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Decine di neonati abbandonati in mezzo al mare, e il governo invece di salvarli gli manda pannolini…

Hanno chiesto di sbarcare il 24 dicembre, la vigilia di Natale. Ma sulla Sea Watch 3 (la nave della Ong tedesca che si trova al largo di Augusta) il clima natalizio è qualcosa che ha a che fare con il vento gelido e con il solito traccheggiare del governo italiano che si preoccupa di non irretire gli alleati di governo scordandosi i diritti. Sulla nave ci sono 440 persone, salvate dal mare in cinque diverse operazioni. Di quelle 440 persone 116 sono donne, 5 sono incinte. Ma soprattutto su quella nave ci sono 209 bambini. Di quei 209 bambini 167 non hanno nessun genitore o accompagnatore. Solo 42 (con meno di 12 anni) hanno un genitore. Sea Watch 3 finora ha chiesto per 7 volte di avere un porto sicuro in cui fare sbarcare tutte quelle persone, senza ottenere risposta.

Eppure dalle parti del governo sanno bene quale sia la situazione: nella notte tra lunedì e martedì una donna incinta e sua figlia di 3 anni, in evidente difficoltà, sono state recuperate da una motovedetta italiana per essere condotte a Lampedusa. Il giorno successivo è stata la volta di una donna incinta e sua sorella minorenne, poi un padre con seri problemi medici e suo figlio portati ad Augusta. «Uno stillicidio», avevano detto dalla nave. Ma la fotografia di come si possa distillare l’orrore goccia dopo goccia è arrivata ieri quando l’equipaggio ha fatto sapere di avere quasi esaurito le scorte di latte in polvere e i pannolini: piuttosto che assegnare un porto si è preferito attivare la Prefettura di Catania per inviare scatoloni di latte e pannolini.

«Ci sono neonati che soffrono per l’esposizione alle intemperie. Giovani madri con ustioni da carburante. Uomini che hanno preso la tosse sulle barche instabili su cui viaggiavano», racconta il medico di bordo Martin McTigue. Ma dalle parti del governo devono avere pensato che per ora il rifornimento dovrebbe bastare a guadagnare qualche giorno. Poi l’anno prossimo si vedrà. Per salvare i disperati da noi serve che non ci sia troppo fremito politico, contano più gli umori e la pancia di qualche leader di partito che la salvezza delle persone. Intanto il vento e la pioggia colpiscono la Sea Watch 3 e a bordo ci si inventa qualche modo per coprire il ponte e offrire un po’ di riparo. Nel porto di Augusta sono sbarcati ieri invece i 558 migranti recuperato dalla nave Geo Barents di Medici senza frontiere. Era in attesa di un porto da martedì. Le prime a sbarcare sono state le persone con bisogni medici, i minori non accompagnati e le famiglie. Come accade quasi sempre negli sbarchi di questi mesi nessuno dei naufraghi è risultato positivo al test Covid-19. Tra loro, raccontano dallo staff della Geo Barents «una donna incinta di 8 mesi, minori non accompagnati di 12 anni e persone che hanno subito violenze sessuali e abusi terribili».

Eppure proprio mercoledì nell’udienza successiva al Natale papa Bergoglio aveva ricordato che «la famiglia di Nazaret ha subito tale umiliazione e sperimentato in prima persona la precarietà, la paura, il dolore di dover lasciare la propria terra. Ancora oggi – aveva detto il pontefice – tanti nostri fratelli e sorelle sono costretti a vivere la medesima ingiustizia e sofferenza». Ma non servivano questi ultimi giorni dell’anno per comprendere quale sia la linea dell’Europa: respingere, respingere a tutti i costi. E possibilmente rallentare e complicare i salvataggi che non si possono nascondere sotto il tappeto, come avviene per le navi nel Mediterraneo. Questo 2021 di respingimenti inizia con l’incontro ad Atene dei ministri di Grecia, Cipro, Malta, Spagna e Italia che chiesero il “rafforzamento delle frontiere esterne e un meccanismo europeo per rimpatriare migranti e rifugiati nei loro paesi di origine”.

10 giorni dopo (era il 29 marzo) la commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson visitando i centri di “accoglienza e identificazione” (perché chiamarli di “illegittima detenzione” non pareva il caso) di Samos e Lesbo annunciò l’approvazione di 155 milioni di euro (175 milioni di dollari) per costruire nuovi campi a Lesbo e Chios, oltre ai 121 milioni di euro (137 milioni di dollari) approvati nel 2020 per la costruzione di nuovi campi a Samo, Lero e Kos, e 22 milioni di euro (25 milioni di dollari) per espandere il centro di accoglienza a Fylakio, vicino al confine turco. Poi ci fu il naufragio del 22 aprile al largo delle coste libiche con almeno 130 vittime.

L’11 maggio la Grecia propose di autorizzare Frontex – l’agenzia collettiva di guardia costiera e di frontiera dell’UE – ad operare al di fuori delle acque dell’UE per “prevenire meglio il flusso di migranti verso l’Europa”, ovvero per presidiare le acque turche. Il 18 maggio ci furono i video dei rifugiati che arrivavano a Ceuta a nuoto e venivano ributtato in acqua. Il 7 giugno entrò in vigore una decisione ministeriale greca che considera la Turchia un paese terzo sicuro per afgani, siriani, somali, pakistani e bengalesi (nazionalità che rappresentano il 67 per cento dei richiedenti asilo in Grecia). Il 15 luglio il Parlamento europeo ha pubblicato un rapporto in cui afferma che Frontex è stata testimone di respingimenti che non ha impedito. 10 giorni dopo muoiono altre 150 persone al largo della Libia. Il 19 agosto 45 persone, compresi bambini, annegano a nord della Libia quando il motore della loro barca esplode.

Poi c’è stato l’ottobre rosso della guerra (tuttora aperta) tra Polonia e Bielorussia con i migranti usati come arma di pressione. Il 12 novembre una barca piena di rifugiati affonda al largo della costa libica. Quarantasei persone vengono salvate e 30 corpi recuperati, ma si teme che altre 74 siano annegate. Il 24 novembre 27 rifugiati annegano nel Canale della Manica tra Francia e Gran Bretagna. Nei giorni di Natale tre barche a vela stracolme di profughi si sono capovolte in un clima relativamente mite in tre diverse parti dell’Egeo, provocando almeno 31 morti e decine di dispersi. Basta ripercorrere sommariamente quest’anno per rendersi conto che l’Europa ha già deciso come affrontare l’immigrazione. Le manca solo il coraggio di ammetterlo. Intanto l’Italia, bontà sua, spedisce latte e pannolini al largo.

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La pandemia è il soldo

Si chiude l’anno con una riforma del fisco che porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. Si è deciso di lasciare indietro i più poveri e premiare le classi più abbienti. E non venite a dirci che “non sono ricchi” e tutta la solita manfrina: sono più ricchi di quelli che non hanno ricevuto benefici dalla riforma. Questo è il punto.

Si chiude l’anno con un aumento del 55 per cento di rincaro per l’elettricità e del 42 per cento del metano dal primo gennaio. Una «situazione senza precedenti» ha detto il presidente dell’Autorità per l’energia che consiglia di consumare di meno. L’Autorità conferma che gli interventi del governo non basteranno. Anche in questo caso il governo non è riuscito a decidere di far pagare ai più ricchi un contributo di solidarietà alle famiglie in difficoltà. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: il presidente Draghi, in conferenza stampa, ha dichiarato il falso sulla sua manovra (affermando che sarebbe stata a favore delle classi più disagiate, mentendo) dimostrando di non avere alcuna intenzione di ascoltare le richieste dei sindacati. Del resto come potrebbe ascoltare qualcuno che sciopera per un problema che secondo Draghi non esiste? Questo è un altro punto.

In questo anno abbiamo assistito al più coordinato attacco ai poveri perché considerati truffatori (con il reddito di cittadinanza), sfaticati (secondo le interviste di presunti brillanti imprenditori) o peggio troppo pretenziosi perché non accettano in silenzio di fare gli schiavi. In un’Italia che dovrebbe vergognarsi per la mancata crescita dei salari negli ultimi decenni c’è chi ha il coraggio di chiedere sacrifici ai lavoratori. L’area confindustriale del Paese non è mai stata così vispa come sotto al governo Draghi. Questo è un altro punto.

Si è passati dalla strategia della cautela al liberi tutti nei confronti della pandemia. Con il solito trucco si è trovato un colpevole (questa volta sono i no vax), ci si occupa di instillare odio e intanto si cancellano le quarantene perché non si è in grado di tracciarle e controllarle, si concedono tamponi di ogni sorta per entrare e uscire dalla malattia perché non si è in grado di tenere sott’occhio i tamponi. Prima si discuteva dell’equilibrio tra salute pubblica e profitto, ora la direzione è chiarissima. Ah, a proposito: si odiano i non vaccinati ma guai mettere mano alla vaccinazione obbligatoria. Si rischia di adombrare Salvini e compagnia cantante. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: in Italia se un padrone non vede un suo dipendente sudare sangue avendolo sotto gli occhi ogni minuto si dà per scontato che l’economia si fermerebbe. Quindi mentre tutto il mondo parla di smart working da noi un ministro che ha un’idea del lavoro antica e inutile come Brunetta si vanta di non dare scampo ai dipendenti pubblici con la faccia di chi gode tantissimo. Con 100mila contagiati al giorno. E lo stesso vale per quei sindaci preoccupati da un eventuale calo del Pil del tramezzino se dovessero chiudere gli uffici. Questo è un altro punto.

Non ci sono soldi per i poveri alle prese con le bollette ma il Paese schizza in spese militari, preferibilmente con sanguinari dittatori che hanno ucciso o torturato nostri studenti. Questo è un altro punto.

Il Pnrr non è comunicato. Lo dicono le ricerche che raccontano perfettamente come la gente ne sappia poco, ci capisca poco e trovi poche informazioni. Messi nero su bianco i buoni propositi (ovvero stabilito come ci si spartisce i soldi) Draghi ci fa sapere di avere fatto ciò che doveva e perfino il ministro Cingolani dice di avere espletato il proprio compito. Una volta si fingeva almeno di occuparsi dei buoni propositi per qualche tempo dopo averli venduti. Ora nemmeno quello. Questo è un altro punto.

A proposito, ricordate lo spread? Quello che a un certo punto valeva come super green pass (ancora prima che esistesse) per decidere se un governo fosse bello o brutto? Sta salendo, come accade con i governi sporchi e cattivi. Però ci hanno spiegato che la colpa è della vice ministra Castelli. Mica di Draghi.

Buon anno. Appena si spezzerà l’incantesimo vedrete frotte di consapevoli in ritardo come sempre. Poi ci divertiremo, nei prossimi anni, a renderci conto dei danni provocati mentre noi eravamo distratti.

Buon anno.

 

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Mascherine ffp2 obbligatorie in luoghi sovraffollati ma non in cella, il carcere dimenticato

Forse ha ragione Rita Bernardini quando si augura che i politici cambierebbero idea se visitassero un carcere «girandolo veramente, e andando in tutti i luoghi»: «direbbero che non è possibile, che non si può accettare questo in Italia nel 2021». A proposito, Rita Bernardini è in sciopero della fame, ancora una volta, «per chiedere ai parlamentari di tutti i gruppi politici cosa intendano fare per superare lo stato di illegalità delle nostre carceri, a partire dal sovraffollamento; illegalità tanto più grave con la ripresa dei contagi Covid, illegalità che genera trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti».

Lo so, dello sciopero della fame di Bernardini ne leggete solo sui giornali che quotidianamente scrivono di carcere, come se l’umanità e il rispetto dei diritti umani fosse una materia da specialisti rivolta a un ristretto pubblico di appassionati. Del resto tra i danni del marcimento del garantismo in Italia c’è anche la vendicativa indifferenza con cui si trattano i colpevoli (sia veri che presunti) che non meritano di essere considerati appartenenti alla nostra cerchia sociale di innocenti (o non ancora indagati, a seconda della professione che vi capita di fare). C’è un cassetto nella sensibilità pubblica in cui vengono chiusi gli “altri” che riteniamo di poter trattare con antipatia (nel senso letterale dell’avversione istintiva più o meno immotivata) senza sentirci ingiusti: lì dentro i carcerati ci sono da sempre. Poi un giorno (e forse sarà tardi) ci accorgeremo che lo sdoganamento dell’antipatia porta alla vendetta, la vendetta va sempre per mano con la violenza e che lo stadio finale è una guerra permanente in cui tutti sono vinti, senza vincitori.

Tra l’altro si dovrebbe ripetere dappertutto che la battaglia di chi ha a cuore i diritti di tutti (e quindi anche dei carcerati) ha proposte sul tavolo precise, elementi di cui discutere animatamente. Bernardini chiede l’approvazione delle proposte di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata: «la prima, “speciale”, chiede di elevare da 45 a 75 i giorni di liberazione anticipata ogni semestre a partire dal 31 dicembre 2015; la seconda, “strutturale”, chiede di modificare l’ordinamento penitenziario per portare stabilmente i giorni di liberazione anticipata da 45 a 60 giorni». Lo spiega benissimo lei. La Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario istituita il 13 settembre di quest’anno, presieduta da Marco Ruotolo, ha messo nero su bianco una serie di proposte, la revisione di molte disposizioni e la rimozione di alcuni “ostacoli” presenti nella normativa primaria che incidono su uno svolgimento della quotidianità penitenziaria che possa dirsi conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali.

Scrive la Commissione (che c’è da sperare non finisca come tutte quelle Commissioni che redigono solo un elenco di buone intenzioni) che la pena, quale che sia la forma dell’espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Deve avere l’obiettivo di re-includere, di avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato. Il suo perseguimento determina il soddisfacimento non soltanto dell’interesse del reo, ma dell’intera società, rispondendo a quel bisogno di sicurezza spesso avvertito come priorità dai consociati. Perché ciò accada occorre garantire una qualità della vita non solo “decente”, ma idonea all’attivazione di un processo di autodeterminazione che possa permettere al singolo di “riappropriarsi della vita”. Occorre, in altre parole, creare condizioni di sistema che consentano finalmente di considerare la risposta di giustizia come tesa a responsabilizzare in vista del futuro, più che a porre rimedio al passato.

Sono cose anche minime che permettono un ritorno di civiltà, come la previsione della presenza, per almeno un giorno al mese, di un funzionario comunale per consentire il compimento di atti giuridici da parte di detenuti e internati, rivedere la disciplina sulla fornitura di vestiario e corredo e sull’alimentazione, approfondire il tema dell’autorizzazione per visite e ricoveri ospedalieri, la modifica del regime di sorveglianza particolare, evitare che i bambini vivano in carcere, la previsione per cui i permessi possano essere concessi non solo nei casi di “particolare gravità”, ma anche in quelli di “particolare rilevanza”, l’intervento rivolto ad assicurare una più adeguata e tempestiva organizzazione del processo di preparazione alla dimissione della persona detenuta. Rivedere insomma il carcere secondo i principi di autonomia, responsabilità, socializzazione e integrazione che dovrebbero essere la stella polare della gestione carceraria secondo la Costituzione.

Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno. Magari inserendo il carcere anche nei Decreti come l’ultimo chiamato “Festività”, quello che prevede la mascherine FFP2 obbligatorie nei luoghi chiusi e sovraffollati ma che si è dimenticato del carcere, luogo chiuso e contemporaneamente sovraffollato per definizione. «Vogliamo ricordare – dice il Segretario della Uilpa PP Gennarino De Fazio– che l’utenza carceraria e i visitatori non hanno obbligo alcuno, neanche del green pass “semplice”, che il sovraffollamento continua a crescere e raggiunge punte del 194% a Brescia Canton Mombello, del 187% a Brindisi e del 165% a Busto Arsizio, solo per fornire alcuni dati». La variante Omicron, a differenza di certa classe dirigente e di molta opinione pubblica, sa benissimo che le carceri sono un luogo ghiotto per espandersi. Tenere conto dei detenuti e dei lavoratori penitenziari sarebbe già un buon passo per non alimentare questa tragica sensazione che siano isole esenti dalle leggi vigenti e dai diritti sociali. Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno.

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Da Lodi, ancora, ancora

Il Parco tecnologico padano (Ptp) di Lodi è al collasso. Sì, Lodi, quella stessa città da cui è partito tutto. Lodi diventata tristemente famosa nel mondo per essere stata la prima tappa di una pandemia che ha fatto il giro del globo e che ancora oggi fa i conti con le proprie ferite che continuano a sanguinare.

A Lodi in questi giorni si processano più del doppio dei tamponi che erano stati previsti. Lodi è nel caos. Ancora, ancora una volta. Code interminabili di auto si mettono in fila per ottenere un tampone. Sono persone che hanno i sintomi del virus e persone che hanno bisogno di un tampone per uscire dalla quarantena e poter tornare a lavorare. È saltato tutto: ingolfati i medici di base che non stanno dietro all’incremento di positivi, ingolfate le Ats che hanno perduto qualsiasi speranza di stare dietro al benché minimo tracciamento. Le auto in coda per un tampone rimangono ore per strada. Non c’è nulla, nessun servizio. E sono persone spesso con la febbre (oltre che contagiose). Se per caso devono pisciare se ne vanno per i campi a lato della strada. I tamponi sono introvabili e le farmacie (ovviamente) sono in difficoltà.

Lodi, ancora, un anno dopo. Perso il tracciamento, ormai per avere il polso della situazione bisognerà tenere d’occhio i ricoverati e le terapie intensive. Sostanzialmente guidiamo guardando lo specchietto retrovisore. Ancora, ancora una volta. Il generale Figliuolo (che sparla di code per il Black Friday e di capi firmati) dovrebbe venire a farsi un giro qui da queste parti e spiegarci che non è un suo compito rifornire tamponi dove servono. Probabilmente nell’esercito non riteneva necessario fornire le munizioni e combatteva con i fucili scarichi. Una cosa così.

A Lodi il governo per “dare un segnale” ha inviato l’esercito. A Lodi e Codogno (questo è il territorio del ministro della Guerra Guerini, ex sindaco di Lodi) sono arrivati 7 soldati ciascuno (7 soldati per 2: 14 in tutto) per fare ordine nelle file di auto. Servono i tamponi, non servono i soldati ma comunque la notizia fa il suo bell’effetto se è vero che è stata strombazzata dappertutto.

Curioso che la città che ha le ferite più antiche sia impreparata all’ennesima ondata della stessa pandemia: è la fotografia impietosa dei “migliori” che ora c’è da sperare al massimo che siano “meno peggio di quelli di prima”. La retorica dell’infallibilità si scalfisce giorno dopo giorno.

Ora si corre ai ripari. Ieri mattina mi chiedevo, scherzosamente, quando sarebbe arrivato il momento in cui avrebbero dato la colpa alla troppa gente che voleva tamponarsi per testare la propria salute o per uscire dalla quarantena. Sembrava una battuta e invece ci siamo già, su molti commenti di molti giornali. Se il problema è non stare dietro alle quarantene si rivedono le quarantene. Semplice. Una volta quando è iniziato tutto questo si aveva almeno la decenza di discutere del fragile equilibrio tra salute pubblica e lavoro. Ora vige il fatturato del tramezzino nel bar sotto l’ufficio (quindi niente smart working, non sia mai che si prenda esempio dalla Germania e dagli altri Paesi europei), vige il fatturato delle spese sotto le feste (quindi niente di drastico fino alla fine dei vacanze) e vige il fatturato che ha bisogno di lavoratori che non si prendano il lusso di troppa quarantena.

Intanto ogni giorno muoiono le stesse persone di un Boeing che si sfracella. E non è solo Lodi: le difficoltà sui tamponi si registrano in diverse regioni d’Italia. Sapete qual è la risposta Colpa delle Regioni. Fatemi capire: se va bene è merito di Figliuolo, se va male è colpa delle Regioni, se va benissimo è merito di Draghi, se ci sono nuove limitazioni è colpa di Speranza Non la trovate una strategia piuttosto infantile?

Vaccinatevi, intanto. E buon giovedì.

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Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi

L’importante è che non si veda. Accade nel Mediterraneo, dove qualsiasi testimone è un ospite indesiderato per la cosiddetta Guardia costiera libica che deve avere campo libero per respingere e riportare i disperati nelle illegittime prigioni finanziate dall’Europa, e accade anche sull’altopiano nella municipalità di Bihać, in Bosnia Erxegovina dove si tange il confine con la Croazia. Qui sorge il “nuovo” campo di Lipa a cui ha dedicato un dossier la rete RiVolti ai Balcani (composta da diverse realtà tra cui Amnesty International e la rivista Altreconomia) dal titolo “Lipa, il campo dove fallisce l’Europa”.

Qui si legge, ancora una volta, il fallimento di una Europa che utilizza tecnologia di controllo ampiamente finanziate dall’Ue volte a «creare deterrenza, respingere, disincentivare il passaggio, confinare. Droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta attorno ai campi […], filo spinato, non solo lungo i confini ma anche come forma di monitoraggio nei nuovi campi, inaugurati nelle isole greche dell’Egeo di Samos, Kos e Leros, che presto diventeranno modello da esportare dentro e fuori l’Ue». Il modello dei campi di confinamento «dove rinchiudere le persone sospendendone vite e diritti» sembra la risposta principale dell’Europa nell’ottica del contenimento dei flussi migratori, in barba al principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra e del divieto di tortura di cui all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

«La medesima pratica dei respingimenti illegali -si legge nel report- è continuata al confine croato-bosniaco nonostante la denuncia del Comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio d’Europa, le inchieste giornalistiche e la recente sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha condannato la Croazia per la morte di Madina Hussiny, vittima di un respingimento insieme al resto della sua famiglia effettuato dalla polizia croata nel 2017». Si tratta di persone che non cercano protezione in Bosnia ed Erzegovina, ma cercano di arrivare in altri Paesi europei. Del resto in tutto il 2021 solo 3 persone hanno ottenuto in territorio bosniaco lo status di rifugiato. Il Temporary reception Centre (Trc) di Lipa (che sostituisce il vecchio distrutto da un incendio) può ospitare 1.500 persone suddivise tra 1.000 posti dedicati a uomini singoli, 300 posti per persone appartenenti a nuclei familiari, 200 posti per minori non accompagnati.

Al 6 dicembre 2021 le persone dislocate all’interno erano 3821. Si tratta di un centro finanziato con soldi Ue al 50 per cento, poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro. Numeri e fatti che, scrivono gli autori, «si inquadrano nel crollo generale del sistema giuridico europeo di tutela dei diritti umani». «Il centro che si vuole “temporaneo” è in realtà un luogo di confinamento dove la dignità umana è calpestata», si legge nel rapporto. Non è una situazione “temporanea” e nemmeno “eccezionale”: è la precisa scelta europea nel continuo appalto dei confini. Pagato anche da noi.

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Ne siamo usciti feroci

Lo chiamano tutti “Mauro da Mantova” perché trovare un nome d’arte, con la città di provenienza come i soldati della disfida di Barletta, è un ulteriore modo per gigioneggiare con i no vax da spendere come fantomatici personaggi da avanspettacolo per qualche punto di share.

Così Mauro Buratti, 61enne carrozziere di Curtatone, ha avuto il privilegio di diventare un personaggio “famoso”, di quella popolarità che costa l’essere ogni giorno più cretini per autopreservarsi come ospite e ogni giorno, come chiedeva il copione, ne sparava una sempre più grossa. Ospite della trasmissione La Zanzara su Radio24 (condotta da Cruciani e Parenzo che usavano Buratti come foca da ammaestrare con il pallone al naso) “Mauro da Mantova” ha interpretato tutta la letteratura dei complottisti peggiori, quelli per cui il virus non esiste e quella dei poteri forti e tutta quell’orribile serie di cretinate. Accortosi che fare gli scemi funziona Buratti si è perfino vantato di essere andato in giro per la sua città a infettare gli altri. Mentre i conduttori e gli ascoltatori si divertivano un mondo e gli inserzionisti si fregavano le mani per lo share che “Mauro da Mantova” contribuiva a collezionare.

Poi Buratti si è ammalato. Già quando sono uscite le prime notizie del suo ricovero la rete si è riempita di commenti furiosi e disumani, speranzosi di una morte del terribile “no vax” secondo il mortifero criterio del “punirne uno per educarne cento”. Nella guerra fratricida tra opposte fazioni ormai vige un “mors tua vita mea” che fa schifo da entrambe le parti, come se avessimo sdoganato l’augurio di morte come unica soluzione per la salute pubblica. Lo so, è qualcosa di inumano e schifoso ma è normale che giocando sempre al ribasso alla fine si arrivi a toccare il fondo. In più c’è un problema: toccare il fondo funziona, vende, fa vendere. In entrambi i sensi. I tifosi si infervorano e ognuno può sognare di diventare influencer della propria fazione.

I medici dell’ospedale di Borgo Trento avevano confermato la gravità delle condizioni dell’ex carrozziere lo scorso 11 dicembre, al Corriere della Sera: «Lo dovevamo intubare prima ma per un’intera giornata si è opposto con caparbietà: solo quando le cose sono peggiorate ha cambiato idea». Perfino la “caparbietà” nel cretinismo diventa una virtù.

“Mauro da Mantova” è morto e qualcuno è riuscito addirittura a esultare, senza accorgersi di essere un estremista esattamente come lui. Ma la ferocia peggiore si legge nel finto lutto di chi il personaggio di Mauro l’ha allevato e l’ha fomentato per qualche spettatore in più. Il conduttore Giuseppe Cruciani lo ricorda con una lettera aperta (che torna utile per riempire un’altra puntata) in cui scrive «eri felice quando qualcuno ti riconosceva per strada e ti chiedeva un selfie». È la realizzazione del presagio di Andy Warhol quando diceva che tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Solo che la morte di Mauro ci dice almeno due cose: che essere celebri in tempi di pandemia può costare in termini di disinformazione e che quella celebrità conquistata mostrando la parte peggiore di sé finisce per innescare la parte peggiore anche degli altri.

E la felicità di chi vede realizzarsi la morte di un no vax è lo schifoso ingrediente finale.

Buon mercoledì.

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Ma quali tecnici, la decisione di ridurre le tasse ai più ricchi è una chiara scelta politica

Ora lo dice anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio: la riforma fiscale porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. 

Un documento che attestasse ciò che dicevano già tutte le proiezioni serviva solo a chi insiste nel considerare la politica una fede, a chi considera il proprio presidente del Consiglio un demiurgo e a chi è abituato a fingersi competente comodamente cullato dalla distrazione generale.

Lo scorso 22 dicembre il presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa, rispondendo a un giornalista de Il Fatto Quotidiano proprio sull’iniquità della riforma fiscale, ha seraficamente risposto che quell’illazione fosse «falsa» (testuale) spigando che «in termini percentuali, i maggiori benefici si concentrano sui lavoratori con 15mila euro di reddito».

Mario Draghi ha detto il falso. E l’ha detto confidando sulla confusione che si crea nella somma dei risparmi Irpef con quelli legati alla decontribuzione una tantum ma anche in questo caso l’Ufficio Parlamentare del Bilancio (si badi bene, mica un giornale ritenuto “ostile”) ci fa sapere che i dirigenti avranno una riduzione media di imposta di circa 368 euro, oltre il doppio rispetto a quella prevista per gli operai che si ferma a 162 euro.

Del resto il quadro era chiarissimo dalle tabelle del Tesoro che non sono mai state pubblicate nonostante siano passate nelle mani di alcune testate giornalistiche “amiche”.

Al di là dei numeri però c’è un dato politico che vale la pena sottolineare: Draghi non ha solo ripetuto in conferenza stampa una propaganda (tra l’altro permettendosi di irridere un giornalista che gli aveva posto una domanda fondata) ma negando ciò che era sotto gli occhi di tutti ha sostanzialmente deriso la manifestazione dei sindacati e dei lavoratori che proprio sulla riforma fiscale avevano avanzato le proprie critiche.

Un presidente del Consiglio che in conferenza stampa dichiara che i maggiori sindacati del Paese siano scesi in piazza con migliaia di lavoratori per una questione che non esiste (e che invece oggi viene un’altra volta certificata) è la fotografia esatta della volontà e della capacità di dialogare con i corpi intermedi del Paese ed è una chiara direzione politica. Altro che tecnici.

Un governo è libero di favorire un ceto rispetto un altro. Non dovrebbe provare a nascondersi dietro fragili ipocrisie. E sarebbe il caso di sentire cosa ne pensano tutti i partiti che ne fanno parte.

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Ma quali tecnici, la decisione di ridurre le tasse ai più ricchi è una chiara scelta politica

Ora lo dice anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio: la riforma fiscale porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. 

Un documento che attestasse ciò che dicevano già tutte le proiezioni serviva solo a chi insiste nel considerare la politica una fede, a chi considera il proprio presidente del Consiglio un demiurgo e a chi è abituato a fingersi competente comodamente cullato dalla distrazione generale.

Lo scorso 22 dicembre il presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa, rispondendo a un giornalista de Il Fatto Quotidiano proprio sull’iniquità della riforma fiscale, ha seraficamente risposto che quell’illazione fosse «falsa» (testuale) spigando che «in termini percentuali, i maggiori benefici si concentrano sui lavoratori con 15mila euro di reddito».

Mario Draghi ha detto il falso. E l’ha detto confidando sulla confusione che si crea nella somma dei risparmi Irpef con quelli legati alla decontribuzione una tantum ma anche in questo caso l’Ufficio Parlamentare del Bilancio (si badi bene, mica un giornale ritenuto “ostile”) ci fa sapere che i dirigenti avranno una riduzione media di imposta di circa 368 euro, oltre il doppio rispetto a quella prevista per gli operai che si ferma a 162 euro.

Del resto il quadro era chiarissimo dalle tabelle del Tesoro che non sono mai state pubblicate nonostante siano passate nelle mani di alcune testate giornalistiche “amiche”.

Al di là dei numeri però c’è un dato politico che vale la pena sottolineare: Draghi non ha solo ripetuto in conferenza stampa una propaganda (tra l’altro permettendosi di irridere un giornalista che gli aveva posto una domanda fondata) ma negando ciò che era sotto gli occhi di tutti ha sostanzialmente deriso la manifestazione dei sindacati e dei lavoratori che proprio sulla riforma fiscale avevano avanzato le proprie critiche.

Un presidente del Consiglio che in conferenza stampa dichiara che i maggiori sindacati del Paese siano scesi in piazza con migliaia di lavoratori per una questione che non esiste (e che invece oggi viene un’altra volta certificata) è la fotografia esatta della volontà e della capacità di dialogare con i corpi intermedi del Paese ed è una chiara direzione politica. Altro che tecnici.

Un governo è libero di favorire un ceto rispetto un altro. Non dovrebbe provare a nascondersi dietro fragili ipocrisie. E sarebbe il caso di sentire cosa ne pensano tutti i partiti che ne fanno parte.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il presepe quest’anno sta a Lipa. E fa schifo

Oltre alla rotta per mare un cimitero dei vivi si trova sul confine nord occidentale tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, tuttora il principale snodo della rotta balcanica per l’ingresso in Europa. Qualcuno ogni tanto prova a metterci un po’ d’ordine, il Consiglio d’Europa ha condannato Zagabria per la morte di una donna respinta ma il “the game” (ovvero il tentativo di attraversare la frontiera tra i boschi per provare a entrare in Europa e contemporaneamente provando a sfuggire alle botte dei poliziotti bosniaci) continua incurante del freddo, della stanchezza, della disperazione che si appuntisce e delle feste.

Sono circa 4mila le persone scomparse dagli elenchi e dalle carte geografiche che rimangono imprigionate in quel limbo. Tra loro ci sono centinaia di bambini sconosciuti al mondo. Potrebbero diventare internazionali al massimo se rimangono come corpi morti a favore dei pochi testimoni che ci sono in quella zona.

È uno dei tanti buchi di un’Europa che se ne fotte dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il respingimento di richiedenti asilo verso un Paese non sicuro. L’Europa cristiana (la chiamano così) ha deciso di subappaltare la schiavitù, i respingimenti e il degrado per lavarsi la coscienza. Vale come quelle tre ave maria da pronunciare distrattamente da adolescenti dopo la confessione.

Il 19 novembre scorso a Lipa è stato inaugurato il nuovo campo temporaneo, dopo l’incendio che ha distrutto nell’aprile 2020 l’insediamento precedente lasciando per strada 1.200 disperati. Il centro è gestito dal Servizio per gli affari esteri bosniaco in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, le agenzie delle Nazioni Unite e una serie di altri partner come Unicef e Croce Rossa. Mentre i soldi li mette l’Europa. L’Ue al 50 percento e poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro dei quali 80mila euro per dotare il campo di acqua ed elettricità, 422mila euro per costi operativi nell’arco di 16 mesi e un milione per “raccolta dati, monitoraggio e analisi dei flussi delle persone in transito nel Paese”, si legge nel rapporto.

Un campo di detenzione di innocenti che include anche minori, anche in questo caso fregandosene della convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Un cassonetto dove buttare gli ospiti indesiderati. Un presepe dell’orrore e di ipocrisia. L’Italia dei valori cristiani, con il suo milione e mezzo di euro, ha messo in piedi un addobbo natalizio in perfetta sintonia con la disumana ferocia che riesce a fare accadere senza sporcarsi il polsino. Sul campo di Lipa è uscito un dossier di RiVolti ai Balcani, rete alla quale aderiscono decine di realtà, da Amnesty International Italia alla rivista indipendente Altreconomia che ha collaborato alla stesura del rapporto.

Vale la pena leggerlo, anche se vi rovina il clima delle feste. Perché siamo noi.

Buon martedì.

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