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Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.

(il mio pezzo per La Notizia)

Come la guerra in Ucraina ha cambiato le nostre prospettive

La guerra, ogni guerra, cambia le proporzioni. È un male, sicuramente, poiché il cambio di proporzione costa dolore, violenza e vite umane. Ma ogni volta che una prospettiva improvvisamente si rimpicciolisce sarebbe da sedersi per osservare tutto com’è diverso da come miopemente era.

LEGGI ANCHE: Perché il popolo russo è il miglior alleato contro Putin

Non c’è nulla di più sovranista dell’essere solidali solo con chi ci somiglia

Lo so, lo so, è considerato futile e irresponsabile scrivere di cose nostre mentre “c’è la guerra alle porte”. Me ne frego, anzi ne approfitto per scrivere che queste guerre che sono alle porte solo se interessano privilegi o comodità nostre, questi uomini che riusciamo a sentire fratelli se sono del nostro stesso pantone, questo diritto addirittura rivendicato di essere solidali in modo direttamente proporzionale alla somiglianza è qualcosa che fa schifo. Fa schifo non solo per il provincialismo (il provincialismo dei diritti umani in italiano si chiama razzismo) ma fa schifo anche perché non c’è nulla di più sovranista dell’esercitare intelligenza emotiva solo con chi potrebbe fare la controfigura di qualche nostro familiare. Giorni passati a dire che gli ucraini li sentiamo “vicini” perché sono come noi e fino a qualche giorno fa l’Ucraina era l’accento e l’odore di aglio delle badanti o delle donne delle pulizie. Il paternalismo per un popolo che ci ha regalato l’amica a noleggio della nonna è aberrante.

Guerra in Ucraina: come ci ha cambiato
L’aumento dei prezzi del carburante conseguenza della guerra in Ucraina (Getty Images).

Dalla guerra Mario Draghi esce ridimensionato

Le proporzioni, dicevamo. Ci avevano raccontato che pensionata Angela Merkel Mario Draghi avrebbe tenuto le redini dell’Europa. Anzi, non solo ce l’hanno raccontato, l’hanno scritto dappertutto consigliandoci di resistere ché il lato migliore del governo dei migliori l’avremmo avuto nel momento del bisogno. Il problema non è nemmeno Draghi in sé, lui continua a fare il Presidente del Consiglio con la parsimonia di chi lo vive come un momento di passaggio per qualcosa di meglio: l’epopea di Draghi è un’Iliade scritta senza preoccuparsi che accadesse. Alla luce della guerra Draghi esce ridimensionato, infeltrito, perfino un po’ scadente, recintato nella sua non comunicazione che si affida alla sensazione e in un’Europa che chatta con Vladimir Putin su Whatsapp ma non lo invita nel gruppo che conta. Perfino qualche draghiano sfegatato timidamente prova a chiedere «ma perché è finita così?». Il punto vero è che in ogni guerra noi siamo la piazzola di sosta della Nato, contiamo come un Camogli scaldato male durante il viaggio del ritorno. Forse sarà per questo che ci ritroviamo il battaglione social più agguerrito di tutti: un manipolo di panciuti uomini di mezza età che hanno sostituito il week end in montagna con le analisi geopolitiche.

la guerra in Ucraina ha cambiato le nostre prospettive
Rifugiati ucraini in arrivo in Polonia (Getty Images).

La guerra ha inventato la categoria dei pauperisti privilegiati

La guerra cambia le proporzioni e inventa categorie: i pauperisti privilegiati sono una novità che sarebbe stata fantascienza fino a qualche settimana fa. Sono quelli che perculavano la decrescita felice sovrapponendo il benessere all’auto come prolungamento penico e che oggi ci dicono che per sconfiggere Putin bisogna abbassare di due gradi i termosifoni e lavarsi meno e fare le lavatrici di notte. Lo dicono con gli occhi che brillano come se avessero scoperto Atlantide e non sanno che il loro decalogo (che trovano geniale) è l’ordinaria amministrazione delle famiglie che non dormono la notte pregando che non accada un imprevisto perché il loro reddito non può permettersi il privilegio di affrontare imprevisti, con il conto corrente che per una pizza di troppo sanguina fino allo stipendio successivo.

La guerra fa schifo ma anche la nostra mediocrità non è un granché

La guerra cambia le proporzioni. I parlamentari nostri non vedevano l’ora di mostrarci la loro fideistica interpretazione del suicido assistito e invece gli è toccato farlo passare alla Camera per evitare le sculacciate della Cassazione e non si sono potuti permettere nemmeno un po’ di teatrino. La guerra fa schifo ma anche la mediocrità che galleggia in tempi di guerra non è un granché.

LEGGI ANCHE: Chi ha paura dei pacifisti?

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I profughi non sono tutti uguali neanche se scappano dall’Ucraina

Si esulta – giustamente – perché l’Europa si è accorta di avere nel cassetto una direttiva (la 2001/55 del Consiglio dell’Ue) che permette di adottare strumenti di regolarizzazione, seppur temporanea, straordinari. Fino ad oggi non era mai stata utilizzata nonostante diverse organizzazioni umanitarie e associazioni ne chiedessero l’applicazione.

Di guerre, nonostante in molti non se ne accorgano, ce ne sono parecchie in giro alle porte dell’Europa. Nessun politico ha mai pensato di utilizzare la direttiva, ad esempio, per la Libia o per l’Afghanistan o per la Siria o per la Tunisia. In pochi però si sono accorti che tra la proposta originaria e quella approvata è cambiato qualcosa.

E non è roba da poco: nella proposta originaria il diritto al permesso temporaneo era a disposizione di tutti coloro che fuggivano dalla guerra, senza distinzione tra ucraini con cittadinanza, studenti che si trovavano lì per motivi di studio allo scoppio della guerra, lavoratori in Ucraina in trasferta, mentre nella versione approvata qualche giorno dopo si legge testualmente che «la presente decisione si applica alle seguenti categorie di persone che sono sfollate dall’Ucraina a partire dal 24 febbraio 2022 incluso a seguito dell’invasione militare delle forze armate russe che ha avuto inizio in tale data: a) cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022; b) apolidi e cittadini di Paesi terzi diversi dall’Ucraina che beneficiavano di protezione internazionale o di protezione nazionale equivalente in Ucraina prima del 24 febbraio 2022; c) familiari delle persone di cui alle lettere a) e b)».

E per tutti gli altri? Per tutti gli altri siamo alle solite: si lascia discrezionalità ai Paesi che si affacciano al confine ucraino, che storicamente sono tutt’altro che accoglienti (stiamo parlando della Polonia, che si sta costruendo un muro, e dei Paesi del gruppo Visegrad). Con il risultato che arrivano testimonianze di studenti nigeriani e lavoratori asiatici bloccati alla frontiera in uscita dall’Ucraina. Anche nella solidarietà l’Europa riesce a differenziare. Non male.
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Un passo sul fine vita. Ma il futuro è buio

La legge sul fine vita passa alla Camera. Via libera con 223 sì, 168 no e un’astensione all’articolo 2 della norma, in attuazione della sentenza della Corte costituzionale del novembre 2019 sul caso Dj Fabo/Cappato. L’articolo 2 è il pilastro della legge, contiene lo scopo della normativa: «Si intende per morte volontaria medicalmente assistita il decesso cagionato da un atto autonomo con il quale, in esito al percorso disciplinato dalle norme della presente legge, si pone fine alla propria vita in modo volontario, dignitoso e consapevole, con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale», si legge nel testo.

L’atto, si precisa, «deve essere il risultato di una volontà attuale, libera e consapevole di un soggetto pienamente capace di intendere e di volere». La norma prevede inoltre che «le strutture del Servizio sanitario nazionale operino nel rispetto dei seguenti princìpi fondamentali: tutela della dignità e dell’autonomia del malato; tutela della qualità della vita fino al suo termine; adeguato sostegno sanitario, psicologico e socio-assistenziale alla persona malata e alla famiglia». Contrari Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Coraggio Italia.

Anche ieri abbiamo assistito alla pessima esibizione di alcuni parlamentari, com’era prevedibile. Toccafondi di Italia Viva ha dichiarato: «Trovo innaturale una legge che aiuti a morire. Nella nostra cultura c’è il valore della vita, il diritto alla vita e non a metter fine alla vita». Palmieri, Forza Italia: «Il Pd aderisce a un progetto di società in cui la persona diventa un individuo sciolto da qualsiasi legame sociale e familiare alla mercé del potere di turno e della sofferenza che gli viene inferta». 

Durante il voto finale Riccardo Magi invece ha citato Welby: «Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso. Morire mi fa orrore purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita è solo un testardo insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».

È passato, ovviamente, l’emendamento che prevede l’obiezione di coscienza. Dentro si legge che «gli enti ospedalieri pubblici autorizzati sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dalla presente legge. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione». Visto com’è andata con la 194 viene difficile essere ottimisti.

Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretario nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, scrivono che «finalmente il Parlamento dà segno di voler provare ad assumersi le proprie responsabilità. Non sarebbe mai accaduto senza il coraggio di persone come Piergiorgio Welby, Fabiano Antoniani e Davide Trentini, che resero pubblica la loro scelta, senza le disobbedienze civili e senza 1.240.000 persone che hanno firmato il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia attiva facendo emergere una profonda consapevolezza e volontà popolare». Dicono anche: «Non ci facciamo illusioni. Siamo ben consapevoli della difficoltà che rappresenta il passaggio al Senato, nonché degli effetti discriminatori del testo nella versione attuale, che esclude dalla possibilità di accedere all’aiuto a morire i pazienti «non tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale (come ad esempio solitamente sono i malati terminali di cancro e alcune malattie neurodegenerative)».

In effetti al Senato i numeri ballano. I malumori all’interno del Pd e di Italia viva saranno meno controllabili e più decisivi. Ve la ricordate la legge Zan? Ecco, siamo su quel bordo.

Buon venerdì.

 

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Basta propaganda: l’unica verità è che a Maripuol, sotto le bombe, sono morti bambini innocenti

L’Associated Press parla di tre persone morte nell’attacco aereo di ieri sull’ospedale di Mariupol. Sarebbero 17 i feriti, tra cui medici, donne incinte e bambini. Inevitabilmente le immagini hanno fatto il giro del mondo e alzato l’onda emotiva sull’invasione dell’Ucraina.

Il presidente Zelensky, che con le immagini e la comunicazione ci ha sempre avuto a che fare per lavoro, ha sfruttato l’occasione per chiedere ancora una volta la no fly zone, accusando senza mezzi termini la NATO di essere insensibile alla sofferenza degli ucraina. In guerra, da sempre, alzare il livello dello scontro è la tentazione più semplice e banale. Il fatto è che l’emotività è nemica di qualsiasi strategia e rischia di essere un favore a Putin e di mietere ancora più vittime.

Inevitabile in un momento di enorme polarizzazione la controffensiva della propaganda russa e dei soliti rimestatori social: la tesi sarebbe che l’ospedale fosse stato evacuato da giorni e che fosse una base del battaglione nazionalista Azov (e il battaglione Azov no, non è un’invenzione). Le fonti? “Un figlio di un dipendente dell’ospedale” intervistato da lenta.ru di cui non c’è nome, qualcosa del tipo “mio cugino”. Poi c’è il video pubblicato dalla propaganda russa che mostrerebbe soldati sul tetto dell’edificio. Peccato che quell’edificio non sia l’ospedale pediatrico ma altro a una ventina di chilometri di distanza.

In guerra però la verità, si sa, è sempre la prima a morire e una guerra nel 2022 con i social a disposizione diventa uno scontro di onde contrarie. Il vicesindaco della città, Sergiy Orlov, ha riferito ai giornalisti di diversi obiettivi civili colpiti finora, tra cui numerose case residenziali, un ospedale pediatrico e di maternità, l’edificio principale dei servizi amministrativi e la gigantesca fabbrica metallurgica Avostal della città. Orlov ha detto che 1.160 persone erano già state uccise, con 47 sepolte solo mercoledì. Circa 200.000 persone vogliono lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno.

Volendo poi ci sono le foto satellitari, che non possono mentire: centri commerciali e aree residenziali sono state completamente distrutte. Difficile credere che fossero tutti covi di armi.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto a Reuters: “Le forze russe non sparano su obiettivi civili”. Il Cremlino avrebbe intanto aperto un’indagine sul bombardamento dell’ospedale di Mauripol. “Questo è terrorismo informatico”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Attenzione: la Russia fin dall’inizio del conflitto sta dicendo che non esiste nessuna guerra e sta chiamando “operazione speciale” un’immonda rappresaglia che ricorda moltissimo le “guerre di pace” targate NATO. A proposito di ospedali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che da quando l’invasione è iniziata due settimane si contano 18 attacchi a strutture mediche. Non c’è solo Mauripol.

E intanto, come in tutte le guerre, la violenza chiama violenza.

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Basta propaganda: l’unica verità è che a Maripuol, sotto le bombe, sono morti bambini innocenti

L’Associated Press parla di tre persone morte nell’attacco aereo di ieri sull’ospedale di Mariupol. Sarebbero 17 i feriti, tra cui medici, donne incinte e bambini. Inevitabilmente le immagini hanno fatto il giro del mondo e alzato l’onda emotiva sull’invasione dell’Ucraina.

Il presidente Zelensky, che con le immagini e la comunicazione ci ha sempre avuto a che fare per lavoro, ha sfruttato l’occasione per chiedere ancora una volta la no fly zone, accusando senza mezzi termini la NATO di essere insensibile alla sofferenza degli ucraina. In guerra, da sempre, alzare il livello dello scontro è la tentazione più semplice e banale. Il fatto è che l’emotività è nemica di qualsiasi strategia e rischia di essere un favore a Putin e di mietere ancora più vittime.

Inevitabile in un momento di enorme polarizzazione la controffensiva della propaganda russa e dei soliti rimestatori social: la tesi sarebbe che l’ospedale fosse stato evacuato da giorni e che fosse una base del battaglione nazionalista Azov (e il battaglione Azov no, non è un’invenzione). Le fonti? “Un figlio di un dipendente dell’ospedale” intervistato da lenta.ru di cui non c’è nome, qualcosa del tipo “mio cugino”. Poi c’è il video pubblicato dalla propaganda russa che mostrerebbe soldati sul tetto dell’edificio. Peccato che quell’edificio non sia l’ospedale pediatrico ma altro a una ventina di chilometri di distanza.

In guerra però la verità, si sa, è sempre la prima a morire e una guerra nel 2022 con i social a disposizione diventa uno scontro di onde contrarie. Il vicesindaco della città, Sergiy Orlov, ha riferito ai giornalisti di diversi obiettivi civili colpiti finora, tra cui numerose case residenziali, un ospedale pediatrico e di maternità, l’edificio principale dei servizi amministrativi e la gigantesca fabbrica metallurgica Avostal della città. Orlov ha detto che 1.160 persone erano già state uccise, con 47 sepolte solo mercoledì. Circa 200.000 persone vogliono lasciare la città, ma con i corridoi umanitari bombardati, solo tra le 2.000 e le 3.000 circa sono in grado di partire un giorno.

Volendo poi ci sono le foto satellitari, che non possono mentire: centri commerciali e aree residenziali sono state completamente distrutte. Difficile credere che fossero tutti covi di armi.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto a Reuters: “Le forze russe non sparano su obiettivi civili”. Il Cremlino avrebbe intanto aperto un’indagine sul bombardamento dell’ospedale di Mauripol. “Questo è terrorismo informatico”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Attenzione: la Russia fin dall’inizio del conflitto sta dicendo che non esiste nessuna guerra e sta chiamando “operazione speciale” un’immonda rappresaglia che ricorda moltissimo le “guerre di pace” targate NATO. A proposito di ospedali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che da quando l’invasione è iniziata due settimane si contano 18 attacchi a strutture mediche. Non c’è solo Mauripol.

E intanto, come in tutte le guerre, la violenza chiama violenza.

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Benaltrindustria

Ne parlavamo giusto l’altro ieri e, com’era perfino prevedibile, oggi ci tocca registrare una mirabolante intervista del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, lo stesso che da giorni propone di riscrivere il Pnrr perché c’è la guerra e (indovinate un po’?) gli industriali per questo hanno bisogno di più soldi.

Intervistato da Repubblica sulla passione di certe imprese italiane per la Russia di Putin, per gli oligarchi e per il guadagno garantito dalle giuste amicizie, Bonomi ci spiega che la colpa non è loro ma della politica: «per decenni la politica ha detto: la Russia è un paese amico ed affidabile. E ora il conto si presenta alle imprese. Politica e finanza hanno spinto con agevolazioni le imprese ad andare ad investire in Russia», ci spiega.

Si è dimenticato di dirci però che la sua Confindustria si è strenuamente battuta contro le sanzioni a Putin (a seguito dell’invasione della Crimea nel 2014). Ai tempi il presidente Boccia (sempre a proposito di coscienza politica) ci spiegava che le sanzioni avrebbero dovuto essere tolte per preservare le nostre esportazioni. Nessun cenno sui diritti e sulla politica: soldi, solo e sempre soldi. Del resto il Sole 24 Ore (di Confindustria) nel gennaio del 2017 titolava “Realpolitik e made in Italy: l’ora di eliminare le sanzioni con la Russia”.

Che Russia e Europa dovessero stare dalla stessa parte lo ripeteva ossessivamente Emma Marcegaglia, lo ha sempre detto Marco Tronchetti Provera, e non è un caso se Salvini nel 2018 si presentò ai soci di Confindustria promettendo di “togliere tutte le sanzioni”. È vero che Salvini fa il Salvini ma i confindustriali lo applaudirono tutti entusiasti.

Mentre tutti (giustamente) sfottono Salvini sarebbe il caso di ricordare che Bloomberg qualche giorno prima dell’inizio della guerra raccontò di funzionari italiani in Russia per conto di Ansaldo e Enel a trattare un affare di diverse centinaia di milioni di euro.

E in un’intervista del genere non ci si può non aspettare la stoccata finale: ieri parlavamo proprio nel buongiorno dei danni del carbone, Bonomi dice di “accantonare gli impegni ambientali” e “tornare al carbone”.

Un capolavoro, insomma. E non sembra proprio colpa della politica.

Buon giovedì.

 

 

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Forte ‘sta transizione

Le emissioni globali di anidride carbonica legate alla produzione di energia sono rimbalzate nel 2021 al livello più alto della storia registrando un +6% a 36,3 miliardi di tonnellate per la ripresa dell’economia mondiale che ha impiegato molto carbone dopo la crisi del Covid-19. Lo afferma una nuova analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), organismo espressione dei paesi Ocse. L’aumento delle emissioni globali di Co2 di oltre 2 miliardi di tonnellate, spiega l’Aie, “è stato il più grande nella storia in termini assoluti, che ha più che compensato la riduzione provocata dalla pandemia dell’anno precedente”.

Tutto questo mentre in Italia si pensa di tornare al carbone. In un Paese normale la mancata transizione (sottolineata dalla guerra) avrebbe dovuto far levare qualche mea culpa. Non è andata così: perfino la guerra diventa occasione per continuare a non “transitare” per la gioia del ministro alla transizione omeopatica Cingolani. Eppure nel 2021 il carbone nel mondo è stato responsabile del 40% degli aumenti di emissioni Co2 raggiungendo il massimo storico di 15,3 miliardi di tonnellate oltre il doppio rispetto ai 7,5 miliardi di tonnellate del 2019.

L’Europa la vede diversamente dai signorotti di casa nostra: la Commissione europea ha presentato martedì l’attesa comunicazione RePower EU, n piano per sganciare la Ue dalla dipendenza dalle forniture di gas russo “ben prima del 2030”, secondo cui ogni Paese dovrebbe identificare i progetti per accelerare transizione energetica e la definizione di nuovi impianti per le energie rinnovabili “di preminente interesse pubblico”, velocizzare i permessi e iniziative per le installazioni di pannelli fotovoltaici sui tetti e sviluppare la filiera delle pompe di calore. “Dobbiamo mettere milioni di pannelli solari in più sui tetti di case, uffici e fattorie. E dobbiamo velocizzare le procedure autorizzative per i progetti relativi all’energia eolica onshore e offshore e per l’energia solare: è una questione di interesse pubblico prevalente”, ha sottolineato Timmermans.

Insomma, gli amanti del carbone si mettano il cuore in pace: è tempo di svoltare sulle rinnovabili. Anche in tempo di guerra.

Buon mercoledì.

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Gli sciacalli della guerra

Sembra una barzelletta ma Matteo Salvini è partito per una missione di pace. Accompagnato dal capogruppo della Lega al Parlamento europeo Marco Campomenosi e dal deputato Luca Toccalini, Matteo Salvini ha deciso di andare al confine con l’Ucraina perché vuole «fare qualcosa che aiuti». È l’ultimo atto di Salvini in versione pacifista, lo stesso che in questi giorni aveva lanciato una “disarmata marcia per la pace” nei luoghi di guerra facendo arrabbiare tutti i suoi sostenitori. C’è da capirli: li ha convinti a comprarsi un fucile a testa promettendogli di poter sparare per legittima difesa, poi li ha convinti che è straniero chiunque non sia un parente almeno di secondo grado e ora invoca la pace e va a raccogliere donne e bambini. Essere elettori di Salvini deve provocare dei gran giramenti di testa.

Del resto Salvini fa il paio con gli stessi che stanno usando il conflitto per mera propaganda elettorale. È della stessa risma di chi utilizza la guerra per portare avanti i propri interessi da cortile: c’è Confindustria che chiede di riscrivere il Pnrr per il conflitto (e chissà chi lo dovrebbe riscrivere, c’è da scommetterci che si proporranno come redattori), ci sono gli appassionati del nucleare che invocano una centrale in ogni angolo per liberarsi da Putin (dimenticando che la dipendenza da Putin dipende proprio dalla mancata decarbonizzazione), ci sono quelli che usano la guerra per infilzare l’Anpi (una curiosità: sono gli stessi infilzati dall’Anpi sul referendum rovinosamente perso quando erano al governo. Che brutta cosa la vendetta in tempi di guerra), ci sono quelli che usano la guerra per alimentare il proprio testosterone (sono quelli che ordinano di lanciare missili direttamente su Twitter mentre stanno sul divano) e ci sono quelli che usano questa guerra per riscrivere la Resistenza, per attaccare gli avversari politici o per accogliere gli ucraini e legittimare la morte di tutti gli altri.

Comunque la si veda è un Paese imbruttito dalla pandemia che riesce a imbruttirsi anche con la guerra. Un lento scivolamento verso il basso.

Buon martedì.

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Ribaltiamo la domanda: qual è la strategia degli “interventisti”?

Poiché siamo un Paese banale e provinciale gli ultimi giorni sono passati con una gazzarra interna tra i testoteronici editorialisti innamorati della guerra che sbeffeggiano i pacifisti e coloro che provano a pretendere almeno un briciolo di complessità che si sentono tacciati all’urlo «non è tempo di analisi!».

Nel frattempo, poiché l’Ucraina ha problemi ben più grossi di qualche giornalista illuminato che filosofeggia sull’equidistanza di cui nessuno ha mai veramente parlato, il corridoio umanitario che avrebbe potuto mettere in salvo qualche civile è stato ripetutamente boicottato, l’esercito di Putin continua a sparare alla gente e sulle case e in Russia le manifestazioni contro la guerra e contro Putin registrano migliaia di arresti. Da parte sua Zelensky alza il tiro nei confronti dell’Europa e della Nato (chiedendo l’istituzione ad esempio di una no fly zone che sarebbe un innesco pericolosissimo a livello mondiale) e Putin fa l’unica cosa che gli resta di fare: alzare la posta e chiedere condizioni per la pace che sono assolutamente inaccettabili.

Una delle frasi più lette e ascoltate nelle ultime ore va urlata in faccia a chiunque provi a chiedere un abbassamento del conflitto e dice più o meno «ah sì, e come pensate di fermare Putin?». Poi c’è tutto il seguito barzotto di quelli che applaudono.

Allora invertiamo la domanda, senza polemica: come pensano gli interventisti di risolvere il conflitto? C’è qualcuno tra questi novelli esperti bellici (prima virologi) che riesce a delineare tempi, modi e costi in vite umane di un’eventuale soluzione? Se l’obiettivo è fiaccare i russi o renderne difficile e costosa l’invasione qualcuno ha idea di quanto costerebbe in termini di vite umane? Oppure l’obiettivo è fare in modo che l’opposizione ucraina e le sanzioni possano fare retrocedere Putin? Non sono domande retoriche, è proprio per capire. Perché qui da fuori la sensazione è che si sprechino molte energie per versare bile sulla piazza pacifista di Roma e poi non ne avanzino per spiegare quale sia il piano.

E se anche cadesse Putin (ce lo auguriamo quasi tutti) davvero credete che come per magia in Russia si instaurerebbe una fulgida democrazia amica del resto del mondo? Il regime putiniano, al di là di come viene raccontato spesso in Italia, non è compatto ma è un mosaico di diverse fazioni che porterebbe a una diversa guerra: c’è il cerchio magico di Putin (come Anton Vaino o Dmitry Peskov), ci sono i colossi di Stato (dell’energia e degli armamenti) e un sottobosco di tecnocrati e oligarchi.

Non solo: come si ha intenzione di gettare le basi per una reale rinascita dell’Europa orientale? Di questo occorrerebbe parlare ora, lasciando perdere le effimere discussioni da cortile. Ne vedete in giro? Ne state ascoltando? Perché altrimenti il dubbio che la strategia sia solo l’eliminazione del nemico senza rendersi conto che di mezzo c’è anche un fragile equilibrio tra pezzi di mondo.

L’analista geopolitico e geostorico Gabriele Catania ad esempio avanza un’ipotesi: «Le diplomazie occidentali – scrive –  dovrebbero fare ogni sforzo per organizzare una Conferenza paneuropea per la pace e la prosperità dove riunire intorno a un tavolo l’Ucraina, la Russia, la Bielorussia, la Moldavia, la UE, gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché il Canada, la Turchia, la Svizzera, la Santa Sede, l’Islanda, la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian e la Norvegia. In cambio della pace, e del rispetto della sovranità dell’Ucraina e del suo percorso di integrazione nella Ue, la Russia non riceverebbe solo la garanzia di neutralità da parte dell’Ucraina (ipotesi a cui ha recentemente accennato lo stesso presidente Zelens’kyj), ma otterrebbe di beneficiare (al pari dell’Ucraina, della Moldavia e della Bielorussia) di una grande iniziativa di rinascita dell’Europa orientale basata su tre pilastri: un massiccio sostegno finanziario da parte di Ue, Uk, Usa, Norvegia, Svizzera e Canada alla Russia per la riconversione ecologica delle industrie e delle sue infrastrutture, secondo un piano elaborato da una commissione tecnica paritaria; il rilancio del dialogo tra Russia e Nato; il varo di una piattaforma denominata Eastern Dimension che, sulla falsariga della joint policy Nordic Dimension (attiva dal 1999 tra Ue, Russia, Islanda e Norvegia), permetta una collaborazione reale e paritaria tra Ue, Bielorussia, Russia e Ucraina in ambiti concreti come l’ambiente, l’istruzione, la cultura, i trasporti, la salute e il benessere della popolazione ecc.».

È semplicemente un’ipotesi di una sola voce. Ma di questo servirebbe parlare.

Buon lunedì.

 

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