quelli che ci sapevano fare.

Un po’ il merito di quel Silvio Berlusconi che “si era fatto da solo” (poi i giudici ci hanno detto che si era fatto anche grazie agli amici di Dell’Utri che sono uomini di Cosa Nostra) e un po’ perché il sogno degli italiani è di pagare meno tasse – o non pagarle e rimanere impuniti – e di non preoccuparsi dei conti pubblici.

In questa campagna elettorale che quasi tutti danno già per vinta Matteo Salvini e Berlusconi hanno collezionato già nei primi giorni una serie di inconcludenti figuracce che in una Paese normale – uno di quelli in cui ai politici si chiede di dimostrare la sostenibilità economica delle proprie proposte – ne avrebbe determinato il crollo della credibilità. Non andrà così.

La barzelletta più prorompente è il pasticcio sulla flat tax. Salvini è partito fin dalle prime ore di campagna proponendo una tassa piatta al 15% per tutti. Per esagerare a un certo punti ci ha buttato dentro perfino i dipendenti. Nessuno ha capito esattamente dove troverebbe i soldi, nessuno in verità glielo ha chiesto con fermezza. Così il leader della Lega ha potuto scorrazzare liberamente sparando promesse come se fosse sempre Natale.

Dalle parti di Forza Italia per non essere da meno il coordinatore del partito Antonio Tajani ha rilanciato proponendo una flat tax al 23%. Qui va notata l’incomprensibilità della proposta: se Salvini propone il 15% come si potrebbe pensare che gli elettori di centrodestra votino Tajani che promette una situazione peggiore?

La scena diventa talmente comica che a un certo punto interviene Giovanni Toti (che fa parte della stessa coalizione) che con calma spiega: “Prima regola: chiunque dica che abbasserà le tasse, anche solo di un euro, deve anche spiegare dove prenderà i soldi per farlo perché, se non si diminuisce la spesa o non si aumenta il Pil, ovvero la ricchezza, nessuno riuscirà realmente a diminuirle”.

Non so se l’avete notato anche voi ma in quelle parole Toti vi sta lasciando intendere che le promesse dei suoi alleati sono carta straccia. Interviene infine Giorgia Meloni, impegnata a fare apparire credibile quella banda sconclusionata, e si dice “convinta che la cosa migliore sia applicarla all’inizio sui redditi incrementali: vale a dire una tassa piatta su tutto quello che fatturi in più rispetto all’anno precedente, perché una misura di questo genere non ha bisogno di coperture particolari, trattandosi di eventuale maggiore gettito e ti consente di inserire il provvedimento nel nostro ordinamento per vedere come funziona”.

Sulle tasse Salvini e Berlusconi sono scatenati, in una sorta di ritorno alle campagne elettorali di quando eravamo ragazzini

Sulle tasse Salvini e Berlusconi sono scatenati, in una sorta di ritorno alle campagne elettorali di quando eravamo ragazzini. “I miei governi erano riusciti a mantenere la pressione fiscale sotto il 40 per cento, mentre ora è al 43,6 per cento”, dice Berlusconi in un’intervista a Il Messaggero. Falso: non è vero che durante i governi guidati da Berlusconi la pressione fiscale si è “sempre” mantenuta al di sotto del 40 per cento. Ed erano altri tempi, tempi molto più “buoni” di questi in cui tocca riparare i disastri provocati anche dai governi Berlusconi.

“Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha annunciato di voler introdurre una tassa patrimoniale sulla prima casa”. Falso: Letta non ha mai detto di voler introdurre una tassa patrimoniale sulla prima casa. Sulle accise invece si scatena Salvini (è un suo cavallo – perdente – di battaglia): il 9 agosto, in un’intervista con l’emittente radiofonica romana Radio Radio, il leader della Lega ha proposto (min. 6:44) di introdurre un tetto al prezzo del gas e dei consumi, dicendo che le tasse e le accise “sono più della metà della bolletta della luce”.

Anche in questo caso i fact checker di Pagella Politica sono andati a controllare e scrivono che i “dati Arera più recenti, relativi al terzo trimestre del 2022, attribuiscono alle imposte statali solo l’11 per cento del prezzo finale della bolletta”. Falso, insomma. Poi c’è la cosiddetta “pace fiscale” che altro non è che un condono mascherato (male). Del resto che il centrodestra insegua il voto degli evasori fiscali (come ha notato ieri anche il direttore di Domani Stefano Feltri) è cosa nota: Salvini e Meloni insistono per innalzare la soglia dei contanti e propongono una “voluntary disclosure” con imposte al 50% per il contante che si intende regolarizzare.

Nella stessa scia si immette la battaglia ai pagamenti digitali (“molti esercizi commerciali hanno perso l’opportunità di attrarre clientela, soprattutto straniera, abituata a spendere in contanti. Ognuno deve essere libero di pagare nella modalità e quantità che preferisce”, si legge nel programma della Lega). Sulla soglia dei contanti del resto siamo passati ai 12.500 euro fino al 2010, poi ai 1.000 euro con Mario Monti, poi a 3.000 con Matteo Renzi e poi a prevedere di abbassarlo a 1.000 nel 2023.

Poi c’è la rottamazione delle cartelle, chiamata “pace fiscale” che altro non è che un condono per gli evasori. Ieri, ospite a La corsa al voto su La7, Tajani, ha difeso la “pace fiscale” per recuperare una parte dei debiti che i contribuenti hanno con il fisco. “Pace fiscale è: ‘Tu devi mille euro allo Stato, decidi di pagare domani mattina: ne paghi 500’”, ha spiegato Tajani, sottolineando che non si tratta di un “condono” perché « il condono vuol dire che non paghi nulla”, mentre con la pace fiscale paghi solo una parte del debito con il fisco.

Eppure qualcuno potrebbe dirgli che ogni volta che si agevolano gli evasori è tecnicamente un condono. L’altro ieri è riapparso tutto sorridente Tremonti che sarebbe il ministro dell’Economia in pectore del prossimo governo di centrodestra. Qualcuno ha sperato che arrivasse finalmente una proposta di buonsenso, almeno qualcosa che si potesse verificare con i numeri e invece l’unica promessa che si è lasciato sfuggire l’ex ministro del Governo Berlusconi è stata “raddoppiare il 5×1000. Subito, come aiuto alle persone. Che diventi subito 10×1000” . Il livello è questo.

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Un saluto romano tira l’altro. Continua il bestiario elettorale

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Ora che il matrimonio tra Matteo Renzi e Carlo Calenda non è più interessante fioccano le nuove candidature e le bestiali uscite per il nostro bestiario elettorale.

Ora che il matrimonio tra Renzi e Calenda non è più interessante fioccano le nuove candidature per il nostro bestiario elettorale


TANTI SALUTI (ROMANI)
Francesco Storace (nella foto) scrive su Twitter: “Al bar di Capo d’Orlando. Uno entra e mi fa il saluto romano, “anche se non so se lo accetti”. “Ricambio volentieri”, gli faccio. Le cose belle della vita”. Bello, sì. Chissà se Giorgia Meloni ora la riconosce la “matrice”.

COME SI CAMBIA PER NON MORIRE
Federica Dieni è stata parlamentare per due mandati con il Movimento 5 Stelle. In questa legislatura è anche vicepresidente del Copasir. Ora passa con Renzi a Italia Viva. Dice di lei la presidente dei deputati Maria Elena Boschi: “L’arrivo di Federica dimostra che la costruzione di un progetto serio al centro è possibile e il tentativo di polarizzare le elezioni sta fallendo. Oggi più che mai il nostro progetto riformista si conferma attrattivo”.

Cosa diceva di Renzi e Boschi l’ex grillina Nel suo profilo social qualche tempo fa aveva pubblicato un foto proprio di Boschi scrivendo: “Io dico no a banche, affaristi senza scrupolo e a quello che ci propongono loro”. Illuminata sulla via di Riad.

COME S’OFFRE BASSETTI
Matteo Bassetti, noto per il suo narcisismo più che per la bravura a prevedere la curva del virus, dà la disponibilità per essere il futuro ministro della Salute. “Se qualcuno me lo chiedesse, sarei ovviamente onorato, lusingato e a disposizione per dare una mano come tecnico. Poi, in che ruolo, evidentemente non spetta a me dirlo”. Dopo Calenda presidente del Consiglio abbiamo il virologo ministro: dopo il governo dei competenti avremo il governo degli umili.

VIA IL LETTONE DI PUTIN
“Il mio rapporto con Putin si collocava in momenti storici diversi ed è stato funzionale a tentare di costruire un rapporto con Mosca che inserisse la Russia in un ordinamento pacifico dell’Europa e dell’Occidente, basato sul diritto internazionale”, spiega Silvio Berlusconi in un’intervista a Il (suo) Giornale. Dice Berlusconi: “Ora la nostra posizione è chiarissima. È quella del nostro governo, dell’Europa, dell’Alleanza Atlantica. La Russia ha violato la legalità internazionale”. Poteva limitarsi a quella nazionale, come Silvio.

SI CAMBIA AL FOGLIO
Spiega il vicedirettore de Il Foglio in prima pagina: “Giorgia Meloni secondo me non ha questa, diciamo qualità dell’essere fascista. Mi importa molto di più sapere se è per il libero mercato e queste cose qui, tutto il resto sono slogan”. Del resto con il libero mercato al Foglio toccherebbe vendere giornali, senza contributi pubblici. Ora urge normalizzare Meloni per essere subito pronti a servirla senza troppa vergogna.

5X1000 BALLE BLU
Nel centrodestra conviene che si fermino un secondo e si parlino tra loro. Matteo Salvini e Berlusconi continuano a proporre la flat tax ma con percentuali diverse. Ogni loro proposta non si capisce bene come dovremmo riuscire a pagarla. Poi ieri è tornato Giulio Tremonti come ministro all’Economia in pectore e tutti ci aspettavamo almeno una proposta che non fosse una sparata.

“In questi 10 anni la politica economica non è stata particolarmente brillante”, ha detto Tremonti. Tutti con il fiato sospeso per sentire la sua idea rivoluzionaria. E lui: “Una cosa che farei subito è raddoppiare il 5×1000. Subito, come aiuto alle persone. Che diventi subito 10×1000”. Ora sì che gli italiani si sentono veramente sollevati.

COLPA DELLA RACCHETTA
Youtrend conferma che Calenda vale poco, pochissimo (2%) e il leader di Azione li accusa di essere “i sondaggisti del Pd”. Come i bambini: è sempre colpa degli altri. Sempre.

11 – Segue

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Bonetti e Carfagna parafulmini di Matteo e Carlo

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Fingono di parlare di politica ma come al solito sono semplicemente lì a brigare di simboli di potere e di posti. Osservare Matteo Renzi e Carlo Calenda che fingono di esse impegnati per costruire il “terzo polo” è come assistere seduti comodamente nel salotto di casa alle gesta di ladri nel condominio di fronte.

La discussione è sulla divisione dei collegi: a Calenda brucia avere perso il malloppo che era riuscito a scippare a Enrico Letta e ora deve rispondere ai suoi che si sentivano già pronti con le valigie per Roma. Dall’altra parte Renzi, ovviamente, ha bluffato.

Ha bluffato quando ha detto ai giornali di essere pronto a cedere la leadership a Calenda – ma quando mai – e sa bene che Calenda bluffa con la sua sicumera per un simbolo che invece non ha in tasca. La rivendono come una lunga riunione politica ma è solo la messinscena poco credibile di una spartizione di (poco) potere che si consuma finché entrambi potranno dirsi vincitori, l’uno sull’altro.

Così si discute sul simbolo contando i millimetri per fare a gara di chi ce l’ha più grosso, si discute di chi deve essere ospitato in televisione, si litiga su chi deve essere intervistato sui giornali. Renzi e Calenda sanno benissimo che nonostante la campagna elettorale sia brevissima non riusciranno a non cedere alla tentazione di spararsi addosso. Chi fa il mediatore? Qui arriviamo al punto.

Le ministre Elena Bonetti e Mara Carfagna foglie di fico nella battaglia di potere tra Renzi e Calenda

Calenda ha pensato che l’ipotesi di Mara Carfagna (nella foto) potesse essere un’idea brillantissima poiché l’esser donna l’avrebbe preservata da certi attacchi degli avversari. Non male come idea delle donne usate come parafulmini. Qualcuno gli ha fatto notare tra l’altro che rendere una ministra di Silvio Berlusconi (fino a qualche ora fa) la faccia spendibile del “terzo polo” sarebbe stato un po’ eccessivo.

Carfagna intanto ha introiettato in fretta lo slogan della coalizione “seria” e lo ripete in tutte le interviste. Matteo Renzi avrebbe voluto affiancarla alla sua ministra Elena Bonetti ma Bonetti, benché esponente del governo, ha meno voti di un amministratore di condominio. Usare due donne come specchietto per le allodole mentre i due capi si menano dietro le quinte è un trucco facile da svelare.

Ma la bugia più grande è questa narrazione del “terzo polo”: c’è il centrodestra, c’è il campo largo del Partito democratico, c’è il Movimento 5 Stelle e non si sa per quale motivo la pozzanghera centrista debba essere terza. O meglio, il motivo lo sappiamo benissimo: credere che la politica sia sempre una proiezione di sé stessi. Solo quello.

Leggi anche: Oggi le nozze tra Renzi e Calenda. Ultima spiaggia per non sparire. Tensioni fino alla fine su leadership e collegi. Ma prevalgono l’amore per Draghi e l’astio per Letta

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L’attitudine al servilismo

Intorno a Giorgia Meloni si è attivato un meccanismo molto italiano, che ha a che fare con il potere e che ben descrive l’anima nera di questo Paese.

Giorgia Meloni studia da wasp (donna bianca anglosassone protestante, il modello mito dei repubblicani) ripetendo interviste in cui è vestita da repubblicana statunitense, truccata da repubblicana statunitense, con improbabili sfondi di abitazioni Usa. Per passare dalla figura della coatta romana post-fascista alla donna internazionale davvero può bastare uno studio di immagine ben fatto? È vero che il suo competitor Salvini si dedica a Nutella e spritz – non è particolarmente difficile da battere in termini di credibilità – ma sembra che tutti abbiano dimenticato l’enorme quantità di falsità e violenza verbale che Giorgia Meloni ci ha rifilato negli ultimi anni.

Com’è possibile che una leader di partito e il suo partito improvvisamente diventino credibili dopo essere stati derisi? Semplice, basta avere una buona predisposizione al servilismo. C’è una parte dei giornali che ha come missione aziendale (e a volte anche editoriale) quella di piacere al potere, chiunque esso sia. Sono i media che di volta in volta diventano berlusconiani, poi montiani, poi renziani, poi salviniani, poi draghiani e ora senza troppi problemi si cambiano l’intimo per esser pronti a diventare meloniani. Li riconoscete facilmente: sono quelli che nelle ultime settimane insistono sul fatto che l’antifascismo sia un vezzo e che Giorgia Meloni non sia fascista «perché l’ha detto» lei. Hanno il coraggio di scriverlo esattamente così.

Ieri Carlo Calenda (uno che sta ampiamente dimostrando di essere pronto ad attraccare in ogni porto pur annusare il potere) ha riportato un’agenzia di stampa che riprendeva il discorso multilingue confezionato da Giorgia Meloni per diventare potabile a livello internazionale (in cui dice – in inglese – «no ambiguità sul fascismo») e ha scritto: «Penso che sia doveroso prendere atto di questo passaggio chiaro e netto di ⁦Giorgia Meloni». Eccola la normalizzazione per utilità personale.

Del resto per essere antifascisti bisogna avere la schiena dritta, non cadere mai nella tentazione di assecondare i potenti.

Buon giovedì.

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Ora Calenda deve umiliare Renzi

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Era il 7 marzo del 2018 e il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, aveva pochi dubbi: “Bisogna liberarsi al più presto di personaggi come Carlo Calenda e ricominciare un cammino diverso”, disse a Bari, a margine di una conferenza stampa sul turismo. “E adesso – ha aggiunto – la brutta notizia è che ha perfino deciso di iscriversi al Pd: questa veramente è la notizia più triste di questi giorni”.

Quella tra Matteo Renzi e Carlo Calenda è una lunga storia di amore e odio

Molto più schietto fu lo scrittore Fulvio Abbate: “Carlo Calenda, figlio della regista e scrittrice Cristina Comencini, spermatozoo d’oro della Roma borghese dalle insegne artistico – scrisse Abbate a gennaio 2018 – intellettuali, l’Urbe dei quartieri con prenotazione obbligatoria, tra Villa Balestra a Monti Parioli e piazza Caprera nel cuore di gnomo del Quartiere Trieste, fa di meglio. Mai sfiorato dal bisogno d’essere un rivoluzionario, un incendiario, un Franti, assodato che non è neppure nella sua natura, nella sua indole, nel suo peso-forma da circolo di canottieri affacciato sul Tevere. Calenda preferisce piuttosto affiancarsi al proverbiale Luca Cordero di Montezemolo, che infatti lo porterà fin da subito alla Ferrari con ruoli di ‘responsabile gestione relazioni con i clienti e con le istituzioni finanziarie’”.

Dalla Ferrari a Sky, poi assistente del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo e poi la politica. Viceministro allo Sviluppo economico con Enrico Letta e Matteo Renzi, poi ministro con Renzi e Paolo Gentiloni, parlamentare europeo con una valanga di preferenze ma nella lista del Pd e poi segretario di Azione, capo del suo partitino personale dopo una vita sotto padrone.

Fulminato da Mario Monti – per cui si è candidato nella fallimentare operazione politica di Scelta Civica – Carlo Calenda diventa Calenda grazie al tocco magico di Renzi, nel periodo d’oro del renzismo in cui tutto ciò che toccava Matteo si trasformava in magia.

È proprio Renzi a innervosire un bel pezzo della diplomazia italiana per la nomina di Calenda a Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea sostituendo Stefano Sannino, considerato da Renzi troppo poco combattivo e troppo “compatibile” con i riti europei. In quell’occasione 200 diplomaci in una lettera definirono la nomina di Calenda “un segnale che potrebbe preludere all’esclusione dei diplomatici di carriera dagli incarichi di maggiore responsabilità” e che “attesta il declino di autorevolezza dell’Amministrazione degli Affari esteri”.

“Serviva uno rissoso? – chiesero a Renzi i diplomatici italiani – Ma qui è pieno di gente rissosa. Il punto è se basta battere i pugni”. Matteo però fece scudo a Carlo e forse il loro tormentato rapporto in quei momenti fu saldo come non mai. Calenda, si sa, ama essere protetto e per Renzi non c’è soddisfazione più grande di passare come protettore dei suoi.

Poi qualcosa si è rotto e com’era facilmente immaginabile l’egocentrismo dei due incendiò ancora di più la rottura. “Non ho nessuna intenzione di fare un partito con Renzi”, diceva Calenda a novembre dell’anno scorso. Era l’epoca in cui Calenda bastonava Renzi per la sua alleanza con Gianfranco Miccichè in Sicilia e per “l’inconsistenza” della Leopolda. All’inizio del 2021 Calenda e Renzi se le erano date di santa ragione per la nascita del secondo governo Conte. Poi arriva di nuovo l’alleanza per le elezioni amministrative di Roma.

Calenda rivendica un risultato clamoroso grazie al suo nome sulla scheda elettorale ma Renzi lo corregge ricordandogli che tra i consiglieri comunali Valerio Casini e Francesca Leoncini sono stati eletti in quota Italia Viva. “Non siete in grado di ragionare, – rispose Calenda- neanche in presenza di un’apertura, piena di riconoscimenti per il lavoro fatto. Vi raccontate che a Roma il risultato è soprattutto merito di Renzi, come tutto ciò che di buono accade nel mondo. Siamo all’infallibilità. È religione non politica”.

Quando si scatena il caso Open Calenda difende Renzi per la “barbarie dell’attacco giudiziario” ma chiarisce: “Renzi è un mio avversario”. Poi ci sono gli attacchi sul caso Renzi-Arabia Saudita. Nel giorno in cui viene eletto segretario di Azione, Calenda – eravamo all’inizio del 2021 – dice di Renzi: “Lo ritengo il migliore presidente dai tempi di De Gasperi. A lui dico: certo che stiamo insieme ma non è pensabile che tu sia pagato da uno Stato straniero. Decidi se vuoi fare politica o business. Io da quando faccio politica non ho più una consulenza. Chi fa politica non fa consulenze: i soldi li trova dai suoi sostenitori. Renzi questo lo sa perfettamente”.

E ancora: “Con che credibilità Renzi potrebbe in futuro ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri o sedere nel Copasir o influenzare la politica estera dopo aver preso soldi personalmente dall’Arabia Saudita”, disse un mese prima. “Ritengo inaccettabile – affondò Calenda – che un senatore della Repubblica, pagato dai cittadini, vada in giro per il mondo a fare il testimonial di regimi autocratici dietro pagamento di lauti compensi. Prendere soldi da governi di Paesi stranieri mentre eserciti ancora un’attività politica è inaccettabile”.

A novembre dell’anno scorso Renzi vola a Wall Street per il lancio della società italo-russa di car sharing Delimobil, nel cui cda sedeva il leader di Italia Viva: “Trovo sbagliato che un leader di partito faccia attività di lobbying. – rimarcò ancora Calenda – Questo suo comportamento avrà influenza nel progetto del Grande centro”.

Perfino pochi giorni fa, quando Calenda era ancora nel “campo largo” del Pd con Letta, la risposta a un elettore di Italia Viva lascia pochi dubbi. “Io voto Italia Viva”, scrisse il malcapitato e Calenda: “Bravo! Regala un voto a Salvini e Meloni su uninominali. Però potrai rivendicare la tua purezza. Insieme a chi ha fatto il Conte 2 e fa il promoter dei sauditi. Insomma una vera alternativa liberale”.

Carlo e Matteo, sempre pronti a cambiare idea per uno spicchio di popolarità

Pochi mesi fa quando qualcuno chiedeva a Calenda di un’eventuale collaborazione con Renzi il giudizio era sempre lo stesso: “Io vedo la necessità di un grande motore politico riformista contro i populismi. Non di un centro che sia un fritto misto che si allea ora a destra ora a sinistra, alla ricerca di un vantaggio”. Carlo e Matteo, sempre pronti a cambiare idea per uno spicchio di popolarità.

Leggi anche: Trovato l’accordo tra Italia viva e Azione. A ore Calenda vedrà Renzi. Durissima la Bonino: “Mai visto un voltafaccia così repentino, immotivato e truffaldino” 

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Ombre sulla “Greta” italiana. Continua il bestiario elettorale

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Non c’è solo la telenovela dell’estate dell’amore che torna tra Matteo Renzi e Carlo Calenda nella giornata elettorale. C’è un super Silvio Berlusconi e parecchio materiale per il bestiario.

LUIGI LE SBAGLIA TUTTE

Per dimostrare che il suo nuovo partito non è solo un’operazione di recupero del ceto politico, Luigi Di Maio si butta sull’ambientalismo e candida Federica Gasbarro, una giovane attivista che alcuni definiscono “la Greta italiana”. “Sarai l’anima ambientalista di Impegno Civico”, le dice Di Maio.

Solo che a gennaio il movimento Friday for future Italia aveva preso le distanze da Gasbarro: “Federica non rappresenta in maniera ufficiale il pensiero dietro il nostro movimento contro i cambiamenti climatici – scriveva a gennaio il movimento -. Federica è stata più volte richiamata dal movimento per aver approfittato degli spazi concessi per accrescere la sua immagine personale e dare una visione edulcorata delle proteste”. Perfetta per Di Maio, se ci pensate.

TASSATE LE BUFALE DI DESTRA
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini insistono con la promessa di abbassare le tasse, proponendo una flat tax che – guarda caso – impoverirebbe i poveri per arricchire i ricchi. Salvini propone il 15%, Tajani di Forza Italia parla del 23% e osservandoli da fuori ci si chiede se non avessero potuto mettersi d’accordo prima di venire da noi elettori. Al Tg1 ieri un esponente di Forza Italia è riuscito a dire che i soldi per la flat tax li troveranno rottamando le cartelle esattoriali, con le quali contano di recuperare mille miliardi di euro.

Ha detto veramente mille miliardi. Alla fine interviene Giovanni Toti (che è della stessa coalizione) in un video in cui spiega: “Prima regola: chiunque dica che abbasserà le tasse, anche solo di un euro, deve anche spiegare dove prenderà i soldi per farlo perché, se non si diminuisce la spesa o non si aumenta il Pil, ovvero la ricchezza, nessuno riuscirà realmente a diminuirle”. Comprereste un’auto usata da questi?

SBADATI SULLA LEGGE ELETTORALE
Lo scrive benissimo il professore ordinario di diritto costituzionale Andrea Pertici: “Sento critiche alla #LeggeElettorale provenire da ogni parte come se l’avesse portata la cicogna. In realtà si chiama #Rosatellum perché ideata da Rosato, attuale coordinatore di #ItaliaViva e voluta dal Pd guidato da Renzi, Lega e Forza Italia. Meglio non dimenticare”. La trave e la pagliuzza.

SINDACO SHOCK
Il sindaco di Como Alessandro Rapinese shock sui migranti: “Non vanno fatti circolare, ci sono ampie zone deserte della Barbagia che potrebbero ospitarli”. Centrosinistra, FdI e FI chiedono le scuse. Bersani: “inflazione di stupidaggini”, Deidda di FdI: “Il deserto è nella sua testa”. Incredibile è riuscito a fare incazzare tutti. Quinto polo.

PLURALE MAIESTATIS
Berlusconi: “Nel mio partito mi hanno detto che è importante che mi candidi, ora ci penso e poi decidiamo”. Dopo l’uscita di Gelmini, Carfagna e Brunetta resta da capire chi gliel’abbia chiesto. Forse il cane Dudù.

COS’È LA DESTRA, COS’È LA SINISTRA
La parlamentare Sabrina De Carlo lascia il M5S. Le motivazioni? “Conte troppo di sinistra”, spiega. E aggiunge: “Fedriga ottimo interlocutore vicino ai problemi della gente”. Insomma da né di destra né di sinistra ora ha voluto essere di sinistra e di destra. Confusa.

LA PEGGIORE CANZONE DI MORGAN
Il cantante Morgan: “Sto consigliando Meloni per il programma elettorale”. La leader di FdI smentisce: “Non è vero, ogni tanto ci scriviamo. L’altro giorno mi ha suggerito di stare attenta al linguaggio nel programma”. Paroliere a sua insaputa, in pratica.

10 – Segue

L’articolo Ombre sulla “Greta” italiana. Continua il bestiario elettorale sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Il blocco navale è una cagata pazzesca

Giorgia Meloni parla poco. C’è da capirla, la sua posizione è talmente avvantaggiata – anche  rispetto ai suoi alleati – che può solo sbagliare. Ma poiché non può pagare la campagna elettorale a farsi foto sentendo profumo di Palazzo Chigi la leader di Fratelli d’Italia ha ritirato fuori uno dei suoi pezzi forti, il blocco navale, e non le è nemmeno scappato da ridere.

Il blocco navale del resto ormai è un genere letterario che affonda le radici al tempo di Mare Nostrum, quando anche i più feroci dovettero arrendersi di fronte alla Cedu e alle Convenzioni internazionali. Dice l’articolo 42 dello Statuto delle Nazioni Unite che il blocco navale non può essere attivato unilateralmente da uno Stato se non nei casi di legittima difesa, e cioè in caso di aggressione o guerra. Poiché il contrasto dell’immigrazione non è una guerra (anche se a Meloni e soci piacerebbe) sarebbe semplicemente illegale.

Giorgia Meloni ha poi provato a correggere la sua proposta parlando di hotspot in Libia, rafforzando di fatto gli accordi con la Libia che iniziarono sotto il governo Gentiloni e che furono rinforzati da Matteo Salvini. Giorgia Meloni, come molti altri, sembra ignorare consapevolmente che stringere accordi con la Libia significhi non avere idea della situazione politica di quei territori e non conoscere la costante violazione dei diritti umani. Stringereste un patto con dei carnefici? A meno che Giorgia Meloni non dismetta i panni da novella statista e confessi limpidamente di volere proprio questo. Gianfranco Schiavone, membro di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), spiega a Eleonora Camilli per Redattore Sociale: «Questo tipo di proposte hanno tutte un retropensiero non espresso ma evidente: che si possa impedire il diritto di asilo come diritto di accesso individuale al territorio, selezionando i ‘veri rifugiati’ e bloccando le frontiere – dice Gianfranco Schiavone -. L’ipotesi è quello di un blocco navale realizzato sotto altre forme più o meno legali, ma tra l’ipotesi iniziale e quella apparentemente più ragionevole c’è una continuità di pensiero. Invece il diritto d’asilo prevede sempre il diritto di accesso al territorio dello Stato in cui si vuole chiedere protezione»

Giorgia Meloni parla poco ma quel poco di cui parla è violento e sbagliato.

Buon mercoledì.

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La lealtà secondo Carlo Calenda. Il leader più infedele che ci sia

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Ciò che è accaduto in questi ultimi giorni tra Carlo Calenda e il resto del mondo va tenuto a memoria, stampato e appeso nelle segreterie dei partiti che si definiscono progressisti e va insegnato a tutti coloro che nel corso della loro carriera politica potrebbero incrociarlo. Calenda è uno di quei politici che lucra sulla dimenticanza facile degli italiani.

Nel giro di pochi giorni Carlo Calenda ha fatto e disfatto patti e accordi. E ora lo sbocco più naturale è tra le braccia di Renzi

Il primo modo per disinnescarlo è esercitare la memoria. Era il 2 agosto quando Calenda aveva firmato l’accordo con il segretario del Pd Enrico Letta e il segretario di Più Europa (con cui Azione aveva già un accordo che gli permetteva di saltare la raccolta delle firme). I tre partiti si erano impegnati a presentarsi insieme alle elezioni convenendo su alcuni punti programmatici (tra cui la fantomatica “Agenda Draghi” che lo stesso Draghi moneta qualche ora dopo) e una spartizione dei seggi uninominali finale con un rapporto di 70/30 con i democratici come soci di maggioranza.

In quella stessa conferenza stampa Letta aveva chiarito che al di là dell’accordo appena siglato con Azione il Pd avrebbe allargato la coalizione coinvolgendo altre forze politiche. Chiunque, anche l’osservatore meno accorto, sapeva che Sinistra italiana e Europa Verde (guidati, rispettivamente, da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli) sarebbero stati in quell’alveo. Anzi, volendo essere ancora più precisi: basterebbe scorrere le pagine di politica per accorgersi che il patto tra Letta, Fratoianni e Bonelli fosse di molto precedente rispetto a quello con Carlo Calenda.

“Abbiamo siglato un patto elettorale che sta all’interno di un accordo più largo, con altre componenti che a nostro avviso sono fondamentali”, disse Letta. Per questo il 6 agosto il Partito democratico ha formalizzato gli accordi con Sinistra italiana e Europa Verde. Sempre nello stesso giorno sono entrati nell’alleanza elettorale (che Letta non ha mai chiamato “coalizione” proprio per chiarire come fosse un insieme di partiti che avevano punti programmatici perfino configgenti ma che dovevano adattarsi a questa pessima legge elettorale) il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il leader del Centro Democratico Bruno Tabacci (a cui Di Maio si è attaccato per avere in tasca il simbolo che gli permette di evitare la raccolta delle firme).

Ovviamente anche in questo caso Letta ha firmato una spartizione di seggi per i collegi uninominali e alcuni punti programmatici su cui convergere. Qui inizia lo show di Carlo Calenda, qui le calendiadi diventano un genere letterario. Calenda mira soprattutto contro Di Maio (accusato di essere un ex rappresentate del M5S) e Fratoianni (perché all’opposizione nel governo Draghi) ma ne ha anche per Bonelli che è – ovviamente – contro il nucleare che invece il prode Calenda indica nel suo programma come soluzione della crisi energetica (dimenticandosi di spiegare i costi e i tempi, ma questo evidentemente è un dettaglio).

Siamo al 7 agosto quando Calenda annuncia l’intenzione di uscire dall’alleanza. Lo fa a modo suo, in diretta televisiva ospite di Mezz’ora in più. “Se andiamo così dal Paese, ci facciamo ridere dietro”, ha detto. Letta finalmente dice quello che tutti pensano: “Ho ascoltato Carlo Calenda. Mi pare da tutto quel che ha detto che l’unico alleato possibile per Calenda sia Calenda Noi andiamo avanti nell’interesse dell’Italia”.

Il senso della lealtà di Calenda lo spiegano molto bene due voci che contatto in questa storia. Giordano Masini è coordinatore della segreteria di +Europa (che a differenza di Calenda ha confermato il suo patto con il Pd) e racconta dal suo profilo twitter: “Avremmo voluto confrontarci con @Azione_it sulla strada migliore da intraprendere, invece @CarloCalenda ha preferito comunicarci, via whattsapp, una decisione già presa ovvero la rottura unilaterale dell’accordo sottoscritto pochi giorni fa con il Pd, e la conseguente rottura del nostro patto di federazione se noi di @PiùEuropa non lo avessimo seguito. Prendere o lasciare, via whattsapp. Oggi dice ai giornali che ci aveva informati, fingendo di non capire la differenza tra una ‘informazione’ e una discussione. Gli abbiamo risposto che per prenderci la responsabilità del genere avremmo dovuto quantomeno riunire i nostri organismi dirigenti – segreteria, direzione – e confrontarci con i vertici di Azione attorno a un tavolo, lui ci ha risposto salutandoci e uscendo dalla chat”.

Anche il presidente di +Europa Riccardo Magi mette in fila gli eventi: “1. Carlo Calenda scrive una bozza di accordo con il Pd in cui pone a Letta tutte le condizioni tanto di Azione quanto di +Europa. 2. Enrico Letta accetta tutte quelle condizioni (tra cui il fatto che Fratoianni, Bonelli e Di Maio – che tutti sapevano sarebbero stati nella coalizione – non fossero candidati nei collegi uninominali). 3. Calenda, +Europa e il Pd firmano un patto davanti alle telecamere, baci e abbracci. 4. Letta, come concordato nel patto, sigla un accordo elettorale con altri partiti ma ribadisce che l’accordo programmatico e di Governo è quello con noi. 5. Calenda attacca Renzi per la sua idea di andare solo, dice che così favorirà solo la destra. 6. Passano solo 4 giorni e Calenda cambia idea. 7. Chiediamo a Calenda un incontro e ci dice che è inutile. Gli chiediamo di fare una riunione congiunta delle segreterie di +Europa/Azione per decidere tutti assieme. Ci dice di no. 8. Calenda dice di lasciare il patto con il Pd in diretta tv su Raitre. 9. Mentre noi convochiamo una direzione di +Europa per prendere una decisione lui avvisa i suoi che il patto di Federazione con +Europa è saltato (peccato scoprirlo cosi). 10. Non so se domani Calenda cambierà di nuovo idea. Un commento? Se la parola non ha valore la politica non ha valore. È una citazione di Carlo Calenda”.

Non serve aggiungere molto, le voci dei protagonisti restituiscono lo spessore di Calenda, la sua lealtà, il suo “onore”. Ora Calenda probabilmente finirà tra le braccia di Matteo Renzi. Immaginate i due peggiori egotici del panorama politico nazionale (e della storia politica recente) mettersi d’accordo su dichiarazioni, posizione e suddivisione dei collegi. Accadrà perché Carlo Calenda si evita i banchetti per la raccolta firme ma poi Carlo, com’è nella sua natura, dividerà per esistere. Finché la lezione non sarà imparata e ricordata.

La sirena di Renzi: “Carlo Calenda e i suoi devono decidere se fare o no l’accordo con noi”

“Carlo Calenda e i suoi devono decidere se fare o no l’accordo con noi, se fare una lista unica. Noi siamo disponibili a stare in squadra perché il Terzo polo sarebbe la grande sorpresa delle elezioni e solo con un terzo Polo forte si potrà chiedere a Draghi di rimanere a Palazzo Chigi” ha mandato a dire a Calenda e ai suoi, questa mattina a Omnibus, il leader di Italia viva, Matteo Renzi.

Leggi anche: Carlo Calenda esiste solo quando riesce a dividere

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