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L’ex M5S Francesca Troiano aderisce a Italia Viva: ora è redenta

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I renziani di Italia Viva lo annunciano con squillo di trombe: «Diamo il nostro benvenuto a Francesca Troiano che da oggi entra a far parte del gruppo Italia Viva alla Camera. La comunità riformista cresce ogni giorno di più!». L’ultimo acquisto di una “comunità riformista” che ha più eletti che elettori è Francesca Troiano da San Giovanni Rotondo, classe ’85, professione psicologa, primo ingresso in Parlamento nel 2018 (curiosamente al secondo mandato), che lo scorso aprile aveva lasciato il gruppo del M5S definendo Giuseppe Conte «una brava persona» e Mario Draghi «un baluardo».

«Uno non vale uno», disse molto prima del mea culpa di Di Maio, «no all’odio per la ricchezza», «il reddito di cittadinanza è stato gestito male». Una sorta di ripensamento generale, e globale, sui temi cardini e identitari dei grillini. «Le imprese, il lavoro, la ricchezza hanno un nome e cognome: imprenditori», raccontò in un’intervista lo scorso aprile, indicando la necessità di «riforme ispirate dal popolassimo liberale ed europe». Non stupisce quindi che l’ex grillina abbia trovato un posto al caldo sotto il tetto di Italia Viva. 

L’ex M5S Francesca Troiano aderisce a Italia Viva e i renziani non la prendono bene

Il suo arrivo però ha tutt’altro che scaldato i cuori degli elettori renziani che sotto il post festante del partito non hanno mancato di scrivere tutto il loro disappunto: «E da dove arriva (Mica dagli innominabili, vero?)», chiede retoricamente un elettore, mentre un altro fa notare a Troiano che «Italia Viva, il suo nuovo partito, la considerava una scappata di casa».

«Gli altri sono scappati di casa e questa è una riformista», chiede Luca Tinucci mentre si sprecano le battute sulla «grillina redenta» che oggi è diventata «una cima a livello superiore». «Prosegue l incessante opera di salvataggio dei parlamentari 5 stelle. Dopo il salvataggio unico con la formazione del Conte2 si passa alla fase due. Si arruolano uno x uno. Due facce della stessa medaglia. Rottamatatore = scatoletta di tonno», si legge tra i commenti.

Su Facebook il post colleziona, insieme a commenti entusiasti sul tenore di «hai scelto il gruppo dei vivaci e veri riformisti, buon lavoro!», qualcuno, come Nicola Ferranti, ha il coraggio di scrivere «Giorno dopo giorno cresce la qualità», come se la provenienza politica della nuova deputata fosse un elemento che passa in second’ordine.

Nicoletta Mauri invece non ha dubbi: «Benvenuta, mica tanto, di una dei 5* io non mi fiderei. Ne sa poco di polita se era entrata in quel partito. Lo fa x la cadrega». Ma il tifo, si sa, gioca brutti scherzi, e quindi la deputata che da grillina era sporca e cattiva ora è perdonata: «Due cose importanti: donna,Giovane Poi spero,non conoscendola ,con tanta voglia d’impegnarsi», scrive Nazzareno Meschieri. E tutti felici e contenti.

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Tutti i casi di soffocamento. Altro che taxi (di terra e del mare)

La scoperta di 46 migranti morti all’intento di camion a San Antonio, negli USA, ha riacceso flebilmente la luce sulle condizioni di viaggio dei migranti che cercano la salvezza con tutti i mezzi possibili. È una bella lezione per tutti coloro che continuano a cianciare di “taxi del mare” o di “africani in vacanza”.

Ora, passata l’emozione dell’indignazione da social potremmo ricordare tutti gli altri episodi, tanto per avere il polso del dramma:

Inghilterra, 23 ottobre 2019: 39 migranti vietnamiti morti per soffocamento e ipertermia sono stati trovati in una roulotte fuori Londra. Quattro uomini sono stati incarcerati per omicidio colposo; uno di loro, un uomo vietnamita, è stato condannato a 15 anni di carcere a febbraio dopo essere stato condannato per essere il capobanda.

USA, 23 luglio 2017: otto immigrati sono stati trovati morti in una soffocante roulotte in un parcheggio di San Antonio Walmart nella calura estiva del Texas. Altri due sono morti in seguito negli ospedali, l’autista è stato condannato all’ergastolo. Le autorità hanno descritto l’incidente come un tentativo di traffico di immigrati andato storto.

Libia, 20 febbraio 2017: 13 migranti africani soffocati all’interno di un container mentre venivano trasportati tra due città della Libia. Secondo la filiale locale della Mezzaluna Rossa, un totale di 69 migranti per lo più maliani sono stati stipati nel container. Secondo quanto riferito, erano rimasti intrappolati nel container per quattro giorni.

Austria, 27 agosto 2015: la polizia austriaca ha scoperto un camion abbandonato contenente i corpi di 71 migranti iracheni, siriani e afgani. Tra le vittime soffocate c’erano otto bambini. Il camion, trovato parcheggiato lungo un’autostrada, era entrato in Austria dall’Ungheria.

Pakistan, 4 aprile 2009: 35 migranti afgani soffocati all’interno di un container abbandonato nel Pakistan sudoccidentale. Le autorità hanno affermato che più di 100 persone sono state stipate all’interno del container, che avrebbe dovuto essere portato al confine iraniano.

Thailandia, 9 aprile 2008: 54 migranti birmani soffocati nella parte posteriore di un camion frigorifero ermetico nella città meridionale di Ranong. Il camion portacontainer a 10 ruote, solitamente utilizzato per il trasporto di pesce congelato, era in viaggio verso l’isola turistica di Phuket. I morti includevano 37 donne e 17 uomini. Altri 21 sono stati ricoverati in ospedale e i restanti 46 sono stati arrestati dalla polizia per essere entrati illegalmente in Thailandia.

USA, 14 maggio 2003: 19 migranti sono morti all’interno di un soffocante rimorchio di un trattore mentre viaggiavano dal sud del Texas a Houston.

Inghilterra, 18 giugno 2000: 58 immigrati cinesi sono stati trovati morti all’interno di un camion nella città portuale inglese di Dover. Il camion olandese aveva trasportato gli immigrati attraverso la Manica dal Belgio.

Il traffico di migranti è un crimine orrendo che si poggia su due pilastri fondamentali: l’incuria verso persone che sono viste come “altro” da noi e l’ignoranza di credere che l’ultimo dramma di cui sappiamo sia un caso isolato. Poi ci sono i fiancheggiatori morali, sono quelli che parlano con superficialità di “taxi” senza essere capaci di rispettare l’odore della morte.

Buon mercoledì.

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Matteo Salvini pronto a farsi commissariare da Giorgetti, Zaia e Fedriga

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Matteo Salvini non è già più capitano. Manca l’ufficialità e sarà un percorso lungo, sicuramente fino alle elezioni politiche del 2023, ma il segretario della Lega nelle prossime ore tenderà la mano all’ala governista del suo partito (Giorgetti e Fedriga in primis) chiedendo di tirarlo fuori dalle sabbie mobili in cui si è incagliato dall’estate del Papeete. 

Salvini non è più l’uomo solo al comando. Ora chiede aiuto a Giorgetti, Zaia e Fedriga

L’uomo solo al comando, quello che per mesi ha tenuto al guinzaglio il centrodestra rivendicando il ruolo del padrone, già da mesi ha cominciato a cercare una sponda tornando scodinzolante da Silvio Berlusconi, chiedendogli di difenderlo dall’assalto di Giorgia Meloni che ogni giorno draga voti dalle sue insicurezze. Passata l’idea di “federarsi” con Forza Italia (un modo dolce per definire un’alleanza contro la nemica interna Meloni) Salvini ora tenta di blindarsi anche all’interno della Lega: nelle prossime settimane potrebbe nascere un “ufficio politico” in cui troverebbero posto Zaia, Giorgetti e Fedriga, che prenda in mano la gestione della Lega – commissariando di fatto il segretario – e traghetti il partito alle prossime elezioni politiche.

Le due fronde sono entrambe convinte di avere in mano la carta vincente: la fazione governista guidata Giorgetti aspira allo spostamento della Lega su posizioni più moderate (quasi draghiane) e a incassare un folto malloppo di candidati per il prossimo giro mentre Salvini e i suoi pensano di avere trovato qualcuno a cui dare la colpa in caso di ulteriori fallimenti, iniziando da un risultato che potrebbe essere non entusiasmante alle elezioni politiche.

Intanto a entrare in gamba tesa è l’ex segretario della Lega Roberto Maroni che con un intervento su Il Foglio scrive che “il centrodestra ha perso quasi dappertutto” e lancia una domanda provocatoria: “riusciranno – scrive Maroni – i nostri eroi (si fa per dire) a rimediare a questa pesante sconfitta elettorale che il centrodestra ha subito e ricompattarsi in vista delle elezioni politiche del prossimo anno?”.

Salvini non è già più capitano. Ha perso il suo atteggiamento fanfarone e ha annacquato la sua sicumera. Ora come un moderato qualunque accetta consapevolmente di farsi logorare pur di stare in piedi. Parigi val bene un Giorgetti.

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Il governo Draghi si è rafforzato con le amministrative?

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Salvini e Meloni – quelli che avrebbero dovuto prendersi tutto – hanno perso Verona, Parma, Lodi, Piacenza, Catanzaro, Alessandria e Monza. Solo per citare i comuni più importanti, quelli che possono indicare una tendenza.

Altro che Governo più forte. Draghi è sempre più in bilico

Verona è un caso mostruoso, la città veneta per anni è stata il simbolo della persuasione di una cultura destrorsa, xenofoba, patriarcale e violenta che ha impunemente professato valori incompatibili con la Costituzione. Damiano Tommasi ha messo in pratica una campagna elettorale costruita sulle proposte, senza cedere mai allo sberleffo e alla bile, e godendo della popolarità della sua carriera nel mondo del calcio in cui si è sempre distinto per serietà e correttezza.

Nonostante ogni elezione (soprattutto per le amministrative) abbia dei numeri che vengono usati e abusati il centrodestra in queste elezioni ha ottenuto molto meno del previsto e il centrosinistra a guida del Partito Democratico ha messo a segno una tornata che non speravano nel meno i più ottimisti. Ci sono molte buone notizie nei risultati di queste elezioni amministrative per chi teme Meloni e Salvini al governo ma è difficile non ricordare “la gioia macchina da guerra” del centrosinistra che poi si rivelò un’armata Brancaleone alle elezioni politiche del 1994.

Dice qualcuno, Di Maio in primis, che i risultati delle amministrative rafforzano il governo Draghi. Ci vuole davvero molta fantasia e molto coraggio, quel coraggio che profuma dell’impunità dei millantatori. Proviamo a vedere. Il primo partito in Parlamento che sostiene Mario Draghi, la Lega di Salvini, è nel mezzo di una crisi di cui non si intravede la via d’uscita. Si capisce che faccia comodo a molti fingere di non governare con Salvini ma la realtà è lì, granitica, da osservare.

Oggi il primo sostenitore del governo dei migliori guida un partito che in molte sue parti non lo segue più, con i suoi dirigenti che non vedono l’ora di impallinarlo e che rimangono in vigile attesa solo per il terrore di perdere lo scranno al prossimo giro.

Salvini è l’asticella impazzita di un centrodestra in cui Giorgia Meloni sta correndo per conto suo, consapevole di avere tra le mani un’occasione che non le ricapiterà mai più, e un Silvio Berlusconi che funge da tappo in una forza Italia che è un ritrovo di scalpitanti parlamentari pronti ad accasarsi al prossimo miglior offerente.

Il secondo gruppo del Parlamento, il Movimento 5 Stelle, si agita confuso mentre prende coscienza dell’ultima consistente scissione. Giuseppe Conte – che ne ha sbagliate parecchie da capo del partito – tenta di rimettere in piedi un progetto che nemmeno Beppe Grillo sembra più difendere a spada tratta. Non è improbabile che il M5S come colpo di coda prima di presentarsi alle prossime elezioni politiche possa pensare di togliere la fiducia al governo.

Immaginare il governo dei migliori rafforzato con i suo primi due gruppi parlamentari messi così è davvero sconnesso dalla realtà. Ci sono, è vero, i fervidi sostenitori di Draghi fuori dal parlamento (o comunque con un nugolo di parlamentari): Renzi e Calenda.

I due hanno collezionato risultati minimi quando si sono presentati con il logo dei loro partiti oppure si sono confusi – come amano fare – nel mare largo delle coalizioni, quando non hanno addirittura sostenuto candidati sindaci di destra. La chiamano meritocrazia ma finora sembra una mediocrazia: una mediocrità generale al potere.

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Su Melilla fate schifo

Venerdì 24 giugno a Melilla c’è stata una carneficina. «Tutto era sangue, tutto sangue», ha raccontato a El Pais un testimone, «sangue sulla testa, pelle lacerata, piedi rotti, mani rotte… Chi non è morto finirà per morire, perché è stato picchiato molto». Il confine tra Spagna e Marocco (chiuso nel 2020 approfittando della pandemia) ha registrato il più grande tentativo di ingresso degli ultimi anni. Una strage alle porte dell’Europa.

Ho voluto aspettare di leggere i giornali di ieri, che era lunedì, di spulciare tra le dichiarazioni dei politici italiani e europei augurandomi che un carnaio del genere non potesse passare sotto silenzio. La portavoce della Commissione europea Nabila Massrali ha rilasciato un comunicato che ha la temperatura di un annuncio in un supermercato: «Le violenze e le vittime» che si sono registrate alla frontiera di Melilla «sono oggetto di seria preoccupazione» da parte dell’Ue. «La sicurezza dei migranti e l’astenersi dall’eccessivo uso della forza e il rispetto dei diritti umani restano prioritari».

I politici italiani erano troppo impegnati per celebrare il consigliere comunale conquistato nel piatto sperduto borgo sventolandolo come una vittoria nazionale. Il governo spagnolo si è «rammaricato per la perdita di vite umane di persone disperate che cercavano una vita migliore», sebbene abbia mantenuto il suo sostegno all’azione del Marocco, che «combatte e subisce anche quella violenza» degli assalti, secondo loro. Ovviamente non è mancata una generica accusa alle mafie che sono sempre dappertutto quando si tratta di immigrazione mentre non si notano mai mentre gestiscono gli esercizi commerciali e riforniscono i nasi della classe dirigente.

In compenso i migranti morti sono già pronti per essere seppelliti.  L’Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh) ha pubblicato sui social una foto scattata alla periferia del cimitero dove ha bollato come “scandalo” la decisione che le autorità si preparano a seppellire «una parte degli emigranti morti» solo due giorni dopo i corpi arrivarono all’obitorio in una forma totalmente opaca. «Senza indagini, senza autopsia, senza identificazione, le autorità cercano di nascondere il disastro», si legge nella nota.

I membri dell’Amdh chiedono che si indaghi sulle circostanze della morte e se si sarebbe potuto evitare la tragedia. Omar Naji, capo dell’Amdh a Nador, afferma di aver assistito venerdì alla scena di subsahariani rannicchiati a terra mentre venivano identificati dalla polizia, immagini scioccanti che la sua organizzazione ha diffuso attraverso vari video. Naji afferma di aver visitato l’obitorio dell’ospedale Hassani venerdì, dove vengono trovati i corpi di emigranti subsahariani, e assicura di aver contato almeno 15 morti. «Erano a terra. Ciò significa che l’obitorio è stato sopraffatto. E c’erano solo due persone che lavoravano lì». Lo stesso venerdì, l’Amdh aveva già avvertito della possibilità che i morti venissero spediti rapidamente e ha chiesto che i defunti non fossero seppelliti in fretta e che si aprisse «un’indagine globale, rapida e seria per determinare responsabilità e conseguenze».

Un numero delle vittime preciso non c’è ancora. Di sicuro ci sono tutti i contorni che servono per chiamarla strage. E il silenzio intorno fa schifo.

Buon martedì.

 

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Anche da noi l’aborto è diventato un mero argomento amministrativo

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Da noi non è servita nemmeno una Corte suprema per consentire alle Regioni di costruire condizioni che non permettano di accedere alla legge 194. Mentre ci indigniamo – giustamente – per ciò che accade negli Usa sembriamo non voler vedere che anche da noi l’aborto è diventato un mero argomento amministrativo, un diritto talmente labile che alla Regione Umbria è bastato obbligare le donne a un ricovero di 3 giorni per l’aborto farmacologico con RU-486 per sradicare il riserbo e la cautela e quindi rendere tutto più difficoltoso.

Aborto, in Italia non è servita nemmeno una Corte suprema per consentire alle Regioni di costruire condizioni che non permettano di accedere alla legge 194

Quelli che – giustamente- raccontano dei viaggi che le donne statunitensi si ritroveranno a compiere per valicare il confine del diritto di abortire sembrano non sapere che sono 31 (24 ospedali e 7 consultori) le strutture sanitarie in Italia con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS. Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%. Lo dice chiaramente l’indagine aggiornata “Mai Dati!” di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e di Sonia Montegiove, informatica e giornalista, resa nota con l’Associazione Luca Coscioni.

Nel momento in cui un diritto diventa relativo è già iniziata la fase in cui lo si sta disinnescando e non capire che il vento antiabortista americano arriverà presto qui da noi come un tornado – come avviene dagli USA per le trovate peggiori subito adottate dalla destra peggiore – significa non avere una reale percezione della realtà. La percezione della realtà dovrebbe essere il prerequisito fondamentale di chi fa politica ma da noi è una virtù che scarseggia, soprattutto nel cosiddetto campo progressista, lo stesso che in queste ore sta fabbricando quintali di comunicati stampa contro la decisione della Corte suprema Usa provando a trovare un solo colpevole (in questo caso Trump) ignorante del fatto che la demolizione dei diritti è un lavoro di squadra fatto da tanti piccoli sbriciolamenti che concorrono al crollo finale.

Quando si tratta di difendere i diritti si è sempre all’anno zero. Dare per scontati diritti conquistati dalle generazioni precedenti convinti miopamente che quelle battaglie siano ormai assodate è il modo migliore per facilitare le azioni di coloro che i diritti li usano per attaccarli perché sono incapaci di immaginarne di nuovi.

Parlare di diritti non significa “non occuparsi dei temi che contano” come ripetono a pappagallo coloro che dell’arretramento sui diritti costruiscono la propria propaganda: tenere al centro i diritti significa lubrificare gli ingranaggi della democrazia. La sentenza Usa ci invita a non caricaturizzare gli avversari dei diritti (e qui da noi ne girano parecchi): il sistema spesso ha delle falle – accade così negli USA – che permettono vittorie politiche (oltre che giuridiche) anche senza il consenso della maggioranza.

Per questo delle buone leggi e il rispetto della Costituzione contano enormemente di più di qualsiasi maggioranza di governo. La prossima volta che sentite un Pillon, un Salvini o una Meloni farneticare sulla cancellazione dei diritti non sorridete. Non sono macchiette, sono nemici.

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Carlo Calenda entra in Azione a Lucca. E fa perdere il Centrosinistra. Ecco a che serve il suo micropartito

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Carlo Calenda entra in Azione a Lucca. E il suo candidato fa perdere il Centrosinistra la ballottaggio. Già perché la fotografia delle elezioni amministrative di Carlo Calenda e della cosiddetta “serietà” che il leader di Azione sventola in continuazione potrebbe essere Lucca.

Il 9 giugno scorso, dopo la visita di Matteo Richetti, Calenda confeziona un bel video dal Parlamento europeo dove presenta il suo candidato Alberto Veronesi come “unica alternativa seria”, esibendo il suo abituale assolutismo dell’Io so’ io e voi non siete un cazzo.

“A Lucca – dice sornione Calenda – abbiamo voluto essere alternativa al bi-populismo di destra e di sinistra che ha caratterizzato la storia amministrativa di Lucca negli ultimi 15 anni. Abbiamo creato un Terzo Polo, pragmatico, concreto e alternativo sia alla destra che alla sinistra con la lista Lucca Sul serio”.

E aggiunge: “Hanno aderito a questo progetto di centro riformista, persone competenti, preparate che rappresentano di fatto tutte le anime della città. Non solo quello che abbiamo costruito dialogando con i cittadini rappresenta l’unica vera alternativa a quello che c’è stato, ma è anche una novità assoluta sullo scenario nazionale”.

Il candidato di Calenda vira a destra

È il solito schema narrativo del leader di Azione, teso a dimostrare che destra e sinistra pari sono, che la politica è una folta schiera di incapaci, tutti incapace tranne ovviamente Calenda.

Arriviamo al 21 giugno. Alberto Veronesi, il candidato di Carlo Calenda, se ne esce dal primo turno con un micro 3,65%, somma dell’appoggio del partito di Calenda (Azione) e dei renziani di Italia Viva.

Alberto Veronesi (che nel curriculum ha come talento principale quello di essere figlio dell’oncologo Umberto – sempre a proposito del merito tanto decantata dai calendiani – oltre che essere direttore del Festival Puccini – sceglie di sostenere al secondo turno Mario Pardini

L’uomo di Calenda con Casapound

L’aspirante sindaco del centrodestra che al primo turno ha collezionato il 34,3% dei voti e poi ha deciso di apparentarsi ai neofascisti di Casapound che sostenevano Fabio Barsanti (9,5% al primo turno) e perfino i No Vax e No Green Pass del candidato sindaco Andrea Colonnini (4,2%).

Calenda contesta la scelta del suo candidato di sostenere il candidato sindaco di centrodestra Raspini e Veronesi risponde: “Calenda dice che sono un incapace. Parla uno che ha dimostrato il minimo storico di credibilità: in campagna elettorale ha cancellato il comizio di Lucca e gli incontri con il mondo produttivo lucchese mezz’ora prima dell’orario previsto. Parla uno che ha utilizzato Alberto Veronesi per prendere il 3,7 per cento del consenso e poi voleva mettere un suo uomo in giunta con Raspini, come al mercato dei capponi”, dice Veronesi.

Che aggiunge: “Calenda ha fatto la corte a Mario Pardini come candidato di Azione e oggi dice che lo stesso Pardini è il peggiore fascista. Mi spiace avergli rovinato la festa”.

Calenda vale in media il 3,22%

Il centrodestra ha vinto a Lucca, al ballottaggio. Quando Calenda ha corso da solo è finita così. La media di Azione è del 3,5% correndo con +Europa (Palermo: 8,14%, Gorizia: 2,7%, Asti: 1,21%, Alessandria: 5,67%, Monza: 2,16%, Piacenza: 1,56%, Frosinone: 1,58%, L’Aquila: 4,80%).

Se però consideriamo anche Pistoia dove Pistoia Davvero ha preso il 3,08% e La Spezia, dove La Spezia sul Serio si è fermata allo 0,98%, tutte liste queste ufficiali ma senza il simbolo, la media per Azione allora scenderebbe al 3,2%.

Difficile sapere quanto Calenda pesi nella lista Agenda Como 2030, visto che è stata presentata insieme a Italia Viva e altre forze politiche. Il risultato comunque è stato del 3,22%. Calenda ha il diritto di ritenersi elemento fondante della politica italiana ma piegare la realtà alla narrazione è trucco che funziona poco e, sopratutto, populista.

È davvero indispensabile Calenda in coalizione?

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Israele ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh. E ora che fate?

«Lo choc per l’uccisione a #Jenin in un raid di una giornalista di #AlJazeera. Chiediamo #veritàegiustizia per #ShireenAbuAkla», scriveva il segretario del Partito democratico Enrico Letta lo scorso 11 maggio. La verità è arrivata. Si è conclusa venerdì 24 giugno l’indagine indipendente dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) sull’omicidio di Shireen Abu Akleh, la giornalista palestinese uccisa a Jenin, in Cisgiordania, l’11 maggio 2022, mentre stava svolgendo il suo lavoro per l’agenzia stampa Al Jazeera. Secondo l’Onu, non ci sarebbero più dubbi in merito alla responsabilità dell’uccisione della professionista: il proiettile letale sarebbe stato sparato dai soldati delle Forze armate Israeliane (Idf), colpendola alla testa e uccidendola sul colpo. Non c’entrano nulla i «palestinesi armati» di cui aveva parlato il governo israeliano, non esistono.

Scrivono le Nazioni Unite: «Secondo i nostri risultati, l’11 maggio 2022, poco dopo le 06:00, sette giornalisti, tra cui Shireen Abu Akleh, sono arrivati all’ingresso occidentale del campo profughi di Jenin nella Cisgiordania occupata settentrionale per coprire un’operazione di arresto in corso da parte delle forze di sicurezza israeliane e gli scontri che ne sono seguiti. I giornalisti hanno detto di aver scelto una strada laterale per avvicinarsi onde evitare la posizione dei palestinesi armati all’interno del campo e che hanno proceduto lentamente al fine di rendere visibile la loro presenza alle forze israeliane schierate lungo la strada. I nostri risultati indicano che non erano stati lanciati avvertimenti e che non si erano veroficati spari  in quel momento e in quel luogo.

Intorno alle 06:30, mentre quattro dei giornalisti imboccavano la strada che porta al campo, indossando caschi antiproiettile e giubbotti antiproiettile con scritto “Press”, sono stati sparati contro di loro diversi proiettili singoli, apparentemente ben mirati, dalla direzione delle forze di sicurezza israeliane. Un singolo proiettile ha ferito Ali Sammoudi alla spalla, un altro singolo proiettile ha colpito Abu Akleh alla testa e l’ha uccisa all’istante. Diversi altri proiettili singoli sono stati sparati mentre un uomo disarmato tentava di avvicinarsi al corpo di Abu Akleh e un altro giornalista illeso che si rifugiava dietro un albero. I colpi hanno continuato a essere sparati mentre questo individuo alla fine è riuscito a portare via il corpo di Abu Akleh».

«L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet continua a sollecitare le autorità israeliane ad aprire un’indagine penale sull’uccisione di Abu Akleh e su tutte le altre uccisioni e gravi ferite da parte delle forze israeliane in Cisgiordania e nel contesto delle operazioni di applicazione della legge a Gaza. Dall’inizio dell’anno, il nostro Ufficio ha verificato che le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 58 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 13 bambini».

Quindi ora c’è la verità ma manca la giustizia. Che fanno ora Enrico Letta e tutti gli altri?

Buon lunedì.

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Con l’avvicinarsi delle Politiche torna l’attrazione per il grande centro

Va a sempre finire così, ogni tornata elettorale, qualche mese prima delle elezioni politiche. Si candidano tutti incendiari, pronti a rovesciare gli equilibri e i poteri e mentre passano i mesi i due poli che si erano promessi lotta dura senza paura cominciano a sanguinare profughi attratti dal centro. Accade ai partiti di destra, a quelli di sinistra e orta accade anche a quelli che non erano «né di destra né di sinistra».

Lo chiamano centro ma non è che terrore di affrontare le elezioni

Luigi di Maio non ha avuto un’idea originale, intravedere nel placido stagno del centro – che in Italia è diventato il luogo politico dei conservatori – la garanzia della propria autopreservazione, del mantenimento delle proprie posizioni e del proprio effimero potere è quasi naturale per i parlamentari di casa nostra. Lo chiamano centro ma in fondo altro non è che il terrore quasi fanciullesco di attraversare nuove elezioni, viste come un terremoto delle proprie abitudini e approcciate con il terrore di chi quei cinque anni li ha vissuti sotto una campana di vetro dove sviluppare una crescente idiosincrasia vero gli elettori.

M5S, tensioni sul doppio mandato. Per Di Maio si «rischia di diventare forza politica dell'odio». E sulla questione interviene Beppe Grillo
Luigi Di Maio (Getty Images).

I cantori delo status quo

Accade sempre così: qualche mese prime delle elezioni, come grilli cominciano a cantare gli intellettuali del grande centro, soluzione a tutti i mali. Il loro sogno recondito, che non possono permettersi di svelare genuinamente, è tagliare i “lati” del Parlamento per non incorrere nel rischio di ribaltamenti troppo repentini che non sarebbero capaci di sopportare. A ogni elezione ci sono i soliti noti – sono sempre gli stessi – che si improvvisano spin doctor dello status quo, che si chiami Mario Monti o che si chiami Mario Draghi non porta: l’importante per loro è raccontare quanto sarebbe bello rendere le prossime elezioni omeopatiche come goccine utili a fingere di “avere fatto” con la rassicurante certezza di risvegliarsi l’indomani esattamente come ieri.

Il centro è sempre grande nonostante i sondaggi

Il centro, se ci fate caso, è sempre ‘grande’ nella narrazione. Non è raccontato come grande per le aspirazioni (legittime): il centro è grande nonostante i sondaggi lo indichino come una pozzanghera che bagna le suole di quegli altri che grandi lo sono davvero nei numeri. Gli editorialisti del centro sono quelli che dicono che se saremmo in grado di evitare scossoni i problemi ci sembreranno più morbidi. Non propongono soluzioni, aspirano a un mondo che non crei problemi. Sono gli stessi che vergano articoli focosi che dicono tutti la stessa cosa: «Non c’è alternativa», «non vorrete mica rischiare di finire peggio di così» e «guardate com’è bella la politica quando diventa impolitica, senza idealismi che sfociano in lotte che sgualciscono il colletto, una politica fatta solo di spartizione senza troppi sussulti». Per questo amano i governi tecnici: un presidente del Consiglio che ha come promessa elettorale quella di essere una persona autorevole (senza nemmeno decidere “autorevole” per chi?) È il sogno di tutti. In fondo non è diverso dal «buon senso» che reclama Salvini: scegli una linea politica più rarefatta possibile e ti sarà facile non risultare mai incoerente.

Con l'avvicinarsi delle Politiche torna l'attrazione per il grande centro
Enrico Letta, segretario del Pd.

Il Pd e la sindrome della grande madre

Accade sempre così, qualche mese prima delle elezioni politiche. Il centro si riempie di generali senza eserciti, ognuno con il proprio partito che è poco più di un marchio pronto a sciogliersi sognando l’acquisizione della vita. Partiti senza voti che hanno più parlamentari che elettori, truppe raccolte tra chi non sa dove sbattere la testa per ritagliarsi almeno una ricandidatura e bussa al brefotrofio dei partiti, il “grande centro”. Sullo sfondo, anche questo ormai è un classico, c’è il Partito democratico che ogni volta viene colto dallo spirito della “grande madre” e vorrebbe adottarli tutti, gli orfani che giocano nel recinto del grande cerchio. Li approccia paternalistico chiedendo loro di smettere di litigare, li alletta con la prospettiva di una famiglia larghissima in cui non mancherà mai il pane in tavola. Li lusinga concimando il loro narcisismo. Poi arriva come sempre la realtà. Quelli scoprono di essere tutt’altro che rivoluzionari e, sconsolati e malinconici, se ne vanno con il loro misero bottino elettorale. Solo che il periodo di derealizzazione è stato talmente bello che sono pronti a rifare tutto al prossimo giro.

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Gli altri 546 milioni di studenti

Secondo l’Unicef e l’Oms, nonostante il costante calo della percentuale di scuole prive di servizi di base per l’acqua e di servizi igienici nel mondo, persistono profonde disuguaglianze tra i Paesi e all’interno degli stessi. Gli scolari dei Paesi meno sviluppati e dei contesti fragili sono i più colpiti e i dati che emergono mostrano che poche scuole dispongono di servizi idrici e igienici accessibili alle persone con disabilità.

Le scuole svolgono un ruolo cruciale nel promuovere la formazione di abitudini e comportamenti sani, ma nel 2021 molte non disponevano ancora di servizi idrici e igienici di base. Secondo gli ultimi dati del Programma di monitoraggio congiunto Oms/Unicef (Jmp):

  • A livello globale, il 29% delle scuole non dispone ancora di servizi di base per l’acqua potabile, con un impatto su 546 milioni di studenti; il 28% delle scuole non dispone ancora di impianti igienici (bagni) di base, con un impatto su 539 milioni di studenti; il 42% delle scuole non dispone ancora di impianti idrici (strutture per lavarsi le mani) di base, con 802 milioni di studenti.
  • Un terzo dei bambini privi di servizi di base nelle loro scuole vive nei Paesi meno sviluppati e oltre la metà vive in contesti fragili.
  • L’Africa subsahariana e l’Oceania sono le uniche due regioni in cui la copertura dei servizi igienici di base nelle scuole rimane inferiore al 50%; l’Africa subsahariana è l’unica regione in cui la copertura dei servizi di base per l’acqua potabile nelle scuole rimane inferiore al 50%.
  • Per raggiungere la copertura universale nelle scuole entro il 2030 è necessario aumentare di 14 volte gli attuali tassi di progresso per l’acqua potabile di base, di tre volte i tassi di progresso per gli impianti igienici di base e di cinque volte per gli impianti idrici di base.
  • Nei Paesi meno sviluppati e nei contesti fragili, il raggiungimento della copertura universale degli impianti igienici di base nelle scuole entro il 2030 richiederebbe un aumento di oltre 100 e 50 volte dei rispettivi tassi di progresso attuali.
  • Il miglioramento della preparazione e della risposta alle pandemie richiederà un monitoraggio più frequente dei servizi idrici e igienici e di altri elementi di prevenzione e controllo dei contagi nelle scuole, tra cui la pulizia, la disinfezione e la gestione dei rifiuti solidi.

«Troppi bambini vanno a scuola senza acqua potabile, bagni puliti e sapone per lavarsi le mani, rendendo difficile l’apprendimento», dichiara Kelly Ann Naylor, direttore Unicef per l’Acqua e i servizi igienici e il clima, l’ambiente, l’energia e la riduzione del rischio di disastri. «La pandemia da Covid-19 ha sottolineato l’importanza di fornire ambienti di apprendimento sani e inclusivi – aggiunge -. Per proteggere l’istruzione dei bambini, la strada verso la ripresa deve includere la fornitura alle scuole dei servizi più basilari per combattere le malattie infettive oggi e in futuro».

«L’accesso all’acqua e ai servizi igienici non solo è essenziale per un’efficace prevenzione e controllo dei contagi, ma è anche un prerequisito per la salute, lo sviluppo e il benessere dei bambino», spiega Maria Neira, direttore del dipartimento per l’Ambiente, il cambiamento climatico e la salute dell’Oms. «Le scuole dovrebbero essere ambienti in cui i bambini prosperano e non sono sottoposti a difficoltà o infezioni a causa della mancanza o della scarsa manutenzione delle infrastrutture di base».

Fornire servizi idrici e igienici accessibili alle persone con disabilità nelle scuole è fondamentale per raggiungere un apprendimento inclusivo per tutti i bambini. Tuttavia, solo un numero limitato di Paesi fornisce informazioni su questo indicatore e le definizioni nazionali variano, e un numero molto inferiore fornisce servizi idrici e igienici accessibili ai disabili.

I dati nazionali emersi mostrano che la copertura dei servizi idrici e igienici accessibile ai disabili è bassa e varia ampiamente tra i livelli scolastici e le località urbane e rurali, e le scuole hanno maggiori probabilità di avere acqua potabile accessibile rispetto a servizi igienici accessibili. Nella metà dei Paesi con dati disponibili, meno di un quarto delle scuole dispone di bagni accessibili ai disabili. Ad esempio, nello Yemen, 8 scuole su 10 avevano bagni, ma solo 1 scuola su 50 era dotata di bagni accessibili ai disabili.

Nella maggior parte dei Paesi con dati, è più probabile che le scuole abbiano infrastrutture e materiali adattati – come rampe, tecnologie assistive, materiali didattici – che bagni accessibili ai disabili. Ad esempio, in El Salvador, 2 scuole su 5 hanno infrastrutture e materiali adattati, ma solo 1 su 20 ha bagni accessibili ai disabili.

Buon venerdì.


In foto, due alunne di una scuola di Nairobi (Kenya) a lezione durante la pandemia da Covid

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