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Il mandato zero del M5s

Tutto da rifare. Il Tribunale di Napoli ha sospeso le due delibere con cui, nell’agosto del 2021, il Movimento 5 stelle ha modificato il proprio statuto e poi incoronato Giuseppe Conte come leader. Secondo il Tribunale ci sarebbero «gravi vizi nel processo decisionale» anche a causa dell’esclusione dalla votazione di circa un terzo degli iscritti. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per validare l’elezione: il Tribunale di Napoli scrive di un’«illegittima esclusione dalla platea dei partecipanti all’assemblea del 3 agosto 2021 degli iscritti all’Associazione Movimento 5 Stelle da meno di sei  mesi». Quella scelta avrebbe «determinato» – per  la settima sezione civile del tribunale di Napoli – «l’alterazione del quorum assembleare nella deliberazione di modifica del proprio statuto». «Tale delibera infatti risulta adottata sulla base di un’assemblea formata da soli 113.894 iscritti – si legge nell’ordinanza – (quelli da più di sei mesi) in luogo dei 195.387 associati iscritti a quella data; con l’illegittima esclusione di 81.839 iscritti all’ente dal quorum costitutivo e deliberativo, maggiore dei soli 60.940 associati che hanno partecipato all’assemblea, la cui delibera è stata poi approvata dall’87% di questi». Per questo i giudici ritengono che «l’assemblea dell’Associazione Movimento 5 stelle che ha deliberato il 3 agosto del 2021 non era correttamente costituita perché risulta che vi hanno partecipato un numero di iscritti inferiore a quello richiesto in prima convocazione. I 60.940 iscritti che vi hanno partecipato erano di numero inferiore alla metà più uno del quorum».

Giuseppe Conte non guida più il M5s. Per ora torna come reggente Vito Crimi, bisogna rifare tutto dall’inizio. Le reazioni sono facilmente immaginabili: chi da sempre ha puntato il dito contro il dilettantismo politico del Movimento 5 Stelle ha un’ulteriore prova a sostegno della propria tesi; chi confida nello spostamento del collocamento politico (magari con un ritorno a destra) può sperare in una nuova e diversa classe dirigente; chi da tempo sogna il ritorno di Di Battista e un presunto “ritorno alle origini” confida nella nuova partita.

Di sicuro c’è che la notizia arriva proprio nel bel mezzo di uno scontro interno ormai conclamato tra Conte (e i suoi) e Di Maio (e i suoi). La guerra intestina tra l’altro aveva già provocato pittoresche inversioni nel panorama politico: gli stessi che additavano Di Maio come “bibitaro” ora lo celebrano come grande statista perché “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, come accade nelle scorribande del tifo. La crisi del M5s, piaccia o no, determina comunque un importante smottamento nel cosiddetto centrosinistra italiano. Abbiamo passato settimane a leggere giustamente che il centrodestra fosse messo male, anche dall’altra parte non stanno messi benissimo.

Buon martedì.

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L’ipocrisia della politica che applaude Papa Francesco per le sue parole sui migranti e poi finanzia i lager libici

Forse Papa Francesco ospite ieri alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio aveva dato per scontato che l’ipocrisia sia un peccato orribile e schifoso. Invece avrebbe fatto bene a ripeterlo e varrebbe la pena scriverlo dappertutto oggi, scriverlo anche sui muri, mentre siamo sommersi dagli applausi scroscianti della politica che applaude il Pontefice dimenticando di essere il peccatore della sua parabole.

Papa Francesco ha usato la parola che tutti temono di usare per i centri di detenzione libici che servono da tappo per l’Europa: lager. Li ha chiamati lager perché effettivamente, come nei lager che furono, lì dentro vengono ammassati uomini, donne e bambini che perdono completamente la propria identità, che vengono sottoposti ad abusi e violenza, che valgono solo per i soldi che riescono a spillare i loro carcerieri, che non hanno nessuna possibilità di ritorno e che trovano troppo spesso la morte.

Solo che i lager che ieri hanno spremuto qualche lacrimuccia d’ordinanza da parte della politica li paghiamo noi, noi con i nostri soldi, noi con quel terribile Memorandum tra Italia e Libia che ha compiuto 5 anni da pochi giorni e che ha attraversato indenne governi di centrodestra e governi di presunto centrosinistra, ministri dell’Interno che del razzismo ne hanno fatto un marchio e quelli che invece da “belli, buoni e bravi” travestiti da progressisti si dichiarano antirazzisti e poi il razzismo lo praticano senza strombazzarlo sui social. I lager libici hanno il marchio di Minniti, di Salvini, di Lamorgese e si portano addosso il timbro dell’Europa. Siamo gli ideatori, i fiancheggiatori, i finanziatori di questa moderna Shoah.

È vero che ieri Papa Francesco ha avuto il coraggio in una trasmissione in prima serata di dare il giusto nome alle cose (e quando almeno le chiamiamo per nome le situazione cominciano ad esistere) ma è vero che se noi fossimo un Paese cattolico come molti si professano, se fossero cattolici quei capipartito che sventolano il rosario per mungere voti, se fossero cattolici i milioni di italiani che si scandalizzano per una scena di un cantante a Sanremo allora oggi avremmo dovuto assistere a un’esplosione di vergogna, oggi dovremmo scorgere un silenzio pentito e dolente invece di questa baldoria che applaude Francesco e che non si rende conto di violare la sua dottrina giorno per giorno.

I partiti che sono al governo (praticamente tutti) sono gli stessi che finanziano i lager e che addirittura addestrano i moderni kapò. Ieri Papa Francesco ha polverizzato la credibilità da “bravi cristiani” di buona parte della classe dirigente di questo Paese, gli stessi che si accapigliano per il presepe e che si scandalizzano per un bacio tra due uomini.

L’intervista di Papa Francesco, che si sia laici o fedeli, ha smutandato l’Italia e la classe politica che lo applaude cretina. Sono gli assassini e chiedono giustizia. Abbiate un minimo di dignità: tacete.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Lo Stato del lavoro

Piccola e breve carrellata di notizie alla scoperta di un Paese in cui non si parla di un argomento, il lavoro, che a breve irromperà nella scena politica e nel dibattito pubblico e sarebbe bene non dimenticare chi ha fatto di tutto per normalizzare l’intollerabile.

Nel Lazio i Nas di Latina hanno scoperto che almeno 200 braccianti di nazionalità indiana impiegati nei campi e nelle serre subivano dai loro padroni massicce dosi di ossicodone (un farmaco simile alla morfina, di solito usato come antidolorifico) per poter essere più performanti nel lavoro senza sentire troppa fatica. Un medico di base, un avvocato e un farmacista brigavano per migliaia di ricetta in esenzione per un valore di 146mila euro. Risolvere farmacologicamente il flagello della mancanza di diritti, evidentemente, è stata considerata una geniale soluzione.

Laila El Harim, rimasta incastrata e schiacciata in una fustellatrice presso la ditta Bombonette di Camposanto (Modena), grossa azienda attiva nel settore packaging. Due sono gli indagati per la Procura di Modena, Fiano Setti, 86 anni, di Camposanto, fondatore e legale rappresentante della ditta Bombonette, e Jacopo Setti, 31 anni, di Finale Emilia, delegato alla Sicurezza. Dovranno rispondere del reato di omicidio colposo in concorso, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche. Indagata anche la ditta Bombonette srl come soggetto giuridico. Secondo la pm Maria Angela Sighicelli la fustellatrice utilizzata nell’azienda Bombonette di Camposanto, in cui è rimasta incastrata e uccisa lo scorso agosto l’operaia 40enne, sarebbe stata modificata rispetto al manuale d’uso, la pm al riguardo sottolinea la presenza di pareggiatori in gomma da regolare manualmente non previsti e l’assenza di una protezione, prevista. Il macchinario manomesso accelerava il lavoro.

Non ce l’ha fatta Luca Blondi, il giardiniere di 50 anni schiacciato tre giorni fa da una piattaforma elevatrice, che stava utilizzando durante un intervento di potatura nel giardino di un condominio in via Torricelli a Lissone, in provincia di Monza e Brianza. L’uomo era stato trasportato all’ospedale San Gerardo di Monza già in arresto cardiaco ed è morto dopo poco il suo arrivo.

Cinque persone sotto indagine per la morte sul lavoro di Francesco Gallo, 48 anni, 4 giorni fa. Faceva il saldatore: è caduto da un ballatoio durante un intervento di manutenzione a Fusina, presso Marghera. Siciliano di Gela, abitava nel Bergamasco.  Gli indagati  per concorso in omicidio colposo sono tre dirigenti di Ecoprogetto, società del gruppo Veritas di Venezia per i servizi ambientali, il titolare e il responsabile della sicurezza della Omd, ditta trevigiana di carpenteria.

Nel 2021 più di 3 persone sono morte ogni giorno nell’esercizio della propria attività lavorativa. Ben 1.221 gli incidenti con esito mortale presentate all’Inail nell’intero arco del 2021. Complessivamente, le denunce di infortunio sul lavoro nell’anno appena trascorso sono state 555.236 (+0,2% rispetto al 2020). In aumento le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 55.288 (+22,8% rispetto al 2020). Questi i principali dati del Bollettino trimestrale Inail, comprensivi delle denunce relative alle infezioni da Covid-19 avvenute nell’ambiente di lavoro, o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa e in itinere.

A proposito: nei mesi di applicazione della nuova normativa del Superbonus, su 5mila imprese edili controllate ben l’87% è risultato irregolare in materia di sicurezza.

Sul tema del lavoro si deciderà molta della credibilità della politica. Chissà se dopo tutti questi anni ricorderanno ancora le parole per parlarne e farne parlare.

Buon lunedì.

Nella foto: la gru crollata a Torino che ha provocato la morte di tre operai, 22 dicembre 2021

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Nemico pubblico

La Brunetteide si allunga con una nuova puntata. «Vaccini e presenza – ha detto giovedì Renato Brunetta ai microfoni di Skytg24 – piuttosto che chiusi a casa, con il telefonino sulla bottiglia del latte a fare finta di fare smart working, perché diciamocelo far finta di lavorare da remoto, a parte le eccezioni che ci sono sempre». La boutade è come tutte le solite di Brunetta, non dice nulla ma accarezza il disprezzo per i dipendenti pubblici, dimostra una larga ignoranza sul tema del lavoro da remoto e utilizza i canoni tipici dello scherno svilente usando latte e telefonino come oggetti di scena di un brutto canovaccio.

Da sinistra, Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta (foto Getty Images)

Un ministro della Pa che sputa sull’Amministrazione pubblica

In un Paese normale, uno che segue le regole della logica e non le brunettiche logiche del fustigatore inutile e ciarlatano, un ministro che ha il mandato di rappresentare l’Amministrazione pubblica e che come suo unico agire non trova altro che sputare sull’Amministrazione pubblica sarebbe una contraddizione estirpata nel giro di qualche secondo. Immaginate un amministratore delegato qualsiasi, di un’azienda qualsiasi, che si faccia notare sulle pagine dei giornali per le sue dichiarazioni in cui demolisce il proprio prodotto o servizio e in cui smantella la credibilità della propria forza lavoro: verrebbe calciato a calci dal Consiglio di amministrazione senza nemmeno il tempo di farsi gli scatoloni. In Italia, a cavallo della caduta della Prima Repubblica sull’onda dell’eco di Tangentopoli, minare la credibilità dello Stato in tutte le sue forme (dalle istituzioni fino al pubblico impiego) è stato un fruttuosissimo atteggiamento. Avremmo potuto pensare che fosse un
tic passaggero, ci sbagliavamo.

Rottamare è più facile di modernizzare

La “rottamazione” dell’esistente è molto meno impegnativa della modernizzazione e dell’evoluzione delle cose. Incapace di dirci come migliorerebbe la situazione, il ministro Brunetta, ma è solo uno dei tanti, può godere di consenso semplicemente suggerendo intrighi, ingiustificati privilegi, innescando la guerra tra ultimi e penultimi che funziona su tutto: sull’immigrazione, sul Reddito di cittadinanza, sui vaccini. Nel caso dei dipendenti pubblici il giochetto è perfino più facile poiché dipingerli come lavativi e dediti all’ozio significa bisbigliare che siano un costo che pesa sui ceti produttivi (quelli soprattutto al Nord, a cui Brunetta si rivolge senza nominarli) che di rimando possono trovare l’ennesimo sfogo alle proprie frustrazioni.

Lavoratori in protesta (foto Getty Images)

Il tentativo di demolire i diritti dei lavoratori

C’è poi un altro aspetto fondamentale: il dipendente pubblico, per antonomasia, è colui che può essere inquadrato solo con un contratto di legge che ne garantisce i diritti, un salario nazionale e la presenza di una sacca di lavoro ancora “degno” rovina la narrazione della precarizzazione che si vorrebbe inoculare quanto prima in tutto il Paese. Nel solito scivolamento tutto italiano non ci si pone il problema di lavori che non hanno nessuna garanzia ma si gioca a demolire i lavoratori garantiti per poter legittimare la giungla. Sembrerebbe così facile capirlo, ma niente.

Alcuni ricercatori in un laboratorio (foto Getty Images)

Lo sdoganamento del contenimento di spesa pubblica e blocco salariale

Così si può fare passare sotto traccia il fatto che nelle leggi di Bilancio del 2007 e 2011 si è sdoganato il contenimento della spesa pubblica con il blocco del turn over e con la moderazione salariale. Siamo arrivati così ad avere un -6% dal 2008 al 2018. Siamo arrivati ad avere in Università i ricercatori che sono passati da 20.000 (nel 2008) a 12.600 (nel 2018), i docenti ordinari da 20.000 a 13.000. Eppure sono dipendenti pubblici gli stessi ricercatori che pensano i vaccini, li sperimentano e che con medici e infermieri hanno arginato in tutti questi mesi la pandemia. Ma questo Brunetta non lo sa, finge di non saperlo, perché il ministro è come quei cani che rovistano nella spazzatura per trovare solo ciò che è utile a riempirsi la pancia. Tutto il resto è niente. È tutta un’affannosa ricerca per dare adito alla propria narrazione. E così la Funzione Pubblica ha preso come grande capo il più alto esempio del suo vilipendio.

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L’applauso degli utili idioti

È andata come doveva andare, con Mattarella nella sua versione bis che dopo il giuramento pronuncia il suo discorso al Parlamento e con uno stuolo di ipocriti che applaude festante, con la gioia di chi se l’è cavata grazie allo spessore del Presidente bis senza dover fare i conti con la mancanza di spessore proprio.

Che sarebbe finita con applausi e standing ovation avremmo potuto scriverlo giorni fa, appena i partiti hanno provato a rivenderci l’incapacità di trovare una sintesi (che è poi il senso stesso del fare politica) come una vittoria e poi addirittura si sono risentiti quando gli è stato fatto notare. «Avrebbe potuto esserci Berlusconi!» è la risposta che circola di più in certi ambienti del centrosinistra e non si rendono nemmeno conto che la modalità del “meno peggio” porta inevitabilmente al peggio, in un continuo lento scivolamento verso il basso.

55 applausi a un discorso che non hanno capito, che se l’hanno capito non hanno intenzione di attuare e che anche se avessero voglia di attuare non ne avrebbero le capacità. Forse hanno applaudito per poter dire di essere riusciti ad ascoltare perché altrimenti non si capirebbe come abbiano potuto applaudire Mattarella mentre diceva «delle urgenze – sanitaria, economica e sociale – che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze».

Mattarella si augura «un Paese che cresca in unità. In cui le disuguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno. Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo» e quelli applaudono, mentre la disgregazione sociale (il solito trucco della guerra tra poveri) e le disuguaglianze incombono. «Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita, sono piuttosto il freno di ogni prospettiva reale di crescita», dice Mattarella. E quelli applaudono.

Non devono nemmeno avere capito, i parlamentari festanti, il passaggio di Mattarella in cui si augura che «il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi». Non devono avere capito che quelle parole si riferiscono proprio ai continui decreti e alle decisioni che vengono sottoposte (come nel caso del Pnrr) al Parlamento senza nemmeno avere il tempo di approfondire. Ma quelli, intanto, applaudono.

Hanno applaudito Mattarella mentre intimava «mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro», hanno applaudito anche quelli che in tutti questi giorni hanno provato a convincerci che la morte di Lorenzo fosse un accadimento collaterale, quasi normale. Hanno applaudito Mattarella mentre definiva «doveroso ascoltare la voce degli studenti, che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni»: li hanno bastonati e applaudono.

«Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità», dice Mattarella. E quelli applaudono. «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti». E quelli applaudono. Mattarella parla di mafie, di cui nessuno parla più, e quelli applaudono. Hanno applaudito Mattarella sulla riforma della giustizia, quella che non faranno mai perché non riusciranno mai a farla.

La sensazione è che Mattarella abbia in testa una Repubblica delle dignità che sarebbe bellissima ma il Parlamento abbia solo in testa di evitare di rischiare il posto o di dover prendere decisioni. Quell’applauso in fondo è il loro modo di esternare il proprio sollievo.

Buon venerdì.

 

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L’Italia finanzia l’orrore: un miliardo di euro per torturare i migranti

«Molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive», scriveva Hannah Arendt. E forse si potrebbe partire da qui per celebrare il tragico accordo tra Italia e Libia che il 2 febbraio del 2017 venne firmato dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti – c’era il governo Gentiloni – e il Primo ministro libico Fayez al-Sarraj per la gestione dei flussi migratori. L’Ue aveva cominciato a collaborare con la cosiddetta Guardia costiera libica nel 2016 (anno in cui sono iniziati i respingimenti illegali dei migranti riportati in Libia), la cooperazione si è rafforzata con il Memorandum d’intesa del 2017 ed è stato sancito con l’adozione della Dichiarazione di Malta firmata dai leader dell’Ue a La Valletta solo il giorno dopo.

Gli accordi costituiscono la base per una cooperazione continua che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale alle guardie costiere libiche fornendo motoscafi, un centro di coordinamento marittimo e formazione. Gli accordi sono stati seguiti dalla creazione di un’ampia area di mare dove la Guardia Costiera libica ha il compito di coordinare le operazioni di ricerca e soccorso. Questi accordi, finanziati in modo schiacciante dall’Ue, da allora hanno consentito alle autorità libiche di sbarcare le persone intercettate in mare in Libia, nonostante sia illegale riportare chiunque in un luogo dove subiscono gravi abusi. Secondo Amnesty International sarebbero almeno 82mila le persone intercettate in mare e rimpatriate in Libia negli ultimi cinque anni: «Uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia – scrive Amnesty International – devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (Gnu) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (Dcim). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha detto di provare una “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia e ha confermato che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti”. Nonostante ciò, un rapporto interno del comandante dell’operazione navale dell’Ue Eunavfor Med Irini, trapelato dall’Associated Press il 25 gennaio 2022, conferma i piani per continuare i programmi di rafforzamento delle capacità per le guardie costiere libiche. Ma quanto costa tutto questo? «Il nostro Paese continua a rendersi complice, finanziando la Guardia Costiera o altre autorità libiche palesemente conniventi con i trafficanti di esseri umani. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Dalla firma dell’accordo l’Italia ha speso la cifra record di 962 milioni di euro per bloccare i flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. Una buona parte di questi soldi – più di 271 milioni di euro – sono stati spesi in missioni nel paese, contribuendo a determinare le condizioni per una sempre più lucrosa industria della detenzione, fatta di tratta di esseri umani, sequestri, abusi di ogni genere.

Su 32 mila migranti riportati indietro dalla Guardia Costiera libica solo l’anno scorso, al momento si ha notizia di 12 mila persone che si trovano in 27 centri di detenzione ufficiali, mentre degli altri 20 mila si sono perse le tracce». 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti in Italia, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Un miliardo di euro per respingere disperati al costo di 10mila dollari l’uno: chissà che a qualcuno non venga in mente cosa sarebbe stato possibile realizzare con quei soldi in termini di lavoro o di salute pubblica. Uno spreco di denaro pubblico che in più concima anche la violazione dei diritti umani. Non serve altro per definire il fallimento politico. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. In attesa del prossimo vergognoso anniversario.

L’articolo L’Italia finanzia l’orrore: un miliardo di euro per torturare i migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

Tamponi e bastoni

Se siete tra quelli che hanno trovato vergognoso il silenzio del governo dopo i pestaggi degli studenti da parte della Polizia durante le manifestazioni di Milano, di Napoli e di Torino dei giorni scorsi potete mettervi il cuore in pace: era meglio così. Ieri infatti sul punto è intervenuta la ministra dell’Interno Lamorgese (ovviamente perché stuzzicata dalle interrogazioni parlamentari depositate, altrimenti sarebbe stata bella comoda nell’ombra) che ha rilasciato un comunicato in cui dice «deve essere sempre garantito il diritto di manifestare e di esprimere il disagio sociale, compreso quello dei tanti giovani e degli studenti che legittimamente intendono far sentire la loro voce» (ci mancherebbe) e poi ci fa sapere che «purtroppo alcune manifestazioni sono state infiltrate da gruppi che hanno cercato gli incidenti – scrive Lamorgese – Dobbiamo quindi operare per evitare nuovi disordini, scongiurando che le legittime proteste nelle nostre piazze possano essere strumentalizzate da chi intende alimentare violenze e attacchi contro le forze di polizia».

Non una parola, nemmeno di striscio, sui ragazzi manganellati e sulle orribili immagini che per due settimane abbiamo visto con cariche della Polizia lanciate senza nessuna apparente provocazione. Nessuna parola sui feriti (solo a Torino sono venti, alcuni con fratture e punti alla testa) e nessuna parola sulla violenza degli agenti. Del resto il portavoce dell’Associazione nazionale funzionari di polizia Girolamo Lacquaniti ci ha detto che «esiste un limite per manifestare e quel limite è la violenza nei confronti dei poliziotti», riferendosi evidentemente al terribile spavento che possono procurare ai poliziotti degli studenti in piazza per manifestare contro l’alternanza scuola-lavoro e per chiedere giustizia sulla vicenda di Lorenzo Parelli, morto schiacciato nel suo ultimo giorno di stage prima di rientrare in classe.

È curioso e importante notare che Lamorgese è la stessa ministra che ha lasciato pascolare i fascisti durante la manifestazione di Roma (ricordate l’irruzione nella sede della Cgil?) ed è la stessa ministra che ha la linea di comando di tutte le piazze che, guarda caso, hanno visto un’azione coordinata delle Forze dell’ordine da Torino a Napoli, come se avessero avuto un chiaro ordine superiore.

È la stessa ministra che concima il patto con la Libia (ha compiuto 5 anni, tanti grandi complimenti a Minniti che da sinistra è riuscito a fare più schifo della peggiore destra) ed è la stessa ministra che qualcuno celebrava perché “non usa i social”. A questo punto c’è da sperare che si apra un account su Twitter, almeno per avere il polso della reale situazione del Paese. Anche perché questa bugia degli infiltrati l’abbiamo sentita per anni e davvero sarebbe troppo cascarci ancora. A proposito, cara ministra, dove sono le prove degli infiltrati? E soprattutto, se davvero ci fossero, perché avete pestato i ragazzi e non quelli?

Buon giovedì.

Per approfondire, vedi Left del 4-10 febbraio 2022 

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SOMMARIO

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Se ne può parlare di Israele?

Le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi. È quanto ha dichiarato ieri Amnesty International in un rapporto di 278 pagine nel quale descrive dettagliatamente il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese, ovunque eserciti controllo sui loro diritti: i palestinesi residenti in Israele, quelli dei Territori palestinesi occupati e i rifugiati che vivono in altri Stati.

Nel rapporto si legge che le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid. Questo sistema si basa su violazioni dei diritti umani che, secondo Amnesty International, qualificano l’apartheid come crimine contro l’umanità così come definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid.

Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale di includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati e a tutti gli Stati di esercitare la giurisdizione universale per portare di fronte alla giustizia i responsabili del crimine di apartheid.

«Il nostro rapporto rivela la reale dimensione del regime di apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Abbiamo riscontrato che le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Secondo Amnesty «dall’annessione di Gerusalemme est nel 1967, i governi israeliani hanno fissato obiettivi per il rapporto demografico tra ebrei e palestinesi a Gerusalemme nel suo insieme e hanno chiarito attraverso dichiarazioni pubbliche che la negazione dei diritti economici e sociali ai palestinesi a Gerusalemme est è un atto politico intenzionale per costringerli a lasciare la città. Il ritiro da parte di Israele dei suoi coloni da Gaza, pur mantenendo il controllo sulla popolazione nel territorio in altri modi, era espressamente legato anche a questioni demografiche e alla consapevolezza che lì non si poteva raggiungere una maggioranza ebraica. Infine, i materiali pubblici pubblicati dal governo israeliano rendono ovvio che la politica di lunga data di Israele di privare milioni di rifugiati palestinesi del diritto di tornare alle loro case è guidata anche da considerazioni demografiche».

Il rapporto di Amnesty International contiene numerose raccomandazioni specifiche affinché Israele possa smantellare il sistema di apartheid e la discriminazione, la segregazione e l’oppressione che lo sostengono. L’organizzazione per i diritti umani chiede in primo luogo la fine delle pratiche brutali delle demolizioni delle abitazioni e degli sgombri forzati. «Inoltre, Israele – scrive Amnesty – deve riconoscere uguali diritti a tutti i palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, come prevedono i principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario; deve riconoscere il diritto dei rifugiati e dei loro discendenti al ritorno nelle abitazioni dove loro o i loro familiari vivevano; deve fornire piena riparazione alle vittime delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità».

Non siamo di fronte alle dichiarazioni di presunti terroristi, qui si parla di un documento di una delle più importanti organizzazioni mondiali in tema di diritti, quella stessa organizzazione che spesso viene citata quando tocca Paesi e interessi lontani e non disturbanti per noi. La questione palestinese sembra essere completamente scomparsa dal dibattito politico. Se ne può parlare, di Israele?

Buon mercoledì.

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Il Memorandum Italia-Libia compie 5 anni: così il nostro Paese contribuisce a violare i diritti umani

Tra gli anniversari di cui non dobbiamo smetterci di vergognare si è celebrato ieri il quinto anno dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia con cui il nostro Paese ha sottoscritto e certificato la consapevole colazione dei diritti umani in convenzione con un Paese criminale.

Cinque anni fa, alla firma dell’accordo che ripristinò l’accordo di amicizia tra Italia e Libia del 2008, al governo non c’erano i tanto temuti sovranisti o i leader che sul razzismo strisciante hanno costruito la propria fortuna elettorale: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e il ministero dell’Interno lo guidava Marco Minniti, il politico che in questi anni ha l’enorme responsabilità di avere spianato la strada della guerra ai poveri riuscendo nella memorabile impresa di preparare il terreno per il suo successore al Viminale, Matteo Salvini, pur essendo sulla carta un suo presunto oppositore politico.

L’accordo tra Italia e Libia è stato definito “disumano” dall’Onu che in Libia ha documentato “indicibili orrori”. Dopo Minniti è stato facile per Salvini e i governi che si sono succeduti (finta all’attuale Lamorgese) perpetrare l’orrore, pur con stili diversi, contribuendo al respingimento di almeno 82mila migranti nelle infernali prigioni libiche in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani.

Come scrive Amnesty International «uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (GNU) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

Ma in questi cinque anni nessuno dei nostri più alti rappresentanti ha mai provato un benché minimo moto di vergogna. In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato di provare “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia, inclusi casi di violenza sessuale, tratta ed espulsioni collettive. Il rapporto conferma che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti” e ribadisce l’invito agli Stati membri interessati “a riesaminare le politiche a sostegno dell’intercettazione in mare e del ritorno di rifugiati e migranti in Libia”.

“Chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, come si possa ancora ritenere la Libia un porto sicuro per lo sbarco dei migranti. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In totale 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Facciamo appello perciò al Parlamento e al Governo affinché siano revocati gli stanziamenti per il 2022 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest’anno ha intercettato e riportato in questo inferno il triplo dei migranti, rispetto allo scorso anno (5). Serve un’inversione di rotta, una gestione lungimirante dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia”.

Il governo Draghi, con i ministri Di Maio e Lamorgese, non ha segnato nessuna inversione di rotta. Nel PD sembra che si faccia fatica perfino a riconoscere gli errori compiuti con Minniti. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. Il dubbio è che dobbiamo abituarci alla vergogna ancora per molto.

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Il Memorandum Italia-Libia compie 5 anni: così il nostro Paese contribuisce a violare i diritti umani

Tra gli anniversari di cui non dobbiamo smetterci di vergognare si è celebrato ieri il quinto anno dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia con cui il nostro Paese ha sottoscritto e certificato la consapevole colazione dei diritti umani in convenzione con un Paese criminale.

Cinque anni fa, alla firma dell’accordo che ripristinò l’accordo di amicizia tra Italia e Libia del 2008, al governo non c’erano i tanto temuti sovranisti o i leader che sul razzismo strisciante hanno costruito la propria fortuna elettorale: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e il ministero dell’Interno lo guidava Marco Minniti, il politico che in questi anni ha l’enorme responsabilità di avere spianato la strada della guerra ai poveri riuscendo nella memorabile impresa di preparare il terreno per il suo successore al Viminale, Matteo Salvini, pur essendo sulla carta un suo presunto oppositore politico.

L’accordo tra Italia e Libia è stato definito “disumano” dall’Onu che in Libia ha documentato “indicibili orrori”. Dopo Minniti è stato facile per Salvini e i governi che si sono succeduti (finta all’attuale Lamorgese) perpetrare l’orrore, pur con stili diversi, contribuendo al respingimento di almeno 82mila migranti nelle infernali prigioni libiche in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani.

Come scrive Amnesty International «uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (GNU) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

Ma in questi cinque anni nessuno dei nostri più alti rappresentanti ha mai provato un benché minimo moto di vergogna. In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato di provare “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia, inclusi casi di violenza sessuale, tratta ed espulsioni collettive. Il rapporto conferma che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti” e ribadisce l’invito agli Stati membri interessati “a riesaminare le politiche a sostegno dell’intercettazione in mare e del ritorno di rifugiati e migranti in Libia”.

“Chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, come si possa ancora ritenere la Libia un porto sicuro per lo sbarco dei migranti. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In totale 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Facciamo appello perciò al Parlamento e al Governo affinché siano revocati gli stanziamenti per il 2022 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest’anno ha intercettato e riportato in questo inferno il triplo dei migranti, rispetto allo scorso anno (5). Serve un’inversione di rotta, una gestione lungimirante dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia”.

Il governo Draghi, con i ministri Di Maio e Lamorgese, non ha segnato nessuna inversione di rotta. Nel PD sembra che si faccia fatica perfino a riconoscere gli errori compiuti con Minniti. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. Il dubbio è che dobbiamo abituarci alla vergogna ancora per molto.

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