Vai al contenuto

Non è tempo, ci dicono

Mentre Ucraina e Russia trattavano un eventuale accordo per cessare il fuoco decine di persone e centinaia di feriti rimanevano per terra per gli attacchi missilistici russi sulla città di Kharkiv. Il consigliere del ministero degli interni ucraino Anton Herashchenko ha dichiarato in un post su Facebook: «Kharkiv è appena stata massicciamente attaccata dai razzi. Decine di morti e centinaia di feriti». Solo questo può bastare per stabilire la catastrofe umanitaria che si sta svolgendo. Numeri precisi non ce ne sono ma ieri il ministero ucraino comunicava che «352 civili ucraini sono stati uccisi finora durante l’invasione della Russia, inclusi 14 bambini». Il ministero ha affermato che altre 1.684 persone, inclusi 116 bambini, sono rimaste ferite.

La banca centrale russa ha aumentato i tassi di interesse al 20% dal 9,5% dopo che il rublo è precipitato fino al 40% lunedì sulla scia delle sanzioni occidentali. Amnesty International ha condannato l’uso riferito da parte della Russia di munizioni a grappolo in Ucraina. Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, ha dichiarato: «A seguito della richiesta del ministro degli affari esteri ucraino, stiamo immediatamente rispondendo mobilitando il Fondo europeo per la pace per due misure di assistenza di emergenza per finanziare la fornitura di materiale letale e non letale a l’esercito ucraino. Questa è la prima volta nella storia che l’Ue fornirà attrezzature letali a un paese terzo». Fare la pace con la guerra significa tradire la natura stessa della fondazione dell’Unione Europea ma ci dicono che non è tempo per queste cose. Anzi, l’Ucraina ha formalmente presentato la domanda per entrare nell’Ue. Qualcuno ha fatto notare che accettare con procedura d’urgenza un nuovo membro in guerra con la Russia equivalga a una dichiarazione di guerra. Inutili ragionamenti, anche questi, dicono.

Ieri alcuni politici nostrani hanno applaudito la Polonia che ha aperto le porte ai rifugiati ucraini utilizzando per la prima volta in Europa la Direttiva 55 del 2001. Come fa notare Melting Pot Europa è la stessa Polonia che lascia donne, uomini e minori senza acqua né cibo nelle zone boschive al freddo, che rinchiude per mesi le persone in centri di detenzione sorvegliati chiusi privandole della propria libertà, senza poter incontrare né avvocati né attivisti. Qualche giorno fa tutti prendevano in giro Salvini che parlava di “rifugiati veri e rifugiati finti” e poi nel giro di qualche ora hanno attuato quella strategia. Ma non è tempo per disquisire di altri disperati, ci dicono.

A proposito: l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, dice che l’invasione russa è una notizia falsa. Sembra un farsa e invece è una tragedia in bilico.

Buon martedì.

Nella foto: frame di un video su attacco missilistico a Kharkiv, Ponomarenko twitter

L’articolo proviene da Left.it qui

La brutta china

Putin fa il Putin, anche perché ormai gli rimane solo quello. Sono fissati per oggi, al netto di prevedibili novità, i colloqui tra Ucraina e Russia. «Abbiamo convenuto che la delegazione ucraina si sarebbe incontrata con la delegazione russa senza precondizioni al confine ucraino-bielorusso, vicino al fiume Pripyat», ha annunciato il presidente ucraino Zelensky sul suo canale ufficiale Telegram, descrivendo una telefonata con il presidente Aleksandr G. Lukashenko di Bielorussia. Lukashenko «si è assunto la responsabilità di garantire che tutti gli aerei, elicotteri e missili di stanza sul territorio bielorusso rimangano a terra durante il viaggio, i colloqui e il ritorno della delegazione ucraina», ha spiegato Zelensky. Il leader bielorusso è uno stretto alleato di Putin.

Negli stessi minuti Putin si è rimesso a fare il Putin, ordinando ai suoi militari di mettere in massima allerta le forze di deterrenza nucleare del Paese in risposta alle “dichiarazioni aggressive” dei Paesi Nato. Minacciare con il nucleare e alzare il livello dello scontro è la strategia del leader russo. Giudicare Putin che apre ai negoziati con l’Ucraina e contemporaneamente minaccia il mondo è fin troppo facile.

L’Europa trova l’intesa per le sanzioni: «Stiamo chiudendo la spazio aereo dell’Ue ai russi. Proponiamo un divieto a tutti gli aerei di proprietà registrati o controllati dalla Russia di atterrare, decollare o sorvolare il territorio dell’Ue», ha dichiarato Josep Borrell. «Sarà applicato a qualsiasi aereo, compreso i jet privati degli oligarchi», ha aggiunto. Ursula von der Leyen parla di «misure restrittive» contro «i più importanti settori» dell’economia della Bielorussia. «Stop all’export di prodotti come  carburanti minerali, tabacco, legname, cemento, ferro e acciaio. E sarà esteso il divieto di scambi commerciali» per quei settori sui quali «è stata sanzionata la Russia», ha detto ancora von der Leyen. Tra le altre misure in campo, «stop alle transazioni con la banca centrale russa e congelamento dei suoi asset all’estero. Esclusione di importanti banche russe da Swift».

Ma l’esultanza vera dei signorotti della guerra arriva per l’annuncio che l’Ue per la prima volta finanzierà l’acquisto di armi. Esultanza generale. Passa qualche minuto e ovviamente si chiede a gran voce (non è per niente una sorpresa) di aumentare le spese militari in Italia. Il ministro della guerra Guerini sorriderà sornione. Poi un giorno ci spiegheranno come possano applaudire il Papa che invoca il silenzio delle armi e con l’altra mano firmare gli assegni. Teneteli bene a mente perché sono gli stessi che fingono di non sapere che armare i civili significa prepararsi a contare le vittime tra i civili. Un altro avviso: tutti quelli che ci dicono che non si possono avanzare ragionamenti complessi sotto le bombe sappiano che potrebbero usare la stessa urgenza per le guerre in Yemen, in Siria, in Libia e altri conflitti.

La china però è evidente: essere interventisti per risultare autorevoli è la via maestra. Del resto quelli che inviano armi all’Ucraina curiosamente sono gli stessi che le spedivano ai russi. La militarizzazione dell’Ue, nata come progetto di pace, si può dire completata. Dicono che sia l’unica soluzione possibile. Una volta si diceva che la guerra era l’ultimo rifugio degli incapaci. Oggi abbiamo un’altra guerra “giusta” da combattere. E la china è brutta.

Buon lunedì.

Nella foto: vigili del fuoco a Kiev dopo un attacco missilistico, 25 febbraio 2022

L’articolo proviene da Left.it qui

L’Ucraina e quei camerieri della guerra che odiano i pacifisti

Odiano la pace perché gli costa più della guerra e perché scontenta i loro padroni. Nel pieno dell’invasione russa a Kiev i signorotti della guerra, quelli bravissimi a parlare di pace ma assolutamente inetti nel praticarla, riescono a spendere energie contro i loro nemici giurati, i
pacifisti, mettendoli alla berlina per poter risultare “l’unica alternativa possibile”. È un movimento uniforme, nemmeno sotterraneo, che abbraccia politici e giornalisti e che imperversa in queste ore sulle pagine di autorevoli giornali e istituzionali canali televisivi. La prima reazione è chiedersi come si possano avere le energie e il tempo di prendersela con i pacifisti mentre le bombe e i missili cadono sulla testa di povera gente, soffocata dall’ingordigia di Putin e dal conveniente imbarazzo del mondo.

Un palazzo bombardato a Kiev, in Ucraina (Getty Images)

Davanti all’invasione c’è chi ha tempo di prendersela con i pacifisti

Davvero di fronte alle immagini di un ospedale colpito, di un palazzo sventrato e di civili stramazzati a terra c’è qualcuno che può avere il tempo, il modo e lo spazio di prendersela con i pacifisti? Sì, accade sempre così, è sempre accaduto. Il meccanismo perverso l’ha spiegato benissimo il vignettista Mauro Biani: «Ricapitoliamo: tutto il tempo non si filano i movimenti nonviolenti e i pacifisti e le loro analisi-proposte. Poi guerra e step 1: “Dove sono i pacifisti?”. Le persone si mobilitano e scendono in strada, allora step 2: “Anime belle, non servite a
niente”. E via, replica infinita».

Quei camerieri della guerra che senza scontro sono perduti

«Dove sono i pacifisti?», chiedono i camerieri della guerra e dei loro padroni. E non serve mostrargli le foto delle piazze italiane e europee che in questi giorni si riempiono di persone e di manifestazioni. Risponderanno che per essere veri pacifisti bisogna avere il coraggio di andare con le bandiere a San Pietroburgo, e se non bastasse ancora, diranno che per essere veri pacifisti bisognerebbe avere il coraggio di farsi arrestare. Senza scontro non riescono ad avere una chiave di lettura del mondo, senza nemici non riescono a immaginare nessun paradigma. I nemici della pace se la prendono con i pacifisti perché non hanno il vocabolario per parlare di diritti e quindi hanno bisogno di intaccarli demolendo le persone.

La guerra di Putin smaschera le ipocrisie del sovranismo

Osservateli bene, i nemici dei pacifisti sono gli stessi che credono solo nella diplomazia della polvere da sparo. Si irritano ogni volta che sentono parlare di sanzioni perché sono disposti a perdere vite umane più dei soldi. Sognano un terza guerra mondiale perché ci hanno preso gusto, dopo due anni di pandemia, nel giustificare le disuguaglianze come intoccabili effetti dell’emergenza. Questa guerra smaschera le ipocrisie, per questo impazziscono. Le bugie di Putin sulla sovranità e sulla libertà sono le stesse che abbiamo ascoltato per decenni, in altre lingue. E questo li fa impazzire. L’atteggiamento criminale di Putin smutanda i piccoli leader di casa nostra che riducono la geopolitica a un feticcio e che hanno trasformato il leader russo in un logo da indossare sulla felpa per concimare elettori.

Le responsabilità dell’Europa e l’indebolimento di Draghi

Questa guerra sconfessa un’Europa macchinosa e disunita che fatica a fare quadrato (ed è questo che Putin voleva). Questa guerra smaschera coloro che con la guerra si arricchiscono e che le guerre le vogliono sempre fare pagare agli altri: un sottosegretario di governo che in diretta televisiva ci spiega come la difesa degli ucraini inermi non possa sporcare il mercato del lusso italiano che farcisce gli oligarchi russi è la cartina tornasole delle disumane priorità. Questa guerra sputtana Draghi che in pochi giorni è stato ammaccato sul piano internazionale (uno dei punti forti del suo curriculum) e si ritrova a promettere soldati.

Manifestazione pacifista a Barcellona, in Spagna (Getty Images)

Nessuno è disposto a pagare i costi di una pace

Questa guerra svergogna Salvini che si fa riprendere mentre posa i fiori all’esterno dell’ambasciata ucraina (proprio lui, l’adoratore del “fare” e dell’uomo forte che si affida alla preghiera come soluzione) e che si ritrova costretto a inventare un razzismo umanitario per distinguere i profughi veri (quelli che servono per non sembrare bestiale) e presunti profughi finti che gli servono per non infiacchire il suo razzismo elettorale. Questa guerra ancora una volta ci insegna che i conflitti costano, eccome, e costano a tutti. Non esistono guerre lontane, non esistono guerre di cui possiamo non interessarci, non esistono guerre convenienti. Tocca dare ragione a Lincoln quando diceva che non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine. Ma anche la pace costa e qui più di qualcuno non sembra disposto a pagarla.

L’articolo L’Ucraina e quei camerieri della guerra che odiano i pacifisti proviene da Tag43.it.

I finti -ismi sono questa cosa qui

Tutti angosciati e smarriti per l’invasione di Putin. I due blocchi contrapposti di tifosi osservano la guerra e la appiattiscono sulla loro narrazione. In fondo a loro la guerra in sé interessa pochissimo, l’importante è trovare la chiave narrativa per dimostrare che gli amici dei loro nemici sono cattivi e che i nemici dei nemici sono buoni. In Italia (da sempre terra di conquista per gli ignoranti di storia e di geopolitica) si riesce a leggere ogni evento, anche il più complesso e il più lontano, come cartina tornasole delle proprie zuffe di cortile. Il gioco è sempre quello: creare due schieramenti contrapposti per riuscire a vedere chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Così da una parte ci sono i filoatlantisti che invocano le bombe della Nato («i nostri aerei dovrebbero già essere in volo, i nostri missili già partiti» scrive pugnace Fabrizio Rondolino, e sarebbe bello immaginarlo con l’elmetto in testa pronto a partire anche lui) e dall’altra parte coloro che in nome di reminiscenze storiche (o per l’amore degli autoritarismi) venerano Putin. Provare a costruire un discorso più complesso diventa difficile, quasi impossibile: o di qua o di là. Fare una guerra è già un’azione bestiale, usarla per la propria propaganda da cortile è ripugnante e immorale.

Non vedere la distribuzione delle responsabilità storiche e politiche di ciò che sta accadendo è facile, è sicuramente comodo. Di certo i signori della guerra si avvantaggiano: si avvantaggiano coloro che con la guerra impegnano il Pil, si avvantaggiano quelli che con la guerra accontentano le proprie lobby, si avvantaggiano i ministri della guerra come il nostro Guerini che possono dare nuova linfa alle spese per gli armamenti, si avvantaggiano coloro che sanno parlare solo la lingua della guerra perché rimangono muti di fronte allo spessore che richiede la pace.

Un dato è certo: il sovranismo di cui si parla da tempo in Europa è questa cosa qui. Il sovranismo parafascista che fu di Trump, che è di Putin e che è di qualche leader anche qui da noi, ora si può ammirare in tutto il suo tragico splendore. È stato pensato da Trump e da Putin come grimaldello per indebolire l’Europa e renderla terreno di conquista. In nome di questo sovranismo distorto iniettato in quest’epoca è possibile compiere le azioni più becere e chiamarle “difese della Patria”. Non è un caso che l’estrema destra esulti: il filo nero va da Putin a Trump, Orban, Le Pen e compagnia cantante.

Dall’altra parte l’imperialismo Usa può avvantaggiarsene. L’occasione è ghiotta se è vero che qualcuno ha subito dimenticato la storia recente. Forse sarebbe il caso di ricordare che qualche giorno fa alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza il segretario della Nato Jens Stoltenberg aveva tuonato felice che «l’allargamento della Nato negli ultimi decenni è stato un grande successo e ha anche aperto la strada a un ulteriore allargamento della Ue». Solo che l’allargamento della Nato parte da quel 1999 in cui la Nato demolì la Jugoslavia, passa dall’inglobamento dei primi tre Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), poi Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss), poi Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia), Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava), fino all’Albania nel 2009 (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava) e nel 2017 il Montenegro (già parte della Jugoslavia) e nel 2020 la Macedonia del Nord (già parte della Jugoslavia). In vent’anni si è passati da 16 a 30 Paesi arrivando fino all’interno del territorio dell’ex Urss, con la Nato che altro non è che il vestito buono (e molto lungo) delle leve militari Usa. Anche questo è un “sovranismo” (considerato più buono) che altro non è che egoismo politico.

Intanto in Ucraina c’è una minaccia immediata per le vite e il benessere di 7,5 milioni di bambini. Negli ultimi giorni colpi di armi pesanti lungo la linea di contatto hanno già danneggiato infrastrutture idriche di base e scolastiche. Se i combattimenti non si fermeranno, decine di migliaia di famiglie potrebbero essere costrette a sfollare, facendo drammaticamente aumentare i bisogni umanitari. Ma di questo parleranno poco o niente, quasi nessuno. Del resto come ripeteva spesso Gino Strada, ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili che non hanno mai imbracciato un fucile e non sanno perché gli arriva in testa una bomba. Le guerre vengono dichiarate dai ricchi e potenti, che poi ci mandano a morire i figli dei poveri.

Buon venerdì.

Nella foto: Una donna con il figlio in fuga su un autobus, Sievierodonetsk, Ucraina orientale, 24 febbraio 2022

L’articolo proviene da Left.it qui

Fine vita mai

Il punto più basso è forse stato lo show del presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato nella conferenza stampa indetta per spiegare la decisione con cui la Consulta il 15 febbraio ha ritenuto inammissibile il quesito referendario sul suicidio assistito. «Leggere o sentire che chi ha preso la decisione non sa cosa è la sofferenza ci ha ferito ingiustamente. Si sarebbe finito per legittimare l’omicidio del consenziente ben al di là dei casi per i quali ci si aspetta l’eutanasia», ha detto Amato per giustificare la sentenza. Una iniziativa inedita quella di convocare i giornalisti così come è inedito che la Corte si senta in dovere di motivare una propria decisione. «Vi dico una cosa che non potrei dire – ha proseguito Amato – ma non è detto che se si fosse presentata la questione in termini di legittimità costituzionale dell’omicidio del consenziente la nostra decisione non avrebbe potuto essere la stessa che abbiamo preso sul suicidio assistito», cioè la depenalizzazione a determinate condizioni. «Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica – ha infine detto il presidente della Corte costituzionale – ossia a coloro che soffrono. Non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento».

Che il suicidio assistito in Italia crei inevitabili frizioni (del resto siamo il Paese che ha appaltato da secoli la propria morale alla Chiesa) è risaputo ma che il capo della Consulta intervenga con una conferenza stampa fortemente politica indica che oltre al Vaticano anche altri poteri brighino per svilire una battaglia di civiltà. È il solito trucco di minare agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità dei comitati promotori di un referendum per demolirne il principio senza entrare nel merito. «L’hanno dipinto come un referendum sull’eutanasia, mentre era sull’omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile – ha reagito Marco Cappato a nome dell’associazione Luca Coscioni -. Dire che nel quesito si parlava di eutanasia e non di omicidio del consenziente contiene una manipolazione della realtà. Il quesito è come stabilito dalla Corte di Cassazione sull’omicidio del consenziente. Se Amato non gradisce i termini della nostra propaganda politica, ciò non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità. O c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

Ciò che è certo è che alla Camera dei deputati gli emendamenti sul testo della legge che deve introdurre in Italia il suicido assistito (ovvero il momento in cui il farmaco necessario a uccidersi viene assunto in modo autonomo dalla persona malata) ora costringono i partiti a…

 

* Illustrazione di Chiara Melchionna

L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo proviene da Left.it qui

Il modello tedesco e il salario minimo

Fino a pochi mesi fa in onore della Merkel dalle nostre parti era tutto un elogio continuo alla vicina Germania per come conduceva le politiche del lavoro. Tra i centristi (e non solo) vige una strada regola per cui innamorarsi dei leader degli altri e adottarli come modello è un’abitudine continua. Ogni volta c’è qualche personaggio politico da proporre come faro per non prendersi nemmeno la briga di dover studiare il benché minimo compitino.

Mentre da noi Calenda ha pensato di fare la figura del progressista proponendo un salario minimo di 7 euro all’ora durante il congresso con i suoi azionisti di partito, la Germania proprio ieri ha varato un aumento del salario minimo a 12 euro all’ora dagli attuali 9,82: un rialzo di oltre il 20% che sarà in vigore dal primo ottobre. Il via libera è arrivato dal gabinetto tedesco, annunciato in conferenza stampa a Berlino dal portavoce del governo Steffen Hebestreit. L’aumento era uno dei progetti fondamentali dei socialdemocratici, concordati nel programma con Verdi e Liberali. Per chi lavora 40 ore settimanali si arriverà a circa 2.110 euro mensili, mentre ora la paga base non poteva scendere sotto i 1.621 euro (secondo gli ultimi dati Eurostat). Badate bene: stiamo parlando di salario minimo, non di stipendio medio.

Non sono passate due settimane dall’accordo in Spagna tra governo e sindacati (lì i sindacati non vengono presi a calci ma addirittura consultati, strano vero?), il salario minimo è stato fissato a 1.000 euro su 14 mesi, con validità retroattiva al primo gennaio. Sono 35 euro in più rispetto all’attuale stipendio minimo che si attestava a 965 euro al mese per quattordici mesi. Alcune associazioni di imprenditori si sono sfilate dall’accordo, protestando. Il governo spagnolo ha tirato dritto.

il Lussemburgo è in testa alla classifica dei Paesi Ue, con 2.256 euro di salario minimo mensile. Si parte da 1.774 euro in Irlanda, da 1.725 in Olanda. Poi 1.658 euro in Belgio, 1.603 in Francia. Segue la Spagna che su 12 mensilità passa da 1.125 a 1.167 euro, quindi la Slovenia a 1.074 euro, Portogallo 822, Malta 792, Grecia 773, Lituania 730, Grecia 773, Polonia ed Estonia 654. Le ultime due nazioni sopra i 600 euro sono Slovacchia (646) e Croazia (623). In Ungheria si scende a 541, in Romania a 515 euro. Fanalino di coda dell’Unione europea è la Bulgaria con 332 euro.

Da noi esiste una proposta di legge firmata da Nunzia Catalfo che vorrebbe fissarlo a 9 euro lordi. Il Pd, per bocca del segretario Letta, si dice d’accordo con l’introduzione del salario minimo ma ne parla come un obiettivo di medio-lungo periodo. Non è una dichiarazione granché confortante. Forza Italia invece vorrebbe un salario minimo legato alla produttività: «Pretendere salari più elevati a prescindere creerebbe un cortocircuito tale da mettere in ginocchio interi comparti economici», ha detto qualche giorno fa la presidente di Forza Italia, Anna Maria Bernini, dimostrando di non avere idea di cosa sia il salario minimo. Gli altri? Muti e contrari.

Evidentemente la Germania non è più un modello.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Le putinate di casa nostra

Ogni volta che accade un evento complesso come la quasi guerra tra Ucraina e Russia si ha l’occasione di testare lo spessore di giornalisti, di politici, di opinionisti tuttologi e di presunti pezzi di presunta classe dirigente. Anche su una vicenda così spessa come il fragile rapporto tra Russia (e Cina) e il blocco occidentale ci tocca sorbirci tifosi sfegatati che affrontano il tema come se fosse un derby con cui poter demolire i nemici del proprio piccolo cortile con i più gravi fatti internazionali.

Così ci si mette poco a misurare lo spessore dei protagonisti in queste ore. Si passa dal direttore de Il Foglio che riesce addirittura a prendersela con i pacifisti («A che ora scendono in piazza i pacifisti?» twitta con l’allegrezza vuota di chi non teme di fare una figuraccia pur di sembrare controcorrente), c’è chi corre per accaparrarsi un posto come cameriere nazionale della Nato, c’è chi ci spiega che Putin è un difensore dei diritti umani e così via. Una serie interminabile di sfegatati che non hanno alcun complesso nell’accapigliarsi senza analizzare.

Ma i due da tenere sotto osservazione sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i due che su Putin hanno costruito una notevole narrazione in questi ultimi anni. Non è una cosa da poco: sono i leader del centrodestra che potrebbe essere al governo nel 2023. Nella giornata più intensa Giorgia Meloni riesce a non esprimere una posizione che sia una: ricorda l’ambasciatore italiano ucciso in Congo, riprende la storia di una donna assunta benché incinta, urlaccia che la sinistra ha paura del voto e pigia sulla dittatura sanitaria. Sulla questione russa ci fa solo sapere che “grazie alle pressioni di Fratelli d’Italia” Draghi riferirà in Aula. Non male per una presunta esperta di Putin e di geopolitica.

Salvini fa il Salvini: parla dei cinghiali a Roma, si complimenta con la nazionale italiana per le Olimpiadi invernali, racconta di un “clandestino” che tira un pugno a una suora, se l prende con Sala e poi pubblica un suo intervento per la Giornata Nazionale del Braille. A proposito, @nonleggerlo riporta su twitter qualche frase di Salvini su Putin dal 2014: “Ucraina, non si rompano le palle a Putin”, “Preferisco Putin all’Europa”, “Putin è speranza”, “Faremo la storia con Putin-Le Pen-Trump”, “Uno dei migliori uomini di governo al mondo”, “Con Putin in Italia staremmo meglio”, “Meno male che c’è Putin”, “Chi gioca contro Putin è deficiente”, “Cretino chi fa la guerra a Putin”, “Putin e Le Pen i migliori statisti”, “Vorrei Putin come alleato”, “Spero rieleggano Putin”, “Putin stimato e stimabile”, “Stimo Putin gratis”. Ieri intervistato in radio ha detto: «Io sono un amico della pace, con la Russia il dialogo è per me fondamentale, ma poi FINISCO sui giornali come amico di Putin». A ognuno le sue conclusioni.

A proposito: si può anche non tifare per i duellanti e per tifare per la pace. Una volta si aveva il coraggio di dirlo e di farlo. Oggi nemmeno quello.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

La finestra di Overton

Joseph Overton era un sociologo americano. Morì giovane, a 43 anni, schiantandosi su un aereo ultraleggero che stava pilotando in circostanze mai del tutto chiarite. La sua teoria di ingegneria sociale, la “finestra di Overton”, ha avuto una certa notorietà postuma. Studiava i meccanismi di persuasione e di manipolazione della masse che vengono usate nel marketing e sempre di più anche nella politica.

Overton riteneva che qualsiasi idea, anche la più assurda è lontana dall’immaginario contemporaneo, potesse trovare la sua “finestra” di possibilità per diventare universalmente accettata. Il trucco sta tutto nell’inserirla con cura nel circuito dell’opinione pubblica seguendo 6 passaggi fondamentale che si potrebbero sintetizzare così:

  1. L’impensabile. Quando l’idea risulta inaccettabile e vietata. Con il primo passaggio però si comincia a parlare di ciò che prima non veniva nemmeno lontanamente immaginato. E il parlarne apre le porte alla finestra successiva.
  2. Radicale. Qualcosa è vietata ma con eccezioni. L’idea continua a essere considerata inopportuna ma la proposta viene comunque letta come una provocazione.
  3. Accettabile. La finestra entra nel socialmente rilevante e ci si chiede se abbia senso vietarlo agli altri, nonostante il disaccordo generale. In questa fase i salotti televisivi si aprono a presunti “esperti”.
  4. Ragionevole. In questa fase ormai l’idea ha perso tutto il suo carico eversivo. Ormai è più che comprensibile. Non resta che creare le condizioni per lo stadio successivo.
  5. Diffuso. Ora l’idea raccoglie consenso politico e di mercato. Il sentire comune viene rappresentato anche da figure pop che ne portano avanti gli ideali.
  6. Legale. L’idea diventa legge dello Stato.

Joseph Overton non era un moralista e il suo schema ovviamente non è progressista o reazionario. Dentro ci si può mettere qualsiasi prodotto, qualsiasi ideale che sia di destra o di sinistra. Del resto riprende l’idea della “rana bollita” di Noam Chomsky che diceva: «Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni – sostiene Noam  Chomsky – ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute».

Ieri Alessandro Guerani in un tweet scriveva: «Se oggi fossero in politica sarebbero percepiti così: Junio Borghese: destra populista. Almirante: destra moderata. Zanone: liberal-socialista. Andreotti: sinistra riformista. Craxi: sinistra. Donat Cattin: sinistra radicale. Berlinguer: terrorista. Capanna: Satana». Appena mi è capitato di leggere mi ha fatto sorridere. Ripensando a Overton molto meno.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

La sempiterna tentazione all’ammucchiata

Carlo Calenda è stato eletto segretario del partito Azione. Ha vinto lui nel partito fondato da lui, chi l’avrebbe mai detto. Ma il punto politico è un altro: ogni volta che Calenda si ritrova a proferire parola per uno spazio più largo di un tweet si ha l’occasione di misurarlo in tutta la sua scadente saccenza politica che annebbia tutto il resto. Non sarà un caso che tra lui e Renzi non scorra buon sangue nonostante riconoscano di essere della stessa pasta: proporre come soluzione politica se stessi come leader è il primo punto della loro agenda politica. Poi succede che i punti politici, quelli veri, vengano inevitabilmente sbiaditi dall’auto promozione.

I giorni di congresso di Azione verranno ricordati tra le altre cose per l’irruento ritorno dell’odio antimeridionale, qualcosa di talmente logoro che nemmeno Salvini lo percorre più: dice Calenda che «se il federalismo al Sud non ha funzionato è per colpa degli elettori del sud, che non son in grado di votare persone capaci e competenti». State sicuri che qualcuno di sicuro lo applaudirà convinto, del resto molti liberal di casa nostra non sono nient’altro che la versione edulcorata della destra populista che fingono di voler combattere. Hanno capito perfettamente che se si riuscisse a instillare un po’ di odio sociale senza apparire sgrammaticati ma addirittura competenti si potrebbe rischiare di esse considerati illuminati. Del resto è lo stesso Calenda che dice di ispirarsi al liberalsocialismo di Gobetti e Rosselli, senza avere studiato abbastanza per sapere che il programma politico di Giustizia e Libertà intendeva il liberalismo come mezzo per giungere al socialismo e prevedeva ingenti nazionalizzazioni. Esattamente l’opposto dell’idea calendiana.

Del resto è lo stesso Calenda che propone un salario minimo (e fin qui potrebbe essere una buona notizia) di 7 euro all’ora, sempre sulla linea che ebbe da ministro quando magnificò i salari da fame italiani come mezzo di attrazione degli investimenti esteri. Dice Calenda che è disposto ad allearsi con tutti basta che siano d’accordo con lui e all’appello di Calenda rispondono Giorgetti (quindi la Lega) e timidamente Letta (ponendo dei distinguo). Così il sogno di Carlo è realizzato: fare l’ago di una bilancia che non ha nemmeno le basi per tenere in piedi il piatto. Pensare a un “campo largo” con chi ha idee opposte (almeno sulla carta) è populismo peggiore di quello che Calenda dice di voler combattere. E non è un caso che il marchio doc di “Draghi” sia il fondotinta che serve per coprire un’operazione indigeribile fin dalle intenzioni.

È la solita tentazione all’ammucchiata tutta italiana, quella che puzza da un chilometro di disperato e disperante tentativo di autopreservazione e che contribuirà ancora una volta a infiammare gli estremismi e allontanare gli elettori. Il progetto politico si potrebbe sintetizzare così: una bella ammucchiata, tutti dentro esclusi Meloni e Conte. Noi che qui fuori osserviamo e non aspiriamo a essere né migliori e nemmeno competenti osserviamo che Calenda dice da sempre di non volere mai e per nessun motivo allearsi con il M5s (scelta legittima), Letta ci dice «per vincere le elezioni contro il centrodestra dobbiamo comporre una grande alleanza in cui stia il M5s» e Calenda e Letta promettono di voler vincere insieme le elezioni del 2023.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui