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Zelensky rivelazione della guerra fra Russia e Ucraina, ma in un conflitto non servono eroi da propagandare

Romanticizzare una guerra è il modo migliore per non doverla raccontarenella sua complessità, per disincentivarne la comprensione e per renderla potabile, necessaria, perfino giusta. Accade sempre così, accade in tutte le guerre e la viralità dei mezzi di comunicazione ha reso il compito ancora più semplice.

Se dovessimo dirci guardandoci negli occhi che la guerra è merda e sangue, se dovessimo confessarci che ogni guerra rende i popoli più poveri e straziati (che siano i vinti o che siano i vincitori) in molti non potrebbero parlare e agire con questa leggerezza che gli è concessa sull’onda dell’emozione.

L’emozione, appunto: “Non è tempo di analisi, c’è da salvare la gente dalle bombe”, continuano a ripeterci. Che a dircelo siano gli stessi che stanno spedendo altre bombe rende il tutto parossistico. Mai come nel pieno di una guerra, con la gente straziata, è tempo di mantenere la mente lucida.

L’onda emotiva non può fare altro che alzare il livello dello scontro. Non è un caso che qualcuno cominci a bisbigliare che ci sarebbe da “colpire per primi per difendersi” senza rendersi conto dell’enorme fesseria contro qualsiasi diritto internazionale. Non è una caso che Zelensky ieri si sia spinto a dire che “Putin non si fermerà finché non arriverà a Berlino”.

Zelensky un eroe? Non abbiamo bisogno di mostrificazioni o di santificazioni

Non abbiamo bisogno di mostrificazioni o di santificazioni, non ci interessano i condottieri da rivendere alla propaganda politica: ci interessano i popoli.

La romanticizzazione della guerra serve a molti: serve a quelli che hanno responsabilità nel percorso che ci ha portato fin qui; serve a quelli che non vogliono che si parli delle altre guerre che non tornano utili; servono a quelli che sono sempre alla ricerca di un palcoscenico; serve a quelli che hanno solo una visione bellica della politica.

Romanticizzare la guerra, ad esempio, è il modo migliore per offrire un condono a chi ha leccato Putin per tutti questi anni. Non è un caso che Salvini e Meloni ci dicano “con questa guerra è cambiato tutto” sperando così di scrollarsi di dosso il proprio passato.

Badate bene, i giornalisti stanno lì per raccontarci le persone e i loro dolori, i politici devono fare altro. Devono costruire soluzioni, offrire delle buone analisi, avere cura della diplomazia (nemica delle emozioni). Il loro lavoro non è condividere video virali. Il loro lavoro è dirci come uscirne. Senza inutili romanticismi.

(scritto per La Notizia)

Russofobia in Italia, è folle colpire i russi anziché Putin: così la cultura degenera in censura e dilaga la confusione tra i popoli e i governanti

La pericolosa abitudine di confondere i popoli con i loro governi è sempre utile per infiammare il tifo e per polarizzare le fazioni, ancora di più in tempi di guerra. Così le gesta di Putin esondano nel cretino odio per i russiindipendentemente da quello che sono, quello che pensano e quello che fanno.

È una caccia allo straniero (sempre in voga qui da noi) che richiede ogni volta un nemico nuovo per non fiaccarsi e per tenere alta la bile che poi diventa propaganda e che infine qualcuno prova a raccogliere come voti. Ora il nemico è il russo, qualsiasi russo, vivo o morto.

Odiare i russi nel modo più sfegatato possibile sembra il modo migliore per accreditarsi come difensore dell’Ucraina e come paladino dei diritti umani. E fa niente che ogni tanto questo bullismo esibito abbia effetti più che discutibili.

La russofobia in Italia colpisce perfino Dostoevskij

La russiofobia ha colpito il corso su Fëdor Michajlovič Dostoevskij che l’Università Bicocca di Milano aveva programmato con lo scrittore Paolo Nori. Proprio Nori, in una diretta Instagram, ha raccontato di avere ricevuto una mail dall’università: “Caro professore, il prorettore alla didattica ha comunicato la decisione presa con la rettrice (Giovanna Iannantuoni, ndr) di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”.

Evitare di tenere un corso su Dostoevskij per non urtare la russiofobia dilagante è sembrato un gesto talmente cretino che in molti sono insorti per contestare la scelta, sia dalla politica che dal mondo della cultura. Una censura “etnica”, per di più su uno scrittore russo che è patrimonio della letteratura mondiale è qualcosa che puzza di mollezza del quieto vivere.

Passano poche ore dalla Bicocca arriva a stretto giro di posta una retromarcia: la rettrice annuncia che il corso si farà e che si è trattato di un “malinteso” in un grande momento di tensione. Eppure dovrebbero essere proprio le Università il motore dell’approfondimento e della comprensione in un momento storico in cui l’approccio emozionale dilagante è pericoloso.

Gli altri casi di russofobia in Italia

Lo scrittore Nori dice che ci penserà con calma («non so se voglio andare in un’università che ha immaginato che Dostoevskij sia qualcosa che genera tensione», ha detto all’Ansa) ma ormai il danno è compiuto. Lo stesso Nori ha riportato anche il caso di Alexander Gronsky, fotografo escluso dal Festival della Fotografia Europea per la sua nazionalità. Solo che Gronsky è stato arrestato (e poi rilasciato) lo scorso 26 febbraio proprio per avere manifestato contro Putin. Ma niente, di questi tempi essere russo è un marchio indelebile da scontare, anche se da morto o da dissidente.

Il Museo nazionale del Cinema di Torino ha cancellato una retrospettiva sul regista russo Karen Georgievich, mentre il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha ingaggiato un braccio di ferro col direttore d’orchestra Valery Gergiev, considerato filogovernativo, ma a farne le spese sarà anche la soprano Anna Netrebko, che pure sui social aveva condannato l’aggressione all’Ucraina, ma che non parteciperà agli spettacoli del Teatro alla Scala.

La guerra dovrebbe essere contro Putin, mica contro i russi, ma in tempi di guerra le misure e le proporzioni sono tra i primi argini a cadere. Alla fine sorge il dubbio che questo sia proprio il momento giusto per leggerlo e studiarlo, Dostoevskij: “È meglio essere infelici, ma sapere, piuttosto che vivere felici… in una sciocca incoscienza”, scriveva il romanziere nel suo libro L’idiota. Potrebbe essere l’undicesimo comandamento laico da tenere a mente in questi giorni violenti e confusi.

(scritto per La Notizia)

D’Alema non è solo. Bufera sull’ex premier per una mediazione milionaria sull’acquisto di mezzi da guerra da parte della Colombia

C’è un’evidente affinità tra il potere e il brigare in mezzo alle armi. L’ultimo è Massimo D’Alema che, nelle vesti di mediatore, ha messo in contatto Fincantieri e Leonardo con il governo colombiano per l’acquisto di alcuni mezzi da guerra. Il bottino non è niente male: gli M346 dell’ex-Finmeccanica e le corvette e i sommergibili di ultima generazione di Fincantieri.

Il sito scassate.it ha raccontato per primo la vicenda, con l’ex presidente del Consiglio che si presentava, secondo il racconto degli emissari colombiani, come “interlocutore privilegiato”. Una trattativa che durerebbe da almeno 6 mesi e che D’Alema avrebbe voluto accelerare perché il cambio di vertici delle due aziende italiane avrebbe potuto compromettere il risultato.

“Noi stiamo lavorando perché siamo stupidi? – chiede D’Alema registrato nel corso di una riunione poche settimane fa – No. Perché siamo convinti che riceveremo tutti noi 80 milioni di euro. Questa è la posta in gioco. Non appena avremo questi contratti divideremo tutto”.

Fincantieri e Leonardo negano di avere mai dato un incarico di consulenza all’ex premier. D’Alema fa sapere che il governo e l’ambasciata erano informati di tutto. Comunque sia usare la propria credibilità politica per vendere è deplorevole, farlo con la Colombia (più che fragile nei diritti) è ancora peggio.

Inevitabili le reazioni politiche. Fratelli d’Italia sbraita presentando un’interrogazione parlamentare (inutile, a meno che non esista un ministero degli ex politici di governo) in cui se la prende con il Pd (che con D’Alema c’entra come i cavoli a merenda) accusato di “lottizzare perfino il Quirinale con la nomina di Francesco Saverio Garofani a Segretario del Consiglio Supremo della Difesa” e di tagliare “i bilanci delle nostre Forze Armate in nome di un demagogico e falso pacifismo ma nelle segrete stanze non ha alcuna remora a guadagnare con il commercio delle armi”.

Sostanzialmente i colleghi di partito di Giorgia Meloni lamentano un danno “al buon nome dell’Italia” per i protagonisti della vicenda e non per la natura della vicenda stessa. Del resto Meloni deve essersi ricordata che il “suo” Guido Crosetto (già sottosegretario all Difesa nel governo Berlusconi) è stato coordinatore nazionale di FdI, deputato fino al 2018 e poi presidente dell’Aiad, federazione che riunisce le aziende del comparto difesa, aerospazio e sicurezza.

Ora Crosetto è presidente della “Orizzonti Navali, una joint venture tra Fincantieri e Leonardo e specializzata in sistemi ad alta tecnologia per le navi militari e di gestione integrata dei sistemi d’arma. Per Giorgia Meloni, tanto per capirci, Crosetto era il candidato al Quirinale. Non male com trave nell’occhio.

Passa qualche ora e anche da Italia Viva fanno sapere di avere presentato un’interrogazione. Avete letto bene: il partito dell’ex Presidente del Consiglio e tutt’ora senatore Matteo Renzi, quello che da politico attiva monetizza la propria influenza politica con il principe Bin Salman nell’Arabia Saudita (leggi l’articolo) che fa a gara con la Colombia per mancanza di diritti (chiedere alla moglie del giornalista a Jamal Khashoggi fatto a pezzi dal regime saudita) e amore delle armi (chiedere ai civili ammazzati in Yemen).

Almeno l’ex ministro Minniti (che è finito comodamente seduto alla presidenza della fondazione Med-Or, di Leonardo) ha avuto il buon gusto di non darci lezioni di etica tra armi e politica. Una cosa è certa: la promozione più ambita per i politici di casa nostra ha sempre a che fare con armi e Stati poco democratici.

(scritto per La Notizia)

I sovranisti rinnegano l’idolo Putin. Salvini va in pellegrinaggio ad Assisi e scopre l’accoglienza. E la patriota Meloni si converte al Patto Atlantico

C’è Matteo Salvini che va in missione di preghiera ad Assisi. E Giorgia Meloni che incontra a Roma l’ambasciatore d’Ucraina in Italia, Yaroslav Melnyk. Da cui, dopo Assisi, va anche Salvini. Ma la destra sovranista – ancora una volta – si divide e sceglie soluzioni di segno opposto per redimere i suoi peccati. In questo caso la colpa da espiare è la simpatia sperticata (nel caso di Salvini soprattutto) per Vladimir Putin.

Innumerevoli le dichiarazioni distribuite negli anni in cui il leader leghista distribuisce a manciate elogi nei confronti dell’attuale presidente russo. Accompagnate da immagini che oggi creano più di qualche imbarazzo. La foto più famosa è quella che ritrae Salvini in visita a Mosca, mentre indossa una maglietta con stampata la faccia di Putin, accompagnata dalla frase: “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin!”.

Era il 2015 e il presidente della Repubblica era appena stato eletto per la prima volta. Nello stesso anno al Parlamento europeo ne sfoggia un’altra di maglietta sempre con la faccia di Putin, questa volta di profilo, sotto un colbacco militare. “L’ho comprata a Mosca”, afferma in quella occasione il leader del Carroccio, “è una risposta agli eurocretini che giocano alla guerra con Putin e con la Russia”.

Insomma per chi ha definito Putin “uno dei migliori uomini di governo al mondo” oggi, nel pieno del conflitto in Ucraina scatenato dall’aggressione militare russa, possiamo immaginare che non siano tempi facili. Senza considerare lo scandalo che ha coinvolto – vedi le vicende legate all’Hotel Metropol – la Lega per i presunti finanziamenti di Mosca al partito di via Bellerio.

Chiaro che ora non sapendo più a che santo votarsi Salvini vada ad Assisi per raccogliersi in preghiera. Chiaro che, a poche ore dall’attacco russo, sempre Salvini, attirandosi le critiche di tutto il Pd, non sia riuscito nemmeno a nominare Putin nel suo asettico e succinto post di condanna dell’invasione dell’Ucraina. Chiaro che oggi si scopra pacifista come mai e apprezzi perfino la politica dell’accoglienza. Dopo l’incontro con Melnyk spiega che interverrà con i russi “a livello diplomatico”.

E puntualizza: “Non ho rapporti con Putin che hanno tanti altri miei colleghi che hanno avuto incarichi di governo ben più lunghi dei miei”. Il Santo Padre ha chiesto all’ambasciatore russo il cessate il fuoco e i corridoi umanitari, “e anche io nel mio piccolo lo farò”. Salvini sente al telefono Mario Draghi e gli assicura che voterà le mozioni unitarie sia a Roma che a Bruxelles sull’Ucraina. Una marcia indietro, di fatto, dopo la crepa che aveva aperto domenica nel fronte comune di chi vuole contrastare anche con l’invio di materiali bellici a Kiev l’aggressione di Putin.

Doppio anzi triplo tuffo carpiato per la Meloni. Che tradisce il suo elettorato e le sue simpatie per lo zar (“Putin meglio di Renzi, ha ragione Salvini”, dichiarava nel 2015 e nel 2018 inviava a Putin i suoi “complimenti” per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa), per una svolta atlantista in piena regola. Sin dalle prime ore dell’attacco russo la leader di Fratelli d’Italia ha condannato senza mezzi termini “l’inaccettabile attacco bellico su grande scala della Russia di Putin contro l’Ucraina”.

È il tempo delle scelte di campo, ha tuonato Meloni. E la sua non può che stupire. Per FdI – ha ribadito il partito in una nota dopo l’incontro con Melnyk – è “fondamentale che l’Italia continui ad operare in pieno coordinamento con i suoi alleati, nel contesto della Nato e del blocco occidentale”.

(scritto per La Notizia)

Vietato dissentire sulle armi a Kiev. Chi dice No passa per filo-Putin. Riparte l’orda social per delegittimare il dissenso. Opporsi alle bombe costa l’accusa di sostenere Mosca

(da La Notizia)

Il trucco è sempre lo stesso: polarizzare il ragionamento e il dibattito per creare due fronti avversari, ritenere qualsiasi cenno alla complessità un’inutile appesantimento e costruirsi un’identità sulla delegittimazione dei dissidenti. Così il 1° marzo del 2022 l’orda social (e la sua coda televisiva e tra gli editoriali) vorrebbe convincerci che se non ritieni opportuno sganciare subito una bomba atomica su Mosca sei un filo-Putin, un fiancheggiatore del dittatore o alla meglio un “pacifista”.

I pacifisti sono i nuovi buonisti: se qualcuno espone una tesi fuori dalla cerchia del pensiero che va per la maggiore viene considerato uno stralunato idealista. Mica per niente Gino Strada è diventato un comodo souvenir da morto mentre da vivo gli è toccato schivare gli insulti.

Siamo entrati nell’epoca dei pacifisti bellici. Non stupisce, per carità, se è vero che ci ritroviamo a sopportare il partito degli ecologisti carbonfossili. Dappertutto è una spinta ossessiva e ossessionata sull’intervenire subito, sull’intervenire forte, sull’eliminazione più brutale possibile dell’orrido nemico. Se in mezzo muoiono civili basterà un bel mausoleo da inaugurare contriti tra qualche anno.

In pochi giorni la geografia politica del mondo è stata stravolta sull’onda di un’emotività irrazionale e agonistica che ha portato l’Ue a stanziare fondi per spedire armi per “costruire la pace attraverso la guerra”, come accade ogni volta che si apparecchia una guerra spergiurando che sia l’ultima o che sia troppo “giusta” per non farla. Accadono cose indicibili su cui non si spende nemmeno un minuto per riflettere: l’Europa che cade nel tranello putiniano dell’alzare l’asticella ogni giorno di più e si attorciglia in una sequela impressionante di uscite, dichiarazioni e comunicati stampa per soddisfare l’ingordigia degli spettatori.

Abbiamo annunciato sostegno militare a un Paese in guerra con la Russia come non si faceva nemmeno in tempi della Guerra Fredda per non incendiare la situazione. Abbiamo Federico Fubini in prima pagina sul Corriere che si lamenta perché “noi occidentali stiamo perdendo la potenza delle armi perché non sopportiamo più di subire perdite in una guerra convenzionale. All’epoca dei nostri nonni un caduto in famiglia era motivo d’orgoglio, oggi è considerato inaccettabile”: un invito “a cercar la bella morte” che mette i brividi.

Leggiamo le lamentele di chi ci invita a non perdere tempo in analisi come se la “guerra per la guerra” fosse una posizione ragionevole. Così dobbiamo sorbirci la narrazione della “prima guerra nel cuore dell’Europa” come se in Jugoslavia non sia mai successo niente. Non possiamo permetterci di ricordare l’allargamento della Nato contravvenendo gli accordi. Perfino Carlo Calenda nota che “ammettere l’Ucraina nell’UE mentre è in guerra con la Russia vuol dire andare in guerra con la Russia” mettendo in guardia dal pericolo dell’escalation (che è il concime perfetto per Putin).

Dicono: “E allora cosa proponete?”. Difendere i popoli, prima dei governi (che nel dibattito sembrano spariti). Rispettare la nostra Costituzione che ci permette di inviare solo “equipaggiamenti militari non letali di protezione”. E mettere sanzioni, sanzioni vere: quelle che costano davvero alle oligarchie russe (ed europee) che Putin l’hanno legittimato per anni e che preferirebbero perdere vite umane più di qualche punto di fatturato. Perché la pace costa, eccome se costa. Ma è più onesta di una guerra.

Guerra in Ucraina, il popolo russo è il miglior alleato contro Putin

«Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio», diceva Sir Winston Churchill e non aveva torto se è vero che oggi l’Italia, come il resto del mondo occidentale, sta vivendo il conflitto ucraino come un’enorme occasione di versamento di bile e testosterone, come a vendicarsi di una pandemia che li ha costretti a lenire lo spirito di vendetta in attesa di tempi migliori. I risultati di una pancia che prevale sulla ragione si colgono in giro senza essere nemmeno troppo curiosi, tra chi chiede missili contro Putin come se non esistesse un diritto internazionale e i troppi che vorrebbero punire i russi, tutti i russi nessuno escluso, i viventi, i non dissidenti, i defunti e perfino quelli che di russo hanno solo il nome.

Guerra in Ucraina: i russi possono essere la soluzione, non vanno confusi con putin
Vladimir Putin (Getty Images).

Decidendo di invadere l’Ucraina Putin ha fatto male i calcoli

Al di là della scemenza della censura etnica esiste un punto strategico che molti sembrano non vedere: la pallottola d’argento di questa guerra (che sarebbe meglio chiamare illegittima invasione) di Putin sta proprio nel popolo russo. Il leader russo infatti credeva, sbagliandosi, che la conquista dell’Ucraina sarebbe stata una passeggiata di pochi giorni, addirittura con il favore del popolo, confidando nella distrazione dell’Europa come già avvenuto per la Crimea. Si sbagliava, eccome. In questi giorni sono molte le testimonianze di giovani soldati russi mandati allo sbaraglio convinti di essere accolti a Kyiv come eroi che raccontano di essere rimasti stupiti per la strenua opposizione del popolo ucraino. Putin ha sbagliato i calcoli e quella che poteva essere una liscia marcia trionfale che avrebbe rifocillato il suo gradimento nazionale sta diventando, ogni giorno di più, una sconfitta senza via d’uscita. Se si arrendesse oggi di fronte alla pressione della comunità internazionale (che è stata tutt’altro che indifferente) rischierebbe di apparire debole e fragile di fronte alla sua nazione. Sa benissimo che le sue richieste (di ottenere tutta l’Ucraina rivendicando una ‘denazificazione’ a cui non crede nessuno) sono inaccettabili. Non gli resta che alzare l’asticella consapevole (o forse no?) che il suo piano non ha via d’uscita.

putin è sempre più solo e il popolo russo non è solo un nemico
Una manifestante fermata a Mosca (Getty Images).

I russi non sono i nemici ma la possibile soluzione di questa guerra

Dall’altra parte l’Europa e la Nato non potranno certo permettersi di intervenire nelle dinamiche politiche russe, limitandosi a concedere sostegno all’Ucraina ponendo molta attenzione ai delicati equilibri della democrazia. Chi può risolvere la situazione quindi? I russi. Proprio quei russi che in modo miope vengono bistrattati negli eventi internazionali e culturali, quei russi che si ritrovano cancellati perfino dalle Paralimpiadi. Sono quelli che in migliaia si fanno arrestare per rivendicare il diritto di protestare (sono già più di 7 mila), sono quelli che potranno perdere fiducia nell’oligarca Putin quando non riusciranno più a sostenere le sanzioni, sono quelli che lavorano nei media russi imbavagliati. I russi non solo non sono i nemici ma sono la possibile soluzione di questa guerra: la deposizione di Putin nel modo più indolore possibile (e sarà comunque dolorosissimo) passa da loro. Non resta che accorgersene in fretta per comprendere che lì stanno gli alleati che possono porre fine a questa invasione feroce e indegna. Se ci pensate bene boicottare gli alleati risolutori non è una grande strategia. Per niente.

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Disperati “giusti” e disperati “sbagliati”

Scusate se insisto. Ieri a Sky Tg24 Susanna Ceccardi, europarlamentare della Lega e già candidata alla presidenza della Regione Toscana, alla domanda «se c’è una donna africana che scappa dall’Ucraina la devono accogliere o no?» ha risposto testualmente: «Bisogna vedere se scappa veramente dall’Ucraina. Non è facile stabilirlo: altrimenti diventa un viatico per tutti quelli che scappano dall’Africa».

Uno studente indiano di 35 anni, Rubi, intervistato da Al Jazeera, ha raccontato di essere scappato da Kiev con altri 25 amici indiani e del Bangladesh. Arrivati al confine con la Polonia racconta: «Tutto gratis solo per gli ucraini. Ma facciamo anche parte dell’Ucraina», ha detto. «Una persona al confine ci ha detto che non possiamo attraversare. Immagina, abbiamo camminato per 30 km (18 miglia) e l’uomo sta dicendo qualcosa del genere. Non abbiamo potuto ottenere alcun mezzo di trasporto, non abbiamo alloggi, nessuno è lì per aiutarci».

Anna Alboth del Minority Rights Group ha confermato che la discriminazione razziale nell’accoglienza dei profughi, sebbene non sistemica, è un dato di fatto. «La discriminazione avviene principalmente sul lato ucraino del confine. Ma ci sono persone in Polonia che offrono il trasporto gratuito e che lo rifiutano una volta avvicinate da un rifugiato non ucraino. Riceviamo messaggi da studenti nigeriani e indiani che non sono stati in grado di gestire il fatto di essere trattati in modo diverso e di essere rimandati a Leopoli», ha affermato. «Non possiamo dividere le persone in profughi degni e indegni. I non ucraini in fuga dalla guerra affrontano le stesse sfide degli ucraini. Dobbiamo offrire supporto a tutte le persone bisognose, non solo a quelle bianche che sono simili a noi».

Perché il punto è esattamente questo: i bianchi che ci assomigliano passano mentre i neri no. Come scrive Francesco Ferri «la tendenza alla classificazione e alla selezione è una caratteristica di fondo del governo dei confini. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi saremo costantemente portatə a pensare che sia giusto che gli/le ucrainə possano muoversi liberamente attraverso le frontiere e che, viceversa, per gli altri gruppi nazionali – in fuga dall’Ucraina o da altri luoghi – sia fisiologicamente più difficile o impossibile. Il punto di partenza di questo ragionamento è da rifiutare con forza: la scelta di favorire il transito di alcunə e impedire quello di altrə è compiutamente politica e, come tale, è necessario e possibile metterla in discussione».

Se notate, il termine “immigrato” sembra essere sparito dal discorso pubblico. Dove una volta erano tutti “clandestini” o “immigrati” ora sono “profughi”. È un’ottima notizia che il Consiglio Ue abbia approvato l’applicazione della direttiva 55/2001 che concede la protezione temporanea ai cittadini ucraini e agli stranieri lungo soggiornanti o titolari di protezione in Ucraina. Ma la tentazione per qualcuno di dire tra non molto “abbiamo già dato” sarà fortissima.

Buon venerdì.

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Solidarietà intermittente

Ne abbiamo parlato nel buongiorno di ieri: mentre (per fortuna) l’Europa apre le porte ai profughi ucraini si va formando la sempre più nitida convinzione che esistano disperati che hanno il diritto di essere aiutati e disperati che abbiamo il diritto di lasciare al macello. Non è un argomento da poco perché finita (speriamo presto) la guerra le macerie di questa stortura umanitaria diventeranno combustibile per certa politica. Non è un caso che ieri Giorgia Meloni rilanciasse la questione dei “profughi veri” e dei “profughi finti” sui suoi social.

Ieri è intervenuta anche l’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, esprimendo sconcerto per quanto sta avvenendo ai confini tra Polonia e Ucraina dove viene impedito l’ingresso nel territorio nazionale e quindi nel territorio dell’Unione europea a cittadini di Paesi terzi, in prevalenza africani e asiatici, regolarmente soggiornanti in Ucraina per motivi di studio o di lavoro, nonostante nel territorio ucraino sia in corso un devastante conflitto. «Si tratta – scrive Asgi – di una gravissima violazione del diritto umanitario internazionale – che impone di proteggere qualsiasi civile in fuga dalla guerra – ma anche del diritto alla non discriminazione sulla base della nazionalità. Parimenti vi è violazione del divieto di respingimento della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, nonché di una violazione del diritto dell’Unione, al cui rispetto la Polonia come stato membro è vincolata. La Polonia è tenuta al rispetto dell’art.3 della Convenzione europea per i diritti umani  che vieta in modo assoluto il rinvio di qualsiasi persona verso luoghi nei quali essa possa essere esposta a tortura o trattamenti inumani e degradanti e ha l’obbligo di registrare le domande di asilo di tutti coloro che si presentano ai suoi valichi di frontiera senza che possa essere attuata alcuna illegittima differenziazione in base alla cittadinanza, nazionalità o altra condizione del richiedente. Il comportamento delle autorità polacche pone in essere una forma di discriminazione basata sulla appartenenza nazionale che risulta essere in aperta violazione anche della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale sottoscritta anche dalla Polonia. L’inaudita gravità dei fatti sopra citati evidenzia nuovamente quanto la Polonia stia violando in modo grave e sistematico le normative internazionali ed europee in materia di asilo e di tutela dei diritti fondamentali come già avvenuto sul confine bielorusso dove migliaia di rifugiati sono stati respinti e decine di essi sono morti di stenti anche a causa della condotta delle autorità polacche».

Forse dovrebbe far venire i brividi pensare che alle porte dell’Europa il colore della pelle, nel 2022, sia la discriminante per accedere alla salvezza. E forse dovrebbe provocare una certa vergogna sapere che gli afghani (ve li ricordate gli afghani e tutta Europa che prometteva di salvarli dai talebani?) ormai sono passati di moda e rimangono respinti al gelo. Non è una buona notizia che siano diventati di moda dei rifugiati “utili” da accogliere se serviranno come armi politiche contro gli altri. Chissà se qualcuno se ne accorge.

Buon giovedì.

Nella foto: una profuga a Medyka, al confine tra Polonia e Ucraina, 27 febbraio 2022

 

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Lo Storiofago su Carnaio e Nuovissimo testamento

(fonte)

Giulio Cavalli è una figura poliedrica e originale nel panorama artistico e letterario italiano: autore, regista e attore teatrale, giornalista e scrittore. Nei suoi lavori a teatro ha sempre toccato temi molto delicati e scomodi, dal turismo sessuale minorile fino ai “riti e conviti” mafiosi (ne sono seguite minacce mafiose di morte e una vita sotto scorta). Come giornalista collabora con Fanpage.it, con il giornale online TPI e Left, per cui cura la rubrica “Il Buongiorno di Giulio Cavalli” visibile ogni giorno anche su Facebook in forma audio, video e scritta. 

Negli ultimi suoi due romanzi, “Carnaio” (2018) e “Nuovissimo testamento” (2021), difficilmente classificabili in un genere letterario, (si possono definire distopici, iperbolici o altamente metaforici), ha tratteggiato un affresco spietato della nostra società al limite del fiabesco, due fiabe irrimediabilmente oscure, ma quanto mai realistiche. In mezzo c’è stata “Disperanza” (2020), una raccolta di fragilità, messaggi ricevuti dall’autore che costituiscono una riflessione sulla nostra società, che mira a riscoprire ottimismo e positività, come una vera e propria cassetta degli attrezzi per continuare a sperare.

Finalista al Premio Campiello 2019, Carnaio è un romanzo che per certi versi ricorda il Saramago di Cecità, non solo per l’evento insolito che irrompe nella realtà, ma anche per lo stile narrativo magmatico di mescolanza tra prosa e dialoghi tipico dello scrittore portoghese. Una metafora che diventa iperbole, grottesco, assurdo, ma allo stesso tempo resta strettamente legata alla realtà contingente. La trama, in breve. DF, una cittadina italiana su una costa non ben definita, viene inondata di cadaveri che arrivano non si sa da dove, forse da un Paese dall’altra parte del mare. All’inizio i ritrovamenti sono singoli, poi man mano le maree di morti che si riversano sul paesello diventano sempre più grandi. La comunità applicherà soluzioni incredibili, orribili ed estreme non solo per sopravvivere, ma per usare questa “calamità” a proprio vantaggio. Un libro importante, da leggere per cercare di leggere l’oggi.

Anche nel successivo Nuovissimo Testamento Cavalli indaga la società odierna, con i suoi vizi, la sua apatia, le sue battaglie perse, attraverso una serie di metafore che colgono nel segno. In uno Stato dove la vita di ogni cittadino è quasi del tutto regolamentata da ordinamenti implacabili (ad esempio la vita di coppia deve seguire dei protocolli ben precisi) e dove i sentimenti sono in qualche modo, non rivelo come, tenuti a bada, un manipolo di rivoluzionari male in arnese lotta per la liberazione delle coscienze. Ma c’è un risvolto imprevisto, che accenno soltanto, senza fare spoiler sulla trama: se tutti si è assuefatti a un regime o a una dittatura morbida le scelte sono comuni, praticamente eterodirette, ma se si lascia a ognuno la libertà di azione e di auto determinazione, si deve anche accettare l’ipotesi che la maggioranza non la pensi come noi. La libertà comporta la diversità di opinioni e di vedute. Un romanzo che non può lasciare indifferenti, anche perché, se alziamo un po’ le antenne…ci siamo dentro ogni giorno.

Ci sono profughi veri e profughi finti. Davvero

«Sui profughi, l’Ucraina potrà contare sull’Italia. Faremo la nostra parte, senza riserve», ha detto ieri Mario Draghi. In sei giorni di guerra sono già 520mila i profughi fuggiti dall’Ucraina. Come ricorda Matteo Villa dell’Ispi, nel 2015, nel corso della più grande emergenza umanitaria della storia dell’Ue, ci vollero 4 mesi per superare quota 520mila arrivi. Insomma, siano nel bel mezzo di “un’invasione” solo che la parola “invasione” non la usa più nessuno.

Accogliere i profughi ucraini è un dovere morale, su questo non ci sono dubbi. Draghi ieri ha promesso l’applicazione della direttiva 55/2001 che prevede protezione immediata e temporanea per i rifugiati ucraini. Il segretario del Pd Letta ha scritto: «Dobbiamo esprimere gratitudine e sostegno per chi in Polonia, Romania e Moldavia sta accogliendo in queste ore centinaia di migliaia di profughi dall’Ucraina. Uno sforzo umanitario immane. Una straordinaria dimostrazione di solidarietà». A ruota Salvini ha colto la palla al balzo: «Oggi ho mandato un messaggio al premier di Polonia e al premier d’Ungheria, tanto vituperati, per ringraziarli per il grande sforzo di accoglienza umanitaria che stanno facendo».

Ma cosa accade in Polonia Forse conviene saperlo. Conviene sapere che la Polonia è quello stesso Paese che con l’assenso dell’Ue ha approvato la legge sui “push-back” illegali, quella dei respingimenti, quella dello stato di emergenza al confine con la Bielorussia per impedire l’azione degli operatori umanitari e dei giornalisti che denunciano ripetute aggressioni dalle forze armate polacche. La Polonia è il Paese che lascia uomini, donne e bambini a ghiacciarsi nei boschi senza acque né cibo, che li rinchiude in centri di detenzione illegali dove non possono incontrare operatori umanitari e avvocati. Sono quelli che stanno costruendo una barriera al confine (tra l’altro distruggendo la foresta Białowieża, patrimonio Unesco). Sono gli stessi che hanno lasciato morire al confine almeno 21 persone l’anno scorso.

Gli ucraini passano. E gli altri? Niente. Quelli che scappano da guerre che non consideriamo “nostre” rimangono respinti. Quasi sempre la scelta si basa sul colore della pelle. Scrive Grupa Granica (che riunisce diverse associazioni umanitarie della zona): «Continuiamo a ricevere richieste di assistenza da persone che fuggono da conflitti armati che hanno luogo in altre parti del mondo, tra cui Siria, Yemen e Afghanistan. Incapaci di utilizzare le vie legali per entrare in Polonia, queste persone rischiano la vita nelle foreste di confine. Al confine bielorusso, a differenza di quello ucraino, la guardia di frontiera non accetta domande di protezione internazionale e non offre riparo; ricaccia le persone in Bielorussia, un Paese che sostiene l’invasione russa dell’Ucraina. E mentre secondo le disposizioni della Convenzione di Ginevra ogni persona in fuga da persecuzioni e violenze dovrebbe avere il diritto a un rifugio sicuro, queste due frontiere – quella della Bielorussia e quella dell’Ucraina – rendono chiaro che la possibilità di esercitare questo diritto dipende dalla nazionalità della persona che cerca protezione».

Il modo in cui sono stati accolti i rifugiati e i richiedenti asilo dall’Ucraina ha dimostrato che la Polonia è in grado di garantire la sicurezza delle persone che cercano protezione. È in grado di fornire loro assistenza e sostegno adeguati e, soprattutto, un passaggio sicuro attraverso la frontiera. Ricordate qualche giorno fa quando Salvini parlava di “profughi veri” e “profughi finti” e tutti si sono giustamente ribellati a quella sconcezza Bene, è diventata la linea politica dell’Ue.

Buon mercoledì.

 

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