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“Attività umanitaria illegale”

Sei attiviste accusate di “attività umanitaria illegale”. «Pochi giorni fa sei nostre attiviste di sono state fermate e accompagnate in caserma da parte della polizia bosniaca mentre erano intente a fornire trattamenti sanitari contro la scabbia alle persone in movimento bloccate alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Dopo ore di duro interrogatorio, le autorità bosniache hanno notificato sei decreti di espulsione dalla Bosnia per attività umanitaria illegale e tradimento della Costituzione bosniaca». Lo scrivono YaBasta Bologna e Laboratorio salute popolare , presenti in Bosnia ed Erzegovina da inizio anno nelle zone vicine al confine con la Croazia con il progetto B.u.r.n. – Health on the move promosso insieme a No name kitchen.

La decisione delle associazioni è quella di impugnare il decreto di espulsione per «smascherare l’ipocrisia delle politiche migratorie dell’Unione Europea, delle misure di contenimento, tutela e accoglienza delle persone che attraversano le sue geografie per sfuggire a guerra, miseria, schiavitù. L’intensificazione dei controlli delle zone informali di stanziamento delle persone respinte dall’Europa in Bosnia sta svelando il fallimento e l’incongruenza dell’immenso ammontare di risorse investite sulla sorveglianza dei confini e negli hub per migranti: Lipa è quasi del tutto vuota e militarizzata. Pur di non finire recluse, le persone in movimento, si adattano al meglio lungo la frontiera, sottoponendosi alle reiterate violenze dei respingimenti pur di farcela, mentre, dall’altra parte, le organizzazioni umanitarie subordinate all’Iom (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr), distribuiscono quelle poche risorse che non sono state destinate all’equipaggiamento delle forze di sicurezza o alla costruzione di muri e torrette».

Le associazioni nella loro denuncia spiegano che «il pretesto è sempre legale e securitario, normalizzando forme di “razzismo istituzionale”, come il divieto di offrire un passaggio a persone senza documenti, l’impossibilità per Pom (people on movement, i migranti, ndr) di prendere mezzi pubblici, il divieto e la stigmatizzazione di azioni di solidarietà da parte dei locali, in forma organizzata o meno».

«L’ipocrisia dell’assetto securitario riscontrato qui sul confine croato-bosniaco svilisce il profuso impegno all’accoglienza delle donne e dei bambini in fuga dall’invasione Russa dell’Ucraina – chiosano le associazioni nella loro nota -. La politica differenziale adottata in questo caso segna l’ennesima inadempienza delle istituzioni europee nella tutela del diritto internazionale e della protezione umanitaria. Se è su questo che oggi l’Europa sta definendo se stessa, sulle frontiere, sulla militarizzazione dei confini, la sorveglianza e l’attraversamento differenziale delle sue geografie, dobbiamo opporre un contraltare che disegni una nuova geografia, una nuova protezione internazionale, una nuova rotta».

Buon lunedì.

 

* Nella foto di Laboratorio di salute popolare un intervento sanitario sul confine bosniaco-croato all’interno del progetto Burn – Health on the move

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L’esercito europeo rimane un miraggio. Su 27 Paesi, 23 sono nella Nato. Chi rema contro la Difesa unica dell’Ue

C’eravamo tanto armati ma alla fine non riusciamo mai a unirci nell’esercito europeo. Ogni volta che c’è una guerra da qualche parte (era accaduto anche con l’Afghanistan e ora con l’Ucraina), ogni volta che i signori delle armi spingono per staccare ancora più assegni, qualcuno prova a far notare che armare 27 eserciti in Europa è una follia.

Ogni volta che c’è una guerra da qualche parte si torna a parlare dell’esercito europeo

Non è questione di pacifismo, sarebbe una questione di razionalità e toglierebbe molti alibi a chi vuole ingrassare armi ed eserciti. Che di esercito europeo se ne parli fin dal 1954 (quando naufragò clamorosamente il progetto della Comunità europea della difesa) rende perfettamente l’idea di come l’argomento periodicamente ritorni senza mai un passo in avanti sostanziale.

In realtà un nucleo embrionale esiste già: sono gli European battlegroups istituiti nel 2007 e mai utilizzati in combattimento. Il primo nodo che bisognerebbe avere il coraggio di risolvere è la relazione strategica tra Ue e Nato (dominata dagli Stati Uniti): su 27 Paesi Ue ben 23 sono anche metri Nato (fanno eccezione Austria, Irlanda, Finlandia e Svezia).

Per l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune Josep Borrell (nella foto) il rapporto tra Ue e Nato dovrebbe essere “stretto ma non troppo” e l’obiettivo dovrebbe essere un’autonomia strategica che permetta di difendersi anche senza gli Usa ma mentre la Francia di Macron (che definì la Nato “cerebralmente morta” nel 2019 anche se in molti sembrano averlo dimenticato) spinge per aumentare il peso dell’Ue nella Nato gli Stati dell’Europa centro-orientale frenano qualsiasi fuga in avanti che possa indebolire l’Alleanza atlantica.

Fortemente contrarii il Regno Unito (che dell’Unione europea comunque non fa più parte) e i Paesi Bassi e la Danimarca. Che gli Stati Uniti non vogliano un esercito europeo non c’è nemmeno bisogno di specificarlo.

Pesano poi i confliggenti interessi commerciali. In Francia, Germania, Italia e Spagna stanno le aziende che esportano il 68,4% della spesa militare europea e difficilmente riuscirebbero a trovare una sintesi comune sulla distribuzione delle eventuali commesse dell’Ue. Potremmo anche spingerci un po’ più in là ipotizzando che non siano nemmeno interessati a provarci. Esiste anche un nodo non sottovalutabile quando si parla di eserciti: chi comanda le truppe?

I Paesi Ue hanno divergenze che negli anni si sono inasprite, basti pensare a Italia e Francia sulla Libia o alle differenze tra Roma e Berlino sul Mediterraneo. Un esercito combatte insieme se ha un orizzonte comune che lo guida. Le forze armate non sono altro che uno strumento della politica estera e l’Ue sulla politica estera spesso non è unita per niente. Senza una visione comune tra l’altro diventa difficile immaginare una reale costruzione di una vera identità che convinca un soldato finlandese a indossare l’uniforme europea per andare a combattere

Immaginate poi le ambizioni personali e le gelosie degli Stati Maggiori militari e dei ministri degli esteri, veri e propri feudi inscalfibili: chi comanderebbe? Infine ci si dimentica sempre che i trattati Ue stabiliscono che in materia di difesa le decisione vanno prese con l’unanimità di tutti i Paesi membri. Qui si ritorna al punto di partenza: l’esercito unico europeo può arrivare solo dopo un’Europa unica nella politica estera, nella politica fiscale, nell’uguaglianza di diritti. Ci sarebbe da fare l’Europa, prima dell’esercito. Intanto nella disunità i signori della guerra incassano.

(per La Notizia)

I vincoli Ue bloccano ogni cosa. Tranne le spese militari. L’Europa impone l’austerity anche per respirare. Ma per onorare i patti con la Nato tutto è concesso

Hanno passato anni a ripeterci che lo scostamento anche solo dello 0,1% di deficit pubblico sarebbe stata una sciagura per la stabilità del nostro debito, per la credibilità della nostra economia e per l’equilibrio della nostra democrazia. Tutti, a partire da Draghi nelle vesti di banchiere, hanno insistito nel convincerci che la politica fosse un “far quadrare i conti” in cui qualsiasi slancio sarebbe stato utopistico e spericolato.

Spese militari, l’Europa impone l’austerity anche per respirare. Ma per onorare i patti con la Nato tutto è concesso

Hanno passato anni a descrivere le estenuanti trattative a Bruxelles per ottenere il via libera di qualsiasi spesa infinitesimale e ogni volta veniva raccontata come cortese concessione. Ci siamo sbagliati. Oggi scopriamo che se non rispetti il vincolo di bilancio non è vero che vai in default domani mattina, possiamo tranquillamente alzare in fretta e furia le nostre spese militari al 2% del Pil alla faccia di vincoli che erano più moraleggianti che “basati su dati macroeconomici” come ci raccontavano.

Che a spingere lo sdoganamento creativo sia il banchiere di ferro Mario Draghi rende il tutto ancora più stupefacente. Per giustificare l’aumento delle spese militari in questi giorni si agita lo spauracchio di un accordo preso otto anni fa, come se otto anni non cambiassero le priorità della politica (che altrimenti sarebbe semplicemente il ragioniere dell’economia) e come se in questi otto anni non ci sia di mezzo una pandemia mondiale, un aumento delle povertà e delle disuguaglianze difficilmente prevedibile nelle sue forme, come se non in questi anni non fosse accaduto che perfino i politici più incauti abbiano dovuto fare i conti con un disastro climatico e ambientale in continua accelerazione. Gli accordi si possono modificare e perfino annullare, basterebbe un po’ di cultura politica (ma basta anche un po’ di esperienza aziendale) per saperlo.

Anche perché tra i famosi accordi “che non possiamo permetterci di onorare ce ne sono molti che falliremo di sicuro, che spariscono dal dibattito pubblico e che sembrano interessare poco anche ai media. Per fare solo qualche esempio tra gli impegni non rispettati dall’Italia ci sarebbe il 3% del Pil da destinare alla ricerca che oggi rimane inchiodato all’1,4%. Nel settembre 2015 più di 150 leader internazionali (tra cui l’Italia) si sono incontrati alle Nazioni Unite per fissare obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 (la famosa “Agenda 30) tra cui si legge lo 0,7% del Pil da destinare alla cooperazione internazionale (che insieme alle armi dovrebbe essere un tema di modi in questi giorni): sarà praticamente impossibile, come denunciano diverse associazioni tra cui la Caritas e il Forum nazionale del Terzo settore.

Sull’istruzione, tanto per fare un altro esempio lampante, con il suo 4,1% di spesa sul Pil (dato 2018, l’ultimo disponibile) il nostro Paese si attesta all’ultimo posto tra i Paesi europei, nonostante le promesse e gli accordi. Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibili stabiliti dall’Onu, in Italia solo quelli riguardanti le coltivazioni biologiche e la riduzione dei tempi della giustizia sono stati raggiunti dalla maggior parte dei territori. Per altri obiettivi come la riduzione dei gas serra, l’efficienza energetica, il consumo di suolo e la protezione delle aree marine c’è ancora molto da fare. Decidere che le spese militari siano un priorità, sia chiaro, è una precisa scelta politica.

(per La Notizia)

Plebiscito nel M5S. Dai giornali critiche feroci per l’elezione di Conte. Continua l’ossessione a senso unico di tv e quotidiani nei confronti del leader del Movimento

Che ci sia una pandemia mondiale o che sia in atto una guerra alle porte dell’Europa per alcuni politici, giornalisti e opinionisti nostrani non conta, l’ossessione prima rimane sempre Giuseppe Conte.

Continua l’ossessione a senso unico di tv e quotidiani nei confronti di Conte

“Il voto online certifica che Conte è un leader debole di un partito debole”, twittava ieri Mario Lavia giornalista da cui è sempre utile passare per capire che odore avrà la propaganda liberal su un argomento qualsiasi, “il Movimento abbandona Conte, voto disertato e illegittimo nonostante il mail bombing”, titola Il Riformista, e poi via con i commenti sulle “buffonarie del M5S”, su “Conte che vince da solo” e sulla “democrazia diretta che non esiste” e così via.

Salta all’occhio subito un dato: Conte e il Movimento per essere “irrilevanti” (come vengono definiti dagli avversari) sono commentatissimi. A prima vista sembrerebbe un’ossessione. Ieri Pierluigi Bersani ospite a L’aria che tira su La7, interrogato sul tema, estrae dal cilindro una riflessione semplice semplice: “Conte ha preso il 94 per cento – spiega Bersani – e ora dicono che non aveva avversari. Ma perché Letta, Speranza, Salvini, Meloni che avversari avevano?”.

Appunto. Un po’ di memoria. Enrico Letta è diventato segretario del Partito Democratico il 14 marzo 2021 (dopo 7 anni di lontananza dal partito) con 860 voti favorevoli, 2 voti contrari, e 4 astenuti. Ve lo ricordate chi sfidava Letta? Nessuno. Ed era normale che fosse così, visto che l’elezione è servita solo a ratificare una decisione presa dalla maggioranza dei dirigenti del Pd.

Ma continuiamo. Vi ricordate il temibile avversario di Matteo Salvini per la segreteria della Lega? Molto probabilmente no, del resto Giovanni Fava era un candidato di bandiera sostenuto dalle briciole di Umberto Bossi. Risultato finale: 82% per Salvini e un 17% per Fava che non è mai riuscito a entrare in competizione.

Un’incoronazione in piena regola, con l’avversario senza speranze che è stato utile per simulare un dibattito interno che non esisteva. Siccome dalle parti della Lega poi ci tengono a rispettare le minoranze – anche quelle interne – Fava non venne ricandidato né alle elezioni politiche né alle regionali. Nel 2018 si dimette perfino da consigliere comunale. Ora è presidente della squadra di rugby di Viadana. Non male come pluralismo.

Il 23 e il 24 febbraio 2014 i 3.000 grandi elettori che sarebbero poi andati a formare il nuovo congresso nazionale di Fratelli d’Italia hanno eletto presidente Giorgia Meloni. I verbali dicono che la candidata unica Meloni ha preso il 100% dei voti. Al congresso successivo, siamo nel 2017, i giornali raccontano che la Meloni sia stata confermata presidente “per acclamazione”. Da nessuna parte si trovano dati su votanti e voti.

Nel I congresso di Articolo 1 il 6 e 7 aprile 2019 a Bologna contro Roberto Speranza era candidato David Tozzo, un attivista già in schiacciante minoranza in Possibile (il partito fondato da Pippo Civati) che inevitabilmente si è schiantato senza storia e senza gloria contro l’attuale ministro. Fra poco ci sarà il secondo congresso: Speranza sempre candidato e il solito Tozzo che ci prova, ma non viene nemmeno ammesso. Di Renzi, Berlusconi e Calenda non serve nemmeno parlarne. Loro hanno fondato il proprio partito personale e tutti i giorni sfidano solo il proprio ego. C’è da dire però che spesso ne escono sconfitti.

(per La Notizia)

La lobby delle armi pretende pure il bollino Green. Dietro la favoletta della difesa della democrazia l’industria militare chiede la patente di sostenibilità

Benvenuti nella transizione ecologica armata, ultima frontiera di un mercato delle armi che vive il suo momento di splendore puntando addirittura a ottenere il bollino verde riservato alle aziende ecologicamente e eticamente sostenibili. Le società di armamenti negli ultimi anni sono state escluse da alcuni fondi pensione e fondi di investimento poiché i criteri ambientali e sociali, con il rendimento finanziario, sono caratteristiche richieste dal mercato.

I signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg

Anche la Commissione Ue insiste su questa strada preparando da alcuni mesi un regolamento che dovrebbe definire quali attività economiche possano essere considerate “buone”. Sembrava ovvio che l’industria militare e aerospaziale non potessero rientrare nella lista delle aziende sostenibili ma, complice anche l’onda emotiva della guerra in Ucraina, i signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg (Environmental, Social and Governance) poiché, come spiegano ad esempio due analisti Usa, il contributo dei produttori di armi a “difendere i valori delle democrazie liberali e creare un deterrente, che preservi la pace e la stabilità globale” è un prerequisito per affrontare altre questioni sociali.

Qualcuno sembra perfino disposto a crederci se è vero che la banca svedese Seb ha già adeguato la propria politica di sostenibilità per consentire ai suoi fondi di investire nel settore della difesa. “L’invasione dell’Ucraina dimostra quanto sia importante avere una forte difesa nazionale”, ha detto a Bloomberg Hans Christoph Atzpodien (nella foto), capo del Bdsv, un gruppo di lobby dell’industria della difesa tedesca. “Faccio appello all’Ue affinché riconosca l’industria della difesa come un contributo positivo alla ‘sostenibilità sociale’ nell’ambito della tassonomia Esg”.

Del resto anche in Italia il greenwashing dell’industria militare (ovvero l’ecologismo di facciata utile per non perdere posizioni acquisite) sembra essere all’ordine del giorno se è vero che già lo scorso 20 dicembre Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo, aveva osservato che “se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ponendo l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”. Al di là della narrazione il tema vero, ovviamente, sono i soldi.

Mentre si spreca fiato per raccontare la finanza sostenibile molti investitori notano che i fondi Esg dall’inizio dell’anno hanno perso in media il 9% del loro valore mentre l’industria bellica sta crescendo smisuratamente. Ipotizzare l’inclusione dei produttori di armi (con la favola della “difesa della democrazia”) significherebbe riuscire ad attutire il colpo, anche in previsione di un aumento del valore dei combustibili fossili causato dalla crisi energetica.

Siamo insomma di fronte al varco perfetto per i lobbysti in grado di costruire una spinta emotiva che ci insegni che non c’è niente di meglio che aiutare le aziende che garantiscono al popolo ucraino di combattere l’aggressore. Il copione è già pronto, la guerra green è l’obiettivo e c’è da scommetterci che non si faticherà nemmeno a trovare qualche politico pronto a immolarsi per i signori della guerra. O forse, pensandoci bene, sta già accadendo.

(per La Notizia)

La Destra vuole tagliare il Reddito di cittadinanza per comprare più armi. 

Non ci voleva molto per arrivare fin qui e infatti Ignazio La Russa, con la sua proverbiale abilità di dire ciò che gli altri al massimo pensano, è riuscito a spiegarci che l’aumento delle spese militari “è una necessità” (non stupisce, certi destrorsi senza violenza e armi sarebbero costretti a usare le parole e sparirebbero dalla scena pubblica) ma soprattutto ha elaborato la brillante soluzione di “usare una quota del Reddito di cittadinanza” per pagare i missili da impacchettare verso l’Ucraina.

La Russa vorrebbe finanziare la corsa al riarmo tagliando i fondi del Reddito di Cittadinanza

In un’intervista al Corriere della Sera La Russa ci fa sapere di essere consapevole “della crisi” (cara grazia) ma spiega che l’aumento delle spese militari garantisce “più libertà e più indipendenza”. Poi, come sempre, usa i soliti argomenti taroccati di chi attacca il Reddito di cittadinanza perché, dice La Russa, “ha sostenuto anche delinquenti e mafiosi”. Conviene sempre tenersi a mente che il costo dei famosi “furbetti del Reddito di cittadinanza” è, tra il 2019 e il 2021, di 48 milioni di euro in totale.

Una vergogna da estirpare, sia ben chiaro, ma parliamo di 1 milione in meno rispetto ai soldi finiti sotto lo zerbino della Lega di Salvini, parliamo di 79 miliardi e 960 milioni di euro in meno rispetto all’evasione fiscale (di cui 30 di evasione iva). Capite le proporzioni?

A proposito di proporzioni: La Russa, confidando in un elettorato incapace di fare i conti, finge di non sapere che l’aumento della spesa militare in Italia comporta una spesa totale di 8 miliardi solo nel 2022 (ovviamente in crescita, vista la rincorsa del Parlamento al Prodotto interno lordo dell’elmetto). Sono gli stessi soldi che ci dicono di non riuscire a trovare per le famiglie in difficoltà, per i lavoratori messi in ginocchio dalla pandemia, per i servizi inefficienti se non inesistenti, per la scuola, per la sanità.

Ma la frase di La Russa, che si è travestito come molti suoi colleghi da Robin Hood al contrario che ruba ai poveri per dare ai ricchi, contiene anche un’altra preponderante caratteristica di questo tempo: l’aporofobia, la paura per la povertà che diventa disprezzo verso i poveri.

È un percorso che parte da lontano con gli attacchi smodati verso i giovani che non accettano di lavorare da schiavi, la cronica lamentela di imprenditori e ristoratori che non trovavano lavoratori stagionali (e poi regolarmente si scopre che offrono salari da fame), il “sussidistan” invocato da Confindustria per lamentarsi degli aiuti ai lavoratori in difficoltà, il “dover soffrire” come percorso di crescita ostentato da Matteo Renzi, la “meritocrazia” sventolata da Carlo Calenda che altro non è che la visione di un Paese in cui se non ce la fai è perché sei uno sventurato che merita di essere sconfitto e infine i continui attacchi ai percettori del Reddito di cittadinanza.

Questi odiano i poveri perché sono incapaci di avere a che fare con la povertà e vorrebbero ridurla a un fenomeno marginale, rivendicando il diritto di non occuparsene. Il disprezzo verso i poveri è la vera matrice di una classe politica telecomandata da chi vede il Paese come un serbatoio continuo per il “nasci, produci, consuma, crepa”. La guerra è solo uno dei tanti falsi argomenti usati per inventarsi priorità che vengano “prima”. E in questo caso La Russa ha accettato il ruolo dell’utile idiota. Gli altri dietro, in silenzio, sogghignano.

(per La Notizia)

La strana solidarietà dell’Ue che accoglie i profughi ucraini e respinge gli altri

Esiste una solidarietà a due velocità. L’abbiamo inventata noi in Europa in questi giorni di guerra in Ucraina, dopo l’invasione della Russia e a vederla da fuori sembra più un razzismo condito (male) e con il fondotinta. Il luogo in cui misurare la temperature di questa disumana schifezza è il confine della Polonia. Mentre Varsavia ha accolto a braccia aperte circa 2,4 milioni di persone in fuga dall’Ucraina in sole cinque settimane, lo stesso Paese continua ad allontanare i rifugiati che cercano di entrare nell’Unione europea attraverso la Bielorussia. Dallo scorso maggio, migliaia di migranti hanno provato a raggiungere Polonia, Lituania e Lettonia – tutti membri dell’Unione europea – dal confine con la Bielorussa, scatenando una crisi umanitaria (ve la ricordate?). Sono rimasti bloccati sulla frontiera esterna dell’Ue per settimane a rischio di congelamento. Solo nella regione di confine polacco-bielorusso, almeno 19 corpi di migranti sono stati trovati dal settembre 2021. In quel periodo l’Ue ha accusato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko di una sorta di “guerra ibrida”, di incoraggiare i migranti provenienti da Paesi come l’Iran e l’Afghanistan a volare nella capitale Minsk, trasportandoli poi alle frontiere esterne dell’Ue. Migliaia di profughi, però, sono rimasti incastrati in Bielorussia. La maggior parte è stata così ospitata all’interno di un enorme magazzino di 10 mila metri quadrati a Bruzgi, vicino al valico con la Polonia.

La solidarietà dell'Unione europea che accoglie i profughi ucraini ma respinge quelli alla frontiere tra Polonia e Bielorussia
Migranti alla frontiera tra Bielorussia e Polonia (Getty)

L’andamento dei flussi migratori al confine tra Polonia e Bielorussia

A gennaio e febbraio, il numero di arrivi irregolari di migranti in Polonia dalla Bielorussia è diminuito in modo significativo. Alla fine di febbraio, ad esempio, la guardia di frontiera polacca aveva registrato 66 tentativi di attraversamento in 48 ore. A novembre, secondo la stessa fonte, erano 200 le persone che provavano ogni notte a superare il confine. Ultimamente, tuttavia, le guardie di frontiera e le Ong affermano che il numero di tentativi di attraversamento è aumentato di nuovo in seguito alla recente chiusura dei centri migranti sul lato bielorusso. Il “record” quest’anno è di 134 persone che hanno tentato di arrivare in Polonia in 24 ore, secondo i dati delle autorità di Varsavia. Per la guardia di frontiera, i migranti provenivano da Afghanistan, Iraq, Egitto, Sudan, Yemen, Turchia e Cuba. Ma Che fine fanno? Respinti. «Abbiamo la sensazione che l’ordine sia quello di rimandare indietro tutti, indipendentemente dalla loro situazione o stato di salute», ha detto all’Afp Monika Matus, della rete di attivisti polacchi Grupa Granica (Gruppo di frontiera). L’organizzazione è sul campo dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, cominciata lo scorso 24 febbraio. «Queste persone non possono contare né sulle cure mediche né su altra assistenza», ha spiegato. Le Ong, intanto, hanno definito i procedimenti legali contro i loro attivisti «senza precedenti».

La solidarietà dell'Unione europea che accoglie i profughi ucraini ma respinge quelli alla frontiere tra Polonia e Bielorussia
Militari alla frontiera tra Polonia e Bielorussia (Getty)

La solidarietà differenziata è un obbrobrio figlio di questi tempi

Insomma, gli ucraini passano, gli altri no. All’inizio di questa settimana un tribunale polacco si è pronunciato a favore di tre afghani che erano stati respinti nonostante la loro richiesta di asilo. A proposito, Jaroslaw Jagura, l’avvocato della Fondazione Helsinki, ha affermato che è difficile capire «perché da un lato aiutare coloro che fuggono dall’Ucraina è auspicabile, ricompensato e lodato, mentre dall’altro aiutare le persone al confine polacco-bielorusso è stigmatizzato e criminale». La solidarietà differenziata è un altro obbrobrio figlio di questi tempi. Appena passerà la buriana emotiva ce ne vergogneremo. Sicuro.

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La pandemia è finita, il caos no

Oggi rientrano a scuola i docenti e il personale Ata non vaccinato. Dalle parti del governo dicono che la pandemia sia finita e che tutto torna alla normalità. Peccato che le cose siano un po’ diverse.

Nella nota del Ministero n.620 del 28 marzo 2022 si legge che «la vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni da parte dei soggetti obbligati». Il mancato adempimento dell’obbligo vaccinale,
accertato secondo la procedura di cui al comma 3 del medesimo articolo, «impone al dirigente scolastico di utilizzare il docente inadempiente in attività di supporto alla istituzione scolastica». Quindi cosa succede? Oggi gli insegnanti che rientrano non vaccinati non potranno fare lezione e quello che il governo chiama «attività di supporto alla
istituzione scolastica» non si sa bene cosa possa essere. Immaginate il preside di un istituto che si ritrova con un nugolo di insegnanti che non possono insegnare: deve tenere i supplenti (con i relativi costi) e deve inventare mansioni per gli altri almeno fino al 15 giugno 2022 (a meno che non venga prolungato l’obbligo vaccinale). Il tutto per un orario settimanale di 36 ore.

Ancora una volta sulle scuole viene scaricato il pasticcio legislativo. Il sottosegretario all’Istruzione leghista Sasso in un’intervista a Orizzonte Scuola ci fa sapere che il decreto riaperture (partorito dal governo di cui fa parte) crea un «corto circuito giuridico e pedagogico» (ma va) e che «con un po’ di buon senso si poteva evitare questo sovraccarico di lavoro per i dirigenti scolastici». Peccato che il suo lavoro sia quello di scrivere Decreti che funzionino e non commentare quelli che non funzionano.

Il personale scolastico lamenta disattenzione dai sindacati e dalla stampa. A pagare, come sempre, sono gli alunni.

Bella questa fine della pandemia.

Buon venerdì.

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A proposito della neutralità dell’Ucraina

Noto che con molta leggerezza e ignoranza si parla della neutralità offerta dall’Ucraina alla Russia al tavolo delle trattative. Conviene fare un po’ di chiarezza, almeno per provare a uscire da quest’epoca in cui tutti da virologi sono diventati esperti di geopolitica.

Secondo il diritto internazionale, un Paese è neutrale se non interferirà in situazioni di conflitto armato internazionale che coinvolgono altre parti belligeranti. Non può consentire a una parte belligerante di utilizzare il suo territorio come base di operazioni militari, schierarsi o fornire attrezzature militari. Ai colloqui di pace in Turchia martedì, i negoziatori ucraini hanno affermato che Kiev era pronta ad accettare la neutralità se, in base a un accordo internazionale, Stati occidentali come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna fornissero garanzie di sicurezza vincolanti. Ma l’aspirazione dell’Ucraina di aderire alla Nato non è un’invenzione di qualche analista filoputiniano: è scritta nella Costituzione.

Qualsiasi modifica richiederebbe l’approvazione della misura da parte di 300 legislatori su 450 in due sessioni parlamentari separate, e quindi essere convalidata dalla Corte costituzionale. Ad oggi, quasi tutti, riconoscono che nel Parlamento ucraino non ci sarebbero i voti per ottenere la modifica costituzionale.

Poi ci sono i sondaggi: secondo l’ultimo sondaggio condotto dalla società di sondaggi Rating all’inizio di questo mese, il 44% degli ucraini ritiene che il proprio Paese dovrebbe aderire alla Nato, un calo di due punti percentuali rispetto al sondaggio fatto a febbraio prima dell’inizio dell’invasione russa. Circa il 42% ritiene che l’Ucraina dovrebbe continuare a cooperare con la Nato ma non aderire. «Gli ucraini vogliono aderire alla Nato, ma se l’Europa offre l’adesione all’Ue e propone un pacchetto finanziario per ricostruire l’Ucraina, il dibattito sulla Nato potrebbe essere dimenticato per un po’», ha detto Mykola Davydiuk, analista politico con sede a Kiev.

Così, tanto per sapere di cosa stiamo parlando.

Buon giovedì.

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Amnesty international: dal 2020 meno diritti e più conflitti

No, non è solo la guerra in Ucraina. Per fortuna Amnesty international ci ricorda che bisogna fare i conti con la delusione generale per le false speranze riposte nel cambiamento di rotta sperato che in un momento difficile come quello della pandemia globale, avrebbe potuto spingere tutti i paesi del mondo e i potenti a puntare alla collaborazione, all’aiuto nei confronti dei paesi più poveri.

Nel suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si legge chiaro e tondo. «Gli Stati ad alto reddito hanno colluso coi giganti aziendali ingannando le persone con slogan vuoti e false promesse su un’equa ripresa dalla pandemia da Covid-19, in quello che è risultato uno dei più grandi tradimenti dei nostri tempi». E ancora: «Il rapido sviluppo dei vaccini contro il  Covid-19 era apparso come la perfetta soluzione scientifica e aveva  alimentato la speranza nella fine della pandemia per tutte e per  tutti. Invece, nonostante fossero state prodotte sufficienti dosi per vaccinare tutta la popolazione mondiale entro l’anno, il 2021 si è chiuso con meno del 4% della popolazione degli Stati a basso reddito completamente vaccinata».

«Sui palcoscenici globali del G7, del G20 e della Cop26 – ha commentato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international – i leader politici ed economici hanno dedicato scarsa attenzione alle politiche che avrebbero potuto generare un’inversione di rotta nell’accesso ai vaccini, aumentare gli investimenti nella protezione sociale e affrontare l’impatto del cambiamento climatico. I capi di Big Pharma e Big Tech ci hanno raccontato storie sulla responsabilità d’impresa.  Poteva essere il momento spartiacque per la ripresa, per un cambiamento genuino e importante, per un mondo più giusto. Invece l’opportunità è andata persa e si è tornati a quel tipo di politiche che alimentano la disuguaglianza. I soci del ‘Club dei ragazzi ricchi’ hanno fatto promesse in pubblico che si sono rimangiati in privato».

Nel 2021 scrive inoltre Amnesty international a proposito dei danni collaterali per le popolazioni civili, «sono scoppiati o sono proseguiti conflitti in Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Territori palestinesi occupati, Libia, Myanmar e Yemen. Tutti gli attori sul terreno hanno violato il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani». Detto in estrema sintesi, milioni di persone sfollate, migliaia uccise, centinaia sottoposte a violenza sessuale e sistemi economici e sanitari già fragili collassati a causa di nuovi o irrisolti conflitti. «Il fatto che il mondo non sia stato in grado di affrontare questo moltiplicarsi dei conflitti ha prodotto ulteriori instabilità e devastazione. Questa vergognosa mancanza d’azione, la costante paralisi degli organismi multilaterali e la mancata assunzione di responsabilità delle potenze hanno contribuito a spalancare la porta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha violato nel modo più evidente il diritto internazionale».

E poi c’è la libertà. Nel 2021 – spiega Amnesty international -, in almeno 67 Paesi sono state introdotte nuove leggi per limitare le libertà di espressione, di associazione o di manifestazione. Almeno 36 Stati degli Usa hanno approvato un’ottantina di provvedimenti per restringere la libertà di manifestazione, mentre il governo del Regno Unito ha proposto una legge che penalizzerebbe gravemente la libertà di riunione pacifica, anche attraverso l’ampliamento dei poteri di polizia. È aumentato anche il ricorso a forme nascoste di sorveglianza digitale. «In Russia – specifica l’organizzazione umanitaria – il governo si è basato sul riconoscimento facciale per eseguire arresti di massa di manifestanti pacifici. In Cina le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di non consentire l’accesso a portali “che mettono in pericolo la sicurezza nazionale” e hanno bloccato applicazioni in cui si discuteva di temi sensibili come lo Xinjiang e Hong Kong. Le autorità di Cuba, Eswatini, Iran, Myanmar, Niger, Senegal, Sudan e Sud Sudan hanno bloccato o limitato Internet per impedire la condivisione di informazioni e l’organizzazione di proteste».

Buon mercoledì.

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