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Non hanno imparato niente con Putin. Meloni e Salvini festeggiano Orbán in attesa di pentirsene. Rieletto in Ungheria Lega e FdI corrono a congratularsi

Il primo a congratularsi, manca a dirlo, è Matteo Salvini che sembra avere imparato poco dalle recenti figure barbine in mondovisione con le sue magliette che inneggiavano a Putin: “Bravo Viktor! – scrive il leader della Lega sui social riferendosi alla vittoria di Orbán in Ungheria -. Da solo contro tutti, attaccato dai sinistri fanatici del pensiero unico, minacciato da chi vorrebbe cancellare le radici giudaico-cristiane dell’Europa, denigrato da chi vorrebbe sradicare i valori legati a famiglia, sicurezza, merito, sviluppo, solidarietà, sovranità e libertà, hai vinto anche stavolta grazie a quello che manca agli altri: l’amore e il consenso della gente. Forza Viktor, onore al libero Popolo ungherese”. In allegato la sua foto sorridente con Orbán rieletto presidente dell’Ungheria.

Il primo a congratularsi con Viktor Orbán, manca a dirlo, è Matteo Salvini

A seguire anche Giorgia Meloni, di FdI, esprime tutta la sua soddisfazione. Non conta che Orbán sia la quinta colonna del putinismo in Italia, non conta nemmeno che il presidente dell’Ungheria abbia trascorso gli ultimi giorni accusando il presidente ucraino Volodimir Zelensky di voler interferire con la sua campagna elettorale. Dalle parti di Salvini e di Meloni sembrano non avere letto ieri Vladimir Putin che si è congratulato con il leader ungherese per la sua vittoria alle urne ed ha espresso il desiderio di rafforzare i legami tra Mosca e Budapest.

Mentre Salvini e Meloni non riescono a pronunciare il nome di Putin nonostante la guerra sia il tema principale dell’agenda politica da più di 40 giorni evidentemente non possono trattenersi dall’affetto verso gli amici del loro ex amico, attratti da quel sovranismo che proprio nella guerra in Ucraina sta dimostrando tutte le sue storture che ne decretano sul fallimento politico. Con Mosca, Orbán ha forti legami economici, ma in aggiunta, il regime di Putin è un modello per il quale il leader ultraconservatore ha costruito in Ungheria.

Orbán nel 2014 ha scelto di “rompere con i dogmi e le ideologie adottate dall’Occidente” e seguire il modello di “sistemi non liberali, non democrazie liberali e forse nemmeno democrazie”, tra cui ha menzionato Cina, India, Turchia e, naturalmente, Russia. Orban, che ha incontrato Putin 11 volte negli ultimi 12 anni al potere, secondo il Think Tank Political Capital, è stato ispirato da alcuni elementi del regime russo basati sull’estrema difesa della nazione, della famiglia e del cristianesimo. Secondo Camino Mortera, capo dell’ufficio di Bruxelles del Centro per la riforma europea.

“Entrambi (Orbán e Putin) usano lo stesso gioco: disinformazione, corruzione, i sistemi oligarchi che sono all’interno del governo e il tocco di identità nazionale conservatore”. È lo stesso Orbán condannato da organizzazioni come Freedom House e che condanna le Ong come “mercenari di Soros” (dimenticandosi di avere, anche lui, preso finanziamenti da Soros), colui che ora minaccia Bruxelles forte della sua conferma. C’è da scommetterci: la foto con Orbán sarà la prossima di cui vergognarsi per Salvini e Meloni che riescono sempre ad essere dalla parte sbagliata della storia.

(scritto per La Notizia)

Putin chiama la guerra in Ucraina “operazione militare” come noi chiamiamo i morti in mare “controllo delle frontiere”

Il mondo è giustamente sconvolto dalle immagini che arrivano da Bucha. Ci sono uomini, donne (e, per ora, un bambino di 14 anni) uccisi ai bordi delle strade, mentre tentavano di scappare oppure dopo essere stati legati e freddati con un colpo alla nuca. Tutto il mondo giustamente condanna Putin che ogni giorno di più trasforma questa guerra in un abisso. Ci sarebbero anche delle fosse comuni.

Qualcuno dice che la guerra fatta così è una barbarie, come se esistessero guerre “buone” o guerra “giuste”, dimenticando che nel ‘900 ile vittime civili passano dal 10% della Prima Guerra mondiale, al 60% della Seconda Guerra mondiale al 90% delle guerre recenti. Putin intanto continua a chiamare tutto questo “operazione militare speciale”.

I morti in mare

L’altro ieri l’equipaggio della nave panamense Alegria 1 ha soccorso 4 persone in mezzo al Mediterraneo che fuggivano dall’inferno libico. Erano in 100: 96 sono morti in mezzo al mare dopo essere stati alla deriva per 4 giorni. I sopravvissuti sono stati rispediti nella Libia delle torture già confermate dall’ONU e da tutte le organizzazioni internazionali, rimessi in mano alla cosiddetta Guardia costiera libica e ai miliziani svelati da decine di inchieste internazionali.

Anche in questo caso, in Libia come in Russia, si sa benissimo chi ha ordinato questa guerra. Poiché tra i fiancheggiatori degli assassini libici c’è l’Europa tutta (con l’Italia in testa) che profumatamente paga i carcerieri e che addirittura li addestra, lo sdegno è piuttosto smussato. Del resto queste sono vittime innocenti e “collaterali” di quella stessa Ue piuttosto strabica quando si tratta dei propri errori e dei propri orrori.

Curiosamente anche i morti in Libia e nel Mediterraneo vengono classificati con uno slogan apparentemente pulito: “controllo delle frontiere”.

Avere orrore delle guerre è un atto profondamente umano e un dovere etico. Notate sempre con attenzione che guerre sia declinato al plurale, si riferisca a tutte le guerre. Altrimenti spesso è una truffa.

(scritto per Le Notizia)

La scuola dei migliori (tagliata, ancora)

Il Documento di economia e finanza è stato pubblicato. Mario Draghi, quello che ci esortava a investire nel “capitale umano” ha tradito le promesse con un bel taglio sull’istruzione: dal 4% del 2020 al (se andrà bene) il 3,5%. Se volete avere un’idea di come agiscano gli altri nell’Ue su scuola e università vi basti pensare che nel 2019 la media era il 4,7% del Prodotto interno lordo dell’Unione, alcuni arrivano oltre il 6% del Pil  come Svezia, Danimarca, Belgio.

«La spesa per la scuola nell’arco temporale del Def 2022-2025, si vede ridotta di mezzo punto di Pil. Come si farà ad attivare le transizioni ecologiche, tecnologiche e digitali con risorse che cambiano importi e destinazione? La musica è sempre la stessa, scritta sullo spartito del neoliberismo che pensavamo, a torto, avesse mostrato tutti i suoi limiti dopo la pandemia e la guerra», è stato il commento a caldo del segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi.

Tra l’altro anche nei prossimi decenni non c’è nessuna previsione di crescita perché il Governo dei migliori ci fa sapere che il crollo demografico farà il suo. Ecco quindi come lo racconteranno: ci saranno meno bambini quindi in fondo noi stiamo investendo di più.

Tutto questo dopo 2 anni di pandemia in cui ci hanno ripetuto che non si sarebbero ripetuti gli errori del passato tagliando i soldi alla scuole e all’università. Tutto questo mentre ci ripetono che l’Italia può allegramente aumentare le spese militari perché tutto il resto non ne risentirà. Quindi è tutto normale, va tutto bene. Stiamo a posto così.

Buon lunedì.

 

 

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Ucraina, così il Partito Unico Bellicista fomenta la voglia di guerra

Ogni mattina i funzionari e gli scherani del Partito Unico Bellicista si svegliano con la consapevolezza che anche oggi dovranno infantilizzare i loro (e)lettori per manutenere la necessità della guerra. Non è una missione difficile, basta accusare di scarso patriottismo (se non addirittura di collusione con il nemico chiunque provi a dire che l’unica soluzione per ogni guerra è quella di trovare un modo che la faccia cessare il prima possibile. I funzionari del PUB rovistano negli editoriali e nei commenti, come topi nei cassonetti, per additare chi non tifi per una carneficina finale che annienti l’esercito avversario. Tenere viva la guerra, del resto, consente ai signori delle armi di ingollarsi di soldi che a ricaduta accarezzano i partiti e gli editori. Tenere viva la guerra permette a qualche mediocre commentatore di ritagliarsi un posto nella schiera delle penne patriottiche per meritarsi i cinque minuti di celebrità di cittadinanza (come in tutte le guerre) e indossare il profilo dell’autorevole patriota belligerante.

Un palazzo distrutto a Borodianka, nel nord est di Kiev (Getty Images)

I nuovi eroi e le liste dei nuovi nemici

Sarà anche per questo che l’invasione dell’Ucraina (come già accaduto per la pandemia) ha arruolato nuovi eroi che si rivendono come vergini. Addirittura sul quotidiano degli Agnelli possiamo assistere all’iconizzazione dei giornalisti ora tutti nemici di Putin nonostante il giornale per ben 6 anni ospitasse l’inserto Russia Oggi curato (e pagato) dal Cremlino. Tra i miracoli del PUB c’è la miracolosa facoltà di verginizzare tutti gli amici mentre i nemici (basta anche solo che siano percepiti come potenzialmente nemici) vengono inseriti nelle liste degli arrivi. Se non ci fosse un’orribile guerra con le orribili morti che ogni guerra porta in dote, una lista di “buoni” e di “cattivi” pubblicata su un quotidiano provocherebbe strilli di putinismo ma la “normalizzazione” del PUB rende digeribili anche le sconcezze peggiori.

Nel furore bellicista si attaccano Avvenire e Limes

Così serve un comico come Crozza per fare notare che la presidente della Commissione europea in Ucraina, durante la sua visita di solidarietà, si è detta che “Kiev vincerà la guerra” presupponendo quindi che il conflitto debba continuare. Nel furore bellicista (ingrediente fondamentale per la sopravvivenza del PUB) finiscono coinvolti perfino giornalisti come Nello Scavo di Avvenire (a cui però non si dedica attenzione mentre documenta i crimini, finanziati dall’Italia, in terra libica), Nico Piro (che piace al PUB solo quando invoca la pace di qualche guerra che non sfiora le loro tasche) e per ultimo la rivista Limes accusata di essere talmente presuntuosa da voler raccontare il mondo prima dell’inizio di questa invasione. Poiché in guerra la memoria rischia di smutandare i falsi buoni del momento, allora anche sull’Ucraina, come già accaduto per la pandemia, si invoca “l’unità nazionale” (altresì detto “stato di emergenza”) che altro non è che un condono a costo zero.

Profughi in partenza da Kramatorsk (Getty Images)

Gli esperti della pandemia riciclati come esperti di guerra

Così passa inosservato un governo in cui l’aumento delle spese militari viene raccontato come un’inevitabile atto che “non intaccherà le tasche degli italiani”. Aumentare le spese riuscendo ad avere la faccia tosta di dichiarare che le spese non aumenteranno (e che quei soldi non avrebbero potuto essere usati per altro) è una sciocchezza che senza l’aiuto delle truppe del PUB verrebbe derisa da tutti. E invece funziona. “Allora diteci come la risolvereste?”, chiedono astiosi quelli che sono pagati per proporre soluzioni e invece in questi giorni le pretendono dai giornalisti: avere una classe dirigente che lavori per la soluzione della guerra e non per il suo rinverdirsi quotidiano sarebbe un buon primo passo, ad esempio. Ma se finisce il conflitto i funzionari e gli scherani del PUB sono costretti a rinunciare a questo sensualissimo struscio nel centro del dibattito. E notate come sono inconsolabili certi esperti di pandemia che, sarà un caso, si sono riciclati in fretta come esperti di guerra.

Una donna passeggia tra le macerie di Kharkiv (Getty Images)

I civili ucraini saranno lasciati presto a loro stessi

Chissà che ne dicono i civili ucraini devastati dalle bombe di questo mondo che gli promette di attrezzarsi in fretta per fornirgli nuove bombe migliori. Chissà che ne diranno i civili ucraini quando il furore del PUB si appiattirà un secondo dopo avere perfezionato gli ordini per i prossimi anni, con la sparizione tipica dei rappresentanti consapevoli che non si può spremere altro da quel cliente. Chissà che ne diranno i civili ucraini quando la loro disperazione in fuga si scontrerà con l’inevitabile “prima gli italiani” che già cova. Chissà come si convertiranno certi funzionari del PUB quando scopriranno che dell’Ucraina interessava solo la partita Iva per completare il modulo d’ordine.

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Quando Guerini voleva dimezzare le spese militari

Che la coerenza non sia una qualità di molta classe dirigente (non solo politica) in Italia lo sappiamo da tempo. Ma che il ministro della guerra Lorenzo Guerini provi a convincerci dell’ineluttabilità e addirittura della moralità che c’è nell’aumentare le spese militari è qualcosa che grida (pacifica) vendetta.

Era il 2014 quando Guerini (all’epoca vicesegretario del Pd) insieme all’allora sottosegretario Graziano Delrio con il gruppo Pd in commissione Difesa lavorava per equilibrare le «spese per la “funzione difesa” sulla base del paradigma 50-25-25, cioè 50 per cento per il personale, 25 per cento per l’esercizio e 25 per cento per gli armamenti». Se così fosse, si produrrebbero «risparmi nella spesa militare per armamenti non inferiori ad un miliardo di euro annui per il prossimo decennio». Avevano scritto proprio così.

Al tempo Guerini incassò anche gli applausi dell’allora Udc Pier Ferdinando Casini che disse testualmente: «Gli impegni militari servono ma io credo che faccia bene il governo, pur confermando gli impegni internazionali, ad alleggerire il programma previsto sugli F-35 perché siamo in una fase di difficoltà economiche e abbiamo necessità di dare ossigeno all’economia».

Era il periodo in cui il Pd veniva raccontato così su Huffington Post: «Rendere “sostenibile gli investimenti nel settore dei sistemi d’arma con le esigenze di finanza pubblica”. Nel mirino c’è il programma di acquisto dei cacciabombardieri americani F-35: da sospendere e ridurre. Ma c’è anche il programma “Forza Nec”, costo oltre 20 miliardi di euro: da sospendere. E poi ci sono anche le due portaerei in Marina militare: troppe, una delle due, via (probabilmente la Garibaldi). Creare “un organismo di controllo sulla qualità degli investimenti” perché al momento in Italia le spese le decidono i “singoli stati maggiori” senza coordinamento e spesso “in concorrenza” tra loro. Razionalizzare gli investimenti per i prossimi anni, che al momento risultano “superiori al 25 per cento del budget per la funzione Difesa”, mentre se questa quota fosse rispettata si produrrebbero “risparmi per un miliardo di euro all’anno per il prossimo decennio”».

Come si cambia, eh?

Buon venerdì.

Per approfondire: Left del 17 dicembre 2021

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SOMMARIO

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Caro Draghi, la realtà è molto più complessa del tuo populismo sulla pace e i condizionatori

E così ancora una volta il capo del “governo dei migliori” cade nella tentazione di spargere un po’ di populismo in conferenza stampa, proprio lui che il populismo avrebbe dovuto sconfiggerlo a colpi di serietà e di politica alta. Questa volta riesce ad essere superficiale e paternalistico allo stesso tempo, come uno di quei genitori che in piazza sgrida i propri figli per mostrare a tutti quant’è bravo a fare il genitori e ci inchioda con una domanda demenziale che non troverebbe sponda nemmeno al bancone di un bar: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, chiede serafico Draghi, con l’espressione satolla di chi crede di avere indovinato una frase degna di un titolo.

Solo che Draghi, com’è nella sua natura, dimentica ancora una volta che la questione energetica è qualcosa che interessa anche l’industria italiana (nel consumo di gas siamo più o meno a pari misura con i consumi domestici) e gli eventuali contraccolpi agli apparati produttivi significano inevitabilmente ricadute negative sui lavoratori (che poi sarebbero anche cittadini, volendo).

La realtà è molto più complessa di come Draghi la rivende in conferenza stampa ma soprattutto compito del governo è trovare una soluzione all’allarme lanciato dal Financial Times che vede l’Italia come Paese più penalizzato in termini di crescita economica dallo stop alle fonti energetiche russe.

Sicuramente Draghi saprà che l’estate è quel periodo dell’anno in cui si rimpinguano le riserve per affrontare la stagione fredda e allo stato attuale l’Europa ha 15 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivo che arriveranno dagli USA (ma parliamo di circa il 10% del gas fornito dalla Russia) e circa 2 miliardi di metri cubi in arrivo all’Italia dall’Algeria (con altri 3/4 in arrivo).

Draghi tra l’altro, con la sua solita disconnessione dal mondo reale, dimostra di non sapere che le difficoltà delle famiglie italiane sono ben più gravi dell’accendere o meno il condizionatore in casa (per chi se lo può permettere): due anni di pandemia e una sbagliata riforma dell’IRPEF stanno pesando sulle tasche delle famiglie molto di più della rinuncia di qualche conforto aggiuntivo. Assistiamo ancora una volta allo schema che già abbiamo vissuto in tempi di pandemia: perfino una guerra è scaricata come “responsabilità” degli italiani (che tra l’altro nei sondaggi hanno idee molto diverse da quelle del governo).

Draghi sa benissimo che qualsiasi persona senziente è ben disposta a fare rinunce per la sopravvivenza del popolo ucraino (e tutti gli altri popoli di cui Draghi non si è mai accorto, come gli yemeniti bombardati dai nostri “amici” arabi, come gli africani violentati dai libici che prontamente paghiamo o come i palestinesi strozzati da decenni dal nostro amico Israele) ma la sua domanda, posta in questi termini, è solo l’ennesima cretina provocazione. Il compito di Draghi e proporre risposte argute, non domande.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Caro Draghi, la realtà è molto più complessa del tuo populismo sulla pace e i condizionatori

E così ancora una volta il capo del “governo dei migliori” cade nella tentazione di spargere un po’ di populismo in conferenza stampa, proprio lui che il populismo avrebbe dovuto sconfiggerlo a colpi di serietà e di politica alta. Questa volta riesce ad essere superficiale e paternalistico allo stesso tempo, come uno di quei genitori che in piazza sgrida i propri figli per mostrare a tutti quant’è bravo a fare il genitori e ci inchioda con una domanda demenziale che non troverebbe sponda nemmeno al bancone di un bar: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, chiede serafico Draghi, con l’espressione satolla di chi crede di avere indovinato una frase degna di un titolo.

Solo che Draghi, com’è nella sua natura, dimentica ancora una volta che la questione energetica è qualcosa che interessa anche l’industria italiana (nel consumo di gas siamo più o meno a pari misura con i consumi domestici) e gli eventuali contraccolpi agli apparati produttivi significano inevitabilmente ricadute negative sui lavoratori (che poi sarebbero anche cittadini, volendo).

La realtà è molto più complessa di come Draghi la rivende in conferenza stampa ma soprattutto compito del governo è trovare una soluzione all’allarme lanciato dal Financial Times che vede l’Italia come Paese più penalizzato in termini di crescita economica dallo stop alle fonti energetiche russe.

Sicuramente Draghi saprà che l’estate è quel periodo dell’anno in cui si rimpinguano le riserve per affrontare la stagione fredda e allo stato attuale l’Europa ha 15 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivo che arriveranno dagli USA (ma parliamo di circa il 10% del gas fornito dalla Russia) e circa 2 miliardi di metri cubi in arrivo all’Italia dall’Algeria (con altri 3/4 in arrivo).

Draghi tra l’altro, con la sua solita disconnessione dal mondo reale, dimostra di non sapere che le difficoltà delle famiglie italiane sono ben più gravi dell’accendere o meno il condizionatore in casa (per chi se lo può permettere): due anni di pandemia e una sbagliata riforma dell’IRPEF stanno pesando sulle tasche delle famiglie molto di più della rinuncia di qualche conforto aggiuntivo. Assistiamo ancora una volta allo schema che già abbiamo vissuto in tempi di pandemia: perfino una guerra è scaricata come “responsabilità” degli italiani (che tra l’altro nei sondaggi hanno idee molto diverse da quelle del governo).

Draghi sa benissimo che qualsiasi persona senziente è ben disposta a fare rinunce per la sopravvivenza del popolo ucraino (e tutti gli altri popoli di cui Draghi non si è mai accorto, come gli yemeniti bombardati dai nostri “amici” arabi, come gli africani violentati dai libici che prontamente paghiamo o come i palestinesi strozzati da decenni dal nostro amico Israele) ma la sua domanda, posta in questi termini, è solo l’ennesima cretina provocazione. Il compito di Draghi e proporre risposte argute, non domande.

L’articolo proviene da TPI.it qui

L’ostacolo al cambiamento climatico? La politica. (E lo dice il Financial Times)

Il rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è composto da 3mila pagine fitte di analisi su quali azioni intraprendere per scongiurare i pericolosi livelli di inquinamento già discussi a Parigi nel 2015.

In questi giorni sui media italiani è stato raccontato come un concentrato di speranza per limitare il riscaldamento globale a 1,5°. Come al solito si è scritto e discusso di stili di vita più ecologici a cui tutti noi dobbiamo aderire quanto prima ma secondo gli esperti dell’Ipcc sono necessari cambiamenti strutturali più radicali: ad esempio il consumo di gas, petrolio e soprattutto carbone deve diminuire drasticamente, anche se di petrolio e di carbone qui da noi si è tornato a parlare in questi giorni sfruttando la guerra in Ucraina.

Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%. I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente.

Ma in quel rapporto c’è scritto anche molto chiaramente che il problema più grande rimane sempre lo stesso: la politica. Addirittura il Financial Times (non propriamente un quotidiano comunista) lo scrive chiaramente: «Il problema più grande è la politica, come ha mostrato lo stesso Ipcc. Il suo rapporto è stato ostacolato da dispute tra i 195 Paesi che lo hanno approvato, alcuni dei quali dipendono fortemente dai combustibili fossili o non hanno le risorse per costruire un’economia più verde. Dopo più di un secolo di energia e uso del suolo insostenibili, il mondo ha iniziato a girare. È ora necessario trovare nuovi modi per spostarsi ancora più velocemente».

La guerra in Ucraina tra l’altro sembra favorire i conservatorismi che frenano lo sviluppo delle rinnovabili. Si inventeranno che non è il tempo, che siamo in emergenza, che è un problema di costi ma nasconderanno sempre la realtà: manca la volontà politica. Se n’è accorto perfino il Financial Times.

Buon giovedì.

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Cosa diranno per spendere in armi

Repubblica titolava: “Perché l’aumento delle spese militari è un volano per l’economia”. La guerra per comprare armi è iniziata e trova i suoi scherani tra politici, giornalisti e presunti intellettuali. Ormai l’eccitazione è altissima.

Come scrive su Altraeconomia Lorenzo Guadagnucci «la logica di schieramento ha preso il sopravvento sul bisogno di riflessione. Le voci dissonanti, chi ha paventato un’estensione del conflitto, chi si è impegnato a ricostruire il ruolo della Nato dopo la fine dell’Urss con la sua discutibile espansione verso Est, chi ha fatto notare la discrepanza fra gli interessi della Nato a guida Usa e l’Unione europea, chi ha chiesto alla Ue di assumere un ruolo di mediazione anziché di parte in causa nel conflitto, chi ha parlato di resistenza civile da preferire a quella armata, è stato escluso dal dibattito, o relegato ai suoi margini. O, peggio ancora, è stato indicato come “amico di Putin”. La stessa manifestazione contro la guerra del 5 marzo è stata mal sopportata e quindi mal raccontata e poi espressamente attaccata (si è affermato nei media e in politica un esplicito antipacifismo). Un comodo “giornalismo di guerra” sembra avere preso il posto di un più difficile, ma necessario, “giornalismo nella guerra”. Comunque vada a finire, sarà difficile recuperare la credibilità perduta».

Ora partiranno i soloni a insegnarci che dobbiamo comprare armi per il nostro bene e Francesco Vignarca (di Rete italiana pace e disarmo) ha già suggerito cosa diranno: «Nonostante rapporti di forza in Parlamento non sarà così facile – scrive Vignarca – per governo (e fautori vari) concretizzare il “desiderato” aumento di spesa militare senza contrasto da opinione pubblica. Per cui, conoscendo i miei polli, ecco le “giustificazioni” pronte ad essere rilanciate: 1. “La spesa sociale e la spesa militare non sono in alternativa!” Forse a livello concettuale no (e ci sono vincoli che non permettono di trasferirla tutta…) ma ovviamente con risorse finite date se metti i soldi in una cosa non li hai più (o ne hai di meno) per l’altra… 2. “La spesa militare non è un costo ma un investimento!” Tutto da dimostrare, e comunque non vuol dire che si sa parlando di numeri astratti: sono soldi. In realtà è un gioco di parole (non si definisce nemmeno ambito semantico) per cambiare la “percezione”… 3. “La spesa militare conviene, ha ritorni economici!” Un “evergreen”, ampiamente smontato da numerosi studi… Certo qualsiasi spesa pubblica ha minimo ritorno economico e occupazionale (anche solo fordista) ma il problema è la minore efficacia e convenienza vs altri comparti. 4. “Aumento di spesa militare non è riarmo!” Certo c’è anche parte in uomini ed esercizio (pure missioni militari…) ma in media 25% va in nuovi sistemi d’arma (addirittura 30% per Italia recente). Quindi più spesa militare significa di certo più contratti per l’industria delle armi. 

Osservate bene i giornali e le dichiarazioni dei prossimi giorni e ci troverete dentro tutto.

Buon mercoledì.

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Migranti detenuti in Ucraina, sotto le bombe

Vicino alla città ucraina di Lutsk c’è un centro di detenzione per migranti finanziato anche dall’Unione Europea che sembra continui a trattenere un numero non precisato di migranti nonostante la guerra. Situato in una pineta nel nord-ovest dell’Ucraina, vicino al confine con la Bielorussia, il Zhuravychi Migrant Accommodation Center della regione di Volyn è un’ex caserma dell’esercito costruita nel 1961 che è stata trasformata in un centro di detenzione per migranti nel 2007 con fondi dell’Ue.

La moglie di un detenuto che è stato rilasciato la scorsa settimana ha detto che non c’erano rifugi antiaerei per i detenuti e che le guardie sono corsi giù per la strada quando è suonata la sirena. Un membro del personale di una Ong ha affermato di essere stata in contatto con diversi detenuti nelle ultime settimane. Al Jazeera ha visto i loro documenti d’identità e, in alcuni casi, i visti utilizzati per entrare in Ucraina. I detenuti provengono da Sudan, Pakistan e Bangladesh. Alcuni dei detenuti erano stati arrestati nei mesi precedenti all’invasione russa mentre cercavano di entrare nel territorio dell’Ue e sono stati riconsegnati alle autorità ucraine.

Niamh Ní Bhriain, coordinatrice del programma di guerra e pacificazione presso il Transnational Institute ha raccontato a Al Jazeera che il centro rientra nel programma di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. L’Ucraina ha ricevuto 1,7 milioni di euro per attrezzarne il sistema di sicurezza perimetrale e per le sbarre per porte e finestre. Negli ultimi anni vi sono state trattenute circa 150 persone. Fino alle ultime settimane vi erano detenute circa 45 persone.

I casi della storia rapidamente trasformano i popoli che concorrevano nel respingere i disperati in disperati che chiedono di essere accolti. Questa è l’ennesima lezione, solo che noi non impariamo mai.

Buon martedì.

Nella foto: bombardamento a Odessa

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