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25 aprile: non solo Ucraina, perché dal 2003 la Resistenza divide l’Italia

L’Ucraina non c’entra nulla. Non è la guerra il motivo del contendere contro l’Anpi e a cascata contro il 25 aprile. Si tratta di un ulteriore passaggio del solito percorso di delegittimazione (che i più moderati chiamano normalizzazione) della Liberazione e della Resistenza. Lasciate perdere le parole del presidente dell’Anpi Pagliarulo, quelle non le ha lette nessuno, sono state semplicemente tagliate per le righe che bastano a innescare la polemica. Questo Paese festeggia la Resistenza e il 25 aprile con grande difficoltà dall’avvento di Silvio Berlusconi in poi, quando lo sdoganamento di una destra che fino a prima non aveva mai trovato terreno per certe aberranti riletture della ricorrenza, è riuscita a mettere fuori la testa.

Da Berlusconi a Renzi, fino alla recente polemica sull'Ucraina: perché il 25 aprile continua a dividere l'Italia
Il manifesto dell’Anpi per la festa del 25 aprile

La miccia sulla rilettura del 25 aprile venne innescata da Silvio Berlusconi

Questa volta si è buttata in mezzo la questione dell’Anpi che sarebbe filoputiniano ma il 25 aprile del 2003 la miccia fu la tendinite del Cavaliere, che usò una malattia presunta per spaccare l’unità sulla Liberazione. «Speriamo che Berlusconi non si debba tagliare la mano, visto che quella slogata è la sinistra», disse scherzando, ma non troppo, Dario Fo durante il corteo della manifestazione. Da lì in poi ogni anno, ogni volta, fu un tentativo continuo di annacquare la memoria. Ci toccò vedere i giovani di Alleanza Nazionale protestare contro il loro segretario Gianfranco Fini accusato di essere troppo morbido verso il 25 aprile e i partigiani. Ma se gli attacchi da destra contro la Liberazione e il 25 aprile sono perfino scontati in un Paese che non ha mai fatto i conti con la propria storia (del resto siamo lo stesso Paese in cui Pansa ha potuto lucrare per anni offrendo una rilettura che avrebbe voluto parificare fascisti e partigiani) gli attacchi dal centrosinistra sarebbero stati inimmaginabili prima dell’arrivo di Matteo Renzi alla segreteria del Pd.

Da Berlusconi a Renzi, fino alla recente polemica sull'Ucraina: perché il 25 aprile continua a dividere l'Italia
Manifestazione per il 25 aprile a Roma (Facebook)

L’attacco al 25 aprile dalla sinistra renziana

Era il 2017 (anche se in molti sembrano essersene già dimenticati) e i renziani si inventarono l’orripilante slogan #tuttoblue per riverniciare il 25 aprile (o più semplicemente per sottrarlo alla memoria partigiana) invocando una marcia per l’Europa. Fu uno spettacolo indecoroso, che vide nelle piazze adoratori del renzismo agghindati con gadget preparati per l’evento e abbiamo dovuto sorbirci perfino Coco Chanel rivenduta come icona del patriottismo europeo (perché chi cerca di intossicare il 25 aprile manca sempre dei fondamenti di storia). Al posto dei partigiani, Renzi ebbe la brillante idea di celebrare John Lennon, Jane Austen (?), Marie Curie o Leonardo Da Vinci. Tutti grandi cittadini del Continente europeo ma che poco o nulla  hanno avuto a che fare con l’idea di un Europa unita. E che avevano anche il considerevole pregio di essere morti e non poter dire nulla. Cosa c’entravano I’m Blue da ba dee da ba da e Nel blu dipinto di blu con il 25 aprile? Niente. Era solo un modo vigliacco per riabilitare le idee che la Resistenza ci consegna come monito. Cosa c’entra la guerra in Ucraina Niente. Dal tutto blu siamo passati al gialloblu ma se ci fate caso gli ideologi sono più o meno sempre gli stessi.

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« A l’autre bout de la mer », ou l’invasion de cadavres !

Titre : A l’autre bout de la mer
Auteur : Giulio Cavalli
Editions : 10/18
Date de parution : 6 janvier 2022
Genre : Roman

Nous sommes ravis de pouvoir vous conseiller ce livre tellement étonnant ! A l’autre bout de la mer est un véritable ovni littéraire, tant pour la forme que pour le sujet.

Commençons par ce dernier : l’histoire se passe dans la petite ville côtière de DF. De bon matin, un pêcheur retrouve le cadavre d’un homme jeune à la peau sombre flottant dans l’eau. Avant que l’on ait pu l’identifier ou commencer une enquête, un second corps est découvert. Et tout à coup, dans ce village paisible, les choses dégénèrent : un amas d’une centaine de morts arrive de la mer. Fait étonnant, ce ne sont que des hommes du même âge, de la même carnation et du même gabarit. Les spéculations vont bon train : résidus d’expériences génétiques ratées, esclaves ou encore aliens !

Tandis que les autorités de la ville s’interrogent pour trouver le fin mot de l’histoire afin d’apaiser tant les anxieux que les hystériques, la première vague s’abat sur DF. On ne parle pas de covid ici mais bien de 25 000 corps qui sont à dénombrer dans ce reflux maritime. Un tsunami de cadavres qui encombrent les jardins, de poids morts qui défoncent tout ce qui se trouve sur leur chemin et de globes oculaires qui s’agglutinent de façon écœurante contre les baies vitrées. Bref, les dégâts en tous genres sont gigantesques. Face à ce phénomène aussi incroyable que répétitif, les autorités de DF sont contraintes de trouver une solution des plus étranges…

On ne vous en dira pas plus, ce serait déflorer l’idée géniale de l’auteur. Imaginez un peu une vague de cadavres déferlant sur les plages du Zoute à l’heure du Gin-to. Que ferait le gouvernement ? A l’autre bout de la mer est le premier roman de Giulio Cavalli traduit en français, espérons qu’il y en ait d’autres ! Des sujets originaux qui dépotent et qui portent à la réflexion sont devenus trop rares.

Quant à la forme stupéfiante susmentionnée, l’écriture correspond au phénomène : de grandes vagues ininterrompues de phrases. Si cela semble rebutant en début de lecture, on est rapidement happé par le récit brut et non édulcoré qui nous emporte dans son tourbillon infernal de mots sillonnant à travers les macchabées et l’eau salée. L’auteur a choisi de décrire l’histoire vue par différents personnages, allant notamment des simples citoyens en passant par le maire ou encore le médecin. Interpellant de voir jusqu’où les Hommes peuvent raisonner avant de mettre leurs limites…

Cette fable cynique d’un peu plus de 200 pages est assurément à mettre en toutes les mains !

(fonte)

L’Italia ripudia la guerra vendendo armi ai regimi (Putin compreso)

Putin a parole lo odiano tutti, perfino quelli che prima del 24 febbraio lo adoravano, ci stringevano accordi e ce lo proponevano come modello politico. Ma soprattutto a Putin abbiamo venduto armi nonostante l’embargo europeo: nel 2015 il Governo Renzi ha rilasciato un’autorizzazione per la vendita di 94 blindati Lince alla Russia per un valore di oltre 25 milioni di euro e analizzando i dati Istat si scopre che fra gennaio e novembre del 2021 c’è stata un’esportazione di 3 milioni di euro di merci militari sotto embargo verso la Russia. Dalla relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento – presentata dallo stesso premier Mario Draghi al Parlamento – si scopre che il business con Paesi sotto embargo è un vizio a cui non riusciamo proprio a rinunciare. La Cina è sotto embargo dal lontano 1989 ma il Governo italiano non si è fatto troppi problemi a vederle 230mila euro di software, oltre a comprare armi per 3,9 milioni di euro.

Poi c’è la Libia (con cui non riusciamo a smettere di andare a braccetto) per cui l’Italia ha dato l’autorizzazione all’esportazione di apparecchiature per un valore di 291.350 euro. L’Egitto di Al-Sisi, intanto, non risente di nessuna sanzione (nemmeno un lontano indurimento dei rapporti diplomatici) per la sua continua avversione alla ricerca di verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni. Mentre Al-Sisi fa di tutto per non rendere rintracciabili presunti autori dell’omicidio dello studente italiano, il Governo ha spedito qualcosa come 35 milioni di euro di armi automatiche, bombe, missili, veicoli terrestri e apparecchiature. Continua a gonfie vele il rapporto con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dove il «Nuovo Rinascimento» ha l’odore e il colore delle bombe sganciate in Yemen. Ma su queste armi non si infiammano gli animi dei giornali e dei politici, non si dibatte in tv e non si litiga in Parlamento. Se non vi è capitato di leggerne, significa che fanno comodo a molti. Ed è una gran brutta notizia.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

L’Italia ripudia la guerra vendendo armi ai regimi (Putin compreso)

Putin a parole lo odiano tutti, perfino quelli che prima del 24 febbraio lo adoravano, ci stringevano accordi e ce lo proponevano come modello politico. Ma soprattutto a Putin abbiamo venduto armi nonostante l’embargo europeo: nel 2015 il Governo Renzi ha rilasciato un’autorizzazione per la vendita di 94 blindati Lince alla Russia per un valore di oltre 25 milioni di euro e analizzando i dati Istat si scopre che fra gennaio e novembre del 2021 c’è stata un’esportazione di 3 milioni di euro di merci militari sotto embargo verso la Russia. Dalla relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento – presentata dallo stesso premier Mario Draghi al Parlamento – si scopre che il business con Paesi sotto embargo è un vizio a cui non riusciamo proprio a rinunciare. La Cina è sotto embargo dal lontano 1989 ma il Governo italiano non si è fatto troppi problemi a vederle 230mila euro di software, oltre a comprare armi per 3,9 milioni di euro.

Poi c’è la Libia (con cui non riusciamo a smettere di andare a braccetto) per cui l’Italia ha dato l’autorizzazione all’esportazione di apparecchiature per un valore di 291.350 euro. L’Egitto di Al-Sisi, intanto, non risente di nessuna sanzione (nemmeno un lontano indurimento dei rapporti diplomatici) per la sua continua avversione alla ricerca di verità e giustizia per la morte di Giulio Regeni. Mentre Al-Sisi fa di tutto per non rendere rintracciabili presunti autori dell’omicidio dello studente italiano, il Governo ha spedito qualcosa come 35 milioni di euro di armi automatiche, bombe, missili, veicoli terrestri e apparecchiature. Continua a gonfie vele il rapporto con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dove il «Nuovo Rinascimento» ha l’odore e il colore delle bombe sganciate in Yemen. Ma su queste armi non si infiammano gli animi dei giornali e dei politici, non si dibatte in tv e non si litiga in Parlamento. Se non vi è capitato di leggerne, significa che fanno comodo a molti. Ed è una gran brutta notizia.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Chi ha paura dei pacifisti?

Giorgio Beretta, analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia, lo scrive senza troppi giri di parole: «Fanno paura a tutti quelli che ritengono necessario inviare armi all’Ucraina perché ricordano che l’Italia non solo non manda armi ai popoli aggrediti ma continua a fornirle a Stati aggressori come Israele che reprime la popolazione palestinese, la Turchia che cannoneggia i curdi, il Marocco che rinchiude i saharawi, l’Arabia Saudita che bombarda gli yemeniti. Fanno paura a tutti quelli che pensano che è solo inviando armi che si può sconfiggere Putin perché ribadiscono che non c’è nessuna vittoria con migliaia di morti e città devastate. E l’unica soluzione alla guerra è fermarla portando le parti alle trattative anche con sanzioni dure».

Gli attacchi ai pacifisti (perfino ai pacifisti presunti) ormai sono una costante del dibattito pubblico come se fosse davvero i pacifisti fossero il punto focale di quest’epoca. Lo fanno, tra l’altro, fingendo di non vedere i sondaggi nazionali (che in questo caso non vengono sbandierati) che confermano ogni volta come la maggioranza dei cittadini lamenti poca voglia di trovare la pace. Questa guerra, ogni giorno che passa, sembra piacere tantissimo.

Ha ragione Beretta, i pacifisti «fanno paura a tutti quelli che per anni hanno corteggiato Putin perché hanno sempre denunciato la brutale repressione dei diritti umani e civili in Russia. Anche quando le aziende militari italiane, sostenute da vari governi, hanno fornito sistemi militari alla Russia di Putin ed hanno continuato a fornirle anche dopo il 2014 nonostante l’embargo di armamenti stabilito dall’Unione europea. Fanno paura perché ricordano a chi oggi teme – e giustamente – una escalation della violenza fino all’utilizzo delle bombe nucleari, che l’unico modo per prevenire l’olocausto atomico è mettere al bando gli ordigni nucleari come richiede il Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw). Trattato che però l’Italia continua a ignorare così come la gran parte delle potenze atomiche che non vogliono rinunciare ai propri arsenali nucleari. Fanno paura a chi li accusa di starsene comodamente in poltrona perché i pacifisti sono stati i primi a soccorrere i profughi ucraini così come da anni fanno con tutti i profughi. E per farlo hanno anche organizzato la grande Carovana della Pace per portare aiuti e medicinali in Ucraina e portare in Italia le persone più fragili e bisognose. In tutto questo i pacifisti sono stati isolati e ignorati dalla gran parte delle forze politiche e dei giornali che oggi si scoprono bellicisti e vogliono più armi e più fondi per aumentare ancora i bilanci militari di tutti i paesi d’Europa».

E poi, volendo vedere, ma davvero nel pieno di una guerra vale la pena prendersela con chi chiede la pace? Ma non vi sembra una tattica infame?

Buon venerdì

Nella foto: manifestazione per la pace e contro la guerra in Ucraina, Roma, 5 marzo 2022

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Da chi ha preso i soldi Le Pen?

L’oppositore russo Alexey Navalny ieri su Twitter ha raccontato in una serie di tweet una storia che merita di essere letta:

«Mi rendo conto dell’ironia della situazione», dice  Navalny, «un prigioniero politico russo si rivolge agli elettori francesi. Tecnicamente sono in prigione a causa di una denuncia di una società francese. Ho studiato francese all’università, e quando vengo a Parigi, indosso un foulard con qualsiasi tempo. Quindi questo Paese è vicino a me e ci proverò». Poi si è rivolto agli elettori francesi: «È senza alcuna esitazione che invito il popolo francese a votare per Macron il 24 aprile, ma vorrei rivolgermi a coloro che non escludono il voto per Le Pen. Vorrei parlarvi della corruzione e del conservatorismo. Prima di tutto, io e i miei colleghi indaghiamo sulla corruzione in Russia e ne so più di altri. E, come se non bastasse, ho passato molti anni a costruire una coalizione politica anti-Putin composta non solo da liberali, ma anche da conservatori di destra che lo vedevano come Marine Le Pen come esempio da seguire. Sono stato molto criticato per questo, ma penso che la mia capacità di parlare con persone con diverse opinioni politiche sia il mio vantaggio e non penso che tutti quelli con cui sono in disaccordo debbano essere cancellati dall’arena politica».

Continua Navalny: «Sono rimasto scioccato nell’apprendere che il partito di Le Pen ha ottenuto un prestito di 9 milioni di euro dalla First Czech-Russian Bank. Credetemi, questo non è solo un ‘affare losco’. Questa banca è una nota agenzia di riciclaggio di denaro che è stata creata su istigazione di Putin. Che ne direste se un politico francese ricevesse un prestito da Cosa Nostra Beh, è lo stesso. Non dubito per un momento che i loro negoziati con queste persone e le loro transazioni con loro comportino un accordo politico segreto. Questa è corruzione. Ed è una vendita di influenza politica a Putin».

Poi Navalny parla di Putin: «Ogni volta che la destra europea mostra simpatia per il ‘conservatorismo’ di Putin, mi lascia perplesso. Putin e la sua élite politica sono completamente immorali, disprezzano i valori della famiglia: avere una seconda e anche una terza famiglia, amanti e yacht è la norma per loro. Sono ipocriti. Poco tempo fa imprigionavano la gente che possedeva la Bibbia, e ora benedicono se stessi nelle chiese. Odiano la classe media e trattano i lavoratori con disprezzo. In Russia, quelli che lavorano sono molto poveri. Putin ha attuato una politica migratoria completamente insensata in cui il libero ingresso di migranti dall’Asia centrale coincide con la trasformazione di questi migranti in schiavi senza diritti. Putin ha creato e sta sostenendo e traendo profitto da un vero e proprio stato terroristico in Cecenia dove l’omicidio, il rapimento e l’intimidazione sono diventati la norma. Ecco perché tutti coloro che si definiscono ‘conservatori’ e simpatizzano con Putin sono solo degli ipocriti senza scrupoli. Le elezioni sono sempre difficili. Ma devi andare, almeno per votare contro».

Buon giovedì

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Ma le avete lette bene le parole del presidente dell’Anpi Pagliarulo?

Prima di qualsiasi polemica. Avete letto bene cosa ha detto il presidente dell’Associazione nazionale partigiani dl’Italia Gianfranco Pagliarulo? Prima di qualsiasi giudizio, prima di qualsiasi commento. Ecco qui l’intervento video in cui risponde agli attacchi:

«Di questi tempi – spiega Pagliarulo – non c’è giorno che l’Anpi e la mia persona non siano attaccate da qualcuno. Sostengono che si va divisi al 25 aprile in particolare per quello che ho detto lo scorso 15 aprile, quando ho affermato testualmente “Oggi rilanciamo la nostra proposta di dialogo e di unità. Sappiamo bene che la guerra tra i tanti disastri divide. Noi vogliamo contrastare questa deriva, pur nelle opinioni diverse, perché sono convinto che in ultima analisi l’obiettivo comune è quello della pace”, e ho aggiunto “Da ciò l’urgenza di un rafforzamento dell’unità di tutte le forze di pace del nostro Paese e del dialogo fra tutte le forze antifasciste per abbassare la tensione e ricercare la via del negoziato. La diversità di opinioni su singoli punti non deve impedire questo dialogo e la ricerca dell’unità a cominciare dalle più grandi forze democratiche presenti nel governo”. Ecco la tecnica: far dire al bersaglio della polemica, cioè io, esattamente il contrario di quello che ho detto. Ho parlato di unità, e scopro che le mie parole sono di divisione».

Poi il presidente aggiunge: «Ma questo è stato solo l’antipasto. Si è andati a frugare in qualche post su facebook e in qualche articolo che ho scritto nel 2014 e nel 2015 per dimostrare che sono… un seguace di Putin! In quei post, in sostanza, mi riferivo al cambio di regime avvenuto in Ucraina a cavallo fra il 2013 e il 2014 ed all’avvio della guerra civile fra il Donbass autonomista, e le armate ucraine che lo hanno attaccato militarmente. Fin dai tempi del cambio di regime di Maidan erano avvenute cose sconvolgenti: violenze spesso omicide da parte di formazioni paramilitari e politiche esplicitamente ispirate al nazismo, come Settore destro e Svoboda, la creazione di un vero e proprio battaglione combattente, il battaglione Azov, fondato e diretto da Andrij Biletsky, che affermò che la missione dell’Ucraina è quella di “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro i subumani, i sottouomini, capeggiati dai semiti”. Il simbolo del battaglione Azov è un simbolo simile alla svastica ed è lo stesso logo utilizzato da varie unità SS, sullo sfondo del sole nero, simbolo della mistica nazista; è lo stesso simbolo di un gruppo neofascista italiano e viene spesso usato da Forza nuova. Negli Stati Uniti l’anno scorso la commissione parlamentare per la lotta al terrorismo ha definito Azov “organizzazione terrorista straniera”. L’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha denunciato i crimini di guerra del battaglione Azov nel 2015 e nel 2016».

Dopodiché, Pagliarulo chiarisce: «Io non sono antifascista a giorni alterni. Davanti all’offensiva paranazista di quegli anni pensavo e continuo a pensare che fosse giusto contestare la spirale di violenza innescata da un oscuro cambio di regime e sostenuta da forze esplicitamente neonaziste. Essere antifascista non vuol dire affatto sostenere Putin. Tantomeno oggi dopo un’invasione criminale che sta mettendo a repentaglio la pace nel pianeta. Si dirà: ma il precedente governo ucraino prima di Maidan, quello di Viktor Yanukovych, era corrotto. Credo che sia verissimo. Ma anche il successivo governo di Petro Poroshenko, quello del rinnovamento dopo Maidan, era corrotto. Quando nelle elezioni ucraine dell’aprile 2019 Zelenskiy vinse contro Poroshenko, mi sembrò francamente un fatto positivo. Pensai che forse si sarebbero finalmente realizzati gli accordi di Minsk in merito al Donbass e che ritornasse la pace. Non è avvenuto».

Il presidente Anpi invita poi ad andare a rileggersi alcuni suoi vecchi articoli, su cui in questi giorni la stampa non si è soffermata: «Sembra che chiunque stia fuori dal coro dei vari Mentana diventa in automatico un pericoloso putiniano, agente del nemico, quinta colonna. Suggerisco la lettura di un mio articolo sullo scandalo Metropol, una oscura storia di rapporti fra l’uomo di Salvini, tale Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia Russia. Nell’incontro fra tre russi e tre italiani, fra cui Savoini, si sarebbe parlato di un finanziamento illegale alla Lega tramite una tangente di 65 milioni di euro in ragione di una triangolazione commerciale di una gigantesca quantità di gasolio. Cito questo episodio fra i tanti, perché si scoprirà che il putiniano Pagliarulo denunciava e approfondiva la vicenda il 26 luglio 2019 sul periodico nazionale dell’Anpi. Di eventi in cui Salvini si è dichiarato putiniano ce ne sono tanti. Ma cito questa storia perché mi pongo e pongo a tutti voi una domanda. Perché le autorevoli testate di orientamento liberaldemocratico non indagano a fondo sui rapporti della destra sovranista col nazionalista imperiale Putin e invece insistono a dipingere l’Anpi per ciò che non è e a descrivere Pagliarulo per ciò che non pensa e non dice?».

Infine, chiosa il capo dell’Anpi: «Stiano tranquilli tutti coloro che si stanno accanendo contro l’Anpi e contro me stesso: continueremo a condannare senza se e senza ma un’invasione sanguinosa di cui Putin ha tutte le responsabilità; continueremo a sostenere l’urgenza dell’immediato cessate il fuoco e del ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Continueremo a sostenere che l’unica via per far cessare questa catastrofe è una trattativa seria e una continua de-escalation. Continueremo a sostenere che l’invio di armi che si sta incrementando è benzina sul fuoco di una guerra che può deflagrare su scala europea e mondiale e di cui le prime vittime sono gli ucraini. Continueremo a sostenere che nel dibattito pubblico in Italia bisogna unirsi, dialogare, confrontarsi e non insultarsi, senza demonizzare nessuno. Continueremo a sostenere che il primo urgentissimo obiettivo è la pace e con questa parola d’ordine manifesteremo unitariamente il 25 aprile. Continueremo a sostenere che nel nostro tempo in una guerra non ci sono vinti né vincitori ma solo superstiti. Sappiamo di essere tanti. Condividiamo gli appelli del papa. Eravamo, siamo e saremo sempre antifascisti».

Se leggete bene le sue dichiarazioni vi stupirete, ne sono certo, di non trovarci dentro nulla del fango che si trova in giro. Chiaro, no?

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L’accoglienza per gli ucraini: sfruttati in una fabbrica di sigarette contraffatte

La guerra fa schifo ma anche dalle nostre parti qualcuno ce la mette tutta per riuscire a scivolare ancora più in basso.

Giovedì la Guardia di finanza del Comando provinciale di Roma ha effettuato un’irruzione in un presunto impianto di sigarette contraffatte nella zona industriale di Pomezia, cittadina a sud della capitale Roma.

All’interno hanno trovato dieci lavoratori provenienti da Russia, Moldova e Ucraina. Durante la produzione delle sigarette, i lavoratori erano stati «sottoposti a turni di lavoro massacranti e costretti a lavorare in un ambiente malsano, con le finestre murate e senza prese d’aria per i fumi di lavorazione», secondo la Guardia di finanza. Secondo quanto riferito, le istituzioni locali hanno messo a disposizione dei lavoratori alcune strutture di prima accoglienza, tra cui diversi rifugiati dall’Ucraina.

Il capo della società che gestisce la fabbrica è stato arrestato e condotto nel carcere di Velletri con l’accusa di contraffazione, contrabbando, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

All’interno del capannone che ospitava la fabbrica, la polizia avrebbe scoperto oltre 82 tonnellate di tabacco e pacchetti di sigarette contraffatti con etichette di marchi famosi.

Il sequestro è il più grande del genere degli ultimi anni in Italia.

La vendita di questi prodotti – che saranno distrutti – avrebbe portato a un’evasione fiscale per un totale di oltre 19 milioni di euro, affermano gli inquirenti.

L’Unhcr ha avvertito che i rifugiati dall’Ucraina sono a rischio di tratta e sfruttamento e che donne e bambini, che rappresentano il 90% delle persone in fuga dall’invasione russa, sono particolarmente a rischio.

«È impossibile valutare quante donne e bambini rifugiati ucraini potrebbero essere stati preda dei trafficanti. Finora i casi noti sono fortunatamente pochi», ha affermato Gillian Triggs, capo della protezione dei rifugiati delle Nazioni Unite.

Buon martedì.

 

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Spesa militare italiana, Enrico Letta bara sui numeri Nato per spingere la corsa al riarmo

Il 14 aprile Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, ospite della trasmissione Forrest su Rai Radio 1, ha dichiarato che l’Italia è il “ventiduesimo Paese” della Nato per spesa militare, aggiungendo: “Se non mi sbaglio, magari poi verrò corretto”. Si parlava ovviamente dell’aumento delle spese militari (votato da quasi tutto l’arco parlamentare) e della guerra in Ucraina. Essere il “ventiduesimo Paese” della Nato per spesa militare ovviamente è un ottimo modo per dire che siamo stati bravi fin qui, che non c’è nulla di esagerato e che dobbiamo perfino essere contenti di esserci potuti permettere di spendere meno degli altri.

Spesa militare italiana, cifre a caso

I numeri però vanno usati, vanno letti e non vanno osati. Letta saprà sicuramente che l’anno scorso la spesa militare italiana ha raggiunto un valore pari all’1,54% del Pil (e in questo siamo la diciottesima nazione nella classifica Nato, insieme alla Macedonia del Nord) ma in valori assoluti l’Italia ha speso qualcosa come 28,5 miliardi di dollari. 28,5 miliardi di dollari ci vedono al quinto posto nella Nato dietro agli Usa (con 725,7 miliardi di dollari), Regno Unito (69,3 miliardi di dollari), Germania e Francia.

Non male per un Paese che Letta vorrebbe dipingere come quasi disarmato. E forse Letta dovrebbe sapere che il suo ministro della Difesa Lorenzo Guerini già nell’ottobre dell’anno scorso, quando ancora non imperversava questo furore bellico in cui si sono arruolati quasi tutti, aveva chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. E in quel periodo non c’era nessun flusso sentimentale da dover accarezzare.

Il fatto è che Letta, non essendone capace, vorrebbe normalizzare un dibattito che all’interno del suo partito è vivissimo poiché, per fortuna, esiste ancora una vasta parte tra gli elettori e gli eletti del Pd che non riesce proprio a esultare per l’acquisto bulimico di armi e per questo segretario che ha indossato l’elmetto come un capo popolo di destra qualsiasi.

Corsa al riarmo, c’è chi dice no

Da Bruxelles arrivano da settimane i distinguo dell’eurodeputato Pierfrancesco Majorino che ritiene “sbagliato aumentare le spese militari” e che considera “il 2% di Pil un regalo all’industria della armi”: “le sfide che abbiamo davanti sono di tale rilievo – dal sostegno all’economia e agli investimenti per il welfare – che non capisco come possiamo pensare di spostare 13 miliardi sulle spese per la difesa”, ha detto qualche giorno fa Majorino in un’intervista chiarendo che “l’aumento al 2% del Pil viene messo in correlazione con la guerra in Ucraina, ma non c’entra niente. 

Majorino, si badi bene, non è una voce isolata e ininfluente: della sua stessa idea sono un’importante fetta tra gli iscritti. Proprio per questo la Presidente del Pd, Valentina Cuppi, che è anche sindaca di Marzabotto, ha tuonato contro Letta in un’intervista a Repubblica: “Non possiamo di certo avere toni trionfalistici nel dire che siamo tutti d’accordo per il sostegno in termini di armamenti”, ha detto Cuppi chiedendo a Letta un confronto aperto.

“Io sono la presidente dell’assemblea nazionale del Pd, non abbiamo ancora avuto una riunione dell’assemblea sul tema della guerra. Siamo un partito plurale, di fronte a una situazione complessa bisogna ascoltare le persone che si stanno interrogando su come fermare il conflitto”, spiega Cuppi.

Per Letta insomma non funzionerà ancora a lungo nascondersi dietro numeri (sbagliati) usati per redimere una questione politica che nel suo partito si ingrossa.

(il mio pezzo per La Notizia)

Per conoscere Putin in Ucraina basta ricordarselo in Cecenia

Se fossimo capaci di tenere allenata la memoria oggi non saremmo sopraffatti dallo stupore di ciò che accade in Ucraina. La Russia che ama la violenza e che la sfoga anche con la guerra non è un’inattesa svolta della storia che inizia 50 giorni fa, con un comodo “prima” e un “dopo” che torna utile a chi vorrebbe risultare assolto. Se volete sapere come sarà l’Ucraina del futuro vi basta sfogliare la Cecenia del passato: i bombardamenti, i saccheggi, gli stupri, le torture, le esecuzioni e soprattutto lo spaventoso entusiasmo con cui l’esercito russo compie i suoi delitti mentre la propaganda interna li celebra condendoli di eroismo sono ancora lì, tra le cicatrici di una Cecenia che non ha dimenticato, che non può dimenticare.

Le due guerre che la Russia ha combattuto contro la Cecenia (mentre il mondo intorno, chissà perché, era così distratto rispetto all’attenzione furiosa sull’Ucraina) tra il 1994. Il 1996 e poi tra il 1999 e il 2009 hanno devastato il Paese causando qualcosa come 300.000 morti oltre ai circa 5.000 scomparsi. Ci sarebbero tutti i numeri per una condanna per crimini di guerra già comminata a Putin qualche decennio fa se gli Stati che oggi orripilano non avessero preferito continuare i propri affari tralasciando la barbarie. 

Le due guerre in Cecenia di Putin hanno lo stesso copione della guerra in Ucraina: i bombardamenti, i saccheggi, gli stupri, le torture, le esecuzioni

La Cecenia è il libretto delle istruzioni di come Putin immagina l’Ucraina: disarticolata, terrorizzata, distrutta e incapace di non sottomettersi al regime russo. Sarebbe bastato leggere con attenzione Anna Politkovskaja (celebrandola meno e studiandola di più) per rendersi conto che Ramzan Kadyrov, capo della Repubblica Cecena, incarna perfettamente il tipo che il leader del Cremlino vorrebbe mettere al posto di Zelensky: prono a Putin esegue i suoi ordini accettando di mettere in pericolo il proprio popolo, spedisce i suoi ragazzi in Ucraina a combattere e come Putin elimina i suoi oppositori politici per mantenere saldo il regime.

Se avessimo buona memoria potremmo intravedere dietro la distruzione del reparto maternità dell’ospedale a Mariupol la stessa mano dell’attentato russo contro l’ospedale di maternità di Grozny quando l’esercito di Putin, era il 21 ottobre 1999, bombardò il reparto maternità con un missile provocando 27 morti, quasi tutti donne e neonati, che si aggiunsero alle vittime di un mercato affollato lì vicino in cui morirono 120 persone. Erano civili rimasti cadaveri allineati per terra, proprio come le immagini che ci arrivano dall’Ucraina.

La strategia militare russa in Ucraina non è una novità

Le stragi di Bucha e Irpin hanno lo stesso sapore mortifero di Samashki, dove tra il 7 e l’8 aprile del 1995 le truppe russe avevano eseguito una zachistka, quella che Putin chiamò “un’operazione di pulizia”, uccidendo oltre 100 persone, quasi tutti civili. I militari spararono deliberatamente e arbitrariamente contro i civili e le loro abitazioni, bruciando case con dei lanciafiamme. È scritto nero su bianco in un rapporto della Commozione delle Nazioni Unite per i diritti umani del marzo 1996: “la maggior parte dei testimoni – si legge in quel rapporto – ha riferito che molte truppe erano ubriache o sotto l’effetto di droghe. Hanno arbitrariamente aperto il fuoco o lanciato granate negli scantinati dove si erano nascosti i residenti, per lo più donne, anziani e bambini”. La lista sarebbe lunga: Novye Aldi, Katyr Yurt, Komsomolskoye. La strategia militare russa in Ucraina non è una novità. Come abbiamo permesso che tutto questo accadesse ancora è la domanda a cui prima o poi dovremo rispondere.

(il mio pezzo per La Notizia)