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La lobby delle armi pretende pure il bollino Green. Dietro la favoletta della difesa della democrazia l’industria militare chiede la patente di sostenibilità

Benvenuti nella transizione ecologica armata, ultima frontiera di un mercato delle armi che vive il suo momento di splendore puntando addirittura a ottenere il bollino verde riservato alle aziende ecologicamente e eticamente sostenibili. Le società di armamenti negli ultimi anni sono state escluse da alcuni fondi pensione e fondi di investimento poiché i criteri ambientali e sociali, con il rendimento finanziario, sono caratteristiche richieste dal mercato.

I signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg

Anche la Commissione Ue insiste su questa strada preparando da alcuni mesi un regolamento che dovrebbe definire quali attività economiche possano essere considerate “buone”. Sembrava ovvio che l’industria militare e aerospaziale non potessero rientrare nella lista delle aziende sostenibili ma, complice anche l’onda emotiva della guerra in Ucraina, i signori delle armi provano il colpo: rientrare nel quadro degli investimenti Esg (Environmental, Social and Governance) poiché, come spiegano ad esempio due analisti Usa, il contributo dei produttori di armi a “difendere i valori delle democrazie liberali e creare un deterrente, che preservi la pace e la stabilità globale” è un prerequisito per affrontare altre questioni sociali.

Qualcuno sembra perfino disposto a crederci se è vero che la banca svedese Seb ha già adeguato la propria politica di sostenibilità per consentire ai suoi fondi di investire nel settore della difesa. “L’invasione dell’Ucraina dimostra quanto sia importante avere una forte difesa nazionale”, ha detto a Bloomberg Hans Christoph Atzpodien (nella foto), capo del Bdsv, un gruppo di lobby dell’industria della difesa tedesca. “Faccio appello all’Ue affinché riconosca l’industria della difesa come un contributo positivo alla ‘sostenibilità sociale’ nell’ambito della tassonomia Esg”.

Del resto anche in Italia il greenwashing dell’industria militare (ovvero l’ecologismo di facciata utile per non perdere posizioni acquisite) sembra essere all’ordine del giorno se è vero che già lo scorso 20 dicembre Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo, aveva osservato che “se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ponendo l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”. Al di là della narrazione il tema vero, ovviamente, sono i soldi.

Mentre si spreca fiato per raccontare la finanza sostenibile molti investitori notano che i fondi Esg dall’inizio dell’anno hanno perso in media il 9% del loro valore mentre l’industria bellica sta crescendo smisuratamente. Ipotizzare l’inclusione dei produttori di armi (con la favola della “difesa della democrazia”) significherebbe riuscire ad attutire il colpo, anche in previsione di un aumento del valore dei combustibili fossili causato dalla crisi energetica.

Siamo insomma di fronte al varco perfetto per i lobbysti in grado di costruire una spinta emotiva che ci insegni che non c’è niente di meglio che aiutare le aziende che garantiscono al popolo ucraino di combattere l’aggressore. Il copione è già pronto, la guerra green è l’obiettivo e c’è da scommetterci che non si faticherà nemmeno a trovare qualche politico pronto a immolarsi per i signori della guerra. O forse, pensandoci bene, sta già accadendo.

(per La Notizia)

La Destra vuole tagliare il Reddito di cittadinanza per comprare più armi. 

Non ci voleva molto per arrivare fin qui e infatti Ignazio La Russa, con la sua proverbiale abilità di dire ciò che gli altri al massimo pensano, è riuscito a spiegarci che l’aumento delle spese militari “è una necessità” (non stupisce, certi destrorsi senza violenza e armi sarebbero costretti a usare le parole e sparirebbero dalla scena pubblica) ma soprattutto ha elaborato la brillante soluzione di “usare una quota del Reddito di cittadinanza” per pagare i missili da impacchettare verso l’Ucraina.

La Russa vorrebbe finanziare la corsa al riarmo tagliando i fondi del Reddito di Cittadinanza

In un’intervista al Corriere della Sera La Russa ci fa sapere di essere consapevole “della crisi” (cara grazia) ma spiega che l’aumento delle spese militari garantisce “più libertà e più indipendenza”. Poi, come sempre, usa i soliti argomenti taroccati di chi attacca il Reddito di cittadinanza perché, dice La Russa, “ha sostenuto anche delinquenti e mafiosi”. Conviene sempre tenersi a mente che il costo dei famosi “furbetti del Reddito di cittadinanza” è, tra il 2019 e il 2021, di 48 milioni di euro in totale.

Una vergogna da estirpare, sia ben chiaro, ma parliamo di 1 milione in meno rispetto ai soldi finiti sotto lo zerbino della Lega di Salvini, parliamo di 79 miliardi e 960 milioni di euro in meno rispetto all’evasione fiscale (di cui 30 di evasione iva). Capite le proporzioni?

A proposito di proporzioni: La Russa, confidando in un elettorato incapace di fare i conti, finge di non sapere che l’aumento della spesa militare in Italia comporta una spesa totale di 8 miliardi solo nel 2022 (ovviamente in crescita, vista la rincorsa del Parlamento al Prodotto interno lordo dell’elmetto). Sono gli stessi soldi che ci dicono di non riuscire a trovare per le famiglie in difficoltà, per i lavoratori messi in ginocchio dalla pandemia, per i servizi inefficienti se non inesistenti, per la scuola, per la sanità.

Ma la frase di La Russa, che si è travestito come molti suoi colleghi da Robin Hood al contrario che ruba ai poveri per dare ai ricchi, contiene anche un’altra preponderante caratteristica di questo tempo: l’aporofobia, la paura per la povertà che diventa disprezzo verso i poveri.

È un percorso che parte da lontano con gli attacchi smodati verso i giovani che non accettano di lavorare da schiavi, la cronica lamentela di imprenditori e ristoratori che non trovavano lavoratori stagionali (e poi regolarmente si scopre che offrono salari da fame), il “sussidistan” invocato da Confindustria per lamentarsi degli aiuti ai lavoratori in difficoltà, il “dover soffrire” come percorso di crescita ostentato da Matteo Renzi, la “meritocrazia” sventolata da Carlo Calenda che altro non è che la visione di un Paese in cui se non ce la fai è perché sei uno sventurato che merita di essere sconfitto e infine i continui attacchi ai percettori del Reddito di cittadinanza.

Questi odiano i poveri perché sono incapaci di avere a che fare con la povertà e vorrebbero ridurla a un fenomeno marginale, rivendicando il diritto di non occuparsene. Il disprezzo verso i poveri è la vera matrice di una classe politica telecomandata da chi vede il Paese come un serbatoio continuo per il “nasci, produci, consuma, crepa”. La guerra è solo uno dei tanti falsi argomenti usati per inventarsi priorità che vengano “prima”. E in questo caso La Russa ha accettato il ruolo dell’utile idiota. Gli altri dietro, in silenzio, sogghignano.

(per La Notizia)

La strana solidarietà dell’Ue che accoglie i profughi ucraini e respinge gli altri

Esiste una solidarietà a due velocità. L’abbiamo inventata noi in Europa in questi giorni di guerra in Ucraina, dopo l’invasione della Russia e a vederla da fuori sembra più un razzismo condito (male) e con il fondotinta. Il luogo in cui misurare la temperature di questa disumana schifezza è il confine della Polonia. Mentre Varsavia ha accolto a braccia aperte circa 2,4 milioni di persone in fuga dall’Ucraina in sole cinque settimane, lo stesso Paese continua ad allontanare i rifugiati che cercano di entrare nell’Unione europea attraverso la Bielorussia. Dallo scorso maggio, migliaia di migranti hanno provato a raggiungere Polonia, Lituania e Lettonia – tutti membri dell’Unione europea – dal confine con la Bielorussa, scatenando una crisi umanitaria (ve la ricordate?). Sono rimasti bloccati sulla frontiera esterna dell’Ue per settimane a rischio di congelamento. Solo nella regione di confine polacco-bielorusso, almeno 19 corpi di migranti sono stati trovati dal settembre 2021. In quel periodo l’Ue ha accusato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko di una sorta di “guerra ibrida”, di incoraggiare i migranti provenienti da Paesi come l’Iran e l’Afghanistan a volare nella capitale Minsk, trasportandoli poi alle frontiere esterne dell’Ue. Migliaia di profughi, però, sono rimasti incastrati in Bielorussia. La maggior parte è stata così ospitata all’interno di un enorme magazzino di 10 mila metri quadrati a Bruzgi, vicino al valico con la Polonia.

La solidarietà dell'Unione europea che accoglie i profughi ucraini ma respinge quelli alla frontiere tra Polonia e Bielorussia
Migranti alla frontiera tra Bielorussia e Polonia (Getty)

L’andamento dei flussi migratori al confine tra Polonia e Bielorussia

A gennaio e febbraio, il numero di arrivi irregolari di migranti in Polonia dalla Bielorussia è diminuito in modo significativo. Alla fine di febbraio, ad esempio, la guardia di frontiera polacca aveva registrato 66 tentativi di attraversamento in 48 ore. A novembre, secondo la stessa fonte, erano 200 le persone che provavano ogni notte a superare il confine. Ultimamente, tuttavia, le guardie di frontiera e le Ong affermano che il numero di tentativi di attraversamento è aumentato di nuovo in seguito alla recente chiusura dei centri migranti sul lato bielorusso. Il “record” quest’anno è di 134 persone che hanno tentato di arrivare in Polonia in 24 ore, secondo i dati delle autorità di Varsavia. Per la guardia di frontiera, i migranti provenivano da Afghanistan, Iraq, Egitto, Sudan, Yemen, Turchia e Cuba. Ma Che fine fanno? Respinti. «Abbiamo la sensazione che l’ordine sia quello di rimandare indietro tutti, indipendentemente dalla loro situazione o stato di salute», ha detto all’Afp Monika Matus, della rete di attivisti polacchi Grupa Granica (Gruppo di frontiera). L’organizzazione è sul campo dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, cominciata lo scorso 24 febbraio. «Queste persone non possono contare né sulle cure mediche né su altra assistenza», ha spiegato. Le Ong, intanto, hanno definito i procedimenti legali contro i loro attivisti «senza precedenti».

La solidarietà dell'Unione europea che accoglie i profughi ucraini ma respinge quelli alla frontiere tra Polonia e Bielorussia
Militari alla frontiera tra Polonia e Bielorussia (Getty)

La solidarietà differenziata è un obbrobrio figlio di questi tempi

Insomma, gli ucraini passano, gli altri no. All’inizio di questa settimana un tribunale polacco si è pronunciato a favore di tre afghani che erano stati respinti nonostante la loro richiesta di asilo. A proposito, Jaroslaw Jagura, l’avvocato della Fondazione Helsinki, ha affermato che è difficile capire «perché da un lato aiutare coloro che fuggono dall’Ucraina è auspicabile, ricompensato e lodato, mentre dall’altro aiutare le persone al confine polacco-bielorusso è stigmatizzato e criminale». La solidarietà differenziata è un altro obbrobrio figlio di questi tempi. Appena passerà la buriana emotiva ce ne vergogneremo. Sicuro.

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La pandemia è finita, il caos no

Oggi rientrano a scuola i docenti e il personale Ata non vaccinato. Dalle parti del governo dicono che la pandemia sia finita e che tutto torna alla normalità. Peccato che le cose siano un po’ diverse.

Nella nota del Ministero n.620 del 28 marzo 2022 si legge che «la vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni da parte dei soggetti obbligati». Il mancato adempimento dell’obbligo vaccinale,
accertato secondo la procedura di cui al comma 3 del medesimo articolo, «impone al dirigente scolastico di utilizzare il docente inadempiente in attività di supporto alla istituzione scolastica». Quindi cosa succede? Oggi gli insegnanti che rientrano non vaccinati non potranno fare lezione e quello che il governo chiama «attività di supporto alla
istituzione scolastica» non si sa bene cosa possa essere. Immaginate il preside di un istituto che si ritrova con un nugolo di insegnanti che non possono insegnare: deve tenere i supplenti (con i relativi costi) e deve inventare mansioni per gli altri almeno fino al 15 giugno 2022 (a meno che non venga prolungato l’obbligo vaccinale). Il tutto per un orario settimanale di 36 ore.

Ancora una volta sulle scuole viene scaricato il pasticcio legislativo. Il sottosegretario all’Istruzione leghista Sasso in un’intervista a Orizzonte Scuola ci fa sapere che il decreto riaperture (partorito dal governo di cui fa parte) crea un «corto circuito giuridico e pedagogico» (ma va) e che «con un po’ di buon senso si poteva evitare questo sovraccarico di lavoro per i dirigenti scolastici». Peccato che il suo lavoro sia quello di scrivere Decreti che funzionino e non commentare quelli che non funzionano.

Il personale scolastico lamenta disattenzione dai sindacati e dalla stampa. A pagare, come sempre, sono gli alunni.

Bella questa fine della pandemia.

Buon venerdì.

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A proposito della neutralità dell’Ucraina

Noto che con molta leggerezza e ignoranza si parla della neutralità offerta dall’Ucraina alla Russia al tavolo delle trattative. Conviene fare un po’ di chiarezza, almeno per provare a uscire da quest’epoca in cui tutti da virologi sono diventati esperti di geopolitica.

Secondo il diritto internazionale, un Paese è neutrale se non interferirà in situazioni di conflitto armato internazionale che coinvolgono altre parti belligeranti. Non può consentire a una parte belligerante di utilizzare il suo territorio come base di operazioni militari, schierarsi o fornire attrezzature militari. Ai colloqui di pace in Turchia martedì, i negoziatori ucraini hanno affermato che Kiev era pronta ad accettare la neutralità se, in base a un accordo internazionale, Stati occidentali come Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna fornissero garanzie di sicurezza vincolanti. Ma l’aspirazione dell’Ucraina di aderire alla Nato non è un’invenzione di qualche analista filoputiniano: è scritta nella Costituzione.

Qualsiasi modifica richiederebbe l’approvazione della misura da parte di 300 legislatori su 450 in due sessioni parlamentari separate, e quindi essere convalidata dalla Corte costituzionale. Ad oggi, quasi tutti, riconoscono che nel Parlamento ucraino non ci sarebbero i voti per ottenere la modifica costituzionale.

Poi ci sono i sondaggi: secondo l’ultimo sondaggio condotto dalla società di sondaggi Rating all’inizio di questo mese, il 44% degli ucraini ritiene che il proprio Paese dovrebbe aderire alla Nato, un calo di due punti percentuali rispetto al sondaggio fatto a febbraio prima dell’inizio dell’invasione russa. Circa il 42% ritiene che l’Ucraina dovrebbe continuare a cooperare con la Nato ma non aderire. «Gli ucraini vogliono aderire alla Nato, ma se l’Europa offre l’adesione all’Ue e propone un pacchetto finanziario per ricostruire l’Ucraina, il dibattito sulla Nato potrebbe essere dimenticato per un po’», ha detto Mykola Davydiuk, analista politico con sede a Kiev.

Così, tanto per sapere di cosa stiamo parlando.

Buon giovedì.

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Amnesty international: dal 2020 meno diritti e più conflitti

No, non è solo la guerra in Ucraina. Per fortuna Amnesty international ci ricorda che bisogna fare i conti con la delusione generale per le false speranze riposte nel cambiamento di rotta sperato che in un momento difficile come quello della pandemia globale, avrebbe potuto spingere tutti i paesi del mondo e i potenti a puntare alla collaborazione, all’aiuto nei confronti dei paesi più poveri.

Nel suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si legge chiaro e tondo. «Gli Stati ad alto reddito hanno colluso coi giganti aziendali ingannando le persone con slogan vuoti e false promesse su un’equa ripresa dalla pandemia da Covid-19, in quello che è risultato uno dei più grandi tradimenti dei nostri tempi». E ancora: «Il rapido sviluppo dei vaccini contro il  Covid-19 era apparso come la perfetta soluzione scientifica e aveva  alimentato la speranza nella fine della pandemia per tutte e per  tutti. Invece, nonostante fossero state prodotte sufficienti dosi per vaccinare tutta la popolazione mondiale entro l’anno, il 2021 si è chiuso con meno del 4% della popolazione degli Stati a basso reddito completamente vaccinata».

«Sui palcoscenici globali del G7, del G20 e della Cop26 – ha commentato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty international – i leader politici ed economici hanno dedicato scarsa attenzione alle politiche che avrebbero potuto generare un’inversione di rotta nell’accesso ai vaccini, aumentare gli investimenti nella protezione sociale e affrontare l’impatto del cambiamento climatico. I capi di Big Pharma e Big Tech ci hanno raccontato storie sulla responsabilità d’impresa.  Poteva essere il momento spartiacque per la ripresa, per un cambiamento genuino e importante, per un mondo più giusto. Invece l’opportunità è andata persa e si è tornati a quel tipo di politiche che alimentano la disuguaglianza. I soci del ‘Club dei ragazzi ricchi’ hanno fatto promesse in pubblico che si sono rimangiati in privato».

Nel 2021 scrive inoltre Amnesty international a proposito dei danni collaterali per le popolazioni civili, «sono scoppiati o sono proseguiti conflitti in Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Territori palestinesi occupati, Libia, Myanmar e Yemen. Tutti gli attori sul terreno hanno violato il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani». Detto in estrema sintesi, milioni di persone sfollate, migliaia uccise, centinaia sottoposte a violenza sessuale e sistemi economici e sanitari già fragili collassati a causa di nuovi o irrisolti conflitti. «Il fatto che il mondo non sia stato in grado di affrontare questo moltiplicarsi dei conflitti ha prodotto ulteriori instabilità e devastazione. Questa vergognosa mancanza d’azione, la costante paralisi degli organismi multilaterali e la mancata assunzione di responsabilità delle potenze hanno contribuito a spalancare la porta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha violato nel modo più evidente il diritto internazionale».

E poi c’è la libertà. Nel 2021 – spiega Amnesty international -, in almeno 67 Paesi sono state introdotte nuove leggi per limitare le libertà di espressione, di associazione o di manifestazione. Almeno 36 Stati degli Usa hanno approvato un’ottantina di provvedimenti per restringere la libertà di manifestazione, mentre il governo del Regno Unito ha proposto una legge che penalizzerebbe gravemente la libertà di riunione pacifica, anche attraverso l’ampliamento dei poteri di polizia. È aumentato anche il ricorso a forme nascoste di sorveglianza digitale. «In Russia – specifica l’organizzazione umanitaria – il governo si è basato sul riconoscimento facciale per eseguire arresti di massa di manifestanti pacifici. In Cina le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di non consentire l’accesso a portali “che mettono in pericolo la sicurezza nazionale” e hanno bloccato applicazioni in cui si discuteva di temi sensibili come lo Xinjiang e Hong Kong. Le autorità di Cuba, Eswatini, Iran, Myanmar, Niger, Senegal, Sudan e Sud Sudan hanno bloccato o limitato Internet per impedire la condivisione di informazioni e l’organizzazione di proteste».

Buon mercoledì.

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Profughi sì, neri no

Michael e Meshack hanno 20 anni e sono scappati dall’Ucraina sotto le bombe. Studiavano a Kiev e come molti altri sono arrivati in Europa per salvarsi, confidando nell’enorme sforzo che l’Ue sta compiendo per accoglierli. Michael e Meshack dovevano andare in un alloggio a Palermo, era già tutto pronto: una cittadina palermitana aveva dato la propria disponibilità ad accoglierli.

Tutto bene? Non proprio. Perché Michael e Meshack ora si trovano nella “Casa della Regina di Pace” a Casteldaccia dove Suor Anna Alonzo a proposito della donna che ha cambiato idea: «Mi ha detto che non voleva ospitare due africani. Due profughi bianchi andavano bene, neri no. Quando sono arrivati, dopo cinque giorni di viaggio, utilizzando autobus, spesso camminando a piedi, erano esausti. Sono crollati sulla sedia e hanno dormito per ore». Eh sì, perché Michael e Meshack sono neri, originari della Nigeria. Il primo studia Economia e non ci saranno problemi nel prosieguo del suo percorso formativo universitario. Il secondo, invece, studia Medicina e ha già sostenuto 12 esami. In Italia però la regola del numero chiuso rischia di interrompere i suoi studi.

La storia può sembrare un evento minore ma contiene quello che proviamo a ripetere da giorni: essere solidale solo con quelli che ci assomigliano o che sentiamo affini è una violazione dei diritti umani ed è una solidarietà posticcia che non ha nulla a che vedere con l’empatia verso gli altri. In parole povere è razzismo. Un razzismo forse più tenue, ma sempre razzismo.

Se avessimo lo sguardo più ampio potremmo anche immaginare che Michael e Meshack siano vittime della guerra per ben due volte. Infatti non è la prima volta che scappano da una guerra: Boko Haram, a Benin Ciy, ha ucciso i loro genitori. Ma figurarsi se abbiamo lo sguardo abbastanza lungo per accorgersene.

Buon martedì.

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Il pugno di Will Smith è ingiustificabile: esprime solo la violenza di una maschilità patriarcale

C’è dentro tutto quello che si può dire sulla mascolinità patriarcale da smantellare nella reazione di Will Smith durante la serata degli Oscar, quando ha deciso di mollare uno schiaffo in diretta mondiale al comico Chris Rock, colpevole di avere fatto una battuta sconveniente sulla moglie di Smith.

Qualche appunto, per quello che serve, utile a puntualizzare la diversità tra Usa e Italia. Da quelle parti la maschera dei benpensanti negli spettacoli comici e di stand up è caduta da un bel pezzo: la satira è una cosa serissima che può permettersi di pungere fregandosene di quelli che benpensano.

Nella flagranza della reazione di Will Smith c’è tutta la tossicità di una mascolinità costruita per dominare e sentirsi importanti. Smith, come accade spesso a tanti uomini, si è sentito giustificato nel suo ruolo di patriarca, restauratore dell’ordine, custode delle virtù e dell’onore delle donne (soprattutto di quelle che considerano “loro”).

L’uomo che ha l’onere e l’onore di difendere “la famiglia” legittimando la risoluzione di conflitti attraverso la forza e esponendo la violenza per riaffermare la virilità e per ripristinare l’onore che si considera “perduto” è quanto di più lontano dallo sforzo degli Oscar di questi anni di risultare “politicamente corretti” con un trucco di facciata che vorrebbe adattarsi a un mondo di diritti finalmente in evoluzione.

Perfino le lacrime di Will Smith rientrano perfettamente nel canone dell’uomo che cerca di giustificarsi, chiede perdono, si spinge perfino a chiedere pietà passando dalla violenza al batuffoloso pentimento in men che non si dica.

Ci sono poi le reazione: l’Accademia che decide di essere complice, il pubblico in sala che applaude convinto di avere appena assistito a un’imponente fiction in cui l’aggredito è solo una pedina funzionale alla narrazione e infine la discussione sui giornali e social che perfino empatizza con l’aggressore. «Dovresti pensare a cosa avresti fatto tu?», chiedono i giustificatori incalliti che si riconoscono nella virilità a suon di schiaffi. E non c’è domanda più vomitevole e comoda: dovremmo chiederci cosa sia giusto.

Forse dovremmo chiederci perché in tutta questa storia sia scomparsa Jada Pinkett che viene citata di passaggio al massimo come “moglie di”, come sempre accade nelle dinamiche di maschi che si affrontano come galli.

Lo so, lo so, che qualcuno leggendo questo pezzo storcerà la bocca poiché Will Smith è stato l’uomo che vorrebbe essere. È normale, tranquilli. Altrimenti il patriarcato non sarebbe il problema che è.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il pugno di Will Smith è ingiustificabile: esprime solo la violenza di una maschilità patriarcale

C’è dentro tutto quello che si può dire sulla mascolinità patriarcale da smantellare nella reazione di Will Smith durante la serata degli Oscar, quando ha deciso di mollare uno schiaffo in diretta mondiale al comico Chris Rock, colpevole di avere fatto una battuta sconveniente sulla moglie di Smith.

Qualche appunto, per quello che serve, utile a puntualizzare la diversità tra Usa e Italia. Da quelle parti la maschera dei benpensanti negli spettacoli comici e di stand up è caduta da un bel pezzo: la satira è una cosa serissima che può permettersi di pungere fregandosene di quelli che benpensano.

Nella flagranza della reazione di Will Smith c’è tutta la tossicità di una mascolinità costruita per dominare e sentirsi importanti. Smith, come accade spesso a tanti uomini, si è sentito giustificato nel suo ruolo di patriarca, restauratore dell’ordine, custode delle virtù e dell’onore delle donne (soprattutto di quelle che considerano “loro”).

L’uomo che ha l’onere e l’onore di difendere “la famiglia” legittimando la risoluzione di conflitti attraverso la forza e esponendo la violenza per riaffermare la virilità e per ripristinare l’onore che si considera “perduto” è quanto di più lontano dallo sforzo degli Oscar di questi anni di risultare “politicamente corretti” con un trucco di facciata che vorrebbe adattarsi a un mondo di diritti finalmente in evoluzione.

Perfino le lacrime di Will Smith rientrano perfettamente nel canone dell’uomo che cerca di giustificarsi, chiede perdono, si spinge perfino a chiedere pietà passando dalla violenza al batuffoloso pentimento in men che non si dica.

Ci sono poi le reazione: l’Accademia che decide di essere complice, il pubblico in sala che applaude convinto di avere appena assistito a un’imponente fiction in cui l’aggredito è solo una pedina funzionale alla narrazione e infine la discussione sui giornali e social che perfino empatizza con l’aggressore. «Dovresti pensare a cosa avresti fatto tu?», chiedono i giustificatori incalliti che si riconoscono nella virilità a suon di schiaffi. E non c’è domanda più vomitevole e comoda: dovremmo chiederci cosa sia giusto.

Forse dovremmo chiederci perché in tutta questa storia sia scomparsa Jada Pinkett che viene citata di passaggio al massimo come “moglie di”, come sempre accade nelle dinamiche di maschi che si affrontano come galli.

Lo so, lo so, che qualcuno leggendo questo pezzo storcerà la bocca poiché Will Smith è stato l’uomo che vorrebbe essere. È normale, tranquilli. Altrimenti il patriarcato non sarebbe il problema che è.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Anche in guerra gli ultimi saranno sempre gli ultimi

Andrea Panico per Melting Pot Europa scrive un importante articolo sugli ultimi che rimangono ultimi soprattutto in tempo di guerra.

Come racconta Panico «in Ucraina il problema della disabilità alla nascita è particolarmente accentuato dal disastro nucleare di Chernobyl del 1986 che ha causato un forte avvelenamento dell’ambiente da radiazioni aumentando sensibilmente, tra le altre, l’incidenza delle forme di cancro e di disabilità fisiche e psichiche alla nascita Si stima che attualmente le persone affette da disabilità nel paese siano complessivamente 2,7 milioni, 261.000 con una disabilità intellettiva di cui 100.000 ufficialmente riconosciute. In Ucraina, secondo lo State Statistics Service, nel 2019 i minori con disabilità erano quasi 164.000. Molti di questi minori vivono in istituti di accoglienza, orfanotrofi, collegi e strutture psichiatriche già spesso vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo e altri tipi di abusi. Ad oggi, solo pochissimi gli orfanotrofi evacuati, per un totale di circa 5.000 bambini».

Per queste persone non esiste attualmente safe passage strutturati e sicuri per uscire dal Paese, anche a causa del fatto che molte delle strutture di accoglienza, dove alcuni di loro sono accolti, si trovano in luoghi isolati da dove è più difficile organizzare spostamenti. Anche per chi vive nelle città, uscirne non è semplice. Se non si hanno dei parenti con una macchina, i mezzi di trasporto che il governo ha provveduto a mettere a disposizione sono sempre sovraffollati e impossibili da utilizzare per chi ha delle disabilità.

Come scrive l’Unhcr «le persone che vivono con disabilità, compresi i bambini, si trovano ad affrontare condizioni orribili crescenti. I centri di accoglienza a Kiev sono inaccessibili, con il risultato che le persone con disabilità sono costrette a rimanere a casa senza accesso alle informazioni, in attesa di un’opzione più sicura. Le persone con disabilità che vivono in istituti, già segregate dalle loro comunità, sono a maggior rischio di abbandono, dato che il personale stesso ha dovuto evacuare con le proprie famiglie».

L’abbiamo ripetuto in questi giorni: aiutare tutti, ma proprio tutti. Questo è il dovere.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui