Vai al contenuto

I Talebani non mantengono le promesse: le donne non vanno a scuola

L’avevano ripetuto in molti che fidarsi dei Talebani mentre promettevano un Afghanistan “moderno” nei diritti sarebbe stato un errore enorme. Noi abbiamo fatto perfino di peggio, ce ne siamo proprio dimenticati.

E infatti ieri i talebani hanno bruscamente revocato la loro decisione di consentire la riapertura delle scuole superiori femminili questa settimana, dicendo che rimarranno chiuse fino a quando i funzionari non elaboreranno un piano per la loro riapertura in conformità con la legge islamica. Del resto governare un Paese riferendosi alla presunta parola di un presunto dio comporta sempre questo rischio: ogni interpretazione è legittima.

Così un milione e mezzo di ragazze sopra agli 11 anni vedono soffocato il proprio desiderio di istruirsi, con buona pace anche dell’Occidente che aveva promesso di “non lasciarle mai sole”. In tutta la capitale, Kabul, mercoledì mattina molte ragazze erano arrivate alle scuole superiori entusiaste di tornare nei campus e alcune scuole hanno aperto, almeno per qualche ora. Ma quando si è diffusa la notizia che i talebani avevano invertito la loro decisione, molte se ne sono andati in lacrime.

In questi mesi la comunità internazionale ha fatto dell’educazione delle ragazze una condizione centrale degli aiuti esteri e di ogni futuro riconoscimento dei talebani. Sotto il primo governo talebano, dal 1996 al 2001, il gruppo ha vietato alle donne e alle ragazze la scuola e la maggior parte dei lavori. Vietare di frequentare le scuole secondarie alle ragazze è una scelta che contraddice la linea politica governativa afghana sostenuta in questi mesi, che sembrava mirare agli aiuti e al riconoscimento politico da parte della comunità internazionale: il diritto paritetico all’educazione, per tutti, è infatti uno dei punti dirimenti della trattativa con il regime afgano.

Chissà se torna di moda, l’Afghanistan.

Buon giovedì.

 

L’articolo proviene da Left.it qui

Le donne trans intrappolate in Ucraina

Come racconta il giornalista Lorenzo Tondo su The Guardian alle donne trans in Ucraina viene negato il passaggio in Paesi più sicuri, nonostante il loro status legale di donne e il pericolo rappresentato dalle politiche transfobiche della Russia.

Al The Guardian Judis, una donna transgender il cui certificato di nascita la definisce femmina, racconta che  il 12 marzo verso le 4 del mattino, dopo una lunga e umiliante ricerca, le guardie di frontiera hanno stabilito che fosse un uomo e le hanno impedito il passaggio in Polonia. «Le guardie di frontiera ucraine ti spogliano e ti toccano ovunque», dice Judis. «Puoi vedere sui loro volti che si stanno chiedendo ‘cosa sei?’ come se fossi una specie di animale o qualcosa del genere».

Quando l’Ucraina ha imposto la legge marziale il 24 febbraio, a tutti gli uomini di età compresa tra i 18 ei 60 anni è stato vietato di lasciare il Paese. Da allora, si stima che centinaia di trans ucraini abbiano tentato di attraversare il confine. Al Guardian è stato riferito da attivisti e operatori umanitari che, nonostante il loro status legale di donne, dozzine sono state maltrattate e respinte ai confini, con molte che temono per la propria vita nel caso in cui il regime transfobico della Russia prendesse il sopravvento.

Secondo la International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex Association, l’Ucraina è al 39° posto su 49 Paesi europei per il trattamento complessivo delle persone LGBTQ+. I matrimoni gay non sono consentiti nel Paese, la Chiesa cristiano-ortodossa considera l’omosessualità un peccato e non esistono leggi antidiscriminatorie a tutela delle persone LGBTQ+.

Dal 2017, le persone trans in Ucraina sono state legalmente riconosciute, ma devono essere sottoposte a un’ampia osservazione psichiatrica e a un lungo processo burocratico prima che il loro genere possa riflettersi sui documenti formali. Coinvolti in questo complesso processo, migliaia di trans ucraini non avevano alcun documento di identità personale o certificato quando è scoppiata la guerra.

Alice, 24 anni, una donna trans di Brovary, una cittadina vicino a Kiev, ha raccontato un’esperienza simile. Lei e sua moglie, Helen, una 21enne che si identifica come non binaria, sono state fermate dalle guardie di frontiera durante un tentativo di entrare in Polonia. «Ci hanno portato in un edificio vicino al valico di frontiera», racconta Alice. «C’erano tre agenti nella stanza. Ci hanno detto di toglierci le giacche. Ci hanno controllato le mani, le braccia, il collo per vedere se avevo un pomo d’Adamo. Mi hanno toccato il seno. Dopo averci esaminato, le guardie di frontiera ci hanno detto che eravamo uomini. Abbiamo cercato di spiegare la nostra situazione, ma a loro non importava».

Pochi giorni prima dell’invasione, l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Bathsheba Nell Crocker, ha avvertito in una lettera del piano della Russia di continuare le violazioni dei diritti umani nelle parti dell’Ucraina che già occupa. «Questi atti (uccisioni, rapimenti/sparizioni forzate, detenzioni ingiuste e uso della tortura) prenderebbero probabilmente di mira coloro che si oppongono alle azioni russe, comprese le popolazioni vulnerabili come le minoranze religiose ed etniche e le persone LGBTQI+», ha scritto Crocker.

Salvare tutti, ripetono i leader del mondo in questi giorni. Sì, ma tutti.

Buon mercoledì.

Nella foto: Trans march, Kiev, 22 maggio 2021

L’articolo proviene da Left.it qui

Analisi che vale la pena leggere sulla guerra

Mi si perdonerà se oggi decido di mettere questo spazio a disposizione di un’analisi di un giornalista che le guerre le vive per mestiere da anni, non un Giletti qualsiasi affamato di un reality con spari in lontananza ma qualcuno che prova a tenere la barra dritta in questo momento di pericolosa emotività: l’inviato del Tg3 Nico Piro.

Scrive Piro: «#21marzo #Russia #Ucraina #Guerra cominciamo con il bombardamento di oggi a Kyev nelle immagini di un collega della Bild. Non ci vogliono sofisticate indagini per capire che questo è un quartiere residenziale e non un obiettivo militare. Ora di fronte a queste tragiche scene ci sono due possibili reazioni di noi osservatori: 1) condannare attacchi sui civili e spingere per trattative di pace 2) usarle per ricordarci quanto cattivi siano i russi e giustificare l’ampliamento del conflitto. Se fa testo quello che accade dai primi giorni, la voce dominante – anche oggi – sarà quella del Pub (il pensiero unico bellicista) che chiede di fatto un diretto coinvolgimento Nato, quindi una guerra da elevare al cubo. Bisogna precisare che ampliamento del conflitto significherebbe ancora più vittime civili e più distruzione? È scontato ma il Pub lo dimentica fantasticando di una caduta di Putin che un bookmaker serio darebbe 1 a 100. E qui veniamo ad un altro aspetto del conflitto sottaciuto: a mio modesto avviso, è chiaro che gli Usa implicitamente puntano al regime change in Russia, cioè usano la guerra per tentare di liberarsi di Putin. Come si spiegherebbero altrimenti le parole di Biden contro Putin? È un punto di non ritorno. Biden e il “criminale di guerra” come lo ha definito mai più si siederanno allo stesso tavolo. Anche le sanzioni (arma sacrosanta e ben migliore di una guerra) sembrano pensate proprio per mettere contro oligarchi e Putin, far scattare un dissenso popolare e quindi reazioni da epoca Eltsin e assalto alla Casa bianca (di Mosca). Non sta accadendo e difficilmente accadrà. Questo però non aiuta la pace. Vediamo perché.

A mio avviso la soluzione militare in Ucraina non esiste, non c’è possibilità di vittoria per nessuna delle due parti. L’unica soluzione è trattare (e farlo è molto più rischioso per Zelensky che per Putin, al quale basta “poco” per dipingersi da trionfatore). Se non si tratta e non lo si fa subito entro domenica prossima – per azzardare un’ipotesi – il rischio per questo conflitto è di assumere il modello afghano cioè una guerra di guerriglia open-end (senza fine in vista) con un colosso militare che mai (pur raddoppiando i suoi 200mila uomini) potrà controllare un Paese con 40mil di abitanti ostili e armati, e con una avversario (l’invaso) che mai potrà bilanciare la forza militare dell’avversario ma può imporgli un pedaggio altissimo di caduti, equipaggiamento distrutto, soldi spesi. In pratica una situazione in cui nessuno dei due può vincere mentre a perdere sarebbero cmq i civili ucraini. Quando il Pub spinge per ampliamento del conflitto dimentica questo che è lo scenario più probabile. Tra l’altro sarebbe ora di ammettere che nei primi giorni del conflitto sono state fatte analisi che si sono rivelate delle balle finite (sicuramente in buona fede) a convincere l’opinione pubblica che la partita bellica si sarebbe chiusa rapidissimamente di fronte al disorganizzato esercito guidato da un pazzo che maltratta in pubblico persino il capo dei suoi servizi segreti. Decidendo di mandare armi in Ucraina (non bastavano quelle Uk e Usa) l’Europa si è fatta fuori dal ruolo di possibile mediatore. Resta la Turchia ma 1) Erdogan non è meglio di Putin 2) ha bisogno di rifarsi l’immagine più che del successo nel mettere d’accordo Russia e Ucraina. Ormai credo che l’unico Paese che possa effettivamente mediare tra le parti mettendo (con le quali ha profondi rapporti) sia Israele il quale ha però evidentemente bisogno di una forte investitura Usa che per ora tifano guerra. 

A questo punto del thread spunterà qualcuno (al netto dei troll) che esibisce i danni culturali prodotti dal Pub e denuncia la “richiesta di resa” ai danni dell’Ucraina. È un’identificazione ontologica e lessicale di trattativa con resa. Lo trovo tragico ma do atto agli opinionisti con l’elmetto di essere riusciti in un’opera tutta in salita: dopo 20 anni di guerra-fallimento in Afghanistan, di nuovo c’è chi considera la guerra come uno strumento utile. Siamo tornati al clima post 11/9. Fa paura. Passiamo a Mariupol dove si sta consumando quanto atteso: si va casa per casa. Russi e separatisti continuano a bombardare indiscriminatamente ma credo che la verità su Mariupol emergerà solo tra (molto?) tempo. Intendo la parte di responsabilità portata dai neonazisti (dichiarati) del Reggimento Operazioni Speciali Azov noti per crudeltà e spregiudicatezza in otto anni di conflitto in Donbass. Tra l’altro ho l’impressione (potrei sbagliarmi) che Zelensky nel rifiutare la resa richiesta dai russi per stamane (pur sapendo che la sconfitta è sicura, che su 1/2 milione di abitanti la quota di civili morti è destinata così a crescere) ha mollato Azov al suo destino e quindi allo sterminio. Come dico dai primi giorni Mariupol ha un valore strategico enorme (corridoio di terra tra Rostov e Crimea, controllo mar d’Azov) ma anche simbolico. Se Putin (sbagliando) definisce l’Ucraina un Paese da denazificare, è evidente che vuole foto delle sue truppe nel comando di Azov come fu per i marines nei palazzi di Saddam. Sta di fatto che tra le reciproche accuse in quasi 3 settimane di assedio non si è riusciti ad evacuare Mariupol e la città è in macerie per il 40%. Folle».

In mezzo a tanti superficiali sconsiderati vale la pena regalarsi l’opportunità di leggere un’analisi così. Comunque la si pensi. Grazie, Nico.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Aytugan Sharipov e quanto costa chiedere la pace in Russia

Tutto il mondo ha saputo dell’arresto di Marina Ovsyannikova, la giornalista russa che ha interrotto un programma televisivo con un cartello contro la guerra che denunciava la propaganda del Cremlino propinata ai telespettatori. Il giudice l’ha condannata per protesta non autorizzata e gli occhi del mondo hanno probabilmente evitato reazioni peggiori.

Ovd Info, sito indipendente russo che diffonde informazioni e assicura assistenza legale a chi si oppone alla guerra, Mediazona e Doxa stanno pubblicando informazioni sui procedimenti amministrativi avviati contro persone che hanno espresso dichiarazioni contro la guerra sui social network. In base alla nuova legge “sui falsi e sul discredito dell’esercito” sono decine le testimonianza di multe e arresti.

Come racconta il sito azionenonviolenta.it «dall’Università Pediatrica di San Pietroburgo giungono notizie di espulsioni e arresti verso studenti che hanno partecipato a manifestazioni di protesta contro la guerra. Tre giovani del sesto anno, di cui uno disabile, già arrestati e multati nel corso di manifestazioni, ora sono stati espulsi. Una ragazza è stata convocata dall’amministrazione dell’università. Le hanno chiesto a quale scopo si trovava nel centro di San Pietroburgo, da quale ideologia era guidata e chi animava le proteste. L’ateneo ha anche minacciato di licenziare gli insegnanti che hanno firmato le lettere contro la guerra. Il 3 marzo presso la stessa Università si è tenuto un incontro a sostegno di Vladimir Putin con la partecipazione di medici che hanno lavorato nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk (Dpr) e Lugansk (Lpr), nel Donbass. È stata discussa una risoluzione di tre punti approvata all’unanimità: “Siamo sicuri che il fascismo non esisterà più in Ucraina. Lunga vita al Presidente della Russia! Viva le forze armate russe, i difensori della nostra Patria!”».

Ma le notizie più drammatiche riguardano Aytugan Sharipov, un attivista ambientale della città di Ufa. Come racconta Azione non violenta il 24 febbraio scorso è stato fermato durante un picchetto contro la guerra e in seguito rilasciato dal dipartimento di polizia. Il quotidiano russo Kommersant riporta che il 2 marzo Sharipov è stato nuovamente arrestato e trattenuto per una notte. La mattina dopo è stato portato in tribunale, dove ha affermato che alcuni ufficiali dell’Fsb (Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa) e membri del Sobr (squadra speciale per il controllo dell’ordine pubblico), guidati dall’ufficiale senior Roman Mozgovoy, erano andati a casa sua ancor prima del secondo arresto, per condurre una perquisizione. Sarebbero stati insospettiti da presunti commenti contro la guerra espressi dall’attivista su WhatsApp; secondo le forze di sicurezza, quei commenti insultavano l’esercito russo e indicavano la cooperazione di Sharipov con i servizi segreti ucraini.
Sharipov, dopo la perquisizione, sarebbe stato portato nell’edificio dell’Fsb, dove per circa otto ore sarebbe stato interrogato, picchiato e torturato con scosse elettriche attaccandogli elettrodi al mignolo del piede sinistro. Ha riferito che in quel momento era ammanettato e aveva la testa e gli occhi avvolti con nastro adesivo.
«Quando ho iniziato a urlare, mi hanno messo in bocca un pezzo di carta arrotolato e mi hanno detto che era per il mio bene, così non mi sarei morso la lingua. Diverse volte ho perso conoscenza, mi hanno somministrato l’ammoniaca e hanno aumentato la corrente», ha detto Sharipov. Nel frattempo le forze di sicurezza lo avrebbero insultato come “traditore nazionale” e “banderista”.
In seguito si sarebbero offerti di registrare un video in cui Sharipov avrebbe dovuto scusarsi con l’esercito russo, ma quando ha rifiutato, ne hanno registrato un altro in cui si rifiuta di rispondere alla domanda: «Hai pubblicato dei commenti su un gruppo WhatsApp in merito al contingente militare russo in Ucraina». Quindi Sharipov sarebbe stato messo su un autobus, dove avrebbero continuato a picchiarlo. Successivamente sarebbe stato ributtato in strada, e poi arrestato dalla polizia. Il video dell’interrogatorio e gli screenshot dei commenti offensivi sull’esercito russo scritti da Sharipov sono stati successivamente pubblicati su canali anonimi di Telegram.
Al processo Sharipov ha mostrato i polsi segnati dalle manette e si è detto pronto a «spogliarsi e mostrare i segni delle percosse». Inoltre, non riusciva a reggersi sulla gamba sinistra. L’attivista ha affermato di non avere rivendicazioni contro gli agenti di polizia, dal momento che «non lo hanno picchiato e hanno chiamato un’ambulanza alla stazione di polizia, il cui paramedico ha registrato le percosse». Il padre di Sharipov ha confermato la perquisizione e ha anche detto che suo figlio lo aveva chiamato dalla stazione di polizia e gli aveva raccontato delle torture.
La polizia ha detto di aver fermato Sharipov per il suo aspetto sospetto e il suo linguaggio scurrile. Il tribunale lo ha condannato a dieci giorni di arresto in base all’articolo sul teppismo minore (parte 1, articolo 20.1 del codice dei reati amministrativi della Federazione Russa), motivando la decisione con la «personalità di Sharipov» e il fatto che la violazione «ha invaso l’ordine pubblico e la sicurezza».

Piccole storie di coraggio guardando dritto negli occhi gli uomini di Putin.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Un milione e mezzo di under 18 in fuga dall’Ucraina. Già in Italia 50mila profughi. Quasi la metà sono minorenni

Il 17 marzo in Italia, secondo i dati del ministero dell’Interno ( – ), erano arrivati in Italia già oltre 50mila profughi dall’Ucraina (). Di questi oltre 20mila sono minori. Il 14 marzo la Prefettura di Roma registrava quasi 2.400 profughi ucraini, in maggior parte donne e bambini. Le più grandi organizzazione che si occupano di migrazioni e di infanzia (dall’Unicef a Save The Children, dall’Unhcr fino a Telefono Azzurro) raccontano che dei 4 milioni di profughi che si sono messi in marcia verso la salvezza da quando è iniziata la guerra in Ucraina più di 1 milione e 500mila sono bambini.

Settantamila minori, secondo i calcoli dell’Unicef, ogni giorno diventano profughi: quasi uno al secondo. La maggior parte di loro viaggia con le madri e con le nonne ma spesso sono affidati ai convogli che viaggiano verso i confini di Polonia e Romania, dove arrivano soli, senza nessun parente. “Il rischio che alle frontiere chi non è protetto da una rete familiare finisca in un circuito di tratta e di pedofilia è alto e riguarda sia le donne che i bambini”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, che insieme a Unhcr e a Save the Children ha creato un presidio di accoglienza al valico di Trieste.

Anche sulla tragedia ucraina, come in tutti i territori di guerra, sui minori si avventano avvoltoi senza scrupoli pronti ad approfittare della crisi umanitaria per inserire i minori nei percorsi illegali di tratta, sfruttamento e prostituzione. Anche se in Italia per ora si è in grado di ricostruire i gradi di parentela per i bambini non accompagnati ai confini con l’Europa arrivano già segnalazione di sparizioni.

Dei 18mila profughi circa arrivati da noi quasi tutti sono con le madri, con altri familiari o con educatori se si tratta di ex ospiti di qualche orfanotrofio. Il Viminale ha nominato commissario nazionale per i minori non accompagnati la prefetta Francesca Ferrandino, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione, che ha chiesto alle associazione che si occupano del trasferimento dei minori di comunicare tempestivamente il luogo di permanenza, la presenza di accompagnatori e di segnalare subito ai tribunali dei minori la presenza di eventuali bambini soli per una veloce nomina di un tutore legale come prevedono le norme internazionali.

Le norme però fanno anche paura: le famiglie rimasta in Ucraina che sono riuscite a far uscire dal Paese solo i ragazzi e bambini temono che i propri figli possano finire nel circuito internazionale dell’adozione. Per questo il ricongiungimento familiare sarà un’altra enorme sfida per l’Italia, facilitata dalla massiccia presenza di comunità ucraine (già da prima che scoppiasse la guerra) che permettono una più facile ricerca di legami parentali.

Il dramma dei profughi nel nostro Paese ha acceso un’enorme risposta emotiva ma la solidarietà non organizzata nasconde sempre dei rischi. Le associazioni improvvisate potrebbero inconsapevolmente incorrere in errori dovuti alla scarsa esperienza e il business di affidi e adozioni illecite guarda con grande interesse ciò che sta accadendo nell’Unione europa, con questa enorme massa di bambini utili per diventare “merce”. Tra i più fragili ci sono gli oltre centomila minori che in Ucraina vivevano negli istituti, molti di loro “orfani bianchi” figli di genitori emigrati all’estero in cerca di miglior fortuna. Strapparli dalla guerra è solo il primo passo, poi bisogna essere in grado di proteggerli e prendersene cura.

(da La Notizia)

L’inferno dei migranti bambini. In tre anni 18mila scomparsi. Ogni giorno spariscono 17 minori non accompagnati. Così da terra promessa l’Europa diventa un incubo

Il 17 marzo in Italia, secondo i dati del ministero dell’Interno ( – ), erano arrivati in Italia già oltre 50mila profughi dall’Ucraina (). Di questi oltre 20mila sono minori. Il 14 marzo la Prefettura di Roma registrava quasi 2.400 profughi ucraini, in maggior parte donne e bambini. Le più grandi organizzazione che si occupano di migrazioni e di infanzia (dall’Unicef a Save The Children, dall’Unhcr fino a Telefono Azzurro) raccontano che dei 4 milioni di profughi che si sono messi in marcia verso la salvezza da quando è iniziata la guerra in Ucraina più di 1 milione e 500mila sono bambini.

Settantamila minori, secondo i calcoli dell’Unicef, ogni giorno diventano profughi: quasi uno al secondo. La maggior parte di loro viaggia con le madri e con le nonne ma spesso sono affidati ai convogli che viaggiano verso i confini di Polonia e Romania, dove arrivano soli, senza nessun parente. “Il rischio che alle frontiere chi non è protetto da una rete familiare finisca in un circuito di tratta e di pedofilia è alto e riguarda sia le donne che i bambini”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, che insieme a Unhcr e a Save the Children ha creato un presidio di accoglienza al valico di Trieste.

Anche sulla tragedia ucraina, come in tutti i territori di guerra, sui minori si avventano avvoltoi senza scrupoli pronti ad approfittare della crisi umanitaria per inserire i minori nei percorsi illegali di tratta, sfruttamento e prostituzione. Anche se in Italia per ora si è in grado di ricostruire i gradi di parentela per i bambini non accompagnati ai confini con l’Europa arrivano già segnalazione di sparizioni.

Dei 18mila profughi circa arrivati da noi quasi tutti sono con le madri, con altri familiari o con educatori se si tratta di ex ospiti di qualche orfanotrofio. Il Viminale ha nominato commissario nazionale per i minori non accompagnati la prefetta Francesca Ferrandino, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione, che ha chiesto alle associazione che si occupano del trasferimento dei minori di comunicare tempestivamente il luogo di permanenza, la presenza di accompagnatori e di segnalare subito ai tribunali dei minori la presenza di eventuali bambini soli per una veloce nomina di un tutore legale come prevedono le norme internazionali.

Le norme però fanno anche paura: le famiglie rimasta in Ucraina che sono riuscite a far uscire dal Paese solo i ragazzi e bambini temono che i propri figli possano finire nel circuito internazionale dell’adozione. Per questo il ricongiungimento familiare sarà un’altra enorme sfida per l’Italia, facilitata dalla massiccia presenza di comunità ucraine (già da prima che scoppiasse la guerra) che permettono una più facile ricerca di legami parentali.

Il dramma dei profughi nel nostro Paese ha acceso un’enorme risposta emotiva ma la solidarietà non organizzata nasconde sempre dei rischi. Le associazioni improvvisate potrebbero inconsapevolmente incorrere in errori dovuti alla scarsa esperienza e il business di affidi e adozioni illecite guarda con grande interesse ciò che sta accadendo nell’Unione europa, con questa enorme massa di bambini utili per diventare “merce”. Tra i più fragili ci sono gli oltre centomila minori che in Ucraina vivevano negli istituti, molti di loro “orfani bianchi” figli di genitori emigrati all’estero in cerca di miglior fortuna. Strapparli dalla guerra è solo il primo passo, poi bisogna essere in grado di proteggerli e prendersene cura.

(da La Notizia)

La guerra di Putin in Ucraina è un fallimento. Già settemila i morti russi. Più degli Usa in vent’anni di conflitto tra Iraq e Afghanistan

La stima parla di oltre 7.000 morti tra i militari russi in 20 giorni da quando il presidente russo Vladimir Putin ha . In tre settimane la Russia registra più perdite militari di quanto abbiano perso le truppe americane in 20 anni di guerra tra Iraq e Afghanistan messi insieme. Il numero è impressionante e sta diventando un serio problema sia per l’efficacia in combattimento delle unità russe.

In ambito militare si considera che un tasso di vittime del 10% per una singola unità comprometta seriamente le capacità di combattimento e con oltre 150mila soldati russi coinvolti, tenendo conto dei 14/21mila feriti circa, ci si sta avvicinando a quella cifra. Tra i funzionari del Pentagono circolano alcuni rapporti dell’intelligence che dicono come il morale dell’esercito russo sia sfibrato e si registrerebbero alcuni episodi di militari che parcheggiano i propri veicoli e si allontanano nei boschi, compiendo una vera e propria diserzione.

Inevitabilmente i numeri ufficiali sono estremamente diversi: l’Ucraina ha tutto l’interesse di tenere alti i propri numeri per sensibilizzare la comunità interazione (il loro ultimo bollettino parla di circa 13.500 militari persi) mentre dal governo di Mosca trapela un dato a cui non crede nessuno: 498, secondo Putin. Le immagini satellitari e un’attenta lettura delle immagini video di carri armati e truppe russe dipingono una realtà completamente diversa e anche fonti del Pentagono, del Regno Unito e russe confermano la stima.

Una cosa è certa: l’alto numero delle vittime spiega ampiamente perché la tanto decantata forza russa sia rimasta incagliata in una guerra che nei piani di Putin avrebbe dovuto risolversi in pochi giorni e che oggi appare invece sempre più difficile. Anche per questo, secondo alcuni analisti militari, Putin avrebbe dato il via a operazioni via terra per attaccare le città ucraine, gli edifici residenziali, gli ospedali e persino le scuole: camuffare la disfatta dell’esercito a terra è un’urgenza per la propaganda interna. I media russi, del resto, fin dall’inizio del conflitto hanno limitato le informazioni sulle vittime e hanno ridotto al minimo anche le immagini di distruzione di obiettivi civili.

Alla fine della scorsa settimana fonti di notizie russe hanno riferito che Putin avesser messo agli arresti domiciliari due dei suoi massimi funzionari dell’intelligence: secondo Andrei Soldatov, un esperto dei servizi di sicurezza russi, i funzionari, che gestiscono il Quinto Servizio del principale servizio di intelligence russo, l’Fsb, sono stati interrogati per aver fornito scarse informazioni prima dell’invasione.

Anche le notizie della morte di generali russi cominciano a trasparire, accennate perfino da Putin in un suo discorso alla nazione: sarebbero il Magg. Gen. Andrei Kolesnikov, un comandante del distretto militare orientale della Russia; il Mag. Gen. Vitaly Gerasimov, primo vice comandante della 41a armata combinata; e il Mag. Gen. Andrei Sukhovetsky, vice comandante della 41a armata combinata.

Mercoledì, funzionari ucraini hanno riferito che un quarto generale, il Magg. Gen. Oleg Mityaev, il comandante della 150a divisione di fucili a motore, era stato ucciso in combattimento. Putin non cambierà strategia, per ora, ma la situazione gli diventa ogni giorno più difficile.

(da La Notizia)

Sulle spese militari ormai la sinistra fa concorrenza alla destra. Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per la Difesa

L’altro non si sa ma per ora l’unico Pnrr che sicuramente funziona e che mette d’accordo tutti è quello delle spese militari che dopo almeno 10 anni di pressioni finalmente riesce a raggiungere l’agognato risultato del 2% del Pil. Non male per una nazione che si ritrova nel bel mezzo di una crisi sociale (oltre che economica) per la pandemia, che si ritrova ad affrontare uno dei periodi più bui in termini di disuguaglianze sociali e che non sa come aiutare le famiglie per affrontare la crisi energetica. Male che vada potremo avere tutti un bel mitragliatore di cittadinanza da tenere sul comodino della nostra camera fredda e buia, in piena disoccupazione.

Sarà per questo che l’Ordine del giorno di ieri collegato al Decreto Ucraina, proposto dalla Lega e sottoscritto da deputati di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI (che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese militari verso il traguardo del 2 per cento del Prodotto interno lordo) è stato votato con una maggioranza quasi bulgara: 391 voti favorevoli su 421 presenti e 19 contrari.

Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per le spese militari

Nella parte dispositiva del testo approvato si legge che il traguardo del 2% del Pil in spese militari dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione” mentre nell’immediato si debba agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. In parole povere si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

Se è vero che la destra italiana da sempre spinge da tempo sul militarismo come contenuto identitario – tanto per stare nel tema della violenza come sinonimo di una bislacca idea di sicurezza – tocca però prendere atto che anche dalle parti del cosiddetto “fronte progressista” l’impennata emotiva del conflitto in Ucraina abbia contribuito alla fondazione di un nuovo pacifismo armato che disorienta i suoi elettori.

Non è un caso che solo pochi giorni fa durante una manifestazione per la pace si siano registrati fragorosi applausi al presidente ucraino Zelensky mentre chiedeva la “no fly zone” sul suo Paese (leggi l’articolo) che significherebbe ancora più guerra, ancora più mondiale. I “progressisti con l’elmetto”, dal canto loro, provano a spiegarci che “per avere la pace bisogna fare la guerra”.

Idea legittima, per carità, ma forse Letta, Conte e gli altri hanno dimenticato che stanno sventolando gli stessi slogan dei loro presunti avversari. E chissà che ne pensano gli italiani di un Governo che strepita ogni volta che si chiede uno scostamento di bilancio per aiutare la povera gente a pagare le bollette e ora festoso si giura di trovare più soldi per le armi.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile “se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici”. Così, tanto per avere le proporzioni.

Ma non fatevi fregare da quelli che dicono che la guerra innescata da Putin renda ineluttabile armarsi in fretta e furia. La situazione ucraina è solo l’acceleratore di un processo in corso da tempo che vede Guerini nella parte del chierichetto bellico, silenzioso ma altamente operativo, che accumula risultati che nemmeno i più famelici signori della guerra avrebbero mai potuto sperare.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022.

I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità. L’unica differenza è che se prima dovevano riuscire a brigare tutto con passo felpato per non fare troppo rumore ora possono rivendersi come strenui difensori della Patria. Manca solo Dio e la Famiglia e poi saranno identici in tutto.

(da La Notizia)

La paura di perdere il potere accomuna i tiranni. E Putin non fa eccezione. Come tutti i despoti il premier russo considera la violenza sinonimo di forza

Karl Ludwig Börne scriveva che ai giorni nostri i più pericolosi predicatori della libertà sono i tiranni, Putin da settimane giustifica un’ cianciando di liberazione del popolo ucraino. Se qualcuno aspira a governare ininterrottamente per trentasette anni possiamo permetterci di definirlo un tiranno?

La domanda avremmo dovuto porcela già due anni fa, quando Vladimir Vladimirovič Putin spinse su un referendum di riforma costituzionale per poter restare presidente della Federazione Russa fino al 2036. Tutto ovviamente azzerando i precedenti incarichi che risalgono al millennio scorso, al capodanno del 1999 quando Boris Eltsin lo presentò al mondo come suo erede.

Mentre il mondo apre gli occhi ora sul presidente russo, dopo avere liberamente lasciato pascolare i suoi cantori (tra cui anche gli italianissimi Salvini e Meloni) che l’hanno usato come grimaldello per provare a scardinare l’unità dell’Ue, Putin continua a fare il Putin, come ha sempre fatto, in una storia che è sempre uguale a se stessa e con le modalità di sempre. Solo che questa volta i morti sono troppo vicini e troppo raccontati per potersi permettere di nasconderli sotto al tappeto.

Putin non è un modello politico, non lo è mai stato e non ha nulla a che vedere con la democrazia. Putin è in tutto e per tutto un tiranno, nonostante sia stato coccolato per i soldi e per il potere e nonostante la Russia ostenti una parvenza di democrazia. È un tiranno nella gestione dell’informazione, ad esempio, ben prima di questa guerra: “Stiamo precipitando di nuovo in un abisso sovietico, in un vuoto di informazioni che significa morte dalla nostra ignoranza. Se vuoi continuare a lavorare come giornalista, è totale servilismo per Putin. Altrimenti, può essere la morte, il proiettile, il veleno o il processo – qualunque cosa i nostri servizi speciali, i cani da guardia di Putin – ritengano opportuno”, scriveva Anna Stepanovna Politkovskaja, assassinata (guarda il caso) nel giugno del 2014.

In pochi sembrano ricordare che nel 2021 il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Maria Ressa, reporter filippina e a Dmitry Muratov, caporedattore di Novaya Gazeta, uno dei pochi giornali russi non asserviti e dunque oggetto di violenze e minacce, “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è precondizione per la democrazia e per una pace duratura”. “È un uomo pericoloso che ci ha fatto abituare ad una società totalitaria”, dice di Putin la giornalista Svjatlana Aleksievič.

Sì, Putin è un tiranno. Putin è un tiranno perché come tutti i tiranni è arrabbiato (con la Nato, con l’Occidente, con l’Ucraina) ed è una rabbia che serve a nascondere la sua incontrollabile paura (di perdere il potere dopo avere iniziato una guerra che non doveva andare così per le lunghe). Putin si scaglia quando viene messo alle strette dalla verità. Putin sta utilizzando le bombe e i morti civili perché, come i tiranni, ritiene la violenza un sinonimo della forza.

Usa la violenza per non apparire debole. Il presidente russo è solo

Usa la violenza per non apparire debole. Putin è solo. I tiranni hanno disperatamente bisogno di essere amati, eppure vivono in un deserto emotivo perché non piacciono a nessuno, la maggior parte ha paura di loro: gli oligarchi di Putin gli sono fedeli finché non troveranno un protettore migliore, il suo popolo gli garantisce il potere perché la dissidenza è un rischio.

Putin è un tiranno perché ogni giorno di più vive nel suo regno rabbioso, diventando ogni giorno più arrogante e più dogmatico nell’esercizio della loro tirannia: alzare il livello dello scontro non è solo una strategia militare, è l’unico modo che Putin ha per accreditarsi in un ruolo che ormai non sa più come gestire. Per questo correre il rischio di ritenere ancora Putin realmente un interlocutore politico sarebbe miope e pericoloso: come tutti i tiranni pone richieste irragionevoli agli altri, sia per dominarli e controllarli, sia nel vano tentativo di rafforzarsi.

Mentre finge di trattare domina, manipola e controlla chi lo circonda. Allora non ci resta che capire in fretta che il diritto di punire il tiranno e di detronizzarlo sono la stessa cosa poiché l’uno comporta le stesse formalità dell’altro, come del resto teorizzava de Robespierre. Poi, con calma, impareremo che l’abuso del potere è l’essenza della tirannia, non ha niente a che vedere con l’autorevolezza. E magari, deposto il tiranno, inizieremo a pretendere di non avere governanti che si innamorano di chi usa i pregiudizi della religione e del nazionalismo per imbellettare un dispotismo.

(da La Notizia)

Assange verso l’estradizione, ma non fa notizia. Distratti dalla guerra in Ucraina fingiamo di ignorare che a violare i diritti umani non è solo Mosca

Chissà se il bombardamento della propaganda bellica che in queste settimane stiamo subendo ci permetterà di avere gli occhi più aperti su quello che sta accadendo a Julian Assange, sempre più vicino all’estradizione negli Stati Uniti dopo che la Corte Suprema del Regno Unito si è rifiutata di riesaminare il suo caso, circondato dal solito impietoso silenzio di gran parte dei nostri politici abituati a rilasciare dichiarazioni su tutto ma sempre piuttosto distratti sul caso del fondatore di .

Chissà se agli sfegatati difensori dei “valori occidentali” non stona che un uomo che ha contribuito a rendere pubblici disgustosi crimini di guerra degli Usa stia rischiando 175 anni (centosettantacinque anni) di carcere. Stiamo celebrando (giustamente) la giornalista russa Marina Ovsyanniko che ha mostrato in diretta tv un cartello per denunciare le bugie della propaganda e restiamo indifferenti per un uomo che ha mostrato al mondo un elicottero Usa Apache sparare su civili inermi a Baghdad, ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti segreti del Pentagono, della Cia e della Nsa, che hanno fatto emergere massacri di civili, torture, scandali e pressioni politiche. Ma è normale?

È normale che gli Stati Uniti accusino Assange con una legge controversa come l’Espionage Act, una legge pensata nel 1917 per punire i traditori che durante la Prima guerra mondiale passavano informazioni al nemico? Parliamo, tra l’altro, della stessa legge che gli Usa hanno usato per punire tra gli altri: Chelsea Manning, la fonte giornalistica che ha passato tutti i documenti pubblicati da WikiLeaks nel 2010; Edward Snowden per la rivelazione dei programmi di sorveglianza di massa della Nsa; John Kiriakou per aver rivelato alla stampa le torture della Cia; Thomas Drake, per aver parlato con giornalisti e membri del Congresso Usa degli abusi della Nsa.

Il processo di Assange dovrebbe interessarci terribilmente perché è un processo che parla anche di noi. Criminalizza la fonte di notizie che sono state pubblicate da decine di giornali e riprese da migliaia di testate nel mondo. Non volevamo essere noi quelli che premiavano “le denunce contro gli abusi del potere” e rivendichiamo una presunta superiorità morale per una sventolata “libertà di stampa”?

Se Assange finisse in carcere negli Stati Uniti si aprirebbe un terribile vulnus nel sistema di protezione della stampa, uno degli indici di una democrazia, e si creerebbe un pericoloso precedente: se il potere ha la possibilità di tacitare una notizia perché considerata “riservata” dal potere stesso allora a che servirebbe la stampa?

E chissà che ne dicono i garantisti, sempre pronti a camminare sul limite dell’impunità, di una vicenda processuale che è tutta politica, dal confino nell’ambasciata del’Ecuador all’inchiesta aperta dalla Svezia fino ai tribunali britannici che prima negano l’estradizione per le condizioni di salute e psichiche di Assange e ora decidono di lavarsene le mani. Occuparsi della libertà dei nemici dei nostri amici è un dovere, anche se costa di più.

(da La Notizia)