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Vaccini: disuguali fino alla morte

A fine mese l’Europa butterà 55 milioni di dosi di vaccini perché in scadenza. Intanto l’Europa, nonostante le promesse, ha trasferito in Africa solo 30 milioni di vaccini dall’inizio dell’anno. In Africa, intanto, sono morte 7mila persone al giorno e solo 1 persona su 10 risulta vaccinata. Se si va nella zona subsahariana le cose vanno addirittura peggio e le percentuali scendono al 4/5%.

Il programma Covax che avrebbe dovuto garantire uguaglianza nella distribuzione dei vaccini rimane un futile giuramento che è risultato buono solo per i comunicati stampa e per presentare in bello stile i potenti del mondo. Anche sui vaccini i ricchi si sono ingozzati fino a sprecare mentre i più poveri rimangono ad aspettare qualche goccia. Al summit tra Unione Europea e Unione africana che comincia oggi a Bruxelles assisteremo ancora una volta alla sfilata delle buone intenzioni. È stancante perfino indignarsi, ormai. Sul superamento dei brevetti sappiamo che la Francia è favorevole, che la Germania si oppone con decisione. Inutile che vi chiedete quale sia la posizione dell’Italia visto che al netto di alcuni frasi di circostanza di Mario Draghi non c’è nulla di ufficiale. Niente.

«Nonostante la retorica di una relazione speciale con l’Africa, l’Unione europea, che al momento è il primo esportatore di vaccini al mondo, ha dato la priorità alla vendita di dosi prodotte in Europa ai Paesi ricchi in grado di pagare prezzi esorbitanti facendo prevalere unicamente la logica del profitto delle case farmaceutiche. Solo l’8% delle dosi esportate è andato al continente africano. – hanno detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rosella Miccio, presidente di Emergency – BioNTech, l’azienda tedesca partner di Pfizer, ha venduto solo l’1% del suo export nei Paesi africani. Allo stesso tempo, fino ad oggi è l’Unione europea, sotto la spinta della Germania, ad opporsi con maggiore forza alla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini Covid, avanzata da India e Sud Africa all’Organizzazione mondiale del commercio con il sostegno dell’Unione africana e di oltre 100 Paesi. Un passo che, se accompagnato dalla condivisione di tecnologie e know-how, consentirebbe la libera produzione di vaccini, test e cure, bloccando lo sviluppo di nuove varianti del virus».

Intanto la pandemia ha portato Pfizer a prendere l’80% del mercato con 32 miliardi di dollari di ricavi programmati per il 2022 dopo avere raddoppiato il fatturato l’anno scorso. Nei primi 9 mesi del 2021 BioNtech ha incassato 13,4 miliardi di euro, dato che si confronta con i 137 milioni di ricavi che avevano caratterizzato lo stesso periodo del 2020. Il fatturato di BioNtech ha contribuito in maniera sostanziale anche alle casse della Germania grazie alle tasse pagate: provate a indovinare perché i tedeschi siano contro la liberalizzazione dei brevetti. A proposito: tutti i vaccini sono stati finanziati con soldi pubblici, anche se molti sembrano essersene dimenticati.

Infine c’è un ultimo particolare non trascurabile: l’approccio dei ricchi oltre che immorale è anche sbagliato e pericoloso, la formula perfetta per favorire eventuali nuovi varianti. La prossima variante non chiamatela con una lettera greca, chiamatela “siamo stati noi”.

Buon giovedì.

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Il Tso mortale di Mauro Guerra

Mauro Guerra aveva 32 anni ed è stato ucciso il 29 luglio del 2015 in una calda giornata a Carmignano di Sant’Urbano, in provincia di Padova, per un colpo d’arma da fuoco nell’addome. A sparare è stato il maresciallo Marco Pegoraro che avrebbe premuto il grilletto, così dice al giudice, perché spaventato da una colluttazione tra Guerra con un suo collega carabiniere.

Partiamo dall’inizio: Mauro Guerra da qualche giorno dava segni di disagio psichico e aveva intenzione di organizzare una non precisata manifestazione. Quando si presenta in caserma il maresciallo Pegoraro lo ritiene “pericoloso” e decide di sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Solo che quel Tso è illegittimo e addirittura illegale visto che mancano le autorizzazioni dei sanitari e quella del sindaco. I carabinieri si presentano a casa di Guerra e comincia una snervante trattativa che si prolunga per ore. Prima gli comunicano che devono portarlo in caserma, poi lo invitano a salire su un’ambulanza infine quando Guerra scappa (in mutande) si mettono a inseguirlo finché non lo raggiungono. Gli mettono una sola manetta e Mauro Guerra si oppone e riesce a divincolarsi. A questo punto ci sono i due colpi di arma da fuoco. Mauro Guerra muore lì, steso a terra in mezzo a un campo.

Il primo processo per omicidio colposo vede l’assoluzione del maresciallo Pegoraro – è il dicembre 2018 – ma le motivazioni della sentenza sono più che contraddittorie: «È da ritenere – si legge nella sentenza – che tutto l’inseguimento per i campi, nonché i tentativi di immobilizzazione della persona offesa, siano state condotte del tutto arbitrarie e illegittime». E ancora: è stato realizzato un «grave tentativo di stordimento del Guerra (in quel momento libero cittadino), attraverso la somministrazione occulta di una dose di tranquillante». La Procura però non presenta appello.

Il processo in sede civile, però, prosegue e pochi giorni fa in un’intervista a PadovaOggi il il maresciallo Filippo Billeci, comandante della stazione dei carabinieri di Carmignano fino a tre mesi prima, dice cose importanti: quel giorno era stato chiamato per un tentativo di «mediazione», per far accettare a Guerra il Tso. «Dopo ho scoperto che non c’era» nessun Tso, racconta. «Per me Mauro non era pericoloso, con me non c’erano mai stati problemi in tanti anni», dice il maresciallo. «Se fosse stato pericoloso, non sarei stato in casa da solo un’ora con lui». Il carabiniere, accortosi che non c’era il documento che certificava il Tso, ha detto che lo si poteva lasciare stare e Guerra ha preso la strada per i campi. Nella sua fuga, nella sua corsa «lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno». Per Billeci «c’è stata quella colluttazione con il carabiniere Sarto, poi il collega che è intervenuto, Pegoraro, ha deciso di operare in quella maniera». «Non doveva finire così. Ognuno si deve assumere le sue responsabilità rispetto a quello che è successo», dice Billeci. Una curiosità: l’ex comandante non è mai stato sentito in tribunale.

Mauro Guerra è morto. Il carabiniere “aggredito” ha avuto per qualche giorno un cerotto sulla fronte. Chissà che non arrivi anche la giustizia.

Buon mercoledì.

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Superbonus 110%, nani e ballerine

La discussione che si è accesa intorno al bonus edilizia 110% è la cartina di tornasole perfetta per leggere tutte le contraddizioni nei comportamenti della politica nostrana contemporanea. Sul bonus in sé e sugli errori contenuti in quella legge tanto si è scritto e non è questo che ci interessa, qui e ora: leggere le dichiarazioni dei politici è un esercizio utile per analizzare l’antropologia politica.

C’è Draghi, innanzitutto. Draghi si presenta in conferenza stampa, una di quelle conferenze stampa che hanno la pericolosità e la tensione giornalistica di una pizzata con gli ex compagni di classe, e ci infila una battutona delle sue dicendoci che «chi più tuona sul superbonus sono quelli che hanno scritto la legge». La battuta ovviamente fa impazzire tutti e viene rilanciata su tutti i giornali. Nessuno che faccia notare al signor Draghi che sia il presidente del Consiglio dei ministri e che abbia dalla sua tutta la maggioranza parlamentare che serve per cambiare le cose, presumibilmente migliorandole. Il compito di Draghi non è quello di “bacchettare” (nonostante piaccia molto ai giornali) ma quello di proporre e di attuare soluzioni. Comunque non stupisce l’appiattimento: stiamo parlando di chi ricopre la carica più politica nella nostra Repubblica e comunque si può permettere di dirci che non sa se prima o poi farà politica, un presidente del Consiglio. A proposito: qualcuno potrebbe dire a Draghi che i “controlli” alle imprese nel mondo del lavoro sono deficitarie da anni, in tutti i settori, e le poche ispezioni danno ovunque risultati sconfortanti.

Insuperabile Luciano Nobili, di Italia Viva, che al TG1 dice testualmente: «Il sistema dei bonus edilizi del governo Conte con i crediti che girano come le giostre ha permesso truffe intollerabili. Ha ragione Draghi: è ora di mettere ordine per garantire trasparenza, legalità e per dare certezze a famiglie e imprese oneste». Per fortuna c’è chi, come Calenda, ricorda ai renziani che al governo c’erano anche loro. Scrive Calenda: «Leggi scritte e approvate dal Governo di cui ⁦@matteorenzi⁩ e Italia Viva facevano parte. Stesso inaccettabile atteggiamento dei 5S sul Tap. Io non c’ero e se c’ero dormivo non funziona e non fa bene alla credibilità della politica». Non serve aggiungere altro.

Sul Superbonus la Lega, indovinate un po’, si spacca: Giorgetti corre a dare fiducia a Draghi e a Salvini tocca correggere la rotta. Del resto quel bonus ha le regioni del Nord come maggiori utilizzatrici (Lombardia e Veneto in testa) e i numeri sono la netta dimostrazione che no, che non sono i terroni a fare i furbetti per incassare denaro.

Notevoli anche tutti quelli che da mesi ci dicono che il reddito di cittadinanza (che, ricordiamolo, non è un bonus) fa schifo perché sarebbe un sussidio inutile per sfaticati. Sono gli stessi che da sempre ci dicono che i soldi non bisogna darli ai lavoratori ma alle imprese che le imprese sono buone e poi ci pensano loro a distribuirli: il Superbonus dimostra, ancora una volta, che lo Stato viene visto da troppi imprenditori come l’occasione per essere furbi e che non ci siano mai significative ricadute per i lavoratori che stanno più in basso. Eppure loro fingono di non vedere la contraddizione e riescono a essere contro le misure per lenire la povertà e ora contro un bonus per rilanciare un settore. Alla fine troveranno il coraggio di ammettere che la loro soluzione ideale sarebbe un bel bonifico da parte dello Stato direttamente alle imprese loro amiche che per pura coincidenza sono anche il loro elettorato.

Buon martedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia Daniele Franco alla conferenza stampa dell’11 febbraio 2022

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Cingolani fa ripartire le trivelle in barba agli appelli delle associazioni ambientaliste

Quindi in Italia ripartono le trivelle, dopo oltre due anni di moratoria, con la firma del ministro che avrebbe dovuto essere l’alfiere della transizione ecologica e invece ogni giorno di più si dimostra l’alfiere del passato, il cultore di un ecologismo di facciata che qui da noi siede addirittura tra i banchi del Governo.

L’11 febbraio il MiTE ha approvato il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), la mappa delle zone in cui è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, sia in mare che a terra. Il ministro Cingolani continua a ripetere che le attività saranno limitate al gas escludendo il petrolio ma basterebbe mettere in fila le sue dichiarazioni da quando è al governo per comprendere la preoccupazione delle associazioni ambientaliste.

Secondo i criteri del Pitesai il 42,5% del territorio nazionale è considerato area idonea per le trivelle. 11,5% delle aree marine (concentrate nel Canale di Sicilia, lungo le coste dell’Adriatico fra le Marche e l’Abruzzo, quelle di fronte alla Puglia e nel golfo di Taranto, e alcune zone all’altezza di Venezia) sono disponibili. Ma il Pitesai dà soprattutto il via libera alla pratica dell’air gun, una tecnica di ispezione dei fondali marini che prevede, ad intervalli molto ravvicinati fra loro, di sparare aria compressa nelle acque marine. La tecnica è molto criticata perché le onde generate dalla “pistola ad aria” interferisce con il comportamento della fauna marina, in particolare dei cetacei.

Si tratta di un approccio diametralmente opposto a quello suggerito da Legambiente, da Wwf e da Greenpeace che il ministero avevo coinvolto nel processo di definizione del Pitesal fin dal 2019. Le associazioni lamentano il rilascio delle nuove autorizzazioni e chiedono al governo almeno di stralciare alcune aree, tra mare e terra, dove la produzione è residuale (si estrae solo il 4% della produzione nazionale di gas, pari a 3 mld di m3) o sono limitrofe a zone protette ed ecosistemi fragili.

Secondo Enzo Di Salvatore, del coordinamento No Triv, anche il vincolo alla sola estrazione di gas e non di petrolio è tutt’altro che solido poiché contrasta con altre leggi vigenti (che non sono state modificate) e perché è impossibile sapere a priori che tipo di giacimenti si andranno a rinvenire. Per Greenpeace Italia il Pitesal è un piano completamente inutile nell’ottica della decarbonizzazione: «Se l’obiettivo è davvero decarbonizzare l’economia entro il 2050, per farlo devi partire da un punto A e muoversi verso un punto B, che non prevede l’estrazione e il consumo di gas metano. Oggi, l’Italia parte dal punto A per tornare al punto A. È finzione, non Transizione Ecologica», dice Alessandro Gianni, direttore scientifico delle Campagne di Greenpeace Italia.

Voi vi fidereste di Cingolani, davvero?

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Come sempre, la guerra che non vuole nessuno

Alla fine ci si è ridotti ad attaccarsi alla telefonata tra Usa e Russia, perché in fondo passano gli anni ma le abitudini peggiori rimangono intatte. Se da quella telefonata tra Biden e Putin ci si aspettava uno sviluppo qualsiasi, anche minimamente positivo, si può ufficializzare la delusione: gli Usa che avevano ripetuto di non voler entrare nel conflitto (fingendo di non sapere che l’Ucraina sia nel bel mezzo di un percorso di annessione alla Nato) ora minaccia «reazioni» e «una risposta decisa». Non male per rasserenare gli animi.

Da parte sua Putin fa politica internazionale come l’ha sempre fatta, incapace di esercitare pressione senza sfoderare armi e militari. E nonostante il presidente russo abbia interloquito con Macron (che ha intensificato i suoi contatti anche con Biden) tutti i segnali indicano un risultato scontato. Dagli Usa indicano anche una data: la commissione parlamentare russa che gestisce gli affari degli Stati indipendenti discuterà martedì l’ipotesi di riconoscere ufficialmente le due repubbliche ribelli di Donetsk e di Lugansk. In caso di parere positivo, l’Aula della Duma sarebbe chiamata a votare il giorno seguente, e quindi mercoledì. Mercoledì potrebbe essere il giorno, quindi.

La guerra sarebbe un grosso problema anche per l’Ucraina che subirebbe una brusca frenata nel suo percorso di avvicinamento alla Nato. Il ministro Di Maio in audizione alle Camere ha ricordato l’articolo 10 del Patto atlantico, secondo il quale l’allargamento deve «accrescere la sicurezza collettiva». Tutto vero, per carità, ma sarebbe curioso chiedere se l’allargamento della Nato a Est abbia o meno contribuito proprio a destabilizzare, piuttosto che accrescere la sicurezza. Poi si potrebbe ricordare a tutti gli sfegatati atlantisti di queste ore, perché, se «ogni Stato ha il diritto di scegliersi l’alleato che vuole» (come si sente dire in giro per difendere il governo di Kiev), poi alla fine gli stessi Usa (e la Nato) abbiano usato i jihadisti contro l’Urss negli anni Ottanta, perché gli Usa (e la Nato) siano intervenuti in Libia nel 2011 con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, perché si siano inventati una guerra in Iraq nel 2003 o, per finire, cosa ne dicono dell’ordine che hanno ristabilito in Afghanistan.

Di certo gli ucraini si sono affidati per il riarmo a Erdogan (un altro che non si capisce bene come contribuisca all’allargamento della sicurezza) e si è concesso a Putin di ammassare uomini e armi al confine in tutta tranquillità. Gli attori in scena sono tutt’altro che affidabili. Come sempre accade per le guerre tutti si occupano di trovare una giustificazione per una guerra che tutti fingono di non volere e intanto si apparecchia.

Buon lunedì.

Per approfondire, vedi Left dell’11-16 febbraio 2022

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SOMMARIO

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Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo”

Un detenuto chiede di poter partecipare ai funerali della nonna morta il primo gennaio, l’unico affetto che gli è rimasto, ovviamente scortato come prevede la legge, ma la magistrata di sorveglianza Angela Salvio nega l’autorizzazione poiché «il ricordo della nonna – scrive – può essere coltivato con la preghiera e il raccoglimento intimo». La notizia arriva dal carcere romano di Rebibbia, dal reparto G9 al primo piano dove sono rinchiusi i detenuti che si sono macchiati di reati particolarmente gravi e che non possono avere contatti con gli altri.

Lorenzo B. ha 30 anni e un grave omicidio alle spalle, può interagire solo durante le messe, durante le feste e appunto durante gli incontri con i familiari. Evidentemente nemmeno la morte dell’unico rapporto con il mondo esterno è un buon motivo per godere del diritto del lutto. Non sono passati molti giorni da quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso del suo insediamento bis al Quirinale aveva detto chiaramente che «dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Agli osservatori più attenti non è sfuggito che quel passaggio non fu applaudito all’unisono a differenza delle altre parole del Capo dello Stato: il carcere come strumento di vendetta continua ad essere un pregiudizio che non si riesce a scrollare.

Nella normativa penitenziaria, almeno sulla carta, l’ordinamento penitenziario dovrebbe assegnare grande rilevanza al mantenimento delle relazioni familiari. La famiglia è presente nell’ordinamento penitenziario come “soggetto verso cui il detenuto ha diritto di rapportarsi”, e in questo senso è considerata una risorsa nel percorso di reinserimento sociale del detenuto. Per questo i rapporti con la famiglia sono uno degli elementi del trattamento individuati dall’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario ponendo l’attenzione sul difficile equilibrio tra l’esigenza punitiva dello Stato e la garanzia dei diritti fondamentali. Le regole penitenziarie europee all’art. 64 stabiliscono che “la detenzione, comportando la privazione della libertà, è punizione in quanto tale. La condizione della detenzione e i regimi di detenzione non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell’isolamento o dalle esigenze della disciplina”.

Le relazioni familiari sono considerate un elemento essenziale nel successivo art. 65, dove si legge che “ogni sforzo deve essere fatto per assicurarsi che i regimi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da: (…) lettera c) mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”. E non è un caso che i familiari dei detenuti siano spesso considerate “vittime dimenticate”. Esistono, è vero, esigenze di ordine pubblico e di tutela della collettività di cui il magistrato di sorveglianza deve farsi carico, ma la legittima aspettativa di un detenuto di partecipare a un grave evento familiare è sancito anche dalla Corte di Cassazione che già in una sentenza del 2015 insisteva sulla “umanizzazione della pena” soprattutto in caso di eventi che possano «incidere profondamente nella sua vicenda umana» e quindi «sul grado di umanità della detenzione» e «sul suo percorso di recupero».

La ministra della Giustizia Cartabia, nella sua veste di Giudice costituzionale, rivolgendosi ai detenuti del carcere romano di Rebibbia, in un incontro tenutosi il 4 ottobre 2018, affermava: «Incidere sui rapporti familiari significa spostare l’affettività della pena anche su persone che non hanno commesso reati». A Rebibbia invece siamo arrivati all’obbligo di preghiera come sostitutivo dell’affettività, siamo oltre al semplice compito di sorveglianza della magistratura: si nega un diritto al lutto e addirittura si impone una modalità di elaborazione. Sicuri che vada bene così?

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Fonte

Il tradimento di Ippocrate

La narrazione è pronta, passata la pandemia siamo pronti a superare la memoria e a scrollarci di dosso i fastidiosi fronzoli di una compassione indossata per maniera. Il ritorno alla normalità si scorge nella leggerezza con cui le priorità che fino a ieri urlavano oggi sono sbolognate come fastidiosa burocrazia della Storia. In Senato, durante la conversione in legge del decreto 221 del 24 dicembre 2021 sulla proroga dello stato di emergenza è stato bocciato l’emendamento (2.1500/32) con cui veniva proposta la creazione di un fondo da destinare alle famiglie dei medici deceduti a causa del Covid, già bocciato in Commissione Bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione.

Un cartellone durante la prima fase della pandemia in Italia (foto Getty Images)

La bocciatura del fondo per le famiglie dei medici deceduti passata in sordina

La notizia è passata sottovoce nelle pagine di cronache parlamentari senza bucare la coltre che si deve attraversare per toccare l’opinione pubblica. Niente fondi, dicono, e non bisogna essere esperti di governo e di parlamento per sentire lo stridio di un Paese che si dice pronto a ripartire con i ricchissimi fondi dall’Europa e che non trova i soldi per 369 famiglie in tutto, da quella del primo deceduto tra i camici bianchi, Roberto Stella, presidente dell’Ordine dei medici di Varese che da morto l’11 marzo del 2020 era stato sventolato come monumento del sacrificio dei medici e degli infermieri “eroi” che avrebbero salvato il Paese dalla funesta pandemia, a quella dell’ultima vittima dello scorso 10 febbraio, quel Lino Baduano che ha dovuto scontare la pestifera abitudine ai morti che in due anni ci è entrata nelle vene.

Personale medico in un reparto Covid (foto Getty Images)

Si ragiona solo sulla ripartenza delle imprese

Oltre metà dei medici, tra l’altro, non erano dipendenti del sistema sanitario nazionale e le loro famiglie non sono quindi indennizzabili da parte dell’Inail in virtù di un regime assicurativo diverso. Mentre ci si inerpica in pomposi ragionamenti sulla ripartenza delle imprese (lo chiamano “lavoro” ma è la solita tecnica a cascata che in fondo lascia al massimo le briciole) non c’è spazio per famiglie che in molti casi sono, insieme alla perdita umana, rimaste prive dell’unica fonte di sostentamento economico. Sono medici, liberi professionisti, specialisti ambulatoriali, infermieri che hanno combattuto a mani nude contro il virus quando di mascherine e di guanti non si parlava nemmeno: se c’è un modo per disegnare il sacrificio vengono in mente pochi altri episodi calzanti come la pandemia che si è abbattuta su un sistema sanitario già claudicante per i tagli subiti nel corso degli anni.

Il murales di Franco Rivolli in un cartellone affisso sulle mura dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo (foto Getty Images)

Il Paese dei bonus per i rubinetti non ha soldi per i medici

Ma il nervo scoperto che tocca la notizia è la conduzione della gratitudine, della memoria e del dolore. Un vizio tutto umano di abituarsi a tutto che normalizza tentando di rimuovere. Eravamo pieni di striscioni che inneggiavano i medici “angeli”, abbiamo riempito i social di inni al loro eroismo, ci siamo sorbiti politici che solidarizzavano con un comparto che avrebbero dovuto governare e curare, abbiamo letto storie umane che ci siamo promessi di non dimenticare e di non far dimenticare e nel Paese del bonus per i rubinetti e dei miliardi inghiottiti da costruttori troppo furbi non si sono trovati pochi spicci per dare un senso alla memoria. La pandemia è finita, ora si può scrivere a caratteri cubitali, se ci si può permettere di trascurare ciò che era imprescindibile fino a poco fa. Siamo tornati alla normalità, senza più sentire quel fastidioso obbligo di uscirne migliori. Evviva.

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La fobia delle foibe

Come accade ogni anno l’enorme tragedia delle foibe viene masticata sull’altare della propaganda. Evidentemente a qualche personaggetto di matrice fascista (anche piuttosto ignorante) torna utile credere di avere a disposizione un eccidio provocato dal “comunista Tito” (di solito scrivono sempre così) per provare a mondare le lordure del fascismo e la corresponsabilità nella Shoah.

Quest’anno avremmo potuto già scrivere questo editoriale una settimana fa, senza nemmeno aspettare gli eventi, ma il colpo da fuoriclasse arriva direttamente dal capo del dipartimento per il sistema educativo Stefano Versari, braccio destro del ministro Bianchi, che ha inviato una circolare dal titolo “10 febbraio 2022 Giorno del ricordo – opportunità d’apprendimento” in cui ci dice della «conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei».

Paragonare 6 milioni di ebrei indifesi alla vicenda minore e complessa delle Foibe significa non saper distinguere uno sterminio pianificato per motivi razziali e parificare senza nessuna contestualizzazione storica eventi molto diversi. L’uomo del ministro Bianchi nella missiva, dopo aver citato gli ebrei e gli italiani scrive: «Pochi decenni prima ancora era toccato alla “categoria” degli armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni novanta, vittima è stata la “categoria” dei mussulmani di Srebrenica… non serve proseguire».

Insieme all’Anpi (che ha giustamente definito «aberrante» la lettera) sono insorti anche tutti quelli che la storia preferiscono studiarla piuttosto che usarla per fini politici. E come accade ogni anno la battaglia è diventata tutta politica e pecoreccia.

Ma l’uscita di Versari è talmente infelice e grave che perfino il silenzioso ministro Bianchi è stato costretto a intervenire: «Ogni dramma ha la sua unicità – ha scritto in una nota stampa – va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore». Peccato che avrebbe dovuto dirlo al suo fedele consigliere.

In compenso quest’anno, con il governo dei migliori, abbiamo potuto leggere su carta bollata un bisbiglio destrorso che fino ad ora solo qualche sventurato politico dalla chiara matrice aveva il coraggio al massimo di twittare. C’è un problema di fondo: per rendersi conto della gravità della questione bisognerebbe avere studiato la Storia.

Buon venerdì.

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I Montesano e le figuracce familiari

Ieri Tommaso Montesano, giornalista di Libero, ha pensato bene di scrivere un tweet che recita testualmente: «Le bare di Bergamo stanno al Covid19 come il lago della Duchessa sta al sequestro Moro», costruendo un parallelismo tra il negazionismo del falso comunicato delle Brigate Rosse e le false (secondo lui) morti nella città bergamasca. Ovviamente un’affermazione così grave è salita subito alla ribalta: che i camion di Bergamo siano una costruzione scenica ormai è credenza solo dei più penosi cretini negazionisti. Gente che non ha nulla a che vedere con gli eventuali critici sul Green pass.

Tommaso Montesano però è riuscito a compiere un miracolo visto che ha spinto perfino Libero a vergognarsi, cosa che pareva incredibile. Il direttore Alessandro Sallusti ha spiegato all’Ansa «di aver chiesto all’azienda di valutare con gli uffici legali se ci sono gli estremi per un licenziamento». «Trovo quanto scritto di una gravità inaccettabile – ha aggiunto il direttore -. Non solo è un falso ma è un falso che offende la nostra testata e la redazione: i più arrabbiati sono proprio i colleghi».

Nelle ore successive esce un altro comunicato: «Il Comitato di redazione del quotidiano Libero si dissocia dagli interventi con i quali un collega nella sostanza nega una correlazione tra la foto simbolo delle bare di Bergamo e il Covid. E si scusa con le famiglie delle decine di migliaia di persone che hanno perso la vita a causa della pandemia. Si possono avere le idee più diverse su vaccini e Green pass, ma le teorie negazioniste sono quanto di più lontano dai valori dei giornalisti di Libero».

Montesano figlio, colto in fallo, ovviamente ci dice di essere stato frainteso e nel suo profilo Facebook scrive: «Il mio tweet, su cui in molti in queste ore si stanno scagliando, è stato gravemente equivocato. Il mio pensiero era un semplice parallelismo – espresso in modo icastico ma evidentemente infelice – tra la forza simbolica dei camion militari di Bergamo, che hanno avuto il merito di far aprire gli occhi anche ai più scettici che negavano la gravità della pandemia, e le immagini della ricerca del corpo dell’onorevole Moro nel lago della Duchessa che, secondo le ricostruzioni storiche, convinsero l’opinione pubblica ad accettare l’ineluttabilità del destino di Moro!». Poi ovviamente chiude tutti i suoi profili social, atteggiamento tipico di chi è convinto di essere nel giusto.

L’infelice uscita fa il paio con l’atteggiamento del padre Enrico, ormai idolo dei complottisti: le figuracce a volte sono familiari. Ci sono stelle in discesa che cercano conforto tra i complottisti ma pure stelle in ascesa. Complimenti ad entrambi.

Buon giovedì.

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La triste maretta contro Conte

Tocca tornare sul Movimento 5 stelle e sulla decisione del tribunale di Napoli di azzerare i vertici non tanto per loro, che come tutti i partiti vivono un momento convulso, ma per sottolineare la stolida reazione di quelli che da anni vorrebbero la distruzione del M5s come unico obiettivo politico e che da anni si rivendono come “diversi”, “seri”, e “non populisti”.

Matteo Renzi si spreme in un tweet che cola renzismo e scrive: «Il professor Conte ha scritto lo Statuto dei Cinque stelle con la stessa chiarezza con cui scriveva i Dpcm: il risultato è l’esplosione del Movimento. E questa volta non c’è stato nemmeno bisogno di combatterli: hanno fatto tutto da soli #StelleCadenti». Matteo Renzi dimostra di non saper leggere poiché l’ordinanza del Tribunale dice tutt’altro: lo Statuto era chiaro, ma i 5S non l’hanno applicato. Evidentemente distorcere la realtà non è un problema se torna utile per fare una battuta. Ma ancora più importante è che Renzi è lo stesso che ha sbagliato nel 2016 a scrivere il Codice degli appalti (corretto con 181 correzioni e 220 articoli), si è fatto sospendere dal Consiglio di Stato le norme attuative sulle banche popolari, si è fatto bocciare dalla Consulta la legge sulla Buona scuola, poi la legge Madia e poi quella che doveva essere “la legge elettorale più bella del mondo”, l’Italicum. Non male per uno che si atteggia da maestrino. Ma del resto la questione dei grillini torna utilissima per non parlare del suo milione di euro intascato dal regime dittatoriale saudita per fare il ragazzo immagine.

Carlo Calenda, quello che tutti i giorni ci insegna che bisogna essere seri, ieri twittava #cancelliamoli come un bambino in curva allo stadio. I liberali che auspicano la cancellazione degli altri sono una deforme variante tutta italiana. Una sua elettrice educatamente gli risponde: «Mi sento di dire, con grande tranquillità, che alla maggioranza degli iscritti ad Azione (me compresa) non piace questo linguaggio di pancia, che poco ha a che fare con una politica lontana dal populismo. Eppure saremo “qui” per questo». Calenda serafico le risponde: «Dici. Eppure lo usiamo dall’evento fondativo di Azione. I 5S hanno inquinato il dibattito politico italiano, preso in giro milioni di cittadini, distrutto politiche importanti da impresa 4.0 a Ilva, preso in giro gli operai etc etc. devono sparire politicamente». Da notare che un mese fa proprio Calenda riferendosi ai 5S si augurava «meno veti» e diceva che «non sono più un problema». Poi non è riuscito a trattenersi. A proposito di serietà e misura e soprattutto a proposito di politica fatta di contenuti che Calenda condensa in un hashtag.

Notevoli anche i garantisti, quelli che ogni volta lamentano l’intervento della magistratura sulla politica anche quando si tratta di un politico amico di una folta schiera di mafiosi e che invece oggi esultano per una magistratura che sospende i vertici di un partito. Garantisti con gli amici e manettari con i nemici.

A proposito di leggi: ieri Beppe Grillo ha dovuto ribadire che le sentenze si rispettano al partito che è nato proprio sull’onda delle sentenze. Almeno questo. E io aspetterei per esultare sulla scomparsa politica di Conte: la nuova votazione rischia di confermare il leader in modo ancora più largo e Conte potrebbe avere l’occasione per fortificarsi e liberarsi di Di Maio (la cui visione politica a quanto pare si ridurrebbe sull’abolizione dei due mandati per poter fare il terzo per un paio di volte) in un colpo solo.

Ieri scrivevamo che centrodestra e centrosinistra non stavano proprio benissimo ma ci eravamo dimenticati delle qualità del centro. Eccole qua.

Buon mercoledì.

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