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Turci e Pascale oggi spose. E l’omofobia come regalo

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Eccoli gli odiatori omofobi. Sono quelli che probabilmente hanno applaudito quando hanno seppellito il Ddl Zan perché no, perché non serviva. Perché, dicono, qui da noi nessuno ce l’ha con nessuno. Eccoli da ieri che si sono scatenati appena saputa la notizia che Paola Turci e Francesca Pascale hanno deciso di celebrare la loro unione civile oggi a Montalcino.

Paola Turci e Francesca Pascale annunciano la loro unione civile e sui social si scatenano gli insulti omofobi

Del resto gli omofobi che sono convinti di non esserlo di solito riescono a sbavare il loro odio nel piccole quotidianità (casa-ufficio-bar) in cui trovano qualcuno con cui darsi di gomito mentre in questo caso la popolarità delle due li ha spinti a uscire dal recinto della loro piccola vergogna da cortile. Non è niente di nuovo. 

Oggi ce ne accorgiamo perché Paola Turci e Francesca Pascale sono finite sui giornali e sono diventate notizia, nei casi peggiori, quelli che si limitano a essere uno scandalo di quartiere, lo stesso odio, sicuramente con meno freni, si riversa tutti i giorni senza emergere dall’ambito breve. Del resto mentre scrivo questo articolo in giro per l’Italia c’è qualcuno e qualcuna che si sente dare del frocio, della lesbica e che ha infilzate nella schiena le risate dei passanti.

Verrebbe da dire ben venga la notizia, ben vengano i titoli su un problema fisiologico di questo tempo, se servono ancora una volta a tastare il polso di un Paese bigotto e omofobo che sculetta da moderno ma è incagliato nel secolo scorso. Ben vengano le denunce di chi ha voce e di chi ha luce per dipanare il buio che troppi ancora insistono a negare.

Paola Turci e Francesca Pascale fanno paura perché sono felici. Per questo sono una spina nel maschilismo.

Paola Turci e Francesca Pascale fanno paura perché sono felici. Paola e Francesca (mi perdoneranno la familiarità ma ne abbiamo scritti così tanti di articoli solo con il nome per dover proteggere le vittime) sono la dimostrazione che l’amore irrompe fregandosene dei tempi, dei modi, delle storie e degli schemi. Tutte e due, tra l’altro, sono una spina nel maschilismo.

Paola Turci è la donna elegantissima e bellissima che i fallocrati si pentono di avere ammirato, come se il suo amore fosse un tradimento al modello che qualcuno vorrebbe imporre. Nell’epoca in cui dei personaggi pubblici si vorrebbe conoscere tutto, anche il più insignificante particolare della loro vita privata, ci arroghiamo il diritto di gridare allo scandalo se non amano come vorremmo noi. I benpensanti, si sa, sono tiranni che vorrebbero il mondo a loro misura perché hanno paura del mondo.

Francesca Pascale vive l’esperienza di essere odiata dagli stessi che l’hanno venerata come donna del capo. Per i suoi detrattori il danno è doppio: tocca le corde dei loro pregiudizi e contemporaneamente “sporca” la fedina sentimentale del loro idolo.

Anche in questo caso la lezione è sempre la stessa: per gli omofobi, accade sempre, le persone non esistono: esistono solo i ruoli che vanno rispettate. Non hanno occhi per la persona nella sua natura libera ed è anche per quello che non riescono a vedere gli innamorati, i poveri, i disperati. Ed è per questo che hanno una vita buia che vorrebbero riempire inondando di buio anche tutti gli altri.

Loro, Paola e Francesca, in questo marasma di bile sul pavimento, intanto veleggiano felici. Non si sposano, anche se i giornali distratti non se ne sono accorti: nell’Italia è concesso un istituto di serie b che non ha niente a che vedere con il matrimonio egualitario. Sarebbe stata una buona occasione per parlarne e invece siamo ancora all’odio.

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Ius scholae, a Salvini e Meloni non resta che prendersela con i bambini

Sono talmente “forti”, talmente “uomini al comando” che hanno deciso di prendersela con i bambini. Anche il dibattito politico sullo Ius scholae mostra la natura di Salvini e Meloni, sempre balbettanti di fronte a un Draghi o davanti alla comunità internazionale e poi improvvisamente belligeranti contro bambini già italiani nei fatti (molti di loro nati in Italia) che diventano una roncola da agitare per mettere in piazza i soliti stolti fantasiosi pregiudizi che non trovano riscontro nella realtà.

Salvini e Meloni alzano polvere sulla legge perché incapaci di contrastarla nel merito

Ci ricorderemo, tra qualche anno, che nel 2022 è accaduto che bastonando i bambini Salvini e Meloni sono riusciti a parlare di immigrati e droga (dimenticando che la criminalità organizzata italiana,‘Ndrangheta in testa, è la regina della cocaina nel mondo), sono riusciti a parlare dei 30 euro agli immigrati (dimenticando che i 30 euro al giorno sono una bufala ma gli italiani che lucrano sull’accoglienza invece sono verissimi), sono riusciti parlare degli sbarchi (che non hanno nessun collegamento con lo Ius scholae ma sono saldamenti collegati alle guerre che Salvini e Meloni propugnano e alla crisi climatica che continuano a negare), sono riusciti ancora una volta ad alzare la polvere intorno a una legge perché non riescono a contrastarla nel merito.

Ius scholae, a Salvini e Meloni non resta che prendersela con i bambini
Lo ius scholae introduce la possibilità di richiedere la cittadinanza per un minore straniero dopo il compimento di un ciclo scolastico di 5 anni.

I benefici portati dall’acquisizione della cittadinanza

Si parla invece di una legge che interessa il 10 per cento della popolazione scolastica. Il 65 per cento degli interessati sono già nati in Italia. Si possono immaginare invece i benefici. Come scrive Giulia Bettina per lavoce.info «la letteratura economica ha spesso messo in luce i benefici significativi dell’acquisizione della cittadinanza, che agisce da catalizzatore per l’integrazione socio-economica dei migranti, focalizzandosi soprattutto sulla partecipazione degli stranieri già adulti al mercato del lavoro. Vi sono anche ricerche che si sono concentrate specificamente sull’impatto delle naturalizzazioni dei più giovani. Per esempio, in Germania la riforma che nel 2001 ha introdotto lo ius soli (ossia la concessione della cittadinanza per il solo fatto di essere nati in territorio tedesco) al posto del precedente ius sanguinis ha offerto l’opportunità di un interessante caso di studio. I risultati sul caso tedesco, così come per altri Paesi europei, mostrano che l’acquisizione della cittadinanza esercita un effetto positivo sulle performance scolastiche dei minori stranieri, riduce il loro tasso di abbandono e accresce le probabilità di intraprendere percorsi di istruzione propedeutici alla frequenza universitaria».

Lucrare sui più deboli per una manciata di voti

Si tratta di una legge che servirebbe a togliere a cittadini già italiani la spiacevole sensazione di essere ospiti, anche poco desiderati, in un Paese in cui sono già impiantati per costruirsi il proprio futuro. Come racconta Marwa Mahmoud, attivista del Movimento Italiani senza cittadinanza e consigliera comunale a Reggio Emilia, a Eleonora Camilli su Valigia Blu «è l’ultima chiamata in stazione, se non passa questo treno sarà difficile ricominciare la battaglia da capo. Sono anni che disperdiamo energie, sempre più persone stanno andando in altri Paesi, perché si sentono figli illegittimi, a volte del tutto orfani, di un Paese che non li riconosce. Ci sono oltre un milione e mezzo di ragazzi che  aspettano da troppo tempo, c’è grande disillusione e stanchezza anche nei movimenti». Se non se ne farà nulla potremmo raccontare ai compagni di classe dei nostri figli che gli “uomini forti” Meloni e Salvini (a Giorgia non dispiacerà essere chiamata così) hanno lucrato sulla loro schiena per una manciata di voti. Pronti a lucrare su qualcun altro al prossimo giro.

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Tomaso Montanari: “Chi insegue la vittoria non vuole la pace”

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«Vi sosterremo, saremo al vostro fianco lungo il percorso per entrare nell’Unione, apprezziamo la vostra tenacia, ora sta a voi avanzare con le riforme necessarie». Questa la sintesi del discorso della presidente della commissione europea Ursula von der Leyen in videocollegamento col parlamento ucraino questo venerdì.

Von der Leyen ha anche ripetuto che l’obiettivo dell’Ue è la «vittoria dell’Ucraina», senza mezzi termini. Sulla piega che sta prendendo il quadro internazionale (anche dopo le parole belligeranti della NATO) ne abbiamo parlato con Tomaso Montanari, storico dell’arte, accademico e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena.

Professor Montanari, cosa pensa delle ultime dichiarazioni della presidente della Commissione europea

È la solita retorica di guerra, invece della pace si vuole la vittoria. Ma pace e vittoria non sono sinonimi e volere la vittoria è una condanna per gli ucraini. Mi chiedo come non si possa distinguere tra governo e popolo: per il popolo arrivare fino alla sconfitta dei russi non è una buona cosa. L’ha detto bene Caracciolo: così è una “guerra fino all’ultimo ucraino”. Bisognerebbe distinguere tra l’interesse dei governi e quello dei popoli. Ci sarebbe l’interesse del popolo, ovvero una pace più veloce possibile poiché ogni giorno perdiamo vite ucraine (e russe, che non valgono meno). Invece vige questa posizione bellicista, guerrafondaia, direi quasi sanguinaria che è il  contrario dello spirito europeo che sancisce come la persona umana sia un valore. Dall’altra parte si continua a abbaiare alle porte della Russia (come ha detto il Papa) e, poiché anche il trattato europeo prevede una clausola di difesa, la Russia è circondata da un’alleanza militare. Io avrei preferito una soluzione di neutralità. Mi pare tra l’altro che non facciamo i conti con un allargamento dell’Ue che c’è già stato con Ungheria e Polonia e non mi paiono ingressi che abbiano aiutato l’Unione. Così facendo si rinvia ancora la creazione di una UE politica se entrano Paesi che non hanno fatto i conti con la democrazia. E l’Ucraina ha molti passi ancora da compiere.

In tutto questo come vede l’Italia

La vedo totalmente sdraiata su una posizione atlantista, quella che di Maio esprime in modo caricaturale. È una posizione incompatibile con la nostra Costituzione in cui c’è scritto che dobbiamo stare nella NATO in posizione di “parità e reciprocità” e noi no, non lo siamo. Non siamo pari e reciproci a USA o Germani e Francia. E dall’altra non mi pare che questa Nato sia un’alleanza difensiva. In un bel libro di Mazzolari, c’è scritto che quando si parla di blocchi difensivi è spesso un punto di vista relativo: diciamo di difendere il bene ma non diciamo che il nostro bene. La Nato se fosse difensiva sarebbe stata chiusa dopo la caduta del muro di Berlino. È invece il braccio armato degli interessi occidentali, che tra l’altro sono una minoranza nel mondo. La maggioranza del mondo infatti non sta contro la Russia e questo non vuole dire che il resto del mondo riconosca in Putin un leader ma che preferisce stare nel mezzo. L’Italia ha avuto una tradizione multilaterlista nella storia, per molti motivi, per il Mediterraneo, per il Papa, per il PCI. Pensare che perfino Andreotti e Craxi erano multilaterali e invece oggi siamo sdraiati al soglio americano.

La stupiscono le posizioni del PD?

Non mi ha stupito. Il PD è protagonista dello smontaggio della Costituzione. È un partito ultraliberista che ha introiettato il “non c’è alternativa” di Margaret Thatcher. E mi pare che il sistema capitalista nella sua fase attuale abbia bisogno di guerre perché sono funzionali all’economia e alla supremazia dell’economia occidentale. Anzi a ben vedere il PD è il partito più draghiano di tutti. La loro preoccupazione è difendere Draghi che è economia, finanza e non politica. In Grecia qualcuno se lo ricorda bene.

Cosa pensa delle liste di prescrizione che spuntano contro chi la pensa diversamente?

Non mi stupisce. Fratelli d’Italia ha chiesto le mie dimissioni (ma anche Italia Viva). È la solita storia del potere contro gli intellettuali. C’è un’allergia alla cultura che parte da Mussolini e Scelba («culturame», lo chiamavano loro) che è tutt’uno con la lotta al dissenso. Durante la pandemia abbiamo avuto un’accelerazione e infatti c’era retorica di guerra, c’era il generale Figliuolo, si parlava unità nazionale. Chi la pensa diversamente è un nemico della patria. Che il nemico sia virus o Putin poco cambia. Nel momento in cui non si riesce a conquistare il consenso (il 60% non ha votato alle ultime amministrative) la politica è paralizzata e la sua prima reazione è di demonizzare il dissenso. Questo è sintomo anche di una debolezza estrema della politica. Del resto non si vota da troppo tempo, non c’è un chiaro mandato popolare da troppo tempo. C’è quella che Zagrebelsky chiama “democrazia dall’alto” che ha paura perché è carente di legittimazione.

Secondo lei anche questa guerra durerà a lungo e sarà dimenticata

Durerà, sarà l’Afghanistan europeo, a intensità medio alta. Sarà un cratere in cui si continuerà a combattere senza futuro. Nei primi giorni a noi che chiedevamo di smettere subito ci dicevano che l’Ucraina avrebbe potuto vincere e che bisognava indebolire Putin. L’Ucraina potrebbe vincere solo se si scatenasse una terza guerra mondiale. Non accadrà. Durerà a lungo con Putin che se la prenderà a pezzi e sarà uno stillicidio. E infatti NATO e gli USA parlano di seconda fase e di guerra con la Cina. L’Ucraina è già scalata a terza, quarta notizia.

Ma con le prossime elezioni sarà possibile un cambio dello scenario politico?

Non vedremo nei prossimi mesi una sinistra. Non ci sono le condizioni. Mi chiedo se il M5S morirà rimanendo nel governo Draghi sparirà o se farà l’unica scelta possibile di uscire dal governo e recuperare le sue ragioni. Magari rivendicando il Reddito di cittadinanza che è l’unica cosa di sinistra negli ultimi anni. Servirebbe una piattaforma politica non antiatlantica ma almeno critica verso l’Occidente. Se il M5S riesce a fare questo si potrebbe trovare consistenza elettorale, almeno ci sarebbe un’alternativa, altrimenti vedo grande astensione. Probabilmente anche la mia astensione. E lo dico con grande dolore.

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In Libia il sangue cola e il mondo resta a guardare

La Missione conoscitiva indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia ha pubblicato un nuovo rapporto in cui riafferma i rapporti precedenti che evidenziavano gravi crimini contro l’umanità perpetrati nella Libia dilaniata dalla guerra. Ha specificato che le donne migranti sono spesso costrette a subire alcuni degli abusi più gravi.

Il rapporto afferma che “la missione ha ragionevoli motivi per ritenere che i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, detenzione, stupro, sparizione forzata e altri atti disumani siano stati commessi in diversi luoghi di detenzione in Libia dal 2016”.

Autorità, trafficanti di esseri umani e altri agenti trattengono regolarmente i migranti in Libia, che è diventato un importante punto di partenza per decine di migliaia di persone – che provengono principalmente dall’Africa subsahariana – che tentano di raggiungere l’Europa. I funzionari, tuttavia, continuano a negare davanti al mondo.

Il generale senso di anarchia che regna nel Paese da quando il sovrano libico Moammar Gheddhafi è stato rovesciato e ucciso nel 2011 è diventato una fonte di opportunità e profitto per i trafficanti di esseri umani organizzati.

Secondo il rapporto della missione conoscitiva, in Libia ci sono prove sostanziali che dimostrano che migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti a “detenzioni arbitrarie prolungate”. Ciò include l’ abuso sessuale e la tortura dei bambini .

Gli inquirenti che hanno redatto il rapporto dopo aver compiuto numerosi viaggi in Libia, hanno dettagliato “atti di omicidio, tortura, stupro e altri atti disumani”, a cui sono sottoposti i migranti tenuti in cattività. Il rapporto sottolinea tra l’altro l’uso comune della “violenza sessuale per mano di trafficanti e trafficanti, spesso con l’obiettivo di estorcere denaro alle famiglie”.

“La missione ha anche documentato casi di stupro in luoghi di detenzione o prigionia in cui le donne migranti sono costrette a fare sesso per sopravvivere, in cambio di cibo o altri beni essenziali”, afferma il documento.

Il rapporto aggiunge che molte ragazze e donne migranti sono persino consapevoli del rischio di essere esposte a violenze sessuali, tanto che “alcune donne e ragazze migranti si mettono un impianto contraccettivo prima di recarsi lì per evitare gravidanze indesiderate a causa di tali violenza.”

Gli investigatori citano esempi di violenti abusi sui migranti in Libia nel loro rapporto; questi vanno da una donna che descrive in dettaglio come “i suoi rapitori hanno chiesto sesso in cambio dell’accesso all’acqua” a esecuzioni sommarie di persone scaricate in dozzine di fosse comuni.

La missione conoscitiva delle Nazioni Unite in Libia, creata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr) nel giugno 2020, vedrà scadere il suo mandato tra pochi giorni.

Tuttavia, diversi Paesi africani hanno presentato al consiglio una bozza di risoluzione per consentirle di continuare per altri nove mesi, poiché la situazione in Libia continua ad essere instabile e altamente pericolosa.

Mohammad Aujjar, presidente della Missione conoscitiva in Libia, afferma che “la Missione ha denunciato gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, alcune delle quali equivalgono a crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

La missione ha anche redatto un elenco di individui e gruppi ritenuti responsabili di alcuni di questi crimini, ma per il momento lo mantiene riservato.

“L’obiettivo è porre fine all’impunità prevalente di fronte a schemi chiari e persistenti di gravi violazioni dei diritti umani, in molti casi perpetrati da gruppi di milizie”, ha aggiunto Aujjar.

“Ora più che mai, il popolo libico ha bisogno di un forte impegno per aiutarlo a portare pace e giustizia durature nel suo Paese e per stabilire uno stato basato sullo stato di diritto e sui diritti umani”.

Buon venerdì.

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Con le chiamate a Grillo Draghi ha scelto la politica

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L’errore sta nel peccato originale di avere creduto, ancora una volta, che possano esistere governi “non politici”. Li chiamano “tecnici”, “di responsabilità”, di “unità nazionale” ma non sono altro che governi che nessuno avrebbe il coraggio di proporre alle elezioni.

Mario Draghi è il maggior esponente dei liberisti di casa nostra. In incognito, ancora per poco

Come si potesse pensare che il governo dei migliori non facesse “politica” gestendo i miliardi del Pnrr è il segreto di Pulcinella: è l’irrefrenabile desiderio dei servi di servire a creare l’uomo forte. Così continuiamo a legger che Mario Draghi sarebbe un compitissimo amministratore delegato che non si sgualcisce i polsini della camicia occupandosi di quella cosa brutta, sporca e cattiva che è la politica. Curioso che quelli che raccontano questa fanfaronata poi siano gli stessi che lamentano il declino della politica, proprio loro che ne sono i principali artefici.

Il governo Draghi è un governo politico, politicissimo, mago nel tirare i fili della partitocrazia e prima ce ne accorgiamo meglio è per tutti, anche per Mario Draghi che finalmente può svestirsi da questo abito talare laico che lo ingessa in un personaggio poco credibile. Del resto cosa c’è di più politico del decidere dove riversare i soldi che arrivano dall’Europa, quale capitolo di bilancio preferire e quale capitolo svuotare, cosa c’è di più politico di improntare una comunicazione, più o meno chiara ed efficiente, sulle azioni del governo e sui rapporti con il Parlamento.

Cosa c’è di più politico di rappresentare l’Italia in un momento in cui l’Occidente si ritrova ad affrontare una guerra alle porte con il rischio quotidiano che divampi, una crisi climatica che chiede soluzioni urgenti e dispendiose, una crisi energetica che costringe a prendere scelte avendo in testa il Paese nei prossimi 30 anni.

Mario Draghi non è un amministratore delegato rinchiuso nel suo ufficio polveroso a firmare carte (e anche quello a ben vedere è l’apice di una politica aziendale, tanto per dire) ma è l’uomo che a capo del governo nelle scorse settimane ha assistito senza un battito di ciglio allo sfaldamento del primo partito in Parlamento con l’inquietante tranquillità di chi aveva già in mano il copione e conosceva le scene successive.

Davvero c’è qualcuno disposto a credere che le mosse del ministro Di Maio non fossero concordate e condivise con il presidente del Consiglio? Nella migliore delle ipotesi, immaginando che Draghi abbia semplicemente svolto il ruolo di confidente non consigliere, c’è qualcuno che non ha notato come la mossa di Di Maio abbia blindato i numeri del governo poco prima di mettere mano al Superbonus e probabilmente al Reddito di cittadinanza

Mario Draghi negli ultimi giorni si è seduto nei più importanti tavoli del mondo per decidere le sorti energetiche del Paese, ha accettato che la Nato rinforzasse la propria presenza nel nostro Paese, ha accolto la richiesta della Lega di rimandare (che in politichese significa “provare ad affossare”) due progetti di legge su cannabis e cittadinanza.

Fortissimo sulle materie economiche (gestite a senso unico convergendo sui desiderata di Confindustria) Mario Draghi ogni volta che si è trattato di decidere su diritti, povertà, ambiente e fragilità si è finto un commissario di passaggio; quando si tratta di gestire soldi (molti soldi) e rapporti internazionali invece sfoggia il piglio del grande leader. Comodo così: il banchiere Draghi scarica la bad company sul Parlamento e si tiene la good company in tasca, come uno squalo qualsiasi intorno a un’Alitalia qualsiasi.

Intanto la Lega ha annunciato il deposito di 1500 emendamenti alla proposta di legge sullo ius scholae incassando la replica del segretario del Pd Letta: “Rimango senza parole”, ha detto nell’intervento in direzione Pd, “se si pensa di fare cadere un governo se non si vogliono dare diritti. Sullo Ius scholae non arretriamo di un millimetro.

Il metodo della Lega e di Salvini è incomprensibile: è un tema parlamentare non di governo. Cosa avremmo dovuto fare noi quando cadde il ddl Zan? Non subiremo ricatti sulla testa di queste famiglie, di questi ragazzi”. Il Movimento 5 Stelle parla attraverso Giuseppe Brescia che condivide le perplessità dei democratici: “è surreale chiedere lo stop dello ius scholae dopo aver occupato i lavori della commissione per circa 30 ore.

La verità è che questo testo può essere approvato e la Lega non ha argomenti validi. Il governo ha dato in commissione e darà in aula solo pareri tecnici. Non ha senso metterlo in mezzo”, spiega. Ma questo è solo un piccolo scontro dei moltissimi scontri che Draghi prova a risolvere rimandando.

Del resto Mario Draghi che vorrebbe essere apolitico è lo stesso che alza il telefono per sentire Beppe Grillo, figura non istituzionale di un partito della sua maggioranza. Anche su questo non servono troppi giri di parole: che abbia parlato o meno di Conte un presidente del Consiglio che fa riferimento a figure politiche al di fuori del Parlamento ha già deciso di fare politica. Quale sia la sua politica è sotto gli occhi di tutti: Draghi è il maggior esponente dei liberisti di casa nostra. In incognito, ancora per poco.

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In Italia armi e soldati dalla Nato. Draghi esegue

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Sì, è vero, essere membri della Nato comporta evidentemente l’accettazione delle decisioni degli altri. È altresì vero che “gli altri”, all’interno della Nato, siano quasi sempre le labbra del presidente Usa del momento e mica per niente ieri Joe Biden ha dichiarato di voler rafforzare la presenza militare Nato in Europa («in ogni ambito: terra, aria e mare»).

In arrivo in Italia soldati Usa e un sistema di difesa antiaerea. Draghi rassicura: “Un assestamento già programmato”

Apprendiamo anche che – sempre a proposito del non alimentare il rischio di un’escalation – «8 mila soldati sono di stanza in Italia, pronti, eventualmente fosse necessario» a cui verranno aggiunti «70 soldati americani» e «un sistema di difesa antiaerea», come ha spiegato Mario Draghi ai giornalisti.

Nel tentativo di rassicurarci Draghi specifica anche che il ministro della Difesa (quel Lorenzo Guerini che dall’Afghanistan in poi s’è preso il lusso di non spiccicare una parola con tutto quello che sta accadendo, come se lui fosse lì per caso al Ministero con un ruolo impiegatizio di firmare le carte, senza mai dover aprire bocca) gli ha spiegato che sarebbe «un assestamento già programmato» e poco più.

Del resto il nuovo sistema contraereo IM-SHORAD che giungerà in Italia con 70 militari del 5th Battalion di US Army di stanza ad Ansbach, in Germania, farà la gioia dei signori della guerra – Leonardo in primis – e godrà di un’ottima vetrina internazionale.

Draghi ha spiegato che è un momento importante per la Nato: L’Alleanza atlantica si allarga e la presenza dell’Europa aumenta

Draghi ha spiegato che «è un momento importante per la Nato perché l’Alleanza si allarga e la presenza dell’Europa aumenta, si arriva – dice il presidente del Consiglio –  a una corrispondenza tra Ue e Nato, quindi anche su molte divergenze di opinioni sulla costruzione della difesa europea e di una sua complementarietà con la Nato vengono superate». 

Ora Draghi ha accontentato i suoi alleati Nato ma forse sarebbe il caso che delle fresche novità parlasse non solo ai microfoni presenti al vertice di Madrid ma anche al Parlamento, almeno per capire (e dire chiaramente agli elettori) quale sarebbe “l’assestamento programmato) di cui il presidente del Consiglio e il ministro alla Difesa hanno parlato dandosi di gomito. Va bene prendere ordini ma almeno raccontateceli. 

Leggi anche: Biden invia nuove truppe in Europa. Difese antiaeree in Italia e Germania.

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La qualità secondo Fuortes? Bisogna cercarla fuori dalla Rai

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Comprereste un prodotto, un prodotto qualsiasi, da un’azienda che manda in onda uno spot con il suo amministratore delegato che elogia i materiali che non usa nella sua azienda, i processi costruttivi che non si adottano nei suoi capannoni o la rete di vendita di qualche altro marchio? No, sicuro.

Anzi probabilmente vi chiederete come possa accadere che un amministratore delegato possa rimanere ancora lì al suo posto, come possa piacere al suo consiglio di amministrazione e come possa godere della fiducia dei clienti e dei dipendenti.

Davanti ai giornalisti l’Ad della Rai Carlo Fuortes spiega che “la qualità” bisogna cercarla fuori dalla Rai

A proposito di dipendenti, immaginate di partecipare alla conferenza stampa di inizio stagione del vostro capo e immaginate di ascoltarlo mentre spiega alla stampa che poiché ha deciso di puntare “al meglio” ha scelto di prendersi “il meglio” fuori dall’azienda. Immaginate un’azienda con 1.858 dipendenti e il capo di quell’azienda mentre spiega che ha dovuto cercarne uno esterno all’azienda, uno che ha lo stesso titolo e la stessa mansione, per inseguire la qualità.

È quello che è accaduto in Rai, con l’amministratore delegato Carlo Fuortes che ha testualmente detto «Marco Damilano lo conosciamo, un professionista straordinario. Certo, non è un interno, ma quando si fa una tv di servizio pubblico bisogna puntare alla qualità». Il sottotesto implicito ovviamente è che in Rai per cercare la qualità bisogna aprire la porta di ingresso e farsi un giro fuori nel mondo. Non male come tutela dell’immagine e della qualità dell’azienda.

Presentando il giornalista Marco Damilano Fuortes spiega: «Certo, non è un interno, ma quando si fa una tv di servizio pubblico bisogna puntare alla qualità»

Del resto questo è il primo problema di questa Rai impestata di politica: riuscire immancabilmente ogni volta a svendersi e svalutarsi senza avere bisogno che siano i suoi concorrenti a farlo. Così Fuortes ci ha spiegato che nessuno di quei 1.858 giornalisti potrebbe portare un apporto di qualità alla testata, come se loro (e tutti i 12.711 dipendenti) fossero solo un fardello di cui doversi fare carico per accontentare tutti i partiti. 

Qualcuno, anticipiamo già la possibile giustificazione, potrebbe dirci che Fuortes avrebbe voluto dire che esiste qualità “anche” fuori dalla Rai. Ma il dubbio è lo stesso: chi si prende la responsabilità di valorizzare la Rai se è pagato per quello?

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Draghi fugge dalla Nato per salvare il suo governo in bilico

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“Con le vostre storielle coprite la verità”. Così Beppe Grillo ha liquidato le domande sulle rivelazioni del sociologo Domenico De Masi riprese dal Fatto Quotidiano, secondo cui Draghi avrebbe chiesto al garante M5S di rimuovere Giuseppe Conte. Un’ingerenza che il premier minimizza, spiegando dal vertice della Nato che ha già sentito Conte e si vedranno presto per chiarire.

Il Governo si scopre pericolosamente traballante. Ormai dal M5S alla Lega nessuno è pronto a sostenere ancora Draghi

Ma la pezza non copre il buco, e se a questa si aggiunge il regalo del Pd, che vuole portare al voto in Parlamento lo Ius Scholae e la liberalizzazione della cannabis, facendo inevitabilmente insorgere Salvini, ecco che il Governo si scopre pericolosamente traballante. Al punto che in serata Draghi deve lasciare in anticipo i lavori della Nato e precipitarsi a Roma per provare a mettere in sicurezza l’Esecutivo.

Una situazione che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha definito imbarazzante per il nostro Paese, tirando acqua al mulino di chi sostiene che indebolire Palazzo Chigi adesso equivale ad indebolire l’Italia.

Ma per quanto Grillo e Conte (che ieri è salito al Quirinale per un colloquio di un’ora con Mattarella) ce la mettano tutta per apparire uniti, le visioni sull’utilità di rimanere nel Governo non convergono. Grillo insiste sulla necessità di uno strappo chiaramente leggibile con Draghi: “Il Governo va avanti con l’appoggio del Movimento 5 Stelle”, finché le sue battaglie vengono prese in considerazione, “dal Superbonus al Reddito di cittadinanza al salario minimo”, ripete. “Se Draghi”, ha detto Grillo ai suoi, “pensa che il Movimento è quello del guaglione di Pomigliano d’Arco allora noi non ci stiamo al governo…”.

Nel frattempo un post subito rimosso della senatrice e vicepresidente del Movimento Paola Taverna agitava di nuovo le acque: “Succedono cose inverosimili”, si leggeva nel post. “Succedono cose inimmaginabili e spesso senza un perché. Beppe insieme a Gianroberto ci hanno regalato un sogno, un’alternativa valida ad un sistema politico marcio. Ora ci si chiede il perché… perché sta succedendo questo Beppe? Perché stai delegittimando il nostro capo politico. Il Movimento non è di tua proprietà, il Movimento lo abbiamo costruito tutti insieme mettendoci tempo, fatica e denaro. Questa volta Beppe ci devi dare delle spiegazioni valide a tutto questo. Noi siamo con Conte”.

Contattata dall’agenzia Adnkronos la Taverna ha preso le distanze parlando di un errore del suo social media manager che sarebbe stato “allontanato”. Ma sul fatto che i contenuti del post convergano con l’opinione di molti all’interno del M5S ci sono pochi dubbi. “Beppe ci sta trollando”, dice un parlamentare grillino, e in effetti leggendo le agenzie di stampa si passa dall’appoggio “certo” al governo Draghi alla “possibilità” di un appoggio esterno al Governo ritirando ministri e sottosegretari, in una girandola di dichiarazioni che coinvolgono anche Conte che si limita a dire che l’appoggio al governo deve essere “costruttivo”.

Al netto della girandola di dichiarazioni e delle polemiche interne il futuro del Movimento 5 Stelle, inutile girarci troppo intorno, sta tutto nella scelta o meno di fare parte del Governo dei Migliori. Restare dentro il Governo esattamente per cosa Il Movimento ha perso in questa legislatura ben 60 parlamentari e una grossa fetta di elettori. Gli ex elettori si sono già spostati su altri partiti e difficilmente se ne potrà recuperare una parte consistente.

Appoggiare il Governo Draghi non fa altro che mostrare il M5S che avrebbe voluto aprire il Parlamento “come una scatoletta di tonno” a braccetto con partiti, da Salvini a Berlusconi passando per Renzi e Calenda, che poco hanno a che vedere con lo spirito originario del Movimento.

A questo si aggiunga che le scelte di Draghi sono lontane dall’avere come priorità la giustizia sociale e attenzione per i lavoratori e per i salari (com’è nella natura di qualsiasi Governo a forte impronta liberista). Stare dentro il Governo potrebbe avere senso solo per un certo timore di rompere il cosiddetto “fronte progressista” di cui Enrico Letta parla da mesi. Ma quanto potrebbe pesare all’interno di quel fronte un partito ormai ridotto agli sgoccioli nei voti?

Quanto sarebbe molto più facile per gli anti-grillini all’interno del Pd e tra i dirigenti di Azione e Italia Viva (e quel che sarà di Di Maio) scrollarseli di dosso? Uscire dal Governo, d’altro canto, potrebbe dare ragione a chi considera i 5S inaffidabili e metterebbe seriamente a rischio i rapporti tra Conte e Letta – che al momento sembra volere insistere su un’alleanza per le prossime elezioni – ma porrebbe il M5S nelle condizione di dover essere pronto a correre da solo per le prossime politiche senza poter contare su una considerevole base di attivisti e di elettori. Conte è a un bivio e entrambe le strade sembrano perdenti.

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Un assaggio del governo che sarebbe con Giorgia Meloni

Se volete un antipasto del mondo che sarebbe con Fratelli d’Italia al governo vi basta fare un salto a Rieti dove il neo sindaco di Rieti, Daniele Sinibaldi (FdI), eletto al primo turno lo scorso 12 giugno, ha ufficializzato ieri mattina i nomi degli assessori che formeranno la nuova giunta comunale del capoluogo reatino, a trazione centrodestra. Della giunta fanno parte anche assessori della Lega, oltre che di Fratelli d’Italia e di liste che hanno sostenuto la candidatura di Sinibaldi.

Tra loro come assessora alla Cultura e scuola è stata nominata Letizia Rosati, una che si è meritata uno spicchio di cronache nazionali nel 2019 scrivendo in un post su Facebook, a proposito a proposito della candidatura della città per il Lazio Pride: «Il mondo Lgbt è contro i miei valori perché nega il dato biologico da cui deriva l’identità delle persone e soprattutto i diritti dei bambini che vengono strumentalizzati a scopi di cui non si parla mai a sufficienza. Utero in affitto, sdoganamento della pedofilia, poliamore sono gli obiettivi da raggiungere. Rassicuro pertanto che tale candidatura non è stata promossa dal Comune».

«Riteniamo inaccettabile la sua nomina a qualsiasi incarico istituzionale – spiega il portavoce del partito Gay LGBT+, Solidale, Ambientalista, Liberale di Rieti Fabrizio Marrazzo – è come se oggi per la comunità nera o ebraica nominassero un assessore antisemita o razzista. Peraltro è assurdo che una candidata non eletta che ha preso 200 voti contro i 330 di Domenico Di Cesare, nostro referente di Partito Gay LGBT+ , capolista di SiAmo Rieti, Ambiente, Diritti, Solidarietà, che è stato il più votato del polo progressista, possa imporre nelle istituzioni le sue idee medievali».

Fratelli d’Italia ha scelto come assessora Rosati non per meriti politici ma perché con certa destra accade così, mettere al comando le persone per marcare ostilità contro i diritti di qualcuno. Altro che progressisti, il gioco sta nell’intestarsi una regressione in nome della Patria e dei valori (che non lo sono) giocando sempre sul filo dell’odio. Poi accade inevitabilmente, come negli Usa, che un diritto dato per assodato improvvisamente si perda.

Buon giovedì.

 

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In Lombardia la destra è messa male. Ma il Centrosinistra non sta meglio

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Siamo in quel momento dell’anno in cui si butta l’occhio sulla fine legislatura in Regione Lombardia e viene spontaneo dirsi che perdere contro un centrodestra ridotto così – e una Lombardia ridotta così – dovrebbe essere praticamente impossibile e invece – è andata così in tutte le ultime legislature – probabilmente accadrà di nuovo.

Dopo i disastri di Fontana in Lombardia non dovrebbe esserci partita. Ma il Pd ce la sta mettendo tutta per perdere di nuovo.

Nonostante la grande campagna di narcotizzazione per fare dimenticare in fretta gli ultimi anni la Regione Lombardia rimane quel covo di pericolosi improvvisatori che in tempo di Covid sono riusciti a farsi ridere dietro dal resto del mondo. Il ricordo del fu assessore Gallera da queste parti è uno spettro che si aggira per i corridoi con il sottofondo di grottesca comicità che ha accompagnato le sue antiche conferenze stampa in compagnia del presidente Attilio Fontana.

Giulio Gallera è stato sacrificato dal centrodestra, con il solito approccio della politica come se fosse tutta marketing e comunicazione, e a rifare il trucco al Pirellone è arrivata Letizia Moratti, assessora e vicepresidente che vanta un onorevole curriculum di sconfitte politiche che sembrano non scalfire comunque la sua credibilità.

Ora Letizia Moratti si candida proprio contro il suo presidente Attilio Fontana e nello scontro tra quelli che dovrebbero essere alleati s’odono tutti i cigolii di un centrodestra “unito” solo nelle intenzioni e nei comunicati stampa. Il presidente leghista è stato accarezzato nei giorni scorsi da Matteo Salvini e il suo tutore Giancarlo Giorgetti, consapevoli che farsi scippare la candidatura del presidente in Lombardia (per di più di un presidente uscente) sarebbe l’ennesimo smacco di una Lega in declino. Il segretario regionale della Lega Fabrizio Cecchetti conferma che “Fontana è il candidato naturale” dimenticandosi di specificare “per chi” e aggiunge che il presidente “ha svolto un ottimo lavoro”.

Tanto per dimostrare lo sprezzo del ridicolo. Da parte sua Letizia Moratti, come se non fosse mai stata una fallimentare ministra all’Istruzione e una sindaca sconfitta di Milano, punta su una qualità politica che in Lombardia conta parecchio: i soldi. Moratti del resto gode anche della stima di Carlo Calenda (che l’ha definita “un’ottima candidata”, con il suo abituale strabismo politico) e, si dice, dei renziani di Italia Viva e perfino del nuovo gruppo di Luigi Di Maio.

Che una vicepresidente si candidi contro il suo presidente facendo parte, almeno sulla carta, della stessa coalizione è già una scena da tipica commedia italiana. Se a questo aggiungete che Fratelli d’Italia precisa di essere il partito con più voti e di non essere mai stato coinvolto nella discussione il tutto diventa una tragicommedia.

Fontana ha definito la candidatura di Moratti “strana” (con il suo solito ampio vocabolario) ma intanto anche dalle parti del Pd sembrano decisi a boicottarsi da soli. Al di là dei soliti tavoli tematici appena lanciati (in cui si propone di mantenere lo stesso modello che fu di Formigoni semplicemente mettendo sé stessi come dirigenti) i nomi di Cottarelli, Tabacci, Del Bono e Tinagli non scaldano nessuno.

In più continua a mancare il perimetro dell’alleanza (il M5S che fa) ma soprattutto il punto politico: come hanno intenzione di sfaldare la melassa privatistica che tiene in piedi la Regione? Anzi, la domanda terrificante è un’altra: hanno davvero intenzione di rovesciare il modello? Ne hanno il coraggio?

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