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Il dramma di Lorenzo, muore la nonna ma gli viene negato il funerale: “Poteva coltivare il ricordo con il raccoglimento intimo”

Un detenuto chiede di poter partecipare ai funerali della nonna morta il primo gennaio, l’unico affetto che gli è rimasto, ovviamente scortato come prevede la legge, ma la magistrata di sorveglianza Angela Salvio nega l’autorizzazione poiché «il ricordo della nonna – scrive – può essere coltivato con la preghiera e il raccoglimento intimo». La notizia arriva dal carcere romano di Rebibbia, dal reparto G9 al primo piano dove sono rinchiusi i detenuti che si sono macchiati di reati particolarmente gravi e che non possono avere contatti con gli altri.

Lorenzo B. ha 30 anni e un grave omicidio alle spalle, può interagire solo durante le messe, durante le feste e appunto durante gli incontri con i familiari. Evidentemente nemmeno la morte dell’unico rapporto con il mondo esterno è un buon motivo per godere del diritto del lutto. Non sono passati molti giorni da quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso del suo insediamento bis al Quirinale aveva detto chiaramente che «dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Agli osservatori più attenti non è sfuggito che quel passaggio non fu applaudito all’unisono a differenza delle altre parole del Capo dello Stato: il carcere come strumento di vendetta continua ad essere un pregiudizio che non si riesce a scrollare.

Nella normativa penitenziaria, almeno sulla carta, l’ordinamento penitenziario dovrebbe assegnare grande rilevanza al mantenimento delle relazioni familiari. La famiglia è presente nell’ordinamento penitenziario come “soggetto verso cui il detenuto ha diritto di rapportarsi”, e in questo senso è considerata una risorsa nel percorso di reinserimento sociale del detenuto. Per questo i rapporti con la famiglia sono uno degli elementi del trattamento individuati dall’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario ponendo l’attenzione sul difficile equilibrio tra l’esigenza punitiva dello Stato e la garanzia dei diritti fondamentali. Le regole penitenziarie europee all’art. 64 stabiliscono che “la detenzione, comportando la privazione della libertà, è punizione in quanto tale. La condizione della detenzione e i regimi di detenzione non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell’isolamento o dalle esigenze della disciplina”.

Le relazioni familiari sono considerate un elemento essenziale nel successivo art. 65, dove si legge che “ogni sforzo deve essere fatto per assicurarsi che i regimi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da: (…) lettera c) mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”. E non è un caso che i familiari dei detenuti siano spesso considerate “vittime dimenticate”. Esistono, è vero, esigenze di ordine pubblico e di tutela della collettività di cui il magistrato di sorveglianza deve farsi carico, ma la legittima aspettativa di un detenuto di partecipare a un grave evento familiare è sancito anche dalla Corte di Cassazione che già in una sentenza del 2015 insisteva sulla “umanizzazione della pena” soprattutto in caso di eventi che possano «incidere profondamente nella sua vicenda umana» e quindi «sul grado di umanità della detenzione» e «sul suo percorso di recupero».

La ministra della Giustizia Cartabia, nella sua veste di Giudice costituzionale, rivolgendosi ai detenuti del carcere romano di Rebibbia, in un incontro tenutosi il 4 ottobre 2018, affermava: «Incidere sui rapporti familiari significa spostare l’affettività della pena anche su persone che non hanno commesso reati». A Rebibbia invece siamo arrivati all’obbligo di preghiera come sostitutivo dell’affettività, siamo oltre al semplice compito di sorveglianza della magistratura: si nega un diritto al lutto e addirittura si impone una modalità di elaborazione. Sicuri che vada bene così?

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Il tradimento di Ippocrate

La narrazione è pronta, passata la pandemia siamo pronti a superare la memoria e a scrollarci di dosso i fastidiosi fronzoli di una compassione indossata per maniera. Il ritorno alla normalità si scorge nella leggerezza con cui le priorità che fino a ieri urlavano oggi sono sbolognate come fastidiosa burocrazia della Storia. In Senato, durante la conversione in legge del decreto 221 del 24 dicembre 2021 sulla proroga dello stato di emergenza è stato bocciato l’emendamento (2.1500/32) con cui veniva proposta la creazione di un fondo da destinare alle famiglie dei medici deceduti a causa del Covid, già bocciato in Commissione Bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione.

Un cartellone durante la prima fase della pandemia in Italia (foto Getty Images)

La bocciatura del fondo per le famiglie dei medici deceduti passata in sordina

La notizia è passata sottovoce nelle pagine di cronache parlamentari senza bucare la coltre che si deve attraversare per toccare l’opinione pubblica. Niente fondi, dicono, e non bisogna essere esperti di governo e di parlamento per sentire lo stridio di un Paese che si dice pronto a ripartire con i ricchissimi fondi dall’Europa e che non trova i soldi per 369 famiglie in tutto, da quella del primo deceduto tra i camici bianchi, Roberto Stella, presidente dell’Ordine dei medici di Varese che da morto l’11 marzo del 2020 era stato sventolato come monumento del sacrificio dei medici e degli infermieri “eroi” che avrebbero salvato il Paese dalla funesta pandemia, a quella dell’ultima vittima dello scorso 10 febbraio, quel Lino Baduano che ha dovuto scontare la pestifera abitudine ai morti che in due anni ci è entrata nelle vene.

Personale medico in un reparto Covid (foto Getty Images)

Si ragiona solo sulla ripartenza delle imprese

Oltre metà dei medici, tra l’altro, non erano dipendenti del sistema sanitario nazionale e le loro famiglie non sono quindi indennizzabili da parte dell’Inail in virtù di un regime assicurativo diverso. Mentre ci si inerpica in pomposi ragionamenti sulla ripartenza delle imprese (lo chiamano “lavoro” ma è la solita tecnica a cascata che in fondo lascia al massimo le briciole) non c’è spazio per famiglie che in molti casi sono, insieme alla perdita umana, rimaste prive dell’unica fonte di sostentamento economico. Sono medici, liberi professionisti, specialisti ambulatoriali, infermieri che hanno combattuto a mani nude contro il virus quando di mascherine e di guanti non si parlava nemmeno: se c’è un modo per disegnare il sacrificio vengono in mente pochi altri episodi calzanti come la pandemia che si è abbattuta su un sistema sanitario già claudicante per i tagli subiti nel corso degli anni.

Il murales di Franco Rivolli in un cartellone affisso sulle mura dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo (foto Getty Images)

Il Paese dei bonus per i rubinetti non ha soldi per i medici

Ma il nervo scoperto che tocca la notizia è la conduzione della gratitudine, della memoria e del dolore. Un vizio tutto umano di abituarsi a tutto che normalizza tentando di rimuovere. Eravamo pieni di striscioni che inneggiavano i medici “angeli”, abbiamo riempito i social di inni al loro eroismo, ci siamo sorbiti politici che solidarizzavano con un comparto che avrebbero dovuto governare e curare, abbiamo letto storie umane che ci siamo promessi di non dimenticare e di non far dimenticare e nel Paese del bonus per i rubinetti e dei miliardi inghiottiti da costruttori troppo furbi non si sono trovati pochi spicci per dare un senso alla memoria. La pandemia è finita, ora si può scrivere a caratteri cubitali, se ci si può permettere di trascurare ciò che era imprescindibile fino a poco fa. Siamo tornati alla normalità, senza più sentire quel fastidioso obbligo di uscirne migliori. Evviva.

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La fobia delle foibe

Come accade ogni anno l’enorme tragedia delle foibe viene masticata sull’altare della propaganda. Evidentemente a qualche personaggetto di matrice fascista (anche piuttosto ignorante) torna utile credere di avere a disposizione un eccidio provocato dal “comunista Tito” (di solito scrivono sempre così) per provare a mondare le lordure del fascismo e la corresponsabilità nella Shoah.

Quest’anno avremmo potuto già scrivere questo editoriale una settimana fa, senza nemmeno aspettare gli eventi, ma il colpo da fuoriclasse arriva direttamente dal capo del dipartimento per il sistema educativo Stefano Versari, braccio destro del ministro Bianchi, che ha inviato una circolare dal titolo “10 febbraio 2022 Giorno del ricordo – opportunità d’apprendimento” in cui ci dice della «conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei».

Paragonare 6 milioni di ebrei indifesi alla vicenda minore e complessa delle Foibe significa non saper distinguere uno sterminio pianificato per motivi razziali e parificare senza nessuna contestualizzazione storica eventi molto diversi. L’uomo del ministro Bianchi nella missiva, dopo aver citato gli ebrei e gli italiani scrive: «Pochi decenni prima ancora era toccato alla “categoria” degli armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni novanta, vittima è stata la “categoria” dei mussulmani di Srebrenica… non serve proseguire».

Insieme all’Anpi (che ha giustamente definito «aberrante» la lettera) sono insorti anche tutti quelli che la storia preferiscono studiarla piuttosto che usarla per fini politici. E come accade ogni anno la battaglia è diventata tutta politica e pecoreccia.

Ma l’uscita di Versari è talmente infelice e grave che perfino il silenzioso ministro Bianchi è stato costretto a intervenire: «Ogni dramma ha la sua unicità – ha scritto in una nota stampa – va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore». Peccato che avrebbe dovuto dirlo al suo fedele consigliere.

In compenso quest’anno, con il governo dei migliori, abbiamo potuto leggere su carta bollata un bisbiglio destrorso che fino ad ora solo qualche sventurato politico dalla chiara matrice aveva il coraggio al massimo di twittare. C’è un problema di fondo: per rendersi conto della gravità della questione bisognerebbe avere studiato la Storia.

Buon venerdì.

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I Montesano e le figuracce familiari

Ieri Tommaso Montesano, giornalista di Libero, ha pensato bene di scrivere un tweet che recita testualmente: «Le bare di Bergamo stanno al Covid19 come il lago della Duchessa sta al sequestro Moro», costruendo un parallelismo tra il negazionismo del falso comunicato delle Brigate Rosse e le false (secondo lui) morti nella città bergamasca. Ovviamente un’affermazione così grave è salita subito alla ribalta: che i camion di Bergamo siano una costruzione scenica ormai è credenza solo dei più penosi cretini negazionisti. Gente che non ha nulla a che vedere con gli eventuali critici sul Green pass.

Tommaso Montesano però è riuscito a compiere un miracolo visto che ha spinto perfino Libero a vergognarsi, cosa che pareva incredibile. Il direttore Alessandro Sallusti ha spiegato all’Ansa «di aver chiesto all’azienda di valutare con gli uffici legali se ci sono gli estremi per un licenziamento». «Trovo quanto scritto di una gravità inaccettabile – ha aggiunto il direttore -. Non solo è un falso ma è un falso che offende la nostra testata e la redazione: i più arrabbiati sono proprio i colleghi».

Nelle ore successive esce un altro comunicato: «Il Comitato di redazione del quotidiano Libero si dissocia dagli interventi con i quali un collega nella sostanza nega una correlazione tra la foto simbolo delle bare di Bergamo e il Covid. E si scusa con le famiglie delle decine di migliaia di persone che hanno perso la vita a causa della pandemia. Si possono avere le idee più diverse su vaccini e Green pass, ma le teorie negazioniste sono quanto di più lontano dai valori dei giornalisti di Libero».

Montesano figlio, colto in fallo, ovviamente ci dice di essere stato frainteso e nel suo profilo Facebook scrive: «Il mio tweet, su cui in molti in queste ore si stanno scagliando, è stato gravemente equivocato. Il mio pensiero era un semplice parallelismo – espresso in modo icastico ma evidentemente infelice – tra la forza simbolica dei camion militari di Bergamo, che hanno avuto il merito di far aprire gli occhi anche ai più scettici che negavano la gravità della pandemia, e le immagini della ricerca del corpo dell’onorevole Moro nel lago della Duchessa che, secondo le ricostruzioni storiche, convinsero l’opinione pubblica ad accettare l’ineluttabilità del destino di Moro!». Poi ovviamente chiude tutti i suoi profili social, atteggiamento tipico di chi è convinto di essere nel giusto.

L’infelice uscita fa il paio con l’atteggiamento del padre Enrico, ormai idolo dei complottisti: le figuracce a volte sono familiari. Ci sono stelle in discesa che cercano conforto tra i complottisti ma pure stelle in ascesa. Complimenti ad entrambi.

Buon giovedì.

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La triste maretta contro Conte

Tocca tornare sul Movimento 5 stelle e sulla decisione del tribunale di Napoli di azzerare i vertici non tanto per loro, che come tutti i partiti vivono un momento convulso, ma per sottolineare la stolida reazione di quelli che da anni vorrebbero la distruzione del M5s come unico obiettivo politico e che da anni si rivendono come “diversi”, “seri”, e “non populisti”.

Matteo Renzi si spreme in un tweet che cola renzismo e scrive: «Il professor Conte ha scritto lo Statuto dei Cinque stelle con la stessa chiarezza con cui scriveva i Dpcm: il risultato è l’esplosione del Movimento. E questa volta non c’è stato nemmeno bisogno di combatterli: hanno fatto tutto da soli #StelleCadenti». Matteo Renzi dimostra di non saper leggere poiché l’ordinanza del Tribunale dice tutt’altro: lo Statuto era chiaro, ma i 5S non l’hanno applicato. Evidentemente distorcere la realtà non è un problema se torna utile per fare una battuta. Ma ancora più importante è che Renzi è lo stesso che ha sbagliato nel 2016 a scrivere il Codice degli appalti (corretto con 181 correzioni e 220 articoli), si è fatto sospendere dal Consiglio di Stato le norme attuative sulle banche popolari, si è fatto bocciare dalla Consulta la legge sulla Buona scuola, poi la legge Madia e poi quella che doveva essere “la legge elettorale più bella del mondo”, l’Italicum. Non male per uno che si atteggia da maestrino. Ma del resto la questione dei grillini torna utilissima per non parlare del suo milione di euro intascato dal regime dittatoriale saudita per fare il ragazzo immagine.

Carlo Calenda, quello che tutti i giorni ci insegna che bisogna essere seri, ieri twittava #cancelliamoli come un bambino in curva allo stadio. I liberali che auspicano la cancellazione degli altri sono una deforme variante tutta italiana. Una sua elettrice educatamente gli risponde: «Mi sento di dire, con grande tranquillità, che alla maggioranza degli iscritti ad Azione (me compresa) non piace questo linguaggio di pancia, che poco ha a che fare con una politica lontana dal populismo. Eppure saremo “qui” per questo». Calenda serafico le risponde: «Dici. Eppure lo usiamo dall’evento fondativo di Azione. I 5S hanno inquinato il dibattito politico italiano, preso in giro milioni di cittadini, distrutto politiche importanti da impresa 4.0 a Ilva, preso in giro gli operai etc etc. devono sparire politicamente». Da notare che un mese fa proprio Calenda riferendosi ai 5S si augurava «meno veti» e diceva che «non sono più un problema». Poi non è riuscito a trattenersi. A proposito di serietà e misura e soprattutto a proposito di politica fatta di contenuti che Calenda condensa in un hashtag.

Notevoli anche i garantisti, quelli che ogni volta lamentano l’intervento della magistratura sulla politica anche quando si tratta di un politico amico di una folta schiera di mafiosi e che invece oggi esultano per una magistratura che sospende i vertici di un partito. Garantisti con gli amici e manettari con i nemici.

A proposito di leggi: ieri Beppe Grillo ha dovuto ribadire che le sentenze si rispettano al partito che è nato proprio sull’onda delle sentenze. Almeno questo. E io aspetterei per esultare sulla scomparsa politica di Conte: la nuova votazione rischia di confermare il leader in modo ancora più largo e Conte potrebbe avere l’occasione per fortificarsi e liberarsi di Di Maio (la cui visione politica a quanto pare si ridurrebbe sull’abolizione dei due mandati per poter fare il terzo per un paio di volte) in un colpo solo.

Ieri scrivevamo che centrodestra e centrosinistra non stavano proprio benissimo ma ci eravamo dimenticati delle qualità del centro. Eccole qua.

Buon mercoledì.

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Il mandato zero del M5s

Tutto da rifare. Il Tribunale di Napoli ha sospeso le due delibere con cui, nell’agosto del 2021, il Movimento 5 stelle ha modificato il proprio statuto e poi incoronato Giuseppe Conte come leader. Secondo il Tribunale ci sarebbero «gravi vizi nel processo decisionale» anche a causa dell’esclusione dalla votazione di circa un terzo degli iscritti. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per validare l’elezione: il Tribunale di Napoli scrive di un’«illegittima esclusione dalla platea dei partecipanti all’assemblea del 3 agosto 2021 degli iscritti all’Associazione Movimento 5 Stelle da meno di sei  mesi». Quella scelta avrebbe «determinato» – per  la settima sezione civile del tribunale di Napoli – «l’alterazione del quorum assembleare nella deliberazione di modifica del proprio statuto». «Tale delibera infatti risulta adottata sulla base di un’assemblea formata da soli 113.894 iscritti – si legge nell’ordinanza – (quelli da più di sei mesi) in luogo dei 195.387 associati iscritti a quella data; con l’illegittima esclusione di 81.839 iscritti all’ente dal quorum costitutivo e deliberativo, maggiore dei soli 60.940 associati che hanno partecipato all’assemblea, la cui delibera è stata poi approvata dall’87% di questi». Per questo i giudici ritengono che «l’assemblea dell’Associazione Movimento 5 stelle che ha deliberato il 3 agosto del 2021 non era correttamente costituita perché risulta che vi hanno partecipato un numero di iscritti inferiore a quello richiesto in prima convocazione. I 60.940 iscritti che vi hanno partecipato erano di numero inferiore alla metà più uno del quorum».

Giuseppe Conte non guida più il M5s. Per ora torna come reggente Vito Crimi, bisogna rifare tutto dall’inizio. Le reazioni sono facilmente immaginabili: chi da sempre ha puntato il dito contro il dilettantismo politico del Movimento 5 Stelle ha un’ulteriore prova a sostegno della propria tesi; chi confida nello spostamento del collocamento politico (magari con un ritorno a destra) può sperare in una nuova e diversa classe dirigente; chi da tempo sogna il ritorno di Di Battista e un presunto “ritorno alle origini” confida nella nuova partita.

Di sicuro c’è che la notizia arriva proprio nel bel mezzo di uno scontro interno ormai conclamato tra Conte (e i suoi) e Di Maio (e i suoi). La guerra intestina tra l’altro aveva già provocato pittoresche inversioni nel panorama politico: gli stessi che additavano Di Maio come “bibitaro” ora lo celebrano come grande statista perché “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, come accade nelle scorribande del tifo. La crisi del M5s, piaccia o no, determina comunque un importante smottamento nel cosiddetto centrosinistra italiano. Abbiamo passato settimane a leggere giustamente che il centrodestra fosse messo male, anche dall’altra parte non stanno messi benissimo.

Buon martedì.

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L’ipocrisia della politica che applaude Papa Francesco per le sue parole sui migranti e poi finanzia i lager libici

Forse Papa Francesco ospite ieri alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio aveva dato per scontato che l’ipocrisia sia un peccato orribile e schifoso. Invece avrebbe fatto bene a ripeterlo e varrebbe la pena scriverlo dappertutto oggi, scriverlo anche sui muri, mentre siamo sommersi dagli applausi scroscianti della politica che applaude il Pontefice dimenticando di essere il peccatore della sua parabole.

Papa Francesco ha usato la parola che tutti temono di usare per i centri di detenzione libici che servono da tappo per l’Europa: lager. Li ha chiamati lager perché effettivamente, come nei lager che furono, lì dentro vengono ammassati uomini, donne e bambini che perdono completamente la propria identità, che vengono sottoposti ad abusi e violenza, che valgono solo per i soldi che riescono a spillare i loro carcerieri, che non hanno nessuna possibilità di ritorno e che trovano troppo spesso la morte.

Solo che i lager che ieri hanno spremuto qualche lacrimuccia d’ordinanza da parte della politica li paghiamo noi, noi con i nostri soldi, noi con quel terribile Memorandum tra Italia e Libia che ha compiuto 5 anni da pochi giorni e che ha attraversato indenne governi di centrodestra e governi di presunto centrosinistra, ministri dell’Interno che del razzismo ne hanno fatto un marchio e quelli che invece da “belli, buoni e bravi” travestiti da progressisti si dichiarano antirazzisti e poi il razzismo lo praticano senza strombazzarlo sui social. I lager libici hanno il marchio di Minniti, di Salvini, di Lamorgese e si portano addosso il timbro dell’Europa. Siamo gli ideatori, i fiancheggiatori, i finanziatori di questa moderna Shoah.

È vero che ieri Papa Francesco ha avuto il coraggio in una trasmissione in prima serata di dare il giusto nome alle cose (e quando almeno le chiamiamo per nome le situazione cominciano ad esistere) ma è vero che se noi fossimo un Paese cattolico come molti si professano, se fossero cattolici quei capipartito che sventolano il rosario per mungere voti, se fossero cattolici i milioni di italiani che si scandalizzano per una scena di un cantante a Sanremo allora oggi avremmo dovuto assistere a un’esplosione di vergogna, oggi dovremmo scorgere un silenzio pentito e dolente invece di questa baldoria che applaude Francesco e che non si rende conto di violare la sua dottrina giorno per giorno.

I partiti che sono al governo (praticamente tutti) sono gli stessi che finanziano i lager e che addirittura addestrano i moderni kapò. Ieri Papa Francesco ha polverizzato la credibilità da “bravi cristiani” di buona parte della classe dirigente di questo Paese, gli stessi che si accapigliano per il presepe e che si scandalizzano per un bacio tra due uomini.

L’intervista di Papa Francesco, che si sia laici o fedeli, ha smutandato l’Italia e la classe politica che lo applaude cretina. Sono gli assassini e chiedono giustizia. Abbiate un minimo di dignità: tacete.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Lo Stato del lavoro

Piccola e breve carrellata di notizie alla scoperta di un Paese in cui non si parla di un argomento, il lavoro, che a breve irromperà nella scena politica e nel dibattito pubblico e sarebbe bene non dimenticare chi ha fatto di tutto per normalizzare l’intollerabile.

Nel Lazio i Nas di Latina hanno scoperto che almeno 200 braccianti di nazionalità indiana impiegati nei campi e nelle serre subivano dai loro padroni massicce dosi di ossicodone (un farmaco simile alla morfina, di solito usato come antidolorifico) per poter essere più performanti nel lavoro senza sentire troppa fatica. Un medico di base, un avvocato e un farmacista brigavano per migliaia di ricetta in esenzione per un valore di 146mila euro. Risolvere farmacologicamente il flagello della mancanza di diritti, evidentemente, è stata considerata una geniale soluzione.

Laila El Harim, rimasta incastrata e schiacciata in una fustellatrice presso la ditta Bombonette di Camposanto (Modena), grossa azienda attiva nel settore packaging. Due sono gli indagati per la Procura di Modena, Fiano Setti, 86 anni, di Camposanto, fondatore e legale rappresentante della ditta Bombonette, e Jacopo Setti, 31 anni, di Finale Emilia, delegato alla Sicurezza. Dovranno rispondere del reato di omicidio colposo in concorso, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche. Indagata anche la ditta Bombonette srl come soggetto giuridico. Secondo la pm Maria Angela Sighicelli la fustellatrice utilizzata nell’azienda Bombonette di Camposanto, in cui è rimasta incastrata e uccisa lo scorso agosto l’operaia 40enne, sarebbe stata modificata rispetto al manuale d’uso, la pm al riguardo sottolinea la presenza di pareggiatori in gomma da regolare manualmente non previsti e l’assenza di una protezione, prevista. Il macchinario manomesso accelerava il lavoro.

Non ce l’ha fatta Luca Blondi, il giardiniere di 50 anni schiacciato tre giorni fa da una piattaforma elevatrice, che stava utilizzando durante un intervento di potatura nel giardino di un condominio in via Torricelli a Lissone, in provincia di Monza e Brianza. L’uomo era stato trasportato all’ospedale San Gerardo di Monza già in arresto cardiaco ed è morto dopo poco il suo arrivo.

Cinque persone sotto indagine per la morte sul lavoro di Francesco Gallo, 48 anni, 4 giorni fa. Faceva il saldatore: è caduto da un ballatoio durante un intervento di manutenzione a Fusina, presso Marghera. Siciliano di Gela, abitava nel Bergamasco.  Gli indagati  per concorso in omicidio colposo sono tre dirigenti di Ecoprogetto, società del gruppo Veritas di Venezia per i servizi ambientali, il titolare e il responsabile della sicurezza della Omd, ditta trevigiana di carpenteria.

Nel 2021 più di 3 persone sono morte ogni giorno nell’esercizio della propria attività lavorativa. Ben 1.221 gli incidenti con esito mortale presentate all’Inail nell’intero arco del 2021. Complessivamente, le denunce di infortunio sul lavoro nell’anno appena trascorso sono state 555.236 (+0,2% rispetto al 2020). In aumento le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 55.288 (+22,8% rispetto al 2020). Questi i principali dati del Bollettino trimestrale Inail, comprensivi delle denunce relative alle infezioni da Covid-19 avvenute nell’ambiente di lavoro, o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa e in itinere.

A proposito: nei mesi di applicazione della nuova normativa del Superbonus, su 5mila imprese edili controllate ben l’87% è risultato irregolare in materia di sicurezza.

Sul tema del lavoro si deciderà molta della credibilità della politica. Chissà se dopo tutti questi anni ricorderanno ancora le parole per parlarne e farne parlare.

Buon lunedì.

Nella foto: la gru crollata a Torino che ha provocato la morte di tre operai, 22 dicembre 2021

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Nemico pubblico

La Brunetteide si allunga con una nuova puntata. «Vaccini e presenza – ha detto giovedì Renato Brunetta ai microfoni di Skytg24 – piuttosto che chiusi a casa, con il telefonino sulla bottiglia del latte a fare finta di fare smart working, perché diciamocelo far finta di lavorare da remoto, a parte le eccezioni che ci sono sempre». La boutade è come tutte le solite di Brunetta, non dice nulla ma accarezza il disprezzo per i dipendenti pubblici, dimostra una larga ignoranza sul tema del lavoro da remoto e utilizza i canoni tipici dello scherno svilente usando latte e telefonino come oggetti di scena di un brutto canovaccio.

Da sinistra, Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta (foto Getty Images)

Un ministro della Pa che sputa sull’Amministrazione pubblica

In un Paese normale, uno che segue le regole della logica e non le brunettiche logiche del fustigatore inutile e ciarlatano, un ministro che ha il mandato di rappresentare l’Amministrazione pubblica e che come suo unico agire non trova altro che sputare sull’Amministrazione pubblica sarebbe una contraddizione estirpata nel giro di qualche secondo. Immaginate un amministratore delegato qualsiasi, di un’azienda qualsiasi, che si faccia notare sulle pagine dei giornali per le sue dichiarazioni in cui demolisce il proprio prodotto o servizio e in cui smantella la credibilità della propria forza lavoro: verrebbe calciato a calci dal Consiglio di amministrazione senza nemmeno il tempo di farsi gli scatoloni. In Italia, a cavallo della caduta della Prima Repubblica sull’onda dell’eco di Tangentopoli, minare la credibilità dello Stato in tutte le sue forme (dalle istituzioni fino al pubblico impiego) è stato un fruttuosissimo atteggiamento. Avremmo potuto pensare che fosse un
tic passaggero, ci sbagliavamo.

Rottamare è più facile di modernizzare

La “rottamazione” dell’esistente è molto meno impegnativa della modernizzazione e dell’evoluzione delle cose. Incapace di dirci come migliorerebbe la situazione, il ministro Brunetta, ma è solo uno dei tanti, può godere di consenso semplicemente suggerendo intrighi, ingiustificati privilegi, innescando la guerra tra ultimi e penultimi che funziona su tutto: sull’immigrazione, sul Reddito di cittadinanza, sui vaccini. Nel caso dei dipendenti pubblici il giochetto è perfino più facile poiché dipingerli come lavativi e dediti all’ozio significa bisbigliare che siano un costo che pesa sui ceti produttivi (quelli soprattutto al Nord, a cui Brunetta si rivolge senza nominarli) che di rimando possono trovare l’ennesimo sfogo alle proprie frustrazioni.

Lavoratori in protesta (foto Getty Images)

Il tentativo di demolire i diritti dei lavoratori

C’è poi un altro aspetto fondamentale: il dipendente pubblico, per antonomasia, è colui che può essere inquadrato solo con un contratto di legge che ne garantisce i diritti, un salario nazionale e la presenza di una sacca di lavoro ancora “degno” rovina la narrazione della precarizzazione che si vorrebbe inoculare quanto prima in tutto il Paese. Nel solito scivolamento tutto italiano non ci si pone il problema di lavori che non hanno nessuna garanzia ma si gioca a demolire i lavoratori garantiti per poter legittimare la giungla. Sembrerebbe così facile capirlo, ma niente.

Alcuni ricercatori in un laboratorio (foto Getty Images)

Lo sdoganamento del contenimento di spesa pubblica e blocco salariale

Così si può fare passare sotto traccia il fatto che nelle leggi di Bilancio del 2007 e 2011 si è sdoganato il contenimento della spesa pubblica con il blocco del turn over e con la moderazione salariale. Siamo arrivati così ad avere un -6% dal 2008 al 2018. Siamo arrivati ad avere in Università i ricercatori che sono passati da 20.000 (nel 2008) a 12.600 (nel 2018), i docenti ordinari da 20.000 a 13.000. Eppure sono dipendenti pubblici gli stessi ricercatori che pensano i vaccini, li sperimentano e che con medici e infermieri hanno arginato in tutti questi mesi la pandemia. Ma questo Brunetta non lo sa, finge di non saperlo, perché il ministro è come quei cani che rovistano nella spazzatura per trovare solo ciò che è utile a riempirsi la pancia. Tutto il resto è niente. È tutta un’affannosa ricerca per dare adito alla propria narrazione. E così la Funzione Pubblica ha preso come grande capo il più alto esempio del suo vilipendio.

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L’applauso degli utili idioti

È andata come doveva andare, con Mattarella nella sua versione bis che dopo il giuramento pronuncia il suo discorso al Parlamento e con uno stuolo di ipocriti che applaude festante, con la gioia di chi se l’è cavata grazie allo spessore del Presidente bis senza dover fare i conti con la mancanza di spessore proprio.

Che sarebbe finita con applausi e standing ovation avremmo potuto scriverlo giorni fa, appena i partiti hanno provato a rivenderci l’incapacità di trovare una sintesi (che è poi il senso stesso del fare politica) come una vittoria e poi addirittura si sono risentiti quando gli è stato fatto notare. «Avrebbe potuto esserci Berlusconi!» è la risposta che circola di più in certi ambienti del centrosinistra e non si rendono nemmeno conto che la modalità del “meno peggio” porta inevitabilmente al peggio, in un continuo lento scivolamento verso il basso.

55 applausi a un discorso che non hanno capito, che se l’hanno capito non hanno intenzione di attuare e che anche se avessero voglia di attuare non ne avrebbero le capacità. Forse hanno applaudito per poter dire di essere riusciti ad ascoltare perché altrimenti non si capirebbe come abbiano potuto applaudire Mattarella mentre diceva «delle urgenze – sanitaria, economica e sociale – che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze».

Mattarella si augura «un Paese che cresca in unità. In cui le disuguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno. Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo» e quelli applaudono, mentre la disgregazione sociale (il solito trucco della guerra tra poveri) e le disuguaglianze incombono. «Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita, sono piuttosto il freno di ogni prospettiva reale di crescita», dice Mattarella. E quelli applaudono.

Non devono nemmeno avere capito, i parlamentari festanti, il passaggio di Mattarella in cui si augura che «il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi». Non devono avere capito che quelle parole si riferiscono proprio ai continui decreti e alle decisioni che vengono sottoposte (come nel caso del Pnrr) al Parlamento senza nemmeno avere il tempo di approfondire. Ma quelli, intanto, applaudono.

Hanno applaudito Mattarella mentre intimava «mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro», hanno applaudito anche quelli che in tutti questi giorni hanno provato a convincerci che la morte di Lorenzo fosse un accadimento collaterale, quasi normale. Hanno applaudito Mattarella mentre definiva «doveroso ascoltare la voce degli studenti, che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni»: li hanno bastonati e applaudono.

«Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità», dice Mattarella. E quelli applaudono. «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti». E quelli applaudono. Mattarella parla di mafie, di cui nessuno parla più, e quelli applaudono. Hanno applaudito Mattarella sulla riforma della giustizia, quella che non faranno mai perché non riusciranno mai a farla.

La sensazione è che Mattarella abbia in testa una Repubblica delle dignità che sarebbe bellissima ma il Parlamento abbia solo in testa di evitare di rischiare il posto o di dover prendere decisioni. Quell’applauso in fondo è il loro modo di esternare il proprio sollievo.

Buon venerdì.

 

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