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Tamponi e bastoni

Se siete tra quelli che hanno trovato vergognoso il silenzio del governo dopo i pestaggi degli studenti da parte della Polizia durante le manifestazioni di Milano, di Napoli e di Torino dei giorni scorsi potete mettervi il cuore in pace: era meglio così. Ieri infatti sul punto è intervenuta la ministra dell’Interno Lamorgese (ovviamente perché stuzzicata dalle interrogazioni parlamentari depositate, altrimenti sarebbe stata bella comoda nell’ombra) che ha rilasciato un comunicato in cui dice «deve essere sempre garantito il diritto di manifestare e di esprimere il disagio sociale, compreso quello dei tanti giovani e degli studenti che legittimamente intendono far sentire la loro voce» (ci mancherebbe) e poi ci fa sapere che «purtroppo alcune manifestazioni sono state infiltrate da gruppi che hanno cercato gli incidenti – scrive Lamorgese – Dobbiamo quindi operare per evitare nuovi disordini, scongiurando che le legittime proteste nelle nostre piazze possano essere strumentalizzate da chi intende alimentare violenze e attacchi contro le forze di polizia».

Non una parola, nemmeno di striscio, sui ragazzi manganellati e sulle orribili immagini che per due settimane abbiamo visto con cariche della Polizia lanciate senza nessuna apparente provocazione. Nessuna parola sui feriti (solo a Torino sono venti, alcuni con fratture e punti alla testa) e nessuna parola sulla violenza degli agenti. Del resto il portavoce dell’Associazione nazionale funzionari di polizia Girolamo Lacquaniti ci ha detto che «esiste un limite per manifestare e quel limite è la violenza nei confronti dei poliziotti», riferendosi evidentemente al terribile spavento che possono procurare ai poliziotti degli studenti in piazza per manifestare contro l’alternanza scuola-lavoro e per chiedere giustizia sulla vicenda di Lorenzo Parelli, morto schiacciato nel suo ultimo giorno di stage prima di rientrare in classe.

È curioso e importante notare che Lamorgese è la stessa ministra che ha lasciato pascolare i fascisti durante la manifestazione di Roma (ricordate l’irruzione nella sede della Cgil?) ed è la stessa ministra che ha la linea di comando di tutte le piazze che, guarda caso, hanno visto un’azione coordinata delle Forze dell’ordine da Torino a Napoli, come se avessero avuto un chiaro ordine superiore.

È la stessa ministra che concima il patto con la Libia (ha compiuto 5 anni, tanti grandi complimenti a Minniti che da sinistra è riuscito a fare più schifo della peggiore destra) ed è la stessa ministra che qualcuno celebrava perché “non usa i social”. A questo punto c’è da sperare che si apra un account su Twitter, almeno per avere il polso della reale situazione del Paese. Anche perché questa bugia degli infiltrati l’abbiamo sentita per anni e davvero sarebbe troppo cascarci ancora. A proposito, cara ministra, dove sono le prove degli infiltrati? E soprattutto, se davvero ci fossero, perché avete pestato i ragazzi e non quelli?

Buon giovedì.

Per approfondire, vedi Left del 4-10 febbraio 2022 

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SOMMARIO

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Se ne può parlare di Israele?

Le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi. È quanto ha dichiarato ieri Amnesty International in un rapporto di 278 pagine nel quale descrive dettagliatamente il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese, ovunque eserciti controllo sui loro diritti: i palestinesi residenti in Israele, quelli dei Territori palestinesi occupati e i rifugiati che vivono in altri Stati.

Nel rapporto si legge che le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid. Questo sistema si basa su violazioni dei diritti umani che, secondo Amnesty International, qualificano l’apartheid come crimine contro l’umanità così come definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid.

Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale di includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati e a tutti gli Stati di esercitare la giurisdizione universale per portare di fronte alla giustizia i responsabili del crimine di apartheid.

«Il nostro rapporto rivela la reale dimensione del regime di apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Abbiamo riscontrato che le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Secondo Amnesty «dall’annessione di Gerusalemme est nel 1967, i governi israeliani hanno fissato obiettivi per il rapporto demografico tra ebrei e palestinesi a Gerusalemme nel suo insieme e hanno chiarito attraverso dichiarazioni pubbliche che la negazione dei diritti economici e sociali ai palestinesi a Gerusalemme est è un atto politico intenzionale per costringerli a lasciare la città. Il ritiro da parte di Israele dei suoi coloni da Gaza, pur mantenendo il controllo sulla popolazione nel territorio in altri modi, era espressamente legato anche a questioni demografiche e alla consapevolezza che lì non si poteva raggiungere una maggioranza ebraica. Infine, i materiali pubblici pubblicati dal governo israeliano rendono ovvio che la politica di lunga data di Israele di privare milioni di rifugiati palestinesi del diritto di tornare alle loro case è guidata anche da considerazioni demografiche».

Il rapporto di Amnesty International contiene numerose raccomandazioni specifiche affinché Israele possa smantellare il sistema di apartheid e la discriminazione, la segregazione e l’oppressione che lo sostengono. L’organizzazione per i diritti umani chiede in primo luogo la fine delle pratiche brutali delle demolizioni delle abitazioni e degli sgombri forzati. «Inoltre, Israele – scrive Amnesty – deve riconoscere uguali diritti a tutti i palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, come prevedono i principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario; deve riconoscere il diritto dei rifugiati e dei loro discendenti al ritorno nelle abitazioni dove loro o i loro familiari vivevano; deve fornire piena riparazione alle vittime delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità».

Non siamo di fronte alle dichiarazioni di presunti terroristi, qui si parla di un documento di una delle più importanti organizzazioni mondiali in tema di diritti, quella stessa organizzazione che spesso viene citata quando tocca Paesi e interessi lontani e non disturbanti per noi. La questione palestinese sembra essere completamente scomparsa dal dibattito politico. Se ne può parlare, di Israele?

Buon mercoledì.

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Il Memorandum Italia-Libia compie 5 anni: così il nostro Paese contribuisce a violare i diritti umani

Tra gli anniversari di cui non dobbiamo smetterci di vergognare si è celebrato ieri il quinto anno dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia con cui il nostro Paese ha sottoscritto e certificato la consapevole colazione dei diritti umani in convenzione con un Paese criminale.

Cinque anni fa, alla firma dell’accordo che ripristinò l’accordo di amicizia tra Italia e Libia del 2008, al governo non c’erano i tanto temuti sovranisti o i leader che sul razzismo strisciante hanno costruito la propria fortuna elettorale: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e il ministero dell’Interno lo guidava Marco Minniti, il politico che in questi anni ha l’enorme responsabilità di avere spianato la strada della guerra ai poveri riuscendo nella memorabile impresa di preparare il terreno per il suo successore al Viminale, Matteo Salvini, pur essendo sulla carta un suo presunto oppositore politico.

L’accordo tra Italia e Libia è stato definito “disumano” dall’Onu che in Libia ha documentato “indicibili orrori”. Dopo Minniti è stato facile per Salvini e i governi che si sono succeduti (finta all’attuale Lamorgese) perpetrare l’orrore, pur con stili diversi, contribuendo al respingimento di almeno 82mila migranti nelle infernali prigioni libiche in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani.

Come scrive Amnesty International «uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (GNU) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

Ma in questi cinque anni nessuno dei nostri più alti rappresentanti ha mai provato un benché minimo moto di vergogna. In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato di provare “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia, inclusi casi di violenza sessuale, tratta ed espulsioni collettive. Il rapporto conferma che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti” e ribadisce l’invito agli Stati membri interessati “a riesaminare le politiche a sostegno dell’intercettazione in mare e del ritorno di rifugiati e migranti in Libia”.

“Chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, come si possa ancora ritenere la Libia un porto sicuro per lo sbarco dei migranti. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In totale 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Facciamo appello perciò al Parlamento e al Governo affinché siano revocati gli stanziamenti per il 2022 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest’anno ha intercettato e riportato in questo inferno il triplo dei migranti, rispetto allo scorso anno (5). Serve un’inversione di rotta, una gestione lungimirante dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia”.

Il governo Draghi, con i ministri Di Maio e Lamorgese, non ha segnato nessuna inversione di rotta. Nel PD sembra che si faccia fatica perfino a riconoscere gli errori compiuti con Minniti. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. Il dubbio è che dobbiamo abituarci alla vergogna ancora per molto.

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Il Memorandum Italia-Libia compie 5 anni: così il nostro Paese contribuisce a violare i diritti umani

Tra gli anniversari di cui non dobbiamo smetterci di vergognare si è celebrato ieri il quinto anno dalla firma del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia con cui il nostro Paese ha sottoscritto e certificato la consapevole colazione dei diritti umani in convenzione con un Paese criminale.

Cinque anni fa, alla firma dell’accordo che ripristinò l’accordo di amicizia tra Italia e Libia del 2008, al governo non c’erano i tanto temuti sovranisti o i leader che sul razzismo strisciante hanno costruito la propria fortuna elettorale: presidente del Consiglio era Paolo Gentiloni e il ministero dell’Interno lo guidava Marco Minniti, il politico che in questi anni ha l’enorme responsabilità di avere spianato la strada della guerra ai poveri riuscendo nella memorabile impresa di preparare il terreno per il suo successore al Viminale, Matteo Salvini, pur essendo sulla carta un suo presunto oppositore politico.

L’accordo tra Italia e Libia è stato definito “disumano” dall’Onu che in Libia ha documentato “indicibili orrori”. Dopo Minniti è stato facile per Salvini e i governi che si sono succeduti (finta all’attuale Lamorgese) perpetrare l’orrore, pur con stili diversi, contribuendo al respingimento di almeno 82mila migranti nelle infernali prigioni libiche in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani.

Come scrive Amnesty International «uomini, donne e bambini rimpatriati in Libia devono affrontare detenzioni arbitrarie, torture, condizioni di detenzione crudeli e disumane, stupri e violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e uccisioni illegali. Invece di affrontare questa crisi dei diritti umani, il governo libico di unità nazionale (GNU) continua a facilitare ulteriori abusi e rafforzare l’impunità, come illustrato dalla sua recente nomina di Mohamed al-Khoja a direttore del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Al-Khoja in precedenza aveva il controllo effettivo del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, dove sono stati documentati estesi abusi».

Ma in questi cinque anni nessuno dei nostri più alti rappresentanti ha mai provato un benché minimo moto di vergogna. In un rapporto del 17 gennaio 2022, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato di provare “grave preoccupazione” per le continue violazioni dei diritti umani contro rifugiati e migranti in Libia, inclusi casi di violenza sessuale, tratta ed espulsioni collettive. Il rapporto conferma che “la Libia non è un porto di sbarco sicuro per rifugiati e migranti” e ribadisce l’invito agli Stati membri interessati “a riesaminare le politiche a sostegno dell’intercettazione in mare e del ritorno di rifugiati e migranti in Libia”.

“Chiediamo al Governo italiano e al Parlamento, come si possa ancora ritenere la Libia un porto sicuro per lo sbarco dei migranti. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – In totale 32,6 milioni di euro sono stati destinati alla Guardia Costiera libica dal 2017 dai Governi che si sono succeduti, di cui 10,5 milioni solo nel 2021 (con un aumento di mezzo milione). Facciamo appello perciò al Parlamento e al Governo affinché siano revocati gli stanziamenti per il 2022 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest’anno ha intercettato e riportato in questo inferno il triplo dei migranti, rispetto allo scorso anno (5). Serve un’inversione di rotta, una gestione lungimirante dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia”.

Il governo Draghi, con i ministri Di Maio e Lamorgese, non ha segnato nessuna inversione di rotta. Nel PD sembra che si faccia fatica perfino a riconoscere gli errori compiuti con Minniti. L’attuale accordo dell’Italia con la Libia scade nel febbraio 2023 ma si rinnoverà automaticamente per altri tre anni a meno che le autorità non lo annullino prima di novembre. Il dubbio è che dobbiamo abituarci alla vergogna ancora per molto.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

I furbetti, quelli veri

Mentre tutti i liberisti da strapazzo di questo nostro straziato Paese starnazzavano contro i poveracci che incassano 500 euro di reddito di cittadinanza (misura che ha evidentemente delle storture e che andrebbe migliorata) su queste pagine ci permettevamo di dire che anche nello sdegno le proporzioni sono importanti e che forse sarebbe stato utile guardare i lauti sussidi che rischiavano di andare sprecati, quelli che fanno meno notizia ma che costano sul serio.

Ieri la Guardia di Finanza di Rimini ha ipotizzato il reato di frode per 440 milioni di euro per fondi illecitamente percepiti attraverso la creazione e la commercializzazione di falsi crediti d’imposta. Sono oltre 100 le società coinvolte, create ad hoc per ottenere bonus locazioni, bonus per ristrutturazioni con miglioramenti sismici ed energetici e i cosiddetti bonus facciate che nell’ultimo anno hanno portato all’apertura di una moltitudine di cantieri edili in tutta Italia. In un’intercettazione uno degli indagati al telefono con il commercialista dice: «Cioè, lo Stato italiano è pazzesco, è una cosa… vogliono essere inc**lati praticamente…». «Vedi che io ero abituato – si legge nell’intercettazione – a queste cifre prima del carcere … cioè non mi fanno impressione. A me mi fanno impressione quelli che andiamo a fare adesso … quelli sì mi fanno un po’ impressione da gestire … da gestire … da gestire gli incassi, da gestire il bonus … trenta miliun … sarebbe da pazzi. Sarebbe come dire all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza ‘veniteli a prendere’. Dovremmo avere una Spa…»

Per il gip: «Inutile dire che le condotte degli indiziati, anche nell’ottica della missione della Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’affermazione dell’eguaglianza sostanziale fra i cittadini, qui specificamente traguardata mediante il riconoscimento di una serie di provvidenze ai settori dell’economia reale ritenuti maggiormente bisognosi, si rivelano di una inaudita rimproverabilità e meritevolezza di pena… Non solo, ma l’autentica dedizione alla criminalità di profitto di molti degli indagati, già veri e propri habitué della frode … lascia presagire, in modo ragionevolmente certo, che gli stessi, in preda ad una sorta di ludopatia da reato, eluderebbero con disinvoltura, pur di continuare a delinquere o comunque pur di mettere al sicuro i profitti di reati già commessi».

La cifra contestata, tanto per avere un’idea, è il 50% di quanto lo Stato ha messo nella scuola nell’ultima Legge di Bilancio. Ora vi propongo un gioco: andate a vedere se tutti gli indignati contro i poveri che vengono aiutati con qualche spiccio parlano di questa inchiesta e raccontano di uno Stato di Sussidistan per gli imprenditori che si intascavano soldi senza averne diritto. A proposito: ieri la Guardia di finanza di Treviso ha denunciato 51 imprenditori per aver ricevuto – senza averne diritto – o utilizzato – per finalità non consentite – oltre 1,5 milioni di euro di aiuti statali, sotto forma di prestiti garantiti o contributi a fondo perduto per fronteggiare l’emergenza Covid. Altri 15 imprenditori, responsabili di irregolarità di minore gravità o che hanno ricevuto somme inferiori ai 4mila euro, sono stati segnalati per l’irrogazione di una sanzione amministrativa.

Non ci vuole molto per capire le parti in gioco.

Buon martedì.

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Mattarellati

Può un evento essere una buona soluzione per il Paese e contemporaneamente una cattiva sconfitta della politica Sì, certo, e qui sta tutto lo scollamento tra il Parlamento che esulta per l’elezione di Mattarella e la realtà.

Innanzitutto crea un certo disagio vedere questi capi partito che sono nati rottamatori, scardinatori di scatolette di tonno, rifondatori della nuova destra, spazzatori della vecchia politica e rivoluzionari che si compiacciono per avere lasciato le cose come stanno. Sia chiaro, ben venga Mattarella rispetto alla risibile risma che è stata proposta dal centrodestra, ma che alcuni partiti abbiano incamerato voti per sovvertire il presente e ora scodinzolino per essere stato bravi a mantenere intatto il passato è qualcosa che in termini di consenso gli costerà parecchio.

In una settimana, tra l’altro, il Parlamento è riuscito a utilizzare per una lotta tutta politicista la seconda carica dello Stato (con Casellati che ha utilizzato il proprio ruolo di Presidente del Sentato come trampolino), una responsabile dei Servizi, l’attuale presidente del Consiglio Draghi e il leader storico del centrodestra italiano. Non è una mera questione di avere bruciato nomi, qui si tratta di avere sporcato importanti cariche istituzionali che ora inevitabilmente subiranno il logorio delle sgraziate fanfaronate che si sono consumate. La settimana di locura ha contribuito allo spasmo generale dei media ma ha usurato la credibilità di molti.

Che i partiti abbiano dovuto implorare un ex Presidente che ha ripetuto più volte di non avere intenzione di continuare nel suo ruolo è un fatto che non ha bisogno di troppe interpretazioni. Che i tiepidi e gli inconsistenti rivendano il risultato come un trionfo della diplomazia è il solito trucco dei vaghi che farciscono il niente con la diplomazia.

Quando Napolitano venne rieletto per mediocrità del Parlamento nel suo discorso disse: «Quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità». Siamo ancora a quel punto.

Questa elezione dimostra anche che le coalizioni che si rivendono come salde all’opinione pubblica allo stato attuale non esistono nemmeno: il centrodestra si è spaccato ancora una volta poiché ormai è il cortile dove Salvini e Meloni si contendono la leadership, concentrati in un gioco endemico che non ha nulla da dire di concreto al Paese. Anche il fronte progressista tra Pd e M5s non sembra godere di ottima salute. Volendo andare più a fondo persino i partiti si sono mostrati disuniti. La sensazione è che Draghi vinca (e Mattarella perduri) per inconsistenza generale. E questa non è una buona notizia, per niente.

Fare campagna elettorale anche sull’elezione del presidente della Repubblica rende perfettamente la cifra politica e lo spessore morale di molti attori in campo. Il tema non sono i nomi che sono stati di bassa levatura: è un Parlamento di bassa levatura.

Ma il punto sostanziale è un altro: questa elezione per il Quirinale certifica che questa maggioranza non riesce a trovare una sintesi nemmeno per il presidente della Repubblica. E quindi la domanda vera è: perché stanno insieme? Cosa li tiene insieme?

Buon lunedì.

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Alternanza scuola-lavoro-manganello

Uno Stato che svolge bene il proprio ruolo dopo la morte di Lorenzo Parelli, morto per le lesioni al cranio a 18 anni schiacciato da una trave di 150 chili nell’ultimo giorno del suo stage alla Burimec di Lauzacco (Udine) avrebbe dismesso i panni del contrito paternalismo e avrebbe riconosciuto che no, non è normale che un ragazzo che sta studiando finisca ammazzato. Poi si può discutere dell’alternanza scuola-lavoro, degli stage professionali in periodo scolastico, magari anche discutere dei morti sul lavoro (che fanno schifo anche se le vittime hanno più di 18 anni) e di tutto il resto. Ma che a 18 anni si muoia mentre si studia per imparare un mestiere è un fallimento sciagurato che per prima cosa andrebbe riconosciuto: lo Stato fallisce ogni volta che si dimostra incapace di prendersi cura delle persone sotto la propria tutela, che sia un carcere o uno scuola. Intorno alla morte di Lorenzo Parelli si è aperta una speculazione politica ma non ci si è fermati a riflettere sull’evento. Come al solito anche sulle tragedie il primo pensiero della politica va alla sponda su cui potrebbero rimbalzare, e chi se ne fotte delle vittime.

Lorenzo Parelli, chi era il 18enne morto nel suo ultimo giorno di stage. Il datore di lavoro indagato per omicidio colposo.
Lorenzo Parelli.

Gli studenti inascoltati dallo Stato escono maciullati da due anni di pandemia 

Gli studenti in piazza devono avere pensato che per l’ennesima volta nessuno abbia chiesto a loro cosa ne pensassero. Gli studenti escono maciullati da questi due anni di pandemia: le ricadute dei loro disagi psicologici e affettivi accumulati dalla socialità interrotta non sembrano interessare a nessun piano di ripresa e resilienza, del resto secondo qualcuno i giovani devono forgiarsi con la fatica e la sofferenza e la pandemia, in quest’ottica, è solo utile tirocinio; sono stati additati come i colpevoli della diffusione del virus quando è stato il momento di spostare il fuoco dalle fabbriche, gli uffici e i trasporti e ci si è spremuti sulla narrazione della movida come focolaio nazionale. Nelle pause del contagio, in estate, sono stati accusati di essere nullafacenti perché non hanno accettato di rendersi schiavi per un’economia turistica che puntava su ristori umani per far quadrare i bilanci; sono perfino sbeffeggiati da certa politica che li ha già avvisati di non permettersi mai, una volta adulti, di pretendere lealtà e diritti dello Stato per coprire i propri fallimenti. Sono incastrati in una babele di norme che non riesce a gestire quarantene impraticabili, tamponi introvabili, tracciamenti mai visti; hanno dovuto ascoltare per mesi i sermoni di esperti più o meno presunti che pontificavano dimostrando di non avere alcuna contezza del mondo della scuola che loro vivono quotidianamente; hanno toccato con mano l’ipocrisia di regole in aula che vengono violate ogni volta che si sale su un mezzo pubblico; hanno dovuto imparare presto a conoscere la politica che promette e non realizza.

La sconfitta dello Stato e il dramma dei ragazzi e degli studenti inascoltati
Scontri a Torino tra studenti e polizia (da youtube).

Se l’unica risposta ai ragazzi è il manganello di cittadinanza

Gli studenti sono scesi in piazza perché la piazza è il luogo in cui si manifestano e manifestano le persone che hanno la sensazione di non esistere. Questa volta dallo Stato hanno ricevuto botte al posto dell’indifferenza. Ed è proprio la sproporzione della reazione la sconfitta più cocente. In un Paese che non parla del loro presente, che non riesce a proporre loro delle prospettive il manganello di cittadinanza è l’unica risposta. Pestati da quelle stesse forze dell’ordine che in questi mesi hanno lasciato tranquillamente pascolare squadristi e agitatori mentre indisturbati entravano nella sede principale del più grande sindacato in Italia o mentre incitavano alla violenza fingendo di essere interessati alla pandemia e al vaccino. Peggio di tutto questo c’è solo la mancata difesa del ministro Patrizio Bianchi e il silenzio del governo: non sapere che con questo atteggiamento le proteste cresceranno è stupido e pericoloso. Ma alla fine, vedrete, sarà ancora colpa loro.

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La vergogna infinita dei bambini in carcere, uno scandalo che la politica non riesce a evitare

«Entro il 2015 nessun bambino sarà più detenuto». Era il 2015 e l’allora ministro della giustizia Andrea Orlando nel penitenziario di Rebibbia, di fronte a otto mamme incarcerate con i loro figli aveva promesso «la fine di questa vergogna contro il senso di umanità»: «non possiamo privare un bambino della libertà, è innocente ma allo stesso tempo ha diritto di vedere sua madre. – aveva detto Orlando – Abbiamo tre obiettivi da realizzare prima possibile: il primo è la fine della detenzione per questi piccoli, il secondo è quello di rivedere le modalità con cui avvengono i colloqui tra genitori e figli.

Abbiamo firmato un protocollo d’intesa con l’associazione “Bambini senza sbarre” e con il Garante per l’Infanzia per ridefinire l’accoglienza in carcere». Il 15 luglio del 2015 nei penitenziari italiani c’erano 33 donne che stavano scontando la pena con i loro bambini: 15 accolte negli Icam (gli istituti a custodia attenuata per detenute madri) di Milano, Torino e Venezia e le altre 19 in normali carcere. Sono passati 7 anni e i dati ci dicono che al 31 dicembre scorso nel sistema penitenziario italiano si trovavano 18 bambini reclusi. Un anno fa erano 29 e, al 31 dicembre del 2018, 52. La “vergogna” è rimasta tale, le promesse pure. La legge in vigore è la 62 del 2011 e prevede misure alternative al carcere per le madri con figli fino ai sei anni di età, gli ICAM e le case famiglia protette. Nonostante le premesse e i principi che hanno ispirato la legge, la carcerazione non è stata eliminata: l’accesso alle case famiglia protette è molto limitato perché gli oneri di spesa finora non sono stati a carico dello Stato .

Un esempio? Nel secondo rapporto semestrale dell’Ausl di Bologna (dal titolo “Carcere Bologna: il disastro permanente”) Vito Totire nell’agosto 2020 scriveva: «Irrisolto il problema dello spazio per una persona detenuta con bambino; irrisolto nel senso che, dopo tanti anni, ancora non paiono esecutive le norme che vietano la detenzione in carcere di bambini piccoli che devono invece essere ospitati, con le loro mamme, negli ICAM e/o comunque in una struttura alternativa al carcere e diversa a seconda della posizione giuridica della madre; di recente, ancora una volta, la Dozza ha ospitato una bambina di 4 anni, sia pure per pochi giorni! Comunque, fino a quando esiste lo spazio per donna con bambino, lo spazio “rischierà” di essere occupato a discapito della strutture alternative extracarcerarie». Pochi mesi dopo la direzione del penitenziario annuncia che al reparto femminile del carcere sarà inaugurato un nido per ospitare di volta in volta fino a due donne con i loro figli. Il garante regionale Marcello Marighelli ricorda che il nido in carcere è una misura che risale al 1975. No, non si tratta di una soluzione: i bambini devono uscire dal carcere.

La differenza l’ha sintetizzata perfettamente il deputato Paolo Siani (PD): «Ho visitato personalmente l’Icam di Avellino e una casa famiglia protetta di Roma. Sono due mondi completamente diversi: il primo è un carcere, il secondo è il luogo adatto a far crescere un bambino quando rimane con la madre detenuta», commenta. Per questo il deputato aveva depositato a dicembre del 2019 la proposta di legge 2298 per superare i “profili problematici” della legge 62/2011, la norma che dieci anni fa ha istituito gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) per “impedire che bambini varchino la soglia del carcere”. Inizialmente sembrava che ci fosse una larga convergenza ma poi tutto si è arenato in Commissione giustizia. La proposta di legge Siani prevede l’obbligo per lo Stato a finanziare le case famiglia protette per detenute madri e l’obbligo per il ministero delle Giustizia di stipulare convenzioni con gli enti locali per individuare le strutture idonee ad accogliere le mamme detenute con i loro bambini.

Il testo della proposta di legge prevede anche alcune modifiche al codice di procedura penale finalizzate a rendere la custodia cautelare delle detenute madri all’interno degli Icam solo nel caso in cui sussistano “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. La proposta, se venisse approvata, eviterebbe che per le madri si aprano le porte del carcere ma individuerebbe nelle case famiglia protette la soluzione ordinaria, relegando gli Icam come estrema soluzione.
A dicembre del 2020 con un emendamento alla legge di bilancio era stato previsto un fondo con una dotazione di 1,5 milioni di euro all’anno per il triennio 2021-2024 (4,5 milioni in tutto) per creare un numero di posti sufficiente per accogliere le madri in carcere con bambini.

Si attendeva il decreto attuativo e la ripartizione dell’importo tra le regioni. È arrivato solo 10 mesi dopo (a settembre del 2021) e a oggi le uniche case famiglia protette attualmente attive sono solo a Roma e Milano. Una cosa è certa: in Italia finiscono in carcere bambini che sono innocentissimi perché la politica fatica a trovare una soluzione. C’è una categoria di persone che è condannata a scontare in carcere pene mai commesse, inconsapevoli del destino che gli è stato rilevato.

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Fonte

Nebbia sull’irto Colle

Se i partiti vivono l’elezione del presidente della Repubblica come occasione di accrescimento del prestigio personale dei proponenti e non come momento di responsabilità per eleggere un garante della Repubblica, è inevitabile che lo spettacolo sia quello che è. L’elemento straordinariamente prevedibile è che ancora una volta tutti riescono meravigliosamente ad apparire perdenti, confusi, egoisti e non all’altezza. Come è sempre accaduto in questi ultimi anni.

Così negli ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di nomi che non vengono discussi per il Presidente che potrebbero essere, ma che vengono marchiati dal proponendo, dimostrando ancora una volta che l’arco parlamentare non riesce ad elevarsi nemmeno di fronte al più alto atto repubblicano, ovvero la convergenza sul più alto rappresentante. Prevedibile anche questo: sono gli stessi partiti che hanno dimostrato ben poco senso di responsabilità e di unità di fronte a una pandemia.

Di fondo c’è che i partiti, ma soprattutto le coalizioni, sono messe maluccio. Nel centrodestra Salvini è sempre di più il disturbatore che si affanna per apparire nelle inquadrature. Sono giorni che ci dice di avere un nome di alto profilo e poi ci rifila il brodino di indigeribile berlusconiano. Del resto il leader leghista usa anche il Quirinale semplicemente per duellare con Giorgia Meloni, vivendo qualsiasi epoca politica come occasione di show. Il centrodestra non esiste ed è sempre uguale a se stesso: solo l’auto candidatura di Berlusconi è riuscita a tenere a cuccia la coalizione. Siamo sempre lì, sono ancora lì.

Resta da capire come Pd e M5s possano pensare di costruire un fronte progressista se non riescono a trovare un punto comune nel giudizio delle personalità in campo. Non si tratta solo della tiepidezza delle proposte (proporre un Mattarella bis e Draghi come ripiego è la solita scelta non-scelta di sponda di chi non sa decidersi per decidere), le trattative per il Quirinale hanno mostrato la fragilità (per usare un eufemismo) dell’accordo tra un partito, il Pd, con un gruppo parlamentare più fedele a un fuoriuscito che al suo segretario e con il M5s che è evidentemente attraversato da correnti. Anche nel loro caso guardandoli da fuori non fanno una gran figura.

Così si cerca affannosamente un nome autorevole estraneo alla politica senza rendersi conto che il ruolo del Presidente sia invece politicissimo, ma politico nel senso alto del termine, di quella consapevolezza e avvedutezza che sarebbe richiesta. Avere un presidente del Consiglio e un presidente della Repubblica che hanno come principale caratteristica quella di essere non politici non è una buona notizia. Si sperava che avessimo imparato la lezione, e invece no.

In un’elezione rivolta più ai sondaggi e al branding che all’individuazione di una figura all’altezza è inevitabile che possa accadere di tutto, perfino che si trovi un accordo all’ultimo momento. Del resto inseguire il sentimento dell’indignazione porta i leader di partito a cedere alla velocità come elemento fondamentale dell’elezione del Presidente. C’è un’emergenza, scrivono qui fuori, e quelli dimenticano che la politica è trattativa (leale e alta, possibilmente) e che Sandro Pertini fu eletto dopo 16 scrutini con il Paese nel buio dell’uccisione di Aldo Moro avvenuto un paio di mesi prima. Non è la quantità del tempo ma è la qualità del tempo a essere sconsolante.

Fumo molto, sostanza poca.

Buon venerdì.

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Mentre si celebra la giornata della Memoria, in Libia i migranti muoiono nell’indifferenza generale

Le pietre di inciampo che continuiamo a calpestare senza rendercene conto sono in fondo al mare, sono congelati su barchini di fortuna e ai bordi dell’Europa. Celebrare la giornata della memoria senza rendersi conto che i campi di concentramento oggi sono in Libia, profumatamente pagati dal governo italiano, è la macchia sulle celebrazioni di questa giornata della Memoria.

Commemorare fingendo di non vedere che le donne vengano sistematicamente stuprate dalle milizie libiche, fingendo di non sapere che gli uomini vengono torturati per estorcere denaro fino ad essere uccisi, fingendo di dimenticare che in mezzo al nostro mare ciclicamente naufragano vite umane di cui veniamo a sapere solo se hanno la fortuna di galleggiare da morti, è l’ipocrisia più feroce che si possa applicare a una memoria giusta.

Mentre oggi ci fingiamo contriti i carcerieri della cosiddetta Guardia costiera libica continuano a ricevere i nostri bonifici, le nostre navi e i nostri addestramenti per temperare la crudeltà con cui raccattano di disperati per terra e per mare. La Libia in questo momento è un enorme campo di concentramento di persone che vengono spogliate dei loro diritti semplicemente per la loro provenienza geografica: che differenza c’è con il razzismo di chi riteneva alcuni indegni di appartenere all razza umana?

In Libia continuano i rastrellamenti illegali per incarcerare in prigioni di Stato uomini, donne e bambini che non hanno commesso nessun reato se non quello di essere nati nel posto sbagliato del mondo. Le vedete le assonanze? In Libia i morituri non arrivano e non partono per ferrovia ma il nostro binario 21 è largo come tutto il Mar Mediterraneo. 

Celebriamo la Giornata della Memoria mentre 439 persone stanno al freddo in mezzo alle onde sulla nave Geo Barents, lasciati alla mercé dopo quattro richieste di un porto sicuro. Abbiamo trasformato alcune persone in rifiuti, rifiutati come se fosse infetti di una razza europea da preservare pura. Allo stesso modo della Shoah (e ripetiamo “mai più”) immaginiamo un mondo in cui i bisogni e i dolori degli altri vengono valutati in base alla loro provenienza. Non usiamo la parola “razza” solo per un minimo di decenza ma il meccanismo è identico.

Ci vuole coraggio a celebrare la Giornata della Memoria con tutti questi brandelli di orrore che sono qui in giro, vivissimi e morenti. 

Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi il camino, addirittura, sono riusciti a farlo sotto il mare. O a casa loro. Buona giornata della memoria. E buona memoria applicata, se ci riesce.

L’articolo originale scritto per TPI è qui