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Cartabellotta a TPI: “Con Omicron il ‘rischio ragionato’ non funziona più. Il governo riveda i parametri”

Perfino membri dell’OMS ieri hanno chiarito ai Paesi che no, che la variante Omicron non è un raffreddore. Eppure la suggestiva narrazione della “raffredorizzazione” è molto in voga e molto utile per appannare il default dei servizi sanitari territoriali. Ne abbiamo parlato con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che dall’inizio della pandemia analizza i dati e le evidenze scientifiche.

Quindi è solo un raffreddore? Va tutto bene e siamo noi che creiamo falsi allarmi?
Il virus del raffreddore ha un R0 inferiore a 2, mentre la variante omicron intorno a 7-8. Il raffreddore ha un tasso di letalità inferiore allo 0.04%, la COVID-19 intorno all’1%. Direi che il caso è chiuso. Tuttavia, dati preliminari raccolti in vari paesi (Regno Unito, Sudafrica, Australia, Canada) dimostrano che il rischio di ospedalizzazione nelle persone infette dalla variante omicron si riduce di circa il 30-40%. Ma se una malattia meno severa è sempre un vantaggio per il singolo individuo, la contagiosità molto elevata è un problema enorme per la risposta dei servizi sanitari. E i numeri parlano chiaro: il 27 dicembre avevamo 537.504 attualmente positivi, il 3 gennaio 1.125.052, ovvero in 7 giorni i contagi sono aumentati di oltre il 109%. Nello stesso periodo i posti letto occupati in area medica sono aumentati da 9.723 a 12.333 (+26,8%) e quelli in terapia intensiva da 1.126 a 1.351 (+20%), ovvero lo scudo della vaccinazione e, in particolare della terza dose, riducono nettamente la probabilità di malattia grave e “ammortizzano” l’impatto sugli ospedali. Ma con una media di 110 mila nuovi casi al giorno i 2 milioni di positivi, con il relativo sovraccarico ospedaliero, sono dietro l’angolo.

A cosa torna utile una narrazione così tranquillizzante da apparire scollegata dalla realtà?
Bisogna chiederlo a chi la racconta… Durante una pandemia trasferire i risultati della ricerca di base, o di quella clinica preliminare, alla gestione dei servizi sanitari è avventuroso e pericoloso perché abbassa il livello di attenzione della popolazione e convince la politica a sottovalutare i rischi. È evidente che i servizi sanitari territoriali sono già in tilt (tamponi, tracciamento, etc) e che la saturazione negli ospedali, seppur più lenta e silenziosa, rispetto alle ondate dell’era pre-vaccinale, rischia di mandare in zona arancione varie regioni entro qualche settimana. A tal proposito utile ribadire che le percentuali di occupazione in area medica e in terapia intensiva rappresentano un’unità di misura ormai anacronistica per almeno tre fattori. Innanzitutto, le Regioni possono aumentare la disponibilità dei posti letto, in particolare in area medica, per abbassare il tasso di occupazione. In secondo luogo, la “cannibalizzazione” dei posti letto riduce l’offerta sanitaria a pazienti non COVID e ritarda prestazioni essenziali. Infine, professionisti e operatori sanitari sono ormai allo stremo.

Le misure adottate fin ad ora dal Governo sono misure più economiche o sanitarie?
Il “rischio ragionato” che ha portato alle riaperture irreversibili ha funzionato benissimo da aprile a metà ottobre per la progressiva copertura vaccinale della popolazione e il declino dell’efficacia del vaccino non ancora evidente durante la favorevole stagione estiva. Poi è arrivato l’inverno, la certezza di dover somministrare il richiamo a tutta la popolazione e, soprattutto, il virus più contagioso della storia: una congiuntura astrale che impone al Governo di rivedere i parametri del “rischio ragionato”. Purtroppo, la somministrazione delle terze dosi è partita un po’ in ritardo, rispetto al via libera di metà settembre e, di fatto, il “cambio di passo” si è visto solo a metà novembre. Anche perché nel frattempo molte Regioni avevano chiuso diversi hub vaccinali e, più in generale, rallentato la “macchina organizzativa” che aveva permesso di superare 3,5 milioni di somministrazioni giornaliere. Con la progressiva estensione del green pass e la successiva istituzione del green pass rafforzato si è cercato di convincere gli indecisi a vaccinarsi, ma con risultati modesti, visto che ancora – fatta eccezione per la fascia 5-11 – oltre 5 milioni di persone non hanno fatto nemmeno una dose di vaccino. In tal senso, è mancata, a parte alcune eccezioni, una strategia di comunicazione e persuasione individuale per aiutare le persone a superare la paura di vaccinarsi.

Cosa si dovrebbe fare (per l’ennesima volta) che non è stato fatto?
Cose non fattibili nel breve-medio periodo perché richiedono programmazione strategica, allocazione di risorse, e anche coraggiose riforme sanitarie. Dall’emanazione di norme per standardizzare i sistemi di aerazione e ventilazione nelle scuole e nei luoghi pubblici al chiuso al rinforzo del personale dei servizi di sanità pubblica; dal potenziamento e riorganizzazione dei servizi sanitari territoriali, in particolare attraverso una profonda revisione del ruolo del medico di famiglia, alla gestione dei dati della pandemia e delle vaccinazioni in maniera open e interoperabile.

Non ha la sensazione che si faccia di tutto per prevedere un obbligo vaccinale “di sponda” senza avere il coraggio di imporlo con chiarezza
Il green pass rafforzato è un obbligo vaccinale di fatto. Ma stiamo pagando cara la mancanza di coraggio, perché adesso, con le imminenti elezioni del Presidente della Repubblica, temo che il tempo per istituire l’obbligo sia scaduto.

Come si rientrerà (se si rientrerà) a scuola e sul lavoro? Cosa ne pensa delle parole di Brunetta e di chi assicura la scuola in presenza
Questo lo deciderà il Consiglio dei Ministri. Io posso solo ribadire tre cose. Innanzitutto, con gli attuali tempi di raddoppiamento dei contagi le decisioni politiche non possono essere subordinate all’andamento dei numeri, peraltro già ampiamente prevedibili, ma devono essere molto più tempestive di quanto fatto in passato. In secondo luogo, ci stiamo rapidamente avvicinando ad una pericolosa condizione di sovraccarico dei servizi ospedalieri. Infine, rispetto a scuola e lavoro, bisogna fare delle scelte: sia perché omicron non consente di tenere tutto aperto, sia perché “sperare, non è una strategia” (T. Ryan Gregory)

L’articolo proviene da TPI.it qui

Cartabellotta a TPI: “Con Omicron il ‘rischio ragionato’ non funziona più. Il governo riveda i parametri”

Perfino membri dell’OMS ieri hanno chiarito ai Paesi che no, che la variante Omicron non è un raffreddore. Eppure la suggestiva narrazione della “raffredorizzazione” è molto in voga e molto utile per appannare il default dei servizi sanitari territoriali. Ne abbiamo parlato con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che dall’inizio della pandemia analizza i dati e le evidenze scientifiche.

Quindi è solo un raffreddore? Va tutto bene e siamo noi che creiamo falsi allarmi?
Il virus del raffreddore ha un R0 inferiore a 2, mentre la variante omicron intorno a 7-8. Il raffreddore ha un tasso di letalità inferiore allo 0.04%, la COVID-19 intorno all’1%. Direi che il caso è chiuso. Tuttavia, dati preliminari raccolti in vari paesi (Regno Unito, Sudafrica, Australia, Canada) dimostrano che il rischio di ospedalizzazione nelle persone infette dalla variante omicron si riduce di circa il 30-40%. Ma se una malattia meno severa è sempre un vantaggio per il singolo individuo, la contagiosità molto elevata è un problema enorme per la risposta dei servizi sanitari. E i numeri parlano chiaro: il 27 dicembre avevamo 537.504 attualmente positivi, il 3 gennaio 1.125.052, ovvero in 7 giorni i contagi sono aumentati di oltre il 109%. Nello stesso periodo i posti letto occupati in area medica sono aumentati da 9.723 a 12.333 (+26,8%) e quelli in terapia intensiva da 1.126 a 1.351 (+20%), ovvero lo scudo della vaccinazione e, in particolare della terza dose, riducono nettamente la probabilità di malattia grave e “ammortizzano” l’impatto sugli ospedali. Ma con una media di 110 mila nuovi casi al giorno i 2 milioni di positivi, con il relativo sovraccarico ospedaliero, sono dietro l’angolo.

A cosa torna utile una narrazione così tranquillizzante da apparire scollegata dalla realtà?
Bisogna chiederlo a chi la racconta… Durante una pandemia trasferire i risultati della ricerca di base, o di quella clinica preliminare, alla gestione dei servizi sanitari è avventuroso e pericoloso perché abbassa il livello di attenzione della popolazione e convince la politica a sottovalutare i rischi. È evidente che i servizi sanitari territoriali sono già in tilt (tamponi, tracciamento, etc) e che la saturazione negli ospedali, seppur più lenta e silenziosa, rispetto alle ondate dell’era pre-vaccinale, rischia di mandare in zona arancione varie regioni entro qualche settimana. A tal proposito utile ribadire che le percentuali di occupazione in area medica e in terapia intensiva rappresentano un’unità di misura ormai anacronistica per almeno tre fattori. Innanzitutto, le Regioni possono aumentare la disponibilità dei posti letto, in particolare in area medica, per abbassare il tasso di occupazione. In secondo luogo, la “cannibalizzazione” dei posti letto riduce l’offerta sanitaria a pazienti non COVID e ritarda prestazioni essenziali. Infine, professionisti e operatori sanitari sono ormai allo stremo.

Le misure adottate fin ad ora dal Governo sono misure più economiche o sanitarie?
Il “rischio ragionato” che ha portato alle riaperture irreversibili ha funzionato benissimo da aprile a metà ottobre per la progressiva copertura vaccinale della popolazione e il declino dell’efficacia del vaccino non ancora evidente durante la favorevole stagione estiva. Poi è arrivato l’inverno, la certezza di dover somministrare il richiamo a tutta la popolazione e, soprattutto, il virus più contagioso della storia: una congiuntura astrale che impone al Governo di rivedere i parametri del “rischio ragionato”. Purtroppo, la somministrazione delle terze dosi è partita un po’ in ritardo, rispetto al via libera di metà settembre e, di fatto, il “cambio di passo” si è visto solo a metà novembre. Anche perché nel frattempo molte Regioni avevano chiuso diversi hub vaccinali e, più in generale, rallentato la “macchina organizzativa” che aveva permesso di superare 3,5 milioni di somministrazioni giornaliere. Con la progressiva estensione del green pass e la successiva istituzione del green pass rafforzato si è cercato di convincere gli indecisi a vaccinarsi, ma con risultati modesti, visto che ancora – fatta eccezione per la fascia 5-11 – oltre 5 milioni di persone non hanno fatto nemmeno una dose di vaccino. In tal senso, è mancata, a parte alcune eccezioni, una strategia di comunicazione e persuasione individuale per aiutare le persone a superare la paura di vaccinarsi.

Cosa si dovrebbe fare (per l’ennesima volta) che non è stato fatto?
Cose non fattibili nel breve-medio periodo perché richiedono programmazione strategica, allocazione di risorse, e anche coraggiose riforme sanitarie. Dall’emanazione di norme per standardizzare i sistemi di aerazione e ventilazione nelle scuole e nei luoghi pubblici al chiuso al rinforzo del personale dei servizi di sanità pubblica; dal potenziamento e riorganizzazione dei servizi sanitari territoriali, in particolare attraverso una profonda revisione del ruolo del medico di famiglia, alla gestione dei dati della pandemia e delle vaccinazioni in maniera open e interoperabile.

Non ha la sensazione che si faccia di tutto per prevedere un obbligo vaccinale “di sponda” senza avere il coraggio di imporlo con chiarezza?
Il green pass rafforzato è un obbligo vaccinale di fatto. Ma stiamo pagando cara la mancanza di coraggio, perché adesso, con le imminenti elezioni del Presidente della Repubblica, temo che il tempo per istituire l’obbligo sia scaduto.

Come si rientrerà (se si rientrerà) a scuola e sul lavoro? Cosa ne pensa delle parole di Brunetta e di chi assicura la scuola in presenza?
Questo lo deciderà il Consiglio dei Ministri. Io posso solo ribadire tre cose. Innanzitutto, con gli attuali tempi di raddoppiamento dei contagi le decisioni politiche non possono essere subordinate all’andamento dei numeri, peraltro già ampiamente prevedibili, ma devono essere molto più tempestive di quanto fatto in passato. In secondo luogo, ci stiamo rapidamente avvicinando ad una pericolosa condizione di sovraccarico dei servizi ospedalieri. Infine, rispetto a scuola e lavoro, bisogna fare delle scelte: sia perché omicron non consente di tenere tutto aperto, sia perché “sperare, non è una strategia” (T. Ryan Gregory)

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Europa razzista: in un anno respinti 12mila tra donne, bambini e vittime di violenze

La realtà la fotografano perfettamente i numeri. Tra gennaio e novembre 2021 sono stati documentati quasi 12mila respingimenti da parte di polizia di frontiera, forze dell’ordine o altre autorità degli Stati membri dell’Ue. Si tratta di uomini, donne e bambini che spesso hanno subito violenza fisica e sessuale, molestie, estorsioni, distruzione di proprietà, furto, separazione forzata di famiglie e alla fine la negazione del diritto di chiedere asilo. C’è tutto nel rapporto «Human dignity lost at EU’s borders», curato da Protecting Rights at Borders (Prab), un’iniziativa che riunisce 6 organizzazioni della società civile in 6 paesi lungo la rotta balcanica e 3 diversi uffici del Danish Refugee Council.

Tra le pagine si legge di “respingimenti illegali, ma apparentemente tollerati e continui” che sono «una perdita dei valori fondamentali europei della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone». Il rapporto mostra che finora i più alti tassi di respingimenti sono stati registrati al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina. In generale, i cittadini afgani sono la popolazione che denuncia maggiormente i respingimenti (sempre a proposito dell’aiuto all’Afghanistan che tutto il mondo aveva finto di promettere): il 32% dei respingimenti riguarda persone provenienti dall’Afghanistan, il 60% di loro si sono visti negare il diritto di chiedere asilo. Nel 10% degli episodi di respingimento sono stati coinvolti dei bambini. «Stiamo parlando di persone in una posizione estremamente vulnerabile. Rubare o distruggere i loro pochissimi oggetti di valore, non ultimi i loro telefoni che per molti sono un’ancora di salvezza essenziale, è una vergogna assoluta.

Il fatto che questa appaia una pratica diffusa e persino normale è estremamente preoccupante e richiede indagini per garantire che i colpevoli siano assicurati alla giustizia», ha dichiarato alla presentazione del rapporto Charlotte Slente, Segretario Generale del Consiglio danese per i rifugiati, aggiungendo: «che avvengano al confine dell’UE con la Bielorussia, in Croazia o nel Mediterraneo, i respingimenti sono illegali. I funzionari delle forze dell’ordine hanno il diritto di proteggere i confini degli Stati, tuttavia, i diritti umani devono essere rispettati. Le violazioni dei diritti alle frontiere dell’Ue sono una macchia nera sulla reputazione dell’Ue come sostenitrice della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone». Con l’arrivo dell’inverno inevitabilmente la situazione è peggiorata: al confine tra Ungheria e Serbia i migranti “vivono senza accesso ai servizi di base e senza assistenza sanitaria”, al confine tra Bosnia-Erzegovina e Croazia le persone «rimangono principalmente in edifici abbandonati, in rovina o in accampamenti di fortuna, senza acqua, elettricità o mezzi per farli per procurarsi un riparo resistente alle intemperie».

Ma nel report si racconta anche di condizioni disumane nei confini interni dell’Ue come a Ventimiglia (dove mancano “cibo, acqua e servizi sanitari, strutture umanitarie” e le donne sono spesso vittima di violenze) o a Oulx dove i migranti sono rimasti bloccati per giorni nei pressi di un rifugio. «Con l’inverno alle porte – si legge nel rapporto – temperature che scendono sotto lo zero e neve, i bisogni delle persone aumenteranno mentre l’accesso all’assistenza umanitaria è spesso ostruito. L’accesso umanitario non dovrebbe essere politicizzato né compromesso. Assistenza salvavita e aiuti umanitari dovrebbero essere messi a disposizione di tutti coloro che sono bloccati alle frontiere dell’Ue, indipendentemente da giochi di potere politico che potrebbero essere in corso. La limitazione dell’accesso ai servizi di base provocherà problemi di protezione e le persone non avranno altra scelta che rivolgersi ai contrabbandieri e a percorsi più pericolosi».

Sulle violazioni sistematiche dei diritti umani dei migranti tunisini c’è anche l’importante racconto del documentario La via del ritorno firmato da Giovanni Culmone, Youssef Hassan Holgado e Matteo Garavoglia, finalista del Premio Morrione 2021: racconta di giovani disillusi dal proprio Paese che vengono respinti per il semplice fatto di provenire dalla Tunisia. “Merito” degli accordi che Italia e Tunisia hanno firmato nell’agosto del 2020 che hanno accelerato la procedura di rimpatrio e incrementato le intercettazioni nelle acque tunisine. Da allora circa 1700 persone sono state rimpatriate senza poter nemmeno presentare domanda d’asilo, in violazione alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati che prevede una valutazione della storia individuale per stabilire se la persona che presenta richiesta di asilo rischia una forma di persecuzione nel paese di origine. La stessa Convenzione vieta di discriminare “in base alla razza, alla religione o al paese d’origine” ma i trattati evidentemente qui da noi non valgono quando diventano un impiccio al razzismo di Stato. Del resto il 2021 non è stato un buon anno per il Diritto e per i diritti.

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Il ministro della transizione agli amici

Che il ministro Cingolani abbia delle strambe idee su ambiente e transizione ecologica ormai è noto a tutti (tranne ovviamente ai cantori del governo dei migliori) ma che abbia il coraggio di spostare 575 milioni inizialmente destinati alle bonifiche dell’ex Ilva (soldi sequestrati dal tribunale alla famiglia Riva) alle casse di Acciaierieitalia (il nuovo nome dell’ex Ilva, controllata da ArcelorMittal e Invitalia) era imprevedibile persino per i commentatori più pessimisti.

Nel decreto Milleproroghe licenziato durante l’ultimo Consiglio dei ministri infatti si è deciso di utilizzare quei soldi che dovevano essere utilizzati per «risanamento e bonifica ambientale» per le casse di Acciaierieitalia che sarebbe in crisi di liquidità. Se n’era accorto per primo il coportavoce nazionale di Europa Verde Angelo Bonelli (che l’aveva definito «un golpe contro la salute») ma poi pian piano per fortuna ci sono arrivati anche il Pd con Francesco Boccia e il M5s con Mario Turco. «La norma – dice Boccia – non è né accettabile né giustificabile. Voglio sperare che si sia trattato di un equivoco nel governo e si faccia immediata chiarezza attraverso un chiarimento del ministero dello Sviluppo economico. Le bonifiche interne ed esterne sono in ritardo a causa dell’incapacità dei diversi protagonisti che rispondono al Governo, ma i ritardi non giustificano in alcun modo un’azione di questo tipo. Se non funziona l’amministrazione straordinaria si interviene sulle procedure oppure si cambia, ma non si spostano le risorse». Anche Turco è andato dritto al punto: «Modificare la destinazione di queste importanti risorse per dirottarle su investimenti nel ciclo produttivo dell’acciaio, spacciandoli per progetti di decarbonizzazione, non è solo uno schiaffo alle future generazioni tarantine ma rischia di divenire anche un aiuto di Stato non concedibile».

A questo si aggiunge che perfino gli uffici di Palazzo Chigi ritengono che la norma non supererebbe il controllo dell’Ue. In tutto questo a Taranto si lotta da tempo contro i 6 milioni di tonnellate d’acciaio da produrre all’anno nei programmi dell’acciaieria che Arpa e Asl ritengono eccessive e su cui Cingolani (ma va) tergiversa da tempo.

Per dirla semplice: il governo decide di usare soldi destinati alla salute ambientale per coprire le difficoltà di un gruppo che pervicacemente vorrebbe superare le soglie di tutela ambientale. Semplice, chiaro, lineare. No? Chissà se Draghi ha qualcosa da dire.

Buon mercoledì.

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È morto Gianni Celati, trionfi e tumulti nel segno di Joyce

Joyce l’aveva nella giovinezza e nel destino. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio è morto in una casa di cura di Hove, vicino a Brighton dove viveva con la moglie Gillian Haley, Gianni Celati. Aveva 84 anni e tra i suoi ultimi lavori c’è proprio la nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce edito da Einaudi nel 2013. Giovanni Celati, detto Gianni, nasce a Sondrio nel 1937 da genitori ferraresi. Una vita di «tumulto, fatta di sbagli ma altresì di cose bellissime, di passioni travolgenti», spiegò in un’intervista ad Antonio Gnoli per Repubblica. Come quando appena finito il liceo conosce in un campeggio estivo a Marina di Ravenna una ragazza tedesca che vuole a tutti i costi rivedere: gli amici fanno un colletta per pagargli il viaggio ad Amburgo dove si trattiene per nove mesi grazie al denaro spedito dal fratello Gabriele.

Joyce fu anche il soprannome che a Celati aveva dato, quando era studente universitario a Bologna, il suo professore Carlo Izzo. E proprio su Joyce sarà la sua laurea in letteratura inglese. Negli anni Sessanta comincia a scrivere articoli per alcune riviste letterarie e pubblico le sue prime traduzioni tra cui Futilità di William Gerhardie e Favola della botte di Jonathan Swift. Nel 1971 esordisce con il romanzo Comiche per Einaudi, nella collana sperimentale “La ricerca letteraria”, con una nota di Italo Calvino con cui Celati condivideva una feconda amicizia: «Quando Calvino veniva in Italia da Parigi, per andare a lavorare da Einaudi, una settimana al mese, mi telefonava tutti i giorni e ci scambiavamo idee. Io avevo la borsa di studio a Londra e viaggiavo con una macchina scassata: un camion mi aveva tamponato e la portiera mi arrivava fino alla spalla. Ma con quella macchina andavo avanti e indietro una volta ogni tre o quattro mesi e, passando da Parigi, mi fermavo a dormire da Calvino», raccontò a Nunzia Palmeri.

Sempre per Einaudi pubblicò Le avventure di Guizzardi (1972), La banda dei sospiri (1976) e Lunario del paradiso (1978) che si contraddistinsero per una voce che si scostava dai canoni scolastici di quegli anni. Le tre opere vennero in seguito raccolte nella trilogia Parlamenti buffi (Feltrinelli, 1989, premio Mondello 1990). Tornato in Italia si dedica all’insegnamento al Dams di Bologna con la cattedra di letteratura angloamericana (annoverando tra i suoi allievi Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Andrea Pazienza e Freak Antoni) riprendendo anche l’attività di critico, studioso e traduttore di opere di James Joyce, Mark Twain, Joseph Conrad, Roland Barthes. Nel 1981 su invito del fotografo Luigi Ghirri collabora a una ricerca sul paesaggio italiano post- industriale. Nel 1985 torna alla narrativa con i racconti Narratori delle pianure edito da Feltrinelli con un cambio di stile che dall’intemperanza stralunata delle prime opere passa a una lingua apparentemente più semplice, legata all’oralità del territorio.

Abbandonata l’università per dedicarsi interamente alla scrittura Celati si trasferisce a Brighton, in Inghilterra affrontando lunghi viaggi in Italia e in Africa, pubblicando taccuini di viaggio come Avventure in Africa (Feltrinelli, 1998, premio Comisso), e poi racconti come Cinema naturale (Feltrinelli, 2001, Premio Chiara), Fata Morgana (Feltrinelli, 2005, Premio Selezione Campiello, Premio Napoli, Premio Flaiano) e Vite di pascolanti (Nottetempo, 2006, premio Viareggio). Celati si è dedicato anche alla trascrizione di grandi classici (L’Orlando Innamorato raccontato in prosa, Einaudi, 1994; Le disgrazie di Ulisse. Due canti dell’Odissea raccontati in prosa, 2000) e ha spaziato come autore e regista in film documentari come Strada provinciale delle Anime (1991), Il mondo di Luigi Ghirri (1999), Case sparse. Visioni di case che crollano (2003) e Diol Kadd. Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal (2010). Scriveva Celati che «ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d’uno stesso incantesimo». La sua opera nel 2016 è stata raccolta nella collana “I Meridiani” di Mondadori curata da Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri.

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La cretina ostinazione

Su questa imperante narrazione per cui non conta il dato sui nuovi contagi ne ha scritto benissimo Lorenzo Ruffino per Pagella politica: «I nuovi contagi restano ancora l’indicatore più tempestivo per capire come sta evolvendo l’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese. Rinunciare a guardarlo per concentrarsi su altri indicatori, come quelli su ricoveri o decessi, vuol dire rinunciare a capire che cosa sta succedendo e rendere inutili eventuali misure per combattere la pandemia. L’andamento dei casi gravi di Covid-19 dipende dal numero totale di casi, anche con i vaccini. Sapendo quanti sono e quale età hanno, si possono fare delle stime per capire quale sarà l’impatto nei giorni seguenti sugli ospedali ed eventualmente capire perché sta andando diversamente da quanto atteso. In Italia, ad esempio, il basso impatto che si è avuto per ora sugli ospedali dipende molto dal fatto che i casi sono principalmente concentrati tra i più giovani. Ma uno spostamento dell’epidemia sui più anziani può determinare una situazione diversa».

E i nuovi contagi, nonostante i giornali abbiano immediatamente abbandonato i toni allarmistici prima usati come attacco al governo (l’altro) sono schizzati. A ben vedere anche le occupazioni ospedaliere cominciano a preoccupare e poiché quasi tutti siano d’accordo che siamo ancora lontani dal picco, è prevedibile che tra poco gli ospedali saranno in seria difficoltà. Già completamente scoppiato è il sistema dei tamponi e del tracciamento.

Tra le cose di buonsenso da fare c’è, sembra perfino banale doverlo spiegare, lo smart working. Ieri il segretario generale Confsal, Angelo Raffale Margiotta, ha scritto: «Stiamo assistendo a un crescente aumento dei contagi, per il diffondersi di nuove varianti, con conseguenti misure di quarantena, sia per i colpiti sia per chi ha avuto con gli stessi contatti, che moltiplicano le assenze a dismisura». In una lettera al ministro Renato Brunetta Confsal parla di «forte disagio» per le attività lavorative ordinarie e «grande preoccupazione tra i lavoratori per l’effetto che tale situazione potrebbe determinare anche nell’ambito familiare». Sulla stessa linea Marco Carlomagno, segretario generale Flp (Federazione dei lavoratori della Funzione pubblica): «Il governo – ha detto – ripristini il lavoro agile emergenziale anche nella pubblica amministrazione. E’ una necessità per la sicurezza dei lavoratori».

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, si è espresso in favore del lavoro agile. «Tutte le misure messe in campo finora dal governo – per Cartabellotta – sono una sommatoria di pannicelli caldi che non riescono a rallentare la circolazione. Adesso vediamo cosa verrà fuori dal prossimo consiglio dei ministri. Bisogna limitare i contatti sociali, magari incrementando lo smart working. Mi preoccupa che si prenda tempo prima di assumere decisioni, perché i numeri sono già evidenti».

Brunetta, ovviamente, risponde da par suo: «Alla luce della grande flessibilità riconosciuta alle singole amministrazioni – scrivono dal ministero – e dell’esigua minoranza di dipendenti pubblici che potrebbe realmente lavorare da casa, risulta, dunque, incomprensibile l’invocazione dello smart working per tutto il pubblico impiego. Un “tutti a casa” come sperimentato, in assenza dei vaccini, durante la prima fase della pandemia nel 2020, legato al lockdown generalizzato e alla chiusura di tutte le attività economiche e di tutti i servizi, tranne quelli essenziali. Non è questa la situazione attuale».

L’odio scellerato di Brunetta verso i dipendenti pubblici è uno degli spigoli più orribili di questo governo. Pensare di fare finta che non stia accadendo nulla (così come avviene per la scuola) è una cretina ostinazione che piacerà sicuramente agli amichetti di questo governo (che valutano le pandemia in base ai fatturati). Quando nelle prossime settimane ci si accorgerà di avere osato condizioni che non è possibile mantenere potremo dire che l’ottusità inutile di Brunetta e compagnia è degna del peggior governo dei peggiori? Potremo dirlo?

Buon martedì.


 

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La narrazione del “è solo un raffreddore” sulla variante Omicron è immorale e falsa: io ne sono un esempio

Dicono che sia solo un raffreddore, che c’è da stare tranquilli, che va tutto bene e che le nuove quarantene (ovvero la deregolamentazione delle quarantene) ci permetteranno di convivere con il virus. Non c’è motivo di non credere ai valenti scienziati e politici che da giorni insistono in una pervicace opera di “normalizzazione” della variante Omicron e alla minimizzazione dei problemi logistici per effettuare i tamponi. La realtà, qui fuori, è un po’ diversa.

Ho 44 anni e ho avuto due volte il Covid dall’inizio della pandemia. La prima da sintomatico e la seconda completamente asintomatico, scoperta per un tampone per motivi di lavoro che si è negativizzato pochi giorni dopo. Sono un soggetto considerato “fragile” per motivi di ipertensione e di cuore, niente di grave, il mio medico dice che sono le naturali falle di una vita disordinata.

Il 30 dicembre ero uno di quelli che, a detta di qualche ostinato “rassicuratore”, ingolfava il centro tamponi di Lodi (il PTP su cui vengono dirottati tutti i sintomatici della provincia) per godersi il capodanno. Solo che il capodanno non c’entrava nulla: la mia compagna aveva tutti i sintomi (febbre alta, dolori dappertutto, raffreddore, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie), i medici di base addirittura ci avevano sconsigliato di metterci in coda: 4 ore e mezzo. Al freddo, per strada, in quelle condizioni. Positiva lei, negativo io. Siamo entrambi vaccinati per due volte con la terza dose booster che era prenotata a breve. Mentre sui giornali si leggeva che non c’era nessun motivo per cui preoccuparsi ho pensato che tutta quella gente in coda (senza nessun servizio intorno, costretta, per dire, a pisciare nei campi) fosse una fotografia ben diversa da quello che si leggeva in giro. Badate bene: il centro tamponi non è una farmacia. Ci si entra solo per ricetta medica o segnalazione dell’ATS. All’accettazione eravamo il numero 1046.

Ho pensato che forse era solo una sfortunata coincidenza che lei avesse preso una forma così forte di Covid. Mi sbagliavo. Ieri ho avuto gli stessi sintomi. Solo che per i miei problemi a sballare era anche il cuore e la pressione. Ovviamente essendo domenica era impossibile trovare un tampone. Mi sono arrangiato con un tampone fai da te (che qui per alcuni giorni erano introvabili come diamanti) che è risultato positivo. Domenica pomeriggio. 39.5 di febbre. Di domenica, si sa, non rispondono i medici di base. Ieri è stato impossibile parlare con una guardia medica. Solo la cardiologa, che ho la fortuna di conoscere al di là dell’aspetto professionale, mi ha consigliato qualcosa da fare. Sono stato male come non lo sono mai stato da ammalato di Covid nelle mie precedenti esperienze. L’unica soluzione sarebbe stata quella di chiamare un’ambulanza. Non l’ho fatto perché ho pensato (e continuo a pensare) che se io che sono comunque mediamente “sano” mi ritrovavo in quelle condizioni sicuramente in giro ci sarebbe stata molta gente che aveva più bisogno di me.

Non è finita, qui, no. Stamattina mi sono rimesso in coda (sempre chilometrica, con febbre altissima) per ottenere un tampone molecolare nello stesso centro in cui mi ero presentato qualche giorno fa. Solo che per gestire le interminabili code ci si può presentare solo con una prenotazione dell’Ats (che sono gli stessi che in questi giorni è quasi impossibile contattare). Solo la comprensione di un addetto (che tra l’altro sono straordinariamente disponibili nonostante il carico di lavoro e il caos del governo) mi ha permesso di ottenere un tampone. Lui stesso ha riconosciuto che altrimenti avrei dovuto presentarmi al Pronto Soccorso e un positivo al Pronto Soccorso qui a Lodi è un’esperienza che abbiamo imparato a comprendere per le possibili conseguenze. Quando me ne sono tornato a casa sfatto dalla fatica la fila di auto ormai straboccava sulla strada provinciale.

Ecco, no: non è solo un raffreddore e questa non è una “convivenza” con il virus. E stasera, nonostante i brividi, penso a cosa mi sarebbe successo senza nemmeno il vaccino. Mi rimane addosso però il presentimento che la narrazione sia scostata dalla realtà. Ed è immorale, parlando della salute delle persone.

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La narrazione del “è solo un raffreddore” sulla variante Omicron è immorale e falsa: io ne sono un esempio

Dicono che sia solo un raffreddore, che c’è da stare tranquilli, che va tutto bene e che le nuove quarantene (ovvero la deregolamentazione delle quarantene) ci permetteranno di convivere con il virus. Non c’è motivo di non credere ai valenti scienziati e politici che da giorni insistono in una pervicace opera di “normalizzazione” della variante Omicron e alla minimizzazione dei problemi logistici per effettuare i tamponi. La realtà, qui fuori, è un po’ diversa.

Ho 44 anni e ho avuto due volte il Covid dall’inizio della pandemia. La prima da sintomatico e la seconda completamente asintomatico, scoperta per un tampone per motivi di lavoro che si è negativizzato pochi giorni dopo. Sono un soggetto considerato “fragile” per motivi di ipertensione e di cuore, niente di grave, il mio medico dice che sono le naturali falle di una vita disordinata.

Il 30 dicembre ero uno di quelli che, a detta di qualche ostinato “rassicuratore”, ingolfava il centro tamponi di Lodi (il PTP su cui vengono dirottati tutti i sintomatici della provincia) per godersi il capodanno. Solo che il capodanno non c’entrava nulla: la mia compagna aveva tutti i sintomi (febbre alta, dolori dappertutto, raffreddore, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie), i medici di base addirittura ci avevano sconsigliato di metterci in coda: 4 ore e mezzo. Al freddo, per strada, in quelle condizioni. Positiva lei, negativo io. Siamo entrambi vaccinati per due volte con la terza dose booster che era prenotata a breve. Mentre sui giornali si leggeva che non c’era nessun motivo per cui preoccuparsi ho pensato che tutta quella gente in coda (senza nessun servizio intorno, costretta, per dire, a pisciare nei campi) fosse una fotografia ben diversa da quello che si leggeva in giro. Badate bene: il centro tamponi non è una farmacia. Ci si entra solo per ricetta medica o segnalazione dell’ATS. All’accettazione eravamo il numero 1046.

Ho pensato che forse era solo una sfortunata coincidenza che lei avesse preso una forma così forte di Covid. Mi sbagliavo. Ieri ho avuto gli stessi sintomi. Solo che per i miei problemi a sballare era anche il cuore e la pressione. Ovviamente essendo domenica era impossibile trovare un tampone. Mi sono arrangiato con un tampone fai da te (che qui per alcuni giorni erano introvabili come diamanti) che è risultato positivo. Domenica pomeriggio. 39.5 di febbre. Di domenica, si sa, non rispondono i medici di base. Ieri è stato impossibile parlare con una guardia medica. Solo la cardiologa, che ho la fortuna di conoscere al di là dell’aspetto professionale, mi ha consigliato qualcosa da fare. Sono stato male come non lo sono mai stato da ammalato di Covid nelle mie precedenti esperienze. L’unica soluzione sarebbe stata quella di chiamare un’ambulanza. Non l’ho fatto perché ho pensato (e continuo a pensare) che se io che sono comunque mediamente “sano” mi ritrovavo in quelle condizioni sicuramente in giro ci sarebbe stata molta gente che aveva più bisogno di me.

Non è finita, qui, no. Stamattina mi sono rimesso in coda (sempre chilometrica, con febbre altissima) per ottenere un tampone molecolare nello stesso centro in cui mi ero presentato qualche giorno fa. Solo che per gestire le interminabili code ci si può presentare solo con una prenotazione dell’Ats (che sono gli stessi che in questi giorni è quasi impossibile contattare). Solo la comprensione di un addetto (che tra l’altro sono straordinariamente disponibili nonostante il carico di lavoro e il caos del governo) mi ha permesso di ottenere un tampone. Lui stesso ha riconosciuto che altrimenti avrei dovuto presentarmi al Pronto Soccorso e un positivo al Pronto Soccorso qui a Lodi è un’esperienza che abbiamo imparato a comprendere per le possibili conseguenze. Quando me ne sono tornato a casa sfatto dalla fatica la fila di auto ormai straboccava sulla strada provinciale.

Ecco, no: non è solo un raffreddore e questa non è una “convivenza” con il virus. E stasera, nonostante i brividi, penso a cosa mi sarebbe successo senza nemmeno il vaccino. Mi rimane addosso però il presentimento che la narrazione sia scostata dalla realtà. Ed è immorale, parlando della salute delle persone.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Italia V come Vendetta

Il dibattito politico del primo giorno del 2022, lo so, vi sembrerà incredibile, verte sul presunto ritorno di Bersani nel Pd e su una frase di D’Alema. Capite bene che il fatto che una frase di D’Alema possa “sconvolgere” lo scenario politico (anche se solo per un giorno) racconta come l’agone rimanga sempre un’accolita di briosi vendicativi che si impegnano per travestire insignificanti e per niente interessanti odi personali in azioni di una qualche valenza politica.

La cronaca è un dirupo di pochezza: D’Alema dice che il Pd è guarito da una malattia riferendosi a Renzi e i suoi accoliti. Una frase che potrebbe essere trattata come la rivendicazione di un giocatore d’antan viene presa terribilmente sul serio da Renzi che non vede l’ora di spargere un po’ di vittimismo accusando D’Alema di averlo definito “malato” (mentre “malato” per D’Alema era il partito ma Matteo, si sa, ha sempre avuto difficoltà a scindere le due cose).

Sui social le bestioline di Italia Viva si scatenano sentendo l’odore dell’osso e dall’altra parte una difesa effettivamente eccessiva per un ex giocatore. Tutto il giorno così, a bastonarsi. Sullo sfondo Bersani che viene tirato in mezzo.

In sostanza un’intera giornata si consuma con le rivendicazioni di due partiti che sono in disaccordo (Italia Viva non è nata per questo?) e che vorrebbero decidere l’uno le sorti dell’altro. Come due acidi amanti che hanno come missione la distruzione dell’ex.

La scena, da fuori, è deprimente.

Intanto la variante Omicron sta imperversando in Italia e il governo si strizza per chiarire un modello rivisto di quarantene che non hanno capito nemmeno loro. A tal proposito, mi perdonerete, mi permetto di riportare un’esperienza personale abbastanza significativa: già malato per 2 volte di Covid mi sono ammalato per la terza volta con l’inizio del nuovo anno. Due vaccini fatti (terza dose booster prenotata a breve) ma la positività è stata impossibile da ufficializzare perché i tamponi (con febbre) si riusciranno a recuperare forse oggi. Sono un paziente fragile, a un passo dal ricovero. Sarà pur vero che siamo di fronte a una raffreddorizzazione come dice qualcuno ma questo “raffreddore” è qualcosa che non augurerei a nessuno.

Vacciniamoci. Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

L’anno che varrà

Noi che abitiamo a Lodi il Covid non ce lo siamo scrollati di dosso. Non è una questione geografica o ambientale, è qualcosa che ha a che vedere con la solitudine di quel periodo in cui la pandemia non esisteva sui giornali, non stava sulle bocche dei politici, non aveva ancora partorito aspiranti virologi virali. Si leggeva nascostamente in qualche notizia breve di ciò che accadeva in Cina e il Covid da queste parti lo toccavi nelle sirene calanti delle ambulanze che percorrevano una città diventata un formicaio. Mentre il resto d’Italia (e poi del mondo) imparava ad avere paura del Covid, qui a Lodi avevano già scavato le trincee, sapevamo benissimo che forma avesse quel distacco violento, una feroce alienazione, che strappava i malati sradicandoli dalla famiglie e nessuno aveva nemmeno le parole per immaginare in che buco finissero. Quando l’Italia preparava le dighe contro il virus qui a Lodi si intravedevano già le macerie.

Mentre l’Italia si preparava al lockdown a Lodi c’era già l’odore del lutto

Mentre l’Italia si apparecchiava per il lockdown, mentre tutti lo intendevano come cautela per salvarsi, a Lodi c’era già l’odore del lutto. Non è facile scrivere cosa significhi vivere una pandemia lunga quasi due anni dallo scostamento di sassi da cui ha cominciato a sgorgare tutto. C’è continuamente una sensazione di anticipo sui tempi come un orologio della storia che solo qui da noi è in anticipo di qualche settimana, c’è lo straniamento nell’avere il dolorosissimo privilegio di osservare prime impressioni che qui sono già conosciute. Ricordo, nelle prime settimane di pandemia, spostandomi per lavoro, il male quasi fisico che mi provocava incontrare gente che dubitava perfino dell’esistenza di un virus che aveva chiuso le bare di gente con cui bevevo il caffè.

covid, omicron e l'illusione del capodanno
Il reparto di terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Lodi (Getty Images).

La natura, la finanza e la società non hanno occhi per rispettare un calendario

Ho ingenuamente pensato che questa primogenitura potesse avere risvolti positivi. Sarà uno di quei dolori che franano addosso e poi ringrazieremo di non dover subire lo stillicidio dell’infiltrazione lenta, mi sono detto. Mi sbagliavo. Ci siamo sbagliati. Di questi mesi di pandemia la punta più dolorosa, perfino più dolorosa dei morti, è questa estenuante sensazione di avere dato quello che c’era da dare, di avere subito tutto, di poter raccogliere i caduti e poi guardarci negli occhi per dirci: «È finita» e invece non finiva. Non è finita dopo un’estate arrivata per risvegliare le papille da punire subito nell’autunno successivo. Non è finita con la fine del primo anno. Che tortura incredibile i Capodanni quando ti inducono a credere che possano coincidere con una svolta temporale reale, come se la natura o la finanza o la società avessero davvero occhi per rispettare un calendario.

La variante Omicron non ha risparmiato Lodi già lacerata dalle precedenti ondate

Le ondate sono ritornate, qui dove tutto è cominciato, senza nessun rispetto per la tragedia originale. Non abbiamo mai avuto il coraggio di dircelo ma siamo arrivati a confidare che fossero morti tutti i moribili. Quando l’essere umano non ha più spazio per la paura comincia a masticarla, diventa tutto potabile in tempo di pandemia. Gli effetti collaterali sono una lacerazione che non avresti mai creduto di essere capace di tollerare. Il Capodanno 2022 a Lodi vede la provincia tra le più colpite dalla variante Omicron. Niente di pericoloso, pochi finiscono in ospedale, pochissimi muoiono continuano a ripeterci, eppure tra i superstiti anche il più flebile segnale dolente basta per spaccare le croste faticosamente messe insieme. Al di là degli ingolfamenti organizzativi che non avremmo mai pensato di meritarci ancora, a Lodi c’è questo andare per strada con gli occhi bassi di chi è deluso di dover tornare ancora ad abitare nella propria nostalgia. Se ci fosse nel vocabolario una parola per chiamare il cordoglio quando diventa incessabile sarebbe l’angolo delle bocche che a Lodi in questi giorni si dicono che ci siamo ancora dentro, che per fortuna ora fa meno male per merito dei vaccini ma che davvero non ci saremmo meritati di indossare gli abiti delle persone che abbiamo pianto.

il covid e l'illusione di capodanno
Al primo gennaio 2022 in Italia sono state somministrate 111.161.728 dosi (Getty Images).

Che questo Capodanno sia un vero Capodanno non ci crede nessuno

C’è un lato umano di questa pandemia che, chissà perché, è stato dato per risolto senza nemmeno averci fatto i conti. E che questo Capodanno sia un Capodanno non ci crede nessuno ma che straordinario meccanismo è l’uomo che riesce a sperare senza intravedere la speranza nemmeno in penombra. Se un giorno dovessimo imparare a maneggiare questa consapevolezza avremmo tra le mani un’energia nucleare. E allora lì, quel giorno lì, sarà Capodanno. Buon 2022.

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