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Facebook si mette l’elmetto. Sdoganati gli haters ma solo se sparano a Putin. Ora a Vladimir si può augurare la morte senza essere bannati

Ora potete stare tranquilli: Facebook continuerà a censurare vostre foto in cui c’è qualcosa che assomiglia a un capezzolo, vi ammonirà se scrivete una parola razzista riportando testualmente un discorso razzista che fortemente condannate ma in compenso oggi vi permette di augurare la morte ai russi e a Putin.

Reuters infatti riporta che Meta (la società che controlla tra gli altri Facebook e Instagram) avrebbe deciso di allentare i limiti sui post che invocano la morte contro Vladimir Putin e Alexandr Lukashenko. “A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo temporaneamente concesso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole.

Ad esempio, post violenti come l’invocare la ‘morte agli invasori russi’. Non consentiremo nulla che riguardi la promozione della violenza contro i civili russi”, ha affermato un portavoce di Meta in una nota. In alcune email interne, Meta avrebbe consentito l’elogio del battaglione ucraino di destra Azov, che normalmente è proibito, in un cambiamento riportato per la prima volta dal sito The Intercept.

Il portavoce di Meta, Joe Osborne, aveva confermato l’eccezione “rigorosamente nel solo contesto della difesa dell’Ucraina”. Eppure nella policy di Facebook si legge chiaramente che bisognerebbe evitare di “indirizzare minacce fondate o incitare all’odio verso personaggi pubblici. Permettiamo discussioni aperte e critiche nei confronti di persone che sono menzionate dai media o ricevono una grande attenzione da parte del pubblico per le loro attività professionali e non.

Rimuoviamo le minacce credibili nei confronti di personaggi pubblici e le incitazioni all’odio a loro indirizzate, come avviene anche per i singoli individui”. Non solo. Scrive Meta nelle sue regole: “Non consentiamo la presenza di organizzazioni o individui coinvolti in attività terroristiche, attività di gruppi violenti o criminali organizzati, omicidi di massa o seriali o gruppi organizzati inneggianti all’odio. Eliminiamo anche i contenuti che esprimono sostegno a gruppi che si distinguono per comportamenti violenti o criminali come quelli sopra menzionati.

Non è consentito sostenere o elogiare i leader di tali organizzazioni o giustificarne le attività violente”. Zuckenberg indossa l’elmetto e va alla guerra, scegliendo di prenderne parte non solo come difensore degli oppressi ma come fiancheggiatore nell’eventuale sterminio degli oppressori. Tutto questo dopo anni contro le campagne d’odio appoggiate dal fondatore di Facebook (a proposito di oligarchie) che sono state spesso smentite.

Non è passato molto tempo da quando l’ex dipendente di Facebook, l’ex manager Frances Haugen, ha raccontato al mondo come Facebook “tradisce la democrazia” specificando come “i discorsi che incitano all’odio, quelli politici divisivi e la disinformazione su Facebook e la sua famiglia di app stanno influenzando le società di tutto il mondo”. L’ufficio del procuratore generale russo chiede che Meta, la società che detiene Facebook e Instagram, venga riconosciuta come organizzazione estremista. Lo riferisce la Tass citando un comunicato della Procura.

La decisione arriva dopo che Facebook e Instagram hanno deciso di togliere la censura ai post contro la Russia. “Quello che Meta sta facendo è chiamato ‘incitamento all’odio razziale’ che nella legislazione russa si qualifica come estremismo”, ha detto il vicecapo del comitato russo sulle tecnologie e le comunicazioni, Anton Gorelkin. Il dubbio è che in fondo anche Facebook abbia trovato il modo per guadagnare dalla guerra.

(il mio pezzo per La Notizia)

L’amore per la guerra dei nostri politici che soffiano sul fuoco. Invocano resistenza e no fly zone. Ma sono i peggiori amici dell’Ucraina

Poi un giorno ci vergogneremo di questo amore sulla guerra. Rileggeremo le parole dei politici e degli editorialisti che sputano bile e che aizzano lo scontro al caldo delle loro posizione di rendita e ci renderemo conto che anche nel 2022, ancora nel 2022, in Italia sono esistiti soffiatori sul fuoco che non hanno nessuna contezza del dovere di proporzione e equilibrio delle loro parole.

Ci faranno lo stesso straniante effetto che si prova rileggendo gli editoriali strombazzati di quando si trattava di portare la democrazia in Afghanistan che abbiamo lasciato affamato e in gabbia, si proverà lo stesso sgomento che ci assale ripensando a chi ci diceva che c’era da stabilizzare la Libia diventata poi un intruglio di manigoldi al soldo dell’Europa, avremo lo stesso smarrimento postbellico delle troppe guerre che avrebbero dovuto esportare la democrazia e invece hanno fatto il deserto chiamandolo pace.

I testosteronici guerriglieri di casa nostra sono quelli che diventano barzotti chiedendo un intervento militare, sempre di più, sempre più forte, augurandosi che la guerra possa continuare per sfoggiare la loro mascolinità da professionisti di mezza età che hanno trovato finalmente lo sfogo per mostrare quanto sarebbero efficaci con un fucile in pugno e con l’elmetto.

Solo che, bontà loro, in mancanza di armamenti si devono accontentare del proprio account twitter o, se ricoprono un ruolo di qualche peso, delle agenzie di stampa che sperano in questa bulimia guerresca per sputare un comunicato ancora più cattivo, più grondante e più mortifero. Anche l’invio delle armi all’Ucraina non è più semplicemente il sostegno ponderato di un mondo che prova a soccorrere una nazione sull’orlo dell’eccidio ma per questi soldati da divano (o da salotto televisivo) dovrebbe essere solo l’antipasto di una guerra ancora più fragorosa, ancora più spietata.

Quando qualcuno osa alzare il dito per chiedergli perché riversano tutto questo spirito bellico questi rispondono, fingendo di crederci, che lo fanno per gli ucraini. Ma davvero non sanno e non sappiamo che soffiare sul fuoco della “Resistenza” ucraina significa mettere in conto migliaia di morti consapevoli che non avranno mai le forze per poter avere la meglio sull’esercito russo?

Se da un lato l’Europa prova a evitare il massacro nei tempi brevi per recuperare tempo utile per trovare una soluzione che non preveda una guerra atomica questi nuovi avventurieri sembrano augurarsi che la diplomazia fallisca e che continui a fallire per sopravvivere nel proprio ruolo di incitatori dalla tribuna del Colosseo ucraino, godendo come dei matti nell’osservare il sangue dei gladiatori.

Se è vero che ha un senso (storto e indecente come tutti i sensi della guerra che non ha mai senso) ascoltare la viva voce degli ucraini che si dichiarano pronti a morire per la propria terra davvero non vogliamo renderci conto del ruolo dell’Europa (e dell’Italia) nella pacificazione? Non è un caso che i pacifisti siano finiti nel cassetto dei buonisti, trattati come utopisti: i veri truffatori (poiché ogni guerra è una truffa) sono quelli che invocano la no fly zone sapendo che non potremo mai dargliela senza evitare una terza guerra mondiale.

Sono loro i peggiori amici possibili del popolo ucraino che si ritrova a dover resistere con la consapevolezza che questa guerra non potrà mai vincerla. La vera vittoria sarà preservare più gente e diritti possibili finché non si trova una soluzione. La storia ci insegna che l’unica vittoria di una guerra è farla smettere.

(il mio pezzo per La Notizia)

Putin è indifendibile. Ma giustificarlo adesso va di moda. Molti politici stanno con lo zar. In cerca di voti sulla pelle dei morti

La guerra, come tutte le cose della vita, è un argomento complesso che ha poco a che vedere con la polarizzazione, con il tifo e con le santificazioni o le demonizzazioni assolute. Su queste pagine abbiamo scritto (), e presumibilmente continueremo a scrivere, che rinunciare ex abrupto a un’analisi del quadro geopolitico e delle responsabilità della Nato è una banalizzazione stupida e cretina. Quello che però in queste ore è una catena di eventi che non ha bisogno di troppe interpretazioni: Putin ha deliberatamente deciso di compiere crimini contro l’umanità che qualsiasi Paese democratico, anche solo nelle intenzioni, non può non condannare.

Sono azioni che già conosciamo in guerre in cui a noi è capitato di stare dalla parte dei cattivi? Sì certo, eccome. Sono gli stessi orrori che si ripetono simili in tutte le guerre del mondo? Sì, purtroppo, certamente. Ma il dovere della complessità non può diventare un alibi per smussare l’orrore. Non è questione di punti di vista. Sono i numeri e i fatti a parlare: solo nella città di Mauripol il vice sindaco della città, Sergiy Orlov, parla di 1.160 persone vittime, con 47 sepolte solo mercoledì (leggi l’articolo).

Circa 200mila persone vorrebbero lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno. Non è solo la questione dell’ospedale pediatrico (3 le vittime accertate e 17 i feriti) che secondo la propaganda russa sarebbe stato il covo del battaglione nazionalista Azov. In città ci sono altri 1.157 corpi rimasti a terra che raccontano un eccidio. Ci sono le immagini satellitari che mostrano negozi di alimentari e un supermercato completamente bruciati dai bombardamenti, ci sono le zone residenziali distrutte.

Di “situazione terribile e disperata” parla Sasha Volkov, vice capo della delegazione della Croce Rossa internazionale, nella città ucraina. “Molta gente dice di non avere più cibo per i bambini – dice Volkov – le persone cominciano ad attaccarsi tra di loro per il cibo, o attaccare le auto di altri per prendere la benzina”. Metà della popolazione di Kyiv è fuggita. Volendo ci sono i 4mila soldati russi uccisi in quella che doveva essere una veloce operazione di liberazione.

Lavrov riesce a dire, restando serio, che “la Russia non ha attaccato l’Ucraina”

In tutto questo il ministro agli esteri russo Lavrov riesce a dire, restando serio, che “la Russia non ha attaccato l’Ucraina e non ha intenzione di attaccare altri paesi” e che secondo lui “non ci sarà nessuna guerra nucleare”. Si può rimanere inermi di fronte quest’arrogante impunità sfoggiata per il mondo? No, davvero, no. Se anche volessimo empatizzare con chi nelle prime ore del conflitto parlava di “legittima difesa” della Russia oggi alla luce degli eventi non si può non condannare l’ipocrisia di chi in nome di una presunta “denazificazione” sta creando un deserto che vorrebbe avere il diritto di chiamare pace.

Se anche fosse una “legittima difesa” siamo di fronte a un eccesso criminale di legittima difesa che non ha attenuanti, non ha giustificazioni e non può avere alibi. Per questo utilizzare il trucco della “complessità” per giustificare Putin in questo momento, come stanno facendo (troppi) parlamentari e editorialisti in cerca di un bacino di voti per carenza di pandemia è amorale. Qui non siamo più nel campo della geopolitica, siamo tracimati nello stesso complottismo disonesto che ha già campato sui morti del virus e che ora, da avvoltoio, si è buttato sulla guerra. L’analisi per sua natura approfondisce i fatti, inventarli o smentire la realtà è coprofagia.

(il mio pezzo per La Notizia)

Il 27 febbraio in 50 sono annegati al largo della città di Sabratha, a ovest di Tripoli

Hanno scelto un pessimo periodo per morire le 50 persone circa che sono affondate al largo della città di Sabratha, a ovest di Tripoli, il 27 febbraio. Ieri Alarm Phone ha fatto sapere che non ci sarebbero sopravvissuti ma che una dozzina di cadaveri sono stati ritrovati sulla costa. I volontari di Mezzaluna Rossa libica hanno recuperato sette cadaveri dalla spiaggia.

Secondo una fonte vicina alla guardia costiera libica, i morti sarebbero stati portati alla stazione di polizia di Sabratha. È l’ennesimo naufragio fantasma che si consuma lontano da qualsiasi testimonianza e difficilmente entra nelle pagine dei giornali. Ma potrebbe non essere l’unica tragedia del mare dell’ultima settimana. Non si hanno più notizie anche di una barca con 60 migranti partita dalla Tunisia, ormai cinque giorni fa.

“I parenti ci chiedono di un gruppo di 60 persone – scrive sempre Alarm Phone – non sono ancora arrivate”. Le autorità ci dicono di non avere informazioni su cosa sia accaduto loro. Chiediamo risposte”.

Mentre l’Europa apre (in modo intermittente) le porte a chi fugge via terra la nave Geo Barents di Medici Senza Frontiere ha raccolto 111 superstiti e aspetta che gli venga assegnato un porto. Ci sono donne e bambini, sei dei quali con meno di 4 anni. Molti dei 111 superstiti sono curati perché il carburante mischiato all’acqua salata gli ha bruciato la pelle. Risposte? Nulla, come al solito, Malta e Italia rimangono mute.

Non si hanno già notizie, ad esempio, della famiglia bloccata nella foresta tra Polonia e Bielorussia (madre, padre e due bambini, di cui uno autistico) che sopravvivevano bevendo acqua piovana intrappolati nel braccio di ferro tra i due Stati che si prolunga da mesi e che si siamo presto dimenticati. Da qualche giorno se ne sono perse le tracce e Nawal Soufi, la volontaria che si occupava di loro, rischia addirittura l’arresto.

Questa Europa che filosofeggia di accoglienza, dovremmo avere il coraggio di dircelo chiaramente, non ha nessuna credibilità Ha aperto le porte e ha concesso la protezione temporanea a chi scappa dalla guerra in Ucraina (non tutti, per la verità, con la direttiva che non si applica a chi in Ucraina ci lavorava o ci studiava senza averne la residenza) ma è sempre la stessa Europa che utilizza Erdogan come tappo via terra (profumatamente pagato) per lasciare fuori i migranti che non piacciono perché sono troppo scuri o perché vengono da una guerra abbastanza lontana per poter fingere che non esista.

È la stessa Europa che da anni foraggia le milizie libiche che fingono di essere uno Stato quando sono un’accolita di criminali e che addestra (con l’Italia in prima linea) la cosiddetta Guardia costiera libica ammaestrata per riacciuffare chi prova a scappare dai lager libici (condannati dall’Onu e da tutti quelli che hanno avuto occasione di vederli di sfuggita) e da Papa Francesco.

È la stessa Europa che ha scelto di essere un privilegio per pochi, che ha promesso accoglienza agli afghani che invece stanno ai bordi dell’Ue scappati dai Talebani e senza nessun posto dover poter stare. La “solidarietà” ora serve per comunicare la propria partecipazione alla guerra ma, come dicono gli stessi ucraini, il rischio è che poi ci si dimentichi in fretta. Dalle nostre parti la solidarietà accade quando è utile a chi la compie, non quando serve a chi la riceve.

(il mio pezzo per La Notizia)

Profughi ucraini in Ungheria: l’accoglienza di Orbán diventa un modello, ma fidarsi è da pivelli

L’ambasciata polacca nega ma le testimonianze che raccontano di come al confine polacco i rifugiati vengano selezionati tra “degni” e “indegni” continuano ad arrivare. Chi ha la sfortuna di non essere immediatamente ucraino per tratti somatici e colore della pelle viene bloccato.

Anna Alboth del Minority Rights Group ha confermato che la discriminazione razziale, sebbene non sistemica, è un dato di fatto: “La discriminazione avviene principalmente sul lato ucraino del confine. Ma ci sono persone in Polonia che offrono il trasporto gratuito e che lo rifiutano una volta avvicinate da un rifugiato non ucraino. 

“Riceviamo messaggi da studenti nigeriani e indiani – ha raccontato a Al-Jazeera – che non sono stati in grado di gestire il fatto di essere trattati in modo diverso e di essere rimandati a Leopoli”.

Profughi ucraini in Ungheria: chi sì e chi no

Di certo l’Europa, volente o nolente, deve fare i conti con un’ondata di accoglienza che sbaraglia i numeri degli anni precedenti (eppure si gridava all’invasione) e anche i Paesi più sovranisti e duri con gli immigrati oggi devono farsi carico dei profughi.

Qualcuno malignamente fa notare come la vicinanza (fisica, culturale e cromatica) dei profughi ucraini faciliti il compito. Del resto che questi siano “come noi” lo ripetono in molti.

Di sicuro la differenziazione della disperazione è scritta nero su bianco sulla direttiva 2001/55/CE che l’Europa si è improvvisamente accorta di avere per offrire protezione per adottare strumenti di regolarizzazione, seppur temporanea, straordinari.

Se nella proposta originaria il diritto al permesso temporaneo era a disposizione di tutti coloro che provenivano dalla zona di guerra, senza distinzione tra Ucraini con cittadinanza, detentori di protezione internazionale e cittadini con permesso di soggiorno, nella versione finale approvata vi è una palese correzione: la direttiva vale per i residenti ucraini e per chi beneficiava di protezione. Gli altri? Ognuno fa come gli pare. 

Sembra che a volere la diversificazione siano stati soprattutto i paesi dell’est (Polonia ed Ungheria in primis) ma che tutto sommato sia stata gradita anche da altri.

Profughi ucraini, il “modello Ungheria”

Così mentre i leader europei ringraziano Polonia e Ungheria per lo sforzo di accoglienza sembra essere dimenticato il fatto che i due Paesi proprio sui migranti abbiano costruito la propria propaganda.

La Polonia, del resto è lo stesso Paese che con l’assenso dell’Ue ha approvato le leggi sui “push-back” illegali, è lo stesso Paese dei respingimenti in violazione del diritto internazionale, lo stesso Paese che proclamò lo stato di emergenza al confine con la Bielorussia per impedire l’azione degli operatori umanitari e dei giornalisti, lo stesso Paese stanno costruendo una barriera al confine e che hanno lasciato morire nei boschi almeno 21 persone nel 2021 dopo averle respinte.

L’Ungheria di Orbán è amata dai sovranisti europei per la durezza con cui “tappa” le migrazioni verso l’Europa. Quindi sono diventati tutti buoni? Difficile crederlo.

Ancora più difficile credere che l’utile accoglienza di questi giorni (che frutta consenso sulla cresta dell’onda emotiva) poi non si spenga progressivamente per ritornare agli atteggiamenti precedenti.

Sulla lotta ai migranti del resto si fonda la narrazione di tutti i sovranisti; rinunciare al loro primo punto di programma significherebbe dover ricostruire la propria identità politica. Del resto basta vedere la fine che hanno fatto gli afghani: molte promesse, quasi tutte tradite.

(il mio pezzo per La Notizia)

Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.

(il mio pezzo per La Notizia)

Come la guerra in Ucraina ha cambiato le nostre prospettive

La guerra, ogni guerra, cambia le proporzioni. È un male, sicuramente, poiché il cambio di proporzione costa dolore, violenza e vite umane. Ma ogni volta che una prospettiva improvvisamente si rimpicciolisce sarebbe da sedersi per osservare tutto com’è diverso da come miopemente era.

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Non c’è nulla di più sovranista dell’essere solidali solo con chi ci somiglia

Lo so, lo so, è considerato futile e irresponsabile scrivere di cose nostre mentre “c’è la guerra alle porte”. Me ne frego, anzi ne approfitto per scrivere che queste guerre che sono alle porte solo se interessano privilegi o comodità nostre, questi uomini che riusciamo a sentire fratelli se sono del nostro stesso pantone, questo diritto addirittura rivendicato di essere solidali in modo direttamente proporzionale alla somiglianza è qualcosa che fa schifo. Fa schifo non solo per il provincialismo (il provincialismo dei diritti umani in italiano si chiama razzismo) ma fa schifo anche perché non c’è nulla di più sovranista dell’esercitare intelligenza emotiva solo con chi potrebbe fare la controfigura di qualche nostro familiare. Giorni passati a dire che gli ucraini li sentiamo “vicini” perché sono come noi e fino a qualche giorno fa l’Ucraina era l’accento e l’odore di aglio delle badanti o delle donne delle pulizie. Il paternalismo per un popolo che ci ha regalato l’amica a noleggio della nonna è aberrante.

Guerra in Ucraina: come ci ha cambiato
L’aumento dei prezzi del carburante conseguenza della guerra in Ucraina (Getty Images).

Dalla guerra Mario Draghi esce ridimensionato

Le proporzioni, dicevamo. Ci avevano raccontato che pensionata Angela Merkel Mario Draghi avrebbe tenuto le redini dell’Europa. Anzi, non solo ce l’hanno raccontato, l’hanno scritto dappertutto consigliandoci di resistere ché il lato migliore del governo dei migliori l’avremmo avuto nel momento del bisogno. Il problema non è nemmeno Draghi in sé, lui continua a fare il Presidente del Consiglio con la parsimonia di chi lo vive come un momento di passaggio per qualcosa di meglio: l’epopea di Draghi è un’Iliade scritta senza preoccuparsi che accadesse. Alla luce della guerra Draghi esce ridimensionato, infeltrito, perfino un po’ scadente, recintato nella sua non comunicazione che si affida alla sensazione e in un’Europa che chatta con Vladimir Putin su Whatsapp ma non lo invita nel gruppo che conta. Perfino qualche draghiano sfegatato timidamente prova a chiedere «ma perché è finita così?». Il punto vero è che in ogni guerra noi siamo la piazzola di sosta della Nato, contiamo come un Camogli scaldato male durante il viaggio del ritorno. Forse sarà per questo che ci ritroviamo il battaglione social più agguerrito di tutti: un manipolo di panciuti uomini di mezza età che hanno sostituito il week end in montagna con le analisi geopolitiche.

la guerra in Ucraina ha cambiato le nostre prospettive
Rifugiati ucraini in arrivo in Polonia (Getty Images).

La guerra ha inventato la categoria dei pauperisti privilegiati

La guerra cambia le proporzioni e inventa categorie: i pauperisti privilegiati sono una novità che sarebbe stata fantascienza fino a qualche settimana fa. Sono quelli che perculavano la decrescita felice sovrapponendo il benessere all’auto come prolungamento penico e che oggi ci dicono che per sconfiggere Putin bisogna abbassare di due gradi i termosifoni e lavarsi meno e fare le lavatrici di notte. Lo dicono con gli occhi che brillano come se avessero scoperto Atlantide e non sanno che il loro decalogo (che trovano geniale) è l’ordinaria amministrazione delle famiglie che non dormono la notte pregando che non accada un imprevisto perché il loro reddito non può permettersi il privilegio di affrontare imprevisti, con il conto corrente che per una pizza di troppo sanguina fino allo stipendio successivo.

La guerra fa schifo ma anche la nostra mediocrità non è un granché

La guerra cambia le proporzioni. I parlamentari nostri non vedevano l’ora di mostrarci la loro fideistica interpretazione del suicido assistito e invece gli è toccato farlo passare alla Camera per evitare le sculacciate della Cassazione e non si sono potuti permettere nemmeno un po’ di teatrino. La guerra fa schifo ma anche la mediocrità che galleggia in tempi di guerra non è un granché.

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I profughi non sono tutti uguali neanche se scappano dall’Ucraina

Si esulta – giustamente – perché l’Europa si è accorta di avere nel cassetto una direttiva (la 2001/55 del Consiglio dell’Ue) che permette di adottare strumenti di regolarizzazione, seppur temporanea, straordinari. Fino ad oggi non era mai stata utilizzata nonostante diverse organizzazioni umanitarie e associazioni ne chiedessero l’applicazione.

Di guerre, nonostante in molti non se ne accorgano, ce ne sono parecchie in giro alle porte dell’Europa. Nessun politico ha mai pensato di utilizzare la direttiva, ad esempio, per la Libia o per l’Afghanistan o per la Siria o per la Tunisia. In pochi però si sono accorti che tra la proposta originaria e quella approvata è cambiato qualcosa.

E non è roba da poco: nella proposta originaria il diritto al permesso temporaneo era a disposizione di tutti coloro che fuggivano dalla guerra, senza distinzione tra ucraini con cittadinanza, studenti che si trovavano lì per motivi di studio allo scoppio della guerra, lavoratori in Ucraina in trasferta, mentre nella versione approvata qualche giorno dopo si legge testualmente che «la presente decisione si applica alle seguenti categorie di persone che sono sfollate dall’Ucraina a partire dal 24 febbraio 2022 incluso a seguito dell’invasione militare delle forze armate russe che ha avuto inizio in tale data: a) cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022; b) apolidi e cittadini di Paesi terzi diversi dall’Ucraina che beneficiavano di protezione internazionale o di protezione nazionale equivalente in Ucraina prima del 24 febbraio 2022; c) familiari delle persone di cui alle lettere a) e b)».

E per tutti gli altri? Per tutti gli altri siamo alle solite: si lascia discrezionalità ai Paesi che si affacciano al confine ucraino, che storicamente sono tutt’altro che accoglienti (stiamo parlando della Polonia, che si sta costruendo un muro, e dei Paesi del gruppo Visegrad). Con il risultato che arrivano testimonianze di studenti nigeriani e lavoratori asiatici bloccati alla frontiera in uscita dall’Ucraina. Anche nella solidarietà l’Europa riesce a differenziare. Non male.
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L’articolo originale scritto per TPI è qui

Un passo sul fine vita. Ma il futuro è buio

La legge sul fine vita passa alla Camera. Via libera con 223 sì, 168 no e un’astensione all’articolo 2 della norma, in attuazione della sentenza della Corte costituzionale del novembre 2019 sul caso Dj Fabo/Cappato. L’articolo 2 è il pilastro della legge, contiene lo scopo della normativa: «Si intende per morte volontaria medicalmente assistita il decesso cagionato da un atto autonomo con il quale, in esito al percorso disciplinato dalle norme della presente legge, si pone fine alla propria vita in modo volontario, dignitoso e consapevole, con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale», si legge nel testo.

L’atto, si precisa, «deve essere il risultato di una volontà attuale, libera e consapevole di un soggetto pienamente capace di intendere e di volere». La norma prevede inoltre che «le strutture del Servizio sanitario nazionale operino nel rispetto dei seguenti princìpi fondamentali: tutela della dignità e dell’autonomia del malato; tutela della qualità della vita fino al suo termine; adeguato sostegno sanitario, psicologico e socio-assistenziale alla persona malata e alla famiglia». Contrari Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Coraggio Italia.

Anche ieri abbiamo assistito alla pessima esibizione di alcuni parlamentari, com’era prevedibile. Toccafondi di Italia Viva ha dichiarato: «Trovo innaturale una legge che aiuti a morire. Nella nostra cultura c’è il valore della vita, il diritto alla vita e non a metter fine alla vita». Palmieri, Forza Italia: «Il Pd aderisce a un progetto di società in cui la persona diventa un individuo sciolto da qualsiasi legame sociale e familiare alla mercé del potere di turno e della sofferenza che gli viene inferta». 

Durante il voto finale Riccardo Magi invece ha citato Welby: «Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso. Morire mi fa orrore purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita è solo un testardo insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».

È passato, ovviamente, l’emendamento che prevede l’obiezione di coscienza. Dentro si legge che «gli enti ospedalieri pubblici autorizzati sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dalla presente legge. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione». Visto com’è andata con la 194 viene difficile essere ottimisti.

Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretario nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, scrivono che «finalmente il Parlamento dà segno di voler provare ad assumersi le proprie responsabilità. Non sarebbe mai accaduto senza il coraggio di persone come Piergiorgio Welby, Fabiano Antoniani e Davide Trentini, che resero pubblica la loro scelta, senza le disobbedienze civili e senza 1.240.000 persone che hanno firmato il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia attiva facendo emergere una profonda consapevolezza e volontà popolare». Dicono anche: «Non ci facciamo illusioni. Siamo ben consapevoli della difficoltà che rappresenta il passaggio al Senato, nonché degli effetti discriminatori del testo nella versione attuale, che esclude dalla possibilità di accedere all’aiuto a morire i pazienti «non tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale (come ad esempio solitamente sono i malati terminali di cancro e alcune malattie neurodegenerative)».

In effetti al Senato i numeri ballano. I malumori all’interno del Pd e di Italia viva saranno meno controllabili e più decisivi. Ve la ricordate la legge Zan? Ecco, siamo su quel bordo.

Buon venerdì.

 

L’articolo proviene da Left.it qui

Basta propaganda: l’unica verità è che a Maripuol, sotto le bombe, sono morti bambini innocenti

L’Associated Press parla di tre persone morte nell’attacco aereo di ieri sull’ospedale di Mariupol. Sarebbero 17 i feriti, tra cui medici, donne incinte e bambini. Inevitabilmente le immagini hanno fatto il giro del mondo e alzato l’onda emotiva sull’invasione dell’Ucraina.

Il presidente Zelensky, che con le immagini e la comunicazione ci ha sempre avuto a che fare per lavoro, ha sfruttato l’occasione per chiedere ancora una volta la no fly zone, accusando senza mezzi termini la NATO di essere insensibile alla sofferenza degli ucraina. In guerra, da sempre, alzare il livello dello scontro è la tentazione più semplice e banale. Il fatto è che l’emotività è nemica di qualsiasi strategia e rischia di essere un favore a Putin e di mietere ancora più vittime.

Inevitabile in un momento di enorme polarizzazione la controffensiva della propaganda russa e dei soliti rimestatori social: la tesi sarebbe che l’ospedale fosse stato evacuato da giorni e che fosse una base del battaglione nazionalista Azov (e il battaglione Azov no, non è un’invenzione). Le fonti? “Un figlio di un dipendente dell’ospedale” intervistato da lenta.ru di cui non c’è nome, qualcosa del tipo “mio cugino”. Poi c’è il video pubblicato dalla propaganda russa che mostrerebbe soldati sul tetto dell’edificio. Peccato che quell’edificio non sia l’ospedale pediatrico ma altro a una ventina di chilometri di distanza.

In guerra però la verità, si sa, è sempre la prima a morire e una guerra nel 2022 con i social a disposizione diventa uno scontro di onde contrarie. Il vicesindaco della città, Sergiy Orlov, ha riferito ai giornalisti di diversi obiettivi civili colpiti finora, tra cui numerose case residenziali, un ospedale pediatrico e di maternità, l’edificio principale dei servizi amministrativi e la gigantesca fabbrica metallurgica Avostal della città. Orlov ha detto che 1.160 persone erano già state uccise, con 47 sepolte solo mercoledì. Circa 200.000 persone vogliono lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno.

Volendo poi ci sono le foto satellitari, che non possono mentire: centri commerciali e aree residenziali sono state completamente distrutte. Difficile credere che fossero tutti covi di armi.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto a Reuters: “Le forze russe non sparano su obiettivi civili”. Il Cremlino avrebbe intanto aperto un’indagine sul bombardamento dell’ospedale di Mauripol. “Questo è terrorismo informatico”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Attenzione: la Russia fin dall’inizio del conflitto sta dicendo che non esiste nessuna guerra e sta chiamando “operazione speciale” un’immonda rappresaglia che ricorda moltissimo le “guerre di pace” targate NATO. A proposito di ospedali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che da quando l’invasione è iniziata due settimane si contano 18 attacchi a strutture mediche. Non c’è solo Mauripol.

E intanto, come in tutte le guerre, la violenza chiama violenza.

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