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Il dittatore coccolato

La Turchia ha bloccato la decisione iniziale della Nato di elaborare le richieste di Finlandia e Svezia di aderire all’alleanza militare, mettendo in dubbio le speranze di una rapida adesione dei due Paesi nordici. Gli ambasciatori della Nato si sono incontrati mercoledì con l’obiettivo di aprire i colloqui di adesione, lo stesso giorno in cui Finlandia e Svezia hanno presentato le loro domande, ma l’opposizione di Ankara ha interrotto qualsiasi voto, secondo una persona con conoscenza diretta della questione. La mossa solleva dubbi sul fatto che la Nato sarà in grado di approvare la prima fase delle domande di Finlandia e Svezia entro una o due settimane, come ha indicato il segretario generale Jens Stoltenberg.

Dalla Turchia giocano di sponda: un funzionario turco ha confermato che Ankara aveva frenato il processo, ma ha insistito sul fatto che la Turchia non escludeva la prospettiva che Svezia e Finlandia si unissero. «Non stiamo dicendo che non possono essere membri della Nato», ha detto il funzionario. «Solo che dobbiamo essere sulla stessa lunghezza d’onda, sulla stessa pagina, sulla minaccia che stiamo affrontando».

Tutte balle. Ancora una volta, com’è nella natura di Erdogan, la discussione non ha niente a che vedere con principi politici. Si tratta solo di decidere cosa chiedere in cambio. E in questo caso lo scambio consiste in 30 curdi accusati di terrorismo (e in Turchia è un’accusa che si leva fin troppo facilmente) che Erdogan vorrebbe ottenere. Questo è il livello della politica di Erdogan: dare per ottenere. Come avviene per le frontiere che l’Ue gli ha subappaltato in cambio di denaro sonante, come avviene per la violazione di diritti che viene volutamente non vista dai partner europei.

Erdogan è un dittatore, uno di quelli che, prima o poi, provocherà vergogna per averci avuto a che fare. In questo caos è un dittatore che chiede agli altri di essere come lui riguardo nei confronti dei curdi. Se la Svezia (e l’Ue) accettasse uno scambio del genere possiamo anche smetterla con tutte queste chiacchiere sulla “democrazia” e sulla superiorità. No?

Buon giovedì.

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Il razzismo minorenne e violento è un sistema

A Pietrasanta, in provincia di Lucca, un 29enne rifugiato dal Gambia è stato accerchiato da sei ragazzini che la stampa italiana sta definendo “bulli” (e invece sono solo razzisti, cinque minorenni e tutti e sei razzisti) ed è stato pestato. I ragazzini mentre menano le mani urlano “buba” (uno dei tanti suoni onomatopeici che servono per indicare un nero come scimmia) mentre la vittima urla per il dolore dei colpi inferti e chiede di smettere.

Il video ovviamente è finito sui social perché, si sa, questo è il tempo in cui è di moda non solo essere razzisti ma perfino sventolarlo in giro. Già questo particolare dovrebbe chiarire quanto il fenomeno non sia solo criminale ma sia una cultura intrisa perfino nelle bande più giovani.

I sei denunciati ieri sono stati perquisiti nelle abitazioni dove vivono coi genitori. Sequestrati dai carabinieri gli indumenti utilizzati durante l’aggressione, i cellulari, alcuni grammi di hashish e marijuana, una mazza da baseball, manoscritti inneggianti alla violenza e contro i carabinieri. Teorizzare la violenza e scriverne è un indizio che riporta alle stragi peggiori, quelle che arrivano ad esempio dagli Usa (l’ultima qualche giorno fa a Buffalo) e che non sono figlie di un raptus ma rientrano in una teoria del razzismo e della violenza che dovrebbe invitare tutti a porre la giusta attenzione.

La notizia dei giovani razzisti, vedrete, verrà presto derubricata come “ragazzata” e non ce ne ricorderemo più. Come se davvero fosse possibile che dei minorenni possano, per gioco, mettersi a scrivere testi a favore della violenza e contro i carabinieri. Ma non si tratta di casi isolati. Come avverte la “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, recentemente inviata al Parlamento, «ancora alto è apparso l’indice di pericolosità promanante dalla diffusione online di ideologie neonaziste e suprematiste che istigano a porre in essere atti violenti e indiscriminati motivati dall’odio razziale o in linea con quella corrente ’accelerazionista’ globale che mira alla ’soluzione violenta’ come unica via per abbattere il ’sistema’».

«Il fenomeno – si legge nella Relazione – che segue negli ultimi anni un trend in costante ascesa sul panorama internazionale, ha trovato nel 2021 ulteriori conferme sul piano giudiziario, con diverse operazioni di polizia che hanno disvelato come nel nostro Paese tale propaganda virtuale pro-violence abbia contribuito ad alimentare insidiosi percorsi di radicalizzazione di singoli individui e di ristretti gruppi, facendo emergere segnali di un rischio di transizione della minaccia, anche sul piano reale». 

Buon mercoledì.

 

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L’accusa per un padre di voler salvare suo figlio?

Un richiedente asilo afgano di 26 anni rischia fino a 10 anni di carcere in Grecia per la morte del figlio di cinque anni, annegato dopo essere salito a bordo di un gommone dalla Turchia alla Grecia con il padre a bordo l’8 novembre 2020. Hafez, lo pseudonimo di un imputato che ha parlato con Al Jazeera in condizione di anonimato, sarà processato mercoledì, accusato di aver messo in pericolo la vita di suo figlio.

Ha descritto di aver abbracciato forte suo figlio mentre la barca con 24 persone a bordo ha colpito le rocce al largo dell’isola greca di Samos nell’Egeo orientale e si è capovolta. Il ragazzo scomparve in acqua e fu poi ritrovato dalle autorità greche, incagliato sulle rive di Capo Prasso, una parte dell’isola ripida e perfidamente rocciosa, a volte indicata come “il Capo della Morte”. Hafez ha avuto difficoltà ad entrare nei dettagli di quella notte, ma ha detto di essere venuto in Europa, come hanno fatto centinaia di migliaia di altri, cercando una vita migliore per suo figlio.

La sua domanda di asilo era stata respinta due volte in Turchia e doveva essere espulso in Afghanistan. “Sono venuto qui solo per il futuro di mio figlio”, ha detto, ricordando le numerose volte che suo figlio gli ha chiesto quando poteva andare a scuola. Hafez non riesce a capire perché sta rischiando il carcere per questo tragico evento che ha visto morire suo figlio.

Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha costantemente difeso l’approccio del suo Paese alla migrazione, negando le notizie di respingimenti illegali di richiedenti asilo alle frontiere e insistendo affinché le autorità seguano la lettera della legge. Mitsotakis ha affermato che il Paese ha una politica di immigrazione “dura ma equa” in cui i diritti umani sono pienamente rispettati. Il ministro greco per la migrazione Notis Mitarachi, parlando del caso di Hafez ai media, ha affermato che era importante che le circostanze di eventuali decessi fossero indagate a fondo. “Se c’è la perdita di vite umane, bisogna indagare se alcune persone, per negligenza o deliberatamente, hanno agito al di fuori dei limiti della legge”, ha affermato.

Ha ragione il ministro greco: bisognerebbe indagare a fondo sui bambini che muoiono nei mari intorno all’Europa oppure nei boschi della rotta balcanica. Bisognerebbe avere il coraggio di risalire a tutti i mandanti. Ci si accorgerebbe che processare un padre per la morte di suo figlio è una vigliaccheria per non guardare in alto, dove la classe dirigente degli Stati di Europa ha le mani sporche di sangue.

Buon martedì.

Nella foto: un’operazione di salvataggio di migranti nel mar Egeo

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Il terrorismo bianco, il più coccolato del mondo

Il giovane appena diciottenne che a Buffalo, nello stato di New York, ha sparato a diverse persone imbracciando un fucile all’interno di un supermercato trasmettendo il tutto in diretta su Twitch non è un caso isolato, non è nemmeno da mettere nel cassetto degli eventi violenti che non hanno nessun filo rosso.

Ciò che è accaduto a Buffalo è terrorismo, proprio quel terrorismo su cui si spendono quintali di articoli e ore di trasmissioni nel caso in cui il terrorista abbia la pelle scura oppure parli arabo oppure sia musulmano. Solo che questo terrorismo, bianco e con le fattezze così simili alle nostre, non ci terrorizza per i danni che provoca (a Buffalo sono dieci morti) ma ci indispone perché non appartiene a “altri”, è tutta roba nostra. E poiché nel nazionalismo (o sovranismo, chiamatelo come vi pare, è sempre razzismo sotto altre vesti) i “nostri” sono tutti cari e buoni facciamo finta di nulla.

L’attentatore dichiara di essersi radicalizzato prima della pandemia inizialmente su 4chan e poi in spazi digitali ancora più estremisti. Ha letto i manifesti di altri attentatori (che ci ostiniamo a non voler mettere in fila, come i reati spia di mafia che rimangono sparsi sulle cronache locali per non prendersi la responsabilità di vedere un delitto sistemico): il terrorista si rifà soprattutto agli attentatori di Christchurch, di Poway, di El Paso e naturalmente a Anders Breivik (autore degli attentati del luglio 2011 in Norvegia), il cui nome compare anche sull’arma usata a Buffalo. Per non farci mancare nulla c’è anche il nostro Luca Traini, un altro caso su cui non c’è stato un centimetro di tutto il dibattito che avrebbe meritato.

Come già avvenuto nel caso di Christchurch l’evento è stato trasmesso live su una piattaforma streaming, come se fosse un videogioco. Come scrive Leonardo Bianchi in un importante articolo per Valigia blu: «Uno degli effetti più terribili del terrorismo bianco è quello di spaccare le comunità al proprio interno, erodendo quella zona grigia di tolleranza che rende possibile la convivenza pacifica tra persone di diversa estrazione sociale, religiosa, politica e culturale. È un equilibrio precario, sottoposto ad uno stress incredibile in condizioni normali; figuriamoci in un contesto inquinato da discorsi tossici e atti di violenza».

E sapete qual è la teoria alla base di tutto: la “sostituzione etnica” che tanta parte occupa nella propaganda di alcuni partiti. Insomma, questi sono gli esecutori ma non è difficile immaginare i mandanti. E a me pare una questione politica enorme su cui anche nel cosiddetto centrosinistra sembra regni la paura di parlare.

Buon lunedì.

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Così la giornalista Shireen Abu Akleh è stata uccisa due volte

C’è qualcosa di tragicamente istruttivo intorno all’omicidio della giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, colpita in faccia da un proiettile che ha centrato l’unico lembo di pelle scoperto dalle protezioni della sua divisa in cui la scritta Press che la identificava chiaramente come cronista era ben visibile. C’è innanzitutto la difesa immediata di Israele che ha raccontato di «spari palestinesi» pubblicando un video che nulla c’entrava con il luogo in cui Abu Akleh è deceduta. Da lì a poco è stato però reso pubblico un altro video in cui l’omicidio viene ripreso in tutta la sua chiarezza e infatti già poche ore dopo le autorità israeliane hanno dovuto riposizionarsi parlando di «legittimo dubbio» che fosse stata uccisa da un militare israeliano. In casi come questo non c’è niente di meglio della Corte Penale Internazionale che questi crimini li conosce benissimo, li sa analizzare e ha tutta l’autorevolezza per poter emettere un verdetto.  Nel frattempo in Italia si assiste a un tilt dell’informazione e della politica in cui si nota un’incredibile fatica perfino a pronunciare la parola Palestina, disonorando Shireen Abu Akleh anche da morta visto che la sua è stata una delle voci più importanti in questi anni sui diritti negati ai palestinesi.

Così la giornalista Shireen Abu Akleh è stata uccisa due volte
Candele davanti alla foto di Shireen Abu Akleh in Cisgiordania (Getty Images).

La Federazione internazionale dei giornalisti ha denunciato Israele alla Corte penale internazionale

Ma molti si sono dimenticati che lo schema dell’omicidio della giornalista di Al Jazeera non è una novità: nel 2018, i giornalisti Ahmed Abu Hussein e Yasser Mortaja sono stati uccisi da cecchini israeliani mentre seguivano la Grande Marcia del Ritorno. Muath Amarneh e Nedal Eshtayeh sono stati mutilati dal fuoco dei cecchini israeliani rispettivamente nel 2019 e nel 2015. Basil Faraj, Fadel Shana, Hussam Salama, Imad Abu Zahra, Issam Tillawi, Khaled Reyadh Hamad, Mahmoud al-Kumi, Mohamed Abu Halima e molti altri giornalisti hanno sofferto per mano delle forze israeliane nel corso degli anni. L’anno scorso i raid aerei israeliani hanno bombardato sedi di media nella Striscia di Gaza tra cui l’edificio di al-Jalaa di 11 piani, che ospitava Al Jazeera e gli uffici dell’Associated Press. Lo scorso 25 aprile la Corte penale internazionale (CPI) ha formalmente confermato di aver ricevuto una denuncia presentata all’inizio di aprile dalla Federazione internazionale dei giornalisti contro lo Stato di Israele: nella denuncia si legge di un vero e proprio “sistema” per colpire i giornalisti che lavorano in Palestina. Ora alla lista si può aggiungere il nome di Abu Akleh. Il materiale per l’inchiesta è già tutto lì e l’ultimo omicidio (di cui si è parlato molto di più degli altri anche per il passaporto Usa della giornalista) è solo un ulteriore tassello.

Così la giornalista Shireen Abu Akleh è stata uccisa due volte
Scontri al funerale della giornalista Shireen Abu Akleh a Gerusalemme (Getty Images).

Per provare a costruire la pace bisognerebbe iniziare a essere intellettualmente onesti

Poi si potrebbe trovare il coraggio di raccontare che i familiari della vittima si sono ritrovati accerchiati dalla polizia israeliana poche ore dopo l’omicidio perché accusati di “assembramento non autorizzato”. Si potrebbero anche rivedere le immagini dei soldati israeliani che pestano le persone che trasportano la bara di Shireen Abu Akleh. L’accusa Avere esposto la bandiera palestinese. A proposito di cancel culture che qui dalle nostre parti va così di moda. Si potrebbe anche parlare di un telegiornale di una rete pubblica che è riuscito a presentare la violenza dei militari contro un corteo per una bara con il sottotitolo “forze in campo per sedare le sommosse”. Qual è il limite di tutto questo? Quando si recupera un po’ di dignità nel raccontare i fatti? Per provare a costruire la pace bisognerebbe almeno cominciare a essere seri e intellettualmente onesti.

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Lavoratori eppure poveri

Prima del 2020 un lavoratore su 8 era in povertà lavorativa. Nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti percentuali sopra la media europea. I working poor sono passati dal 10,3% al 13,2% della forza lavoro di riferimento tra il 2006 e il 2017. Sono questi alcuni dati contenuti nel rapporto “Disuguitalia: ridare valore, potere e dignità al lavoro”.

In Italia si lavora e si rimane poveri, anche da lavoratori. Quasi un lavoratore su 5 percepiva nel 2017 una retribuzione bassa con il rischio più elevato per gli occupati in regime di part-time. Si conferma la maggiore vulnerabilità delle donne: il lavoro povero è più diffuso nel segmento femminile della forza lavoro con la quota delle lavoratrici con bassa retribuzione attestatasi al 27,8% nel 2017 a fronte del 16,5% tra i lavoratori uomini. Un lavoratore su otto vive in una famiglia con un reddito disponibile insufficiente a coprire i propri fabbisogni di base.

Il report scritto da Mikhail Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia, racconta che nel Paese esiste un serio problema di dignità del lavoro. Se un impiego non basta per sopravvivere significa che il mercato serve a una parte sola. È qualcosa che dovrebbe sollevare un dibattito politico enorme e invece rimarrà incagliato tra le pagine dei giornali e nella desolazione delle famiglie.

Oxfam critica anche il Pnrr, che «assomiglia più a una sommatoria di interventi che a un’organica agenda di sviluppo» e manca di una solida visione di politica industriale. I comparti su cui si punta sono costruzioni, edilizia, commercio: quelli in cui i posti di lavoro tendono ad essere poco qualificati, precari e scarsamente pagati. La maggior parte delle risorse in capo al ministero dello Sviluppo è destinata a incentivi alle imprese senza condizionalità in termini di innovazione, sostenibilità, tenuta dei livelli occupazionali e qualità del lavoro.

L’articolo 36 della Costituzione dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». L’articolo 36 dovrebbe campeggiare sui programmi elettorali dei partiti per le prossime elezioni.

Come ci si salva da un lavoro che non fa uscire dalla povertà? Oxfam propone di:

  • limitare l’uso di deroghe – da parte delle stazioni appaltanti che struttureranno i bandi del Pnrr e del Piano nazionale degli investimenti complementari (Pnc) – al vincolo imposto agli operatori economici aggiudicatari di destinare ai giovani sotto i 36 anni di età e alle donne almeno il 30% dell’occupazione aggiuntiva creata in esecuzione del contratto, per evitare il rischio di veder perpetuate vulnerabilità esistenti, soprattutto con riferimento alla nuova occupazione femminile;
  • garantire un robusto monitoraggio del rispetto della clausola occupazionale prevedendo flag specifici per le nuove assunzioni da parte degli aggiudicatori dei bandi del Pnrr e del Pnc all’interno del sistema delle comunicazioni obbligatorie;
  • ampliare le condizionalità alla qualità del nuovo lavoro creato -grazie ai bandi del Pnrr e del Pnc e agli incentivi pubblici alle imprese – per garantire una più equa condivisione, tra i fattori produttivi, dei benefici ricavati dalle nuove attività finanziate o supportate dall’operatore pubblico;
  • disincentivare l’utilizzo dei contratti a termine, con previsione di causali stringenti e circoscritte e introdurre limitazioni all’esternalizzazione del lavoro mediante appalti a imprese multiservizi;
  • previo accordo tra le parti sociali, sui criteri di misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale, estendere per via legislativa l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati tra soggetti maggiormente rappresentativi;
  • introdurre un salario minimo legale, per colmare gli ambiti di attività non coperti dai contratti collettivi e rafforzare il potere negoziale dei lavoratori autonomi che condividono alcune caratteristiche con i lavoratori subordinati. Per stabilire la definizione della retribuzione da assumere come soglia e l’ammontare della soglia stessa, è necessaria l’istituzione di un organo collegiale (con rappresentanza paritetica delle parti sociali), titolare anche della verifica e della definizione di criteri di aggiornamento periodico dell’ammontare della misura da attuare tenendo conto della congiuntura economica, dell’andamento dei salari contrattuali e dell’evoluzione del sistema tax-benefit.

Buon venerdì.

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In Palestina i giornalisti cadono dalle scale

La giornalista palestinese Shireen Abu Akleh di Al Jazeera è stata uccisa giovedì 11 aprile durante un’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nei territori occupati della Cisgiordania. Indossava il giubbotto con la scritta “Press”: era difficile non riconoscerla.

Della sua morte circolano dei video che mostrano chiaramente che non era in corso nessun «conflitto a fuoco». Il proiettile chirurgicamente piantato nell’unico posto non protetto dal giubbotto e dall’elmetto indica una precisa volontà.

Le forze israeliane hanno occupato l’abitazione di Shireen Abu Akleh parlando di «assembramento non autorizzato». Perfino piangere i morti è vietato, se si è palestinesi. Israele dal canto suo ha prima parlato di un «proiettile vagante sparato da palestinesi» (che ricorda molto il sasso che avrebbe ucciso Carlo Giuliani a Genova durante il G8). Poi, resosi conto dell’assurdità degna di un Putin qualsiasi, il tenente generale Aviv Kochavi ha detto che ora non è chiaro chi abbia sparato il colpo che ha ucciso Abu Akleh. Omar Shakir, direttore israeliano e palestinese di Human rights watch, ha detto che l’organizzazione sta esaminando l’uccisione di Abu Akleh, ma ha denunciato le indagini israeliane come «tentativi di despistaggio».

Uccidere una giornalista è un crimine di guerra, si sa, soprattutto di questi tempi. Eppure la notizia in Italia è stata data con una timidezza immorale, con una sconvolgente ritrosia a chiamare Palestina la Palestina, a raccontare di un invaso e un invasore, un aggressore e un aggredito. La boria bellicista che in questi mesi inonda i cuori di molti nostri giornalisti ieri è stata insolitamente fiacca. I nemici dell’equidistanza ieri sono stati tutti talmente equidistanti da avere sorvolato un assassinio.

Peccato solo che ci siano i video dell’accaduto altrimenti sono sicuro che qualcuno avrebbe raccontato in scioltezza che Shireen Abu Akleh fosse semplicemente caduta dalle scale.

Buon giovedì.

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La sindaca di Lodi, le minacce inventate e la mediocrità di provincia

Sono culturalmente e politicamente la persona più lontana da Sara Casanova, sindaca leghista di Lodi che è comparsa nelle cronache nazionali per avere provato a togliere il pane ai bambini stranieri, secondo i desiderata salviniani che godono nel punire i deboli perché non si ha la stazza e la sostanza per affrontare i potenti.

Sara Casanova però in questa campagna elettorale è vittima di una sequela di attacchi sessisti sui manifesti elettorali, dove si è passati dal ventaglio di organi maschili disegnati sui cartelloni alle ultime minacce gravi (questa è la definizione giuridica di “vi scuoio”) disegnate sulla faccia della candidata.

Fin qui nulla di interessante a livello nazionale, nulla di meritevole di diventare una notizia degna di occupare questo spazio. C’è un particolare, laterale ma sostanziale, in tutta questa storia che mi prendo la briga di commentare. Lo faccio con un uso sfacciatamente personalistico di questa rubrica e lo scrivo perché al di là delle antipatie politiche ci sono momenti cruciali della mia vita che hanno a che vedere con l’impianto valoriale che mi propongo di preservare.

In una campagna elettorale di una città ininfluente nel panorama nazionale (Lodi politicamente conta se ne arrestano il sindaco o se un mediocre ex sindaco diventa ministro della guerra) la voce che corre per la città è che la sindaca (ricandidata) Sara Casanova si sia disegnata i cazzi sui manifesti e si sia auto minacciata per vincere le elezioni. Voi direte, e quindi? Ora mi spiego. Quella città è la stessa città che molti anni fa rispose nello stesso modo (vigliacco e immorale) quando finii sotto scorta per minacce mafiose. Dissero che le minacce me le ero inventate alcuni politici democratici che nel frattempo inauguravano i bar della piazza frutto di riciclaggio, gli artisti di provincia che sono artisti al massimo nelle pagine locali, i giornalisti che abbassano lo sguardo se li incontri di persona, le malelingue benpensanti che si sbriciolerebbero ogni volta che si inginocchiano se esistesse il loro dio, gli imprenditori famosi nella via dello struscio che si sentono internazionali, i soggetti culturali che si distinguono per la qualità del buffet e qualche dirigente democratico che sgomita per diventare lo zerbino del ministro lodigiano.

La provincia che sculetta calunniando le persone è quanto di più odioso io possa immaginare, culturalmente e politicamente, per l’evidente incapacità di affrontare le questioni nel merito. Del resto i mandanti calunniatori della sindaca leghista sono gli stessi, dieci anni dopo, che vennero irrisi nel mio caso dalla politica nazionale. Non solo non hanno imparato la lezione ma addirittura si sono sclerotizzati in un’infamia senza lode che li fa sentire vivi.

Mi piacerebbe sapere quale guadagno potrebbe avere una sindaca (ripeto: lontanissima da me) nel disegnare membri sopra alla sua faccia o nel minacciarsi da sola. Mi piacerebbe vedere la faccia di calunniatori messi di fronte alla bassezza dei loro comportamenti, esattamente come si promette di fare quest’articolo.

Anche perché, ricordiamolo, questi democratici sono gli stessi che rivendicano una superiorità morale che gli si slaccia al secondo giro di aperitivo, come tutte le simulazioni che cadono appena si allenta il controllo.

È una vicenda locale, lo so, ma è la cifra di molte campagne elettorali locali che si svolgono in questi giorni. Una schiera di mediocri che aspirano ai loro 5 minuti di celebrità e che hanno le radici così unte da sbriciolarsi in un secondo.

Volete vincere le elezioni? Fate politica, politica vera, con il coraggio di uscire dal chiacchiericcio. Qui da fuori è uno spettacolo indecente.

Buon mercoledì.

Nella foto le scritte minacciose sul manifesto elettorale di Sara Casanova con Pietro Foroni

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