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La pandemia burocratica. Seconda puntata

Ermes abita a Bologna e di lavoro fa l’operatore socio sanitario, una di quelle funzioni importantissime in questi quasi due anni di pandemia. Per questo è stato tra i primi a ricevere il vaccino, l’importanza del suo ruolo lo inserisce tra i prioritari. Eravamo a gennaio del 2021.

Lo scorso 5 dicembre Ermes si sottopone alla terza dose. Si presenta all’hub vaccinale, mostra la sua tessera sanitaria, controllano la prenotazione, fa il colloquio con i medici, si sottopone alla vaccinazione, ritira la sua tessera, aspetta i 15 minuti e poi se ne torna a casa. Accade qualcosa: a differenza delle due volte precedenti non gli viene rilasciato nessun documento dell’avvenuta vaccinazione. Niente.

Non ci sarebbe stato nulla di strano se non fosse che dal 5 dicembre a oggi (siamo al 19 gennaio) Ermes non riceve nessun green pass. Nel frattempo, com’era prevedibile, il suo green pass è scaduto. Chiede al medico di famiglia, quello controlla, ritrova tutte le vaccinazioni fin da quando era bambino nel fascicolo sanitario ma non c’è traccia della terza dose.

Ermes torna all’hub vaccinale, chiede chiarimenti. Lì gli spiegano che ormai tutta la loro documentazione è stata spedita, non hanno più niente, gli lasciano però un link per presentare ricorso. Siamo al 21 dicembre, la risposta al ricorso arriva 10 giorni dopo: gli chiedono di esibire il certificato vaccinale. Ermes aveva presentato ricorso proprio per la mancanza di certificato, chiederglielo non sembra un’idea così brillante. Ermes afferma di avere come unica documentazione l’avvenuta prenotazione. Dall’altra parte silenzio. Solo silenzio.

Ermes e la moglie si rivolgono alla Regione Emilia-Romagna. Quelli gli chiedono tutti i documenti, compresa la corrispondenza con l’azienda sanitaria. Anche la Regione chiede il certificato vaccinale. Ermes di nuovo è costretto a spiegare che è proprio quello il problema. Attende. La Regione dice di avere attivato l’assessorato. Passano i giorni e non se ne sa niente.

Ermes ricontatta la Regione che si dichiara contrariata per il silenzio dell’assessorato. «Vi richiamiamo nel pomeriggio», dicono. Non ha richiamato nessuno. Ermes ha più di 50 anni quindi sarebbe passibile di sanzioni perché si è sottoposto a una vaccinazione che non risulta da nessuna parte e anche sul lavoro evidentemente ha dei problemi.

La pandemia sanitaria non ha responsabili facili ma la pandemia burocratica ha responsabili con nome e cognome.

Buon mercoledì.

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Ecco perché non c’è nulla da esultare per l’elezione di Roberta Metsola come presidente del Parlamento Europeo

Poiché l’europeismo dalle nostre parti è un feticcio da sventolare, un soprammobile da inquadrare per la campagna elettorale e una medaglietta per apparire competente, quasi tutti oggi si sono buttati a pesce sulla nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, l’avvocata maltese che succede con David Sassoli (che non ha mancato di citare nel suo discorso di insediamento) ma che con Sassoli non c’entra nulla per posizioni politiche, per sensibilità sui diritti e per storia. Metsola fa politica da sempre, prima a Malta con il Partito nazionalista maltese poi in Europa con il Ppe, e guiderà il Parlamento europeo fino al 2024, come da accordo di ‘staffetta’ tra Popolari e Socialisti nel 2019 per l’elezione di David Sassoli.

Come hanno giustamente sottolineato in un loro appello i Radicali italiani (e gli attivisti di “Liberi di abortire”) “per le sue posizioni espresse più volte pubblicamente, anche in sedi istituzionali, Metsola può essere considerata una autorevole esponente politica incondizionatamente sostenitrice delle posizioni conservatrici e anti-abortiste” e sarebbe stato utile riflettere “se sia opportuno e ragionevole affidare la Presidenza del Parlamento europeo a chi si è dimostrato in forte contraddizione con molte posizioni di numerosi Stati dell’Unione e del Parlamento europeo che si è espresso, anche di recente, censurando provvedimenti nazionali repressivi in materia di autodeterminazione della persona sulle scelte riproduttive”.

Come rappresentate politica europea Metsola ha votato in forte contraddizione con molte posizioni del Parlamento europeo a salvaguardia del diritto fondamentale alla salute, informazione, prevenzione, cura e alla libertà di scelta, come nel caso della risoluzione Matic approvata lo scorso giugno. Nel 2015, in occasione di un report sull’uguaglianza di genere che includeva il “pronto accesso all’aborto” insieme agli altri deputati maltesi David Casa e Therese Comodini Cachia rivendicò la sua posizione contraria. Malta del resto è l’unico Paese europeo in cui l’aborto è vietato totalmente, obbligando ogni anno quasi 500 donne, un numero rilevante per uno stato di circa 500.000 abitanti, a viaggiare all’estero, fra Regno Unito, Italia ed Olanda, per sottoporsi a un intervento di aborto chirurgico. Nell’isola una donna che decide di abortire rischia fino a 3 anni di carcere, 4 sono gli anni previsti per i medici. Stiamo parlando del resto di uno Stato non laico (per Costituzione la religione cattolica è religione di Stato) che solo nel 2011 ha sancito il diritto al divorzio.

Roberta Metsola è stata eletta poi da un ampio fronte che passa da Salvini e Meloni fino a Paesi dell’Est Europa come Polonia e Ungheria. Davvero sarà possibile immaginare passi avanti sullo Stato di diritto, sui diritti delle donne, sulle libertà o sui cambiamenti climatici con l’appoggio di governi che fieramente percorrono la strada opposta

La nuova Presidente assicura che “rispetterà le decisioni del Parlamento” (e ci mancherebbe) ma se è vero come sosteneva la giudice statunitense Ruth Bader Ginsburg che “le leggi sull’aborto definiscono l’identità di una nazione” viene da chiedersi quanto c’entri la visione di Metsola con la visione della maggioranza dei Paesi europei.

Vedo in giro molti presunti “progressisti” esultare per l’elezione di “una donna” alla Presidenza del Parlamento europeo. Consiglio con calma di approfondire l’argomento.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Ecco perché non c’è nulla da esultare per l’elezione di Roberta Metsola come presidente del Parlamento Europeo

Poiché l’europeismo dalle nostre parti è un feticcio da sventolare, un soprammobile da inquadrare per la campagna elettorale e una medaglietta per apparire competente, quasi tutti oggi si sono buttati a pesce sulla nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, l’avvocata maltese che succede con David Sassoli (che non ha mancato di citare nel suo discorso di insediamento) ma che con Sassoli non c’entra nulla per posizioni politiche, per sensibilità sui diritti e per storia. Metsola fa politica da sempre, prima a Malta con il Partito nazionalista maltese poi in Europa con il Ppe, e guiderà il Parlamento europeo fino al 2024, come da accordo di ‘staffetta’ tra Popolari e Socialisti nel 2019 per l’elezione di David Sassoli.

Come hanno giustamente sottolineato in un loro appello i Radicali italiani (e gli attivisti di “Liberi di abortire”) “per le sue posizioni espresse più volte pubblicamente, anche in sedi istituzionali, Metsola può essere considerata una autorevole esponente politica incondizionatamente sostenitrice delle posizioni conservatrici e anti-abortiste” e sarebbe stato utile riflettere “se sia opportuno e ragionevole affidare la Presidenza del Parlamento europeo a chi si è dimostrato in forte contraddizione con molte posizioni di numerosi Stati dell’Unione e del Parlamento europeo che si è espresso, anche di recente, censurando provvedimenti nazionali repressivi in materia di autodeterminazione della persona sulle scelte riproduttive”.

Come rappresentate politica europea Metsola ha votato in forte contraddizione con molte posizioni del Parlamento europeo a salvaguardia del diritto fondamentale alla salute, informazione, prevenzione, cura e alla libertà di scelta, come nel caso della risoluzione Matic approvata lo scorso giugno. Nel 2015, in occasione di un report sull’uguaglianza di genere che includeva il “pronto accesso all’aborto” insieme agli altri deputati maltesi David Casa e Therese Comodini Cachia rivendicò la sua posizione contraria. Malta del resto è l’unico Paese europeo in cui l’aborto è vietato totalmente, obbligando ogni anno quasi 500 donne, un numero rilevante per uno stato di circa 500.000 abitanti, a viaggiare all’estero, fra Regno Unito, Italia ed Olanda, per sottoporsi a un intervento di aborto chirurgico. Nell’isola una donna che decide di abortire rischia fino a 3 anni di carcere, 4 sono gli anni previsti per i medici. Stiamo parlando del resto di uno Stato non laico (per Costituzione la religione cattolica è religione di Stato) che solo nel 2011 ha sancito il diritto al divorzio.

Roberta Metsola è stata eletta poi da un ampio fronte che passa da Salvini e Meloni fino a Paesi dell’Est Europa come Polonia e Ungheria. Davvero sarà possibile immaginare passi avanti sullo Stato di diritto, sui diritti delle donne, sulle libertà o sui cambiamenti climatici con l’appoggio di governi che fieramente percorrono la strada opposta?

La nuova Presidente assicura che “rispetterà le decisioni del Parlamento” (e ci mancherebbe) ma se è vero come sosteneva la giudice statunitense Ruth Bader Ginsburg che “le leggi sull’aborto definiscono l’identità di una nazione” viene da chiedersi quanto c’entri la visione di Metsola con la visione della maggioranza dei Paesi europei.

Vedo in giro molti presunti “progressisti” esultare per l’elezione di “una donna” alla Presidenza del Parlamento europeo. Consiglio con calma di approfondire l’argomento.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il Covid premia i ricchi: oltre 5 miliardi in più mentre i poveri muoiono senza cure…

«Già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale»: sono le parole con cui Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International, è intervenuta in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale.

I dati emergono dal nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze dal titolo “La pandemia della disuguaglianza” da cui si scopre che dall’inizio dell’emergenza Covid ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021. Il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale. Forse oltre all’impatto della pandemia sanitaria bisognerebbe guardare a quei 4 secondi che servono perché muoia una persona nel mondo per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza.

«Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario», ha aggiunto Bucher. Mentre il monopolio dei vaccini (detenuto da Pfizer, BioNTech e Moderna) realizza utili per 1.000 dollari al secondo (e ha creato 5 nuovi miliardari) i Paesi a basso reddito hanno ottenuto meno dell’1% di tutta la produzione, con percentuali di mortalità che è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi e con una media del 4,81% di popolazione vaccinata. «La disuguaglianza non è una fatalità ma il risultato di precise scelte politiche. – ha spiegato Gabriela Bucher – Non solo i nostri sistemi economici ci hanno reso meno sicuri di fronte a questa pandemia, ma consentono a chi è estremamente ricco di beneficiare della crisi». In Italia le cose non vanno meglio: nel primo anno di convivenza con il virus è cresciuta la concentrazione della ricchezza e così l’1% della popolazione supera oggi di oltre 50 volte la ricchezza del 20% degli italiani più poveri.

I 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte). Secondo Oxfam «il contrasto alle disuguaglianze e in particolare la portata redistributiva di alcuni interventi strutturali messi in campo nel 2021 dal Governo Draghi sconta le difficili convergenze di una maggioranza disomogenea e la prevalenza di pulsioni conservatrici».

Per questo l’organizzazione chiede al governo italiano un ammodernamento dei sistemi di protezione dei redditi; di ridare potere al lavoro con interventi pre-distributivi che limitino la svalutazione del fattore lavoro e escludano il ricorso a forme contrattuali atipiche e poco remunerate anche attraverso l’innalzamento dei salari minimi; di rivedere i criteri di accesso al reddito di cittadinanza per non penalizzare le famiglie numerose e con minori e per ridurre l’aliquota minima effettiva per i beneficiari della misura che inizino un’attività lavorativa. Secondo Oxfam “le scelte in materia di riforma del sistema fiscale” appaiono “discutibili” e «l’intervento effettuato sul reddito di cittadinanza nella legge di bilancio è fortemente deludente».

L’articolo Il Covid premia i ricchi: oltre 5 miliardi in più mentre i poveri muoiono senza cure… proviene da Il Riformista.

Fonte

Sì, è un reato

Eric Zemmour è il presunto giornalista, che sarebbe più corretto definire banalmente “polemista”, che in Francia si è candidato per l’estrema destra, creando non pochi grattacapi a Marine Le Pen che vede a rischio i suoi voti più estremisti. È uno di quelli che si definisce né di destra né di sinistra (sono quasi tutti di destra quelli che dicono così) e che finge di essere un uomo che arriva dal popolo nonostante alle sue spalle ci sia il miliardario Vincent Bolloré con la sua rete televisiva CNews.

Zemmour usa la solita strategia: sovranismo spinto, nazionalismo che sfocia nella xenofobia, difesa dei confini e la rivendicazione di una “purezza” francese che andrebbe preservata. Non male tra l’altro per un giornalista di origine ebraico-berbero algerina.

Dopo un primo exploit nei sondaggi Zemmour ora sta precipitosamente calando e per provare a recuperare qualche voto non può fare altro che solleticare gli istinti più bassi dei suoi potenziali elettori. Durante una trasmissione televisiva aveva bollato i profughi minori non accompagnati come «ladri», «assassini» e «stupratori». Lo so, sono scene che qui vediamo spesso. Solo che in Francia la legge conta qualcosa e quindi Zemmour è stato condannato a una multa di 10mila euro per istigazione all’odio razziale.

«Non hanno niente da fare qui, sono ladri, sono assassini, sono stupratori, ecco cosa sono; bisogna rimandarli indietro e fare in modo che non vengano», aveva detto Zemmour, che è stato citato in giudizio da una trentina di associazioni che si occupano di diritti civili e di immigrazione. Anche il direttore della rete televisiva CNews, giudicato assieme a Zemmour, dovrà pagare 5mila euro di multa. CNews è un’emittente di estrema destra che spesso è definita la “Fox News” francese.

Zemmour, tanto per fare capire lo spessore del candidato, qualche giorno fa ha proposto di separare gli alunni disabili dagli altri e di creare delle classi solo per loro. Sono parole, modi e espressione che la Storia ci avrebbe dovuto insegnare a riconoscere ma evidentemente in Europa (e qui da noi) funzionano ancora. Poi, per fortuna, c’è la legge.

Qualcuno (come l’avvocato del candidato francese) insiste nel definire queste affermazioni “libertà di espressione” e invece, anche se non se ne convincono, è un reato. A proposito: Zemmour sta anche crollando nei sondaggi. Perché la rabbia, l’odio e il razzismo difficilmente riescono a proporre progetti. Gli idoli dei razzisti rimangono nella storia per le loro rovinose cadute.

Buon martedì.

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Renzi dice che Italia Viva ora “vale il 13%”. Ma in realtà ha preso 3mila voti a Roma1 con l’11% di affluenza

Il senso del ridicolo è una virtù che in politica si è persa da tempo. Quando con l’avvento del berlusconismo ci si è convinti che le regole dello spettacolo e del marketing potessero essere applicate alla politica senza rimorsi, un fiume di esponenti politici ha iniziato a concentrarsi sugli slogan senza contenuto ma con un buon effetto a breve termine, sono iniziate le distorsioni della realtà per applicarle alle proprie convinzioni e senza remore e si è sdoganato il tifo cieco come credibile forma di sostegno per il prossimo partito.

Ai servitori del resto è richiesta da sempre la cessione della propria credibilità, oltre al servizio permanente delle proprie azioni. Solo così si può leggere la farneticante gioia che sgorga oggi da alcuni deputati di Italia Viva e da molti loro sostenitori per i risultati delle elezioni suppletive di Roma: «Italia Viva al 13%», twitta festante ad esempio Luciano Nobili, che non riesce a trattenere una dedica a Giuseppe Conte allegandoci un video in cui l’ex Presidente del Consiglio faceva notare ai giornalisti  l’irrilevanza del partito di Renzi. Ma non è solo Nobili a festeggiare per il presunto 13% a Roma, da Rosato in giù molti deputati e amministratori si sono uniti al giubilo. Ovviamente a ruota è arrivata la bestiolina di Renzi (con account reali e presunti come al solito perfettamente coordinati) che sui social si premurano di soffiare sull’algoritmo.

Il candidato di Italia Viva Valerio Casini ha collezionato 2.698 preferenze raggiungendo il 12,93% in una tornata elettorale che ha visto votare l’11,3% degli aventi diritto. 3.000 voti su 185.000 aventi diritto sono, per Renzi e compagnia cantante, la prova che smentirebbe i sondaggi nazionali.

Ma non è tutto: il candidato di Italia Viva era appoggiato anche da Azione di Calenda e a strascico da +Europa che con Calenda si è federata pochi giorni fa. Ma non è finita qui: alle elezioni non ha partecipato il Movimento 5 Stelle. Per capirsi, il 2% degli elettori ha votato Lorenzo Vanni (del partito “IL N-“UOVO” MONDO UNO PER TUTTI TUTTI PER NOI LORENZO VANNI”) che difficilmente ha una qualsiasi rilevanza a livello nazionale. 

Il Partito Democratico con la sua candidata Cecilia D’Elia (risultata elette) ha collezionato quasi il 60% con 12.401 voti. Ora immaginatevi Letta che stamattina twitti fiero di guidare il partito con la maggioranza assoluta nel Paese. Verrebbe preso per pazzo oppure, appunto, per un patetico leader senza senso del ridicolo. Immaginate alla stessa stregua se possa essere possibile ipotizzare che Lega, Forza Italia e Fratelli’Italia possano veramente valere solo il 22,42%.

La perdita del senso del ridicolo però può fare sorridere in prima battuta ma è l’espressione più potente della menzogna usata come propaganda. Continua a essere un’offesa per la serietà in politica (quella di cui Renzi vorrebbe essere portabandiera) e continua a essere un’offesa perfino per i propri elettori che vengono utilizzati semplicemente com clienti a cui rifilare il pacco. Come il peggiore dei marketing. In attesa che nella prossima cena di famiglia su 4 presenti qualcuno si dichiari renziano e Nobili possa esultare di nuovo urlando al 25%.

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Renzi dice che Italia Viva ora “vale il 13%”. Ma in realtà ha preso 3mila voti a Roma1 con l’11% di affluenza

Il senso del ridicolo è una virtù che in politica si è persa da tempo. Quando con l’avvento del berlusconismo ci si è convinti che le regole dello spettacolo e del marketing potessero essere applicate alla politica senza rimorsi, un fiume di esponenti politici ha iniziato a concentrarsi sugli slogan senza contenuto ma con un buon effetto a breve termine, sono iniziate le distorsioni della realtà per applicarle alle proprie convinzioni e senza remore e si è sdoganato il tifo cieco come credibile forma di sostegno per il prossimo partito.

Ai servitori del resto è richiesta da sempre la cessione della propria credibilità, oltre al servizio permanente delle proprie azioni. Solo così si può leggere la farneticante gioia che sgorga oggi da alcuni deputati di Italia Viva e da molti loro sostenitori per i risultati delle elezioni suppletive di Roma: «Italia Viva al 13%», twitta festante ad esempio Luciano Nobili, che non riesce a trattenere una dedica a Giuseppe Conte allegandoci un video in cui l’ex Presidente del Consiglio faceva notare ai giornalisti  l’irrilevanza del partito di Renzi. Ma non è solo Nobili a festeggiare per il presunto 13% a Roma, da Rosato in giù molti deputati e amministratori si sono uniti al giubilo. Ovviamente a ruota è arrivata la bestiolina di Renzi (con account reali e presunti come al solito perfettamente coordinati) che sui social si premurano di soffiare sull’algoritmo.

Il candidato di Italia Viva Valerio Casini ha collezionato 2.698 preferenze raggiungendo il 12,93% in una tornata elettorale che ha visto votare l’11,3% degli aventi diritto. 3.000 voti su 185.000 aventi diritto sono, per Renzi e compagnia cantante, la prova che smentirebbe i sondaggi nazionali.

Ma non è tutto: il candidato di Italia Viva era appoggiato anche da Azione di Calenda e a strascico da +Europa che con Calenda si è federata pochi giorni fa. Ma non è finita qui: alle elezioni non ha partecipato il Movimento 5 Stelle. Per capirsi, il 2% degli elettori ha votato Lorenzo Vanni (del partito “IL N-“UOVO” MONDO UNO PER TUTTI TUTTI PER NOI LORENZO VANNI”) che difficilmente ha una qualsiasi rilevanza a livello nazionale. 

Il Partito Democratico con la sua candidata Cecilia D’Elia (risultata elette) ha collezionato quasi il 60% con 12.401 voti. Ora immaginatevi Letta che stamattina twitti fiero di guidare il partito con la maggioranza assoluta nel Paese. Verrebbe preso per pazzo oppure, appunto, per un patetico leader senza senso del ridicolo. Immaginate alla stessa stregua se possa essere possibile ipotizzare che Lega, Forza Italia e Fratelli’Italia possano veramente valere solo il 22,42%.

La perdita del senso del ridicolo però può fare sorridere in prima battuta ma è l’espressione più potente della menzogna usata come propaganda. Continua a essere un’offesa per la serietà in politica (quella di cui Renzi vorrebbe essere portabandiera) e continua a essere un’offesa perfino per i propri elettori che vengono utilizzati semplicemente com clienti a cui rifilare il pacco. Come il peggiore dei marketing. In attesa che nella prossima cena di famiglia su 4 presenti qualcuno si dichiari renziano e Nobili possa esultare di nuovo urlando al 25%.

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L’epidemia burocratica (tratto da una storia vera)

Mentre fuori infuriava la narrazione dell’ondata Omicron che là fuori è descritta come semplice raffreddore ho preso per la terza volta negli ultimi 2 anni il Covid. Avevo in corpo 2 vaccinazioni, con terza dose booster già prenotata, e avevo già contratto la malattia. Come accade a tutti si raccolgono le informazioni dai media che ci sono intorno e ho avuto la sensazione che questa nuova variante l’avremmo presa tutti, superandola con “qualche starnuto e un po’ di tosse” come ripetono sognanti il fior fiore delle star televisive di quest’epoca.

Ho fatto due tamponi mentre il mio Commissario straordinario generale Figliuolo diceva che un po’ di coda ci avrebbe fatto bene e ci invitava a non drammatizzare quelli che secondo lui sono solo “piccoli disagi”. La somma delle ore di coda per effettuare i due tamponi (un primo negativo e uno positivo pochi giorni dopo) si attesta sulle 10 ore. Non male per i saldi. Ovviamente in coda con febbre alta, stanchezza e problemi di ipertensione e cardiaci. Forte, ‘sto raffreddore, mi sono detto.

Quando la situazione si è aggravata l’unica soluzione era “andare al Pronto Soccorso” (non mi pareva una grande idea) oppure “chiamare un’ambulanza”. Queste sono le istruzioni che ho ricevuto. Ho pensato che probabilmente qualcuno fosse in una situazione peggiore della mia, così ho potuto provare il brivido dell’auto-vigilanza: incrociare le dita e sperare che tutto andasse bene.

Lo scorso giovedì alle 13.07 ho effettuato il tampone che ha sancito la fine della malattia. Meglio: io pensavo che fosse finita la malattia e invece un certificato di guarigione mi è arrivato 2 giorni dopo. Ma non è quello che conta, con il certificato non ne faccio nulla: il tampone negativo mi ha concesso un Green Pass valido 72 ore. Le 72 ore sono scadute ieri alle 13.07. Solo che questo fine settimana avrei potuto lavorare partecipando a una trasmissione televisiva ma non avrei avuto modo di prendere un treno, di prenotare un hotel, di entrare in uno studio televisivo. Ieri ho fatto una gita in famiglia ma senza copertura di Green Pass quindi non potendo entrare ovviamente in nessun locale, mangiando all’aperto e altre cose così, quelle che i No Green Pass riprendono in diretta sui loro social per essere rivoluzionari e che invece io trovo una grande rottura di coglioni.

Dalla guarigione dello scorso giovedì io non posso lavorare e ascolto presunti grandi esperti che mi dicono che il problema per l’economia sono le persone che si ammalano, che non hanno sintomi e fanno finta di stare male, che per divertimento vogliono farsi un tampone e che si inventano scuse per stare a casa.

Alla fine ci diventi, Djokovic, anche se hai voglia di essere in regola. La pandemia burocratica però a differenza della pandemia sanitaria ha delle chiare responsabilità.

Buon lunedì.

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Schermo Colle

Una volta qui era tutto reality. Non passava giorno che il format del Grande Fratello venisse applicato come metafora a un accadimento di cronaca, di sport, di politica e di cultura. Per anni il “reality” è stata l’etichetta compulsivamente utilizzata dagli editorialisti, che avevano mollato le similitudini calcistiche per vedere concorrenti dappertutto. Per questo fa strano che non ci si renda conto come il reality abbia raggiunto la vetta inimmaginabile della presidenza della Repubblica: due concorrenti in gara che si sono auto-candidati e che, ovviamente, si ritengono i favoriti studiano ogni giorno le mosse per solleticare la stampa, il pubblico a casa e per ingrossare le fila al prossimo televoto.

Una protesta contro la candidatura di Silvio Berluscono al Colle (foto TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Berlusconi e la bugia come arma politica

Comunque vada a finire, possiamo già affermare di non avere mai assistito a uno svilimento tale della corsa al Quirinale, diventata un concorso di conformità in cui è scomparsa la politica. Così da settimane stiamo permettendo a Silvio Berlusconi di pascolare nel suo dorato narcisismo utilizzando il ruolo più autorevole della nostra Repubblica come souvenir sfizioso da accalappiare come ultima soddisfazione. Intorno a lui scompare la politica e irrompe il pubblico: nella solita disintermediazione berlusconiana, la corsa alla presidenza si trasforma in una luccicante campagna elettorale giocata direttamente sui cittadini, come se gli organi politici fossero solo un inutile orpello da scavalcare con la dirompente forza del “pubblico a casa”. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e la schiera di giannizzeri che si prestano alla campagna promozionale con la solita arma: la bugia. Solo che Berlusconi sa benissimo che una bugia ripetuta di grancassa per un milione di volte lentamente corrode la realtà e così ci ritroviamo sommersi ogni giorno da questo immorale processo di normalizzazione che vorrebbe rendere potabile la cicuta. Vi ricordate qualche anno fa come ci sbellicavamo dalle risate per l’elezione di Donald Trump a presidente degli Usa Rileggete quegli scherni, cambiate solo il soggetto e potreste copiarli pari pari negli editoriali odierni. Solo che qui da noi lo smussamento di Berlusconi altro non è che il tentativo patetico di mondare gli anni che abbiamo vissuto.

Mario Draghi (foto di Thomas Lohnes/Getty Images)

L’autocandidatura di Draghi, una stortura istituzionale

Dall’altra parte Mario Draghi è riuscito a rivendere una promessa come un contratto inviolabile. C’è nell’auto-candidatura al Colle dell’attuale premier (che al contrario di Berlusconi utilizza il riserbo per fingere di non dire l’indicibile) un’evidente stortura istituzionale (ma in fondo Draghi piace proprio per questo, per la morbidezza con cui riesce a soggiogare il processo democratico) ma anche la tecnica pubblicitaria di inquinare il dubbio che sia inevitabilmente naturale che debba finire così. Se qualcuno avesse l’impudicizia o la stupidità di dire apertamente che la presidenza del Consiglio di Draghi era per contratto lo stage per finire al Quirinale verrebbe preso per pazzo. Quindi non si dice ma si lascia intuire. Così la parabola politica dell’ex presidente della Bce diventa un appassionante romanzo rosa, al capitolo in cui si intravede un possibile tradimento e ci si aspetta di sentire il tonfo di una porta sbattuta con gli strepiti dell’addio.

Sergio Mattarella (Getty Images).

Quel desiderio di una reunion a sorpresa con Mattarella

Come in ogni reality che si rispetti ci sono anche le comparse indispensabili a tenere in piedi la sceneggiatura: c’è il personaggio “una donna” trasformato in triste maschera di commedia dell’arte, c’è “il piano degli inquilini all’interno della casa” per infilarci qualche candidatura disperata, ci sono i votanti da esplorare per provare a carpirne le intenzioni, ci sono le candidature di bandiera per suscitare la nostalgia dei tempi andati (che Silvio però utilizza con maestria irraggiungibile) e ci sono i maneggioni che si piombano a Roma attenti a farsi fotografare per nutrire il mito di contare qualcosa. Noi a casa con il telecomando in mano a dirci sul divano com’erano belli quei tempi in cui Berlusconi era presidente e a ricordare gli amori di quell’estate, noi a dirci che ormai siamo troppo vecchi per non volere un po’ di serietà con Draghi per poter invecchiare tranquilli e noi a dirci che sarebbe bello una reunion a sorpresa con Sergio Mattarella. Che emozione questa tredicesima stagione del presidente.

L’articolo Schermo Colle proviene da Tag43.it.

A voi che siete in coda per i tamponi

Breve messaggio per voi che siete in coda alla ricerca di un tampone, voi che non riuscite a mettervi in contatto con l’azienda sanitaria e che faticate a reperire il vostro medico ingolfato dalle segnalazioni, voi che state chiamando tutte le farmacie della vostra zone (che hanno il telefono occupato per ore) per trovare un buco qualsiasi e guadagnarsi un tampone per rientrare al lavoro, per potersi muovere, per fare tutto ciò che c’è da fare: il governo era favorevole all’allargamento alle parafarmacie per fare test molecolari e antigenici rapidi per diagnosticare l’infezione da Sars-Cov-2 ma in commissione Affari costituzionali l’emendamento non è passato per 13 voti contrari a fronte di 11 favorevoli.

A votare contro è stata Forza Italia (che tra le sue fila ha il vice presidente della Camera Andrea Mandelli, presidente dal 2009 della Federazione Ordine farmacisti italiani), la Lega, Fratelli d’Italia e Italia viva. In pratica il nuovo centrodestra che, se possibile, è persino peggiore di quello vecchio.

La possibilità di effettuare tamponi nelle parafarmacie avrebbe aumentato la capacità diagnostica del 20%, avrebbe snellito le procedure di tutti quelli che sono in coda per il tampone. Ma c’è un altro aspetto essenziale da sottolineare: il centrodestra in Italia (sarebbe ora che non si debba specificare che lì dentro c’è naturalmente anche Italia viva) è la parte che si lamenta per le troppe chiusure e le troppe restrizioni che frenano l’economia. Sono gli stessi che hanno esultato per la disarticolazione delle quarantene (con la magnifica auto-sorveglianza) e che sognano un Paese in cui chi non è semimorto non possa permettersi di non andare a lavorare.

Eppure nonostante si fingano liberali (o liberisti, visto che in Italia non c’è differenza) sono talmente schiavi delle lobby che riescono a contraddire i propri intendimenti pur di non spegnere il sorriso a qualche loro amichetto che non si possono permettere di scontentare. Ha ragione Pierluigi Bersani quando senza troppi giri di parole parla di «un lobbismo senza vergogna. Farmacisti che hanno una laurea come gli altri non possono fare i tamponi mentre la gente è in coda. E poi parlano di liberalizzazioni». Del resto nel periodo natalizio, secondo un’indagine svolta dal centro studi di Conflavoro Pmi, sono stati oltre 8,5 milioni i tamponi effettuati, per un margine registrato nei 14 giorni di festività di 9 milioni di euro per gli importatori e di 102 milioni di euro per le farmacie.

Sandro Ruotolo e Loredana De Petris hanno scritto: «I cittadini devono sapere che quando stanno in fila per ore davanti alle farmacie, Italia viva e centrodestra, per tutelare interessi di pochi, hanno bocciato l’emendamento che consentiva alle parafarmacie di effettuare i tamponi antigenici rapidi».

Secondo la senatrice di Italia viva Annamaria Parente «qualcuno ha citato il problema delle file davanti alle farmacie per fare i tamponi, che aprendo alle parafarmacie si potrebbe risolvere, ma in realtà l’intoppo vero non è lì bensì sulla fase del tracciamento e della gestione delle certificazioni»

Quindi sappiate voi che siete in coda per un tampone che vi state lamentando di un problema che non esiste. Se invece esiste ancora una volta il merito è di Italia viva e dei loro compagnucci Lega, Fi e FdI.

Buon venerdì.

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