Vai al contenuto

Renzi dice che Italia Viva ora “vale il 13%”. Ma in realtà ha preso 3mila voti a Roma1 con l’11% di affluenza

Il senso del ridicolo è una virtù che in politica si è persa da tempo. Quando con l’avvento del berlusconismo ci si è convinti che le regole dello spettacolo e del marketing potessero essere applicate alla politica senza rimorsi, un fiume di esponenti politici ha iniziato a concentrarsi sugli slogan senza contenuto ma con un buon effetto a breve termine, sono iniziate le distorsioni della realtà per applicarle alle proprie convinzioni e senza remore e si è sdoganato il tifo cieco come credibile forma di sostegno per il prossimo partito.

Ai servitori del resto è richiesta da sempre la cessione della propria credibilità, oltre al servizio permanente delle proprie azioni. Solo così si può leggere la farneticante gioia che sgorga oggi da alcuni deputati di Italia Viva e da molti loro sostenitori per i risultati delle elezioni suppletive di Roma: «Italia Viva al 13%», twitta festante ad esempio Luciano Nobili, che non riesce a trattenere una dedica a Giuseppe Conte allegandoci un video in cui l’ex Presidente del Consiglio faceva notare ai giornalisti  l’irrilevanza del partito di Renzi. Ma non è solo Nobili a festeggiare per il presunto 13% a Roma, da Rosato in giù molti deputati e amministratori si sono uniti al giubilo. Ovviamente a ruota è arrivata la bestiolina di Renzi (con account reali e presunti come al solito perfettamente coordinati) che sui social si premurano di soffiare sull’algoritmo.

Il candidato di Italia Viva Valerio Casini ha collezionato 2.698 preferenze raggiungendo il 12,93% in una tornata elettorale che ha visto votare l’11,3% degli aventi diritto. 3.000 voti su 185.000 aventi diritto sono, per Renzi e compagnia cantante, la prova che smentirebbe i sondaggi nazionali.

Ma non è tutto: il candidato di Italia Viva era appoggiato anche da Azione di Calenda e a strascico da +Europa che con Calenda si è federata pochi giorni fa. Ma non è finita qui: alle elezioni non ha partecipato il Movimento 5 Stelle. Per capirsi, il 2% degli elettori ha votato Lorenzo Vanni (del partito “IL N-“UOVO” MONDO UNO PER TUTTI TUTTI PER NOI LORENZO VANNI”) che difficilmente ha una qualsiasi rilevanza a livello nazionale. 

Il Partito Democratico con la sua candidata Cecilia D’Elia (risultata elette) ha collezionato quasi il 60% con 12.401 voti. Ora immaginatevi Letta che stamattina twitti fiero di guidare il partito con la maggioranza assoluta nel Paese. Verrebbe preso per pazzo oppure, appunto, per un patetico leader senza senso del ridicolo. Immaginate alla stessa stregua se possa essere possibile ipotizzare che Lega, Forza Italia e Fratelli’Italia possano veramente valere solo il 22,42%.

La perdita del senso del ridicolo però può fare sorridere in prima battuta ma è l’espressione più potente della menzogna usata come propaganda. Continua a essere un’offesa per la serietà in politica (quella di cui Renzi vorrebbe essere portabandiera) e continua a essere un’offesa perfino per i propri elettori che vengono utilizzati semplicemente com clienti a cui rifilare il pacco. Come il peggiore dei marketing. In attesa che nella prossima cena di famiglia su 4 presenti qualcuno si dichiari renziano e Nobili possa esultare di nuovo urlando al 25%.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

L’epidemia burocratica (tratto da una storia vera)

Mentre fuori infuriava la narrazione dell’ondata Omicron che là fuori è descritta come semplice raffreddore ho preso per la terza volta negli ultimi 2 anni il Covid. Avevo in corpo 2 vaccinazioni, con terza dose booster già prenotata, e avevo già contratto la malattia. Come accade a tutti si raccolgono le informazioni dai media che ci sono intorno e ho avuto la sensazione che questa nuova variante l’avremmo presa tutti, superandola con “qualche starnuto e un po’ di tosse” come ripetono sognanti il fior fiore delle star televisive di quest’epoca.

Ho fatto due tamponi mentre il mio Commissario straordinario generale Figliuolo diceva che un po’ di coda ci avrebbe fatto bene e ci invitava a non drammatizzare quelli che secondo lui sono solo “piccoli disagi”. La somma delle ore di coda per effettuare i due tamponi (un primo negativo e uno positivo pochi giorni dopo) si attesta sulle 10 ore. Non male per i saldi. Ovviamente in coda con febbre alta, stanchezza e problemi di ipertensione e cardiaci. Forte, ‘sto raffreddore, mi sono detto.

Quando la situazione si è aggravata l’unica soluzione era “andare al Pronto Soccorso” (non mi pareva una grande idea) oppure “chiamare un’ambulanza”. Queste sono le istruzioni che ho ricevuto. Ho pensato che probabilmente qualcuno fosse in una situazione peggiore della mia, così ho potuto provare il brivido dell’auto-vigilanza: incrociare le dita e sperare che tutto andasse bene.

Lo scorso giovedì alle 13.07 ho effettuato il tampone che ha sancito la fine della malattia. Meglio: io pensavo che fosse finita la malattia e invece un certificato di guarigione mi è arrivato 2 giorni dopo. Ma non è quello che conta, con il certificato non ne faccio nulla: il tampone negativo mi ha concesso un Green Pass valido 72 ore. Le 72 ore sono scadute ieri alle 13.07. Solo che questo fine settimana avrei potuto lavorare partecipando a una trasmissione televisiva ma non avrei avuto modo di prendere un treno, di prenotare un hotel, di entrare in uno studio televisivo. Ieri ho fatto una gita in famiglia ma senza copertura di Green Pass quindi non potendo entrare ovviamente in nessun locale, mangiando all’aperto e altre cose così, quelle che i No Green Pass riprendono in diretta sui loro social per essere rivoluzionari e che invece io trovo una grande rottura di coglioni.

Dalla guarigione dello scorso giovedì io non posso lavorare e ascolto presunti grandi esperti che mi dicono che il problema per l’economia sono le persone che si ammalano, che non hanno sintomi e fanno finta di stare male, che per divertimento vogliono farsi un tampone e che si inventano scuse per stare a casa.

Alla fine ci diventi, Djokovic, anche se hai voglia di essere in regola. La pandemia burocratica però a differenza della pandemia sanitaria ha delle chiare responsabilità.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Schermo Colle

Una volta qui era tutto reality. Non passava giorno che il format del Grande Fratello venisse applicato come metafora a un accadimento di cronaca, di sport, di politica e di cultura. Per anni il “reality” è stata l’etichetta compulsivamente utilizzata dagli editorialisti, che avevano mollato le similitudini calcistiche per vedere concorrenti dappertutto. Per questo fa strano che non ci si renda conto come il reality abbia raggiunto la vetta inimmaginabile della presidenza della Repubblica: due concorrenti in gara che si sono auto-candidati e che, ovviamente, si ritengono i favoriti studiano ogni giorno le mosse per solleticare la stampa, il pubblico a casa e per ingrossare le fila al prossimo televoto.

Una protesta contro la candidatura di Silvio Berluscono al Colle (foto TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Berlusconi e la bugia come arma politica

Comunque vada a finire, possiamo già affermare di non avere mai assistito a uno svilimento tale della corsa al Quirinale, diventata un concorso di conformità in cui è scomparsa la politica. Così da settimane stiamo permettendo a Silvio Berlusconi di pascolare nel suo dorato narcisismo utilizzando il ruolo più autorevole della nostra Repubblica come souvenir sfizioso da accalappiare come ultima soddisfazione. Intorno a lui scompare la politica e irrompe il pubblico: nella solita disintermediazione berlusconiana, la corsa alla presidenza si trasforma in una luccicante campagna elettorale giocata direttamente sui cittadini, come se gli organi politici fossero solo un inutile orpello da scavalcare con la dirompente forza del “pubblico a casa”. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e la schiera di giannizzeri che si prestano alla campagna promozionale con la solita arma: la bugia. Solo che Berlusconi sa benissimo che una bugia ripetuta di grancassa per un milione di volte lentamente corrode la realtà e così ci ritroviamo sommersi ogni giorno da questo immorale processo di normalizzazione che vorrebbe rendere potabile la cicuta. Vi ricordate qualche anno fa come ci sbellicavamo dalle risate per l’elezione di Donald Trump a presidente degli Usa Rileggete quegli scherni, cambiate solo il soggetto e potreste copiarli pari pari negli editoriali odierni. Solo che qui da noi lo smussamento di Berlusconi altro non è che il tentativo patetico di mondare gli anni che abbiamo vissuto.

Mario Draghi (foto di Thomas Lohnes/Getty Images)

L’autocandidatura di Draghi, una stortura istituzionale

Dall’altra parte Mario Draghi è riuscito a rivendere una promessa come un contratto inviolabile. C’è nell’auto-candidatura al Colle dell’attuale premier (che al contrario di Berlusconi utilizza il riserbo per fingere di non dire l’indicibile) un’evidente stortura istituzionale (ma in fondo Draghi piace proprio per questo, per la morbidezza con cui riesce a soggiogare il processo democratico) ma anche la tecnica pubblicitaria di inquinare il dubbio che sia inevitabilmente naturale che debba finire così. Se qualcuno avesse l’impudicizia o la stupidità di dire apertamente che la presidenza del Consiglio di Draghi era per contratto lo stage per finire al Quirinale verrebbe preso per pazzo. Quindi non si dice ma si lascia intuire. Così la parabola politica dell’ex presidente della Bce diventa un appassionante romanzo rosa, al capitolo in cui si intravede un possibile tradimento e ci si aspetta di sentire il tonfo di una porta sbattuta con gli strepiti dell’addio.

Sergio Mattarella (Getty Images).

Quel desiderio di una reunion a sorpresa con Mattarella

Come in ogni reality che si rispetti ci sono anche le comparse indispensabili a tenere in piedi la sceneggiatura: c’è il personaggio “una donna” trasformato in triste maschera di commedia dell’arte, c’è “il piano degli inquilini all’interno della casa” per infilarci qualche candidatura disperata, ci sono i votanti da esplorare per provare a carpirne le intenzioni, ci sono le candidature di bandiera per suscitare la nostalgia dei tempi andati (che Silvio però utilizza con maestria irraggiungibile) e ci sono i maneggioni che si piombano a Roma attenti a farsi fotografare per nutrire il mito di contare qualcosa. Noi a casa con il telecomando in mano a dirci sul divano com’erano belli quei tempi in cui Berlusconi era presidente e a ricordare gli amori di quell’estate, noi a dirci che ormai siamo troppo vecchi per non volere un po’ di serietà con Draghi per poter invecchiare tranquilli e noi a dirci che sarebbe bello una reunion a sorpresa con Sergio Mattarella. Che emozione questa tredicesima stagione del presidente.

L’articolo Schermo Colle proviene da Tag43.it.

A voi che siete in coda per i tamponi

Breve messaggio per voi che siete in coda alla ricerca di un tampone, voi che non riuscite a mettervi in contatto con l’azienda sanitaria e che faticate a reperire il vostro medico ingolfato dalle segnalazioni, voi che state chiamando tutte le farmacie della vostra zone (che hanno il telefono occupato per ore) per trovare un buco qualsiasi e guadagnarsi un tampone per rientrare al lavoro, per potersi muovere, per fare tutto ciò che c’è da fare: il governo era favorevole all’allargamento alle parafarmacie per fare test molecolari e antigenici rapidi per diagnosticare l’infezione da Sars-Cov-2 ma in commissione Affari costituzionali l’emendamento non è passato per 13 voti contrari a fronte di 11 favorevoli.

A votare contro è stata Forza Italia (che tra le sue fila ha il vice presidente della Camera Andrea Mandelli, presidente dal 2009 della Federazione Ordine farmacisti italiani), la Lega, Fratelli d’Italia e Italia viva. In pratica il nuovo centrodestra che, se possibile, è persino peggiore di quello vecchio.

La possibilità di effettuare tamponi nelle parafarmacie avrebbe aumentato la capacità diagnostica del 20%, avrebbe snellito le procedure di tutti quelli che sono in coda per il tampone. Ma c’è un altro aspetto essenziale da sottolineare: il centrodestra in Italia (sarebbe ora che non si debba specificare che lì dentro c’è naturalmente anche Italia viva) è la parte che si lamenta per le troppe chiusure e le troppe restrizioni che frenano l’economia. Sono gli stessi che hanno esultato per la disarticolazione delle quarantene (con la magnifica auto-sorveglianza) e che sognano un Paese in cui chi non è semimorto non possa permettersi di non andare a lavorare.

Eppure nonostante si fingano liberali (o liberisti, visto che in Italia non c’è differenza) sono talmente schiavi delle lobby che riescono a contraddire i propri intendimenti pur di non spegnere il sorriso a qualche loro amichetto che non si possono permettere di scontentare. Ha ragione Pierluigi Bersani quando senza troppi giri di parole parla di «un lobbismo senza vergogna. Farmacisti che hanno una laurea come gli altri non possono fare i tamponi mentre la gente è in coda. E poi parlano di liberalizzazioni». Del resto nel periodo natalizio, secondo un’indagine svolta dal centro studi di Conflavoro Pmi, sono stati oltre 8,5 milioni i tamponi effettuati, per un margine registrato nei 14 giorni di festività di 9 milioni di euro per gli importatori e di 102 milioni di euro per le farmacie.

Sandro Ruotolo e Loredana De Petris hanno scritto: «I cittadini devono sapere che quando stanno in fila per ore davanti alle farmacie, Italia viva e centrodestra, per tutelare interessi di pochi, hanno bocciato l’emendamento che consentiva alle parafarmacie di effettuare i tamponi antigenici rapidi».

Secondo la senatrice di Italia viva Annamaria Parente «qualcuno ha citato il problema delle file davanti alle farmacie per fare i tamponi, che aprendo alle parafarmacie si potrebbe risolvere, ma in realtà l’intoppo vero non è lì bensì sulla fase del tracciamento e della gestione delle certificazioni»

Quindi sappiate voi che siete in coda per un tampone che vi state lamentando di un problema che non esiste. Se invece esiste ancora una volta il merito è di Italia viva e dei loro compagnucci Lega, Fi e FdI.

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Altro che decisioni prese su base scientifica: il Cts smentisce Draghi e nega di aver mai parlato di scuola

In conferenza stampa con il presidente del Consiglio Draghi con il ministro Speranza e il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts Franco Locatelli ha dichiarato che il Comitato Tecnico Scientifico non aveva mostrato «nessun dissenso rispetto alle recenti disposizioni» prese dal governo. La dichiarazione è importante perché proprio Mario Draghi, appena insediatosi, aveva solennemente promesso che tutte le disposizioni del suo governo sarebbero state prese alla luce di evidenze scientifiche e nessuno più del Cts può essere garanzia alla basi di qualsiasi decreto.

Il problema è che nei giorni successivi i membri del Cts hanno smentito Locatelli e la notizia a quanto pare è considerata poco importante. Secondo il Cts infatti le decisioni adottate non avranno un impatto immediato sul virus, ritenuto indispensabile per arginare la pandemia. Ed è sfuggito a molti anche che l’Istituto superiore della sanità il giorno immediatamente successivo al decreto di Draghi abbia riaffermato con forza che servissero misure più urgenti e più restrittive. Gli stessi dubbi sono stati sollevati sulle quarantene ormai di fatto affidate alla buona volontà e alla serietà dei singoli.

Ma ancora più gravi sono le dichiarazioni dei membri del Cts che confermano come nel comitato non si sia mai discusso di scuola, oltre che di obbligo vaccinale. Se tutta la discussione intorno alle scuole è stata chiusa da Draghi affermando di avere semplicemente messo in atto le decisioni della comunità scientifica rimane da capire a chi si riferisse il presidente del Consiglio. Ed è proprio per questo che servono dati chiari sul contagio: se un governo vuole risultare credibile nelle sue decisioni e soprattutto vuole sottoposti alla verifica della congruità delle sue decisioni, il dibattito non può essere scollegato dalla disponibilità di numeri certi.

Alcuni membri del Cts tra l’altro lamentano la sensazione che si lascino un po’ troppo correre le infezioni, riconoscendo la tenuità della variante Omicron (anche grazie ai vaccini) ma confermando l’impossibilità di trattarla come una normale influenza.

Tutto questo rende chiaro che Locatelli intenda il proprio ruolo non solo come coordinamento del Comitato ma con una improvvida sostituzione allo stesso. Almeno finiamola con questa farsa delle decisioni prese “solamente su base scientifica”: la gestione della pandemia in questo momento è di natura prettamente politica. Si è deciso di lasciar correre, lasciar andare e di provare a “rischiare”. Se avessero il coraggio di dirlo chiaramente (“siamo disposti ad avere 4mila morti al mese perché per noi l’unica morte è quella del soldo”) almeno gli riconosceremmo onestà intellettuale.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Battaglia navale

La nave è sempre la Bahri Yanbu, che da anni fa la spola tra Usa, Europa e Arabia Saudita. Lunedì ha fatto scalo al porto di La Spezia e trasportava materiali militari e esplosivi. Una fonte ha raccontato a Il Manifesto: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone. Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo. Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati Uniti».

Opal (l’osservatorio permanente sulle armi leggere e sulle politiche di difesa e sicurezza) ci fa sapere che i veicoli provengono dal Canada, spediti dalla General dinamic land systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia Reale della Monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita. Si tratta di veicoli blindati su gomma Apc (Armoured personal carrier, veicoli per trasporto truppe) modello Lav, fabbricati in Canada nello stabilimento di London, Ontario, dalla General Dynamics Land Systems. Un rapporto di Project Ploughshares e Amnesty International dello scorso agosto documenta che questo tipo di veicoli è stato impiegato nella guerra in Yemen. Conflitto che è iniziato nel marzo del 2015 con l’intervento militare a guida saudita e, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite UNDP, ha portato ad oltre 377mila vittime, dirette e indirette, tra cui la metà bambini al di sotto dei cinque anni.

Opal aveva già chiesto alla Prefettura e alla Capitaneria di Porto-Guardia costiera di verificare preventivamente se la nave Bahri Yanbu stia trasportando materiali militari diretti a Paesi sottoposti alle misure di divieto di esportazione. La Legge n. 185 del 1990 (Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), che regolamenta tutta questa materia, ha stabilito una serie di divieti non solo all’esportazione ma anche al transito di materiali militari. Tra questi il divieto all’esportazione e al transito di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato», «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione», «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani» (art. 1.6). L’abbiamo scritto molte volte, vale la pena ripeterlo.

In porto alla Spezia, le operazioni di carico e scarico della nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata lunedì mattina al Terminal Container Lsct (molo Garibaldi), hanno visto «un ingente dispiegamento di Forze dell’ordine» che avrebbero assistito alle operazioni di carico di una «quarantina di casse di materiali, nello scalo da alcuni giorni, di cui non è stato reso noto né il contenuto né il mittente».

L’Arabia Saudita, nonostante piaccia tanto a qualche nostro senatore, nel 2015 è intervenuta militarmente (e illegittimamente) in Yemen. Contro l’Arabia Saudita ci sono almeno 10 risoluzione dell’Ue per avviare un processo di embargo. Lo Stato italiano, nel gennaio dello scorso anno, a seguito della Risoluzione della Commissione Affari esteri e comunitari, ha deciso di revocare le licenze relative alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti di «bombe d’aereo e missili e loro componentistica che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile in Yemen».

Provate a immaginare quanto sarebbe grave un così ampio dispiegamento di forze dell’ordine in un porto per permettere di infrangere la legge.

Buon giovedì.

Per approfondire, Left del 17-23 dicembre 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’articolo proviene da Left.it qui

La ripresa Leggete bene i numeri

Se tendete l’orecchio qui in giro sembra che ci sia ripresa dappertutto. È normale: il governo Draghi ha bisogno di essere confermato dai numeri perché soprattutto dei numeri si interessa e se venisse fuori che i migliori non fanno ripartire nemmeno l’economia (mancando completamente nell’empatia di molti altri aspetti del vivere sociale) il fallimento politico sarebbe difficile da giustificare.

A novembre dell’anno scorso uno dei dati che faceva applaudire commossi i sostenitori del governo era la crescita di 64mila occupati rispetto al mese precedente. Ed è certo una buona notizia. A fare le pulci ai dati Istat però ci si è messo Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione di Vittorio, che vale la pena leggere perché la tecnica della “raffredorizzazione” dei problemi e dello sguaiato applauso è sempre dietro l’angolo. Fammoni, sul sito d’informazione della Cgil Collettiva, nota che «se ampliamo la verifica fra questo trimestre e quello precedente, la crescita degli occupati non solo è complessivamente molto bassa (70 mila unità) ma è determinata esclusivamente dall’aumento degli occupati a termine (89 mila), mentre sia i permanenti che gli indipendenti diminuiscono (rispettivamente di 10 mila e 9 mila). Infine su base annua (novembre 2021-novembre 2020) gli occupati dipendenti crescono di 490 mila unità, di cui il 91,5% a termine, pari a 448 mila».

Se volessimo guardare la situazione in modo ancora più largo si potrebbe notare che «se infatti rispetto a gennaio 2021 l’aumento è rilevante, nel confronto con il periodo immediatamente pre-pandemico (febbraio 2020) il numero di occupati è ancora inferiore di 115 mila unità mentre rispetto a novembre 2019 è sotto di 214 mila unità. Se dunque a novembre si è verificato il ritorno a circa 23 milioni di occupati, l’aumento non è ancora sufficiente a colmare il divario con il periodo pre-pandemico e questo è ulteriormente preoccupante se si considera la qualità del mercato del lavoro nel suo complesso».

I problemi intanto rimangono: «Il tasso di occupazione femminile resta ancora al di sotto del 50% e il numero di inattivi rimane il più alto d’Europa; ma il mercato del lavoro italiano contemporaneamente si precarizza nelle fasce più giovani di età (15-34 anni) e complessivamente invecchia per una forte crescita dei lavoratori con più di 50 anni (+297 mila in un anno), con un continuo arretramento degli occupati nella fascia 35-49 anni che, per la prima volta, sono meno degli ultra cinquantenni».

Continua insomma la precarizzazione di un Paese che nonostante la crescita del Pil e i soldi del Pnrr non riesce a migliorare la qualità dell’occupazione, che altro non è che la qualità della vita delle persone. Ha ragione Fammoni quando scrive che «non è accettabile che le risorse generate dalla crescita e l’utilizzo degli investimenti collegati ai fondi europei provochino queste ricadute sul lavoro ed è, quindi, necessario e urgente che queste scelte siano legate molto di più e in modo più vincolante alla quantità e qualità dell’occupazione. Il lavoro e il salario rappresentano, infatti, un parametro sensibile per la qualità e la durata dello sviluppo futuro che non registra i risultati necessari».

Conviene sempre leggerli bene, i numeri.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Incendio al Ponte di Ferro di Roma, fu doloso contro gli homeless

La notte del 3 ottobre i ragazzi che uscivano dai locali della movida all’Ostiense riprendevano la scena con i telefonini: il ponte dell’Industria, più conosciuto come Ponte di Ferro, che collega Ostiense a Trastevere era completamente avvolto dalle fiamme. Il giorno successivo tra la politica romana, sui giornali e in mezzo alla gente è partita subito la caccia al povero. Le baracche che stanno lì vicino al Tevere, dicono tutti, oltre a essere una vergogna sono anche pericolose. La costruzione del solito superficiale teorema “anti degrado” era già bell’e pronta: non solo questi straccioni si permettono di essere poveri alla luce del sole ma addirittura mandano in fumo in nostri ponti!. Si parla di qualche fornelletto che avrebbe dato il via all’incendio. Alcuni giornali si sono spinti oltre raccontando di una “faida” tra le popolazioni del mondo di sotto.

Ora le indagini suggeriscono un quadro ben diverso. I magistrati coordinati dall’aggiunto Giovanni Conzo sono convinti che sì, che l’incendio sia doloso (alcuni testimoni giurano di avere visto una persona fuggire prima dell’incendio a una delle baracche) ma che sia stato qualcuno a appiccare volontariamente il fuoco a quella baracca. Le fiamme avrebbero poi preso i cavi e le canalone che seguono il percorso del ponte che ha retto solo grazie alla sua struttura metallica. Ma il movente potrebbe essere proprio l’odio contro i senzatetto, un gesto deliberato contro gli stranieri accampati nella zona. Secondo gli inquirenti sarebbe credibile la pista razziale. E infatti si indaga tra le vecchie denunce e le lamentele più “focose” per risalire ai responsabili. È l’ipotesi di una scena di guerra che siamo abituati a leggere con un certo distacco quando proviene dalle zone pugliesi, ai bordi di quelle baraccopoli che non trovo residenza nemmeno nell’indignazione generale solo che in questo caso accade nella Capitale e viene vissuta (e descritta) come se fosse solo un caso di cronaca nera abituale.

Perfino a leggere i giornali si rimane esterrefatti: il principale quotidiano nazionale riesce a scrivere di “un atto di violenta «resistenza» al degrado stratificato (e mai risolto dalle amministrazioni comunali)”, come se la rabbia andasse sempre compresa con uno sforzo che invece non si merita la povertà di qualche decina i derelitti costretti a vivere come topi. Anche altri commentatori utilizzano lo stesso ragionamento giustificatore: se la gente si arrabbia è perché i poveracci sono esasperanti. Così alla fine la condanna torna sempre addosso ai più deboli, ai derelitti. E forse sarebbe il caso di chiedersi quanti danni abbia provocato e continui a provocare questa crociata “contro il degrado nelle città” che trasforma delle questioni umane in una mero fastidio visivo, annullando i bisogni, le cause, le sofferenze e le mancanze della politica e buttando tutto nel calderone della guerra tra ricchi e poveri. Con i ricchi che negli ultimi anni reclamano un nuovo diritto, quello di non incontrare poveri sulla propria strada. Male che vada provano a bruciarli.

L’articolo Incendio al Ponte di Ferro di Roma, fu doloso contro gli homeless proviene da Il Riformista.

Fonte

Il dibattito sulla scuola è falso

I persecutori di una certa linea di banalizzazione del dibattito, quelli che hanno bisogno di dividere il mondo in fazioni opposte per stare comodi nella semplificazione, hanno imbastito uno scontro che non esiste. È importante dirselo, è importante saperlo per poter serenamente avviare un confronto che non sia combustibile di una parte o dell’altra.

Sono solenni cretini sia quelli che pensano che le persone che lavorano nella scuola siano un plotone di sfaticati che aspirano a un allungamento delle vacanze in nome del virus e lo sono anche quelli che continuano a riproporre la tiritera dei genitori che parcheggiano i figli a scuola per disfarsene come se fossero pacchi. Di solito, provate a notarlo, i cretini dell’una o dell’altra fazione sono le stesse persone che odiano senza decenza e misura i dipendenti pubblici, sono gli stessi che odiano i poveri, sono gli stessi che sanno benissimo come allevare figli se si tratta dei figli degli altri e sono gli stessi che chiedono agli insegnanti, alle madri e perfino ai ragazzi di addossarsi il peso della “missione della propria funzione” perché la sofferenza, si sa, per qualcuno è perfino un valore.

Lo scontro tra chiusuristi e aperturisti (che torna utile alla politica poco seria che ha bisogno di rinfocolare del tifo) non ci interessa. Docenti, studenti e genitori non sono arrabbiati perché le scuole sono aperte ma sono delusi da come sono aperte, dopo tutti questi mesi, con tutta l’esperienza accumulata. In 2 anni non è stato fatto nulla per risolvere il problema degli spazi, non è stato aumentato l’organico, non si è pensato a sistemi di aerazione diversi dal bucolico spalancare le finestre, non si è pensato alla purificazione dell’aria, non si è pensato ai trasporti, non si è pensato alle mascherine che non ci sono in dotazione, non si è pensato a un sistema di tamponi che sia accessibile e che funzioni, non si è pensato ai rilevatori di CO2, non si è pensato a un serio tracciamento.

L’unico reale problema è che nella scuola ci si ritrova a inseguire il virus perché si è deciso di non prevenire. Questa è la domanda che esigeva una risposta ieri in conferenza stampa di Draghi. Di questo si dovrebbe parlare. Non c’è nessuno che esulta per la previsione di 200mila classi in Dad nelle prossime settimane: c’è parecchia incazzatura perché è successo quello che si sapeva che sarebbe successo. Questo è il punto.

A ben vedere non interessa nemmeno sapere se la colpa sia di Conte prima o di Draghi adesso o di entrambi in un concorso di colpa. Anche questa è una diatriba tra tifosi che non migliora la realtà. Siete stati lenti, ce ne facciamo una ragione, ma ora

Buon martedì.

Nella foto: il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza, 10 gennaio 2022

L’articolo proviene da Left.it qui