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Guerra in Ucraina, papa Francesco e gli attacchi sistematici verso chi è contro il conflitto

Per misurare la temperatura della guerra basta osservare le notizie che spariscono. La guerra è una manna per molti: ci si infilano gaudenti i signori delle armi che hanno l’occasione di rivendere facilmente il bellicismo come patriottismo, ci si lanciano i giornalisti che accarezzano le emozioni perché incapaci di trovare le notizie, ci si buttano i politici che amano l’odore del sangue e intendono la violenza come apice dell’autorevolezza. «È facile. Basta dire alla gente che la nazione è sotto attacco e accusare i pacifisti di scarso patriottismo e di mettere in pericolo il Paese. Funziona nello stesso modo in tutte le nazioni», spiegò Hermann Göring, luogotenente di Hitler, durante la sua deposizione al Processo di Norimberga.

Papa Francesco (Getty)

Quella frase scomparsa di papa Francesco

La più eclatante scomparsa di una notizia in questi giorni è sicuramente la dichiarazione di papa Francesco al Centro italiano femminile. Non c’è nemmeno bisogno di commentarla, basta leggerla: «La buona politica – ha detto il pontefice – non può venire dalla cultura del potere inteso come dominio e sopraffazione, ma solo da una cultura della cura, cura della persona e della sua dignità e cura della nostra casa comune. Lo prova, purtroppo negativamente, la guerra vergognosa a cui stiamo assistendo». “Guerra vergognosa” in un periodo di bulimia giornalistica sarebbe stato un titolo perfetto, ma la frase è scomparsa. Ha detto poi Francesco: «Penso che per quelle di voi che appartengono alla mia generazione sia insopportabile vedere quello che è successo e sta succedendo in Ucraina. Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica. La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno ‘scacchiere’,dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri».

Getty Images

«Il modello della cura è sottomesso a quello del potere economico-militare»

Il Papa non ha usato aggettivi a caso: “vergognosa” e “insopportabile” sono già un editoriale. E infine l’affondo: «La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico tecnocratico-militare».

Un attacco russo nella cittadina di Kalynivka (Getty Images)

La censura di chi non esulta per la guerra

In Italia è accaduto che dopo le dichiarazioni di papa Francesco, così precise, non fraintendibili, la notizia non sia stata ripresa: nessun titolo su Repubblica, Corriere e Messaggero; nascosta tra le pagine interne su Stampa e Sole 24 Ore; scomparsa addirittura dalle edizioni del Tg1.
Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva e segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, parla di «una caso senza precedenti» in cui «il Tg1 ha censurato Papa Francesco». «La Rai, peraltro, ha addirittura una struttura ad hoc che si chiama Rai Vaticano. Che succede al tg della rete ammiraglia Rai? Perché la direttrice Monica Maggioni, giornalista e dirigente esperta del servizio pubblico, non vigila su ciò che va (e non va) in onda», ha sottolineato. Ma la questione non è il papa, anche se il papa ci è andato di mezzo: il punto è la vigliaccheria di chi per giorni sta delegittimando chiunque non esulti barzotto per la guerra ma non ha il coraggio di rispondere a Francesco. Accusare di scarso patriottismo i pacifisti lo stanno facendo bene, come rispondere a un pontefice invece non lo sanno fare perché non ci sono le istruzioni tra le parole di Göring.

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Armi italiane in Ucraina, l’Anpi scarica il Pd: la svolta guerrafondaia di Letta non piace ai partigiani

Dalle parti del Partito democratico fanno sempre così: quando tengono una posizione che scontenta o addirittura contraddice una parte dei suoi elettori usano il richiamo alla “responsabilità di governo” o ripetono che “ce lo chiede l’Europa” per provare a smorzare il dibattito. Così è passato quasi inosservato (o addirittura è stato considerato come “prevedibile”) che un partito nato dalle ceneri dei più importanti esponenti del pacifismo abbia subito indossato l’elmetto, senza nemmeno l’ombra di un dibattito interno, e si sia arruolato nella fazione di chi ingordo non vede l’ora di spedire armi italiane in Ucraina e di aumentare le spese militari per non immalinconire la Nato.

Armi italiane in Ucraina: la svolta guerrafondaia del Pd

Qualcuno dei suoi ogni tanto, timidamente, prova ad aprire un ragionamento ma dalle parti di Enrico Letta negli ultimi mesi qualsiasi divergenza interna è vissuta come un intoppo di cui scrollarsi per procedere spediti. Verso dove, poi, prima o poi ci sarà dato di capire.

Solo che dalle parti dell’Anpi non hanno perso il nerbo delle origini e in occasione del 17esimo Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani il presidente Pagliarulo non le manda a dire e dal palco scandisce e ripete che “la condanna dell’invasione è irrevocabile ma dobbiamo cercare di capire il contesto e le cause che hanno prodotto la situazione attuale”.

Sull’invio di armi in Ucraina il presidente ha le idee chiare: “L’invio di armi – spiega – da parte di Paesi non belligeranti a un Paese belligerante, ancorché per difendersi giustamente da un’invasione, può essere interpretato dal Paese invasore come un atto di co-belligeranza e comunque alza ulteriormente il livello della tensione internazionale. Ecco la ragione della nostra critica a una scelta che abbiamo giudicato pericolosa”.

Anche sulle spese militari la posizione è netta: “Il riarmo ci porta al disastro”, dicono. Per questo fa piuttosto sorridere sentire Letta che, di fronte a un’evidente contestazione delle posizioni politiche prese dal suo partito, risponde abbozzando che il suo Pd e Anpi “saranno sempre dalla stessa parte del campo”. 

“È il campo della Costituzione, della democrazia, dei principi dell’antifascismo”, ha spiegato Letta. Fingere di non capire per non sentirsi in dovere di rispondere non è una tattica furba e non funziona a lungo. E infatti Letta, a margine del suo intervento, spiega che su armi e guerra Anpi e Pd discuteranno e troveranno soluzioni.

Il Pd rompe l’ennesimo patto

Soluzioni che per adesso non ci sono. Una cosa è certa: sulla guerra in Ucraina il Partito democratico ha consumato l’ennesimo pattoprima con la Cgil, non partecipando alla manifestazione per la pace convocata dal sindacato e non lesinando critiche da parte dei suoi esponenti più agguerriti, e ora con l’Anpi.

All’interno però sono molti gli iscritti che lamentano un militarismo pancia a terra che non è stato discusso e che sembra impossibile contestare pubblicamente. L’europarlamentare Pierfrancesco Majorino ha alzato la voce sulle spese militari (“il 2 per cento di Pil per spese militari è solo un regalo all’industria degli armamenti. Letta ci ripensi”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica) ma la fronda pacifista interna non sembra avere avuto molta fortuna sui giornali e nei comunicati stampa. I mal di pancia, come spesso accade, sono sottaciuti per “il bene del partito”.

Ma quanto sia un bene perdere per strada i sindacati, i lavoratori e i partigiani prima o poi ce lo dovranno spiegare. Anche perché l’identità si costruisce in decenni ma si disperde in un attimo. Renzi docet.

(per La Notizia)

Il problema in Rai non è Orsini. Ma l’informazione cattura-share. L’approfondimento segue le regole dell’intrattenimento

Le polemiche e gli attacchi di Pd, Italia Viva e +Europa hanno funzionato: la Rai ha cancellato il contratto di Alessandro Orsini con Cartabianca, la trasmissione Rai di Bianca Berlinguer che aveva sottoscritto un accordo per sei puntate con il docente di Sociologia generale e direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss.

Orsini da giorni è al centro di critiche per le sue posizioni considerate troppo filoputiniane

Orsini da giorni è al centro di critiche per le sue posizioni considerate troppo filoputiniane e la notizia del suo compenso di circa 2mila euro a puntata per 6 appuntamenti è sembrato il gancio perfetto per aumentare il fuoco di fila. Dura la reazione della Berlinguer, conduttrice della trasmissione: “Una decisione che limita gravemente il mio ruolo di autrice e di responsabile di Cartabianca per quanto riguarda la questione fondamentale della scelta degli ospiti e di conseguenza dei contenuti sui quali si costruisce la discussione”, dice la giornalista.

“Aggiungo che non condivido la decisione di escludere una voce certamente rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana e tra gli studiosi, in quanto ciò porterebbe a una mortificazione del dibattito che per essere tale deve esprimere la più ampia pluralità di idee”. Da parte sua Orsini si dichiara pronto “a partecipare alla trasmissione” anche “gratuitamente” .

Com’era prevedibile il dibattito si è infiammato. Luigi De Magistris e Vittorio Sgarbi parlano di “censura”, Gianni Cuperlo (Pd) trova “sbagliata la polemica sulla presenza di un esperto di politiche della sicurezza nello studio di Cartabianca” chiarendo di non condividerne le posizioni ma di non accettarne “la messa al bando”.

Dello stesso avviso i deputati dei 5 Stelle Francesco Berti e Francesca Flati che parlano di “una vergogna per una democrazia matura e pluralista”: “Ai miei colleghi – scrive Flati, che fa parte della commissione di Vigilanza Rai – dico che non può essere la politica a decidere chi può e chi non può parlare, né tantomeno a fare la scaletta delle trasmissioni”. Dall’altra parte esultano il democratico Marcucci, la senatrice del Valeria Fedeli e il renziano Michele Anzaldi.

Nessuno però sembra centrare (o sembra voler parlare) del punto vero: nel suo contratto di servizio (2018-2022) la Rai si prende l’impegno di assicurare “un’offerta di servizio pubblico” improntata ai principi di “imparzialità, dell’indipendenza e del pluralismo, riferito a tutte le diverse condizioni e opzioni sociali, culturali e politiche, affinché ciascuno possa autonomamente formarsi opinioni e idee e partecipare in modo attivo e consapevole alla vita del Paese”.

Che il servizio pubblico ami alcune posizioni rispetto ad altre, che abbia sovradimensionato politici con bassissimo consenso elettorale e che proponga spesso una privilegiata chiave di lettura dei fatti è fin troppo chiaro. Non è un caso che nei corridoi di Viale Mazzini si tema più la telefonata di un politico di qualsiasi del riscontro degli ascolti. Il “caso Orsini” tra l’altro svela il segreto di Pulcinella: da anni l’informazione applica in tutto e per tutto le regole dell’intrattenimento, preoccupandosi più di catturare l’attenzione dei telespettatori che di informare.

È naturale che in questo paradigma il mercato degli intrattenitori proponga cachet che non sono commisurati con lo spessore delle opinioni e delle informazioni ma attengono al ruolo in commedia. Il problema non è Orsini, ma un servizio pubblico che spesso non rispetta il proprio mandato. Per dirlo però ci vuole coraggio vero, mica quello che basta per cacciare un professore.

(per La Notizia)

Russofobia dilagante: è il solito odio xenofobo e nazionalista di chi confonde un popolo con il suo leader

A proposito della dilagante russofobia, da noi si è discusso molto di ciò che era accaduto allo scrittore Paolo Nori, che si è visto cancellare un corso di letteratura su Dostoevskij dall’Università Bicocca di Milano. Poi c’è stata l’esclusione del fotografo Alexander Gronsky dal Festival della Fotografia Europea: che Gronsky fosse stato arrestato lo scorso 26 febbraio per avere manifestato contro Putin non è bastato.

Russofobia sempre più dilagante

La russiofobia dilagante colpisce un russo solo perché russo, vivo o morto che sia, indifferentemente dalle sue posizioni politiche (se vivo) e dal suo valore artistico (se morto). Il Museo nazionale del Cinema di Torino ha cancellato una retrospettiva sul regista russo Karen Georgievich, mentre il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha ingaggiato un braccio di ferro col direttore d’orchestra Valery Gergiev, considerato troppo amico di Putin per lavorare alla Scala.

La guerra dovrebbe essere contro Putin, mica contro i russi, ma l’emotività incontrollata e la passione per la polarizzazione sta trascendendo in modi inutili e pericolosi. Mentre i governi forniscono aiuti e armi agli ucraini, organizzando severe sanzioni contro l’economia russa con la speranza di costringere Putin a fare un passo indietro, la gente comune cerca, nel suo piccolo, di partecipare al conflitto con atti di protesta che dovrebbero essere significativi ma non sempre ci riescono.

Così, ad esempio, quando Volodymyr Zelensky ha chiesto agli americani di smettere di acquistare prodotti da società russe o che continuano a fare affari in Russia (come Dunkin’ Donuts, Reebok e Subway) in molti hanno aderito al boicottaggio.

L’errore di confonde un popolo con il suo leader

Ma è tutto utile? Non proprio. All’inizio di marzo un gruppo di proprietari di bar e ristoranti nella città di Hempstead hanno riunito giornalisti e fotografi mentre versavano bottiglie di vodka sulla strada, promettendone di non acquistare “mai più”. Qualcuno ha fatto notare che la vodka Stoli non sia russa ma lettone, l’azienda Zyr dal canto suo ha ricordato che nonostante il nome è stata inventata in un appartamento di Manhattan da David Katz, nativo del New Jersey: “Nessuno in Russia, sicuramente non Putin, si accorgerà di nessun effetto se smettete di berci”, ha scritto l’azienda.

Per uno scherzo del destino il loro unico prodotto estero sono i tappi delle bottiglie che arrivano dall’Ucraina. La guerra alla vodka però negli Usa è diventata un affare di Stato e i divieti della sua vendita interessano almeno 11 Stati. Eppure negli Usa la vodka russa è meno dell’1% delle importazioni ma la foga ha travolto tutti: il marchio Smirnoff in un’accorato comunicato stampa ricorda di essere prodotta negli Usa. “Non c’è bisogno di rovesciarci da nessuna parte tranne che nel tuo bicchiere”, hanno scritto sui cartelloni pubblicitari. Chissà se funzionerà.

In una gastronomia della Carolina Rick Anderson, il proprietario, ha ribattezzato il suo “russian dressing” con il nome di “condimento ucraino”: “ha il sapore del nostro vecchio condimento, senza i notevoli accenni di genocidio”, ha raccontato in un’intervista a Fox. Peccato che nonostante il nome quella salsa sia stata creata negli Stati Uniti: tutti gli esperti di alimentazione concordano che sia stato inventata nel New Hampshire.

In Quebec, nel ristorante Le Roy Jucep, la specialità della casa, il piatto canadese “Poutine”, ha cambiato nome per il rischio di assonanza con il nome di Vladimir Putin. Il ristorante ha scritto su Facebook: “Questa sera il team di Jucep ha deciso di ritirare temporaneamente la parola P**tine dal suo marchio per esprimere, a modo suo, il suo profondo sgomento per la situazione in Ucraina”. Solo la protesta diffusa dei clienti su Facebook hanno convinto il ristorante che si trattasse di una solenne cretinata che nulla aveva a che vedere con la “solidarietà”. Il post è stato rimosso e il piatto ha potuto riprendere il suo nome originale.

Forse una delle storie più incredibili arriva dal National Mustard Museum del Wisconsin che ha deciso di togliere la senape russa dalla sua collezione sostituendola con un cartello piuttosto discutibile: “Le mostarde russe sono state temporaneamente rimosse. Torneranno una volta che l’invasione dell’Ucraina sarà finita e la Russia riconoscerà e rispetterà la nazione sovrana dell’Ucraina”. La foto pubblicata su Twitter ha scatenato una reazione mista di incredulità e sgomento: il cartello è stato rimosso e la senape russa si è vista riconosciuta pari dignità con le altre mostarde.

A Parigi Putin l’hanno eliminato, seppur simbolicamente: la sua statua al Museo delle statue di cera Grévin di Parigi è stata rimossa. Nei giorni precedenti aveva subito piccoli episodi di vandalismo ma il direttore del museo, Yves Delhommeau, ha detto alla radio France Bleu “dato quello che è successo, noi e il nostro staff non vogliamo dover sistemare i suoi capelli e il suo aspetto ogni giorno”. La statua è finita in magazzino, qualcuno propone di sostituirla con una nuova statua del del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

La Cardiff Philharmonic Orchestra ha deciso di rinunciare all’esecuzione dell’Ouverture di Pyotr Ilych Tchaikovsky, in quanto “inappropriato in questo momento”. La settimana scorsa un’organizzazione no profit americana per la difesa dello spazio ha ribattezzato di corsa una raccolta fondi dedicata all’astronauta sovietico Yuri Gagarin: ora la serata di gala che era “la notte di Yuri” da 7 anni consecutivi, si chiama “A Celebration of Space: Discover What’s Next”. Il celebre marchio di videogiochi Elecronic Arts ha rimosso la nazionale russa dal suo videogioco più famoso, “Fifa”, per “solidarietà con il popolo ucraino”.

Perfino cani e gatti sono stati esclusi da competizioni e esibizioni: l’International Cat Federation ci fa sapere che non poteva “essere testimone di queste atrocità e non fare nulla”. Poi ci sono i fatti più gravi: immigrati russi di tutte le età che in Germania, in Canada, in Nuova Zelanda sono rimasti vittime di violenza e molestie. Oggi giorno vengono segnalati nuovi episodi di discriminazione.

Si chiama russiofobia ma spesso è il solito odio xenofobo e nazionalista che divampa in tempi di guerra e che colpisce persone improvvisamente “straniere” per colpe che non hanno. Il solito errore di confondere un popolo con il suo leader. E così per essere “solidali con le vittime della guerra” si finisce per fare la guerra, anche nelle piccole (e inutili) cose.

(per La Notizia)

Guerra in Ucraina, ecco la mappa dei crimini di Putin. Un mese di raid contro obiettivi civili e aree più popolate. Un documento stilato dalle Nazioni Unite inchioda lo zar

La propaganda russa insiste. Secondo le fonti vicine al Cremlino gli obiettivi civili non rientrerebbero nell’azione dell’esercito di Putin eppure ormai non ci crede più nessuno. L’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani conferma 953 civili uccisi, inclusi almeno 78 bambini, ma tutti sono d’accordo che il bilancio reale della guerra in Ucraina è sensibilmente più alto.

Guerra in Ucraina, la Russia ha spostato i suoi attacchi verso le aree densamente popolate colpendo indiscriminatamente strutture civili

Con l’inizio dell’invasione sono cominciati attacchi aerei aggressivi contro edifici, aeroporti militari e centro governativi in Ucraina. Con il passare dei giorni la Russia ha spostato molti dei suoi attacchi verso le aree densamente popolate colpendo indiscriminatamente strutture civili. Sono scuole materne, uffici postali, musei, impianti sportivi e fabbriche praticamente cancellate, come si evince dalle immagini satellitari.

Le linee elettriche e del gas sono state interrotte, alcune stazioni ferroviarie sono state rase al suolo, alcuni ponti esplosi. Basti pensare che sono almeno 10 i luoghi di culto bersaglio delle armi russe, inclusa una chiesa ormai irriconoscibile a Malyn. Le immagini che arrivano dalle zone di guerra raccontano di civili ammazzati all’interno delle loro auto. Resti di un missile russo sono stati ritrovati perfino all’interno di uno zoo.

Il fuoco indistinto ha raso al suolo un autolavaggio a Baryshivka, a est di Kiev (e viene difficile che potesse avere una qualsiasi valenza strategica) mentre un raid a Mykolaiv ha colpito un magazzino di cipolle insieme a diversi quartieri residenziali. L’obitorio cittadino da giorni trabocca di cadaveri.

A Kharkiv è stata colpita la scuola, a Chernihiv non esiste praticamente più lo stadio, bus di linea sono stati colpiti a Novoiavoricsk e a Kiev. Anche a Stanytsia Luhanska la scuola ormai è inutilizzabile mentre a Chernihiv un hotel è rimasto sventrato dai missili. Nel quartiere di Hostomel, sempre nei pressi di Kiev, un negozio di alimentare è stato divorato dalle fiamme mentre dell’Ospedale di Melitopol abbiamo visto le immagini fare il giro del mondo.

Solo a Mariupol la scorsa settimana il bilancio stimato dal governo cittadino era di 2.400 persone, per si parlava di un totale che aveva superato le 3mila persone. Ma dare numeri è difficile: i morti rimangono intrappolati sotto le macerie, sepolti senza nome in fosse comune oppure rimangono stese per giorni in mezzo alla strada. Qui il teatro che era diventato rifugio per i civili è stato colpito duramente dagli aerei russi, nonostante la parola “bambini” fosse scritta a lettere giganti sul marciapiede da entrambi i lati dell’edificio, chiaramente visibile anche dal cielo (leggi l’articolo).

Una recente analisi delle immagini satellitari parla di almeno 391 edifici a Mariupol con evidenza di danni di cui almeno 69 sono strutture civili. Solo nella regione di Kharkiv (seconda città più grande dell’Ucraina) più di 60 scuole sono state danneggiate dopo gli incessanti bombardamenti. Ci sono stati almeno 62 attacchi confermati al personale sanitario e alle infrastrutture sanitarie, come ospedali e ambulanze, in Ucraina, secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi hanno provocato almeno 15 morti e decine di feriti.

Il procuratore capo della Corte penale internazionale ha aperto un’indagine formale su presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Anche la guerra ha le sue leggi: secondo il diritto umanitario internazionale infatti i combattenti e i comandanti dovrebbero adottare misure per ridurre al minimo i danni ai civili o agli “oggetti civili”, come case, edifici, altre infrastrutture o veicoli che non vengono utilizzati per scopi militari. In alcuni casi, dovrebbero avvertire gli occupanti prima di un attacco.

A seconda delle circostanze di un attacco, prendere di mira strutture civili o bombardare indiscriminatamente aree densamente popolate è una violazione della legge. Leila Sadat, professoressa di diritto internazionale alla Washington University di St. Louis e consulente speciale del procuratore della Corte penale internazionale dal 2012, ha affermato che il modello di attacchi diffusi che coinvolgono strutture civili dovrebbe essere seriamente indagato e ha ricordato che l’onere della prova per dimostrare che una struttura sia un obiettivo militare giustificato e che l’attacco sia stato proporzionato spetta alla Russia. Sostenere la presenza di “soldati nascosti” non basta. Putin deve inventarsi una bugia migliore.

(per La Notizia)

Draghi guida la corsa ad armare Kiev. Il premier travolto dall’epidemia bellica illude l’Ucraina sull’ingresso nell’Ue

Ci si preoccupava (con qualche ragione) che Volodymyr Zelenskyparlasse al Parlamento italiano con toni da terza guerra mondiale, con similitudini spericolate e invece avremmo dovuto preoccuparci di Mario Draghi.

Il capo del governo dei migliori infatti ha indossato l’elmetto in un discorso che ha ben poco di politico e molto di retorico: “Il vostro popolo – ha detto Draghi rivolgendosi al presidente ucraino – è diventato il vostro esercito, l’arroganza del governo russo si è scontrata con la dignità del popolo ucraino che frena le mire espansionistiche di Mosca e pone costi altissimi all’esercito invasore. Oggi l’Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace, libertà e sicurezza”.

Abbiamo passato giorni a discutere del rischio che Zelensky utilizzasse (come aveva già fatto nei suoi discorsi precedenti con i parlamenti di altri Paesi) l’artificio retorico della Resistenza italiana e invece è bastato lasciar parlare Draghi: di “resistenza eroica” ha parlato il presidente del Consiglio, arrivando a un livello emozionale che perfino il presidente ucraino sotto le bombe aveva trovato inelegante utilizzare.

Draghi ha avuto la temerarietà di dirci che “l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”

Ma l’aspetto più inquietante è che mentre si cerca qualsiasi piccolo spiraglio per la pace in un’equilibrio delicatissimo (che ha spinto perfino Zelensky a rivedere le proprie posizioni sull’entrata dell’Ucraina e della Nato) il nostro Presidente del Consiglio, probabilmente travolto dall’epidemia bellica, ha avuto la temerarietà di dirci che “l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”: le parole più spropositate e intempestive che si potessero pronunciare in un momento del genere. Tra l’altro Draghi e i suoi, che da sempre pigiano sul mito della serietà e dello studio, dovrebbero sapere che già nelle scorse settimane diversi Paesi europei avevano valutato la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.

L’Europa però non è la patria dei Paesi meritevoli in quanto invasi (altrimenti Yemen, Palestina e Afghanistan sarebbero europee da un bel pezzo, solo per citarne alcuni) ma è un’Unione che richiede governi in grado di approvare riforme economiche e istituzionali complesse e precise, ben distanti dall’Ucraina, ben prima che venisse invasa dalla Russia ed entrasse in guerra.

Anche la guerra è tutt’altro che un evento acceleratore dell’ingresso nell’Ue: qualcuno avrebbe potuto far notare a Draghi e alla sua schiera che il trattato sull’Unione Europea prevede all’articolo 42.7 una precisa clausola di “difesa reciproca” nel caso di attacco di un Paese membro. In sostanza, come avviene per la Nato, fare entrare l’Ucraina in Europa (o come nel caso di Draghi, lasciare intendere che “l’Ucraina sia già Europa, anche se mancano le carte”) significa trascinare tutti i Paesi membri in una guerra che assumerebbe in un secondo proporzioni enormi.

Non è un caso che Josep Borrell, Alto rappresentante di Bruxelles per gli Affari esteri, abbia detto che “l’Ucraina ha una chiara prospettiva europea”, ma che l’adesione è qualcosa che richiederà, in ogni caso, molti anni e che adesso l’Unione “deve fornire una risposta per le prossime ore, non per i prossimi anni”. I guerriglieri da divano comunque festeggiano. Insomma, delusi perché Zelensky non è stato abbastanza Rambo ma felici che Draghi abbia fatto lo Zelensky. Loro sono a posto così.

(per La Notizia)

Renzi attacca Conte. Ma si dimentica i favori chiesti a Putin. Da premier lo chiamò per lamentarsi di un servizio in tv

Intrappolato nella sua ossessione e atterrito dalle percentuali del suo partito in discesa rapida (Italia Viva secondo l’ultimo sondaggio per La7 ha solo lo 0,1% in più di ItalExit di Paragone, nonostante imperversi dando lezioni di politica) Matteo Renzi ha passato le ultime giornate contro il nemico numero uno: Giuseppe Conte. Mentre il mondo prova a arginare Vladimir Putin, Renzi è concentrato nella sua guerra da cortile contro il capo del Movimento 5 Stelle, lucrando perfino sui cadaveri della guerra in Ucraina pur di tirare qualche stilettata al suo chiodo fisso.

Mentre il mondo prova a arginare Putin, Renzi è concentrato nella sua guerra da cortile contro Conte

“Oggi ci dobbiamo rallegrare del fatto che a guidare il nostro Paese non ci sia più un premier fortemente legato agli ambienti russi. E questo lo si deve soprattutto a Italia Viva”, aveva detto l’altro ieri in Parlamento il vice presidente dei deputati di Iv. Attenzione: non ce l’aveva con Berlusconi che rideva con Putin mentre mimava il gesto di un mitra a una giornalista, non ce l’aveva con Salvini e Meloni che di Putin sono stati i barboncini sguinzagliati in Italia, ce l’aveva con Conte e con la missione umanitaria dei russi in tempo di Covid in Italia.

Secondo i renziani, infatti, insieme ai medici russi sarebbero arrivati dei militari che nulla hanno a che vedere con le questioni sanitarie e per questo promettono battaglia in Parlamento. Chissà come faranno faville quando gli racconteranno la parabola del generale Figliuolo. Ma l’aspetto più curioso dell’ultimo renzismo è il solito “fate quello che dico, non fate quello che faccio”: Renzi infatti, senza andare troppo lontano a cercare colpevoli, fu il presidente del Consiglio che autorizzò nel 2015 l’invio di mezzi blindati in Russia nonostante fosse in vigore l’embargo dopo l’invasione in Crimea nel 2014. Sono 94 blindati, di cui 83 consegnati nello stesso anno, per un valore di 25 milioni di euro. Il tutto in barba alla legge italiana 185 del 1990, quella che regola il commercio di armamenti, che prescrive infatti che le operazioni siano vietate “verso paesi nei cui confronti è stato dichiarato un embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione europea”.

Ma per saperne di più del rapporto tra Renzi e Putin basta leggere lo stesso Renzi che nel suo libro (Controcorrente) racconta di avere saputo di un servizio trasmesso da Russia Today (canale internazionale russo). Scrive Renzi: “Decido di chiamare Putin, con il quale negli anni si è instaurato un buon rapporto di collaborazione.

La telefonata è cordiale, come sempre. Dopo aver discusso di alcuni dossier caldi, che costituivano in tutti gli incontri e i contatti telefonici i principali punti dell’ordine del giorno – la Siria, la Libia, le sanzioni europee contro la Russia -, affronto direttamente la questione che mi riguarda e gli chiedo le ragioni del trattamento ricevuto da Russia Today. […] Due ore dopo Russia Today aveva già corretto il tiro e cambiato titolo al servizio”. Non male, come confessione.

(per La Notizia)

La guerra in Ucraina frena le energie rinnovabili. Per la lobby del fossile ricomincia la cuccagna. Lo stop alla transizione produrrà effetti devastanti

Che la guerra in Ucraina, come tutti gli eventi che improvvisamente accadono, fosse usata per fomentare i piccoli interessi personali era prevedibile. È sempre accaduto, accade sempre e la storia recente ci insegna che gli interessi delle lobby le guerre le abbiano perfino fatte scoppiare. Questa guerra, in particolare, che influisce pesantemente sugli equilibri di approvvigionamento energetico di una buona fetta di mondo è un assist perfetto per tutti quelli che da anni ostacolano la ricerca e lo sviluppo di energie rinnovabili.

La guerra è un assist per tutti quelli che ostacolano la ricerca e lo sviluppo di energie rinnovabili

I produttori di armi e i signori dei combustibili fossili, del resto, sono due famiglie che si ritrovano spesso a braccetto. A pensarlo è anche António Guterres (nella foto), segretario generale dell’Onu, che ieri ha lanciato l’allarme: la guerra in Ucraina rischia di spostare fuori portata gli obiettivi globali sul clima se i Paesi risponderanno all’aggressione della Russia aumentando il loro uso di combustibili fossili (come Draghi ha già annunciato di voler fare).

António Guterres ha affermato che l’obiettivo di limitare le temperature globali a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali (l’obiettivo fissato al vertice delle Nazioni Unite sul clima Cop26 lo scorso anno) è in bilico: “Le ricadute della guerra in Ucraina rischiano di capovolgere i mercati alimentari ed energetici globali, con importanti implicazioni per l’agenda climatica globale. Poiché le principali economie perseguono una strategia per sostituire i combustibili fossili russi, le misure a breve termine potrebbero creare dipendenza a lungo termine dai combustibili fossili e mancare l’obiettivo di 1,5°C”, ha avvertito, in un discorso video lunedì a una conferenza sulla sostenibilità tenuta dal quotidiano Economist a Londra.

“I Paesi potrebbero essere così consumati dall’immediato bisogno di approvvigionamento di combustibili fossili da trascurare o mettere in ginocchio le politiche per ridurre il loro utilizzo – ha spiegato Guterres – Questa è una follia. La dipendenza dai combustibili fossili è una distruzione assicurata”.

Il Piano europeo prevede lo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, ma anche la ricerca di approvvigionamenti di combustibili fossili

L’Europa del resto dipende per il 40% dalla fornitura di gas russo (la Germania addirittura per il 60%) e il piano europeo per ridurre entro quest’anno di due terzi l’approvvigionamento russo e poi eliminarlo del tutto in futuro prevede, insieme allo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, la ricerca di approvvigionamenti di combustibili fossili da altre nazioni del mondo (come il gas dal Qatar e il petrolio dall’Arabia Saudita). Anche gli Usa stanno considerando di aumentare le importazioni da Venezuela e Iran.

In questo scenario inevitabilmente le compagnie petrolifere e del gas hanno un’occasione d’oro per riportare indietro le lancette di decenni, tornando a svolgere un ruolo padronale nelle politiche energetiche come nemmeno il Covid gli aveva permesso di fare. Guterres ha affermato che il repentino ritorno ai combustibili fossili non farebbe che accumulare ulteriori problemi.

“La nostra continua dipendenza dai combustibili fossili mette l’economia globale e la sicurezza energetica alla mercé di shock e crisi geopolitiche”, ha affermato. “Invece di frenare la decarbonizzazione dell’economia globale, ora è il momento di dare il massimo verso un futuro di energia rinnovabile”. Il segretario generale delle Nazioni Unite ha ricordato anche la diffusa preoccupazione tra gli esperti di clima per il fatto che i progressi mostrati al vertice della Cop26 rischiano di dissiparsi sotto la pressione dell’impennata dei prezzi dell’energia e delle emissioni di gas serra.

L’Agenzia internazionale per l’energia ha rilevato che le emissioni annuali di anidride carbonica dall’energia sono lievitate del 6% l’anno scorso raggiungendo i livelli più alti della storia, appena le economie si sono riprese dalla pandemia di Covid-19. La “ripresa verde” che molti governi avevano promesso non si è mai concretizzata. Guterres ha avvertito: “Se continuiamo così possiamo dire addio a 1,5°C. Anche 2°C potrebbe essere fuori portata. Sarebbe una catastrofe”.

Chissà se i cantori dei combustibili fossili di casa nostra, quelli che hanno addirittura il coraggio di accusare gli ambientalisti per essere in queste condizioni, avranno modo di prendere appunti del discorso del capo dell’Onu. O come al solito, si fingeranno distratti.

(per La Notizia)

Zelensky parla alle Camere e i coraggiosi amici di Putin se la svignano. Dal Pillon ad Alternativa e alcuni M5S si danno alla fuga per esprimere il loro dissenso


La deputata del Movimento 5 Stelle Enrica Segneri ha detto che non ci sarà perché non vuole “sentire un’altra volta Zelensky chiedere la no fly zone”. Nicola Grimaldi (sempre del M5S) non ci sarà perché avrebbe preferito dare l’occasione di parlare anche Vladimir Putin, stessa motivazione dietro all’assenza di Matteo Dall’Osso, di Forza Italia. Sempre in Forza Italia Veronica Giannone (che se è una transfuga dal Movimento 5 Stelle) dice che non ci sarà perché contraria a questa “spettacolarizzazione”. Assente Gianluigi Paragone (fondatore del movimento Italexit) perché “né Zelensky, né Putin” così come Emanuele Dessì (Partito Comunista) convinto che “Zelensky non abbia nulla da dirmi perché la sua posizione non è neutrale”.

Tra le file della Lega mancherà probabilmente Vito Comencini che nei giorni scorsi aveva rilasciato un’intervista da San Pietroburgo (luogo natio di sua moglie) in cui ci diceva “qui i ristoranti sono pieni, i negozi pure. Una signora, per sdrammatizzare, mi ha detto: ‘Vuol dire che per un po’ mangeremo patate e cavolfiori’…”. Mancherà anche la senatrice Bianca Laura Granato, già protagonista di una lunga campagna di disinformazione sui vaccini e la pandemia.

Il gruppo Alternativa (formato soprattuto da grillini espulsi dal Movimento) non parteciperà in blocco: “Riteniamo infatti si tratti di una forzatura che non cambia di una virgola lo stato delle cose. Si tratta solo e soltanto un’operazione di marketing che non servirà a far cessare le ostilità e non avrà alcuna utilità per la parte offesa”, fanno sapere in un comunicato stampa. Essere solidali nei confronti di uno stato sovrano che è stato aggredito “con un’azione militare da tutti noi già ampiamente condannata, non significa dover assecondare una propaganda mirata ad alzare il tiro su richieste incessanti di interventi bellici”, spiega il partito.

Oggi Volodymyr Zelensky parlerà al Parlamento italiano in videoconferenza e, c’è da scommetterci, ripeterà il copione già ripetuto agli altri Stati: nel suo ruolo non può fare altro che chiedere aiuto, più aiuto possibile, ben sapendo che la Nato non potrà comunque dare l’inizio alla terza guerra mondiale.

Probabilmente, come ha già fatto, proverà a toccare le corde della storia, magari paragonando l’Ucraina di oggi alla Resistenza italiana, nonostante il suo paragone con la Shoah parlando al parlamento israeliano abbia irritato non poco i politici in ascolto. C’è tutto il diritto di criticare il presidente Zelensky ma non presenziare al suo intervento è un enorme errore: ascoltare una richiesta di aiuto è un atto politico. La pace non si ottiene rimuovendo una guerra. Troppo comodo così.

(il mio pezzo per La Notizia)

I rifugiati “non bianchi” in fuga dall’Ucraina finiscono nei centri di detenzione

Un’indagine di The Independent in collaborazione con Lighthouse Reports lo dice chiaro e tondo: i residenti ucraini di origine africana che hanno attraversato il confine per sfuggire alla guerra sono stati rinchiusi in centri per l’immigrazione, alcuni di loro si trovano lì da diverse settimane.

Almeno quattro studenti fuggiti dall’invasione di Vladimir Putin sono detenuti in una struttura di detenzione a lungo termine di Lesznowola, un villaggio a 40 km dalla capitale polacca Varsavia, con pochi mezzi di comunicazione con il mondo esterno e senza consulenza legale. Uno di loro ha detto di essere stato fermato dai funzionari mentre attraversavano il confine e di non aver avuto “scelta”: ha dovuto di firmare un documento che non comprendeva prima di essere trasferito al campo. Un uomo nigeriano attualmente detenuto ha detto di essere “spaventato” per quello che gli accadrà dopo essere stato trattenuto nella struttura per più di tre settimane.

La polizia di frontiera polacca ha confermato che 52 cittadini di Paesi terzi fuggiti dall’Ucraina sono attualmente detenuti in centri di detenzione in Polonia. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha affermato di essere a conoscenza di altre tre strutture in Polonia dove sono detenute persone non ucraine fuggite dalla guerra. Uno studente nigeriano fuggito dall’invasione russa sarebbe stato detenuto in Estonia dopo essersi recato nel Paese per raggiungere i parenti e ora è minacciato di espulsione.

Maria Arena, presidente della commissione per i diritti umani del parlamento Ue, ha dichiarato: «Gli studenti internazionali in Ucraina, così come gli ucraini, sono a rischio e rischiano la vita nel Paese. La detenzione, l’espulsione o qualsiasi altra misura che non garantisca loro protezione non è accettabile».

Jeff Crisp, ex capo della politica, dello sviluppo e della valutazione dell’Unhcr, ha affermato che è «chiaramente insoddisfacente e discriminatorio» che cittadini di Paesi terzi fuggiti dall’Ucraina vengano trattenuti nei centri di detenzione negli Stati dell’Ue. Ha aggiunto: «Dovrebbero essere rilasciati immediatamente e trattati alla pari con tutti gli altri che sono stati costretti a lasciare l’Ucraina».

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi ha avvertito questa settimana che, sebbene sia soddisfatto dal sostegno dei Paesi che accolgono i rifugiati ucraini, molte minoranze – spesso stranieri che vi hanno studiato o lavorato – hanno descritto un’esperienza molto diversa. «Abbiamo anche testimoniato una pessima realtà: alcuni neri in fuga dall’Ucraina – e altre guerre e conflitti in tutto il mondo – non hanno ricevuto lo stesso trattamento dei rifugiati ucraini», ha spiegato.

Se ne parla ormai da settimane. Intanto il razzismo continua. Aiutare tutti, ma proprio tutti: questo è il dovere.

Buon venerdì.

Nella foto: profughi al confine con la Polonia, Medyka, 1 marzo 2022

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