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Suicidi in carcere: già 14 dall’inizio dell’anno

Dal primo gennaio al 14 febbraio nelle carceri italiane si sono suicidati 12 detenuti. Gli ultimi quattro sono un 25enne a Palermo, una donna di 29 anni a Messina, un uomo di 33 anni a Monza e un giovane di 24 anni a Roma. È una «strage vergognosa, che non vede fine e che è ancora più grave se si tiene conto che solo dall’inizio del nuovo anno si sono suicidati due agenti penitenziari», dice il segretario generale del sindacato della Polizia Penitenziaria (S.Pp), Aldo Di Giacomo.

Uno Stato che non riesce a proteggere i cittadini che tiene “in custodia” è uno Stato che rinuncia ai propri doveri costituzionali. Si discute sulla rieducazione e sul reinserimento dei detenuti ma si fatica perfino a tenerli vivi.
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Allagamenti contro i senzatetto, alla Stazione Termini i poveri fanno paura

Si chiama aporofobia la paura per la povertà e i poveri. Non ci capita di leggerla in giro eppure è uno dei mali di questo tempo se è vero che secondo molti autori la differenza tra aporofobia e razzismo sta nel fatto che ci sono società in cui si accettano immigrati, anche di altre etnie, a patto che questi si trovino in una buona situazione economica e portino fama e ricchezza. L’ultima fermata dell’aporofobia è alla stazione Termini di Roma, dove sotto la tettoia d’ingresso e sul lato che si affaccia su via Marsala ci sono ogni sera circa 300 persone senza fissa dimora che cercano riparo. Nei mesi invernali sono molti di più visto che il calore che esce dalle grate della metropolitana diventa prezioso nei mesi più freddi. Centinaia di volontari ogni sera portano cibo, coperte per un sostegno quotidiano.

La storia cambia trama qualche settimana fa quando hanno iniziato a sollevarsi polemiche per la presunta introduzione di nuove regole che vieterebbero ai volontari di portare cibo e ristoro ai senza tetto. Le associazioni hanno spiegato che la situazione non era molto diversa da prima, avendo sempre trovato ostacoli alla propria opera di assistenza, e all’inizio hanno provato a smorzare i toni. Il 21 gennaio sulla vicenda un tweet di Lapo Elkann sollevava la questione: «Ieri sera alle 21 un amico era in stazione Termini a distribuire cibo ai poveri. È stato cacciato mentre dava da mangiare ad una signora italiana. “Sporcano” gli ha detto un addetto alla sicurezza intimando l’arrivo della polizia», ha scritto Elkann. Da lì hanno cominciato a fioccare testimonianze simili. Secondo diverse voci l’atteggiamento del personale di sicurezza privata che fa capo alla società Grandi Stazioni Rai (che ha in gestione le 15 principali stazioni italiane) si sarebbe inasprito, come quello delle forze dell’ordine.

Il 3 febbraio un gruppo di volontari della Casa famiglia Ludovico Pavoni che era entrato all’interno della stazione per portare cibo è stato fermato e identificato. Padre Carlo, uno dei membri dell’associazione, aveva raccontato a Il Post: «Come sempre stavamo distribuendo cibo all’esterno della stazione. Ci sono però alcune persone, meno di dieci, che non vogliono uscire all’esterno, temono di perdere le loro poche cose oppure di non riuscire più a rientrare. Si tratta di casi isolati. I volontari quella sera sono entrati, seguiti da una troupe del Tg3, per poter portare loro un panino ma sono stati fermati dai carabinieri che hanno chiesto i documenti. Sappiamo che esiste questa regola per cui non si può dar da mangiare all’interno della stazione. È una regola piuttosto curiosa, però, in un luogo dove ci sono bar e ristoranti di ogni tipo».

L’assessora alle politiche sociali del comune di Roma, Barbara Funari, è intervenuta spigando che «con il Prefetto stiamo immaginando di trovare altri spazi di accoglienza attorno alla Stazione Termini. Questo sicuramente aiuterebbe per prime le persone che si trovano lì». Del resto stazione Termini, come tutte le grandi stazioni italiane, si è trasformata in un dorato centro commerciale adibito allo shopping di lusso. Viene fin troppo facile rifugiarsi dietro al bisogno di “decoro” per fermare la catena di solidarietà e ritenere un fastidio le persone più fragili. Una settimana fa un nuovo metodo per allontanare i senza fissa dimora: acqua gelida a ridosso delle vetrate della stazione su piazza dei Cinquecento.

A denunciarlo è stato l’avvocato Daniele Leppe: «Se dovessi indicare con un esempio, una foto simbolo, la barbarie raggiunta dall’ideologia del decoro, utilizzerei questa foto, che ritrae l’ingresso della stazione Termini, lato piazza dei Cinquecento, dove la sera passano a pulire il muro e le vetrate che delimitano l’ingresso, con le idropulitrici, bagnando questo lato, e non le altre parti della piazzola, solo per impedire ai senza tetto di dormirci, perché nessuno dormirebbe su un pavimento bagnato con l’umidità notturna che ti entra dentro le ossa». I volontari dell’associazione Mama Termini, nata dall’esperienza di Termini Tv, raccontano però che la pratica dell’acqua fredda spruzzata per impedire di sistemare i propri giacigli «avviene sistematicamente ogni giorno da novembre».

Il giornalista egiziano Maaty Elsandoubi che da tempo segue ciò che accade in stazione non ha dubbi: «Vogliono che da questa entrata non si vedano i poveri. Neanche io voglio vedere i poveri, ma perché voglio che abbiano una casa almeno, una vita dignitosa. Butti l’acqua e allora spariscono? Questa più che una stazione ormai è un centro commerciale, e deve essere pulito ed elegante, non ci possono mica essere i poveri», dice. Il tema è sempre lo stesso: Roma ha circa 20mila senza tetto e solo 2.500 posti letto per accoglierli. «Sulla questione del piazzale bagnato – spiega in un’intervista a Redattore Sociale l’assessora Funari – ho segnalato un mese e mezzo fa la vicenda: Ferrovie mi spiega che devono sanificare in continuazione quello spazio. Le denunce sono legittime, anche per capire se si può evitare di pulire proprio in alcuni orari. Ma va anche detto chiaramente che le persone lì non dovrebbero stare lì, per i senza dimora stessi».

I poveri si sa dove non possono stare ma evidentemente la politica non ha il tempo e la voglia di dirci dove dovrebbero andare. Oggi Termini Tv e Mama Termini lanciano una manifestazione alle 17 « per ricordare e ricordarci che sotto gli stracci ci sono persone, e che #homeless non è una categoria dello spirito, ma una condizione materiale figlia di precise cause. E quando arriveranno quelli delle pulizie per buttare acqua per terra, noi ci saremo». Sul web è nata anche una petizione per chiedere che “Grandi Stazioni, che gestisce gli spazi commerciali della stazione, provveda a consentire l’accesso e la sosta anche a chi non consuma. Sono infatti recintati gli unici spazi dove ci si poteva sedere, dentro la stazione, e ora, con l’acqua gettata fuori dalla stazione, i senzatetto vengono spinti più lontano, creando veri e propri mini ghetti, a discapito della sicurezza di tutte le persone, non solo dei senzatetto”. L’aporofobia, intanto, cresce. E serve imparare in fretta il significato di questa nuova parola che si ascolta poco quasi niente ma che sembra essere già dappertutto.

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Draghi e quella voglia di commissariare politica e parlamento

In un’epoca di evidente ignoranza della grammatica costituzionale s’ode far festa per la reazione di Mario Draghi di fronte a un parlamento che in aula e nelle commissioni va per conto suo e in ordine sparso, come accade nelle gite scolastiche in cui tenere ordine diventa una fatica immane. “Draghi che bacchetta i partiti” è la formula che campeggia sui giornali e come sottopancia in televisione, con intorno l’indurimento festoso di chi non riesce a trattenere l’eccitazione ogni volta che sente il profumo di un uomo forte. Del resto la narrazione è sempre la stessa: il grande economista che per amore della Patria si degrada accettando di guidare il governo benché abbia cose molto più serie, molto più importanti, molto più proficue a cui dedicarsi.

Mario Draghi (Getty Images)

Il giubilo dei giornalisti quando Draghi attacca i partiti

Per molti giornalisti Mario Draghi è un maturo volontario in servizio civile, colui che ci salva dalla mediocrità della politica perché ha deciso di prendersi un biennio sabbatico per fare del bene. Avrebbe potuto portare cibo ai senzatetto, avrebbe potuto servire le portate alla mensa degli anziani e invece, deo gratias, si è dedicato alla mediazione culturale tra politica e economia. Sono talmente convinti di questa distorta lettura della realtà che esultano ogni volta che il presidente del Consiglio affronta i partiti con una strategia degna di un litigio nell’intervallo in una scuola elementare: «O fate come dico io oppure me ne vado», dice Draghi ogni volta che qualcosa non va nel verso giusto. E tutti giù ad applaudire: “Avete visto com’è forte? Avete visto come li ricatta Avete visto com’è affascinante ogni volta che alza la voce?”.

La dissonanza di opinioni è nel dna di ogni democrazia

A nessuno, o comunque a pochissimi, viene il dubbio che tra le competenze e i talenti di un premier (loro le chiamano “skills” perché fa figo su LinkedIn) c’è proprio la capacità di mediare e trovare sintesi tra tutte le componenti del governo in parlamento e nelle commissioni. A nessuno viene il dubbio che il parlamento sia stato concepito proprio per rappresentare la volontà popolare (piaccia o no) e modificare le decisioni dell’esecutivo. A nessuno viene il dubbio che nessuna classe politica, nemmeno la peggiore, potrebbe ridursi a un esercito di pulsanti da schiacciare. A nessuno viene in mente che non esiste una democrazia buona solo per le foto cerimoniali, univoca negli intendimenti e che la dissonanza di valutazioni è nel dna di ogni realtà democratica. Dipingere il parlamento come una schiera di alunni in fila che non possono permettersi di slacciare la mano dal proprio compagno di banco è qualcosa che non ha nulla a che vedere con una democrazia in salute.

Mario Draghi in Germania (Getty Images)

Draghi che sculaccia la politica non dà nessun beneficio all’Italia

Si mettano l’animo in pace tutti quelli che vorrebbero convincerci che il compito di Draghi sia quello di commissariare il parlamento e agire indisturbato: a lui spetta, come spetta a tutti i presidenti del Consiglio dei ministri, fare politica. Anche perché il reality di Draghi che sculaccia i politici è uno show che non interessa a nessuno tranne che ai politicisti per professione, non ha nessuna reale ricaduta su un Paese che prova a rialzarsi e inevitabilmente finisce per deteriorare ulteriormente la credibilità della politica (e non è la difesa della credibilità della politica l’obiettivo primo di quelli che si dichiarano antipopulisti)?

Mario Draghi e Sergio Mattarella al Quirinale (Getty Images)

La slabbratura sull’uso dei contanti

Il risultato è quello che conta, Draghi lo sa meglio dei suoi indomabili fan, e il risultato è che una coalizione che esiste fuori dal draghismo (quel centrodestra che immagazzina voti fingendosi litigiosamente unito) ha ottenuto uno slabbramento nell’uso dei contanti per rendere felici i propri elettori. Se vogliamo parlare di politica possiamo registrare che secondo i “traditori di Draghi” la mancata stretta sul contante è utile perché così “un cittadino onesto può permettersi di comprare una collana alla sua amante” (cit. l’economista della Lega, Claudio Borghi) e per attuare “un’alternativa alla deriva tecnofinanziaria dell’ultimo decennio” (cit. Giorgia Meloni). Non è un granché politicamente, diciamo, questa ressa di uomini forti e maschi alpha.

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Il Parlamento di cui stiamo parlando

Vedo che in giro c’è questa nuova tesi, piuttosto dopata, per cui non dovremmo preoccuparci della bocciatura dei referendum su eutanasia e cannabis perché «ora tocca al Parlamento». Siamo tutti d’accordo che non siano i referendum a legiferare (leggendo alcuni commenti sembra che molti non sappiano che la legge sull’aborto non fu figlia di un referendum) ma penso che potremo convenire che la montagna di firme su un certo tema sia inevitabilmente una pressione politica per i partiti a cui interessa rappresentare quelle persone lì fuori.

Noto che si insiste nel credere che questo Parlamento (quello che era maggioranza in un governo con la destra, poi che è stato maggioranza con un governo di centrosinistra, poi che è stato maggioranza quasi totale con il governo dei migliori di mister Draghi) abbia davvero i numeri (oltre che la statura morale) per votare una legge qualsiasi su un avanzamento di diritti qualsiasi.

Sfugge forse che stiamo parlando del Parlamento che ha inscenato un orrido rodeo festante per avere affossato la legge Zan fingendo di voler mediare semplicemente per boicottarla. Sfugge forse che stiamo parlando dello stesso Parlamento che continua a finanziare la Libia fingendosi contrito. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che nel bel mezzo di una pandemia mondiale sta raggiungendo livelli record nella spesa militare, con il ministro Guerini nel ruolo di cameriere dei signori delle armi. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che in questi giorni festeggia il trentennale di Mani pulite dimenticandosi completamente delle responsabilità criminali della politica e focalizzandosi a senso unico su un presunto golpe dei magistrati. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che nelle parole e nei fatti sta continuando a criminalizzare i giovani, i poveri, i disoccupati, i sindacati, le proteste. Stiamo parlando dello stesso Parlamento che ha autorizzato una gestione economica della pandemia fingendo di occuparsi di salute quando le priorità sono sempre state i Pil, foss’anche quello del tramezzino sotto gli uffici.

Stiamo parlando del Parlamento che rivende come garantismo il diritto all’impunità, che accetta una transizione ecologica che è un trucco (malfatto) senza nemmeno l’ombra della decarbornizzazione. Stiamo parlando del Parlamento che twitta contro Sanremo, che nega il ritorno del fascismo volendo vedere le 100 ore di girato, che non si sbilancia mai sulla matrice di certi eventi, che trova normale un’ex deportata e senatrice come Liliana Segre a cui tocca girare con la scorta. Stiamo parlando di un Parlamento che ieri ha innalzato la soglia del contante per la gioia di criminali e di evasori. Stiamo parlando del Parlamento che non si acciglia nemmeno per un presidente della Corte costituzionale come Giuliano Amato che si permette di filosofeggiare sulle firme online per i referendum, mischiando giustizia e politica in una conferenza stampa con tutte le caratteristiche dello show.

In un Parlamento così davvero credete che si possa scrivere e votare una legge, una qualsiasi, che ci permetta di fare un passo avanti sui diritti? Davvero?

Buon venerdì.

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Vaccini: disuguali fino alla morte

A fine mese l’Europa butterà 55 milioni di dosi di vaccini perché in scadenza. Intanto l’Europa, nonostante le promesse, ha trasferito in Africa solo 30 milioni di vaccini dall’inizio dell’anno. In Africa, intanto, sono morte 7mila persone al giorno e solo 1 persona su 10 risulta vaccinata. Se si va nella zona subsahariana le cose vanno addirittura peggio e le percentuali scendono al 4/5%.

Il programma Covax che avrebbe dovuto garantire uguaglianza nella distribuzione dei vaccini rimane un futile giuramento che è risultato buono solo per i comunicati stampa e per presentare in bello stile i potenti del mondo. Anche sui vaccini i ricchi si sono ingozzati fino a sprecare mentre i più poveri rimangono ad aspettare qualche goccia. Al summit tra Unione Europea e Unione africana che comincia oggi a Bruxelles assisteremo ancora una volta alla sfilata delle buone intenzioni. È stancante perfino indignarsi, ormai. Sul superamento dei brevetti sappiamo che la Francia è favorevole, che la Germania si oppone con decisione. Inutile che vi chiedete quale sia la posizione dell’Italia visto che al netto di alcuni frasi di circostanza di Mario Draghi non c’è nulla di ufficiale. Niente.

«Nonostante la retorica di una relazione speciale con l’Africa, l’Unione europea, che al momento è il primo esportatore di vaccini al mondo, ha dato la priorità alla vendita di dosi prodotte in Europa ai Paesi ricchi in grado di pagare prezzi esorbitanti facendo prevalere unicamente la logica del profitto delle case farmaceutiche. Solo l’8% delle dosi esportate è andato al continente africano. – hanno detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rosella Miccio, presidente di Emergency – BioNTech, l’azienda tedesca partner di Pfizer, ha venduto solo l’1% del suo export nei Paesi africani. Allo stesso tempo, fino ad oggi è l’Unione europea, sotto la spinta della Germania, ad opporsi con maggiore forza alla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini Covid, avanzata da India e Sud Africa all’Organizzazione mondiale del commercio con il sostegno dell’Unione africana e di oltre 100 Paesi. Un passo che, se accompagnato dalla condivisione di tecnologie e know-how, consentirebbe la libera produzione di vaccini, test e cure, bloccando lo sviluppo di nuove varianti del virus».

Intanto la pandemia ha portato Pfizer a prendere l’80% del mercato con 32 miliardi di dollari di ricavi programmati per il 2022 dopo avere raddoppiato il fatturato l’anno scorso. Nei primi 9 mesi del 2021 BioNtech ha incassato 13,4 miliardi di euro, dato che si confronta con i 137 milioni di ricavi che avevano caratterizzato lo stesso periodo del 2020. Il fatturato di BioNtech ha contribuito in maniera sostanziale anche alle casse della Germania grazie alle tasse pagate: provate a indovinare perché i tedeschi siano contro la liberalizzazione dei brevetti. A proposito: tutti i vaccini sono stati finanziati con soldi pubblici, anche se molti sembrano essersene dimenticati.

Infine c’è un ultimo particolare non trascurabile: l’approccio dei ricchi oltre che immorale è anche sbagliato e pericoloso, la formula perfetta per favorire eventuali nuovi varianti. La prossima variante non chiamatela con una lettera greca, chiamatela “siamo stati noi”.

Buon giovedì.

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Il Tso mortale di Mauro Guerra

Mauro Guerra aveva 32 anni ed è stato ucciso il 29 luglio del 2015 in una calda giornata a Carmignano di Sant’Urbano, in provincia di Padova, per un colpo d’arma da fuoco nell’addome. A sparare è stato il maresciallo Marco Pegoraro che avrebbe premuto il grilletto, così dice al giudice, perché spaventato da una colluttazione tra Guerra con un suo collega carabiniere.

Partiamo dall’inizio: Mauro Guerra da qualche giorno dava segni di disagio psichico e aveva intenzione di organizzare una non precisata manifestazione. Quando si presenta in caserma il maresciallo Pegoraro lo ritiene “pericoloso” e decide di sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Solo che quel Tso è illegittimo e addirittura illegale visto che mancano le autorizzazioni dei sanitari e quella del sindaco. I carabinieri si presentano a casa di Guerra e comincia una snervante trattativa che si prolunga per ore. Prima gli comunicano che devono portarlo in caserma, poi lo invitano a salire su un’ambulanza infine quando Guerra scappa (in mutande) si mettono a inseguirlo finché non lo raggiungono. Gli mettono una sola manetta e Mauro Guerra si oppone e riesce a divincolarsi. A questo punto ci sono i due colpi di arma da fuoco. Mauro Guerra muore lì, steso a terra in mezzo a un campo.

Il primo processo per omicidio colposo vede l’assoluzione del maresciallo Pegoraro – è il dicembre 2018 – ma le motivazioni della sentenza sono più che contraddittorie: «È da ritenere – si legge nella sentenza – che tutto l’inseguimento per i campi, nonché i tentativi di immobilizzazione della persona offesa, siano state condotte del tutto arbitrarie e illegittime». E ancora: è stato realizzato un «grave tentativo di stordimento del Guerra (in quel momento libero cittadino), attraverso la somministrazione occulta di una dose di tranquillante». La Procura però non presenta appello.

Il processo in sede civile, però, prosegue e pochi giorni fa in un’intervista a PadovaOggi il il maresciallo Filippo Billeci, comandante della stazione dei carabinieri di Carmignano fino a tre mesi prima, dice cose importanti: quel giorno era stato chiamato per un tentativo di «mediazione», per far accettare a Guerra il Tso. «Dopo ho scoperto che non c’era» nessun Tso, racconta. «Per me Mauro non era pericoloso, con me non c’erano mai stati problemi in tanti anni», dice il maresciallo. «Se fosse stato pericoloso, non sarei stato in casa da solo un’ora con lui». Il carabiniere, accortosi che non c’era il documento che certificava il Tso, ha detto che lo si poteva lasciare stare e Guerra ha preso la strada per i campi. Nella sua fuga, nella sua corsa «lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno». Per Billeci «c’è stata quella colluttazione con il carabiniere Sarto, poi il collega che è intervenuto, Pegoraro, ha deciso di operare in quella maniera». «Non doveva finire così. Ognuno si deve assumere le sue responsabilità rispetto a quello che è successo», dice Billeci. Una curiosità: l’ex comandante non è mai stato sentito in tribunale.

Mauro Guerra è morto. Il carabiniere “aggredito” ha avuto per qualche giorno un cerotto sulla fronte. Chissà che non arrivi anche la giustizia.

Buon mercoledì.

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Superbonus 110%, nani e ballerine

La discussione che si è accesa intorno al bonus edilizia 110% è la cartina di tornasole perfetta per leggere tutte le contraddizioni nei comportamenti della politica nostrana contemporanea. Sul bonus in sé e sugli errori contenuti in quella legge tanto si è scritto e non è questo che ci interessa, qui e ora: leggere le dichiarazioni dei politici è un esercizio utile per analizzare l’antropologia politica.

C’è Draghi, innanzitutto. Draghi si presenta in conferenza stampa, una di quelle conferenze stampa che hanno la pericolosità e la tensione giornalistica di una pizzata con gli ex compagni di classe, e ci infila una battutona delle sue dicendoci che «chi più tuona sul superbonus sono quelli che hanno scritto la legge». La battuta ovviamente fa impazzire tutti e viene rilanciata su tutti i giornali. Nessuno che faccia notare al signor Draghi che sia il presidente del Consiglio dei ministri e che abbia dalla sua tutta la maggioranza parlamentare che serve per cambiare le cose, presumibilmente migliorandole. Il compito di Draghi non è quello di “bacchettare” (nonostante piaccia molto ai giornali) ma quello di proporre e di attuare soluzioni. Comunque non stupisce l’appiattimento: stiamo parlando di chi ricopre la carica più politica nella nostra Repubblica e comunque si può permettere di dirci che non sa se prima o poi farà politica, un presidente del Consiglio. A proposito: qualcuno potrebbe dire a Draghi che i “controlli” alle imprese nel mondo del lavoro sono deficitarie da anni, in tutti i settori, e le poche ispezioni danno ovunque risultati sconfortanti.

Insuperabile Luciano Nobili, di Italia Viva, che al TG1 dice testualmente: «Il sistema dei bonus edilizi del governo Conte con i crediti che girano come le giostre ha permesso truffe intollerabili. Ha ragione Draghi: è ora di mettere ordine per garantire trasparenza, legalità e per dare certezze a famiglie e imprese oneste». Per fortuna c’è chi, come Calenda, ricorda ai renziani che al governo c’erano anche loro. Scrive Calenda: «Leggi scritte e approvate dal Governo di cui ⁦@matteorenzi⁩ e Italia Viva facevano parte. Stesso inaccettabile atteggiamento dei 5S sul Tap. Io non c’ero e se c’ero dormivo non funziona e non fa bene alla credibilità della politica». Non serve aggiungere altro.

Sul Superbonus la Lega, indovinate un po’, si spacca: Giorgetti corre a dare fiducia a Draghi e a Salvini tocca correggere la rotta. Del resto quel bonus ha le regioni del Nord come maggiori utilizzatrici (Lombardia e Veneto in testa) e i numeri sono la netta dimostrazione che no, che non sono i terroni a fare i furbetti per incassare denaro.

Notevoli anche tutti quelli che da mesi ci dicono che il reddito di cittadinanza (che, ricordiamolo, non è un bonus) fa schifo perché sarebbe un sussidio inutile per sfaticati. Sono gli stessi che da sempre ci dicono che i soldi non bisogna darli ai lavoratori ma alle imprese che le imprese sono buone e poi ci pensano loro a distribuirli: il Superbonus dimostra, ancora una volta, che lo Stato viene visto da troppi imprenditori come l’occasione per essere furbi e che non ci siano mai significative ricadute per i lavoratori che stanno più in basso. Eppure loro fingono di non vedere la contraddizione e riescono a essere contro le misure per lenire la povertà e ora contro un bonus per rilanciare un settore. Alla fine troveranno il coraggio di ammettere che la loro soluzione ideale sarebbe un bel bonifico da parte dello Stato direttamente alle imprese loro amiche che per pura coincidenza sono anche il loro elettorato.

Buon martedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia Daniele Franco alla conferenza stampa dell’11 febbraio 2022

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Cingolani fa ripartire le trivelle in barba agli appelli delle associazioni ambientaliste

Quindi in Italia ripartono le trivelle, dopo oltre due anni di moratoria, con la firma del ministro che avrebbe dovuto essere l’alfiere della transizione ecologica e invece ogni giorno di più si dimostra l’alfiere del passato, il cultore di un ecologismo di facciata che qui da noi siede addirittura tra i banchi del Governo.

L’11 febbraio il MiTE ha approvato il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), la mappa delle zone in cui è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, sia in mare che a terra. Il ministro Cingolani continua a ripetere che le attività saranno limitate al gas escludendo il petrolio ma basterebbe mettere in fila le sue dichiarazioni da quando è al governo per comprendere la preoccupazione delle associazioni ambientaliste.

Secondo i criteri del Pitesai il 42,5% del territorio nazionale è considerato area idonea per le trivelle. 11,5% delle aree marine (concentrate nel Canale di Sicilia, lungo le coste dell’Adriatico fra le Marche e l’Abruzzo, quelle di fronte alla Puglia e nel golfo di Taranto, e alcune zone all’altezza di Venezia) sono disponibili. Ma il Pitesai dà soprattutto il via libera alla pratica dell’air gun, una tecnica di ispezione dei fondali marini che prevede, ad intervalli molto ravvicinati fra loro, di sparare aria compressa nelle acque marine. La tecnica è molto criticata perché le onde generate dalla “pistola ad aria” interferisce con il comportamento della fauna marina, in particolare dei cetacei.

Si tratta di un approccio diametralmente opposto a quello suggerito da Legambiente, da Wwf e da Greenpeace che il ministero avevo coinvolto nel processo di definizione del Pitesal fin dal 2019. Le associazioni lamentano il rilascio delle nuove autorizzazioni e chiedono al governo almeno di stralciare alcune aree, tra mare e terra, dove la produzione è residuale (si estrae solo il 4% della produzione nazionale di gas, pari a 3 mld di m3) o sono limitrofe a zone protette ed ecosistemi fragili.

Secondo Enzo Di Salvatore, del coordinamento No Triv, anche il vincolo alla sola estrazione di gas e non di petrolio è tutt’altro che solido poiché contrasta con altre leggi vigenti (che non sono state modificate) e perché è impossibile sapere a priori che tipo di giacimenti si andranno a rinvenire. Per Greenpeace Italia il Pitesal è un piano completamente inutile nell’ottica della decarbonizzazione: «Se l’obiettivo è davvero decarbonizzare l’economia entro il 2050, per farlo devi partire da un punto A e muoversi verso un punto B, che non prevede l’estrazione e il consumo di gas metano. Oggi, l’Italia parte dal punto A per tornare al punto A. È finzione, non Transizione Ecologica», dice Alessandro Gianni, direttore scientifico delle Campagne di Greenpeace Italia.

Voi vi fidereste di Cingolani, davvero?

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Come sempre, la guerra che non vuole nessuno

Alla fine ci si è ridotti ad attaccarsi alla telefonata tra Usa e Russia, perché in fondo passano gli anni ma le abitudini peggiori rimangono intatte. Se da quella telefonata tra Biden e Putin ci si aspettava uno sviluppo qualsiasi, anche minimamente positivo, si può ufficializzare la delusione: gli Usa che avevano ripetuto di non voler entrare nel conflitto (fingendo di non sapere che l’Ucraina sia nel bel mezzo di un percorso di annessione alla Nato) ora minaccia «reazioni» e «una risposta decisa». Non male per rasserenare gli animi.

Da parte sua Putin fa politica internazionale come l’ha sempre fatta, incapace di esercitare pressione senza sfoderare armi e militari. E nonostante il presidente russo abbia interloquito con Macron (che ha intensificato i suoi contatti anche con Biden) tutti i segnali indicano un risultato scontato. Dagli Usa indicano anche una data: la commissione parlamentare russa che gestisce gli affari degli Stati indipendenti discuterà martedì l’ipotesi di riconoscere ufficialmente le due repubbliche ribelli di Donetsk e di Lugansk. In caso di parere positivo, l’Aula della Duma sarebbe chiamata a votare il giorno seguente, e quindi mercoledì. Mercoledì potrebbe essere il giorno, quindi.

La guerra sarebbe un grosso problema anche per l’Ucraina che subirebbe una brusca frenata nel suo percorso di avvicinamento alla Nato. Il ministro Di Maio in audizione alle Camere ha ricordato l’articolo 10 del Patto atlantico, secondo il quale l’allargamento deve «accrescere la sicurezza collettiva». Tutto vero, per carità, ma sarebbe curioso chiedere se l’allargamento della Nato a Est abbia o meno contribuito proprio a destabilizzare, piuttosto che accrescere la sicurezza. Poi si potrebbe ricordare a tutti gli sfegatati atlantisti di queste ore, perché, se «ogni Stato ha il diritto di scegliersi l’alleato che vuole» (come si sente dire in giro per difendere il governo di Kiev), poi alla fine gli stessi Usa (e la Nato) abbiano usato i jihadisti contro l’Urss negli anni Ottanta, perché gli Usa (e la Nato) siano intervenuti in Libia nel 2011 con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, perché si siano inventati una guerra in Iraq nel 2003 o, per finire, cosa ne dicono dell’ordine che hanno ristabilito in Afghanistan.

Di certo gli ucraini si sono affidati per il riarmo a Erdogan (un altro che non si capisce bene come contribuisca all’allargamento della sicurezza) e si è concesso a Putin di ammassare uomini e armi al confine in tutta tranquillità. Gli attori in scena sono tutt’altro che affidabili. Come sempre accade per le guerre tutti si occupano di trovare una giustificazione per una guerra che tutti fingono di non volere e intanto si apparecchia.

Buon lunedì.

Per approfondire, vedi Left dell’11-16 febbraio 2022

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SOMMARIO

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Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo”

Un detenuto chiede di poter partecipare ai funerali della nonna morta il primo gennaio, l’unico affetto che gli è rimasto, ovviamente scortato come prevede la legge, ma la magistrata di sorveglianza Angela Salvio nega l’autorizzazione poiché «il ricordo della nonna – scrive – può essere coltivato con la preghiera e il raccoglimento intimo». La notizia arriva dal carcere romano di Rebibbia, dal reparto G9 al primo piano dove sono rinchiusi i detenuti che si sono macchiati di reati particolarmente gravi e che non possono avere contatti con gli altri.

Lorenzo B. ha 30 anni e un grave omicidio alle spalle, può interagire solo durante le messe, durante le feste e appunto durante gli incontri con i familiari. Evidentemente nemmeno la morte dell’unico rapporto con il mondo esterno è un buon motivo per godere del diritto del lutto. Non sono passati molti giorni da quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso del suo insediamento bis al Quirinale aveva detto chiaramente che «dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Agli osservatori più attenti non è sfuggito che quel passaggio non fu applaudito all’unisono a differenza delle altre parole del Capo dello Stato: il carcere come strumento di vendetta continua ad essere un pregiudizio che non si riesce a scrollare.

Nella normativa penitenziaria, almeno sulla carta, l’ordinamento penitenziario dovrebbe assegnare grande rilevanza al mantenimento delle relazioni familiari. La famiglia è presente nell’ordinamento penitenziario come “soggetto verso cui il detenuto ha diritto di rapportarsi”, e in questo senso è considerata una risorsa nel percorso di reinserimento sociale del detenuto. Per questo i rapporti con la famiglia sono uno degli elementi del trattamento individuati dall’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario ponendo l’attenzione sul difficile equilibrio tra l’esigenza punitiva dello Stato e la garanzia dei diritti fondamentali. Le regole penitenziarie europee all’art. 64 stabiliscono che “la detenzione, comportando la privazione della libertà, è punizione in quanto tale. La condizione della detenzione e i regimi di detenzione non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell’isolamento o dalle esigenze della disciplina”.

Le relazioni familiari sono considerate un elemento essenziale nel successivo art. 65, dove si legge che “ogni sforzo deve essere fatto per assicurarsi che i regimi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da: (…) lettera c) mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”. E non è un caso che i familiari dei detenuti siano spesso considerate “vittime dimenticate”. Esistono, è vero, esigenze di ordine pubblico e di tutela della collettività di cui il magistrato di sorveglianza deve farsi carico, ma la legittima aspettativa di un detenuto di partecipare a un grave evento familiare è sancito anche dalla Corte di Cassazione che già in una sentenza del 2015 insisteva sulla “umanizzazione della pena” soprattutto in caso di eventi che possano «incidere profondamente nella sua vicenda umana» e quindi «sul grado di umanità della detenzione» e «sul suo percorso di recupero».

La ministra della Giustizia Cartabia, nella sua veste di Giudice costituzionale, rivolgendosi ai detenuti del carcere romano di Rebibbia, in un incontro tenutosi il 4 ottobre 2018, affermava: «Incidere sui rapporti familiari significa spostare l’affettività della pena anche su persone che non hanno commesso reati». A Rebibbia invece siamo arrivati all’obbligo di preghiera come sostitutivo dell’affettività, siamo oltre al semplice compito di sorveglianza della magistratura: si nega un diritto al lutto e addirittura si impone una modalità di elaborazione. Sicuri che vada bene così?

L’articolo Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo” proviene da Il Riformista.

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