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Altro che decisioni prese su base scientifica: il Cts smentisce Draghi e nega di aver mai parlato di scuola

In conferenza stampa con il presidente del Consiglio Draghi con il ministro Speranza e il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts Franco Locatelli ha dichiarato che il Comitato Tecnico Scientifico non aveva mostrato «nessun dissenso rispetto alle recenti disposizioni» prese dal governo. La dichiarazione è importante perché proprio Mario Draghi, appena insediatosi, aveva solennemente promesso che tutte le disposizioni del suo governo sarebbero state prese alla luce di evidenze scientifiche e nessuno più del Cts può essere garanzia alla basi di qualsiasi decreto.

Il problema è che nei giorni successivi i membri del Cts hanno smentito Locatelli e la notizia a quanto pare è considerata poco importante. Secondo il Cts infatti le decisioni adottate non avranno un impatto immediato sul virus, ritenuto indispensabile per arginare la pandemia. Ed è sfuggito a molti anche che l’Istituto superiore della sanità il giorno immediatamente successivo al decreto di Draghi abbia riaffermato con forza che servissero misure più urgenti e più restrittive. Gli stessi dubbi sono stati sollevati sulle quarantene ormai di fatto affidate alla buona volontà e alla serietà dei singoli.

Ma ancora più gravi sono le dichiarazioni dei membri del Cts che confermano come nel comitato non si sia mai discusso di scuola, oltre che di obbligo vaccinale. Se tutta la discussione intorno alle scuole è stata chiusa da Draghi affermando di avere semplicemente messo in atto le decisioni della comunità scientifica rimane da capire a chi si riferisse il presidente del Consiglio. Ed è proprio per questo che servono dati chiari sul contagio: se un governo vuole risultare credibile nelle sue decisioni e soprattutto vuole sottoposti alla verifica della congruità delle sue decisioni, il dibattito non può essere scollegato dalla disponibilità di numeri certi.

Alcuni membri del Cts tra l’altro lamentano la sensazione che si lascino un po’ troppo correre le infezioni, riconoscendo la tenuità della variante Omicron (anche grazie ai vaccini) ma confermando l’impossibilità di trattarla come una normale influenza.

Tutto questo rende chiaro che Locatelli intenda il proprio ruolo non solo come coordinamento del Comitato ma con una improvvida sostituzione allo stesso. Almeno finiamola con questa farsa delle decisioni prese “solamente su base scientifica”: la gestione della pandemia in questo momento è di natura prettamente politica. Si è deciso di lasciar correre, lasciar andare e di provare a “rischiare”. Se avessero il coraggio di dirlo chiaramente (“siamo disposti ad avere 4mila morti al mese perché per noi l’unica morte è quella del soldo”) almeno gli riconosceremmo onestà intellettuale.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Battaglia navale

La nave è sempre la Bahri Yanbu, che da anni fa la spola tra Usa, Europa e Arabia Saudita. Lunedì ha fatto scalo al porto di La Spezia e trasportava materiali militari e esplosivi. Una fonte ha raccontato a Il Manifesto: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone. Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo. Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati Uniti».

Opal (l’osservatorio permanente sulle armi leggere e sulle politiche di difesa e sicurezza) ci fa sapere che i veicoli provengono dal Canada, spediti dalla General dinamic land systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia Reale della Monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita. Si tratta di veicoli blindati su gomma Apc (Armoured personal carrier, veicoli per trasporto truppe) modello Lav, fabbricati in Canada nello stabilimento di London, Ontario, dalla General Dynamics Land Systems. Un rapporto di Project Ploughshares e Amnesty International dello scorso agosto documenta che questo tipo di veicoli è stato impiegato nella guerra in Yemen. Conflitto che è iniziato nel marzo del 2015 con l’intervento militare a guida saudita e, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite UNDP, ha portato ad oltre 377mila vittime, dirette e indirette, tra cui la metà bambini al di sotto dei cinque anni.

Opal aveva già chiesto alla Prefettura e alla Capitaneria di Porto-Guardia costiera di verificare preventivamente se la nave Bahri Yanbu stia trasportando materiali militari diretti a Paesi sottoposti alle misure di divieto di esportazione. La Legge n. 185 del 1990 (Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), che regolamenta tutta questa materia, ha stabilito una serie di divieti non solo all’esportazione ma anche al transito di materiali militari. Tra questi il divieto all’esportazione e al transito di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato», «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione», «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani» (art. 1.6). L’abbiamo scritto molte volte, vale la pena ripeterlo.

In porto alla Spezia, le operazioni di carico e scarico della nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata lunedì mattina al Terminal Container Lsct (molo Garibaldi), hanno visto «un ingente dispiegamento di Forze dell’ordine» che avrebbero assistito alle operazioni di carico di una «quarantina di casse di materiali, nello scalo da alcuni giorni, di cui non è stato reso noto né il contenuto né il mittente».

L’Arabia Saudita, nonostante piaccia tanto a qualche nostro senatore, nel 2015 è intervenuta militarmente (e illegittimamente) in Yemen. Contro l’Arabia Saudita ci sono almeno 10 risoluzione dell’Ue per avviare un processo di embargo. Lo Stato italiano, nel gennaio dello scorso anno, a seguito della Risoluzione della Commissione Affari esteri e comunitari, ha deciso di revocare le licenze relative alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti di «bombe d’aereo e missili e loro componentistica che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile in Yemen».

Provate a immaginare quanto sarebbe grave un così ampio dispiegamento di forze dell’ordine in un porto per permettere di infrangere la legge.

Buon giovedì.

Per approfondire, Left del 17-23 dicembre 2021

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SOMMARIO

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La ripresa Leggete bene i numeri

Se tendete l’orecchio qui in giro sembra che ci sia ripresa dappertutto. È normale: il governo Draghi ha bisogno di essere confermato dai numeri perché soprattutto dei numeri si interessa e se venisse fuori che i migliori non fanno ripartire nemmeno l’economia (mancando completamente nell’empatia di molti altri aspetti del vivere sociale) il fallimento politico sarebbe difficile da giustificare.

A novembre dell’anno scorso uno dei dati che faceva applaudire commossi i sostenitori del governo era la crescita di 64mila occupati rispetto al mese precedente. Ed è certo una buona notizia. A fare le pulci ai dati Istat però ci si è messo Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione di Vittorio, che vale la pena leggere perché la tecnica della “raffredorizzazione” dei problemi e dello sguaiato applauso è sempre dietro l’angolo. Fammoni, sul sito d’informazione della Cgil Collettiva, nota che «se ampliamo la verifica fra questo trimestre e quello precedente, la crescita degli occupati non solo è complessivamente molto bassa (70 mila unità) ma è determinata esclusivamente dall’aumento degli occupati a termine (89 mila), mentre sia i permanenti che gli indipendenti diminuiscono (rispettivamente di 10 mila e 9 mila). Infine su base annua (novembre 2021-novembre 2020) gli occupati dipendenti crescono di 490 mila unità, di cui il 91,5% a termine, pari a 448 mila».

Se volessimo guardare la situazione in modo ancora più largo si potrebbe notare che «se infatti rispetto a gennaio 2021 l’aumento è rilevante, nel confronto con il periodo immediatamente pre-pandemico (febbraio 2020) il numero di occupati è ancora inferiore di 115 mila unità mentre rispetto a novembre 2019 è sotto di 214 mila unità. Se dunque a novembre si è verificato il ritorno a circa 23 milioni di occupati, l’aumento non è ancora sufficiente a colmare il divario con il periodo pre-pandemico e questo è ulteriormente preoccupante se si considera la qualità del mercato del lavoro nel suo complesso».

I problemi intanto rimangono: «Il tasso di occupazione femminile resta ancora al di sotto del 50% e il numero di inattivi rimane il più alto d’Europa; ma il mercato del lavoro italiano contemporaneamente si precarizza nelle fasce più giovani di età (15-34 anni) e complessivamente invecchia per una forte crescita dei lavoratori con più di 50 anni (+297 mila in un anno), con un continuo arretramento degli occupati nella fascia 35-49 anni che, per la prima volta, sono meno degli ultra cinquantenni».

Continua insomma la precarizzazione di un Paese che nonostante la crescita del Pil e i soldi del Pnrr non riesce a migliorare la qualità dell’occupazione, che altro non è che la qualità della vita delle persone. Ha ragione Fammoni quando scrive che «non è accettabile che le risorse generate dalla crescita e l’utilizzo degli investimenti collegati ai fondi europei provochino queste ricadute sul lavoro ed è, quindi, necessario e urgente che queste scelte siano legate molto di più e in modo più vincolante alla quantità e qualità dell’occupazione. Il lavoro e il salario rappresentano, infatti, un parametro sensibile per la qualità e la durata dello sviluppo futuro che non registra i risultati necessari».

Conviene sempre leggerli bene, i numeri.

Buon mercoledì.

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Incendio al Ponte di Ferro di Roma, fu doloso contro gli homeless

La notte del 3 ottobre i ragazzi che uscivano dai locali della movida all’Ostiense riprendevano la scena con i telefonini: il ponte dell’Industria, più conosciuto come Ponte di Ferro, che collega Ostiense a Trastevere era completamente avvolto dalle fiamme. Il giorno successivo tra la politica romana, sui giornali e in mezzo alla gente è partita subito la caccia al povero. Le baracche che stanno lì vicino al Tevere, dicono tutti, oltre a essere una vergogna sono anche pericolose. La costruzione del solito superficiale teorema “anti degrado” era già bell’e pronta: non solo questi straccioni si permettono di essere poveri alla luce del sole ma addirittura mandano in fumo in nostri ponti!. Si parla di qualche fornelletto che avrebbe dato il via all’incendio. Alcuni giornali si sono spinti oltre raccontando di una “faida” tra le popolazioni del mondo di sotto.

Ora le indagini suggeriscono un quadro ben diverso. I magistrati coordinati dall’aggiunto Giovanni Conzo sono convinti che sì, che l’incendio sia doloso (alcuni testimoni giurano di avere visto una persona fuggire prima dell’incendio a una delle baracche) ma che sia stato qualcuno a appiccare volontariamente il fuoco a quella baracca. Le fiamme avrebbero poi preso i cavi e le canalone che seguono il percorso del ponte che ha retto solo grazie alla sua struttura metallica. Ma il movente potrebbe essere proprio l’odio contro i senzatetto, un gesto deliberato contro gli stranieri accampati nella zona. Secondo gli inquirenti sarebbe credibile la pista razziale. E infatti si indaga tra le vecchie denunce e le lamentele più “focose” per risalire ai responsabili. È l’ipotesi di una scena di guerra che siamo abituati a leggere con un certo distacco quando proviene dalle zone pugliesi, ai bordi di quelle baraccopoli che non trovo residenza nemmeno nell’indignazione generale solo che in questo caso accade nella Capitale e viene vissuta (e descritta) come se fosse solo un caso di cronaca nera abituale.

Perfino a leggere i giornali si rimane esterrefatti: il principale quotidiano nazionale riesce a scrivere di “un atto di violenta «resistenza» al degrado stratificato (e mai risolto dalle amministrazioni comunali)”, come se la rabbia andasse sempre compresa con uno sforzo che invece non si merita la povertà di qualche decina i derelitti costretti a vivere come topi. Anche altri commentatori utilizzano lo stesso ragionamento giustificatore: se la gente si arrabbia è perché i poveracci sono esasperanti. Così alla fine la condanna torna sempre addosso ai più deboli, ai derelitti. E forse sarebbe il caso di chiedersi quanti danni abbia provocato e continui a provocare questa crociata “contro il degrado nelle città” che trasforma delle questioni umane in una mero fastidio visivo, annullando i bisogni, le cause, le sofferenze e le mancanze della politica e buttando tutto nel calderone della guerra tra ricchi e poveri. Con i ricchi che negli ultimi anni reclamano un nuovo diritto, quello di non incontrare poveri sulla propria strada. Male che vada provano a bruciarli.

L’articolo Incendio al Ponte di Ferro di Roma, fu doloso contro gli homeless proviene da Il Riformista.

Fonte

Il dibattito sulla scuola è falso

I persecutori di una certa linea di banalizzazione del dibattito, quelli che hanno bisogno di dividere il mondo in fazioni opposte per stare comodi nella semplificazione, hanno imbastito uno scontro che non esiste. È importante dirselo, è importante saperlo per poter serenamente avviare un confronto che non sia combustibile di una parte o dell’altra.

Sono solenni cretini sia quelli che pensano che le persone che lavorano nella scuola siano un plotone di sfaticati che aspirano a un allungamento delle vacanze in nome del virus e lo sono anche quelli che continuano a riproporre la tiritera dei genitori che parcheggiano i figli a scuola per disfarsene come se fossero pacchi. Di solito, provate a notarlo, i cretini dell’una o dell’altra fazione sono le stesse persone che odiano senza decenza e misura i dipendenti pubblici, sono gli stessi che odiano i poveri, sono gli stessi che sanno benissimo come allevare figli se si tratta dei figli degli altri e sono gli stessi che chiedono agli insegnanti, alle madri e perfino ai ragazzi di addossarsi il peso della “missione della propria funzione” perché la sofferenza, si sa, per qualcuno è perfino un valore.

Lo scontro tra chiusuristi e aperturisti (che torna utile alla politica poco seria che ha bisogno di rinfocolare del tifo) non ci interessa. Docenti, studenti e genitori non sono arrabbiati perché le scuole sono aperte ma sono delusi da come sono aperte, dopo tutti questi mesi, con tutta l’esperienza accumulata. In 2 anni non è stato fatto nulla per risolvere il problema degli spazi, non è stato aumentato l’organico, non si è pensato a sistemi di aerazione diversi dal bucolico spalancare le finestre, non si è pensato alla purificazione dell’aria, non si è pensato ai trasporti, non si è pensato alle mascherine che non ci sono in dotazione, non si è pensato a un sistema di tamponi che sia accessibile e che funzioni, non si è pensato ai rilevatori di CO2, non si è pensato a un serio tracciamento.

L’unico reale problema è che nella scuola ci si ritrova a inseguire il virus perché si è deciso di non prevenire. Questa è la domanda che esigeva una risposta ieri in conferenza stampa di Draghi. Di questo si dovrebbe parlare. Non c’è nessuno che esulta per la previsione di 200mila classi in Dad nelle prossime settimane: c’è parecchia incazzatura perché è successo quello che si sapeva che sarebbe successo. Questo è il punto.

A ben vedere non interessa nemmeno sapere se la colpa sia di Conte prima o di Draghi adesso o di entrambi in un concorso di colpa. Anche questa è una diatriba tra tifosi che non migliora la realtà. Siete stati lenti, ce ne facciamo una ragione, ma ora

Buon martedì.

Nella foto: il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza, 10 gennaio 2022

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The Book Advisor recensisce Carnaio

Tempo fa, durante la preparazione di un progetto accademico, mi sono dedicato ad approfondire il tema della migrazione, e una delle analisi che mi è rimasta più impressa è stata quella del Prof Bañon Hernández, che si è occupato dello studio della terminologia utilizzata per raccontare il fenomeno migratorio. L’associazione ricorrente è quella che riporta a eventi climatici di grande impatto (flusso, ondata, etc) che creano un effetto di preoccupazione e di allarme nell’opinione pubblica connotando negativamente l’immigrazione, identificata di conseguenza come un pericolo.

Inizio da questo concetto per raccontarvi Carnaio di Giulio Cavalli, un libro il cui titolo risulta già piuttosto eloquente, perché in maniera cruda ci mette davanti a una storia di orrore e cinismo nella quale si ritrovano tanti, forse anche troppi, punti di contatto con la realtà attuale. Siamo a DF, una città costiera situata in un posto non specificato dell’Italia, luogo senza arte né parte in cui i cittadini conducono una vita mediocre. Un giorno, però, la città viene travolta da un’ondata di centinaia di migliaia di cadaveri di stranieri, che piombano sulle spiagge e sulle strade riversati direttamente dal mare. È una vera e propria catastrofe, perché nessuno riesce a capire da dove provengano questi morti, che sembrano sputato violentemente dal mare. Ed è così che, chiamata a reagire, la comunità cerca un sistema per affrontare l’emergenza, trovando una soluzione decisamente sorprendente.

“Eppure i morti quando non c’è occasione di salvarli e quando, come nel nostro caso qui a DF, non c’è stato nemmeno il tempo di vederli vivi, oserei dire nemmeno di immaginarli vivi poiché questi morti sono inumani come un esercito di soldatini di plastica, gemelli in pose che non ci crederebbe nessuno, cadaveri che se fossero vivi morirebbero di crampi dopo un quarto d’ora per la tensione di mirare il niente, quando i morti sono così non sono morti: sono materia che occupa spazio e richiede cure come un vaso di gerani mollato in mezzo al salotto”.

Carnaio di Giulio Cavalli è un libro durissimo, costruito su un climax di cattiveria e di violenza, che racconta come il cinismo sia in grado di disumanizzare un’intera comunità, che si sgretola lentamente e si dibatte tra buonisti e lungimiranti, tra egoisti e pluralisti, tra razzisti cattivi e razzisti buoni, facendo emergere quanto piccolo può essere l’animo dell’uomo e la fine a cui questa pochezza può portare. Un romanzo che affronta una tematica delicata e lo fa senza retorica, ma neanche strizzando l’occhio al lettore, che invece viene colpito, masticato e risputato da una centrifuga di parole in cui emerge tutta l’ignoranza che può essere contenuta all’interno di un solo esemplare di essere umano.

Fonte:

Siate onesti, ammettetelo

Sarebbe dignitoso almeno aspettarsi l’ammissione che la frottola delle decisioni “prese solo sulla base di dati scientifici” è un proposito decaduto. Mario Draghi potrebbe comodamente sedersi in sala conferenza stampa questa sera e avere l’onestà intellettuale di dire: «Cari italiani, tra Pil e salute pubblica i poteri che rappresento e quelli che mi hanno promesso la più veloce progressione verticale nella storia della Repubblica con la medaglia del Quirinale mi hanno dato mandato di preferire il primo alla seconda. La storia della politica da sempre è un equilibrio tra denaro e diritti, tra fatturato e salute, è il gioco grande della politica fin dai tempi della rivoluzione industriale e io ho fatto la mia scelta».

Sarebbe duro da accettare, ovvio, ma almeno si avrebbe la sensazione di giocare a carte scoperte, con quella serietà onesta che ci si aspetta da un capo di governo. Del resto basta guardare i numeri del Parlamento per capire che alla maggioranza dispiace più un calo di scontrini nel bar sotto gli uffici piuttosto che un fragile deve pregare che il vaccino sia ancora abbastanza in circolo per non prendersi una botta definitiva con questo “raffreddore” che è stato per qualche settimana un raffreddore e che ora non è più un raffreddore secondo l’Oms e addirittura secondo Bassetti (che del raffreddore è l’alfiere).

Mario Draghi potrebbe anche ammettere che la panzana di un governo impolitico ha mostrato tutte le sue lacune: ogni “governo di tutti” finisce tristemente per essere “il governo di nessuno”. Così accade che ci ritroviamo con quarantene demolite per vaccinati e ex ammalati a contatto con positivi (decisione senza nessun fondamento scientifico visto che da nessuna parte sta scritto che non si contagino e non siano contagiosi), ci ritroviamo con regole per la scuola che addirittura cambiano in base al grado, ci ritroviamo con una vaccinazione obbligatoria dai 50 anni in su per trovare una mediazione tra le proposte dei partiti e ci ritroviamo con un’ammenda che fa ridere.

Sarebbe chiaro che per seguire questa linea la narrazione deve evidentemente trasformare tutto quello che non sia Pil in questioni secondarie a cui dare poco peso (sperando che tutti ci credano) e sarebbe chiaro che Mario Draghi è effettivamente il presidente del Consiglio che molti sognavano perché riesce a fare ciò che gli altri si vergognano di dire per non perdere troppi voti.

Forse si potrebbe anche trovare il coraggio di dire che la politica sotto Draghi, quella che avrebbe dovuto “compattarsi”, ormai stia andando per conto suo con Salvini che non aspetta altro che rompere con il governo mentre è in guerra con i suoi alleati di centrodestra, con il Movimento 5 Stelle che sembra non riuscire a rallentare il suo dissanguamento, con il Pd che ancora si arrabatta per le scorie renziane che infestano i gruppi parlamentari e con Berlusconi che in questo disagio generale riesce addirittura a essere in corsa per il Quirinale.

Ammettetelo. Vi si stima di più.

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi alla conferenza stampa di fine anno, 22 dicembre 2021

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Requiem per Draghi

Andrà a finire così, indipendentemente dal fatto che Mario Draghi salga o meno al Quirinale, dove i partiti potrebbero concedergli di andare con il loro solito snobismo per cui credono che più in alto si parcheggi qualcuno di scomodo e più lo si renda inoffensivo. Un errore che si ripete ogni volta, in ogni occasione, sempre con interpreti diversi ma con le stesse dinamiche. Andrà così. La Lega di Matteo Salvini e compagnia cantante (che non può permettersi di diventare improvvisamente responsabile e moderata poiché la funzione di Giancarlo Giorgetti e la sua cerchia esiste solo in modalità di contrappeso, ma una Lega moderata è un partito che andrebbe contro la sua stessa natura) dirà di essersi messa «al servizio della responsabilità nazionale» ma comincerà a martellare i provvedimenti di Draghi uno a uno, prendendone le distanze se non addirittura rinnegandoli con la stessa scioltezza con cui ha cambiato opinione più volte sullo stesso tema nel giro di pochi mesi (LEGGI ANCHE: Decreto anti Covid, tutte le novità).

Matteo Salvini (foto Getty Images).

La Lega pronta a mollare Draghi

Ci sono già le leve: Draghi non si è preoccupato della povera gente che non ha i soldi per pagare le bollette, Draghi ha permesso he continuasse l’invasione facendo finta di niente, Draghi ha lasciato quel comunista di Roberto Speranza come ministro, Draghi ha sputato troppi decreti troppo confusi per limitare la libertà degli italiani e così via. Non è difficile: per sapere già in anticipo cosa dirà Salvini appena scenderà dal carro di Draghi basta scorrere le dichiarazioni di Giorgia Meloni. E se qualcuno gli farà notare di esserne stato alleato la risposta è già pronta: «Noi dobbiamo avere i voti per poter governare senza avere bisogno di alleati che ostacolino i propositi della Lega». Lo diranno esattamente così, forse solo sbagliando il congiuntivo.

Matteo Renzi (foto Getty Images).

Da Forza Italia Viva al Pd, il riposizionamento sarà veloce

Forza Italia Viva, con l’ammucchiata spicciola che sta al centro dirà, che con Draghi si è persa una grande occasione ma che non è stata colpa del premier ma dei partiti. Ovviamente di tutti i partiti tranne loro. Draghi non lo sporcheranno nemmeno con uno schizzo (perché rischierebbero di sporcare se stessi) ma ci diranno che il liberismo con Draghi ha vissuto una stagione d’oro, peccato che non si sia ancora trovato un modo per negare l’accesso al parlamento ai non liberali. Il Partito democratico parlerà del «bene del Paese» e ci farà l’elenco di tutte le proposte dem che non sono state accettate. Però ci terrà a dire che le intenzioni erano ben diverse. Qualcuno farà notare che avere fiducia nelle intenzioni e farsela bastare non porta risultati decenti. E ci si riavvia di nuovo, e via.

Giorgia Meloni (foto Getty Images).

L’Aventino della Meloni e le capriole dei commentatori politici

Giorgia Meloni rivendicherà di essere stata fuori dal «gioco grande» e di essere rimasta sola sull’Aventino a combattere come ci si aspetta dalla buona destra, sempre arrabbiata, sempre digrignata, sempre Meloni, insomma. Lo spettacolo più indecente saranno i commentatori. I commentatori che già in questi giorni provano di soppiatto a infilare qualche tenue critica nei loro articoli grondanti di applausi. Diranno anche loro di avere chiuso gli occhi «per il bene del Paese», qualcuno gli farà notare che non è il ruolo della stampa quello di diventare cantrice ma loro (in questo sono dei fenomeni) ci ammoniranno a non pensare troppo al passato ma di rivolgersi al futuro. E per loro il futuro non sarà nient’altro che la spaventata ricerca di un immediato padrone di cui diventare schiera. Niente di nuovo. Una commedia triste già vista e già sperimentata.

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