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Mafia a Milano, il giudice Gennari: “In Procura è finita l’attenzione”

Giuseppe Gennari è stato giudice per le indagini preliminari al Tribunale di Milano fino al 2006 e ora lavora alla IX sezione civile. Al suo nome è legata l’operazione “Crimine-Infinito”: nel 2010 Gennari convalidò le richieste di custodia cautelare di quella che sembrava essere una svolta nella consapevolezza e nella lotta alla mafia in Lombardia. Forse le cose non sono andate esattamente così.

Gennari, a distanza di più di 10 anni da quella maxi operazione, crede che sia stata l’inizio di un percorso o un’occasione persa?

“La mia impressione è che l’attenzione per questi fenomeni abbia sempre fasi crescenti e fasi decrescenti. Non c’è mai un punto di partenza per un radicale cambio di passo. Certamente in quella stagione questi temi erano in prima pagina, oggi da osservatore esterno non li vedo più. Sicuramente qualcosa è cambiato”.

In questo c’è anche una responsabilità politica?

“Non sono un abile lettore della politica ma dò un’esperienza pratica: 2 settimane fa ero a un evento antimafia e eravamo in 5. Non so se l’antimafia sia sparita dall’agenda della politica perché non porta più voti. Ma non è solo la politica. Mi sono occupato di mafie per 5, 6 anni, già nell’ultimo periodo mi ricordo che in un’indagine c’era una società del nord infiltrata dalla mafia e un giornalista mi disse «no, guarda, di queste società qui siamo pieni e se vado dal mio direttore mi dice che è sempre la solita storia”.

Ma è credibile che dopo l’operazione Infinito la mafia in Lombardia si sia improvvisamente “calmata”, quasi scomparsa?

“Sulle indagini non so dire perché non ho più il polso della situazione. Certo immaginare che sia sparita è irrealistico. La mafia non è un fenomeno criminale, è un fenomeno sociale. La manifestazione criminale è solamente la parte visibile. Non eradichi un fenomeno sociale solo con un intervento giudiziario”.

Per l’Expo abbiamo discusso a lungo, e giustamente, delle infiltrazioni criminali. Per le prossime Olimpiadi invece non se ne parla. Ci sono meno pericoli?

“Non è cambiato nulla. Se l’occasione c’è si butterano tutti sugli appalti. La mia convinzione è che le mafie siano un ingranaggio di un sistema complessivamente illegale. Qui torniamo al discorso di prima: è un tema sociale. Non funziona che “tutti gli altri sono buoni” e il mafioso lo mettiamo in galera”.

Quindi ci sono componenti di quel sistema, anche pezzi di classe dirigente, che hanno interesse che la lotta alla mafia si sia smussata?

“Come era accaduto negli anni ’90 questi fenomeni si avvantaggiano quando esistono altre emergenze politiche e investigative. In questi anni ci sono stati tanti altri fattori che sono stati avvertiti come più urgenti e per le mafie questo è sicuramente positivo”.

Mentre in Calabria, Piemonte e Val d’Aosta le operazioni antimafia hanno coinvolto politici di primo livello in Lombardia l’unico politico è l’ex assessore Zambetti. C’è sfuggito qualcosa?

“Posso dire cos’è stato quando ero coinvolto in quelle indagini: i politici erano presenti, ma venne fatta una scelta tecnico-investigativa, che non sindaco, di procedere solo nei confronti di quelli di cui sia aveva certezza di poter arrivare a una condanna”.

Però quasi tutti hanno ancora ruoli apicali…

“L’ho sempre ripetuto: è una follia pensare che il fenomeno mafioso coincida con l’accertamento giudiziario. I piani alti non hanno interesse ha praticare una reale selezione”.

(da La Notizia)

Abbassare i termosifoni. Le ricette facili dei nostri politici. Chi inneggiava al Pil oggi invita al risparmio energetico

Il limite tra populismo e responsabilità del proprio ruolo politico non sta, come provano a farci credere da tempo, in una parte di presunti buoni e un’altra di cattivi. Il populismo è l’abitudine di proporre soluzioni semplici a temi complessi rifugiandosi dietro ad azioni simboliche che non spettano né alla politica né alla classe dirigente.

Per capirsi: che la crisi energetica sia il risultato di decenni di errori e di egoismi, figlio di una miope lettura della geopolitica e di incapacità di programmare il futuro è un fatto difficilmente contestabile. Si possono avere opinioni diverse sulle soluzioni percorribili, si possono avere pareri discordanti nell’analisi del passato ma compito della politica è quello di scegliere modi, tempi e assumersene la responsabilità.

Proprio per questo non si possono sentire dirigenti di partito che da giorni con l’elmetto in testa chiedono ai cittadini di “prendere parte alla guerra” e di “lottare per la libertà” abbassando di qualche grado i termosifoni o dimezzando le docce o facendo lavatrici solo di notte. Badate bene, un consumo più responsabile e efficiente delle risorse è uno dei passaggi obbligatori per risolvere la crisi climatica e energetica che affligge il mondo ma che oggi (sempre con quel sottofondo di militarismo virale) a dircelo siano gli stessi che per anni hanno giovialmente perculato chiunque chiedesse un minor spreco delle risorse è qualcosa di immorale e irricevibile.

Sì, perché i guerriglieri con i termosifoni (degli altri) sono gli stessi che irridevano Greta e i milioni di giovani in piazza per l’ambiente, sono gli stessi che ritengono l’ambientalismo un “hobby” da non considerare, sono gli stessi che fino a ieri spingevano all’edonismo più sfrenato per non far calare troppo il Pil. È questo l’aspetto grottesco. Che una classe di privilegiati (molto spesso senza merito) si permetta con il solito fare paternalista di suggerire con tanto entusiasmo soluzioni che le famiglie praticano da tempo per ovviare a redditi indecenti è uno dei tanti tragicomici ribaltamenti di questo tempo.

Milioni di italiani sanno bene che abbassare le temperature è l’unica soluzione per stare in stipendi da fame, milioni di italiani conoscono benissimo gli orari in cui usare gli elettrodomestici. Sono gli italiani che galleggiano con un reddito che sanguina già con una pizza di troppo, quelli che non possono permettersi di avere imprevisti perché non possono permetterseli, sono quelli che si sono smussati tanto da considerare privilegi i propri diritti.

Nella narrazione poi manca un pezzo, sempre quello: l’industria. Il 75% del gas in Italia serve all’industria. La cultura del consumo responsabile è qualcosa che non può essere usata per mitigare un caos politico che pretende decisioni politiche. È populismo e basta. Che i sindaci italiani e le istituzioni abbassino e chiedano di abbassare i termosifoni è un gesto simbolico (e importante) ma non ha nulla a che vedere con una seria programmazione.

Il Governo ha sbloccato solo 0,42GW di energia rinnovabile quando ne servirebbero 9GW all’anno per raggiungere gli obiettivi al 2030. Non ascolta nemmeno le imprese delle rinnovabili che stanno entrando in sciopero a causa delle sue politiche irresponsabili. Si parli di programmazione e di scostamento di bilancio. I nuovi profeti del pauperismo non hanno nessuna credibilità, dal loro scranno di privilegiati. L’elogio del consumo fa schifo ma anche la banalizzazione e la strumentalizzazione di un tema complesso non sono da meno.

(da La Notizia)

Che sia Covid o guerra in Ucraina la politica guarda sempre il proprio ombelico

Forte l’Italia mentre spirano venti di guerra. Forte questa insulsa capacità in cui siamo diventati maestri di riuscire a piegare qualsiasi tema, anche il più catastrofico e sanguinario, per le nostre piccole dispute da cortile. È accaduto con la pandemia e accade ora con la guerra in Ucraina, in un corso di specializzazione che ci trasforma ogni giorno in persone peggiori, anche se ne siamo fieri.

Oltre ai leader di partito ci siamo ritrovati con i virologi di riferimento

Prima era il Covid che veniva usato come randello: nel giro di due anni siamo riusciti ad accreditare politicamente virologi che dovrebbero misurarsi con la pubblicazione di studi e siamo finiti per avere il virologo di destra, quello di sinistra, l’alfiere degli aperturisti e l’alfiere delle chiusure. Avremmo potuto capire già in quel momento che quest’attitudine di fermentare qualsiasi argomento in scontro politico era qualcosa di poco etico, un vezzo di cui vergognarsi. E invece accanto ai nostri leader di partito ci siamo ritrovati il virologo di riferimento. Oggi non ci facciamo caso ma se ci avessero detto poco più di due anni fa che Matteo Salvini ed Enrico Letta si sarebbero scontrati sulla contagiosità di un nuovo virus (usando ognuno il suo virologo da guardia come arma) non ci avremmo mai creduto.

Prima era il Covid ora è la guerra ma l'atteggiamento provinciale non cambia
Una manifestazione contro il Super Green Pass (Getty Images).

C’è chi pretende di applicare i paradigmi scientifici alle opinioni sulla guerra

Piegare i drammi mondiali alle nostre liti da cortile è il sintomo di tutto il provincialismo della politica italiana, un cicaleccio continuo che non troverebbe pace nemmeno se il resto del mondo crollasse all’improvviso. Lo stesso accade con la guerra in Ucraina. Ed è una guerra che ha dato alla testa se è vero che si leggono persone fino a ieri equilibrate che riescono a scrivere senza un minimo di vergogna che esistono opinioni giuste e posizioni sbagliate. Non si è più in disaccordo: si è nel “giusto”. Un affondamento della cultura del dibattito e della democrazia che vorrebbe applicare paradigmi scientifici a opinioni politiche. Non è un caso che il noto virologo diventato famoso per l’antipatica simpatia a cui rispondeva di «studiare virologia prima di permettersi di commentare» in questi giorni commenti la geopolitica come se fosse una nuova variante. Gli auguriamo caldamente di non incontrare uno studioso di geopolitica che goda di improvviso successo per la scioltezza in cui gli dà del cretino.

Prima era il Covid ora è la guerra ma l'atteggiamento provinciale non cambia
Sfollati di Mariupol (Getty Images).

Se il conflitto fa comodo solo per bastonare gli avversari

Perfino i liberali di casa nostra, quelli che fino a ieri usavano il reddito di cittadinanza come clava, oggi hanno deciso di usare la guerra. Badate bene, della guerra non gli interessa assolutamente nulla, è solo un mezzo per bastonare i propri avversari. E i loro avversari, indovina un po’, sono quelli che chiamano “pacifisti”, senza nemmeno sapere cosa sia il pacifismo e senza mai averlo studiato. Solo che non se la prendono con i pacifisti in quanto tali (del resto sono ignoranti e non li riconoscono) ma se la prendono con chiunque non sia d’accordo nell’impalare Putin in pubblica piazza e nel fornire a Zelensky cannoni in grado di polverizzare le truppe nemiche per andarsi a prendere la Russia e fare vincere il bene sul male. E sono settimane che insistono: bombardano un asilo e sbattono i morti addosso ai loro avversari da cortile, bombardano un ospedale e ululano contro i pacifisti. Sono bastati 10 giorni e perfino i putiniani non sono più quei quattro fanfaroni sovranisti di destra. No, ora per loro i putiniani sono quelli di sinistra, sarà che nella loro poca infarinatura di storia generale sentono ancora profumo di “sovietico” e quindi “comunista”. E allora l’analisi più semplice da fare potrebbe stare racchiusa in una sola riga: in una guerra, tra aggredito e aggressore, riuscire a prendersela con i pacifisti è davvero da coglioni.

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L’Italia aumenta la spesa militare: ma non ci avevano detto che per povertà e sanità non c’erano soldi?

Che sarebbe andato a finire così si sapeva già da novembre dell’anno scorso, quando la quantità senza precedenti di nuovi programmi di riarmo che il Ministero della Difesa stava sottoponendo al Parlamento a ritmo serrato per il 2022 quando si aveva una valutazione tendenziale della spesa militare complessiva “diretta” per il 2022 di circa 25,82 miliardi di euro (che diventano 26,49 miliardi con ulteriori costi indiretti), ovvero un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019.

La votazione a larga maggioranza Ion Parlamento, con una curiosa compattezza che mette insieme destra e sinistra, è solo l’ulteriore passo di un cammino già ben avviato. Stupirsene significa non avere tenuto d’occhio l’azione del ministro della guerra Guerini che ha attraversato due governi tenendo sempre la barra dritta sulla rincorsa agli armamenti.

Per capire bene di cosa stiamo parlando basta fermarsi sui numeri: 13 miliardi di aumento di spese militari cozzano con il taglio di 6 miliardi sulla spesa sanitaria voluto da Draghi, per di più sulla coda di una pandemia. 104 milioni di euro al giorno spesi per le armi (questo sarà il risultato del nuovo incremento voluto dal Governo e dal Parlamento) andrebbero messi di fianco ai 127 milioni di euro (l’1% della spesa totale) di soldi persi per le truffe sul Reddito di Cittadinanza dall’inizio della sua istituzione. Abbiamo passato mesi a sentire i tromboni dirci che il Reddito di Cittadinanza è una misura insostenibile per lo Stato a causa di quei 127 milioni e quegli stessi tromboni esultano per una spesa simile giornaliera per armarsi.

Siamo il Paese in cui da anni viene detto che un reddito minimo di base è impossibile “perché non ci sono i soldi”; sono anni che ascoltiamo i liberisti (e liberali, tanto da noi sono quasi sempre la stessa cosa) dirci che per scuole stanno bene come sono perché lo Stato non si può permettere di più; abbiamo passato due anni sentendoci dire che difendersi dalla pandemia con interventi sul trasporto, sulla ventilazione meccanizzata sarebbe stato troppo difficile e costoso; sono anni che assistiamo a tagli ferali sulla cultura al grido “non abbiamo soldi!”; sono anni che ci sentiamo dire che lo Stato non può intervenire in aiuto dei poveri (quelli vecchi e quelli nuovi) per “altre priorità economiche”.

Ora il disegno è chiaro. La politica è molto più semplice di come si ostinano a raccontarla e si misura nei capitoli di spesa del bilancio dello Stato: il partito della guerra è una priorità. Poi, ultimamente, ha avuto anche la fortuna di ritrovarsi un conflitto alle porte dell’Europa per fingere di avere urgenza di fare qualcosa che stanno sommessamente facendo da 10 anni.

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Si può dire, su Zelensky?

Non facendosi corrompere dalla superficialità imperante di questi giorni e da questa metifica logica binaria che vorrebbe polarizzare per non discutere di nient’altro che le bombe credo, anzi lo spero, che sia possibile essere dalla parte del popolo ucraino, riconoscere che sia in atto una feroce aggressione nei confronti dell’Ucraina con logiche criminali che colpiscono anche ospedali, asili e civili e potersi comunque permettere di dire che Zelensky sia ben altro rispetto al politico illuminato e eroe in tour. Mi spiace, so che a qualcuno gli scoppierà il fegato. Fatti suoi.

È significativo e importante che i parlamenti in giro per il mondo accolgano la testimonianza di Zelensky nei loro consessi per far intendere chiaramente, senza ombre, da che parte stanno ma non riconoscere nel presidente ucraino una pericolosa retorica è miope. Non dirlo per paura di andare contro la comunicazione imperante è vigliacco. Ad esempio, usare l’11 settembre come paragone mentre parla al Parlamento Usa è un trucchetto da abile comunicatore, niente a che vedere con il lamento disperato e il disegno di Zelensky di portare con sé gli Stati più guerrafondai dell’Ue insieme a Usa e Regno Unito è una strategia che sicuramente in questo momento infiamma una situazione che avrebbe bisogno di intelligente cautela e diplomazia.

Anche la linea della terza guerra mondiale già in atto (frase che Zelensky ripete dappertutto), della no fly zone richiesta come se non esistesse il pericolo di una guerra globale e nucleare e la sostanziale ripetizione dell’Ucraina che “non cederà di un millimetro” (quando le trattative, per loro stessa etimologia, dovrebbe essere un tentativo di intesa) non sembrano segnali responsabili.

Condannare l’azione di Putin, condannare l’invasione dell’Ucraina e ritenere necessario fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare, proteggere e accogliere i cittadini ucraini non ha niente a che vedere con l’osservazione e il riconoscimento di un atteggiamento populista e nazionalista del loro presidente. E forse sarebbe il caso che qualcuno trovi il coraggio di dirlo, senza paura di essere travolto dal massimalismo di questi (brutti) giorni di dibattito.

A proposito: un sondaggio pubblicato da Agorà su Rai Tre tratteggia un popolo italiano molto più pacifista di questi testosteroni militaristi che sventagliano accuse dappertutto. Il 55% degli italiani è contrario all’invio di armi. Il 62% boccia l’ipotesi di entrata in guerra della Nato contro la Russia. Poi c’è il discorso che facevamo da queste parti qualche giorno fa: a scaldare i cuori non è un reale interesse per la guerra ma la possibilità di usarla per randellare i propri avversari politici.

Buon venerdì.

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«Vivere sotto le bombe era meno terrificante di non poter nutrire i nostri figli»

«Per quanto scioccante sia, i siriani dicono che vivere sotto le bombe era terribile, ma non aver da mangiare per i figli lo è ancor di più. – racconta Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – A 11 anni dall’inizio della crisi siriana, il dolore e la sofferenza sembrano non avere fine».

A 11 anni esatti dallo scoppio della guerra in Siria, il 60% della popolazione soffre la fame, con i prezzi dei beni alimentari che sono raddoppiati nell’ultimo anno. Il Paese fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di cibo dalla Russia, ma ora, con la crisi ucraina, i prezzi alimentari potranno diventare ancor più proibitivi. È l’allarme lanciato ieri da Oxfam, che ha realizzato un’indagine tra 300 siriani nelle zone del Paese controllate dal Governo: il 90% degli intervistati ha dichiarato di potersi permettere al momento solo un po’ di pane e riso, solo occasionalmente verdura.

In un sistema economico già ridotto ai minimi termini da oltre un decennio di guerra, due anni di pandemia e dalla crisi bancaria libanese, in questo momento le sanzioni sulla Russia hanno un effetto dirompente, provocando l’interruzione delle importazioni di cibo e carburante, con la sterlina siriana che si sta svalutando ad una velocità vertiginosa. In questo momento 12,4 milioni di persone in Siria vivono in una condizione di insicurezza alimentare, il lavoro minorile è diffuso nell’84% delle comunità, mentre i matrimoni precoci nel 71%. Il Paese inoltre fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di grano dalla Russia. Con lo scoppio della crisi in Ucraina, il governo ha deciso perciò il razionamento delle riserve alimentari e non solo: oltre al grano, zucchero, riso e carburante.

«Per noi non ha senso pensare al domani, se non sappiamo cosa mettere in tavola oggi per sfamare i nostri figli», racconta Hala, che vive a Deir-ez-Zor una delle zone più devastate dalla guerra.

«Lavoro 13 ore al giorno per sfamare i miei figli, ma non sembra bastare – continua Majed che vive nel governatorato di Rural Damascus – A volte vorrei che la giornata durasse più di 24 ore per lavorare di più. Sono stanchissimo e non so se riusciremo a sopravvivere».

«Uno stipendio medio basta appena per le spese essenziali», aggiunge Moutaz Adam.

Qualche giorno fa il presidente dell’Ucraina Zelensky raccontava della paura degli ucraini di essere dimenticati. La devastazione delle guerre, quando si spegne la solidarietà emotiva per il rumore delle bombe, continua a mietere vittime. Provate a chiedere a un afghano qualsiasi. Lo spessore di una reale solidarietà si misura nel tempo. Chissà come andrà a finire quando essere solidali non porterà più voti.

Buon giovedì.

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Facciamo sparire i testimoni?

Tra il 1 e il 2 luglio 2018, 276 bambini, donne e uomini (con Loni, che era ancora nella pancia della sua mamma, fanno 277) in acque internazionali salirono a bordo della nave italiana Asso ventinove, chiesero di fare domanda di asilo politico in Italia (Paese di bandiera), ma il comandante della nave fece rotta su Tripoli. Secondo la compagnia di navigazione ad ordinare questo sarebbero state le navi Caprera e Caio Duilio della Marina militare italiana. Il tutto in totale segreto.

Left è stato il primo media a parlarne, nel 2019, quando pubblicammo una lunga inchiesta sul caso.

La storia la racconta Sarita Fratini nel suo blog di saritalibre ed è anche un appello: tra quelle persone c’era Malik. Racconta Sarita: «Negli ultimi cinque anni, dopo la deportazione operata dalla Asso ventinove, è stato recluso in diversi terribili lager, dove ha visto morire tanti compagni e compagne di sventura. È riuscito a fuggire dai lager e nell’autunno-inverno 2021-2022 ha partecipato al presidio di protesta davanti all’ufficio di Unhcr a Tripoli. Malik, come tanti altri rifugiati/e, ha il numero Unhcr ed attende l’evacuazione. Da 4 anni. Due mesi fa le guardie libiche hanno arrestato i rifugiati del presidio e deportato tutti nel lager di Ain Zara. Malik è uno di loro».

«Ieri al tribunale civile di Roma – prosegue Sarita – c’è stata una causa: una donna, un bimbo e tre ragazzi sono riusciti a scappare dalla Libia e hanno presentato un ricorso contro il comandante della nave, la compagnia di navigazione, il consiglio dei ministri italiano e i ministeri di Difesa, Trasporti e Interno (allora retto da Salvini). Malik e tutti gli altri sopravvissuti che sono ancora in Libia purtroppo non hanno diritto a venire rappresentati da avvocati. Non possono quindi unirsi alla causa civile italiana. Malik si sta spegnendo in un lager. Con le poche forze che ancora gli rimangono, ha aiutato a ricostruire il caso Asso ventinove per la causa civile intentata da quei compagni di viaggio che, più fortunati, sono usciti dalla Libia. Il sistema dei lager libici, finanziato dall’Italia, si sta liberando di tutti i testimoni delle violazioni dei diritti umani compiute dal governo italiano».

L’idea di far eliminare i testimoni delle nostre violazioni è qualcosa che non sarebbe nemmeno immaginabile. E invece accade.

Buon mercoledì.

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“Non sono filo-Putin ma”: il nuovo motto dei leghisti che non riescono a condannare Mosca

Matteo Salvini ha provato a scrollarsi di dosso Putin. Non è andata benissimo, la foto del sindaco della città di Przemysl, Wojciech Bukan, che lo sbugiarda mostrandogli la sua maglietta inneggiante a Putin ha fatto il giro del mondo e ha provocato smottamenti anche all’interno della Lega. Ma l’operazione di prendere le distanze da Putin e dalla proiezione che su di lui hanno costruito i sovranisti in Europa è ancora lungi dal finire.

In un’intervista rilasciata a Repubblica il deputato leghista Vito Comencini ci fa sapere di essere a San Pietroburgo, città natale della moglie, e di avere una visione almeno un po’ strabica di quello che sta accadendo. Si dichiara pronto ad andare a recuperare i profughi «giunti dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk», facendoci intendere che i profughi ucraini non siano una priorità e ricalca la solita retorica leghista: «Difendo i valori della civiltà classico cristiana in Europa». Cosa ci sia di cristiano nel colpire i civili e nell’occupare un Paese rimane un insondabile mistero. Che dopo 20 giorni di guerra esista ancora un politico in Italia capace di rivendere Putin come incarnazione di un qualsiasi valore è la fotografia di una miopia umana, oltre che politica, che ci ha portato fin qui.

Ma non è tutto, Comencini riesce nella sua intervista anche a ridurre il valore delle vite umani alla percezione personale: «qui i ristoranti sono pieni, i negozi pure. Una signora, per sdrammatizzare, mi ha detto: “Vuol dire che per un po’ mangeremo patate e cavolfiori”». Capite il livello del dibattito? Qui siamo alla stregua di coloro che negavano il Covid perché «nessuno dei miei amici l’ha mai preso», per superficialità la frase ricorda molto Berlusconi che negava la crisi adducendo “i ristoranti pieni” come prova della sua irragionevole tesi.

Immancabile come sempre per Comencini c’è anche il solito attacco nel mucchio alla propaganda mediatica (che invece è un tema complesso e serissimo che andrebbe appunto affrontato con serietà): «Qui le tv locali denunciano fake news», ci fa sapere il deputato leghista. Ci sta dicendo che le televisioni russe accusano di fake news gli altri media. La prima vittima della guerra è la verità ma a Comencini si sono dimenticati di insegnarglielo.

Il punto però è un altro: la Lega continuerà a fare come ha sempre fatto, si dividerà tra “poliziotti buoni” e “poliziotti cattivi” tentando goffamente a tenere insieme opposte fazioni di elettori. Fino alla prossima maglietta e alla prossima figura barbina di Salvini.

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Il dibattito sulla guerra fa schifo

Ieri un missile balistico presubilmente ucraino ha colpito la città di Donetsk uccidendo 23 persone (tra cui un bambino) e ferendone altre, tutti civili che stavano in coda davanti allo sportello di una banca o che passavano di lì. È uno dei molti fatti terribili che stanno accadendo in questi giorni a seguito dell’invasione della Russia, in cui 90 bambini sono stati uccisi (tanto per dare un’idea) e in cui centri civili vengono continuamente colpiti dall’esercito di Putin.

La notizia è rilevante perché indicherebbe una controffensiva dell’esercito ucraino ed è stata riportata da diverse fonti. Ci sono ovviamente le fonti della propaganda russa (quello devono fare, sono pagate per quello) ma ci sono giornalisti che sulle responsabilità dell’invasione hanno idee ben chiare. C’è il giornalista di Domani Davide Maria De Luca, c’è il giornalista di Avvenire Nello Scavo: una schiera di giornalisti che hanno rilanciato la notizia riportando le versioni di russi e ucraini (ovviamente opposte).

Il dibattito sulla guerra però non cerca notizie per costruire la complessità, no. Il dibattito sulla guerra ha bulimia di notizie che confortino le proprie posizioni. C’è gente talmente piccola che ha bisogno di essere bombardata (e bombardare) di quanto i russi siano cattivi e che non ha lo spazio nel cervello nemmeno per scorgere eventuali mancanze di quegli altri, dimostrando tra l’altro un’abissale ignoranza sulle guerre, dove la prima vittima è la verità.

Nello Scavo per tutto il giorno s’è preso del filoputiniano, lo stesso è accaduto per tutti gli altri. Con me è venuto persino facile visto che l’assonanza sinistra-filoPutin è la nuova formula algebrica dei polarizzatori per professione. Il motivo è semplice: della guerra e dei morti alla maggior parte dei commentatori non gliene frega un bel niente. La guerra e i morti sono piegati al proprio cortile, alle baruffe contro i nemici politici di casa nostra, in un provincialismo che fa schifo. Usare milioni di profughi e migliaia di morti per dimostrare che i presunti “avversari politici” locali stanno sbagliando è una nefandezza schifosa e meschina.

Ieri in collegamento con La7 Francesca Mannocchi, bravissima inviata di guerra amata fino a un secondo prima dai guerriglieri da divano si è permessa di dire che sulla base di quanto ha potuto vedere nei giorni scorsi a Irpin (Ucraina) – dove è stato ucciso il giornalista americano – non è possibile attribuire la morte di Brent Renaud a una parte o all’altra. Funziona così: non è sempre chiaro e non è sempre propaganda.

Ma qui non interessa il giornalismo: l’importante è cogliere indizi per poterti mettere in un cassetto o nell’altro. Siamo a questi livelli di dibattito.

Buon martedì.

Nella foto: Un vigile del fuoco guarda un frammento di un missile ucraino Tocka-U a Donetsk, 14 marzo 2022

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Ecco cosa diranno tra poco

Che l’esplosione di solidarietà nei confronti degli ucraini in fuga sia in alcuni casi un losco tentativo di mondare macroscopici errori politici lo dimostra il fatto che la retorica è direttamente proporzionale al passato amore per Putin. Mentre coloro che si occupano (e professano) solidarietà da sempre ora assistono sgomenti all’ennesima guerra drammatica come lo sono tutte le guerre di tutti questi anni (seppure con numeri molto più importanti per l’impatto sull’Europa in termini di sfollati) i sovranisti del mondo insistono nel farci credere che questa sia l’unica guerra giusta di cui occuparci per nascondere la loro cinica indifferenza per le guerre passate e per sublimare il fatto che siano stati i cagnolini di Putin sguinzagliati per l’Europa.

Per questo c’è da scommetterci che non terrà a lungo questa unità di intenti nei confronti del popolo ucraino. Serve solo il tempo per fare dimenticare le felpe con Putin. Passato quello dovranno per forza riprendere le loro posizioni sull’immigrazione, altrimenti dovrebbero riscrivere l’intero programma elettorale e regalare i frutti della xenofobia a qualcun altro.

Se volete sapere come andrà finire un vento del futuro arriva direttamente dalla Francia dove il candidato Eric Zemmour (uno così schifosamente razzista da fare impallidire perfino alcuni razzisti) che ha affermato che gli ucraini con legami familiari con la Francia dovrebbero ricevere i visti, a differenza di coloro che fuggono dai conflitti nelle nazioni musulmane per cui non vale nemmeno un rapporto con il territorio. Zemmour ha applaudito l’approccio più rigoroso del Regno Unito (lunedì il Regno Unito ha respinto le richieste di allentamento dei requisiti di visto per i rifugiati ucraini): «Solo se hanno legami con la Francia, se hanno una famiglia in Francia… diamo loro i visti», ha detto Zemmour a Bfm Tv.

«È una questione di assimilazione», ha detto Zemmour. «Ci sono persone che sono come noi e persone che sono diverse da noi. Tutti ora capiscono che gli immigrati arabi o musulmani sono troppo diversi da noi e che è sempre più difficile integrarli». «Siamo più vicini agli europei cristiani», ha spiegato.

Vedrete che tra poco lo ascolteremo anche qui.

Buon lunedì.

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