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Profughi sì, neri no

Michael e Meshack hanno 20 anni e sono scappati dall’Ucraina sotto le bombe. Studiavano a Kiev e come molti altri sono arrivati in Europa per salvarsi, confidando nell’enorme sforzo che l’Ue sta compiendo per accoglierli. Michael e Meshack dovevano andare in un alloggio a Palermo, era già tutto pronto: una cittadina palermitana aveva dato la propria disponibilità ad accoglierli.

Tutto bene? Non proprio. Perché Michael e Meshack ora si trovano nella “Casa della Regina di Pace” a Casteldaccia dove Suor Anna Alonzo a proposito della donna che ha cambiato idea: «Mi ha detto che non voleva ospitare due africani. Due profughi bianchi andavano bene, neri no. Quando sono arrivati, dopo cinque giorni di viaggio, utilizzando autobus, spesso camminando a piedi, erano esausti. Sono crollati sulla sedia e hanno dormito per ore». Eh sì, perché Michael e Meshack sono neri, originari della Nigeria. Il primo studia Economia e non ci saranno problemi nel prosieguo del suo percorso formativo universitario. Il secondo, invece, studia Medicina e ha già sostenuto 12 esami. In Italia però la regola del numero chiuso rischia di interrompere i suoi studi.

La storia può sembrare un evento minore ma contiene quello che proviamo a ripetere da giorni: essere solidale solo con quelli che ci assomigliano o che sentiamo affini è una violazione dei diritti umani ed è una solidarietà posticcia che non ha nulla a che vedere con l’empatia verso gli altri. In parole povere è razzismo. Un razzismo forse più tenue, ma sempre razzismo.

Se avessimo lo sguardo più ampio potremmo anche immaginare che Michael e Meshack siano vittime della guerra per ben due volte. Infatti non è la prima volta che scappano da una guerra: Boko Haram, a Benin Ciy, ha ucciso i loro genitori. Ma figurarsi se abbiamo lo sguardo abbastanza lungo per accorgersene.

Buon martedì.

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Il pugno di Will Smith è ingiustificabile: esprime solo la violenza di una maschilità patriarcale

C’è dentro tutto quello che si può dire sulla mascolinità patriarcale da smantellare nella reazione di Will Smith durante la serata degli Oscar, quando ha deciso di mollare uno schiaffo in diretta mondiale al comico Chris Rock, colpevole di avere fatto una battuta sconveniente sulla moglie di Smith.

Qualche appunto, per quello che serve, utile a puntualizzare la diversità tra Usa e Italia. Da quelle parti la maschera dei benpensanti negli spettacoli comici e di stand up è caduta da un bel pezzo: la satira è una cosa serissima che può permettersi di pungere fregandosene di quelli che benpensano.

Nella flagranza della reazione di Will Smith c’è tutta la tossicità di una mascolinità costruita per dominare e sentirsi importanti. Smith, come accade spesso a tanti uomini, si è sentito giustificato nel suo ruolo di patriarca, restauratore dell’ordine, custode delle virtù e dell’onore delle donne (soprattutto di quelle che considerano “loro”).

L’uomo che ha l’onere e l’onore di difendere “la famiglia” legittimando la risoluzione di conflitti attraverso la forza e esponendo la violenza per riaffermare la virilità e per ripristinare l’onore che si considera “perduto” è quanto di più lontano dallo sforzo degli Oscar di questi anni di risultare “politicamente corretti” con un trucco di facciata che vorrebbe adattarsi a un mondo di diritti finalmente in evoluzione.

Perfino le lacrime di Will Smith rientrano perfettamente nel canone dell’uomo che cerca di giustificarsi, chiede perdono, si spinge perfino a chiedere pietà passando dalla violenza al batuffoloso pentimento in men che non si dica.

Ci sono poi le reazione: l’Accademia che decide di essere complice, il pubblico in sala che applaude convinto di avere appena assistito a un’imponente fiction in cui l’aggredito è solo una pedina funzionale alla narrazione e infine la discussione sui giornali e social che perfino empatizza con l’aggressore. «Dovresti pensare a cosa avresti fatto tu?», chiedono i giustificatori incalliti che si riconoscono nella virilità a suon di schiaffi. E non c’è domanda più vomitevole e comoda: dovremmo chiederci cosa sia giusto.

Forse dovremmo chiederci perché in tutta questa storia sia scomparsa Jada Pinkett che viene citata di passaggio al massimo come “moglie di”, come sempre accade nelle dinamiche di maschi che si affrontano come galli.

Lo so, lo so, che qualcuno leggendo questo pezzo storcerà la bocca poiché Will Smith è stato l’uomo che vorrebbe essere. È normale, tranquilli. Altrimenti il patriarcato non sarebbe il problema che è.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il pugno di Will Smith è ingiustificabile: esprime solo la violenza di una maschilità patriarcale

C’è dentro tutto quello che si può dire sulla mascolinità patriarcale da smantellare nella reazione di Will Smith durante la serata degli Oscar, quando ha deciso di mollare uno schiaffo in diretta mondiale al comico Chris Rock, colpevole di avere fatto una battuta sconveniente sulla moglie di Smith.

Qualche appunto, per quello che serve, utile a puntualizzare la diversità tra Usa e Italia. Da quelle parti la maschera dei benpensanti negli spettacoli comici e di stand up è caduta da un bel pezzo: la satira è una cosa serissima che può permettersi di pungere fregandosene di quelli che benpensano.

Nella flagranza della reazione di Will Smith c’è tutta la tossicità di una mascolinità costruita per dominare e sentirsi importanti. Smith, come accade spesso a tanti uomini, si è sentito giustificato nel suo ruolo di patriarca, restauratore dell’ordine, custode delle virtù e dell’onore delle donne (soprattutto di quelle che considerano “loro”).

L’uomo che ha l’onere e l’onore di difendere “la famiglia” legittimando la risoluzione di conflitti attraverso la forza e esponendo la violenza per riaffermare la virilità e per ripristinare l’onore che si considera “perduto” è quanto di più lontano dallo sforzo degli Oscar di questi anni di risultare “politicamente corretti” con un trucco di facciata che vorrebbe adattarsi a un mondo di diritti finalmente in evoluzione.

Perfino le lacrime di Will Smith rientrano perfettamente nel canone dell’uomo che cerca di giustificarsi, chiede perdono, si spinge perfino a chiedere pietà passando dalla violenza al batuffoloso pentimento in men che non si dica.

Ci sono poi le reazione: l’Accademia che decide di essere complice, il pubblico in sala che applaude convinto di avere appena assistito a un’imponente fiction in cui l’aggredito è solo una pedina funzionale alla narrazione e infine la discussione sui giornali e social che perfino empatizza con l’aggressore. «Dovresti pensare a cosa avresti fatto tu?», chiedono i giustificatori incalliti che si riconoscono nella virilità a suon di schiaffi. E non c’è domanda più vomitevole e comoda: dovremmo chiederci cosa sia giusto.

Forse dovremmo chiederci perché in tutta questa storia sia scomparsa Jada Pinkett che viene citata di passaggio al massimo come “moglie di”, come sempre accade nelle dinamiche di maschi che si affrontano come galli.

Lo so, lo so, che qualcuno leggendo questo pezzo storcerà la bocca poiché Will Smith è stato l’uomo che vorrebbe essere. È normale, tranquilli. Altrimenti il patriarcato non sarebbe il problema che è.

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Anche in guerra gli ultimi saranno sempre gli ultimi

Andrea Panico per Melting Pot Europa scrive un importante articolo sugli ultimi che rimangono ultimi soprattutto in tempo di guerra.

Come racconta Panico «in Ucraina il problema della disabilità alla nascita è particolarmente accentuato dal disastro nucleare di Chernobyl del 1986 che ha causato un forte avvelenamento dell’ambiente da radiazioni aumentando sensibilmente, tra le altre, l’incidenza delle forme di cancro e di disabilità fisiche e psichiche alla nascita Si stima che attualmente le persone affette da disabilità nel paese siano complessivamente 2,7 milioni, 261.000 con una disabilità intellettiva di cui 100.000 ufficialmente riconosciute. In Ucraina, secondo lo State Statistics Service, nel 2019 i minori con disabilità erano quasi 164.000. Molti di questi minori vivono in istituti di accoglienza, orfanotrofi, collegi e strutture psichiatriche già spesso vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo e altri tipi di abusi. Ad oggi, solo pochissimi gli orfanotrofi evacuati, per un totale di circa 5.000 bambini».

Per queste persone non esiste attualmente safe passage strutturati e sicuri per uscire dal Paese, anche a causa del fatto che molte delle strutture di accoglienza, dove alcuni di loro sono accolti, si trovano in luoghi isolati da dove è più difficile organizzare spostamenti. Anche per chi vive nelle città, uscirne non è semplice. Se non si hanno dei parenti con una macchina, i mezzi di trasporto che il governo ha provveduto a mettere a disposizione sono sempre sovraffollati e impossibili da utilizzare per chi ha delle disabilità.

Come scrive l’Unhcr «le persone che vivono con disabilità, compresi i bambini, si trovano ad affrontare condizioni orribili crescenti. I centri di accoglienza a Kiev sono inaccessibili, con il risultato che le persone con disabilità sono costrette a rimanere a casa senza accesso alle informazioni, in attesa di un’opzione più sicura. Le persone con disabilità che vivono in istituti, già segregate dalle loro comunità, sono a maggior rischio di abbandono, dato che il personale stesso ha dovuto evacuare con le proprie famiglie».

L’abbiamo ripetuto in questi giorni: aiutare tutti, ma proprio tutti. Questo è il dovere.

Buon lunedì.

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Guerra in Ucraina, papa Francesco e gli attacchi sistematici verso chi è contro il conflitto

Per misurare la temperatura della guerra basta osservare le notizie che spariscono. La guerra è una manna per molti: ci si infilano gaudenti i signori delle armi che hanno l’occasione di rivendere facilmente il bellicismo come patriottismo, ci si lanciano i giornalisti che accarezzano le emozioni perché incapaci di trovare le notizie, ci si buttano i politici che amano l’odore del sangue e intendono la violenza come apice dell’autorevolezza. «È facile. Basta dire alla gente che la nazione è sotto attacco e accusare i pacifisti di scarso patriottismo e di mettere in pericolo il Paese. Funziona nello stesso modo in tutte le nazioni», spiegò Hermann Göring, luogotenente di Hitler, durante la sua deposizione al Processo di Norimberga.

Papa Francesco (Getty)

Quella frase scomparsa di papa Francesco

La più eclatante scomparsa di una notizia in questi giorni è sicuramente la dichiarazione di papa Francesco al Centro italiano femminile. Non c’è nemmeno bisogno di commentarla, basta leggerla: «La buona politica – ha detto il pontefice – non può venire dalla cultura del potere inteso come dominio e sopraffazione, ma solo da una cultura della cura, cura della persona e della sua dignità e cura della nostra casa comune. Lo prova, purtroppo negativamente, la guerra vergognosa a cui stiamo assistendo». “Guerra vergognosa” in un periodo di bulimia giornalistica sarebbe stato un titolo perfetto, ma la frase è scomparsa. Ha detto poi Francesco: «Penso che per quelle di voi che appartengono alla mia generazione sia insopportabile vedere quello che è successo e sta succedendo in Ucraina. Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica. La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno ‘scacchiere’,dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri».

Getty Images

«Il modello della cura è sottomesso a quello del potere economico-militare»

Il Papa non ha usato aggettivi a caso: “vergognosa” e “insopportabile” sono già un editoriale. E infine l’affondo: «La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico tecnocratico-militare».

Un attacco russo nella cittadina di Kalynivka (Getty Images)

La censura di chi non esulta per la guerra

In Italia è accaduto che dopo le dichiarazioni di papa Francesco, così precise, non fraintendibili, la notizia non sia stata ripresa: nessun titolo su Repubblica, Corriere e Messaggero; nascosta tra le pagine interne su Stampa e Sole 24 Ore; scomparsa addirittura dalle edizioni del Tg1.
Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva e segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, parla di «una caso senza precedenti» in cui «il Tg1 ha censurato Papa Francesco». «La Rai, peraltro, ha addirittura una struttura ad hoc che si chiama Rai Vaticano. Che succede al tg della rete ammiraglia Rai? Perché la direttrice Monica Maggioni, giornalista e dirigente esperta del servizio pubblico, non vigila su ciò che va (e non va) in onda», ha sottolineato. Ma la questione non è il papa, anche se il papa ci è andato di mezzo: il punto è la vigliaccheria di chi per giorni sta delegittimando chiunque non esulti barzotto per la guerra ma non ha il coraggio di rispondere a Francesco. Accusare di scarso patriottismo i pacifisti lo stanno facendo bene, come rispondere a un pontefice invece non lo sanno fare perché non ci sono le istruzioni tra le parole di Göring.

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Armi italiane in Ucraina, l’Anpi scarica il Pd: la svolta guerrafondaia di Letta non piace ai partigiani

Dalle parti del Partito democratico fanno sempre così: quando tengono una posizione che scontenta o addirittura contraddice una parte dei suoi elettori usano il richiamo alla “responsabilità di governo” o ripetono che “ce lo chiede l’Europa” per provare a smorzare il dibattito. Così è passato quasi inosservato (o addirittura è stato considerato come “prevedibile”) che un partito nato dalle ceneri dei più importanti esponenti del pacifismo abbia subito indossato l’elmetto, senza nemmeno l’ombra di un dibattito interno, e si sia arruolato nella fazione di chi ingordo non vede l’ora di spedire armi italiane in Ucraina e di aumentare le spese militari per non immalinconire la Nato.

Armi italiane in Ucraina: la svolta guerrafondaia del Pd

Qualcuno dei suoi ogni tanto, timidamente, prova ad aprire un ragionamento ma dalle parti di Enrico Letta negli ultimi mesi qualsiasi divergenza interna è vissuta come un intoppo di cui scrollarsi per procedere spediti. Verso dove, poi, prima o poi ci sarà dato di capire.

Solo che dalle parti dell’Anpi non hanno perso il nerbo delle origini e in occasione del 17esimo Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani il presidente Pagliarulo non le manda a dire e dal palco scandisce e ripete che “la condanna dell’invasione è irrevocabile ma dobbiamo cercare di capire il contesto e le cause che hanno prodotto la situazione attuale”.

Sull’invio di armi in Ucraina il presidente ha le idee chiare: “L’invio di armi – spiega – da parte di Paesi non belligeranti a un Paese belligerante, ancorché per difendersi giustamente da un’invasione, può essere interpretato dal Paese invasore come un atto di co-belligeranza e comunque alza ulteriormente il livello della tensione internazionale. Ecco la ragione della nostra critica a una scelta che abbiamo giudicato pericolosa”.

Anche sulle spese militari la posizione è netta: “Il riarmo ci porta al disastro”, dicono. Per questo fa piuttosto sorridere sentire Letta che, di fronte a un’evidente contestazione delle posizioni politiche prese dal suo partito, risponde abbozzando che il suo Pd e Anpi “saranno sempre dalla stessa parte del campo”. 

“È il campo della Costituzione, della democrazia, dei principi dell’antifascismo”, ha spiegato Letta. Fingere di non capire per non sentirsi in dovere di rispondere non è una tattica furba e non funziona a lungo. E infatti Letta, a margine del suo intervento, spiega che su armi e guerra Anpi e Pd discuteranno e troveranno soluzioni.

Il Pd rompe l’ennesimo patto

Soluzioni che per adesso non ci sono. Una cosa è certa: sulla guerra in Ucraina il Partito democratico ha consumato l’ennesimo pattoprima con la Cgil, non partecipando alla manifestazione per la pace convocata dal sindacato e non lesinando critiche da parte dei suoi esponenti più agguerriti, e ora con l’Anpi.

All’interno però sono molti gli iscritti che lamentano un militarismo pancia a terra che non è stato discusso e che sembra impossibile contestare pubblicamente. L’europarlamentare Pierfrancesco Majorino ha alzato la voce sulle spese militari (“il 2 per cento di Pil per spese militari è solo un regalo all’industria degli armamenti. Letta ci ripensi”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica) ma la fronda pacifista interna non sembra avere avuto molta fortuna sui giornali e nei comunicati stampa. I mal di pancia, come spesso accade, sono sottaciuti per “il bene del partito”.

Ma quanto sia un bene perdere per strada i sindacati, i lavoratori e i partigiani prima o poi ce lo dovranno spiegare. Anche perché l’identità si costruisce in decenni ma si disperde in un attimo. Renzi docet.

(per La Notizia)

Il problema in Rai non è Orsini. Ma l’informazione cattura-share. L’approfondimento segue le regole dell’intrattenimento

Le polemiche e gli attacchi di Pd, Italia Viva e +Europa hanno funzionato: la Rai ha cancellato il contratto di Alessandro Orsini con Cartabianca, la trasmissione Rai di Bianca Berlinguer che aveva sottoscritto un accordo per sei puntate con il docente di Sociologia generale e direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss.

Orsini da giorni è al centro di critiche per le sue posizioni considerate troppo filoputiniane

Orsini da giorni è al centro di critiche per le sue posizioni considerate troppo filoputiniane e la notizia del suo compenso di circa 2mila euro a puntata per 6 appuntamenti è sembrato il gancio perfetto per aumentare il fuoco di fila. Dura la reazione della Berlinguer, conduttrice della trasmissione: “Una decisione che limita gravemente il mio ruolo di autrice e di responsabile di Cartabianca per quanto riguarda la questione fondamentale della scelta degli ospiti e di conseguenza dei contenuti sui quali si costruisce la discussione”, dice la giornalista.

“Aggiungo che non condivido la decisione di escludere una voce certamente rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana e tra gli studiosi, in quanto ciò porterebbe a una mortificazione del dibattito che per essere tale deve esprimere la più ampia pluralità di idee”. Da parte sua Orsini si dichiara pronto “a partecipare alla trasmissione” anche “gratuitamente” .

Com’era prevedibile il dibattito si è infiammato. Luigi De Magistris e Vittorio Sgarbi parlano di “censura”, Gianni Cuperlo (Pd) trova “sbagliata la polemica sulla presenza di un esperto di politiche della sicurezza nello studio di Cartabianca” chiarendo di non condividerne le posizioni ma di non accettarne “la messa al bando”.

Dello stesso avviso i deputati dei 5 Stelle Francesco Berti e Francesca Flati che parlano di “una vergogna per una democrazia matura e pluralista”: “Ai miei colleghi – scrive Flati, che fa parte della commissione di Vigilanza Rai – dico che non può essere la politica a decidere chi può e chi non può parlare, né tantomeno a fare la scaletta delle trasmissioni”. Dall’altra parte esultano il democratico Marcucci, la senatrice del Valeria Fedeli e il renziano Michele Anzaldi.

Nessuno però sembra centrare (o sembra voler parlare) del punto vero: nel suo contratto di servizio (2018-2022) la Rai si prende l’impegno di assicurare “un’offerta di servizio pubblico” improntata ai principi di “imparzialità, dell’indipendenza e del pluralismo, riferito a tutte le diverse condizioni e opzioni sociali, culturali e politiche, affinché ciascuno possa autonomamente formarsi opinioni e idee e partecipare in modo attivo e consapevole alla vita del Paese”.

Che il servizio pubblico ami alcune posizioni rispetto ad altre, che abbia sovradimensionato politici con bassissimo consenso elettorale e che proponga spesso una privilegiata chiave di lettura dei fatti è fin troppo chiaro. Non è un caso che nei corridoi di Viale Mazzini si tema più la telefonata di un politico di qualsiasi del riscontro degli ascolti. Il “caso Orsini” tra l’altro svela il segreto di Pulcinella: da anni l’informazione applica in tutto e per tutto le regole dell’intrattenimento, preoccupandosi più di catturare l’attenzione dei telespettatori che di informare.

È naturale che in questo paradigma il mercato degli intrattenitori proponga cachet che non sono commisurati con lo spessore delle opinioni e delle informazioni ma attengono al ruolo in commedia. Il problema non è Orsini, ma un servizio pubblico che spesso non rispetta il proprio mandato. Per dirlo però ci vuole coraggio vero, mica quello che basta per cacciare un professore.

(per La Notizia)

Russofobia dilagante: è il solito odio xenofobo e nazionalista di chi confonde un popolo con il suo leader

A proposito della dilagante russofobia, da noi si è discusso molto di ciò che era accaduto allo scrittore Paolo Nori, che si è visto cancellare un corso di letteratura su Dostoevskij dall’Università Bicocca di Milano. Poi c’è stata l’esclusione del fotografo Alexander Gronsky dal Festival della Fotografia Europea: che Gronsky fosse stato arrestato lo scorso 26 febbraio per avere manifestato contro Putin non è bastato.

Russofobia sempre più dilagante

La russiofobia dilagante colpisce un russo solo perché russo, vivo o morto che sia, indifferentemente dalle sue posizioni politiche (se vivo) e dal suo valore artistico (se morto). Il Museo nazionale del Cinema di Torino ha cancellato una retrospettiva sul regista russo Karen Georgievich, mentre il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha ingaggiato un braccio di ferro col direttore d’orchestra Valery Gergiev, considerato troppo amico di Putin per lavorare alla Scala.

La guerra dovrebbe essere contro Putin, mica contro i russi, ma l’emotività incontrollata e la passione per la polarizzazione sta trascendendo in modi inutili e pericolosi. Mentre i governi forniscono aiuti e armi agli ucraini, organizzando severe sanzioni contro l’economia russa con la speranza di costringere Putin a fare un passo indietro, la gente comune cerca, nel suo piccolo, di partecipare al conflitto con atti di protesta che dovrebbero essere significativi ma non sempre ci riescono.

Così, ad esempio, quando Volodymyr Zelensky ha chiesto agli americani di smettere di acquistare prodotti da società russe o che continuano a fare affari in Russia (come Dunkin’ Donuts, Reebok e Subway) in molti hanno aderito al boicottaggio.

L’errore di confonde un popolo con il suo leader

Ma è tutto utile? Non proprio. All’inizio di marzo un gruppo di proprietari di bar e ristoranti nella città di Hempstead hanno riunito giornalisti e fotografi mentre versavano bottiglie di vodka sulla strada, promettendone di non acquistare “mai più”. Qualcuno ha fatto notare che la vodka Stoli non sia russa ma lettone, l’azienda Zyr dal canto suo ha ricordato che nonostante il nome è stata inventata in un appartamento di Manhattan da David Katz, nativo del New Jersey: “Nessuno in Russia, sicuramente non Putin, si accorgerà di nessun effetto se smettete di berci”, ha scritto l’azienda.

Per uno scherzo del destino il loro unico prodotto estero sono i tappi delle bottiglie che arrivano dall’Ucraina. La guerra alla vodka però negli Usa è diventata un affare di Stato e i divieti della sua vendita interessano almeno 11 Stati. Eppure negli Usa la vodka russa è meno dell’1% delle importazioni ma la foga ha travolto tutti: il marchio Smirnoff in un’accorato comunicato stampa ricorda di essere prodotta negli Usa. “Non c’è bisogno di rovesciarci da nessuna parte tranne che nel tuo bicchiere”, hanno scritto sui cartelloni pubblicitari. Chissà se funzionerà.

In una gastronomia della Carolina Rick Anderson, il proprietario, ha ribattezzato il suo “russian dressing” con il nome di “condimento ucraino”: “ha il sapore del nostro vecchio condimento, senza i notevoli accenni di genocidio”, ha raccontato in un’intervista a Fox. Peccato che nonostante il nome quella salsa sia stata creata negli Stati Uniti: tutti gli esperti di alimentazione concordano che sia stato inventata nel New Hampshire.

In Quebec, nel ristorante Le Roy Jucep, la specialità della casa, il piatto canadese “Poutine”, ha cambiato nome per il rischio di assonanza con il nome di Vladimir Putin. Il ristorante ha scritto su Facebook: “Questa sera il team di Jucep ha deciso di ritirare temporaneamente la parola P**tine dal suo marchio per esprimere, a modo suo, il suo profondo sgomento per la situazione in Ucraina”. Solo la protesta diffusa dei clienti su Facebook hanno convinto il ristorante che si trattasse di una solenne cretinata che nulla aveva a che vedere con la “solidarietà”. Il post è stato rimosso e il piatto ha potuto riprendere il suo nome originale.

Forse una delle storie più incredibili arriva dal National Mustard Museum del Wisconsin che ha deciso di togliere la senape russa dalla sua collezione sostituendola con un cartello piuttosto discutibile: “Le mostarde russe sono state temporaneamente rimosse. Torneranno una volta che l’invasione dell’Ucraina sarà finita e la Russia riconoscerà e rispetterà la nazione sovrana dell’Ucraina”. La foto pubblicata su Twitter ha scatenato una reazione mista di incredulità e sgomento: il cartello è stato rimosso e la senape russa si è vista riconosciuta pari dignità con le altre mostarde.

A Parigi Putin l’hanno eliminato, seppur simbolicamente: la sua statua al Museo delle statue di cera Grévin di Parigi è stata rimossa. Nei giorni precedenti aveva subito piccoli episodi di vandalismo ma il direttore del museo, Yves Delhommeau, ha detto alla radio France Bleu “dato quello che è successo, noi e il nostro staff non vogliamo dover sistemare i suoi capelli e il suo aspetto ogni giorno”. La statua è finita in magazzino, qualcuno propone di sostituirla con una nuova statua del del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

La Cardiff Philharmonic Orchestra ha deciso di rinunciare all’esecuzione dell’Ouverture di Pyotr Ilych Tchaikovsky, in quanto “inappropriato in questo momento”. La settimana scorsa un’organizzazione no profit americana per la difesa dello spazio ha ribattezzato di corsa una raccolta fondi dedicata all’astronauta sovietico Yuri Gagarin: ora la serata di gala che era “la notte di Yuri” da 7 anni consecutivi, si chiama “A Celebration of Space: Discover What’s Next”. Il celebre marchio di videogiochi Elecronic Arts ha rimosso la nazionale russa dal suo videogioco più famoso, “Fifa”, per “solidarietà con il popolo ucraino”.

Perfino cani e gatti sono stati esclusi da competizioni e esibizioni: l’International Cat Federation ci fa sapere che non poteva “essere testimone di queste atrocità e non fare nulla”. Poi ci sono i fatti più gravi: immigrati russi di tutte le età che in Germania, in Canada, in Nuova Zelanda sono rimasti vittime di violenza e molestie. Oggi giorno vengono segnalati nuovi episodi di discriminazione.

Si chiama russiofobia ma spesso è il solito odio xenofobo e nazionalista che divampa in tempi di guerra e che colpisce persone improvvisamente “straniere” per colpe che non hanno. Il solito errore di confondere un popolo con il suo leader. E così per essere “solidali con le vittime della guerra” si finisce per fare la guerra, anche nelle piccole (e inutili) cose.

(per La Notizia)

Guerra in Ucraina, ecco la mappa dei crimini di Putin. Un mese di raid contro obiettivi civili e aree più popolate. Un documento stilato dalle Nazioni Unite inchioda lo zar

La propaganda russa insiste. Secondo le fonti vicine al Cremlino gli obiettivi civili non rientrerebbero nell’azione dell’esercito di Putin eppure ormai non ci crede più nessuno. L’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani conferma 953 civili uccisi, inclusi almeno 78 bambini, ma tutti sono d’accordo che il bilancio reale della guerra in Ucraina è sensibilmente più alto.

Guerra in Ucraina, la Russia ha spostato i suoi attacchi verso le aree densamente popolate colpendo indiscriminatamente strutture civili

Con l’inizio dell’invasione sono cominciati attacchi aerei aggressivi contro edifici, aeroporti militari e centro governativi in Ucraina. Con il passare dei giorni la Russia ha spostato molti dei suoi attacchi verso le aree densamente popolate colpendo indiscriminatamente strutture civili. Sono scuole materne, uffici postali, musei, impianti sportivi e fabbriche praticamente cancellate, come si evince dalle immagini satellitari.

Le linee elettriche e del gas sono state interrotte, alcune stazioni ferroviarie sono state rase al suolo, alcuni ponti esplosi. Basti pensare che sono almeno 10 i luoghi di culto bersaglio delle armi russe, inclusa una chiesa ormai irriconoscibile a Malyn. Le immagini che arrivano dalle zone di guerra raccontano di civili ammazzati all’interno delle loro auto. Resti di un missile russo sono stati ritrovati perfino all’interno di uno zoo.

Il fuoco indistinto ha raso al suolo un autolavaggio a Baryshivka, a est di Kiev (e viene difficile che potesse avere una qualsiasi valenza strategica) mentre un raid a Mykolaiv ha colpito un magazzino di cipolle insieme a diversi quartieri residenziali. L’obitorio cittadino da giorni trabocca di cadaveri.

A Kharkiv è stata colpita la scuola, a Chernihiv non esiste praticamente più lo stadio, bus di linea sono stati colpiti a Novoiavoricsk e a Kiev. Anche a Stanytsia Luhanska la scuola ormai è inutilizzabile mentre a Chernihiv un hotel è rimasto sventrato dai missili. Nel quartiere di Hostomel, sempre nei pressi di Kiev, un negozio di alimentare è stato divorato dalle fiamme mentre dell’Ospedale di Melitopol abbiamo visto le immagini fare il giro del mondo.

Solo a Mariupol la scorsa settimana il bilancio stimato dal governo cittadino era di 2.400 persone, per si parlava di un totale che aveva superato le 3mila persone. Ma dare numeri è difficile: i morti rimangono intrappolati sotto le macerie, sepolti senza nome in fosse comune oppure rimangono stese per giorni in mezzo alla strada. Qui il teatro che era diventato rifugio per i civili è stato colpito duramente dagli aerei russi, nonostante la parola “bambini” fosse scritta a lettere giganti sul marciapiede da entrambi i lati dell’edificio, chiaramente visibile anche dal cielo (leggi l’articolo).

Una recente analisi delle immagini satellitari parla di almeno 391 edifici a Mariupol con evidenza di danni di cui almeno 69 sono strutture civili. Solo nella regione di Kharkiv (seconda città più grande dell’Ucraina) più di 60 scuole sono state danneggiate dopo gli incessanti bombardamenti. Ci sono stati almeno 62 attacchi confermati al personale sanitario e alle infrastrutture sanitarie, come ospedali e ambulanze, in Ucraina, secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi hanno provocato almeno 15 morti e decine di feriti.

Il procuratore capo della Corte penale internazionale ha aperto un’indagine formale su presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Anche la guerra ha le sue leggi: secondo il diritto umanitario internazionale infatti i combattenti e i comandanti dovrebbero adottare misure per ridurre al minimo i danni ai civili o agli “oggetti civili”, come case, edifici, altre infrastrutture o veicoli che non vengono utilizzati per scopi militari. In alcuni casi, dovrebbero avvertire gli occupanti prima di un attacco.

A seconda delle circostanze di un attacco, prendere di mira strutture civili o bombardare indiscriminatamente aree densamente popolate è una violazione della legge. Leila Sadat, professoressa di diritto internazionale alla Washington University di St. Louis e consulente speciale del procuratore della Corte penale internazionale dal 2012, ha affermato che il modello di attacchi diffusi che coinvolgono strutture civili dovrebbe essere seriamente indagato e ha ricordato che l’onere della prova per dimostrare che una struttura sia un obiettivo militare giustificato e che l’attacco sia stato proporzionato spetta alla Russia. Sostenere la presenza di “soldati nascosti” non basta. Putin deve inventarsi una bugia migliore.

(per La Notizia)

Draghi guida la corsa ad armare Kiev. Il premier travolto dall’epidemia bellica illude l’Ucraina sull’ingresso nell’Ue

Ci si preoccupava (con qualche ragione) che Volodymyr Zelenskyparlasse al Parlamento italiano con toni da terza guerra mondiale, con similitudini spericolate e invece avremmo dovuto preoccuparci di Mario Draghi.

Il capo del governo dei migliori infatti ha indossato l’elmetto in un discorso che ha ben poco di politico e molto di retorico: “Il vostro popolo – ha detto Draghi rivolgendosi al presidente ucraino – è diventato il vostro esercito, l’arroganza del governo russo si è scontrata con la dignità del popolo ucraino che frena le mire espansionistiche di Mosca e pone costi altissimi all’esercito invasore. Oggi l’Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace, libertà e sicurezza”.

Abbiamo passato giorni a discutere del rischio che Zelensky utilizzasse (come aveva già fatto nei suoi discorsi precedenti con i parlamenti di altri Paesi) l’artificio retorico della Resistenza italiana e invece è bastato lasciar parlare Draghi: di “resistenza eroica” ha parlato il presidente del Consiglio, arrivando a un livello emozionale che perfino il presidente ucraino sotto le bombe aveva trovato inelegante utilizzare.

Draghi ha avuto la temerarietà di dirci che “l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”

Ma l’aspetto più inquietante è che mentre si cerca qualsiasi piccolo spiraglio per la pace in un’equilibrio delicatissimo (che ha spinto perfino Zelensky a rivedere le proprie posizioni sull’entrata dell’Ucraina e della Nato) il nostro Presidente del Consiglio, probabilmente travolto dall’epidemia bellica, ha avuto la temerarietà di dirci che “l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”: le parole più spropositate e intempestive che si potessero pronunciare in un momento del genere. Tra l’altro Draghi e i suoi, che da sempre pigiano sul mito della serietà e dello studio, dovrebbero sapere che già nelle scorse settimane diversi Paesi europei avevano valutato la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.

L’Europa però non è la patria dei Paesi meritevoli in quanto invasi (altrimenti Yemen, Palestina e Afghanistan sarebbero europee da un bel pezzo, solo per citarne alcuni) ma è un’Unione che richiede governi in grado di approvare riforme economiche e istituzionali complesse e precise, ben distanti dall’Ucraina, ben prima che venisse invasa dalla Russia ed entrasse in guerra.

Anche la guerra è tutt’altro che un evento acceleratore dell’ingresso nell’Ue: qualcuno avrebbe potuto far notare a Draghi e alla sua schiera che il trattato sull’Unione Europea prevede all’articolo 42.7 una precisa clausola di “difesa reciproca” nel caso di attacco di un Paese membro. In sostanza, come avviene per la Nato, fare entrare l’Ucraina in Europa (o come nel caso di Draghi, lasciare intendere che “l’Ucraina sia già Europa, anche se mancano le carte”) significa trascinare tutti i Paesi membri in una guerra che assumerebbe in un secondo proporzioni enormi.

Non è un caso che Josep Borrell, Alto rappresentante di Bruxelles per gli Affari esteri, abbia detto che “l’Ucraina ha una chiara prospettiva europea”, ma che l’adesione è qualcosa che richiederà, in ogni caso, molti anni e che adesso l’Unione “deve fornire una risposta per le prossime ore, non per i prossimi anni”. I guerriglieri da divano comunque festeggiano. Insomma, delusi perché Zelensky non è stato abbastanza Rambo ma felici che Draghi abbia fatto lo Zelensky. Loro sono a posto così.

(per La Notizia)