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Fine vita mai

Il punto più basso è forse stato lo show del presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato nella conferenza stampa indetta per spiegare la decisione con cui la Consulta il 15 febbraio ha ritenuto inammissibile il quesito referendario sul suicidio assistito. «Leggere o sentire che chi ha preso la decisione non sa cosa è la sofferenza ci ha ferito ingiustamente. Si sarebbe finito per legittimare l’omicidio del consenziente ben al di là dei casi per i quali ci si aspetta l’eutanasia», ha detto Amato per giustificare la sentenza. Una iniziativa inedita quella di convocare i giornalisti così come è inedito che la Corte si senta in dovere di motivare una propria decisione. «Vi dico una cosa che non potrei dire – ha proseguito Amato – ma non è detto che se si fosse presentata la questione in termini di legittimità costituzionale dell’omicidio del consenziente la nostra decisione non avrebbe potuto essere la stessa che abbiamo preso sul suicidio assistito», cioè la depenalizzazione a determinate condizioni. «Occorre dimensionare il tema dell’eutanasia alle persone a cui si applica – ha infine detto il presidente della Corte costituzionale – ossia a coloro che soffrono. Non potevamo farlo sulla base del quesito referendario, con altri strumenti può farlo il Parlamento».

Che il suicidio assistito in Italia crei inevitabili frizioni (del resto siamo il Paese che ha appaltato da secoli la propria morale alla Chiesa) è risaputo ma che il capo della Consulta intervenga con una conferenza stampa fortemente politica indica che oltre al Vaticano anche altri poteri brighino per svilire una battaglia di civiltà. È il solito trucco di minare agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità dei comitati promotori di un referendum per demolirne il principio senza entrare nel merito. «L’hanno dipinto come un referendum sull’eutanasia, mentre era sull’omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile – ha reagito Marco Cappato a nome dell’associazione Luca Coscioni -. Dire che nel quesito si parlava di eutanasia e non di omicidio del consenziente contiene una manipolazione della realtà. Il quesito è come stabilito dalla Corte di Cassazione sull’omicidio del consenziente. Se Amato non gradisce i termini della nostra propaganda politica, ciò non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità. O c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

Ciò che è certo è che alla Camera dei deputati gli emendamenti sul testo della legge che deve introdurre in Italia il suicido assistito (ovvero il momento in cui il farmaco necessario a uccidersi viene assunto in modo autonomo dalla persona malata) ora costringono i partiti a…

 

* Illustrazione di Chiara Melchionna

L’articolo prosegue su Left del 25 febbraio 2022 

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SOMMARIO

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Il modello tedesco e il salario minimo

Fino a pochi mesi fa in onore della Merkel dalle nostre parti era tutto un elogio continuo alla vicina Germania per come conduceva le politiche del lavoro. Tra i centristi (e non solo) vige una strada regola per cui innamorarsi dei leader degli altri e adottarli come modello è un’abitudine continua. Ogni volta c’è qualche personaggio politico da proporre come faro per non prendersi nemmeno la briga di dover studiare il benché minimo compitino.

Mentre da noi Calenda ha pensato di fare la figura del progressista proponendo un salario minimo di 7 euro all’ora durante il congresso con i suoi azionisti di partito, la Germania proprio ieri ha varato un aumento del salario minimo a 12 euro all’ora dagli attuali 9,82: un rialzo di oltre il 20% che sarà in vigore dal primo ottobre. Il via libera è arrivato dal gabinetto tedesco, annunciato in conferenza stampa a Berlino dal portavoce del governo Steffen Hebestreit. L’aumento era uno dei progetti fondamentali dei socialdemocratici, concordati nel programma con Verdi e Liberali. Per chi lavora 40 ore settimanali si arriverà a circa 2.110 euro mensili, mentre ora la paga base non poteva scendere sotto i 1.621 euro (secondo gli ultimi dati Eurostat). Badate bene: stiamo parlando di salario minimo, non di stipendio medio.

Non sono passate due settimane dall’accordo in Spagna tra governo e sindacati (lì i sindacati non vengono presi a calci ma addirittura consultati, strano vero?), il salario minimo è stato fissato a 1.000 euro su 14 mesi, con validità retroattiva al primo gennaio. Sono 35 euro in più rispetto all’attuale stipendio minimo che si attestava a 965 euro al mese per quattordici mesi. Alcune associazioni di imprenditori si sono sfilate dall’accordo, protestando. Il governo spagnolo ha tirato dritto.

il Lussemburgo è in testa alla classifica dei Paesi Ue, con 2.256 euro di salario minimo mensile. Si parte da 1.774 euro in Irlanda, da 1.725 in Olanda. Poi 1.658 euro in Belgio, 1.603 in Francia. Segue la Spagna che su 12 mensilità passa da 1.125 a 1.167 euro, quindi la Slovenia a 1.074 euro, Portogallo 822, Malta 792, Grecia 773, Lituania 730, Grecia 773, Polonia ed Estonia 654. Le ultime due nazioni sopra i 600 euro sono Slovacchia (646) e Croazia (623). In Ungheria si scende a 541, in Romania a 515 euro. Fanalino di coda dell’Unione europea è la Bulgaria con 332 euro.

Da noi esiste una proposta di legge firmata da Nunzia Catalfo che vorrebbe fissarlo a 9 euro lordi. Il Pd, per bocca del segretario Letta, si dice d’accordo con l’introduzione del salario minimo ma ne parla come un obiettivo di medio-lungo periodo. Non è una dichiarazione granché confortante. Forza Italia invece vorrebbe un salario minimo legato alla produttività: «Pretendere salari più elevati a prescindere creerebbe un cortocircuito tale da mettere in ginocchio interi comparti economici», ha detto qualche giorno fa la presidente di Forza Italia, Anna Maria Bernini, dimostrando di non avere idea di cosa sia il salario minimo. Gli altri? Muti e contrari.

Evidentemente la Germania non è più un modello.

Buon giovedì.

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Le putinate di casa nostra

Ogni volta che accade un evento complesso come la quasi guerra tra Ucraina e Russia si ha l’occasione di testare lo spessore di giornalisti, di politici, di opinionisti tuttologi e di presunti pezzi di presunta classe dirigente. Anche su una vicenda così spessa come il fragile rapporto tra Russia (e Cina) e il blocco occidentale ci tocca sorbirci tifosi sfegatati che affrontano il tema come se fosse un derby con cui poter demolire i nemici del proprio piccolo cortile con i più gravi fatti internazionali.

Così ci si mette poco a misurare lo spessore dei protagonisti in queste ore. Si passa dal direttore de Il Foglio che riesce addirittura a prendersela con i pacifisti («A che ora scendono in piazza i pacifisti?» twitta con l’allegrezza vuota di chi non teme di fare una figuraccia pur di sembrare controcorrente), c’è chi corre per accaparrarsi un posto come cameriere nazionale della Nato, c’è chi ci spiega che Putin è un difensore dei diritti umani e così via. Una serie interminabile di sfegatati che non hanno alcun complesso nell’accapigliarsi senza analizzare.

Ma i due da tenere sotto osservazione sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i due che su Putin hanno costruito una notevole narrazione in questi ultimi anni. Non è una cosa da poco: sono i leader del centrodestra che potrebbe essere al governo nel 2023. Nella giornata più intensa Giorgia Meloni riesce a non esprimere una posizione che sia una: ricorda l’ambasciatore italiano ucciso in Congo, riprende la storia di una donna assunta benché incinta, urlaccia che la sinistra ha paura del voto e pigia sulla dittatura sanitaria. Sulla questione russa ci fa solo sapere che “grazie alle pressioni di Fratelli d’Italia” Draghi riferirà in Aula. Non male per una presunta esperta di Putin e di geopolitica.

Salvini fa il Salvini: parla dei cinghiali a Roma, si complimenta con la nazionale italiana per le Olimpiadi invernali, racconta di un “clandestino” che tira un pugno a una suora, se l prende con Sala e poi pubblica un suo intervento per la Giornata Nazionale del Braille. A proposito, @nonleggerlo riporta su twitter qualche frase di Salvini su Putin dal 2014: “Ucraina, non si rompano le palle a Putin”, “Preferisco Putin all’Europa”, “Putin è speranza”, “Faremo la storia con Putin-Le Pen-Trump”, “Uno dei migliori uomini di governo al mondo”, “Con Putin in Italia staremmo meglio”, “Meno male che c’è Putin”, “Chi gioca contro Putin è deficiente”, “Cretino chi fa la guerra a Putin”, “Putin e Le Pen i migliori statisti”, “Vorrei Putin come alleato”, “Spero rieleggano Putin”, “Putin stimato e stimabile”, “Stimo Putin gratis”. Ieri intervistato in radio ha detto: «Io sono un amico della pace, con la Russia il dialogo è per me fondamentale, ma poi FINISCO sui giornali come amico di Putin». A ognuno le sue conclusioni.

A proposito: si può anche non tifare per i duellanti e per tifare per la pace. Una volta si aveva il coraggio di dirlo e di farlo. Oggi nemmeno quello.

Buon mercoledì.

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La finestra di Overton

Joseph Overton era un sociologo americano. Morì giovane, a 43 anni, schiantandosi su un aereo ultraleggero che stava pilotando in circostanze mai del tutto chiarite. La sua teoria di ingegneria sociale, la “finestra di Overton”, ha avuto una certa notorietà postuma. Studiava i meccanismi di persuasione e di manipolazione della masse che vengono usate nel marketing e sempre di più anche nella politica.

Overton riteneva che qualsiasi idea, anche la più assurda è lontana dall’immaginario contemporaneo, potesse trovare la sua “finestra” di possibilità per diventare universalmente accettata. Il trucco sta tutto nell’inserirla con cura nel circuito dell’opinione pubblica seguendo 6 passaggi fondamentale che si potrebbero sintetizzare così:

  1. L’impensabile. Quando l’idea risulta inaccettabile e vietata. Con il primo passaggio però si comincia a parlare di ciò che prima non veniva nemmeno lontanamente immaginato. E il parlarne apre le porte alla finestra successiva.
  2. Radicale. Qualcosa è vietata ma con eccezioni. L’idea continua a essere considerata inopportuna ma la proposta viene comunque letta come una provocazione.
  3. Accettabile. La finestra entra nel socialmente rilevante e ci si chiede se abbia senso vietarlo agli altri, nonostante il disaccordo generale. In questa fase i salotti televisivi si aprono a presunti “esperti”.
  4. Ragionevole. In questa fase ormai l’idea ha perso tutto il suo carico eversivo. Ormai è più che comprensibile. Non resta che creare le condizioni per lo stadio successivo.
  5. Diffuso. Ora l’idea raccoglie consenso politico e di mercato. Il sentire comune viene rappresentato anche da figure pop che ne portano avanti gli ideali.
  6. Legale. L’idea diventa legge dello Stato.

Joseph Overton non era un moralista e il suo schema ovviamente non è progressista o reazionario. Dentro ci si può mettere qualsiasi prodotto, qualsiasi ideale che sia di destra o di sinistra. Del resto riprende l’idea della “rana bollita” di Noam Chomsky che diceva: «Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni – sostiene Noam  Chomsky – ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute».

Ieri Alessandro Guerani in un tweet scriveva: «Se oggi fossero in politica sarebbero percepiti così: Junio Borghese: destra populista. Almirante: destra moderata. Zanone: liberal-socialista. Andreotti: sinistra riformista. Craxi: sinistra. Donat Cattin: sinistra radicale. Berlinguer: terrorista. Capanna: Satana». Appena mi è capitato di leggere mi ha fatto sorridere. Ripensando a Overton molto meno.

Buon martedì.

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La sempiterna tentazione all’ammucchiata

Carlo Calenda è stato eletto segretario del partito Azione. Ha vinto lui nel partito fondato da lui, chi l’avrebbe mai detto. Ma il punto politico è un altro: ogni volta che Calenda si ritrova a proferire parola per uno spazio più largo di un tweet si ha l’occasione di misurarlo in tutta la sua scadente saccenza politica che annebbia tutto il resto. Non sarà un caso che tra lui e Renzi non scorra buon sangue nonostante riconoscano di essere della stessa pasta: proporre come soluzione politica se stessi come leader è il primo punto della loro agenda politica. Poi succede che i punti politici, quelli veri, vengano inevitabilmente sbiaditi dall’auto promozione.

I giorni di congresso di Azione verranno ricordati tra le altre cose per l’irruento ritorno dell’odio antimeridionale, qualcosa di talmente logoro che nemmeno Salvini lo percorre più: dice Calenda che «se il federalismo al Sud non ha funzionato è per colpa degli elettori del sud, che non son in grado di votare persone capaci e competenti». State sicuri che qualcuno di sicuro lo applaudirà convinto, del resto molti liberal di casa nostra non sono nient’altro che la versione edulcorata della destra populista che fingono di voler combattere. Hanno capito perfettamente che se si riuscisse a instillare un po’ di odio sociale senza apparire sgrammaticati ma addirittura competenti si potrebbe rischiare di esse considerati illuminati. Del resto è lo stesso Calenda che dice di ispirarsi al liberalsocialismo di Gobetti e Rosselli, senza avere studiato abbastanza per sapere che il programma politico di Giustizia e Libertà intendeva il liberalismo come mezzo per giungere al socialismo e prevedeva ingenti nazionalizzazioni. Esattamente l’opposto dell’idea calendiana.

Del resto è lo stesso Calenda che propone un salario minimo (e fin qui potrebbe essere una buona notizia) di 7 euro all’ora, sempre sulla linea che ebbe da ministro quando magnificò i salari da fame italiani come mezzo di attrazione degli investimenti esteri. Dice Calenda che è disposto ad allearsi con tutti basta che siano d’accordo con lui e all’appello di Calenda rispondono Giorgetti (quindi la Lega) e timidamente Letta (ponendo dei distinguo). Così il sogno di Carlo è realizzato: fare l’ago di una bilancia che non ha nemmeno le basi per tenere in piedi il piatto. Pensare a un “campo largo” con chi ha idee opposte (almeno sulla carta) è populismo peggiore di quello che Calenda dice di voler combattere. E non è un caso che il marchio doc di “Draghi” sia il fondotinta che serve per coprire un’operazione indigeribile fin dalle intenzioni.

È la solita tentazione all’ammucchiata tutta italiana, quella che puzza da un chilometro di disperato e disperante tentativo di autopreservazione e che contribuirà ancora una volta a infiammare gli estremismi e allontanare gli elettori. Il progetto politico si potrebbe sintetizzare così: una bella ammucchiata, tutti dentro esclusi Meloni e Conte. Noi che qui fuori osserviamo e non aspiriamo a essere né migliori e nemmeno competenti osserviamo che Calenda dice da sempre di non volere mai e per nessun motivo allearsi con il M5s (scelta legittima), Letta ci dice «per vincere le elezioni contro il centrodestra dobbiamo comporre una grande alleanza in cui stia il M5s» e Calenda e Letta promettono di voler vincere insieme le elezioni del 2023.

Buon lunedì.

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Suicidi in carcere: già 14 dall’inizio dell’anno

Dal primo gennaio al 14 febbraio nelle carceri italiane si sono suicidati 12 detenuti. Gli ultimi quattro sono un 25enne a Palermo, una donna di 29 anni a Messina, un uomo di 33 anni a Monza e un giovane di 24 anni a Roma. È una «strage vergognosa, che non vede fine e che è ancora più grave se si tiene conto che solo dall’inizio del nuovo anno si sono suicidati due agenti penitenziari», dice il segretario generale del sindacato della Polizia Penitenziaria (S.Pp), Aldo Di Giacomo.

Uno Stato che non riesce a proteggere i cittadini che tiene “in custodia” è uno Stato che rinuncia ai propri doveri costituzionali. Si discute sulla rieducazione e sul reinserimento dei detenuti ma si fatica perfino a tenerli vivi.
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L’articolo originale scritto per TPI è qui

Allagamenti contro i senzatetto, alla Stazione Termini i poveri fanno paura

Si chiama aporofobia la paura per la povertà e i poveri. Non ci capita di leggerla in giro eppure è uno dei mali di questo tempo se è vero che secondo molti autori la differenza tra aporofobia e razzismo sta nel fatto che ci sono società in cui si accettano immigrati, anche di altre etnie, a patto che questi si trovino in una buona situazione economica e portino fama e ricchezza. L’ultima fermata dell’aporofobia è alla stazione Termini di Roma, dove sotto la tettoia d’ingresso e sul lato che si affaccia su via Marsala ci sono ogni sera circa 300 persone senza fissa dimora che cercano riparo. Nei mesi invernali sono molti di più visto che il calore che esce dalle grate della metropolitana diventa prezioso nei mesi più freddi. Centinaia di volontari ogni sera portano cibo, coperte per un sostegno quotidiano.

La storia cambia trama qualche settimana fa quando hanno iniziato a sollevarsi polemiche per la presunta introduzione di nuove regole che vieterebbero ai volontari di portare cibo e ristoro ai senza tetto. Le associazioni hanno spiegato che la situazione non era molto diversa da prima, avendo sempre trovato ostacoli alla propria opera di assistenza, e all’inizio hanno provato a smorzare i toni. Il 21 gennaio sulla vicenda un tweet di Lapo Elkann sollevava la questione: «Ieri sera alle 21 un amico era in stazione Termini a distribuire cibo ai poveri. È stato cacciato mentre dava da mangiare ad una signora italiana. “Sporcano” gli ha detto un addetto alla sicurezza intimando l’arrivo della polizia», ha scritto Elkann. Da lì hanno cominciato a fioccare testimonianze simili. Secondo diverse voci l’atteggiamento del personale di sicurezza privata che fa capo alla società Grandi Stazioni Rai (che ha in gestione le 15 principali stazioni italiane) si sarebbe inasprito, come quello delle forze dell’ordine.

Il 3 febbraio un gruppo di volontari della Casa famiglia Ludovico Pavoni che era entrato all’interno della stazione per portare cibo è stato fermato e identificato. Padre Carlo, uno dei membri dell’associazione, aveva raccontato a Il Post: «Come sempre stavamo distribuendo cibo all’esterno della stazione. Ci sono però alcune persone, meno di dieci, che non vogliono uscire all’esterno, temono di perdere le loro poche cose oppure di non riuscire più a rientrare. Si tratta di casi isolati. I volontari quella sera sono entrati, seguiti da una troupe del Tg3, per poter portare loro un panino ma sono stati fermati dai carabinieri che hanno chiesto i documenti. Sappiamo che esiste questa regola per cui non si può dar da mangiare all’interno della stazione. È una regola piuttosto curiosa, però, in un luogo dove ci sono bar e ristoranti di ogni tipo».

L’assessora alle politiche sociali del comune di Roma, Barbara Funari, è intervenuta spigando che «con il Prefetto stiamo immaginando di trovare altri spazi di accoglienza attorno alla Stazione Termini. Questo sicuramente aiuterebbe per prime le persone che si trovano lì». Del resto stazione Termini, come tutte le grandi stazioni italiane, si è trasformata in un dorato centro commerciale adibito allo shopping di lusso. Viene fin troppo facile rifugiarsi dietro al bisogno di “decoro” per fermare la catena di solidarietà e ritenere un fastidio le persone più fragili. Una settimana fa un nuovo metodo per allontanare i senza fissa dimora: acqua gelida a ridosso delle vetrate della stazione su piazza dei Cinquecento.

A denunciarlo è stato l’avvocato Daniele Leppe: «Se dovessi indicare con un esempio, una foto simbolo, la barbarie raggiunta dall’ideologia del decoro, utilizzerei questa foto, che ritrae l’ingresso della stazione Termini, lato piazza dei Cinquecento, dove la sera passano a pulire il muro e le vetrate che delimitano l’ingresso, con le idropulitrici, bagnando questo lato, e non le altre parti della piazzola, solo per impedire ai senza tetto di dormirci, perché nessuno dormirebbe su un pavimento bagnato con l’umidità notturna che ti entra dentro le ossa». I volontari dell’associazione Mama Termini, nata dall’esperienza di Termini Tv, raccontano però che la pratica dell’acqua fredda spruzzata per impedire di sistemare i propri giacigli «avviene sistematicamente ogni giorno da novembre».

Il giornalista egiziano Maaty Elsandoubi che da tempo segue ciò che accade in stazione non ha dubbi: «Vogliono che da questa entrata non si vedano i poveri. Neanche io voglio vedere i poveri, ma perché voglio che abbiano una casa almeno, una vita dignitosa. Butti l’acqua e allora spariscono? Questa più che una stazione ormai è un centro commerciale, e deve essere pulito ed elegante, non ci possono mica essere i poveri», dice. Il tema è sempre lo stesso: Roma ha circa 20mila senza tetto e solo 2.500 posti letto per accoglierli. «Sulla questione del piazzale bagnato – spiega in un’intervista a Redattore Sociale l’assessora Funari – ho segnalato un mese e mezzo fa la vicenda: Ferrovie mi spiega che devono sanificare in continuazione quello spazio. Le denunce sono legittime, anche per capire se si può evitare di pulire proprio in alcuni orari. Ma va anche detto chiaramente che le persone lì non dovrebbero stare lì, per i senza dimora stessi».

I poveri si sa dove non possono stare ma evidentemente la politica non ha il tempo e la voglia di dirci dove dovrebbero andare. Oggi Termini Tv e Mama Termini lanciano una manifestazione alle 17 « per ricordare e ricordarci che sotto gli stracci ci sono persone, e che #homeless non è una categoria dello spirito, ma una condizione materiale figlia di precise cause. E quando arriveranno quelli delle pulizie per buttare acqua per terra, noi ci saremo». Sul web è nata anche una petizione per chiedere che “Grandi Stazioni, che gestisce gli spazi commerciali della stazione, provveda a consentire l’accesso e la sosta anche a chi non consuma. Sono infatti recintati gli unici spazi dove ci si poteva sedere, dentro la stazione, e ora, con l’acqua gettata fuori dalla stazione, i senzatetto vengono spinti più lontano, creando veri e propri mini ghetti, a discapito della sicurezza di tutte le persone, non solo dei senzatetto”. L’aporofobia, intanto, cresce. E serve imparare in fretta il significato di questa nuova parola che si ascolta poco quasi niente ma che sembra essere già dappertutto.

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Fonte

Draghi e quella voglia di commissariare politica e parlamento

In un’epoca di evidente ignoranza della grammatica costituzionale s’ode far festa per la reazione di Mario Draghi di fronte a un parlamento che in aula e nelle commissioni va per conto suo e in ordine sparso, come accade nelle gite scolastiche in cui tenere ordine diventa una fatica immane. “Draghi che bacchetta i partiti” è la formula che campeggia sui giornali e come sottopancia in televisione, con intorno l’indurimento festoso di chi non riesce a trattenere l’eccitazione ogni volta che sente il profumo di un uomo forte. Del resto la narrazione è sempre la stessa: il grande economista che per amore della Patria si degrada accettando di guidare il governo benché abbia cose molto più serie, molto più importanti, molto più proficue a cui dedicarsi.

Mario Draghi (Getty Images)

Il giubilo dei giornalisti quando Draghi attacca i partiti

Per molti giornalisti Mario Draghi è un maturo volontario in servizio civile, colui che ci salva dalla mediocrità della politica perché ha deciso di prendersi un biennio sabbatico per fare del bene. Avrebbe potuto portare cibo ai senzatetto, avrebbe potuto servire le portate alla mensa degli anziani e invece, deo gratias, si è dedicato alla mediazione culturale tra politica e economia. Sono talmente convinti di questa distorta lettura della realtà che esultano ogni volta che il presidente del Consiglio affronta i partiti con una strategia degna di un litigio nell’intervallo in una scuola elementare: «O fate come dico io oppure me ne vado», dice Draghi ogni volta che qualcosa non va nel verso giusto. E tutti giù ad applaudire: “Avete visto com’è forte? Avete visto come li ricatta Avete visto com’è affascinante ogni volta che alza la voce?”.

La dissonanza di opinioni è nel dna di ogni democrazia

A nessuno, o comunque a pochissimi, viene il dubbio che tra le competenze e i talenti di un premier (loro le chiamano “skills” perché fa figo su LinkedIn) c’è proprio la capacità di mediare e trovare sintesi tra tutte le componenti del governo in parlamento e nelle commissioni. A nessuno viene il dubbio che il parlamento sia stato concepito proprio per rappresentare la volontà popolare (piaccia o no) e modificare le decisioni dell’esecutivo. A nessuno viene il dubbio che nessuna classe politica, nemmeno la peggiore, potrebbe ridursi a un esercito di pulsanti da schiacciare. A nessuno viene in mente che non esiste una democrazia buona solo per le foto cerimoniali, univoca negli intendimenti e che la dissonanza di valutazioni è nel dna di ogni realtà democratica. Dipingere il parlamento come una schiera di alunni in fila che non possono permettersi di slacciare la mano dal proprio compagno di banco è qualcosa che non ha nulla a che vedere con una democrazia in salute.

Mario Draghi in Germania (Getty Images)

Draghi che sculaccia la politica non dà nessun beneficio all’Italia

Si mettano l’animo in pace tutti quelli che vorrebbero convincerci che il compito di Draghi sia quello di commissariare il parlamento e agire indisturbato: a lui spetta, come spetta a tutti i presidenti del Consiglio dei ministri, fare politica. Anche perché il reality di Draghi che sculaccia i politici è uno show che non interessa a nessuno tranne che ai politicisti per professione, non ha nessuna reale ricaduta su un Paese che prova a rialzarsi e inevitabilmente finisce per deteriorare ulteriormente la credibilità della politica (e non è la difesa della credibilità della politica l’obiettivo primo di quelli che si dichiarano antipopulisti)?

Mario Draghi e Sergio Mattarella al Quirinale (Getty Images)

La slabbratura sull’uso dei contanti

Il risultato è quello che conta, Draghi lo sa meglio dei suoi indomabili fan, e il risultato è che una coalizione che esiste fuori dal draghismo (quel centrodestra che immagazzina voti fingendosi litigiosamente unito) ha ottenuto uno slabbramento nell’uso dei contanti per rendere felici i propri elettori. Se vogliamo parlare di politica possiamo registrare che secondo i “traditori di Draghi” la mancata stretta sul contante è utile perché così “un cittadino onesto può permettersi di comprare una collana alla sua amante” (cit. l’economista della Lega, Claudio Borghi) e per attuare “un’alternativa alla deriva tecnofinanziaria dell’ultimo decennio” (cit. Giorgia Meloni). Non è un granché politicamente, diciamo, questa ressa di uomini forti e maschi alpha.

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Il Parlamento di cui stiamo parlando

Vedo che in giro c’è questa nuova tesi, piuttosto dopata, per cui non dovremmo preoccuparci della bocciatura dei referendum su eutanasia e cannabis perché «ora tocca al Parlamento». Siamo tutti d’accordo che non siano i referendum a legiferare (leggendo alcuni commenti sembra che molti non sappiano che la legge sull’aborto non fu figlia di un referendum) ma penso che potremo convenire che la montagna di firme su un certo tema sia inevitabilmente una pressione politica per i partiti a cui interessa rappresentare quelle persone lì fuori.

Noto che si insiste nel credere che questo Parlamento (quello che era maggioranza in un governo con la destra, poi che è stato maggioranza con un governo di centrosinistra, poi che è stato maggioranza quasi totale con il governo dei migliori di mister Draghi) abbia davvero i numeri (oltre che la statura morale) per votare una legge qualsiasi su un avanzamento di diritti qualsiasi.

Sfugge forse che stiamo parlando del Parlamento che ha inscenato un orrido rodeo festante per avere affossato la legge Zan fingendo di voler mediare semplicemente per boicottarla. Sfugge forse che stiamo parlando dello stesso Parlamento che continua a finanziare la Libia fingendosi contrito. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che nel bel mezzo di una pandemia mondiale sta raggiungendo livelli record nella spesa militare, con il ministro Guerini nel ruolo di cameriere dei signori delle armi. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che in questi giorni festeggia il trentennale di Mani pulite dimenticandosi completamente delle responsabilità criminali della politica e focalizzandosi a senso unico su un presunto golpe dei magistrati. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che nelle parole e nei fatti sta continuando a criminalizzare i giovani, i poveri, i disoccupati, i sindacati, le proteste. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che ha autorizzato una gestione economica della pandemia fingendo di occuparsi di salute quando le priorità sono sempre state i Pil, foss’anche quello del tramezzino sotto gli uffici.

Stiamo parlando del Parlamento che rivende come garantismo il diritto all’impunità, che accetta una transizione ecologica che è un trucco (malfatto) senza nemmeno l’ombra della decarbornizzazione. Stiamo parlando del Parlamento che twitta contro Sanremo, che nega il ritorno del fascismo volendo vedere le 100 ore di girato, che non si sbilancia mai sulla matrice di certi eventi, che trova normale un’ex deportata e senatrice come Liliana Segre a cui tocca girare con la scorta. Stiamo parlando di un Parlamento che ieri ha innalzato la soglia del contante per la gioia di criminali e di evasori. Stiamo parlando del Parlamento che non si acciglia nemmeno per un presidente della Corte costituzionale come Giuliano Amato che si permette di filosofeggiare sulle firme online per i referendum, mischiando giustizia e politica in una conferenza stampa con tutte le caratteristiche dello show.

In un Parlamento così davvero credete che si possa scrivere e votare una legge, una qualsiasi, che ci permetta di fare un passo avanti sui diritti? Davvero?

Buon venerdì.

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