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La guerra di Putin in Ucraina è un fallimento. Già settemila i morti russi. Più degli Usa in vent’anni di conflitto tra Iraq e Afghanistan

La stima parla di oltre 7.000 morti tra i militari russi in 20 giorni da quando il presidente russo Vladimir Putin ha . In tre settimane la Russia registra più perdite militari di quanto abbiano perso le truppe americane in 20 anni di guerra tra Iraq e Afghanistan messi insieme. Il numero è impressionante e sta diventando un serio problema sia per l’efficacia in combattimento delle unità russe.

In ambito militare si considera che un tasso di vittime del 10% per una singola unità comprometta seriamente le capacità di combattimento e con oltre 150mila soldati russi coinvolti, tenendo conto dei 14/21mila feriti circa, ci si sta avvicinando a quella cifra. Tra i funzionari del Pentagono circolano alcuni rapporti dell’intelligence che dicono come il morale dell’esercito russo sia sfibrato e si registrerebbero alcuni episodi di militari che parcheggiano i propri veicoli e si allontanano nei boschi, compiendo una vera e propria diserzione.

Inevitabilmente i numeri ufficiali sono estremamente diversi: l’Ucraina ha tutto l’interesse di tenere alti i propri numeri per sensibilizzare la comunità interazione (il loro ultimo bollettino parla di circa 13.500 militari persi) mentre dal governo di Mosca trapela un dato a cui non crede nessuno: 498, secondo Putin. Le immagini satellitari e un’attenta lettura delle immagini video di carri armati e truppe russe dipingono una realtà completamente diversa e anche fonti del Pentagono, del Regno Unito e russe confermano la stima.

Una cosa è certa: l’alto numero delle vittime spiega ampiamente perché la tanto decantata forza russa sia rimasta incagliata in una guerra che nei piani di Putin avrebbe dovuto risolversi in pochi giorni e che oggi appare invece sempre più difficile. Anche per questo, secondo alcuni analisti militari, Putin avrebbe dato il via a operazioni via terra per attaccare le città ucraine, gli edifici residenziali, gli ospedali e persino le scuole: camuffare la disfatta dell’esercito a terra è un’urgenza per la propaganda interna. I media russi, del resto, fin dall’inizio del conflitto hanno limitato le informazioni sulle vittime e hanno ridotto al minimo anche le immagini di distruzione di obiettivi civili.

Alla fine della scorsa settimana fonti di notizie russe hanno riferito che Putin avesser messo agli arresti domiciliari due dei suoi massimi funzionari dell’intelligence: secondo Andrei Soldatov, un esperto dei servizi di sicurezza russi, i funzionari, che gestiscono il Quinto Servizio del principale servizio di intelligence russo, l’Fsb, sono stati interrogati per aver fornito scarse informazioni prima dell’invasione.

Anche le notizie della morte di generali russi cominciano a trasparire, accennate perfino da Putin in un suo discorso alla nazione: sarebbero il Magg. Gen. Andrei Kolesnikov, un comandante del distretto militare orientale della Russia; il Mag. Gen. Vitaly Gerasimov, primo vice comandante della 41a armata combinata; e il Mag. Gen. Andrei Sukhovetsky, vice comandante della 41a armata combinata.

Mercoledì, funzionari ucraini hanno riferito che un quarto generale, il Magg. Gen. Oleg Mityaev, il comandante della 150a divisione di fucili a motore, era stato ucciso in combattimento. Putin non cambierà strategia, per ora, ma la situazione gli diventa ogni giorno più difficile.

(da La Notizia)

Sulle spese militari ormai la sinistra fa concorrenza alla destra. Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per la Difesa

L’altro non si sa ma per ora l’unico Pnrr che sicuramente funziona e che mette d’accordo tutti è quello delle spese militari che dopo almeno 10 anni di pressioni finalmente riesce a raggiungere l’agognato risultato del 2% del Pil. Non male per una nazione che si ritrova nel bel mezzo di una crisi sociale (oltre che economica) per la pandemia, che si ritrova ad affrontare uno dei periodi più bui in termini di disuguaglianze sociali e che non sa come aiutare le famiglie per affrontare la crisi energetica. Male che vada potremo avere tutti un bel mitragliatore di cittadinanza da tenere sul comodino della nostra camera fredda e buia, in piena disoccupazione.

Sarà per questo che l’Ordine del giorno di ieri collegato al Decreto Ucraina, proposto dalla Lega e sottoscritto da deputati di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI (che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese militari verso il traguardo del 2 per cento del Prodotto interno lordo) è stato votato con una maggioranza quasi bulgara: 391 voti favorevoli su 421 presenti e 19 contrari.

Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per le spese militari

Nella parte dispositiva del testo approvato si legge che il traguardo del 2% del Pil in spese militari dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione” mentre nell’immediato si debba agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. In parole povere si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

Se è vero che la destra italiana da sempre spinge da tempo sul militarismo come contenuto identitario – tanto per stare nel tema della violenza come sinonimo di una bislacca idea di sicurezza – tocca però prendere atto che anche dalle parti del cosiddetto “fronte progressista” l’impennata emotiva del conflitto in Ucraina abbia contribuito alla fondazione di un nuovo pacifismo armato che disorienta i suoi elettori.

Non è un caso che solo pochi giorni fa durante una manifestazione per la pace si siano registrati fragorosi applausi al presidente ucraino Zelensky mentre chiedeva la “no fly zone” sul suo Paese (leggi l’articolo) che significherebbe ancora più guerra, ancora più mondiale. I “progressisti con l’elmetto”, dal canto loro, provano a spiegarci che “per avere la pace bisogna fare la guerra”.

Idea legittima, per carità, ma forse Letta, Conte e gli altri hanno dimenticato che stanno sventolando gli stessi slogan dei loro presunti avversari. E chissà che ne pensano gli italiani di un Governo che strepita ogni volta che si chiede uno scostamento di bilancio per aiutare la povera gente a pagare le bollette e ora festoso si giura di trovare più soldi per le armi.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile “se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici”. Così, tanto per avere le proporzioni.

Ma non fatevi fregare da quelli che dicono che la guerra innescata da Putin renda ineluttabile armarsi in fretta e furia. La situazione ucraina è solo l’acceleratore di un processo in corso da tempo che vede Guerini nella parte del chierichetto bellico, silenzioso ma altamente operativo, che accumula risultati che nemmeno i più famelici signori della guerra avrebbero mai potuto sperare.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022.

I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità. L’unica differenza è che se prima dovevano riuscire a brigare tutto con passo felpato per non fare troppo rumore ora possono rivendersi come strenui difensori della Patria. Manca solo Dio e la Famiglia e poi saranno identici in tutto.

(da La Notizia)

La paura di perdere il potere accomuna i tiranni. E Putin non fa eccezione. Come tutti i despoti il premier russo considera la violenza sinonimo di forza

Karl Ludwig Börne scriveva che ai giorni nostri i più pericolosi predicatori della libertà sono i tiranni, Putin da settimane giustifica un’ cianciando di liberazione del popolo ucraino. Se qualcuno aspira a governare ininterrottamente per trentasette anni possiamo permetterci di definirlo un tiranno?

La domanda avremmo dovuto porcela già due anni fa, quando Vladimir Vladimirovič Putin spinse su un referendum di riforma costituzionale per poter restare presidente della Federazione Russa fino al 2036. Tutto ovviamente azzerando i precedenti incarichi che risalgono al millennio scorso, al capodanno del 1999 quando Boris Eltsin lo presentò al mondo come suo erede.

Mentre il mondo apre gli occhi ora sul presidente russo, dopo avere liberamente lasciato pascolare i suoi cantori (tra cui anche gli italianissimi Salvini e Meloni) che l’hanno usato come grimaldello per provare a scardinare l’unità dell’Ue, Putin continua a fare il Putin, come ha sempre fatto, in una storia che è sempre uguale a se stessa e con le modalità di sempre. Solo che questa volta i morti sono troppo vicini e troppo raccontati per potersi permettere di nasconderli sotto al tappeto.

Putin non è un modello politico, non lo è mai stato e non ha nulla a che vedere con la democrazia. Putin è in tutto e per tutto un tiranno, nonostante sia stato coccolato per i soldi e per il potere e nonostante la Russia ostenti una parvenza di democrazia. È un tiranno nella gestione dell’informazione, ad esempio, ben prima di questa guerra: “Stiamo precipitando di nuovo in un abisso sovietico, in un vuoto di informazioni che significa morte dalla nostra ignoranza. Se vuoi continuare a lavorare come giornalista, è totale servilismo per Putin. Altrimenti, può essere la morte, il proiettile, il veleno o il processo – qualunque cosa i nostri servizi speciali, i cani da guardia di Putin – ritengano opportuno”, scriveva Anna Stepanovna Politkovskaja, assassinata (guarda il caso) nel giugno del 2014.

In pochi sembrano ricordare che nel 2021 il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Maria Ressa, reporter filippina e a Dmitry Muratov, caporedattore di Novaya Gazeta, uno dei pochi giornali russi non asserviti e dunque oggetto di violenze e minacce, “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è precondizione per la democrazia e per una pace duratura”. “È un uomo pericoloso che ci ha fatto abituare ad una società totalitaria”, dice di Putin la giornalista Svjatlana Aleksievič.

Sì, Putin è un tiranno. Putin è un tiranno perché come tutti i tiranni è arrabbiato (con la Nato, con l’Occidente, con l’Ucraina) ed è una rabbia che serve a nascondere la sua incontrollabile paura (di perdere il potere dopo avere iniziato una guerra che non doveva andare così per le lunghe). Putin si scaglia quando viene messo alle strette dalla verità. Putin sta utilizzando le bombe e i morti civili perché, come i tiranni, ritiene la violenza un sinonimo della forza.

Usa la violenza per non apparire debole. Il presidente russo è solo

Usa la violenza per non apparire debole. Putin è solo. I tiranni hanno disperatamente bisogno di essere amati, eppure vivono in un deserto emotivo perché non piacciono a nessuno, la maggior parte ha paura di loro: gli oligarchi di Putin gli sono fedeli finché non troveranno un protettore migliore, il suo popolo gli garantisce il potere perché la dissidenza è un rischio.

Putin è un tiranno perché ogni giorno di più vive nel suo regno rabbioso, diventando ogni giorno più arrogante e più dogmatico nell’esercizio della loro tirannia: alzare il livello dello scontro non è solo una strategia militare, è l’unico modo che Putin ha per accreditarsi in un ruolo che ormai non sa più come gestire. Per questo correre il rischio di ritenere ancora Putin realmente un interlocutore politico sarebbe miope e pericoloso: come tutti i tiranni pone richieste irragionevoli agli altri, sia per dominarli e controllarli, sia nel vano tentativo di rafforzarsi.

Mentre finge di trattare domina, manipola e controlla chi lo circonda. Allora non ci resta che capire in fretta che il diritto di punire il tiranno e di detronizzarlo sono la stessa cosa poiché l’uno comporta le stesse formalità dell’altro, come del resto teorizzava de Robespierre. Poi, con calma, impareremo che l’abuso del potere è l’essenza della tirannia, non ha niente a che vedere con l’autorevolezza. E magari, deposto il tiranno, inizieremo a pretendere di non avere governanti che si innamorano di chi usa i pregiudizi della religione e del nazionalismo per imbellettare un dispotismo.

(da La Notizia)

Assange verso l’estradizione, ma non fa notizia. Distratti dalla guerra in Ucraina fingiamo di ignorare che a violare i diritti umani non è solo Mosca

Chissà se il bombardamento della propaganda bellica che in queste settimane stiamo subendo ci permetterà di avere gli occhi più aperti su quello che sta accadendo a Julian Assange, sempre più vicino all’estradizione negli Stati Uniti dopo che la Corte Suprema del Regno Unito si è rifiutata di riesaminare il suo caso, circondato dal solito impietoso silenzio di gran parte dei nostri politici abituati a rilasciare dichiarazioni su tutto ma sempre piuttosto distratti sul caso del fondatore di .

Chissà se agli sfegatati difensori dei “valori occidentali” non stona che un uomo che ha contribuito a rendere pubblici disgustosi crimini di guerra degli Usa stia rischiando 175 anni (centosettantacinque anni) di carcere. Stiamo celebrando (giustamente) la giornalista russa Marina Ovsyanniko che ha mostrato in diretta tv un cartello per denunciare le bugie della propaganda e restiamo indifferenti per un uomo che ha mostrato al mondo un elicottero Usa Apache sparare su civili inermi a Baghdad, ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti segreti del Pentagono, della Cia e della Nsa, che hanno fatto emergere massacri di civili, torture, scandali e pressioni politiche. Ma è normale?

È normale che gli Stati Uniti accusino Assange con una legge controversa come l’Espionage Act, una legge pensata nel 1917 per punire i traditori che durante la Prima guerra mondiale passavano informazioni al nemico? Parliamo, tra l’altro, della stessa legge che gli Usa hanno usato per punire tra gli altri: Chelsea Manning, la fonte giornalistica che ha passato tutti i documenti pubblicati da WikiLeaks nel 2010; Edward Snowden per la rivelazione dei programmi di sorveglianza di massa della Nsa; John Kiriakou per aver rivelato alla stampa le torture della Cia; Thomas Drake, per aver parlato con giornalisti e membri del Congresso Usa degli abusi della Nsa.

Il processo di Assange dovrebbe interessarci terribilmente perché è un processo che parla anche di noi. Criminalizza la fonte di notizie che sono state pubblicate da decine di giornali e riprese da migliaia di testate nel mondo. Non volevamo essere noi quelli che premiavano “le denunce contro gli abusi del potere” e rivendichiamo una presunta superiorità morale per una sventolata “libertà di stampa”?

Se Assange finisse in carcere negli Stati Uniti si aprirebbe un terribile vulnus nel sistema di protezione della stampa, uno degli indici di una democrazia, e si creerebbe un pericoloso precedente: se il potere ha la possibilità di tacitare una notizia perché considerata “riservata” dal potere stesso allora a che servirebbe la stampa?

E chissà che ne dicono i garantisti, sempre pronti a camminare sul limite dell’impunità, di una vicenda processuale che è tutta politica, dal confino nell’ambasciata del’Ecuador all’inchiesta aperta dalla Svezia fino ai tribunali britannici che prima negano l’estradizione per le condizioni di salute e psichiche di Assange e ora decidono di lavarsene le mani. Occuparsi della libertà dei nemici dei nostri amici è un dovere, anche se costa di più.

(da La Notizia)

Mafia a Milano, il giudice Gennari: “In Procura è finita l’attenzione”

Giuseppe Gennari è stato giudice per le indagini preliminari al Tribunale di Milano fino al 2006 e ora lavora alla IX sezione civile. Al suo nome è legata l’operazione “Crimine-Infinito”: nel 2010 Gennari convalidò le richieste di custodia cautelare di quella che sembrava essere una svolta nella consapevolezza e nella lotta alla mafia in Lombardia. Forse le cose non sono andate esattamente così.

Gennari, a distanza di più di 10 anni da quella maxi operazione, crede che sia stata l’inizio di un percorso o un’occasione persa?

“La mia impressione è che l’attenzione per questi fenomeni abbia sempre fasi crescenti e fasi decrescenti. Non c’è mai un punto di partenza per un radicale cambio di passo. Certamente in quella stagione questi temi erano in prima pagina, oggi da osservatore esterno non li vedo più. Sicuramente qualcosa è cambiato”.

In questo c’è anche una responsabilità politica?

“Non sono un abile lettore della politica ma dò un’esperienza pratica: 2 settimane fa ero a un evento antimafia e eravamo in 5. Non so se l’antimafia sia sparita dall’agenda della politica perché non porta più voti. Ma non è solo la politica. Mi sono occupato di mafie per 5, 6 anni, già nell’ultimo periodo mi ricordo che in un’indagine c’era una società del nord infiltrata dalla mafia e un giornalista mi disse «no, guarda, di queste società qui siamo pieni e se vado dal mio direttore mi dice che è sempre la solita storia”.

Ma è credibile che dopo l’operazione Infinito la mafia in Lombardia si sia improvvisamente “calmata”, quasi scomparsa?

“Sulle indagini non so dire perché non ho più il polso della situazione. Certo immaginare che sia sparita è irrealistico. La mafia non è un fenomeno criminale, è un fenomeno sociale. La manifestazione criminale è solamente la parte visibile. Non eradichi un fenomeno sociale solo con un intervento giudiziario”.

Per l’Expo abbiamo discusso a lungo, e giustamente, delle infiltrazioni criminali. Per le prossime Olimpiadi invece non se ne parla. Ci sono meno pericoli?

“Non è cambiato nulla. Se l’occasione c’è si butterano tutti sugli appalti. La mia convinzione è che le mafie siano un ingranaggio di un sistema complessivamente illegale. Qui torniamo al discorso di prima: è un tema sociale. Non funziona che “tutti gli altri sono buoni” e il mafioso lo mettiamo in galera”.

Quindi ci sono componenti di quel sistema, anche pezzi di classe dirigente, che hanno interesse che la lotta alla mafia si sia smussata?

“Come era accaduto negli anni ’90 questi fenomeni si avvantaggiano quando esistono altre emergenze politiche e investigative. In questi anni ci sono stati tanti altri fattori che sono stati avvertiti come più urgenti e per le mafie questo è sicuramente positivo”.

Mentre in Calabria, Piemonte e Val d’Aosta le operazioni antimafia hanno coinvolto politici di primo livello in Lombardia l’unico politico è l’ex assessore Zambetti. C’è sfuggito qualcosa?

“Posso dire cos’è stato quando ero coinvolto in quelle indagini: i politici erano presenti, ma venne fatta una scelta tecnico-investigativa, che non sindaco, di procedere solo nei confronti di quelli di cui sia aveva certezza di poter arrivare a una condanna”.

Però quasi tutti hanno ancora ruoli apicali…

“L’ho sempre ripetuto: è una follia pensare che il fenomeno mafioso coincida con l’accertamento giudiziario. I piani alti non hanno interesse ha praticare una reale selezione”.

(da La Notizia)

Abbassare i termosifoni. Le ricette facili dei nostri politici. Chi inneggiava al Pil oggi invita al risparmio energetico

Il limite tra populismo e responsabilità del proprio ruolo politico non sta, come provano a farci credere da tempo, in una parte di presunti buoni e un’altra di cattivi. Il populismo è l’abitudine di proporre soluzioni semplici a temi complessi rifugiandosi dietro ad azioni simboliche che non spettano né alla politica né alla classe dirigente.

Per capirsi: che la crisi energetica sia il risultato di decenni di errori e di egoismi, figlio di una miope lettura della geopolitica e di incapacità di programmare il futuro è un fatto difficilmente contestabile. Si possono avere opinioni diverse sulle soluzioni percorribili, si possono avere pareri discordanti nell’analisi del passato ma compito della politica è quello di scegliere modi, tempi e assumersene la responsabilità.

Proprio per questo non si possono sentire dirigenti di partito che da giorni con l’elmetto in testa chiedono ai cittadini di “prendere parte alla guerra” e di “lottare per la libertà” abbassando di qualche grado i termosifoni o dimezzando le docce o facendo lavatrici solo di notte. Badate bene, un consumo più responsabile e efficiente delle risorse è uno dei passaggi obbligatori per risolvere la crisi climatica e energetica che affligge il mondo ma che oggi (sempre con quel sottofondo di militarismo virale) a dircelo siano gli stessi che per anni hanno giovialmente perculato chiunque chiedesse un minor spreco delle risorse è qualcosa di immorale e irricevibile.

Sì, perché i guerriglieri con i termosifoni (degli altri) sono gli stessi che irridevano Greta e i milioni di giovani in piazza per l’ambiente, sono gli stessi che ritengono l’ambientalismo un “hobby” da non considerare, sono gli stessi che fino a ieri spingevano all’edonismo più sfrenato per non far calare troppo il Pil. È questo l’aspetto grottesco. Che una classe di privilegiati (molto spesso senza merito) si permetta con il solito fare paternalista di suggerire con tanto entusiasmo soluzioni che le famiglie praticano da tempo per ovviare a redditi indecenti è uno dei tanti tragicomici ribaltamenti di questo tempo.

Milioni di italiani sanno bene che abbassare le temperature è l’unica soluzione per stare in stipendi da fame, milioni di italiani conoscono benissimo gli orari in cui usare gli elettrodomestici. Sono gli italiani che galleggiano con un reddito che sanguina già con una pizza di troppo, quelli che non possono permettersi di avere imprevisti perché non possono permetterseli, sono quelli che si sono smussati tanto da considerare privilegi i propri diritti.

Nella narrazione poi manca un pezzo, sempre quello: l’industria. Il 75% del gas in Italia serve all’industria. La cultura del consumo responsabile è qualcosa che non può essere usata per mitigare un caos politico che pretende decisioni politiche. È populismo e basta. Che i sindaci italiani e le istituzioni abbassino e chiedano di abbassare i termosifoni è un gesto simbolico (e importante) ma non ha nulla a che vedere con una seria programmazione.

Il Governo ha sbloccato solo 0,42GW di energia rinnovabile quando ne servirebbero 9GW all’anno per raggiungere gli obiettivi al 2030. Non ascolta nemmeno le imprese delle rinnovabili che stanno entrando in sciopero a causa delle sue politiche irresponsabili. Si parli di programmazione e di scostamento di bilancio. I nuovi profeti del pauperismo non hanno nessuna credibilità, dal loro scranno di privilegiati. L’elogio del consumo fa schifo ma anche la banalizzazione e la strumentalizzazione di un tema complesso non sono da meno.

(da La Notizia)

Che sia Covid o guerra in Ucraina la politica guarda sempre il proprio ombelico

Forte l’Italia mentre spirano venti di guerra. Forte questa insulsa capacità in cui siamo diventati maestri di riuscire a piegare qualsiasi tema, anche il più catastrofico e sanguinario, per le nostre piccole dispute da cortile. È accaduto con la pandemia e accade ora con la guerra in Ucraina, in un corso di specializzazione che ci trasforma ogni giorno in persone peggiori, anche se ne siamo fieri.

Oltre ai leader di partito ci siamo ritrovati con i virologi di riferimento

Prima era il Covid che veniva usato come randello: nel giro di due anni siamo riusciti ad accreditare politicamente virologi che dovrebbero misurarsi con la pubblicazione di studi e siamo finiti per avere il virologo di destra, quello di sinistra, l’alfiere degli aperturisti e l’alfiere delle chiusure. Avremmo potuto capire già in quel momento che quest’attitudine di fermentare qualsiasi argomento in scontro politico era qualcosa di poco etico, un vezzo di cui vergognarsi. E invece accanto ai nostri leader di partito ci siamo ritrovati il virologo di riferimento. Oggi non ci facciamo caso ma se ci avessero detto poco più di due anni fa che Matteo Salvini ed Enrico Letta si sarebbero scontrati sulla contagiosità di un nuovo virus (usando ognuno il suo virologo da guardia come arma) non ci avremmo mai creduto.

Prima era il Covid ora è la guerra ma l'atteggiamento provinciale non cambia
Una manifestazione contro il Super Green Pass (Getty Images).

C’è chi pretende di applicare i paradigmi scientifici alle opinioni sulla guerra

Piegare i drammi mondiali alle nostre liti da cortile è il sintomo di tutto il provincialismo della politica italiana, un cicaleccio continuo che non troverebbe pace nemmeno se il resto del mondo crollasse all’improvviso. Lo stesso accade con la guerra in Ucraina. Ed è una guerra che ha dato alla testa se è vero che si leggono persone fino a ieri equilibrate che riescono a scrivere senza un minimo di vergogna che esistono opinioni giuste e posizioni sbagliate. Non si è più in disaccordo: si è nel “giusto”. Un affondamento della cultura del dibattito e della democrazia che vorrebbe applicare paradigmi scientifici a opinioni politiche. Non è un caso che il noto virologo diventato famoso per l’antipatica simpatia a cui rispondeva di «studiare virologia prima di permettersi di commentare» in questi giorni commenti la geopolitica come se fosse una nuova variante. Gli auguriamo caldamente di non incontrare uno studioso di geopolitica che goda di improvviso successo per la scioltezza in cui gli dà del cretino.

Prima era il Covid ora è la guerra ma l'atteggiamento provinciale non cambia
Sfollati di Mariupol (Getty Images).

Se il conflitto fa comodo solo per bastonare gli avversari

Perfino i liberali di casa nostra, quelli che fino a ieri usavano il reddito di cittadinanza come clava, oggi hanno deciso di usare la guerra. Badate bene, della guerra non gli interessa assolutamente nulla, è solo un mezzo per bastonare i propri avversari. E i loro avversari, indovina un po’, sono quelli che chiamano “pacifisti”, senza nemmeno sapere cosa sia il pacifismo e senza mai averlo studiato. Solo che non se la prendono con i pacifisti in quanto tali (del resto sono ignoranti e non li riconoscono) ma se la prendono con chiunque non sia d’accordo nell’impalare Putin in pubblica piazza e nel fornire a Zelensky cannoni in grado di polverizzare le truppe nemiche per andarsi a prendere la Russia e fare vincere il bene sul male. E sono settimane che insistono: bombardano un asilo e sbattono i morti addosso ai loro avversari da cortile, bombardano un ospedale e ululano contro i pacifisti. Sono bastati 10 giorni e perfino i putiniani non sono più quei quattro fanfaroni sovranisti di destra. No, ora per loro i putiniani sono quelli di sinistra, sarà che nella loro poca infarinatura di storia generale sentono ancora profumo di “sovietico” e quindi “comunista”. E allora l’analisi più semplice da fare potrebbe stare racchiusa in una sola riga: in una guerra, tra aggredito e aggressore, riuscire a prendersela con i pacifisti è davvero da coglioni.

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L’Italia aumenta la spesa militare: ma non ci avevano detto che per povertà e sanità non c’erano soldi?

Che sarebbe andato a finire così si sapeva già da novembre dell’anno scorso, quando la quantità senza precedenti di nuovi programmi di riarmo che il Ministero della Difesa stava sottoponendo al Parlamento a ritmo serrato per il 2022 quando si aveva una valutazione tendenziale della spesa militare complessiva “diretta” per il 2022 di circa 25,82 miliardi di euro (che diventano 26,49 miliardi con ulteriori costi indiretti), ovvero un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019.

La votazione a larga maggioranza Ion Parlamento, con una curiosa compattezza che mette insieme destra e sinistra, è solo l’ulteriore passo di un cammino già ben avviato. Stupirsene significa non avere tenuto d’occhio l’azione del ministro della guerra Guerini che ha attraversato due governi tenendo sempre la barra dritta sulla rincorsa agli armamenti.

Per capire bene di cosa stiamo parlando basta fermarsi sui numeri: 13 miliardi di aumento di spese militari cozzano con il taglio di 6 miliardi sulla spesa sanitaria voluto da Draghi, per di più sulla coda di una pandemia. 104 milioni di euro al giorno spesi per le armi (questo sarà il risultato del nuovo incremento voluto dal Governo e dal Parlamento) andrebbero messi di fianco ai 127 milioni di euro (l’1% della spesa totale) di soldi persi per le truffe sul Reddito di Cittadinanza dall’inizio della sua istituzione. Abbiamo passato mesi a sentire i tromboni dirci che il Reddito di Cittadinanza è una misura insostenibile per lo Stato a causa di quei 127 milioni e quegli stessi tromboni esultano per una spesa simile giornaliera per armarsi.

Siamo il Paese in cui da anni viene detto che un reddito minimo di base è impossibile “perché non ci sono i soldi”; sono anni che ascoltiamo i liberisti (e liberali, tanto da noi sono quasi sempre la stessa cosa) dirci che per scuole stanno bene come sono perché lo Stato non si può permettere di più; abbiamo passato due anni sentendoci dire che difendersi dalla pandemia con interventi sul trasporto, sulla ventilazione meccanizzata sarebbe stato troppo difficile e costoso; sono anni che assistiamo a tagli ferali sulla cultura al grido “non abbiamo soldi!”; sono anni che ci sentiamo dire che lo Stato non può intervenire in aiuto dei poveri (quelli vecchi e quelli nuovi) per “altre priorità economiche”.

Ora il disegno è chiaro. La politica è molto più semplice di come si ostinano a raccontarla e si misura nei capitoli di spesa del bilancio dello Stato: il partito della guerra è una priorità. Poi, ultimamente, ha avuto anche la fortuna di ritrovarsi un conflitto alle porte dell’Europa per fingere di avere urgenza di fare qualcosa che stanno sommessamente facendo da 10 anni.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Si può dire, su Zelensky?

Non facendosi corrompere dalla superficialità imperante di questi giorni e da questa metifica logica binaria che vorrebbe polarizzare per non discutere di nient’altro che le bombe credo, anzi lo spero, che sia possibile essere dalla parte del popolo ucraino, riconoscere che sia in atto una feroce aggressione nei confronti dell’Ucraina con logiche criminali che colpiscono anche ospedali, asili e civili e potersi comunque permettere di dire che Zelensky sia ben altro rispetto al politico illuminato e eroe in tour. Mi spiace, so che a qualcuno gli scoppierà il fegato. Fatti suoi.

È significativo e importante che i parlamenti in giro per il mondo accolgano la testimonianza di Zelensky nei loro consessi per far intendere chiaramente, senza ombre, da che parte stanno ma non riconoscere nel presidente ucraino una pericolosa retorica è miope. Non dirlo per paura di andare contro la comunicazione imperante è vigliacco. Ad esempio, usare l’11 settembre come paragone mentre parla al Parlamento Usa è un trucchetto da abile comunicatore, niente a che vedere con il lamento disperato e il disegno di Zelensky di portare con sé gli Stati più guerrafondai dell’Ue insieme a Usa e Regno Unito è una strategia che sicuramente in questo momento infiamma una situazione che avrebbe bisogno di intelligente cautela e diplomazia.

Anche la linea della terza guerra mondiale già in atto (frase che Zelensky ripete dappertutto), della no fly zone richiesta come se non esistesse il pericolo di una guerra globale e nucleare e la sostanziale ripetizione dell’Ucraina che “non cederà di un millimetro” (quando le trattative, per loro stessa etimologia, dovrebbe essere un tentativo di intesa) non sembrano segnali responsabili.

Condannare l’azione di Putin, condannare l’invasione dell’Ucraina e ritenere necessario fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare, proteggere e accogliere i cittadini ucraini non ha niente a che vedere con l’osservazione e il riconoscimento di un atteggiamento populista e nazionalista del loro presidente. E forse sarebbe il caso che qualcuno trovi il coraggio di dirlo, senza paura di essere travolto dal massimalismo di questi (brutti) giorni di dibattito.

A proposito: un sondaggio pubblicato da Agorà su Rai Tre tratteggia un popolo italiano molto più pacifista di questi testosteroni militaristi che sventagliano accuse dappertutto. Il 55% degli italiani è contrario all’invio di armi. Il 62% boccia l’ipotesi di entrata in guerra della Nato contro la Russia. Poi c’è il discorso che facevamo da queste parti qualche giorno fa: a scaldare i cuori non è un reale interesse per la guerra ma la possibilità di usarla per randellare i propri avversari politici.

Buon venerdì.

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«Vivere sotto le bombe era meno terrificante di non poter nutrire i nostri figli»

«Per quanto scioccante sia, i siriani dicono che vivere sotto le bombe era terribile, ma non aver da mangiare per i figli lo è ancor di più. – racconta Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – A 11 anni dall’inizio della crisi siriana, il dolore e la sofferenza sembrano non avere fine».

A 11 anni esatti dallo scoppio della guerra in Siria, il 60% della popolazione soffre la fame, con i prezzi dei beni alimentari che sono raddoppiati nell’ultimo anno. Il Paese fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di cibo dalla Russia, ma ora, con la crisi ucraina, i prezzi alimentari potranno diventare ancor più proibitivi. È l’allarme lanciato ieri da Oxfam, che ha realizzato un’indagine tra 300 siriani nelle zone del Paese controllate dal Governo: il 90% degli intervistati ha dichiarato di potersi permettere al momento solo un po’ di pane e riso, solo occasionalmente verdura.

In un sistema economico già ridotto ai minimi termini da oltre un decennio di guerra, due anni di pandemia e dalla crisi bancaria libanese, in questo momento le sanzioni sulla Russia hanno un effetto dirompente, provocando l’interruzione delle importazioni di cibo e carburante, con la sterlina siriana che si sta svalutando ad una velocità vertiginosa. In questo momento 12,4 milioni di persone in Siria vivono in una condizione di insicurezza alimentare, il lavoro minorile è diffuso nell’84% delle comunità, mentre i matrimoni precoci nel 71%. Il Paese inoltre fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di grano dalla Russia. Con lo scoppio della crisi in Ucraina, il governo ha deciso perciò il razionamento delle riserve alimentari e non solo: oltre al grano, zucchero, riso e carburante.

«Per noi non ha senso pensare al domani, se non sappiamo cosa mettere in tavola oggi per sfamare i nostri figli», racconta Hala, che vive a Deir-ez-Zor una delle zone più devastate dalla guerra.

«Lavoro 13 ore al giorno per sfamare i miei figli, ma non sembra bastare – continua Majed che vive nel governatorato di Rural Damascus – A volte vorrei che la giornata durasse più di 24 ore per lavorare di più. Sono stanchissimo e non so se riusciremo a sopravvivere».

«Uno stipendio medio basta appena per le spese essenziali», aggiunge Moutaz Adam.

Qualche giorno fa il presidente dell’Ucraina Zelensky raccontava della paura degli ucraini di essere dimenticati. La devastazione delle guerre, quando si spegne la solidarietà emotiva per il rumore delle bombe, continua a mietere vittime. Provate a chiedere a un afghano qualsiasi. Lo spessore di una reale solidarietà si misura nel tempo. Chissà come andrà a finire quando essere solidali non porterà più voti.

Buon giovedì.

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